La lista degli otto corridori scelti da Marino Amadori per il mondiale under 23 è stata resa pubblica martedì insieme a tutte le altre dei vari cittì. I cinque nomi selezionati per la prova in linea di Zurigo sono: Giulio Pellizzari, Francesco Busatto, Davide De Pretto, Pietro Mattio e Florian Kajamini (in apertura, De Pretto e Pellizzari). A questi si aggiungono le tre riserve: Simone Gualdi, Federico Savino e Ludovico Crescioli.
Busatto sarà il terzo professionista della rosa di Amadori, dopo Pellizzari e De Pretto,De Pretto e Busatto furono rispettivamente terzo e primo alla LiegiU23 nella scorsa stagioneBusatto sarà il terzo professionista della rosa di Amadori, dopo Pellizzari e De Pretto,De Pretto e Busatto furono rispettivamente terzo e primo alla LiegiU23 nella scorsa stagione
Il solito “problema”
Tre dei cinque nomi scelti da Amadori sono già nel mondo dei professionisti, un dato che però unisce tutte le selezioni nazionali di rilievo. Chi vuole provare a vincere ha portato i migliori atleti under 23, professionisti o meno. Da quando l’UCI ha aperto queste competizioni anche ai corridori che hanno messo nelle gambe corse WorldTour le scelte diventano obbligate.
«La prima premessa che voglio fare – commenta Amadori – è che ci sono dei regolamenti e bisogna agire di conseguenza. Noi come Italia ci organizziamo per fare il massimo nella gara che assegna la maglia iridata. In una gara che vede 40 ragazzi che provengono da squadre professionistiche, noi dobbiamo agire di conseguenza per provare a essere competitivi. Con i ragazzi scelti mi auguro di esserlo, ma non sarà facile, non è che con questi andremo sicuramente a podio oppure a medaglia. Vi basti sapere che ci saranno Del Toro e Morgado, giusto per dire due nomi. Il primo ha fatto la stagione che ha fatto, mentre il secondo, al primo anno tra i professionisti, si è piazzato quinto al Fiandre. All’europeo abbiamo subito alla grande, al mondiale voglio portare una squadra che può essere protagonista».
L’ottima prova di Mattio all’Avenir gli ha aperto le porte del mondiale (foto Tour Avenir)Kajamini, vincitore della quinta tappa, è un corridore coraggioso, un bell’elemento da avere in rosa (foto Tour de l’Avenir)L’ottima prova di Mattio all’Avenir gli ha aperto le porte del mondiale (foto Tour Avenir)Kajamini, vincitore della quinta tappa, è un corridore coraggioso, un bell’elemento da avere in rosa (foto Tour de l’Avenir)
Crescere e imparare
Ne abbiamo parlato anche con Pellizzari nell’ultima intervista. Per vincere serve imparare a farlo e abituarsi a vivere determinate situazioni. Il corridore della Vf Group-Bardiani ha detto di essersi pentito per non aver corso l’Avenir. La corsa a tappe francese, che racchiude il meglio del movimento under 23, sarebbe stata un punto importante per la sua crescita.
«Il punto che mi va di sottolineare – riprende il cittì – è che noi come Italia facciamo fatica nel mondo dei professionisti. Portare ragazzi come Pellizzari, Busatto e De Pretto al mondiale under 23 può essere una bella occasione per migliorare e vivere queste gare da protagonisti. Sono corridori che tra uno o due anni magari saranno protagonisti con la nazionale maggiore e lo saranno anche grazie a questo passaggio. E’ chiaro che mi spiace lasciare fuori i vari Zamperini, Crescioli, Gualdi, Savino e gli altri che erano nella mia lista. Però la maglia azzurra va onorata e andare al mondiale per fare piazzamento da “ennesima” posizione non è ciò che merita la nazionale italiana».
Il mondiale U23 vedrà al via anche corridori che si sono distinti del WT, come Del ToroE il suo compagno di squadra Morgado, che in primavera ha colto il quinto posto al FiandreIl mondiale U23 vedrà al via anche corridori che si sono distinti del WT, come Del ToroE il suo compagno di squadra Morgado, che in primavera ha colto il quinto posto al Fiandre
Questione di equilibrio
Cinque nomi in una lista dove tanti meriterebbero spazio, ma ciò che serve è avere equilibrio per partire competitivi e ricoprire bene tutto il percorso.
«Dei cinque ragazzi – spiega Amadori – non tutti sono da ragazzi da ultimo momento e non ci sono solamente leader. E’ importante trovare il giusto compromesso. Mattio è una sicurezza, il suo Tour de l’Avenir corso sopra le righe mi ha fatto capire che potrà essere molto utile alla causa fin dal chilometro zero. Kajamini, ad esempio, è uno di quelli che non ha paura di prendere vento in faccia e anche lui all’Avenir ha fatto vedere di andare forte in salita. Poi lui è uno che attacca, da noi in Italia tanti ragazzi corrono sulle ruote per fare ottavo o quindicesimo, Kajamini invece è uno che si muove, anticipa e lotta.
«I leader – riprende – saranno Pellizzari, Busatto e De Pretto, almeno sulla carta. Li conosciamo bene e sappiamo quanto valgono. Pellizzari ha un valore, in salita, fuori dal comune e può lottare con i vari Torres, Nordhagen e Widar. De Pretto ha fatto un bell’avvicinamento, dimostrando ottime sensazioni visto anche il quarto posto al Matteotti. Busatto, infine, è colui che ha messo nelle gambe più gare di qualità in questo periodo e da dopo l’altura di luglio ha corso solamente in gare WorldTour».
In ordine due delle tre riserve scelte da Amadori: Gualdi e Crescioli. Tra gli esclusi anche il campione italiano ZamperiniIn ordine due delle tre riserve scelte da Amadori: Gualdi e Crescioli. Tra gli esclusi anche il campione italiano Zamperini
Importante vedere il percorso
Non resta che fare la valigia e imbarcarsi verso Zurigo, il 24 settembre, martedì, Amadori e i suoi arriveranno in città. Poi sarà il tempo di entrare nella “bolla iridata”.
«Il percorso è duro – conclude il cittì – ma non durissimo. Gli under 23 dovranno fare quattro giri del circuito finale, non sarà così micidiale. Vero anche che all’europeo il percorso non era proibitivo eppure i distacchi sono stati incredibili. La gara la fanno i corridori e se come all’europeo la prima ora si fa a 51 di media ci sarà da divertirsi e soffrire. Il mondiale sicuramente sarà selettivo, noi dovremo studiare bene ogni evenienza per farci trovare pronti. Partiamo martedì perché mercoledì dalle 8 alle 10 ci sarà il percorso chiuso al traffico. E’ importante vederlo visto che ci sono dei passaggi delicati in città. Provarlo in modalità gara sarà basilare».
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Il bronzo all’europeo U23 e la vittoria al GP di Stoccarda nell’arco di tre giorni non sorprendono più. Dall’inizio della stagione Eleonora Camilla Gasparrini è entrata in una nuova dimensione ed è ormai un punto fermo del UAE Team ADQ.
Tre successi stagionali a cui si aggiunge quello del campionato italiano U23 ottenuto grazie al terzo posto nella gara assoluta. La torinese di None va forte fin da gennaio dal primo sigillo a Mallorca e ha dimostrato di saper tenere la giusta forma per tanti periodi dell’anno. Non è un caso che finora sia la plurivittoriosa della sua formazione. Considerando che ci saranno tanti avvicendamenti nell’organico e che lei ha solo 22 anni, Gasparrini è proiettata ad avere più gradi da capitano nel 2025.
Gasparrini sorride guardando l’ulteriore step di crescita fatto in questa stagioneIl bronzo all’europeo U23 la soddisfa. Difficile fare di più contro una velocista pura come Van Rooijen su un percorso piattoGasparrini sorride guardando l’ulteriore step di crescita fatto in questa stagioneIl bronzo all’europeo U23 la soddisfa. Difficile fare di più contro una velocista pura come Van Rooijen su un percorso piatto
Un weekend sul podio
Giusto una settimana fa Gasparrini era vestita d’azzurro agli europei in Belgio prima di attraversare il confine per scendere nel sud della Germania indossando la maglia del club. Due gare diametralmente opposte sia per il profilo altimetrico che per l’epilogo.
«Il percorso dell’europeo – spiega Eleonora – era completamente piatto e sapevamo che le olandesi erano forti e sarebbero state molto difficili da battere, specialmente in un arrivo in volata. Infatti Van Rooijen (la medaglia d’oro, ndr) aveva già vinto in stagione battendo allo sprint più volte velociste forti come Consonni, Barbieri e Pikulik, per fare dei nomi conosciuti. Anche la sua connazionale Souren che ha fatto seconda ha uno spunto molto veloce. Le conoscevo bene, insomma. Onestamente non potevo fare di più, perciò sono contentissima del mio terzo posto».
