Paraciclismo e polemiche: a Di Somma la risposta di Podestà

22.09.2024
7 min
Salva

Dalle otto medaglie ai Giochi di Parigi all’argento della staffetta di Mazzone, Mestroni e Cortini che ieri ha aperto la rassegna iridata di Zurigo (in apertura, foto FCI). Il paraciclismo azzurro non si ferma e su bici.PRO continuiamo a raccontarvi le medaglie, ma anche quello che ci sta dietro. Il bilancio paralimpico della nuova gestione targata Pierpaolo Addesi-Silvano Perusini ha provocato nelle scorse settimane la reazione di chi ha tessuto le fila azzurre fino ai precedenti Giochi di Tokyo. 

Le parole di Di Somma però hanno sollevato un vespaio, chiamando allo scoperto sui social diversi atleti paralimpici che le hanno ritenute inaccettabili. Per approfondire l’argomento abbiamo chiesto il parere di uno dei pionieri dell’handbike in Italia come Vittorio Podestà. Il ligure, 51 anni, è stato il primo campione iridato azzurro nella disciplina (Bordeaux 2007) e si è ritirato poco prima di Tokyo in seguito all’incidente di Alex Zanardi. Essendo stato uno degli atleti di punta della precedente gestione, Podestà ha voluto chiarire alcuni punti. Nella lunga chiacchierata con noi, ci ha spiegato anche ciò che secondo lui non funziona nel panorama internazionale.

Podestà ha deciso di ritirarsi dopo che l’incidente che impedì a Zanardi di partecipare a Tokyo (foto CIP/Ujetto)
Podestà ha deciso di ritirarsi dopo che l’incidente che impedì a Zanardi di partecipare a Tokyo (foto CIP/Ujetto)
Vittorio, che cosa ti ha colpito di Parigi?

Parto da quello che non mi è piaciuto. C’è un grande problema internazionale che vedo nell’handbike, ma anche paraciclismo ed è legato alle classificazioni. In vista dei Giochi casalinghi, l’asso francese Mathieu Bosredon è stato riclassificato: era già vicecampione mondiale H4 e l’hanno spostato negli H3, magicamente, dopo tanti anni, senza particolare motivi clinici. Ha demolito la categoria, lo si è visto nella gara in linea in cui ha forato, è rientrato e ha pure aiutato il compagno di squadra nella lotta per la medaglia d’argento. Noi azzurri che avevamo una corazzata negli H3 ci siamo trovati ad accontentarci di un bronzo con Mirko Testa.

E non è l’unico caso, viste le perplessità sollevate, ad esempio, in campo femminile da Francesca Porcellato.

Le classificazioni stanno diventando purtroppo una sorta di doping nascosto nel mondo paralimpico. Con il successo delle ultime edizioni, come in tante altre discipline, ci sono sempre più riflettori puntati. Non voglio fare troppe insinuazioni, ma tante classificazioni sono sospette e gli avversari non sono contenti. C’è stata anche una protesta molto accesa di alcuni atleti alla tappa di Coppa del mondo di Maniago, ma non è stata presa in considerazione, anzi è arrivata una forte condanna dall’Uci. Ci vorrebbe una maggior tutela degli atleti. Diciamo che non ho guardato con grande piacere Parigi sapendo di vittorie già scritte in maniera palese, perché lo sport che mi piace è quello equilibrato, con grandi battaglie sul filo dei secondi.

Che cosa ci dici, invece, delle dichiarazioni della precedente gestione che hai commentato anche a mezzo social?

Tanti atleti, tra cui il sottoscritto, hanno contribuito a far cadere la vecchia gestione, perché erano stufi della gestione dell’ex CT Mario Valentini. Si andava da gravi problemi logistici, passando per problemi di rispetto per gli atleti, in particolare per le categorie che hanno più difficoltà causa tetraplegia.

Fra i ricordi più belli di Podestà, l’oro di Rio nella staffetta con Zanardi e Mazzone (foto CIP/Ujetto)
Fra i ricordi più belli di Podestà, l’oro di Rio nella staffetta con Zanardi e Mazzone (foto CIP/Ujetto)
A cosa ti riferisci in particolare?

A tanti aspetti, che possono sembrare piccolezze, ma che fanno la differenza ad alto livello e che l’attuale staff ha messo in conto. Non può esistere che un atleta si trova a fare un raduno o durante gare cruciali come Coppe del mondo e mondiali in hotel con il bagno troppo stretto o il wc e la doccia difficilmente accessibili. Nessuno curava questi dettagli che per noi erano cruciali. Gli atleti per poter dare il massimo e concentrarsi sulle gare non possono disperdere energie mentali per certe barriere architettoniche. Non è possibile che avessi una logistica migliore quando mi spostavo con la mia società rispetto a quella con la nazionale.

E su Tokyo cosa vuoi aggiungere?

E’ stato il caso emblematico. Il Villaggio Olimpico della capitale era troppo lontano dal circuito ai piedi del Monte Fuji (la scelta di dove collocare il Villaggio ovviamente non compete alle federazioni nazionali o ai loro tecnici, ndr). Io non ero presente, ma i ragazzi che c’erano in Giappone, mi hanno riportato di disagi esagerati che si sono ripercossi sulla qualità dei risultati. Eravamo tra le poche nazionali che non hanno provato il percorso, mentre altre squadre ci sono andate mesi prima. L’unico dei nostri che ci era stato era Zanardi ad inizio 2020. Alex sapeva che non ci avrebbero portato e addirittura nessuno sarebbe andato a verificare la logistica e il percorso di gara. Mi dispiace aver letto certe cose da parte di Di Somma perché era il tecnico migliore dello staff di Valentini. Però risultava praticamente ininfluente perché si limitava ad eseguire gli ordini. E sulla logistica non ha mai preso in considerazione le numerose lamentele che io, come portavoce degli atleti, ho sempre rimarcato fin dai primi anni in cui ho fatto parte della nazionale

Dunque, dietro le medaglie di Londra e Rio che cosa c’era?

Degli atleti fortissimi e superprofessionali con una gestione a mio avviso inadeguata, soprattutto sotto gli aspetti tecnici. Come ho già detto, credo che molti di noi avrebbero potuto raccogliere ancora di più. A Londra 2012 eravamo in 16 tra maschi e femmine e a disposizione c’era un solo meccanico per tutti quanti. A volte, sia io che Alex ci prestavamo ad aiutare i nostri compagni handbiker per risolvere i problemi meccanici. Spiace dirlo, ma il merito dei successi nel paraciclismo è stato principalmente degli atleti e dei loro tecnici personali. Durante l’anno di preparazione erano loro che ci facevano arrivare al massimo della forma per i momenti importanti. Invece negli ultimi 15-20 giorni di ritiro con la nazionale a volte qualcuno rischiava di vanificare tutto con l’eccesso di lavoro che i tecnici richiedevano così a ridosso degli appuntamenti. Come dicevo prima, mi dispiace per Fabrizio (Di Somma, ndr), perché lui in realtà era l’unico che sarebbe potuto essere di aiuto ad Addesi nel dopo Valentini. Ma non ha avuto il coraggio di “tagliare il cordone ombelicale”.

