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Iacchi da applausi, ma la morte della Regina ha fermato tutto

14.09.2022
5 min
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Quando anche la sorte ci mette lo zampino c’è ben poco da fare. Giro d’Inghilterra. Alessandro Iacchi del Team Qhubeka ne aveva fatto l’obiettivo della stagione. Va forte e cosa succede? Muore la Regina Elisabetta II. Gara finita.

Il toscano di Rufina, alle porte di Firenze, era ben messo in classifica: nona posizione e primo italiano in graduatoria. La gamba girava bene. E sì che il livello era abbastanza elevato. C’erano diverse squadre WorldTour, tante professional e alcune continental come la sua Qhubeka, guidata per l’occasione non solo da Daniele Nieri, ma anche da Simone Antonini.

Iacchi si è messo in mostra in Inghilterra, spesso ha preso aria in faccia in testa al gruppo
Iacchi si è messo in mostra in Inghilterra, spesso ha preso aria in faccia in testa al gruppo

Goodbye Queen

«In quei giorni in Inghilterra – racconta Iacchi – di tv ne guardavamo poca perché il tempo non era molto, ma si percepiva che la Regina stesse male. Durante la prima tappa siamo passati anche davanti alla residenza in cui è morta, in Scozia.

«Prima della quinta frazione, l’ultima che abbiamo disputato, è uscita la news che era peggiorata. A fine tappa, mentre ero ai massaggi è arrivata la notizia della sua morte. Erano le 18 più o meno. Ricordo che in hotel c’era della musica e subito è stata spenta».

Nieri si mette in cerca d’informazioni sul proseguimento della gara, visto che già prima della tappa e del decesso girava voce che la corsa si sarebbe fermata un giorno in caso della sua morte. Nessuna risposta. Solo a cena è arrivato la conferma: domani non si corre.

«In albergo c’erano anche la Bora-Hansgrohe, la Israel-Premier Tech, la Kern Pharma… A quel punto, tutti un po’ più rilassati, visto che il giorno dopo non avremmo corso, ci siamo ritrovati al bar dell’hotel per un caffè. Si chiacchierava di questa situazione. Solo alle 22,30, quando ormai eravamo in stanza, è giunta la comunicazione definitiva: il Giro d’Inghilterra finiva lì».

I pannelli a messaggio variabile che ricordano la Regina per le vie di Manchester
I pannelli a messaggio variabile che ricordano la Regina per le vie di Manchester

Corsa no, gamba sì

Tutti a casa dunque. In un clima surreale. Gli inglesi, ci ha raccontato Iacchi, apparentemente si comportavano come sempre, tuttavia c’era più silenzio nell’aria. Negozi chiusi per lutto, la musica appunto spenta in hotel, tv, social e giornali che non parlavano d’altro…

«Eravamo a Manchester in attesa del volo di rientro. Così abbiamo fatto un giro per la città e ricordo che molti negozi erano chiusi. C’erano dei cartelli con la data di nascita e quella di morte della Regina».

Ma se la corsa finiva lì, la voglia di misurarsi e di correre da parte di Iacchi di certo non si era placata. Anzi, con una gamba in buona condizione semmai era ancora più forte. Anche perché con la stagione agli sgoccioli s’innesca per lui un senso “di tagliola” per agguantare un successo.

«Ero nono in classifica – racconta Iacchi – Avevo iniziato con dei discreti piazzamenti. Ero arrivato sempre con il primo gruppo. La terza frazione, la più dura, ero ben messo. E come me anche il mio compagno Parisini. Antonini mi ha detto che dovevo provare a fare qualche traguardo volante. Visto che la classifica era cortissima con pochi secondi di abbuono sarei risalito parecchio. E così ho fatto».

«Avevo preparato bene questa corsa. Il Giro d’Inghilterra era importante per me, visto che devo trovare una squadra per l’anno prossimo. Ed era importante per il team, in quanto abbiamo degli sponsor inglesi. Senza contare che si trattava di una corsa 2.Pro. Dispiace perché ogni giorno la gamba girava meglio».

Per il toscano anche una fuga…
Per il toscano anche una fuga…

Ritmi da WT

Alessandro Iacchi è un classe 1999. E’ uno di quei ragazzi che con il ciclismo moderno, affamato di giovani (come se lui non lo fosse), rischia grosso.

Il toscano fa parte di quell’infornata di corridori diventati pro’ con il Covid. Era nella fila della Vini Zabù. Passò con quel maledetto 2020 e corse pochissimo per ovvie ragioni. L’anno dopo iniziò la stagione, ma la squadra fu bloccata per il caso di doping di De Bonis e di nuovo tutto fermo.

«In due anni – dice Iacchi – ho fatto 40 corse, se pensiamo che solo quest’anno ne ho fatte 60… Io poi sono un corridore che per andare bene deve correre molto. Deve avere costanza. E invece in quel modo passavano anche dei mesi senza attaccare il numero ed ogni volta era come ripartire da zero. Ci si demoralizzava anche.

«Invece quest’anno, forse per la prima volta, mi sento bene proprio perché ho corso molto. E’ la prima stagione che faccio senza intoppi. Ho colto buoni piazzamenti, manca solo una vittoria…».

Iacchi è un corridore completo. Se la cava su salite non troppo lunghe e può dire la sua in una volata ristretta. Quando sta bene non si spaventa di fronte a corse di primo livello come appunto il Giro d’Inghilterra.

«Sì – dice il toscano – certi ritmi si sentono. Quando si corre con i pro’ la differenza si avverte, ma ci sto bene. Quando ci sono le WorldTour è tutto un altro modo di correre. La corsa è più controllata e sono loro a controllarla. E quando si va forte… si va forte!

«Per esempio, proprio in Inghilterra, un giorno non partiva la fuga: ebbene, abbiamo fatto 150 chilometri in due ore e 40′ e c’erano 2.700 metri di dislivello! O al contrario, il giorno dopo per chiudere sulla fuga nell’ultima ora abbiamo fatto gli ultimi 50 chilometri a 48 di media».

Iacchi (classe 1999) tiene bene sugli strappi e le salite non troppo lunghe. Si allena spesso con Albanese, suo vicino di casa
Iacchi (classe 1999) tiene bene sugli strappi e le salite non troppo lunghe. Si allena spesso con Albanese, suo vicino di casa

In “caccia”…

Prima Iacchi ha detto che manca solo la vittoria. La gamba c’è e l’idea è quella di sfruttare al meglio la condizione… anche per trovare squadra.

«Non essendo più un under 23 – conclude Iacchi – devo cercare altrove. La Qhubeka farà anche la professional, con loro ho parlato, ma sono ancora in attesa. Io poi non ho un procuratore e sto cercando di muovermi in autonomia. Io spero di restare con loro, perché in questo team mi trovo davvero bene».

«Mi restano cinque o sei gare per fare qualcosa. E sono tutte gare abbastanza adatte a me. Tra queste c’è anche il Pantani, anche se so che lì il livello è molto alto. Già arrivare con il primo gruppo non sarebbe male. Ma l’obiettivo è vincere, magari anche le altre corse che farò… perché l’unica cosa che mi manca quest’anno è la vittoria».