A Stoccarda arriva la terza vittoria. Gasparrini coglie l’attimo nel finale e supera Nooijen e Meijering in un sprint a treAd inizio maggio a Morbihan il secondo sigillo. Eleonora batte la polacca Lach sullo strappo conclusivoGasparrini dimostra di essere già in palla a gennaio. Il primo successo arriva a Mallorca davanti a Ruegg e QuagliottoA Stoccarda arriva la terza vittoria. Gasparrini coglie l’attimo nel finale e supera Nooijen e Meijering in un sprint a treAd inizio maggio a Morbihan il secondo sigillo. Eleonora batte la polacca Lach sullo strappo conclusivoGasparrini dimostra di essere già in palla a gennaio. Il primo successo arriva a Mallorca davanti a Ruegg e Quagliotto
La Bastianelli al telefono
La domenica a Stoccarda, in un circuito finale che lambiva solo in minima parte quello dei campionati del mondo del 2007, Gasparrini è saltata sulle ruote giuste e ha piazzato la zampata vincente superando con una grande e lunga volata in rimonta Nooijen e Meijering, proprio due olandesi.
«Il tracciato – racconta la piemontese al quinto successo in carriera – era diverso rispetto a quello dell’anno scorso (diventando di classe 1.PRO, ndr). Forse un po’ più duro. Era ondulato e si addiceva alla perfezione alla mie caratteristiche. E’ stata una bella gara, nella quale noi della UAE abbiamo corso molto bene. Le mie compagne mi hanno aiutato e sono state bravissime. Dopo la corsa mi ha fatto molto piacere la telefonata di Marta (Bastianelli, ndr) che mi ha fatto i complimenti, senza dirmi però che anche lei a Stoccarda ci aveva vinto una gara importante (ride riferendosi al mondiale, ndr)».
Nel 2025 Gasparrini potrebbe avere più spazio come leader. Lei intanto sta lavorando su salite brevi per diventare più completaEsperienza. Da quando è passata elite nel 2021, Gasparrini ha sempre fatto gran parte della campagna del NordNel 2025 Gasparrini potrebbe avere più spazio come leader. Lei intanto sta lavorando su salite brevi per diventare più completaEsperienza. Da quando è passata elite nel 2021, Gasparrini ha sempre fatto gran parte della campagna del Nord
Asticella più in alto
Quella della cosiddetta consacrazione sarà la prossima, ma in questa annata Gasparrini ha alzato ulteriormente il livello.
«Finora è stata una stagione molto positiva – prosegue – sia in termini di vittorie e risultati, sia in termini di prestazioni. Sono soddisfatta soprattutto perché abbiamo programmato bene tutto fin dall’inizio. L’obiettivo primario era l’europeo, però sono riuscita ad andare molto bene anche prima. Sono partita forte, poi ho fatto una buona primavera nelle varie classiche. Sono contenta per il sesto posto all’Amstel e poi per la vittoria a Morbihan a inizio maggio. Avevo messo nel mirino anche il Giro Women per puntare a qualche tappa, ma ho avuto le placche in gola una settimana prima del via e quindi ho fatto quello che potevo».
Intesa. Gasparrini (qui con Wlodarczyk e Magnaldi) finalizza il lavoro delle compagne, ma spesso ricambia il lavoro per loroGasparrini ha impostato la programmazione del 2024 per avere i picchi di forma in più periodiIntesa. Gasparrini (qui con Wlodarczyk e Magnaldi) finalizza il lavoro delle compagne, ma spesso ricambia il lavoro per loroGasparrini ha impostato la programmazione del 2024 per avere i picchi di forma in più periodi
Più spazio nel 2025
Nel 2025 arriveranno nomi di rilievo alla UAE contestualmente a partenze importanti, benché non ci sia ancora alcuna conferma. Al netto di tutto, Gasparrini quest’anno si è guadagnata sul campo un ruolo più significativo. Ha dimostrato di sapersi mettere sulle proprie spalle il peso di una squadra che non ha avuto il solito e continuativo contributo dalle atlete principali per tanti motivi. Eleonora dà uno sguardo avanti ed uno indietro.
«Mi ritengo soddisfatta – conclude – del punto in cui sono adesso. Non penso di essere né troppo avanti né troppo indietro perché non mi sono mai data delle aspettative. E poi il ciclismo femminile è sempre in evoluzione. Rispetto a quando sono passata elite nel 2021 è cambiato tantissimo. Quello che si fa adesso, in termini di preparazione, magari ti faceva vincere molto di più quattro anni fa. Per me va bene così e anche per l’anno prossimo non avrò problemi a fare la gregaria alle mie compagne.»
«Certo, quest’anno la squadra mi ha dato tanta fiducia in molte corse e per il 2025 potrei avere ancora più spazio. Nel frattempo però io devo farmi trovare pronta. Sto già lavorando per migliorare su salite da 4/5 chilometri o su sforzi intensi da 10/15 minuti. Mi piacerebbe poter puntare ad una generale in brevi corse a tappe. Sicuramente non diventerò mai una scalatrice, ma sto cercando di diventare più completa».
Bennati racconta che la lista degli uomini per Zurigo era piuttosto lunga. Ha aspettato la Vuelta e le prove canadesi. E a quel punto, chiusa la parentesi degli europei, ha affinato la ricerca e tirato fuori i nove nomi per i mondiali del 29 settembre. Bagioli. Cattaneo. Ciccone. Frigo. Rota. Tiberi. Ulissi. Zambanini. Zana. Uno di loro sarà riserva.
In questi giorni un post di Alberto Bettiol conferma che il toscano si sia tirato fuori dalla mischia. Nonostante fosse anche andato a vedere il percorso, Alberto ha sentito di non avere le gambe giuste, ne ha parlato con il cittì e alla fine ha rinunciato. Un esempio per tutti i corridori, fa capire Bennati, che forse discende dalle sue stesse parole quando affrontammo insieme la disamina della corsa di Parigi.
«Un Bettiol al 100 per cento – ragiona Bennati – fa sempre comodo in una nazionale. Ho apprezzato il suo ragionamento, che può essere di esempio per chiunque si trovi in una situazione simile. Dopo questo passaggio, è nata la squadra. Non c’è un capitano designato. Ci sono corridori importanti, è una squadra omogenea e ambiziosa. Più o meno tutti possono aspirare a fare qualcosa di buono, a patto di essere uniti e avere un obiettivo chiaro. Dovremo correre da squadra e spero che saremo capaci di far divertire la gente. Non possiamo permetterci di aspettare il finale quando si muovono i grossi calibri…».
Per Bennati, il mondiale di Tiberi sarà un obiettivo, ma anche un investimentoPer Bennati, il mondiale di Tiberi sarà un obiettivo, ma anche un investimento
In effetti pensare di sfidare Pogacar, Evenepoel, forse Van der Poel e magari Roglic potrebbe sembrare un’impresona…
Credo che sarà difficile utilizzare tutti in fase di attacco. Vedremo come si metteranno le cose, però magari qualcuno dovrà sacrificarsi prima e altri si ritroveranno ad aspettare il finale. Penso che Tiberi e Ciccone potrebbero provare a tenere l’ultimo o il penultimo giro, quando si muoveranno quelli forti. In una situazione secca come la gara di un giorno, in salita non vanno tanto più piano.
Allora ti chiediamo di spiegarci le tue scelte: Bagioli, ad esempio. Forse è l’uomo da classiche più di tutti gli altri, ma quest’anno non ha brillato…
E’ vero, i risultati non sono stati dalla sua parte. Poi, come era già successo al mio primo mondiale, gli ho dato il Canada come ultimo test. Nel 2022 fece terzo a Montreal, quest’anno è andato ugualmente molto forte. Non si è piazzato, però mi hanno detto tutti che andava forte e soprattutto facile. E’ arrivato davanti. Ci ho parlato un mese fa. Gli ho chiesto se avesse mollato o pensasse di esserci per il finale di stagione e lui mi ha detto di essere motivato. Per questo mi sono sentito di dargli fiducia, perché ritengo che sia un corridore importante per questo tipo di corse. Va forte in salita e tra tutti quelli che ho convocato, sicuramente insieme a Diego Ulissi, è il più veloce.
Bagioli si è guadagnato la convocazione dopo le prove nelle gare canadesiBagioli si è guadagnato la convocazione dopo le prove nelle gare canadesi
Parliamo di Diego, allora, e della solita storia che nelle corse lunghe si spegne.