Il bronzo di Martino Pini a Parigi, cui secondo Podestà poteva aggiungersi un podio anche nella prova in linea (foto CIP/Pagliaricci)
Il bronzo di Pini a Parigi, cui secondo Podestà poteva aggiungersi un podio anche nella prova in linea (foto CIP/Pagliaricci)
Come valuti il risultato di Parigi 2024?

Secondo me le otto medaglie sono un bottino più che decoroso. Siamo tornati sul podio nella specialità della pista che sarebbe dovuta essere il “pezzo forte” di Valentini per la sua grande esperienza e che invece dopo Pechino 2008 è stata abbandonata. Negli H3, potevamo avere un paio di medaglie in più e più prestigiose. Mettiamoci anche la sfortuna con Martino Pini che è stato fatto cadere da un altro atleta e ha dovuto inseguire per tutta la gara, altrimenti era da podio nella prova in linea. Oppure ancora il tandem Andreoli-Totò, che senza i problemi meccanici era in piena lotta per le medaglie all’esordio assoluto. Il livello internazionale si è alzato moltissimo e purtroppo il paraciclismo paga lo scotto di avere poco peso nel Comitato Paralimpico Internazionale. Riceve pochi slot in rapporto al numero di categorie e le varie nazionali sono costrette a lasciare a casa molti atleti competitivi, impoverendo lo spettacolo e l’equilibrio tecnico delle gare. Si dovrebbero aumentare il numero di atleti partecipanti e di medaglie in palio che invece attualmente sono condivise tra alcune categorie (soprattutto nelle gare in linea, ndr).

E il futuro azzurro, come lo vedi?

Secondo me la nazionale di paraciclismo e handbike è in buone mani. Le sette medaglie ottenute su strada, lo stesso numero di Tokyo, a mio avviso hanno un valore maggiore. Si è lavorato per il ricambio, a differenza di quanto sostengono i precedenti tecnici. In più Addesi di fatto ha ottenuto questo bottino in appena un anno e mezzo di gestione, perché all’inizio del triennio non aveva poteri decisionali ed era solo in affiancamento a Rino De Candido che non mi è parso adatto all’incarico in queste categorie. L’augurio è che il potenziale non venga più sperperato come in passato e Addesi possa lavorare con più serenità e con un orizzonte più ampio. Sono fiducioso.

A Parigi il bronzo di Mirko Testa nella prova su strada (foto CIP/Pagliaricci)
A Parigi il bronzo di Mirko Testa nella prova su strada (foto CIP/Pagliaricci)
Che ne pensi dei mondiali di Zurigo?

E’ la prima volta per il paraciclismo che ci sono i mondiali dopo i Giochi Paralimpici e quindi vedremo chi sarà appagato e chi vorrà invece rifarsi di qualche risultato deludente. In più, è la seconda volta che i mondiali sono aperti a tutti, disabili e normodotati insieme, come a Glasgow 2023. E’ una bella cosa andare verso l’integrazione totale. Certo, ciò ha come aspetto negativo che l’organizzazione di un così grande evento aperto ad atleti con prestazioni così diverse sia portata a scegliere percorsi non completamente a fuoco per alcune categorie. Nei campionati del mondo esclusivamente per il paraciclismo non accade. Però sono dettagli che col tempo sono sicuro che verranno migliorati e da appassionato sono felice di questa unione delle manifestazioni.

Un punto sui mondiali juniores. Che dicono gli stranieri?

22.09.2024
5 min
Salva

Le quattro tappe del Giro della Lunigiana hanno evidenziato due protagonisti assoluti: Paul Seixas e Lorenzo Finn. Abbiamo scritto tanto dei due giovani che si sono messi in evidenza sulle strade di Liguria e Toscana. Un francese e un italiano che, con grande probabilità, saranno tra le figure principali dei mondiali juniores di Zurigo. In tanti lo hanno detto, dal cittì Salvoldi agli stessi avversari che contro Finn e Seixas hanno lottato, finché le gambe hanno retto. Ora si tratta di prendere la corsia giusta per arrivare all’appuntamento iridato nella migliore condizione. Ma gli ostacoli verso la maglia iridata hanno nomi e cognomi: il più gettonato è Albert Philipsen. 

Sumpik in rampa di lancio

Dino Salvoldi ha definito l’affare di Zurigo una corsa a tre, anche se gli outsider sono diversi a partire da chi ha completato il podio della Corsa dei Futuri Campioni: Pavel Sumpik. Il ragazzo della Repubblica Ceca cresciuto alla Roman Kreuziger Cycling Academy rimanda però le considerazioni al mittente. 

«Il percorso mi si addice abbastanza – analizza Sumpik – ma bisogna stare attenti. L’esperienza dell’anno scorso mi ha insegnato a essere calmo, ci sono tanti ragazzi che vogliono vincere. Albert Philipsen sarà l’uomo da seguire. Potrebbe vincere ancora, in questa stagione ha dimostrato di essere molto forte. Le salite di Zurigo gli si addicono perfettamente». 

Il nuovo piano sloveno

Altri erano gli iscritti alla lista dei pretendenti, ma la sfortuna li ha colpiti in maniera differente. Tra di loro c’era Jacob Ormzel, lo sloveno vincitore della Parigi-Roubaix juniores è stato messo fuori gioco in una caduta nella prima tappa del Lunigiana. I piani della Slovenia cambiano radicalmente, dall’essere una delle favorite passano a dover inventare nuovamente la corsa. 

«L’incidente ha causato un grande spavento – dice il cittì sloveno – ma siamo felici che Omrzel stia bene. Chiaro che era il nostro capitano per il mondiale, abbiamo altri corridori forti ma dovremo cambiare modo di gareggiare. Ci saranno tante occasioni per provare ad anticipare i favoriti, come entrare in una fuga fin da subito. Il percorso è duro, davanti si spende tanto quanto in gruppo. Valjavec è altrettanto forte in salite brevi ed esplosive. Sarà una battaglia tra i migliori scalatori a mio modo di vedere.

Paul Seixas è il nome sulla bocca di tutti dopo il Giro della Lunigiana e la Francia correrà tutta per lui (foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Paul Seixas è il nome sulla bocca di tutti dopo il Giro della Lunigiana e la Francia correrà tutta per lui (foto Duz Image / Michele Bertoloni)

Francia all-in

I giovani galletti punteranno tutto sulle qualità di Paul Seixas, vincitore del Giro della Lunigiana e autore di una stagione di primo piano. Ha vinto dappertutto, a partire dalla Liegi fino alle corse a tappe più impegnative. 

«Il Lunigiana – racconta il cittì – era un passo in preparazione alla rincorsa verso il mondiale, le risposte direi che sono state positive. Abbiamo lavorato bene in precedenza, con un training camp sulle Alpi nella settimana prima del Lunigiana. Naturalmente per il mondiale il nostro leader unico sarà Paul Seixas, abbiamo visto come su salite brevi sia pienamente a suo agio. Certo non sarà semplice, perché è una corsa di un giorno che si prepara in un mese».

ll cittì belga crede nella forza della sua squadra, nessuna punta ma tante frecce (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
ll cittì belga crede nella forza della sua squadra, nessuna punta ma tante frecce (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)

Belgio all’arrembaggio

La squadra guidata da Serge Pauwels ha tante frecce nel proprio arco. Una delle più interessanti sarebbe stata quella che porta il nome di Aldo Tailleu, ma anche lui è stato vittima di una caduta e sarà fuori dai giochi. 