Secondo me non dobbiamo più pensarci. Diego ha 35 anni, è più maturo e penso che ci sia sempre una prima volta in cui dimostrare di essere all’altezza. E poi diciamo una cosa sui mondiali che abbiamo fatto insieme: lui era fra quelli chiamati prima di tutti ad aprire la corsa, chiunque alla fine sarebbe stato stanco. Stamattina ho letto che Ulissi sarà capitano, ma facciamo chiarezza sul termine. Il capitano non è per forza quello che fa risultato. Diego in questo mondiale sarà il capitano, il regista in corsa insieme a Cattaneo. Però secondo me possiamo utilizzarlo in vari modi. Come regista, appunto, e come attaccante da metà gara in poi. Ulissi nella fuga giusta può preoccupare ben più di un avversario. E poi qualche anno fa anche lui vinse in Canada.
Al Giro del Lussemburgo stiamo vedendo un Tiberi in palla. Oggi c’è una tappa dura che potrebbe essere un bel test per Zurigo?
Anzitutto credo sia giusto che Tiberi ci sia a questo mondiale. Soprattutto in prospettiva, è giusto che faccia esperienza e inizi ad assaporare questo tipo di emozioni. Anche perché, pensando al mondiale del prossimo anno, in Rwanda si correrà in quota e potrebbe essere una sfida tra quelli che si giocano i Grandi Giri. Attenzione però, quest’anno non verrà per fare la comparsa, io conto che possa essere tra i protagonisti.
Ulissi ha già corso sette mondiali da pro’, dopo averne vinti due da juniorUlissi ha già corso sette mondiali da pro’, dopo averne vinti due da junior
Zambanini è stato il miglior italiano in entrambe le prove del Canada, in che ruolo lo immagini?
Per lui vale lo stesso discorso di Tiberi. E’ un corridore giovane e quest’anno ha avuto una stagione continua, è andato forte dall’inizio e va ancora molto bene. Credo che stia raggiungendo il suo picco di forma e mi sembrava giusto portarlo. Non sappiamo fin dove può arrivare. Da giovane aveva fatto qualche risultato, ma non era sicuramente tra i più forti. Sta vivendo una crescita graduale che mi piace e come ragazzo credo che sia molto valido.
Allora adesso parliamo di Ciccone, che si è ritirato dalla Vuelta e poi non lo abbiamo più visto…
Si è ritirato perché aveva un dolore al ginocchio, però dopo aver fatto qualche giorno di stacco è ripartito. Siamo rimasti sempre in contatto. Giulio è sempre stato super motivato per questo mondiale. Ovviamente non abbiamo il riscontro delle competizioni, però mi ha detto che preferisce preparare un appuntamento così importante allenandosi, piuttosto che andando a correre. E infatti sta facendo un grande lavoro con Bartoli. Non è andato in altura, perché non c’erano i tempi tecnici, per cui si è allenato a casa.
Zambanini continua a crescere: nelle prove canadesi è stato il primo italianoZambanini continua a crescere: nelle prove canadesi è stato il primo italiano
Un altro nella stessa situazione è Rota: anche lui ritirato alla Vuelta, poi volato in Canada. Ricordiamo il bel mondiale di Wollongong…
Rota sarà a Zurigo perché ho la certezza che sia motivato e mi fido di quello che mi dice. Me l’ha dimostrato negli anni scorsi. Alla Vuelta stava andando bene poi purtroppo è caduto e anche lui ha avuto male al ginocchio. Ha fatto una settimana di recupero, si è ripreparato ed è andato in Canada. Non è stato brillantissimo, non è arrivato davanti come Bagioli, però ha una condizione in crescita e ritengo che sia un corridore solido per questo tipo di competizione. Io credo che possa svolgere il ruolo che gli darò, come ha sempre fatto. E’ uno dei miei uomini di fiducia e ho voluto dargli fiducia anche quest’anno.
Rispetto alle convocazioni di una volta, in cui c’erano le indicative, sembra che ora molto si basi sul dialogo e sulla condivisione delle preparazioni.
Sì, deve esserci molto dialogo perché il ciclismo da questo punto di vista è cambiato, grazie ai nuovi metodi di allenamento. Anche a me viene difficile perché vengo da un altro periodo in cui i corridori avevano bisogno di fare più gare di avvicinamento per preparare l’appuntamento. Ho fatto fatica a entrare in questa ottica, però adesso obiettivamente le cose funzionano così. E’ anche soggettivo. Bettiol appartiene a una generazione un po’ più vicina alla mia e ha bisogno di correre prima di arrivare all’appuntamento. Invece la maggior parte di quelli che ci sono adesso e sono più giovani, preferiscono correre meno e prepararsi meglio.
Per Rota il terzo mondiale sui tre nella gestione Bennati: la fiducia è al massimoPer Rota il terzo mondiale sui tre nella gestione Bennati: la fiducia è al massimo
Quale ruolo immagini per Cattaneo?
Me lo posso giocare in vari modi. Magari non mi può dare garanzia di risultato, però per tirare o entrare in fuga e aiutare un compagno, può fare il lavoro di due. Mattia sta andando particolarmente forte, anche perché quest’anno è stato fermo a lungo e adesso è carico di energie. Alla Vuelta è andato benissimo e sono convinto che al mondiale sarà una pedina davvero fondamentale per tutto il gruppo. E’ un corridore esperto, vede la corsa e sa gestire tante situazioni che fanno parte del suo repertorio perché è abituato a lavorare per i grandi campioni. Accanto a lui potrebbe muoversi Marco Frigo, anche lui reduce dalla Vuelta. E’ uno che non ha paura di far fatica e abbiamo visto che sa anche inserirsi nelle fughe.
E poi c’è Zana, che portasti al tuo primo mondiale per rispetto verso la maglia tricolore, attirandoti anche qualche critica.
Se trova la giornata giusta, Pippo può arrivare davanti. Alla Vuelta ha fatto un bel secondo di tappa, però mi aspettavo che ci riprovasse. A fine Vuelta non ero tanto sicuro di convocarlo, finché ho parlato con Pinotti che è il suo preparatore. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto vederlo in una gara dopo la Vuelta, per capire se ne fosse uscito davvero bene. E così all’ultimo lo hanno inserito al Matteotti e mi hanno confermato tutti che ha fatto due belle sparate. E’ rientrato su un’azione davanti e poi ha tirato la volata a De Pretto, però non cercavo il risultato quanto la conferma che la condizione ci fosse.
Zurigo sarà il terzo mondiale di cittì Bennati, dopo Wollongong e GlasgowZurigo sarà il terzo mondiale di cittì Bennati, dopo Wollongong e Glasgow
Ultima cosa, non marginale, ancora una volta correranno senza avere le radio. Il tuo ruolo di fatto si ferma alla riunione del mattino e alle poche info che eventualmente puoi fargli arrivare…
Non avere la radio agli europei, vedergli fare quello che avevamo deciso di non fare e non poter intervenite è stato frustrante. Non poter dare indicazioni in tempo reale per me è deprimente. Sono convinto che avere la radio e guidare la squadra in tempo reale contro un corridore come Pogacar sarebbe già difficile, ma almeno ti darebbe la tranquillità di essere presente. Perché in certe situazioni non è solo una questione di gambe, ma anche di convinzione. Puoi cogliere l’attimo oppure gestire delle situazioni che da terra non puoi gestire e non puoi nemmeno cambiare. Puoi mettere chi vuoi lungo il percorso, ma cosa gli comunichi? Il tempo, il distacco, oppure quando hai un minuto di ritardo gli dici di andare a tutta per rientrare? Sono messaggi che più o meno lasciano il tempo che trovano. Qualcosa puoi fare, però è sempre molto complicato.
Quando partite?
Giovedì ci troviamo a Lomazzo, in provincia di Como. Facciamo un giretto al pomeriggio e il giorno dopo andiamo su in autostrada.
Quando lo raggiungiamo al telefono, Tomas Van der Spiegel è incastrato nel traffico di Bruxelles che al mattino è qualcosa di pazzesco. Lui dice che somiglia a quello di Milano e lo prendiamo subito per buono. L’amministratore delegato di Flanders Classics va sempre a mille. E così, dopo aver organizzato con il suo team i recenti campionati europei di Limburg 2024, ora fa rotta sugli europei gravel di Asiago del 13 ottobre, prima che arrivi come un tornado la stagione del ciclocross.
Il motivo della chiamata è proprio la gara di Asiago,dopola reazione di Mattia De Marchiche, parlando a nome degli specialisti, ha puntato il dito sulla data e il tipo di percorso. La data, per la concomitanza con un altro evento in Spagna: il friulano ha scelto per questo di non correre gli europei. Il percorso, additato in quanto troppo facile e di conseguenza tracciato a suo dire per favorire gli stradisti e penalizzare chi di gravel vive tutto l’anno (in apertura Wout Van Aert agli scorsi mondiali di Treviso).
Van der Spiegel, classe 1998, è stato professionista del basket dal 1995 al 2012, giocando anche a Bologna, Roma e Milano (foto Instagram)Attualmente Van der Spiegel è CEO di Flanders Classics ed è anche un appassionato di gravel, nonostante i suoi 214 centimetri (foto Instagram)Van der Spiegel, classe 1998, è stato professionista del basket dal 1995 al 2012, giocando anche a Bologna, Roma e Milano (foto Instagram)Attualmente Van der Spiegel è CEO di Flanders Classics ed è anche un appassionato di gravel, nonostante i suoi 214 centimetri (foto Instagram)
Cosa pensi di questa polemica?
L’ho seguita, conosco bene Mattia. Direi per prima cosa che il gravel è una disciplina che sta cercando ancora il suo posto nel mondo del ciclismo. Conosciamo bene i problemi che ci sono con i calendari, non solo per la strada. Il ciclismo è molto popolare e il calendario è strapieno. Organizzare tutto l’anno eventi gravel per la comunità gravel è bellissimo. Anche io ne sono molto appassionato. Sono venuto a Conegliano due mesi fa per pedalare anche con Mattia. All’inizio dell’anno ho fatto The Traka da 360 chilometri in Spagna. Mi piace molto il gravel, però stiamo cercando di capire quale sia il suo posto.
Come si sceglie la data di un campionato europeo?
In quel periodo ci sono tanti eventi gravel e ancora tante gare su strada, non è facile trovare la data giusta. Si lavora con le Federazioni internazionale, con la UCI e la UEC, non sei tu organizzatore che scegli e glielo comunichi. Secondo me quello del calendario è il primo topic. E su questo sono d’accordo con Mattia che ci vuole anche tanto rispetto per la gente che fa gravel tutto l’anno e che sviluppa la disciplina.
Mattia De Marchi, qui ai mondiali 2023, è uno dei primi specialisti italiani del gravelMattia De Marchi, qui ai mondiali 2023, è uno dei primi specialisti italiani del gravel
Che cos’è per te il gravel?
E’ qualcosa di molto inclusivo per tutti e anche noi che organizziamo eventi stiamo cercando la formula giusta per le prove di campionato. E’ il metodo che in inglese si chiama trial and error, cioè provare e correggere in base ai risultati. Credo sia questo il processo che stiamo vivendo in questo momento. Magari quello di Asiago non sarà il percorso ideale, però dire che è fatto solo per gli stradisti mi sembra un po’ esagerato. Sono stato già tante volte sul posto, conosco l’area molto bene. Credo che sarà molto bello anche così e che potremo accontentare tanta gente, mentre non è sempre semplice o possibile accontentare tutti.
Ci sono tante diversità?
Ci sono gare di 100 chilometri e altre oltre i 300. Ovviamente ci sono gli specialisti delle prime e gli specialisti delle seconde. Allora credo che se troviamo un bel misto di corridori gravel, stradisti e corridori di ciclocross, perché ci sono anche loro, possiamo dire di aver fatto un bel lavoro. E’ solo il secondo campionato europeo, abbiamo i diritti anche per l’anno prossimo. Se qualcosa quest’anno non ci piacerà, potremo migliorarlo il prossimo.
Mentre parlavi pensavamo alla mountain bike, che ha i mondiali di cross country e quelli marathon, perché non è detto che tutti possano convivere negli stessi eventi, non trovi?
Potrebbe essere, non ci avevo ancora pensato. Dobbiamo tenere conto di alcune cose. Per esempio, oggi è molto importante poter raccontare la storia di una gara. Se ne fai una di 300 chilometri in mezzo al nulla, è molto difficile fare una produzione televisiva che funzioni. Allo stesso tempo, da amatore gravel io odio i circuiti. Soprattutto perché ci sono gare in cui ti tocca girare per 6-7-8 volte in anelli di 15 chilometri. Secondo me non è lo spirito giusto. Per cui dobbiamo trovare la formula giusta. Non avevo pensato al parallelo con la mountain bike, ma merita un approfondimento. Forse ha senso fare il sabato una gara più breve, magari con finale in un circuito più esplosivo. E poi una gara più lunga il giorno dopo.
Natan Haas e Lachlan Morton, primi due da destra, sono due specialisti del gravel di livello internazionaleNatan Haas e Lachlan Morton, primi due da destra, sono due specialisti del gravel di livello internazionale
Detto questo, è abbastanza chiaro che la presenza di Van der Poel, Van Aert, Pidcock e campioni del genere per i tifosi e per gli sponsor ha una valenza notevole, giusto?
Noi che siamo specialisti nel ciclocross, lo viviamo da anni. Oggi ci sono stelle della multidisciplina e credo che quello sia il futuro del ciclismo, del gravel e della strada. Non solo Mathieu, Wout e Tom, c’è anche Puck Pieterse fra le donne, c’è Fem Van Empel, c’è anche Thibau Nys che vince su strada e nel ciclocross… Forse il corridore del futuro è fatto così, anche per il gravel. Credo che questo sia un momento per raccogliere, dobbiamo usare questo fatto per far crescere anche il movimento. Dobbiamo trovare la via di mezzo. E’ vero che c’è questa comunità gravel che corre tutto l’anno, che ha i suoi appassionati, però per poter attrarre più gente bisogna anche avere delle stelle e credo che questa sia la vera sfida di oggi.
Nessuna polemica quindi?
Capisco molto bene certe frustrazioni, però credo che le polemiche non servano per far crescere il movimento. Dobbiamo guardare insieme come possiamo farlo. Dal mio punto di vista, il discorso è tutto qui.
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Centodiciotto edizioni, 252 chilometri e 4.823 metri di dislivello: sono i numeri del prossimo Giro di Lombardia. La “classica delle foglie morte” andrà in scena il prossimo 12 ottobre e sarà l’ultimo monumento dell’anno, come di consueto. Si partirà da Bergamo e si arriverà a Como.
Ma se le località di partenza e arrivo sono nel segno della tradizione è ben diverso quel che c’è nel mezzo. Di fatto è un Giro di Lombardia “nuovo”, specie nel finale. Un finale meno duro, se vogliamo, che lascia più spazio a possibili iniziative e scenari.
Mauro Vegni (classe 1959) è il direttore del ciclismo di RCS SportMauro Vegni (classe 1959) è il direttore del ciclismo di RCS Sport
Parla Vegni
E di questa creatura ne abbiamo parlato con il patron Mauro Vegni. «Senza dubbio è un Lombardia particolare – dice Vegni – anche se forse dentro di me preferivo quello dell’anno scorso. Ma con i problemi di viabilità che ci sono non siamo potuti andare sul Civiglio e pertanto siamo stati costretti a cambiare un po’ di cose. Vedremo quando poter tornare sul Civiglio, non sarà una cosa breve da quel che ho capito. Poi se piaccia o no, ognuno ha il proprio punto di vista».
Vegni si riferisce a qualche polemica relativa proprio al finale meno duro. Non c’è la classica doppietta Civiglio, San Fermo della Battaglia, ma solo il San Fermo. Va da sé che gli scenari e gli andamenti tecnici e tattici potranno essere differenti. Prima il finale durissimo bloccava parecchio la corsa.
A nostro parere non è una brutta cosa. Spesso il Lombardia si riduce a quelle poche persone, 4-5 atleti, ancora in forze e lo fa senza appelli. Magari stavolta potrebbe esserci spazio per colpi di scena e un lotto di pretendenti leggermente maggiore.
«Più di qualcuno – riprende Vegni – ha subito detto che è un Lombardia troppo facile, addirittura per velocisti. Io dico che il dislivello, oltre 4.800 metri, è superiore a quello dell’anno scorso (erano 4.600 metri, ndr). Probabilmente avremo un finale un po’ più incerto, ma ricordiamoci che la corsa la fanno i corridori e in ogni caso non sarà una gara semplice».
«Sono sempre più di 250 chilometri, il dislivello come detto è tanto e siamo a fine stagione. Poi se ci dovesse essere il Pogacar che abbiamo visto al Giro e al Tour resta difficile pensare che altri corridori abbiano poi così tanto spazio. Dipende sempre da chi trovi e chi ci sarà. Se penso agli uomini da corse di un giorno (e non solo, ndr) anche un Evenepoel potrebbe essere davvero pericoloso. In ogni caso il Lombardia è e resta una corsa per gente forte. Mi auguro solo che a vincere non sarà un corridore di mezza levatura».