«La selezione non è stata semplice – spiega – però avremo tanti corridori validi, nessun capitano designato probabilmente. A Zurigo l’ultima scalata sarà lontana dall’arrivo, una ventina di chilometri. Non è detto che vincerà il miglior scalatore, potrebbe esserci spazio per un passista. Abbiamo delle buone alternative come Jasper Schoofs o Matijs Van Strijthem. Staremo a vedere, perché la squadra conterà abbastanza a mio modo di vedere, quei venti chilometri finali pianeggianti aprono a scenari diversi».

Zurigo, vigilia della crono: come stanno Ganna e Affini?

21.09.2024
6 min
Salva

ZURIGO (Svizzera) – Sono quasi le quattro, quando le maglie azzurre iniziano a raggiungere il traguardo della crono su cui domani si assegneranno le prime maglie iridate (in realtà stasera è già arrivato l’argento nella staffetta paralimpica). Passa Noviero Raccagni e non si ferma, raggiunto poco dopo da Gaia Masetti, Vittoria Guazzini e Bryan Olivo. Il caldo ci ha sorpreso. Siamo venuti su con la valigia invernale, invece la temperatura sul lago si avvicina ai trenta gradi. Il tempo di guardarsi intorno e dal fondo della strada arrivano prima Affini e poi Ganna.

Gli azzurri hanno ultimato il sopralluogo a strade chiuse sul percorso della cronometro e finalmente si sono potuti fare un’idea delle curve, delle salite e delle discese. L’ultima, quella che dalla collina riporta sul lago, fa paura. Lo avevamo detto anche quando venimmo con i tecnici per il sopralluogo, ma vederla dalle appendici di una bici da crono è stato ben altro.

Velo è soddisfatto per il morale degli azzurri, meno per il percorso
Velo è soddisfatto per il morale degli azzurri, meno per il percorso

«Il percorso è bellissimo – dice Velo – e sicuramente non è disegnato sulle caratteristiche né di Pippo né di Edo. Però è così per tutti. L’inizio della seconda parte di gara è piuttosto impegnativo, ma quel che colpisce è la discesa molto pericolosa, aggiungerei da pazzi per una crono. Non condivido la scelta dell’UCI, perché è troppo troppo rischiosa. Non è assolutamente accettabile una decisione del genere in una prova in cui si raggiungono i 100 all’ora su una stradina stretta. Spero che alla fine andrà tutto bene. Bisogna stare concentrati in tutta la cronometro. I ragazzi hanno provato per due volte la discesa dopo la salita più lunga. Ci sono curve, non solo in quella discesa, in cui stare attenti. Non sono pericolosissime, però sapete anche voi che quando si è in gara si cerca sempre il limite, quindi è un attimo andare oltre. Per cui servirà massima prudenza».

Affini e la nuova Cervélo

Affini ha finito di rispondere a un’intervista in olandese, che mastica davvero bene. Del resto da prima dell’estate, Edoardo si è trasferito a casa della compagna olandese e persino il numero di telefono ha preso il prefisso di lassù. La nuova Cervélo celebra la vittoria ai campionati europei e anche se il percorso iridato non fa per lui, l’atteggiamento è costruttivo.

«E’ più dura degli europei – spiega Affini – ovviamente anche più lunga. Sono 46 chilometri, sicuramente una distanza importante, come è giusto che sia per un campionato del mondo. Ci sarà da gestirlo molto bene, perché c’è la prima parte è veloce, la parte centrale ha più dislivello e lì ci sarà da distribuire bene le energie senza esagerare troppo. Infatti poi nella parte finale, negli ultimi 12 chilometri lungo il lago se si è ancora in spinta, si può fare ancora la differenza.

«La vittoria degli europei mi ha dato una bella botta di morale. Allo stesso tempo non mi ha cambiato, la forma penso che sia più o meno la stessa. In una settimana bene o male non dovrebbe essere molto differente. Speriamo di avere la giornata giusta e cercherò di fare una bella crono. In questa settimana ho cercato di recuperare il più possibile. Lunedì e martedì proprio due girettini, veramente tranquilli. Mercoledì e giovedì un paio di allenamenti un po’ più seri sulla bici da crono, ma niente di esagerato, perché comunque il carico importante è stato fatto alla Vuelta. Quindi ora il discorso era più cercare di recuperare le energie e fare gli ultimi ritocchi».

La voglia di Ganna

Passano Evenepoel con la sua bici d’oro e subito dopo Roglic, quando ci avviciniamo a Pippo Ganna. Velo lo ha descritto come un corridore ritrovato, lui ha parlato di grande scommessa per non chiudere prima la stagione. E’ tirato e molto rilassato, si vede che sta ancora ragionando sul percorso che ha appena scoperto, dopo averlo assaggiato ieri per la prima volta col traffico aperto.

«Sarà una gara dura – dice – e bisognerà capire bene come gestirla. Ci sono tre strappi impegnativi, brevi ma impegnativi. Il mio favorito è Remco, vediamo quanto distacco ci darà. Ho passato l’ultimo periodo fra alti e bassi. Diciamo che c’erano due scelte: rivederci al 2025 oppure provare a rimettersi in gioco e arrivare qua. Ho scelto la seconda e ci stiamo riprovando. Vediamo domani come si taglierà quell’arrivo, quale sarà il risultato finale. Mi sento bene, dai, fa anche caldo, è una bella giornata. Domani dovrebbe essere simile, quindi il morale è alto. Non dovrei fare scelte tecniche particolari. Per fortuna ieri hanno pulito l’ultima parte pianeggiante di strada prima della discesa ripida. Diciamo che la scelta di fare quel settore non credo sia stata delle più azzeccate, però è uguale per tutti e vedremo.

Ganna torna alle gare dopo il ritito dal Renewi Tour: avrà recuperato dal momento di difficoltà post olimpico?
Ganna torna alle gare dopo il ritito dal Renewi Tour: avrà recuperato dal momento di difficoltà post olimpico?

Poi si volta verso Affini, che parla acanto a lui e un pensiero è per il compagno di nazionale. «Come ho già detto, Edo si è meritato l’europeo. Siamo in camera insieme dai mondiali di Firenze, quindi riuscire a vederlo sul tetto d’Europa con quei colori addosso mi riempie il cuore. E’ un amico e se lo merita. Quando ai miei europei… Gia dal Deutschland Tour avevo capito che era meglio fare una pausa, però ho tenuto duro perché ovviamente bisogna onorare anche la maglia della squadra. E così siamo arrivati qui, non guardiamo il passato, vediamo il futuro. Ma una cosa del futuro voglio dirla. I mondiali pista ce li vediamo insieme in tribuna con una birretta in mano…».

L’ironia della “Guazz”

Si avvia verso il parcheggio delle ammiraglie per tornare all’hotel degli azzurri, che si trova fra il centro e l’aeroporto. Poco prima che arrivassero i ragazzi, avevamo scambiato due battute con Gaia Masetti e Vittoria Guazzini. La prima si era soffermata sull’asfalto malconcio di quella discesa veloce e stretta, la secondo invece stava cercando lo stimolo giusto per sorridere di questo percorso così lontano dalle sue caratteristiche.