L’altimetria del prossimo Giro di Lombardia: da Bergamo a Como 252 kmL’altimetria del prossimo Giro di Lombardia: da Bergamo a Como 252 km
Da Como a Bergamo
Si va sulle più iconiche salite bergamasche e lariane, si leggeva nel comunicato della presentazione. Ed è vero. Vegni stesso ci ha raccontato come è nato questo percorso.
«Dovendo sostituire il Civiglio, quello che non si fa nel finale si doveva fare prima. Sono anni che giriamo in quelle zone, che affrontiamo certe salite. E anche quelle che non avevamo mai fatto, magari le avevamo visionate per altre gare. Pertanto abbiamo una buona conoscenza di queste terre. Una conoscenza che ci ha portato ad inserire più salite nella prima parte proprio in funzione del finale e questo alla fine renderà il Lombardia duro come sempre».
Si parte dunque dal centro di Bergamo, si va verso la Val Cavallina e da qui la prima sequenza di salite: Forcellino di Bianzano, Ganda, Berbenno e Valpiana. Una cinquantina di chilometri per riordinare le idee, valutare determinate fughe in atto e poi ecco il duetto mitico: Madonna del Ghisallo e Colma di Sormano. Di nuovo una fase di “recupero” prima del gran finale sul San Fermo della Battaglia e l’arrivo sul lungolago di Como, appena 5,2 chilometri dall’ultima vetta.
Lo sprint del 2023 a Como tra Pogacar e Mas. Lo sloveno trionfò per un soffioLo sprint del 2023 a Como tra Pogacar e Mas. Lo sloveno trionfò per un soffio
Quali tattiche?
Nei vari giochi tattici la fuga del mattino potrebbe essere più importante del solito. Magari potrebbe contribuire a sgretolare maggiormente le squadre e di conseguenza la corsa sarebbe meno controllabile. Quasi sicuramente sarà una fuga “da gamba”.
«Personalmente – conclude Vegni – resto del parere che la fuga iniziale sia più per farsi vedere, mentre è un discorso diverso se qualcuno dovesse partire a 30-40 chilometri dall’arrivo».
Vedremo insomma quel che succederà senza il Civiglio prima del San Fermo. Magari un corridore relativamente veloce, senza il doppio strappo, potrebbe tenere le ruote di chi è più scalatore in vista del finale.
Senza andare troppo indietro negli anni, non scordiamoci del Lombardia del 2022, che arrivava proprio a Como e faceva Civiglio e San Fermo. Quel giorno Enric Mas rese la vita difficile a Pogacar. Lo sloveno ebbe la meglio solo allo sprint. Magari con qualche tossina in meno nelle gambe dovuta alla doppia salita finale e agli sforzi per tenere le ruote di Tadej, lo sprint di Mas sarebbe stato diverso.
Insomma si prospetta un Lombardia davvero interessante tutto da scrivere, da correre… da gustare.
Con Tosatto si ragiona di Thomas che punta alla Vuelta. Ma intanto ecco le immagini del Tour. E allora parliamo di Pogacar, ma anche di Rodriguez e Bernal
La medaglia d’oro del team relay ai campionati europei è legata con un doppio filo a due storie personali, quelle di Gaia Masetti e Mirco Maestri. Entrambi arrivano dalla stessa regione: l’Emilia Romagna e per tutti e due questa è stata la prima medaglia con la nazionale. Anzi, per il corridore della Polti-Kometa il campionato europeo è corrisposto alla prima presenza in azzurro. Al contrario, Gaia Masetti la medaglia l’aveva sfiorata nel 2023 in Olanda con un quarto posto nella gara su strada riservata alle under 23.
Due strade che si incrociano e riscrivono la carriera di entrambi, perché in una medaglia sono racchiusi sogni e ambizioni ma anche rivalsa e una volontà di non mollare mai, nemmeno di un metro.
Cecchini, Guazzini, Cattaneo, Affini, Maestri e Masetti: ecco i sei azzurri d’oro (foto Maurizio Borserini)Cecchini, Guazzini, Cattaneo, Affini, Maestri e Masetti: ecco i sei azzurri d’oro (foto Maurizio Borserini)
Una spinta in più
Gaia Masetti ha avuto il tempo di una toccata e fuga a casa, giusto per appoggiare la valigia e riprenderla in mano pochi giorni dopo. Oggi, infatti, è impegnata con la sua AG Insurance – Soudal Team al Grand Prix de Wallonie. L’abbiamo intercettata nelle poche ore che è rimasta in Italia, facendoci travolgere dal tanto entusiasmo. L’oro belga le è valso la convocazione al mondiale di Zurigo, il primo della sua giovane carriera.
«Dopo la prova in linea il cittì della crono (Velo, ndr) – dice Masetti – mi ha detto che sarei andata a fare i mondiali. E’ bello perché un anno fa nemmeno ci volevo salire sulla bici da cronometro. Da junior andavo bene, poi passata under 23 ho avuto qualche problema e avevo deciso di accantonarla. Il cittì della nazionale femminile, Sangalli, non si è arreso e l’anno scorso mi ha detto che avrei corso l’europeo a cronometro in Olanda. Io non volevo ma ha prevalso lui e mi sono presentata al via. Ho colto un decimo posto, per tutti un risultato normale, per me è stata una scintilla che ha riacceso la passione per questa disciplina. Da quel momento in poi (era il 22 settembre 2023, ndr) ho ripreso ad allenarmi con la bici da crono anche a casa. Ora sono io che insisto con il preparatore per inserirla nei programmi di lavoro».
Masetti insieme a Velo, la giovane emiliana correrà la crono di Zurigo (foto Maurizio Borserini)Una delle sue caratteristiche è riuscire a sopportare sforzi elevati per tanto tempoMasetti insieme a Velo, la giovane emiliana correrà la crono di Zurigo (foto Maurizio Borserini)Una delle sue caratteristiche è riuscire a sopportare sforzi elevati per tanto tempo
La forza del gruppo
Il team relay si corre in sei: tre uomini e tre donne che si dividono la fatica. Una prova dove conta la sinergia tra i compagni di squadra, serve fiducia nei mezzi di tutti, sia di chi parte per primo che di chi prende in mano il testimone a metà prova.
«E’ una prova faticosissima – spiega Masetti – perché in tre è come fare una crono individuale ma con i meccanismi di una prova a squadre. Il tempo di recupero tra un cambio e l’altro è di 40 secondi, poi rifiati un attimo e ritorni a tirare. Ho la fortuna e la bravura di essere una atleta che riesce a stare su sforzi alti per molto tempo.
«La nostra forza l’abbiamo trovata soprattutto nel gruppo – riprende – non pensavo di legare così tanto con tutti e cinque i miei compagni. E’ capitato spesso di fare tardi per un allenamento perché rimanevamo a tavola a parlare dopo colazione, senza accorgerci del tempo che scorreva. Anche sul podio scherzavamo tra di noi, facevamo gli stupidi commentando il pubblico e la premiazione.
«Non conoscevo nessuno bene, giusto Cattaneo che avevo incrociato in qualche ritiro con la squadra. Affini era quello che mi metteva più timore, per la stazza, invece è simpaticissimo ed estremamente tranquillo. Le ragazze, Guazzini e Cecchini, le incrocio spesso in corsa da avversarie, ma non ci avevo mai parlato molto. Elena (Cecchini, ndr) in questo europeo mi ha fatto da “mamma”. Nelle uscite insieme mi spiegava il funzionamento del team relay, come comportarsi dopo le curve e tutto il resto. Il team relay mi ha affascinato, anche se è faticoso da morire e questa medaglia è solo uno slancio per continuare in questa direzione».
Dopo l’arrivo le ragazze realizzano di aver vinto l’oro (foto Maurizio Borserini)Gaia Masetti ha trovato in Elena Cecchini una figura di riferimentoDopo l’arrivo le ragazze realizzano di aver vinto l’oro (foto Maurizio Borserini)Gaia Masetti ha trovato in Elena Cecchini una figura di riferimento
“Paperino” re d’Europa
La carriera di Mirco Maestri è più avanti rispetto a quella della compagna di squadra nel team relay. A 32 anni “Paperino” Maestri, così si è soprannominato per la sua tenacia, si è conquistato la prima convocazione in azzurro.
«L’ho detto alla squadra e allo staff – attacca con un sorriso – se vogliono portarmi come talismano alle prossime prove. Scherzi a parte questa medaglia d’oro non me l’aspettavo, in un attimo tutto cambia e una serie di buone prestazioni mi hanno aperto le porte della nazionale. A luglio mi sono sentito dire da Bennati che sarei stato nella rosa dell’europeo e nella mia testa è cambiato tutto. Mi sono detto: «Ce la posso fare». Sono convinto che se un corridore non ha obiettivi e sogni lentamento “muore” e io nel mio essere testardo come Paperino, non mi sono mai arreso. Ho costruito una carriera mattoncino dopo mattoncino e a 32 anni, quasi 33, posso dire che mi sento ancora tanto da dare. Devo molto a Basso e alla Polti, senza di loro non sarei dove sono. Non mi pongo limiti, non l’ho mai fatto e non inizierò a farlo ora».
Il sorriso di Mirco Maestri nell’indossare la maglia di campione europeo dice tutto (foto Maurizio Borserini)Una prova di grande qualità corsa insieme ad Affini e CattaneoIl sorriso di Mirco Maestri nell’indossare la maglia di campione europeo dice tutto (foto Maurizio Borserini)Una prova di grande qualità corsa insieme ad Affini e Cattaneo
A ruota di due medaglie
Il terzetto maschile del team relay era composto da Maestri, Affini e Cattaneo, gli ultimi due erano reduci dalla prova a cronometro individuale che è valsa due medaglie: oro e bronzo.Sapere di correre insieme a due campioni della disciplina può mettere tranquillità, ma anche pressione. Il giusto mix da trovare ce lo racconta proprio Maestri.
«In generale – racconta – sapevamo di avere una bella responsabilità. Come Italia eravamo i favoriti e siamo stati bravi a gestire la pressione, tutti. Sapevo sarebbe stato difficile correre al fianco di Affini e Cattaneo ma volevo farmi trovare pronto e ci sono riuscito. Ho gestito bene lo sforzo, anche se non sapevo come sarebbe stato, era il mio primo team relay.
«E’ impattante– conclude –sono 28 chilometri a tutta. Nelle cronometro individuali controlli lo sforzo, lì invece si sta al ritmo degli altri. Dopo una curva mi sono trovato a chiudere e mi è partito un male alle gambe incredibile. Ma ero talmente concentrato che ho guardato il tempo dopo un po’ ed erano passati già 16 minuti, mi sono rincuorato. Una volta finita la nostra staffetta siamo andati sul bus a lavarci e poi davanti alla televisione per seguire le ragazze. I miei battiti erano al medio, anche da seduto, ero troppo teso. Il tempo correva e quando il riquadro che mostrava il distacco della Germania è diventato rosso ci siamo sciolti in un urlo. Siamo andati incontro alle ragazze ed è iniziata la festa. Lo ripeto: è stata la vittoria di Paperino e di chi ha creduto in lui, a partire da Basso e Zanatta».
C’è stato un verbo nel racconto della squadra di Parigi che a Paolo Sangalli non è andato giù. Lo dice subito, ridendo a denti stretti. E’ il verbo scricchiolare, che avevamo usato per descrivere il suo ragionamento sulla presenza di alcune atlete piuttosto di altre nella nazionale delle Olimpiadi. E ora che si va verso il mondiale e che le scelte sono state fatte in modo più netto, la differenza salta subito agli occhi. Alle atlete non si può dire nulla, il loro impegno è stato per tutto l’anno sotto gli occhi di tutti. Sul modo in cui vengono gestite invece si potrebbe aprire lo stesso file da anni sul tavolo parlando degli uomini. Nelle squadre straniere non sempre le italiane vengono tenute nella considerazione che ci aspetteremmo. E quest’anno in qualche caso tutto ciò è parso ancora più evidente.
«E’ il motivo per cui non ci sono under 23 nel gruppo – spiega il cittì delle donne – perché non hanno dimostrato di essere all’altezza. Al Tour de l’Avenir avrebbero potuto dimostrarlo, parlo di Francesca Barale ad esempio. Però ci sono state scelte diverse, che ho rispettato come adesso lei rispetta la mia scelta e me lo ha anche detto. Andare a tirare al Tour de France è sempre un lavoro pesante e lo capisco. Però a quell’età, quando hai un’opportunità di confrontarti con le pari età, dovresti coglierla. Anche perché chi ha vinto il Tour de l’Avenir (Marion Bunel, ndr) aveva fatto anche il Tour de France, arrivando molto avanti e dimostrando di aver trovato una grande condizione».
Gasparrini ha appena vinto a Stoccarda, ma per Sangalli il percorso di Zurigo è duro per leiBarale ha speso al Tour e poi ha preferito evitare l’Avenir: un passaggio che l’avrebbe portata (forse) a ZurigoGasparrini ha appena vinto a Stoccarda, ma per Sangalli il percorso di Zurigo è duro per leiBarale ha speso al Tour e poi ha preferito evitare l’Avenir: un passaggio che l’avrebbe portata (forse) a Zurigo
Nazionale per la Longo
Andremo in Svizzera con una nazionale per certi versi inedita e votata alla causa di Elisa Longo Borghini, che dopo il lungo periodo di riposo post olimpico è tornata in gruppo giusto ieri con il secondo posto al Grand Prix de Wallonie.
Il cittì ammette che gli sarebbe piaciuto avere anche altri nomi. Marta Cavalli, ad esempio. Oppure Bertizzolo o Persico al top. Ma visto che la prima non corre da tempo e le altre due non hanno la condizione sperata, si è scelto di lasciare spazio alle altre. Quindi, in rigoroso ordine alfabetico: Arzuffi, Balsamo, Longo Borghini, Malcotti, Magnaldi, Paladin e Realini.
Percorso e squadra per Longo Borghini, ti aspetti che si possa arrivare da soli oppure siamo aperti a tutto?
C’è uno zampellotto nel finale che può anche fare la differenza, dipende anche dalla situazione di gara. Logico che con una squadra così, andremo a fare una gara dura. Per le caratteristiche delle ragazze, non abbiamo alternative: tenteremo di arrivare alla fine con il minor numero di corridori. Mi preoccupano Kopecky e Vollering, oltre a Niewiadoma e magari anche Ludwig, anche se ultimamente non ha brillato. Però nella gara di un giorno può essere pericolosa…
Arzuffi è in un momento di grande condizione. Ha vinto nel gravel e ha corso Giro, Tour e Romandia di alto livelloBarbara Malcotti viene da un buon Romandia: lavorare non le fa pauraSoraya Paladin ha già corso quattro mondiali eliteElisa Balsamo, di recente argento agli europei, correrà in funzione di Longo BorghiniRealini potrebbe essere una bella carta a sorpresa, in un’eventuale lotta fra bigMagnaldi sa lavorare per la squadra, ma sa anche restare con le miglioriArzuffi è in un momento di grande condizione. Ha vinto nel gravel e ha corso Giro, Tour e Romandia di alto livelloBarbara Malcotti viene da un buon Romandia: lavorare non le fa pauraRealini potrebbe essere una bella carta a sorpresa, in un’eventuale lotta fra bigElisa Balsamo, di recente argento agli europei, correrà in funzione di Longo BorghiniMagnaldi sa lavorare per la squadra, ma sa anche restare con le miglioriSoraya Paladin ha già corso quattro mondiali elite
Giusto per non usare più la parola scricchiolare, ti ha colpito che alcuni nomi molto attesi alla fine non siano venuti fuori?
Alcune ragazze hanno avuto stagioni storte. Prendiamo Silvia Persico. Lei resta disponibilissima, si era anche pensato che potesse fare il team relay, però dopo il Tour non è più stata al livello che speravamo. Tour che dal mio punto di vista poteva benissimo non fare, arrivando meglio magari al Romandia e ritrovandosi oggi nelle sette della nazionale per Zurigo. Ha avuto un anno no, dovrà resettarsi e ripartire. Stessa storia per Bertizzolo, che avrei voluto sia alle Olimpiade che qua, ma si è infortunata. Lei è uno di quei corridori che ti dice: «Guarda, non sono in condizione. Non vengo in nazionale solo per mettere la maglia e partire». Quindi è un’atleta onesta, come poi lo sono tutte.
Che mondiale ti aspetti?
Lo vedo più come una Liegi che come una tappa alpina. Andiamo con le armi che abbiamo ed è giusto che sia stato selezionato chi ha dimostrato di essere in condizione. Alice Arzuffi, ad esempio, mancava da tanto dal giro azzurro, però è stata determinante al Tour. Ha lavorato tantissimo anche al Giro, quindi va assolutamente premiata. Ha fatto un un percorso per arrivare bene sino a qui, quindi sono davvero contento per lei e sono sicuro che darà il suo contributo. Stesso discorso che vale per Barbara Malcotti e anche per Elisa Balsamo, che per una volta correrà solo in appoggio dell’altra Elisa.