Masetti, Olivo e Guazzini: donne elite e under 23 hanno concuso il sopralluogo poco prima dei pro’
Masetti, Olivo e Guazzini: donne elite e under 23 hanno concuso il sopralluogo poco prima dei pro’

«E’ molto impegnativo – ha detto la campionessa olimpica della madison – anche se gli ultimi 12 chilometri sono belli filanti qui sul lago. Però prima tra salite e discese, non c’era un attimo tranquillo dal punto di vista altimetrico e per le discese impegnative. Soprattutto l’ultima, prima di girare sul lago. Quindi sarà importante stare attenti, non prendere troppi rischi e poi spingere dove si può spingere. Ma se devo dire, per quello che ho visto, non è un percorso per me. Però ci provo, è pur sempre un campionato del mondo».

Zurigo scorre fuori, imprigionata con il suo lusso nei sensi unici e le strade chiuse. Inizia la settimana dei mondiali, noi siamo quassù. Proveremo a raccontarvi tutto. E se qualcosa dovesse restare fuori, lo porteremo via e lo approfondiremo poi.

Il Canada di Zambanini, interpretato da leader del team

21.09.2024
6 min
Salva

Neanche il tempo di tornare a casa dalla trasferta transatlantica, che Edoardo Zambanini ha trovato ad attenderlo la convocazione per i mondiali, cosa di non poco conto per un ventitreenne e con essa interviste, fari dell’attenzione puntati addosso e tante attese. Merito anche dei piazzamenti ottenuti nella doppia tappa canadese del WorldTour e in generale di una stagione vissuta sempre più da protagonista.

In Canada si è avuta netta la percezione del cambio di passo del corridore di Riva del Garda, non più semplice gregario alla Bahrain Victorious, ma corridore sul quale il team inizia a fare affidamento anche come finalizzatore. Zambanini alle due corse americane teneva particolarmente e si è visto.

Per Zambanini finora 73 giorni di gara, con ben 14 Top 10 e tanti podi. Una crescita notevole
Per Zambanini finora 73 giorni di gara, con ben 14 Top 10 e tanti podi. Una crescita notevole

«Sono due prove che mi piacciono particolarmente – racconta – ero già stato lì lo scorso anno ma avevo preso la bronchite e non me le sono godute fino in fondo. Anche per questo con il team avevamo deciso d’inserirle. E’ stata un’esperienza bella, che mi porto nel cuore e che mi ha confermato come sia sempre più portato anche per le gare d’un giorno. Una trasferta che mi è piaciuta tantissimo anche perché era davvero un bel gruppo, il nostro, dove ci siamo impegnati ma soprattutto divertiti».

Una trasferta vissuta con ruoli differenti rispetto al solito…

Effettivamente il team mi ha dato fiducia e di questo non posso che essere grato. Sono partito per il Canada direttamente dal Tour of Britain dove pure avevo colto risultati molto buoni, tra cui anche un podio e sulla base di quello nel team si è deciso di darmi responsabilità. E’ davvero bellissimo vedere i compagni che corrono per te, che ti aiutano a rimanere nelle prime posizioni del gruppo, è un impegno che comporta anche il dovere ma anche la voglia di ripagare tanti sforzi.

Al Tour of Britain Zambanini ha chiuso 3° a Barnsley, finendo 7° nella generale
Al Tour of Britain Zambanini ha chiuso 3° a Barnsley, finendo 7° nella generale
Come ti trovi ad essere tu a dover gestire la squadra?

Devo prenderci le misure… Per i primi due anni alla Bahrain ho fatto gavetta com’era giusto che sia, ho corso per gli altri imparando e sacrificandomi, ora vedo che la fiducia nei miei confronti sta crescendo. Prima della corsa nella riunione si stabiliscono i compiti e non senza sorpresa ho appreso che per il GP du Quebec io sarei stato leader insieme a Mohoric. La gara è stata strana con Bilbao che doveva tirargli la volata, ma si è accorto di avere dietro Pogacar e così hanno preferito desistere, io avevo seguito un’altra strada.

E a Montreal?

Avevo un ruolo libero. Lì i finalizzatori dovevano essere Buitrago e Bilbao, ma il primo ha perso presto il treno giusto. Così nel finale io e Pello scattavamo a turno, poi quando è andato via Pogacar, Bilbao è riuscito a evadere dal gruppo conquistando una bella piazza d’onore, io ho fatto la volata del gruppo conquistando la seconda Top 10 consecutiva.

Zambanini con Pello Bilbao, secondo a Montreal a 24″ da Pogacar. L’azzurro ha chiuso 9° a 40″
Zambanini con Pello Bilbao, secondo a Montreal a 24″ da Pogacar. L’azzurro ha chiuso 9° a 40″
Due piazzamenti nei primi 10 in due classiche del WorldTour a distanza di 48 ore non sono cosa da poco…

Infatti sono molto soddisfatto, sapevo di essere in una buona condizione ma portare a casa un risultato non è mai scontato. Anche perché si trattava di due gare di altissimo livello, con partecipazione di grandi corridori, il che accresce il valore dei miei piazzamenti.

Fra le due gare quale ti piace di più?

Forse quella di Montreal, perché è a chiusura della carriera ed è più seguita, nel circuito si corre praticamente immersi fra le persone, è un’atmosfera inebriante. Si vede che ci tengono tantissimo, non capita spesso di vedere gare con un simile seguito. Spesso si finisce in volata, ma sono entrambe molto lottate, poi quest’anno la Uae ha imposto un controllo ferreo, a Quebec City la corsa si è messa in maniera più caotica, a Montreal Tadej ha imposto la sua legge.

Il trentino aveva corso in Canada anche lo scorso anno, ma la bronchite non gli aveva permesso di incidere
Il trentino aveva corso in Canada anche lo scorso anno, ma la bronchite non gli aveva permesso di incidere
Nella tua scala dei valori privilegi sempre le corse a tappe o ci hai ripensato?

Le gare a tappe sono sempre le mie preferite perché ho doti di resistenza e recupero non comuni, si è visto anche al Tour of Britain. Quest’anno però mi trovo bene anche nelle classiche d’un giorno e questo credo sia perché d’inverno mi sono allenato senza intoppi e ho avuto una stagione finora lineare, a differenza delle due precedenti dove c’erano sempre problemi di salute. Mi sto evolvendo. Prima ad esempio sfruttavo solo le mie fibre veloci, ma ho lavorato molto in salita e ora le due cose si compensano come deve essere se si vuole emergere.

Il team come hai detto tu si fida, non sei più uno dei tanti italiani approdati in un team WorldTour a lavorare per gli altri. La cosa ti ha mai creato disagio, soprattutto il vedere altri, tutti stranieri a lottare per le prime posizioni quando la gara entrava nel vivo?

So che si parla molto degli italiani relegati ai margini, di questo ne discutiamo anche nel gruppo, ma chi è più anziano di me dice che il livello generale si è alzato. Con gli stessi wattaggi, solo un paio d’anni fa vincevi, oggi fai fatica a piazzarti. Di questo bisogna tenerne conto. Io mi sto guadagnando la fiducia del team, mi assumo i rischi che comporta, so che devo portare risultati ma quel che conta è che ci sia un buon feeling con gli altri, il resto viene da sé.