Il 2024 di Persico è nato sotto una cattiva stella. Non fare il cross è stato un guaioIl 2024 di Persico è nato sotto una cattiva stella. Non fare il cross è stato un guaio
Forse dalla lista manca Eleonora Gasparrini, terza agli europei e prima a Stoccarda…
Dal mio punto di vista il percorso è duro per lei. Ha trovato la condizione, preparando l’europeo. E’ stata brava, a Zurigo avrebbe potuto fare il lavoro che secondo me farà Elisa Balsamo. Però visto il livello delle under 23, il percorso per la “Gaspa” sarebbe troppo duro.
Longo Borghini era uscita a pezzi da Parigi, come la senti?
Tanto motivata, ha voglia di riscatto. Prima di Parigi arrivava da un Giro logorante. Ieri ha fatto seconda al Wallonie, quindi ha già dato un segnale. Da qui in avanti recupererà e il 25 settembre farà il team relay, che tra l’altro si corre sul circuito finale, quindi è adattissima a lei. Farà una prova generale. Arriverà su il 23, io parto stasera con le ragazze della nazionale crono. Ormai ci siamo, fra poco si comincia.
Tre partecipazioni e tre vittorie: tappa a Jebel Hafeet e maglia rossa del UAE Tour. Longo Borghini è di nuovo sul Teide, il suo racconto dei tre successi
Negli ultimi tre weekend di gare ha sempre pedalato nei piani altissimi degli ordini d’arrivo e quando vede la strada salire si scatena come faceva il padre. Enrico Simoni non è solo il figlio di Gilberto, ma uno scalatore fisicamente diverso da lui, che sta finendo la stagione con una serie incredibile di piazzamenti.
La vittoria in solitaria a Piancavallo del 7 settembre si piazza nel bel mezzo dei secondi posti ottenuti prima alla Sandrigo-Monte Corno (replicando lo stesso risultato di papà “Gibo” 35 anni fa) e poi alla Orsago-Col Alt. L’ottimo stato di forma dello juniores dell’Us Montecorona è arrivato un po’ in ritardo sulla tabella di marcia per snervanti problemi fisici, però baby Simoni vuole recuperare il tempo perso. E ad occhio si direbbe che ci stia riuscendo, anche grazie ai consigli di Simoni senior.
Enrico Simoni, classe 2006, è uno scalatore alto 1,78 metri per 57 chilogrammi. Si trova a suo agio su salite superiori ai trenta minutiEnrico Simoni, classe 2006, è uno scalatore alto 1,78 metri per 57 chilogrammi. Si trova a suo agio su salite superiori ai trenta minuti
Enrico visto da Gibo
La salita è un affare di famiglia in casa Simoni. Gilberto ci ha costruito una carriera e le due vittorie al Giro d’Italia, Enrico sta cercando di fare il suo percorso al meglio, superando anche la “montagna” del cognome importante.
«Non possiamo fare paragoni tra lui e me – puntualizza Gibo – perché apparteniamo ad un ciclismo molto diverso. Così come è differente la nostra fisionomia (Enrico è alto 1,78 metri per 57 chilogrammi, Gilberto era 1,70 per 59 chili, ndr). La sua vera forza è che non ha paura di fare fatica e in questo mi somiglia molto. Non so quali siano i suoi margini di miglioramento perché a volte faccio fatica a vederli in quegli juniores che vanno forte veramente. Potrebbe dipendere da quanta voglia abbia di continuare a fare questo sport come si deve. L’importante è che capisca che il ciclismo non è la vita, ma una esperienza, come ripeto sempre.
«Adesso vedo Enrico sereno – prosegue – perché prima avvertiva la tensione dell’essere mio figlio. Sentiva il peso di dover fare risultato a tutti i costi. I parenti e gli amici, pur dicendolo con simpatia, lo caricavano di responsabilità e inconsciamente lui si creava delle aspettative. Sono riuscito a calmarlo e dirgli di non pensarci. Lui sa che io lo sostengo in ogni cosa e so che si sta impegnando tanto. Le difficoltà sono altre».
Il primo podio di Enrico arriva il 4 maggio, ma i problemi posturali continuano ad affliggerloIl primo podio di Enrico arriva il 4 maggio, ma i problemi posturali continuano ad affliggerlo
Juniores e problemi annosi
La schiettezza è sempre stata una dote preziosa di Gilberto Simoni e gli basta un assist sul futuro di suo figlio per analizzare i problemi della attuale categoria.
«E’ vero che faccio parte della MBH Bank Colpack Ballan – dice – e che qualcuno potrebbe pensare che potrei farlo passare lì, ma è presto. Deve ancora maturare e pensare a finire bene la stagione. Non mi pongo limiti, magari potrebbe arrivare anche un team straniero. Diciamo che vorrei che non ci fossero troppe persone di mezzo nel suo trasferimento, come quello degli altri in generale.
«Negli juniores – conclude Gilberto Simoni – è tutto una pazzia, come in tutte le altre discipline di quella età. Lo sport è socialmente degradato. Ormai non è fatto più per far crescere i ragazzi, quanto invece per finalizzare l’interesse di certi tecnici o dirigenti. Lo vedo nei kart, nello sci, nel calcio. E il Coni è il primo organo che lo concede. Avete notato che si è abbassata l’età media dei ragazzi che smettono di fare sport? E’ perché si arrendono prima alle pressioni spropositate della ricerca di risultati. Spero che cambi in fretta questa tendenza».
Simoni (tra Cobalchini e Manfè) ha vinto in salita a Piancavallo sfruttando allunghi e cambi di ritmo, le sue doti meno fortiSimoni (tra Cobalchini e Manfè) ha vinto in salita a Piancavallo sfruttando allunghi e cambi di ritmo, le sue doti meno forti
Da un Simoni ad un altro. Enrico che tipo di corridore sei?
Sono scalatore che sfrutta la sua leggerezza, anche se non la cerco apposta. Mi trovo bene su salite lunghe e non è un caso che i risultati migliori siano arrivati su quelle che duravano 30/40 minuti o addirittura un’ora. Sto migliorando sugli scatti e sui cambi di ritmo. La vittoria di Piancavallo infatti me la sono costruita in questa maniera, giocando al meglio su queste caratteristiche che mi appartengono meno. Ho vinto anche gestendo un po’ la troppa foga di vincere. Anche perché finora non era stata una stagione semplice.
Per quale motivo?
Ho trascorso un inverno travagliato con dolori alla schiena e problemi posturali. Fino a maggio è stato un calvario, era frustrante vedere tutti che andavano in bici e facevano risultato. Mi piace spingermi al limite, ma non ero più disposto a questo tipo di sofferenza. Poi ho risolto questa noia proprio grazie al vostro articolo su Kevin Colleoni.
Sul traguardo di Monte Corno, Simoni chiude secondo dietro Remelli, bissando lo stesso risultato di papà Gilberto 35 anni primaL’Us Montecorona corre ogni gara col braccio listato a lutto per ricordare Matteo Lorenzi, tragicamente scomparso il 9 maggio Sul traguardo di Monte Corno, Simoni chiude secondo dietro Remelli, bissando lo stesso risultato di papà Gilberto 35 anni primaL’Us Montecorona corre ogni gara col braccio listato a lutto per ricordare Matteo Lorenzi, tragicamente scomparso il 9 maggio
Cioè?
Sono risalito allo stesso studio di osteopati, che mi ha rimesso letteralmente in sesto curandomi una rotazione del bacino ed un gonfiore addominale. Mi manca solo di sistemare il problema della masticazione che farò nel prossimo inverno.
E così ti sei sbloccato definitivamente.
Esattamente. Da luglio in avanti ho avuto la svolta. Mi sono ritrovato con più energia da spendere e non ho più dovuto pensare ad altro. Sono arrivati tanti bei risultati, ma soprattutto una continuità di prestazioni e rendimento. Ora voglio solo concludere il 2024 in questo modo. Sabato ad esempio c’è una cronoscalata organizzata proprio dalla nostra società e vorrei fare molto bene visto che corriamo a Palù sulle strade di casa. Punto però anche ad una gara ondulata che ci sarà a Firenze la settimana prossima ed è aperta a tanti tipi di corridori. All’anno prossimo prossimo ci penserò più avanti.
Risolte le noie fisiche alla schiena, Simoni ha ritrovato il giusto colpo di pedale da luglio in avantiRisolte le noie fisiche alla schiena, Simoni ha ritrovato il giusto colpo di pedale da luglio in avanti
A parte tuo padre, c’è un atleta a cui fai riferimento?
E’ vero, mi sono sempre ispirato a lui, ma ho cercato di imparare a correre guardando i suoi vecchi video e discutendone con lui. Nel presente invece mi piacciono molto Enric Mas e Joao Almeida. Lo spagnolo per una questione prevalentemente fisica dato che sono molto simile a lui. Il portoghese invece per il modo di correre visto che anche lui affronta le salite con grande regolarità. Per il resto devo ancora capire chi sono e dove posso arrivare.
Domenica sera due uomini ad Hasselt non stavano nella pelle: Sven Vanthourenhout e Tim Merlier. Il tecnico della nazionale belga e il fresco campione europeo hanno visto i loro sogni esauditi. Anche se, rileggendo il film della corsa e dei giorni che l’hanno preceduta, sarebbe più corretto parlare di un piano ben riuscito. Si dubitava della possibile convivenza fra Merlier e Philipsen. E pur con l’assenza di Van Aert caduto alla Vuelta, pochi si erano soffermati sulla presenza in squadra di Jordi Meeus, vincitore lo scoro anno sui Campi Elisi a fine Tour. Invece Vanthourenhout ha realizzato un vero capolavoro. E dopo Wollongong 2022 con Evenepoel e la doppietta olimpica ugualmente con Remco (e il bronzo della crono con Van Aert), si è portato a casa anche il titolo europeo su strada. Quando il prossimo anno cambierà incarico, nessuno potrà rimproverargli di non essere stato un tecnico vincente.
Merlier esulta con la compagna Cameron (figlia di Frank Vandenbroucke) e loro figlio JulesMerlier esulta con la compagna Cameron (figlia di Frank Vandenbroucke) e loro figlio Jules
Il treno per Philipsen
Contrariamente alle previsioni, il piano del Belgio era quello di dare a Philipsen il vero treno. Merlier invece, che ama muoversi con più libertà, si sarebbe arrangiato con la collaborazione di un solo uomo: Bert Van Lerberghe, suo amico dai tempi della scuola e suo leadout alla Soudal Quick-Step. Raccontano i corridori che all’uscita della riunione tutti erano convinti della scelta. I due velocisti più forti sono tornati nella loro camera d’albergo certi di avere la situazione per loro più confortevole. Pare che Vanthourenhout abbia avuto l’idea già dai giorni della Scheldepriijs, quando Merlier aiutato dal solo Van Lerberghe batté Philipsen che invece aveva schierato il treno della Alpecin.
Come ha raccontato dopo la corsa l’ultimo uomo del vincitore, perché certi finali vadano come si vuole, occorre che tutto prenda la piega giusta. Che il gruppo si apra davanti quando è il momento di lanciarsi e che la bici non abbia problemi di alcun tipo. Hanno raccontato che a Merlier sia caduta la catena ai 400 metri. Di solito per un problema del genere, non si riesce a fare la volata. Invece Tim l’ha fatta e anche forte. A capo di una corsa di 222,8 chilometri (dislivello di 1.261 metri), percorsa in 4 ore 37’09” alla media di 48,234, i dati Strava raccontano di una velocità massima di 72,9 chilometri raggiunta nello sprint.
Nel team belga, Philipsen aveva un treno tutto per sé. Per Merlier, il solo Van LerbergheNel team belga, Philipsen aveva un treno tutto per sé. Per Merlier, il solo Van Lerberghe
La catena di Merlier
Il nuovo campione europeo, che per due volte era già stato campione nazionale, ci ha messo un po’ a capire di aver battuto tutti i velocisti più forti d’Europa. Ha confermato il salto di catena e quindi di non aver potuto fare la volata che aveva in mente. Il tempo di rimetterla su e si è lanciato, scacciando via l’alone di sfortuna che sembrava averlo ammantato nelle ultime settimane.
«Non ho capito bene cosa sia successo né come sia andata la volata – ha raccontato – so che all’improvviso la catena è caduta dal davanti. Ho cercato di farla risalire il più rapidamente possibile e in qualche modo sono riuscito a riprendere velocità. Forse è stata la mia fortuna, altrimenti sarei partito un po’ prima e con quel vento l’avrei pagata. Ho sentito le critiche. Ho lasciato il Renewi Tour per una caduta dopo un solo sprint. Sono caduto di nuovo ad Amburgo. E a quel punto ho pensato di rivolgermi al nostro mental coach, ma non l’ho fatto. Lunedì ho pedalato per quattro ore verso il confine francese, passando da un acquazzone all’altro. E’ andata meglio mercoledì e giovedì, con l’aiuto di Mario De Clercq che mi ha fatto allenare dietro moto. Sono arrivato al via con parecchia pressione addosso, è stato così per tutti».
Merlier a terra con Groenewegen nella prima tappa del Renewi Tour. Si ritirerà l’indomani dopo la cronoMerlier a terra con Groenewegen nella prima tappa del Renewi Tour. Si ritirerà l’indomani dopo la crono
Il ruolo di Van der Poel
Ai media piace così, a quelli belgi poi in maniera particolare. E questo ha fatto sì che i primi chilometri non siano stati esaltanti per Merlier, che pure un po’ da solo nella squadra deve essersi sentito. Nel gruppo davanti Mathieu Van der Poel, grande amico e compagno di squadra di Philipsen, faceva il diavolo a quattro. Correva per sé, per Kooij o per il compagno di squadra? E mentre per le prime due ore Merlier non ha avuto sensazioni eccezionali, quando la corsa si è infilata nel primo tratto di pavé, lo scenario è cambiato.
«Dicono spesso che per battere Merlier – ha raccontato – bisogna rendere la gara dura. In realtà di solito dopo le gare impegnative faccio delle belle volate, si è visto anche al Giro d’Italia. E ho capito che forse le cose stavano cambiando quando nel tratto di pavé di Manshoven ho bucato e ho trovato subito un uomo della nazionale con la ruota pronta. Solo dopo mi hanno detto che era Carlo Bomans (ex pro’ ed ex tecnico della nazionale, ndr). Nel giro precedente avevo visto che in quel punto c’era qualcuno con la felpa della nazionale. E dire che non foro quasi mai. Ho pensato che la sfortuna stesse per ricominciare e invece domenica se l’è presa con qualcun altro».
Ad Hasselt sotto il podio una folla oceanica: la vittoria di un corridore di casa ha fatto esplodere la festaAd Hasselt sotto il podio una folla oceanica: la vittoria di un corridore di casa ha fatto esplodere la festa
Il ciclismo che cambia
Ed è stato così che il velocista gentile ha marcato un bel punto a suo favore. Probabilmente questo non farà cambiare la considerazione generale nei suoi confronti, ma certo resta un bel punto a suo favore.
«Sono un corridore cresciuto per gradi – ha raccontato – e forse sto crescendo ancora. Alcuni non mi considerano al livello dei migliori e noto che se non vieni elogiato dai media, sei destinato a rimanere piccolo. Io posso solo rispondere con i risultati. Il ciclismo è cambiato tanto negli ultimi dieci anni e a volte vedo juniores che lavorano più di quanto faccia io da professionista esperto a tempo pieno. Il livello delle gare è ogni anno più alto. Lo vedi dai numeri, dalle velocità in gara e quelle degli sprint. Guardate anche lo sprint di Hasselt. A 400 metri dal traguardo eravamo tutti lì, larghi quanto la strada, mentre una volta a quel punto della corsa c’era solo chi avrebbe fatto lo sprint. Per questo i tempi di lancio e posizionamento sono ancora più importanti. C’è sempre meno spazio e tanti fattori giocano un ruolo che può fare la differenza tra vincere o perdere».
Una foratura sul pavé, poi il salto di catena, ma alla fine Merlier e la sua bici ce l’hanno fattaUna foratura sul pavé, poi il salto di catena, ma alla fine Merlier e la sua bici ce l’hanno fatta
Merlier è fatto così. La gentilezza, che a volte gli viene appuntata addosso quasi come un limite, fa parte di un modo di essere di cui va fiero. Nel confronto con gli altri sprinter forse paga in termini di immagine, ma di questa diversità si fa un vanto.
Il 2024 gli ha portato finora 15 vittorie e una maglia che potrà indossare ogni santo giorno sino al prossimo anno. Nessuna rivendicazione, salvo rispedire al mittente i dubbi di quanti credevano che il Belgio sarebbe tornato a casa con le ossa rotte. A lui sono bastati una chance e un solo compagno al fianco. Ma non era scontato che bastassero.
Presentata nei giorni scorsi, ecco i ragionamenti dietro alla nazionale di Bennati per gli europei di Monaco. Non tireremo un metro. Si corre per vincere