Il neoazzurro è rimasto sorpreso dalla gran quantità di pubblico presente sulle strade canadesi
Il neoazzurro è rimasto sorpreso dalla gran quantità di pubblico presente sulle strade canadesi
Che emozione ti dà essere in nazionale?

E’ una grande responsabilità e onore, un premio agli sforzi che ho fatto e ai progressi di cui dicevo prima. La cosa che mi piace di più è arrivare in un gruppo rimettendosi tutti in discussione, correre insieme e legare con chi fino a ieri era avversario. Serve coesione, io credo che sia il primo ingrediente perché poi possano arrivare i risultati e sono convinto che nel gruppo azzurro questa coesione ci sarà.

Che cosa ti farebbe tornare da Zurigo soddisfatto?

Diciamo che vorrei fare una gara da ricordare col sorriso, chiuderla in positivo, facendo la mia parte. Non parlo di risultati, mi basta tornare a casa contento di quel che avrò fatto.

Un maltese al Matteotti: la storia di Buttigieg, stagista alla Polti

21.09.2024
5 min
Salva

Al Trofeo Matteotti, corso domenica 15 settembre e vinto da Orluis Aular della Caja Rural su Alessandro Covi, ha debuttato in maglia Polti-Kometa Aidan Buttigieg: il campione nazionale maltese. Un esordio tra i professionisti che in qualche modo ha decretato un passo in avanti del piccolo Paese che si affaccia sul Mediterraneo. La squadra di Basso e Contador ha aperto le sue porte al corridore maltese, forti anche del fatto che Visit Malta, dal 2025, sarà il secondo nome del team. Una figura che ha lavorato dietro le quinte per far sì che ciò potesse accadere è Valerio Agnoli.

Fatiche ripagate

L’ex professionista da anni collabora con Malta per far crescere il movimento ciclistico e il debutto in una gara di livello 1.1 decreta un primo traguardo raggiunto. 

«Ci siamo sentiti – spiega Agnoli – sia prima che dopo la corsa. La mattina stessa era tesissimo, mi ha ringraziato mille volte per l’occasione, ma gli ho ricordato che se è qui il merito è da attribuire alle sue qualità. Quando due anni fa gli accennavo che avrebbe potuto correre tra i grandi del ciclismo mi guardava come se fossi pazzo. Quello che abbiamo realizzato è un lavoro congiunto partito dalle sue qualità atletiche e poi dalla volontà del governo locale di migliorare l’attività nazionale».

Per Buttigieg è stata la prima gara in Italia e la prima di livello 1.1
Per Buttigieg è stata la prima gara in Italia e la prima di livello 1.1
Il Matteotti non è la gara più semplice dalla quale iniziare.

No, è tosto, lo sapevamo. Il circuito proposto è duro e Buttigieg quando mi ha visto dopo la gara mi ha detto: «Valerio, quando questi aprono il gas vanno davvero forte, specialmente in salita». D’altronde secondo e terzo sono arrivati Covi e Lutsenko, due che spingono. 

La squadra che ha detto?

Sono rimasti sorpresi dal lavoro fatto. Gli hanno dato dei compiti e li ha portati a termine bene: ha messo i compagni in posizione e ha dato un bel supporto. L’impressione è stata positiva, poi chiaro che quando hai una chance del genere dai il 101 per cento

Un debutto partito anni fa con il coinvolgimento di Visit Malta come sponsor del team?

Non del tutto. L’accordo tra Polti e Visit Malta è prettamente turistico. Non c’è alcun obbligo agonistico, per questo il debutto di Buttigieg vale a tutti gli effetti come un traguardo raggiunto da lui e le sue gambe. Io ho segnalato il ragazzo a Ivan Basso e Fran Contador, loro poi hanno chiesto tutti i dati e i test. Una volta visionato si è deciso di dargli questa occasione. Ora si trova a Varese con Restrepo e un altro compagno di squadra. Vivere il clima del team, parlare con gli atleti e i diesse è motivo di crescita ed evoluzione. Nel prossimo futuro farà Agostoni e Bernocchi il 6 e il 7 ottobre. 

Buttigieg arriva da un team continental australiano, che livello ha?

Corre per il mondo, quindi è abituato a muoversi in diversi contesti, chiaro che sono gare di un calibro inferiore. Lui vive a metà tra Malta e l’Australia, ma non ha un’attività programmata come lo avrebbe in un team professional. Capita spesso che corra una gara e poi resti fermo per un mese e mezzo dove si allena e basta. Migliorare ed emergere è difficile. 

Lo staff della Polti-Kometa ha visionato i suoi test e lo ha inserito tra gli stagisti (foto Instagram)
Lo staff della Polti-Kometa ha visionato i suoi test e lo ha inserito tra gli stagisti (foto Instagram)
E se si trova a Malta come si allena?

Se si vuole fare distanza spesso prende il traghetto, va in Sicilia, e pedala le sue 5 o 6 ore. Il ciclismo a Malta si muove e la volontà è di crescere. Sulle tre isole abitano 500 mila abitanti, è impensabile dire che non possano esserci buoni corridori, servono le strutture. 

Che tipo di rapporto c’è tra tutte le parti coinvolte?

Visit Malta è un motore per promuovere il ciclismo e il cicloturismo sull’isola, ma non a livello agonistico. Nasceranno, nel breve futuro, un bike park e altri progetti sono in via di sviluppo. Per quello che riguarda gli atleti se ne occupa la Federazione locale. La Polti-Kometa offre la conoscenza dei suoi tecnici e dello staff. Il progetto, che mi coinvolge direttamente, è di puntare sui ragazzi.

A ottobre correrà ancora in maglia Polti, prima all’Agostoni e poi alla Bernocchi (foto Instagram)
A ottobre correrà ancora in maglia Polti, prima all’Agostoni e poi alla Bernocchi (foto Instagram)
In che modo?

Portarli a correre in giro per l’Europa con la maglia della nazionale sarebbe un bel traguardo. E’ un cammino difficile ma tutto si evolve, anche le istituzioni piano piano stanno scoprendo il ciclismo. I progetti devono essere federali, portare la bici nelle scuole e far conoscere questo mondo e la sua bellezza. Sono sicuro che con l’esperienza di Buttigieg abbiamo fatto solo il primo di tanti passi. 

Il ritorno al successo di Gabburo, dopo aver visto il baratro

21.09.2024
5 min
Salva

Una vittoria attesa tre anni. Una vittoria con tanti significati, che travalicano il valore specifico della corsa, la tappa finale del Tour of Istanbul. Che pure ha presentato un parterre di buon livello con un team WorldTour (l’Astana) e 5 Professional. Una vittoria che restituisce il sorriso e un pizzico di ottimismo a Davide Gabburo, il corridore della VF Group Bardiani CSF Faizané che riassapora un gusto quasi dimenticato.

E’ curioso il fatto che la vittoria arrivi dopo tre anni sempre in Turchia. Allora ad Alanya, questa volta a Istanbul, in una corsa nuova, forse era destino, la voglia di ricominciare, di ripartire. «Ho aspettato tanto – racconta il trentunenne corridore di Bovolone – ci voleva proprio dopo tanto tempo. Mi fa ritrovare la voglia di mettermi ciclisticamente in discussione, di provarci, di non correre solamente in aiuto ai compagni».

Il podio della quarta tappa con Gabburo al centro. La corsa è stata vinta dal francese Burgaudeau
Il podio della quarta tappa con Gabburo al centro. La corsa è stata vinta dal francese Burgaudeau

La grave crisi di marzo

C’è molto in questi tre anni, tanto che bisogna fare un distinguo, fra il prima del 2024 e gli eventi di quest’anno: «Dopo la vittoria di Alanya non ero scomparso nel nulla. Basti pensare alla piazza d’onore nella tappa di Napoli al Giro del 2022, ma anche a tanti altri piazzamenti, anche fuori dai confini italiani. In quell’edizione della corsa rosa ero lì, a lottare con i migliori e davvero mancò solo un soffio per alzare le braccia al cielo».

Quest’anno però le cose sono state ben diverse: «A marzo sono stato ricoverato in ospedale per una crisi epilettica. Dopo tempo e accertamenti, dopo che la mia attività sportiva era stata bloccata, è stato acclarato che si era trattato di un episodio sincopale, probabilmente dettato da una situazione di stress. Il tutto a un mese dal Giro d’Italia che per me è tutto: non esserci potuto andare mi ha fatto crollare il mondo addosso».

Il veronese a guidare il gruppo uscendo dal ponte euroasiatico. Gabburo non si è mai risparmiato in corsa
Il veronese a guidare il gruppo uscendo dal ponte euroasiatico. Gabburo non si è mai risparmiato in corsa

Una seconda chance

Davide non lo nasconde. In quei giorni ha avuto forte la sensazione, ma si può dire anche la paura che la sua carriera di ciclista fosse finita. «Ci sono stati momenti nei quali ero preso dallo sconforto, pensavo che non avrei più potuto riprendere. So solo io quanto mi sono dovuto “sbattere” per visite mediche, per esami. Per trovare soprattutto gli appuntamenti in tempi brevi perché volevo assolutamente tornare alle corse. Per me rientrare in carovana è stato qualcosa di indefinibile, posso dire veramente che mi è stata regalata dalla vita una seconda chance e per questo mi sono gettato nell’attività con ancora più ardore, perché so bene che cosa significa non poter correre più ed è una sensazione che non voglio più vivere».

La ripresa è stata lenta, costante, impegnandosi come ha sempre fatto in favore dei compagni: «Non ho mai fatto mancare il mio appoggio, intanto però sentivo che la condizione piano piano cresceva. Poi è arrivata la prova in Turchia e già nella seconda tappa avevo capito che potevo giocarmi le mie carte, avendo colto il 4° posto in una tappa nervosa, con tanti strappi. All’ultima tappa, sotto la pioggia scrosciante, ho finalmente chiuso il cerchio».

La seconda tappa chiusa al 4° posto aveva dimostrato che il veneto era in condizione, anche in salita
La seconda tappa chiusa al 4° posto aveva dimostrato che il veneto era in condizione, anche in salita

La Turchia porta bene…

La volata ha avuto anche qualche attimo palpitante: il più temuto era il belga Timothy Dupont (Tarteletto Isorex) che però ai 400 metri ha perso il controllo della bici lasciando strada libera agli avversari: «Noi avevamo il treno pronto per Enrico Zanoncello – spiega Gabburo – ma io avevo mano libera per provarci ugualmente come alternativa e ai 300 metri sono scattato senza trovare resistenza. Finendo addirittura per staccare gli avversari (foto di apertura, ndr)».

Il Tour of Istanbul era una gara nuova nel calendario, dove la Turchia comincia a essere una destinazione abbastanza frequente per i professionisti e Gabburo ha buona esperienza nelle loro gare: «E’ un po’ diversa dalle altre. A me le corse turche piacciono molto, ma quella mostrava tutti i segnali dell’inesperienza, della confusione organizzativa. Un peccato perché i percorsi erano davvero molto belli e vari, neanche troppo facili. La prova finale ha attraversato tutti i punti principali della città, compreso il ponte euroasiatico».

Per Gabburo ora si profila la trasferta in Malaysia, per provare a ripetersi
Per Gabburo ora si profila la trasferta in Malaysia, per provare a ripetersi

Si parte per la Malesia

E ora? «Ora si continua, mercoledì si parte per il Tour de Langkawi che con le sue 8 tappe ha tante occasioni per me ma anche per gli altri, ad esempio la terza tappa con arrivo in salita è stata segnata in rosso dai responsabili della squadra. Io lavorerò per i compagni, ma so che il tracciato malese qualche occasione di volata utile anche per me la offre e vedrò di farmi trovare pronto».

Moser: «Lotta iridata a due, ma occhio a VdP e Alaphilippe»

21.09.2024
5 min
Salva

Inizia domani, con le prove a cronometro, la rassegna iridata del 2024. Pensando al grande giorno della gara elite maschile è davvero difficile immaginarsi uno scontro che non veda come protagonisti Tadej Pogacar e Remco Evenepoel. Davvero troppa la differenza fra i due dimostrata al Tour e alle Olimpiadi. E anche per questo il mondiale di Zurigo sarà un po’ la resa dei conti tra questi due fenomeni.

Tuttavia un terzo incomodo potrebbe esserci. E se sì, chi sarà? Non sarebbe la prima volta che tra i due litiganti, il terzo goda… o ci metta lo zampino. Di questo “terzo incomodo” abbiamo parlato con Moreno Moser, ex corridore e oggi uno dei commentatori di Eurosport.

Oltre a commentare per Eurosport, Moser (classe 1990) ha svolto delle mansioni per Rcs Sport
Oltre a commentare per Eurosport, Moser (classe 1990) ha svolto delle mansioni per Rcs Sport
Moreno, chi può essere dunque un terzo uomo che a Zurigo su strada se la può giocare con Pogacar e Remco?

Al pari con loro nessuno: sarò categorico, ma davvero non c’è nessuno a quel livello. Semmai appena sotto questi due atleti ci metto Primoz Roglic, lui potrebbe giocare d’astuzia. Se devo allargare il discorso, essendo un mondiale duro direi che sono in ballo un po’ tutti quelli che hanno fatto la Vuelta. Quindi potrebbe fare bene anche gente come O’Connor, Mas…. ma quando dico loro intendo che possono dare fastidio.

Un nome sul banco te lo gettiamo noi: Marc Hirschi….

In effetti è un bel po’ che non perde una corsa e certamente va annoverato, anche se non ha fatto la Vuelta. Però a questo punto se c’è Hirschi allora dico che oltre a quei due, c’è un’incognita: Mathieu Van der Poel.

Dici? Non è un po’ duro per lui?

E’ vero: è duro. Ma le salite non sono super lunghe e non scordiamoci che lui si sa nascondere e preparare alla grande. Guardate che europeo che ha corso, quanto andava forte. Forse ha esagerato perché non aveva nulla da perdere.

Van der Poel, campione in carica, potrà essere la vera incognita a Zurigo
Van der Poel, campione in carica, potrà essere la vera incognita a Zurigo
Pensi che abbia esagerato anche per fare la gamba in una corsa comunque molto lunga in vista del mondiale?

I suoi attacchi non erano quelli di uno che è lì per allenarsi. Certo, ha provato a correre da protagonista, davanti per poi vedere quel che succedeva. Una cosa è certa: contro gente come Pogacar o Remco servono i super motori.

Insomma discorso a due?

In questo momento è davvero difficile battere uno come Tadej e trovare dei nomi che possano davvero fargli spavento. Se non succede qualcosa di particolare è difficile che qualcuno possa batterlo. E anche nello scontro con Evenepoel lo vedo favorito. Anche perché per la prima volta Remco non avrà neanche Van Aert al suo fianco: la pressione e i giochi di squadra del Belgio saranno tutti su di lui e per lui. Remco spesso vince attaccando da lontano, lontano… ma non credo che possa farlo al mondiale. Se si trova con Tadej, via da solo non ci va. Sì, può provarci, ma la vedo difficile.

Insomma la tua idea è chiara: Pogacar favorito, Remco primo e forse unico contendente, e poi c’è l’incognita Van der Poel.

Esatto. VdP non lo metto né tra gli outsider, né tra i favoriti. Lui è una mina vagante, anche perché bisognerà vedere come correranno. Fatti questi tre nomi: nell’ordine ci sono: Alaphilippe, Roglic, Pello Bilbao, Hirschi, Jorgenson (nella foto di apertura vicino ad Alaphilippe), Skjelmose. Anche le gare canadesi hanno detto molto sugli stati di forma.

Hirschi corre in casa: è motivato e in grande forma. In un mondiale altrettando duro, quello di Imola 2020, è arrivato terzo
Hirschi corre in casa: è motivato e in grande forma. In un mondiale altrettando duro, quello di Imola 2020, è arrivato terzo
Alaphilippe lo metti molto in alto: perché?

Perché in Canada, come detto, Alaphilippe si è mosso bene, un po’ forse anche per dargli un po’ di fiducia e poi perché è un corridore esperto che certe gare le sa affrontare. Mi dà più garanzie di altri avendo già vinto due mondiali.

Hirschi: correre in casa sarà più una spinta o una pressione per lui?

Credo che questo ragazzo saprà gestire bene la pressione…

Prima hai accennato al modo di correre: come si dovrebbe gareggiare per battere Pogacar e Remco?

Sicuramente provando a sfruttare la squadra e provare da lontano… Ma lontano, lontano: tipo a 100 e passa dall’arrivo. Deve essere proprio qualcosa di diverso, d’inaspettato. Magari va via un gruppetto di dieci buoni atleti e uno dei nomi fatti riesce ad inserirsi. Poi magari chiudere diventa complicato, tanto più che Mohoric, l’unico vero uomo che nel finale poteva tirare per Pogacar, non ci sarà…

Dici che Tratnik, uomo di Roglic, non lo farà? 

No, no anche lui… è serio. Ma io intendevo più nelle fasi calde.

Potrebbe essere il compagno Roglic il vero nemico di Pogacar? Eccoli con la maglia della Slovenia al mondiale di Imola 2020
Potrebbe essere il compagno Roglic il vero nemico di Pogacar? Eccoli con la maglia della Slovenia al mondiale di Imola 2020
Ecco, a proposito di Slovenia. Come la vedi con due capitani super: Roglic e Pogacar?

Eh – sospira Moser – Roglic potrebbe essere il grande problema di Pogacar. Se in quell’azione di quel drappello che dicevamo c’è dentro Primoz, dietro Tadej non tira. La fuga va via e poi magari Roglic neanche vince. Se fossi in Pogacar, Roglic me lo terrei vicino e lo farei tiare per me.

Ma questo non spetta al tecnico sloveno?

Io penso che se vuole si fa quel che dice Pogacar. Se fossi il tecnico sloveno darei totale appoggio a Pogacar. Anche perché Roglic è forte, magari è in giornata e stacca tutti, ma gli capita spesso anche di non esserlo, di scivolare… non dà poi tutte queste garanzie. Non è come Remco con Van Aert, che comunque le corse le sa vincere.

Dal ginocchio ko al ritorno ruggente: la pazza stagione di De Kleijn

20.09.2024
4 min
Salva

Fino alla primavera aveva corso molto e aveva anche vinto, poi quasi di colpo Arvid De Kleijn è sparito, salvo rivederlo in gara sul finire dell’estate e di nuovo tornare a sfrecciare come una moto. Per il corridore del Tudor Pro Cycling Team, sono arrivate infatti due vittorie.

Cosa è successo a questo potente trentenne olandese ce lo dice il suo direttore sportivo, Sylvain Blanquefort. Un diesse al quale lo stesso De Kleijn è molto legato, visto che lo aveva già guidato alla Swiss Racing Academy, prima che diventasse Tudor. E sempre lui lo ha voluto nel team professionistico quando nel 2022 stava nascendo l’attuale team.

Il direttore sportivo Sylvain Blanquefort (classe 1985) è un ex corridore. E’ in questo gruppo sin dai tempi della Swiss Racing Academy
Sylvain Blanquefort (classe 1985) è un ex corridore. E’ in questo gruppo sin dai tempi della Swiss Racing Academy

Un errore banale

«Arvid – racconta Blanquefort – ha subito un trauma al ginocchio durante un ritiro in quota ad aprile con la squadra. Ci è voluto molto tempo per risolvere questo infortunio. Il team è rimasto molto attento alla sua situazione. Lo ha supportato nel miglior modo possibile nel suo processo di guarigione con un costante controllo da parte dei medici della squadra».

Proprio De Kleijn a suo tempo aveva parlato di uno errore sciocco. Aveva sbattuto con il ginocchio sul manubrio danneggiando la parte ossea della rotula, a quanto pare. Questo ha compromesso gran parte della sua stagione. Ma l’atlelta di Herveld, cittadina ad un centinaio di chilometri a Sud-Est di Amsterdam, non si è perso d’animo.

«Come per tutti i corridori, questi non sono mai momenti facili – ha ripreso Blanquefort – soprattutto perché l’infortunio è arrivato in un periodo con tante gare in programma e tante possibilità di vincere. Ma Arvid è un corridore esperto, ha saputo gestire bene la frustrazione ed è stato paziente per il suo ritorno».

Tutta la potenza di Arvid De Kleijn: 171 cm per 68 chili
Tutta la potenza di Arvid De Kleijn: 171 cm per 68 chili

Ritorno da leone

Un problema del ciclismo attuale è che se perdi il treno per infortuni relativamente lungh,i poi recuperare è un bel “casotto”. L’olandese non ha corso dalla Scheldeprijs del 3 aprile, fino alla crono inaugurale del Giro di Danimarca del 14 agosto. Ma questo sembra non aver scalfito De Kleijn, anche se parliamo di un velocista. Magari in tal senso va peggio allo scalatore.

Ancora Blanquefort: «Per il suo recupero, abbiamo fatto un training camp di allenamento in quota con tutta la squadra a Khutai (in Austria, ndr) a luglio per prepararci al meglio alla seconda parte di stagione. Questo blocco di lavoro è stato davvero buono per lui e la via del suo recupero. La squadra gli ha concesso ancora un po’ di tempo per lavorare prima di tornare a correre, cosa che è avvenuta al Giro di Danimarca. Ne è uscito frustrato, perché aveva la possibilità di vincere una tappa».

Ma evidentemente non è facile neanche per lo sprinter ritrovare il colpo di pedale, la brillantezza per poterla sfruttare su un lotto di avversari che ormai è altissimo in ogni gara del calendario WorldTour e non.

«Il GP Fourmies (che Arvid ha vinto, ndr) ha segnato l’inizio di una lunga serie di gare con sprint di questo finale di stagione. Ed in queste competizioni che De Kleijn vuole essere protagonista e fare il più possibile da qua fine anno».

Con Blanquefort si parla anche dell’europeo, che proponeva un tracciato piuttosto adatto alle caratteristiche di De Kleijn, ma il diesse sostiene che certe scelte spettano al tecnico della nazionale olandese. «Tra l’altro in Olanda ci sono grandi velocisti e Arvid era appena tornato alle corse. Era davvero complicato per lui far parte di quella selezione».

Secondo Blanquefort, De Kleijn è un vero uomo squadra
Secondo Blanquefort, De Kleijn è un vero uomo squadra

De Kleijn leader

In questi giorni, a diversi media olandesi De Kleijn ha anticipato un po’ le sue ambizioni per l’anno che verrà. Dopo la vittoria ad Isbergues, tra l’altro arrivata in modo inaspettato – era caduto, si è rialzato, ha vinto allo sprint con tanto di esultanza limitata dal mal di schiena (nella foto di apertura, ndr) – Arvid ha detto di voler prendere finalmente parte al suo primo grande Giro. Potremmo così vederlo in Italia o, perché no, al Tour de France, che sembra aprire le porte alla squadra svizzera. Intanto da qui a fine stagione lo vedremo impegnato al Kampioenschap van Vlaanderen, alla Gooikse Pijl e al Tour del Langkawi.

«Arvid – va avanti Blanquefort – è uno sprinter puro. E’ davvero molto veloce. Nelle gare che finiscono in volata ormai è sempre uno dei favoriti. Dallo scorso anno la squadra è stata anche in grado di mettergli un treno a disposizione. Gli automatismi con i giovani corridori del treno sono buoni e loro stessi stanno progredendo e questo offre migliori possibilità ad Arvid.

«Una sua caratteristica che apprezzo? E’ un vero leader con il suo gruppo. Dopo una vittoria o una gara andata meno bene, ha sempre le parole giuste e cerca di motivare tutti per il giorno successivo. E’ una persona molto diretta e di altissima qualità».

Teutenberg: «Realini cresce, ma non pressatela troppo…»

20.09.2024
4 min
Salva

Terzo posto al Giro di Romandia, a poca distanza dai due mostri sacri della Sd Worx Lotte Kopecki e Demi Vollering. E quei 46” di margine in classifica danno l’idea che il divario fra le primedonne del ciclismo mondiale e Gaia Realini si vada assottigliando sempre più. Per dare la giusta misura alla sua prestazione, era importante sentire direttamente il parere di chi la sta seguendo con grande attenzione, anche dall’alto della sua profonda esperienza come campionessa delle due ruote: Ina Yoko Teutenberg, la sua diesse.

Il podio del Romandia con Realini insieme a due mostri sacri come Vollering (da sinistra) e Kopecki
Il podio del Romandia con Realini insieme a due mostri sacri come Vollering (da sinistra) e Kopecki

Pur mantenendo saldamente i piedi per terra, la Teutenberg sa di avere per le mani un gioiello e giudica molto positivamente la sua prestazione elvetica: «E’ tutto merito suo. Ma più che guardare il risultato fine a se stesso, io sono abituata a giudicare la prestazione nel suo complesso. E i segnali sono stati importanti, nel senso che ha fatto bene, che in salita si è dimostrata superiore a quasi tutte e quel quasi comprende campionesse come Garcia e Labous finite alle sue spalle».

La sensazione è che rispetto a Kopecki e Vollering, le specialiste della SD Worx, il divario si sia ridotto e che l’italiana sia sempre più competitiva. Sei di questo avviso?

Io sono ottimista, credo che effettivamente Gaia stia migliorando sensibilmente, anche se le due campionesse in questione sono ancora superiori. Io dico che lei può fare tutto se ci mette la testa, ossia ci crede prima di tutto lei. E’ un processo in evoluzione, con l’età che è dalla sua parte.

Realini ha saputo mettere alla frusta le più blasonate avversarie della Sd Worx
Realini ha saputo mettere alla frusta le più blasonate avversarie della Sd Worx
Secondo te proprio considerando la giovane età della Realini, quali margini di crescita ha?

Penso che ci sia ancora un grande margine di miglioramento, come le tecniche di gara, il posizionamento nel gruppo e tutto il resto. E come dici tu, è ancora giovane. Deve imparare a gestire la pressione perché solo l’anno scorso è uscita dall’ombra. Quest’anno c’è un po’ più di attenzione su di lei, deve farci l’abitudine. Ma ha 23 anni, crescerà, continuando a lavorare sodo.

Il suo punto debole sono le discese, pensate di fare lavori specifici per la prossima stagione?

Ci sta già lavorando e noi con lei, ci stiamo focalizzando sul problema. Che, non dobbiamo dimenticarlo, ha un po’ a che fare anche con le sue dimensioni. Voglio dire, è davvero piccola e non riesce a vedere molto nel gruppo, per questo accennavo prima al discorso del posizionamento. Ma ci sta lavorando, ci tiene molto e se guardate bene le sue prestazioni anche al Giro d’Italia, è già migliorata. Ci arriverà. Fa tutto parte del gioco.

La marchigiana ha finora colto il 7° posto al Giro e il 5° al Tour, confermandosi portata per le grandi corse a tappe
La marchigiana ha finora colto il 7° posto al Giro e il 5° al Tour, confermandosi portata per le grandi corse a tappe
In questo momento la Realini è più competitiva nelle corse a tappe di 3-4 giorni o il numero di tappe non influisce sul suo rendimento?

Non credo che influisca. Voglio dire, ha avuto qualche piccolo disagio al Tour de France, ma c’erano un paio di corridori più grandi lì, in un grande evento. Non credo che la durata faccia la differenza, le sue doti di recupero ci sono, comprovate dai dati, anche al Tour è andata in crescendo e nell’ultima tappa sull’Alpe d’Huez è stata protagonista.

Gli arrivi di Markus e Fisher Black sono pensati anche per aiutarla nelle corse a tappe?

Difficile rispondere. Voglio dire, penso che vedremo cosa succederà l’anno prossimo, cosa faremo. Non posso ancora dire nulla di certo. Cosa faremo con loro, come le impiegheremo sono ragionamenti che faremo a bocce ferme. Ma io non mi focalizzerei su questo, la Realini ha già molto supporto, non le è certo mancato nelle gare di quest’anno. Quindi, voglio dire, faranno anche le loro gare a tappe e ce ne sono molte in calendario.

Per Teutenberg, l’abruzzese sta crescendo, ma c’è troppa pressione da parte della stampa italiana
Per Teutenberg, l’abruzzese sta crescendo, ma c’è troppa pressione da parte della stampa italiana
Dovendo fare un bilancio della sua stagione, sei soddisfatta?

Sì, sicuramente lo sono perché c’è stato un evidente progresso rispetto al 2023. Penso che alcuni media fanno un gran parlare di ciò che è capace o meno perché l’anno scorso ha avuto due podi. Ma è ancora giovane e in evoluzione. Io dico che vincerà quest’anno, ma penso anche che i media italiani l’abbiano celebrata troppo e le abbiano messo troppa pressione e questo non aiuta.