Basta il tono della voce per capire che Gaia Realini è diventata grande: sciolta, sicura, chiara… le sue parole sono schiette e non lasciano spazio ad interpretazione. La scalatrice classe 2001 di Pescara, si appresta a vivere una stagione cruciale con la Lidl-Trek dopo la partenza di Elisa Longo Borghini. Si appresta infatti a ricoprire il ruolo di leader, una responsabilità che accoglie con entusiasmo e determinazione. Il discorso fatto a suo tempo con Teutenberg, circa la pressione, sembra quasi superfluo.
Dopo aver trascorso qualche settimana ad allenarsi nella sua terra natale, dove la neve ha imbiancato le colline dell’entroterra, Realini riprenderà presto il ritiro in Spagna per perfezionare la preparazione. Quello che sta per arrivare sarà il suo quinto anno tra le professioniste e il bagaglio di esperienze inizia a diventare grande, ma troppo deve ancora ingrandirsi. Ma quando si ha una chiara consapevolezza del percorso che c’è da affrontare tutto può diventare più facile.
Una foto scherzosa di Gaia Realini tra i giganti della Lidl-TrekUna foto scherzosa di Gaia Realini tra i giganti della Lidl-Trek
Insomma Gaia, iniziamo a diventare grandi…
Di altezza, no di sicuro! Scherzi a parte diciamo di sì. Durante questo primo ritiro che abbiamo fatto a dicembre con la squadra si respirava un’aria di cambiamento. Mi hanno detto chiaramente: «Gaia, adesso tocca a te prendere le redini». «Ora devi prendere il posto di Elisa». Per me è ancora abbastanza irreale che lei non ci sia più in squadra.
Possiamo immaginare dopo tre anni fianco a fianco…
Lei mi ha cresciuta, ho seguito le sue orme, ma prima o poi la mamma deve lasciare la figlia, no? Mi sento pronta a rimboccarmi le maniche e a mettere in atto ciò che ho appreso da lei e anche dalle mie compagne di squadra, che mi stanno insegnando tanto. Sono pronta a spiccare il volo.
Però che determinazione! Quindi questa parola “leader” non pesa troppo?
No, non mi pesa più di tanto, perché la squadra crede tanto in me e nella mia crescita. Questo vale sia per le ragazze sia per lo staff. Quando mi dicono: «Ok, adesso sarai leader», mi sento pronta e sono pronta a tutto quello che questo significa.
Lo scorso anno l’abruzzese è cresciuta tantissimo con una grande costanza di rendimento. Eccola con Kopecky al RomandiaLo scorso anno l’abruzzese è cresciuta tantissimo con una grande costanza di rendimento. Eccola con Kopecky al Romandia
In tal senso, quanto è stato utile il Tour Femmes corso appunto da capitana?
Il Tour Femmes è stato un bel trampolino di lancio per me, un vero biglietto da visita. Doveva esserci Elisa, ma per problemi fisici non ha potuto partire. All’ultimo momento mi hanno detto: «Gaia, farai la leader». È stato un salto improvviso, da un giorno all’altro mi sono ritrovata capitana. Adesso però è diverso, perché se dovrò affrontare un Grande Giro come capitano lo saprò molto prima. Quello è stato come un grande svezzamento.
Non c’è più Longo Borghini, chi è oggi il tuo punto di riferimento in squadra?
Lizzie Deignan – ribatte Realini senza indugio – lei per me è una spalla destra in tutto e per tutto. Ormai abbiamo un feeling speciale, non ci serve nemmeno parlarci in gara: con uno sguardo capisce come sto, cosa devo fare, dove portarmi. Con lei sono sempre al posto giusto al momento giusto. Approfitterò di quest’ultimo anno in cui lei correrà per catturare tutto ciò che mi può insegnare e portarlo con me nelle prossime stagioni.
Realini tira per Longo Borghini. Dal prossimo anno saranno rivaliRealini tira per Longo Borghini. Dal prossimo anno saranno rivali
Per essere una donna di riferimento in squadra, su cosa pensi di dover lavorare?
Devo fare un salto di qualità a livello psicologico, rafforzare ancora di più la mia mentalità. E mi riferisco anche alle corse. Ma questo arriva col tempo e con l’esperienza. Non sono una capitana che rompe troppo le scatole o che pretende.
Dovresti parlare un po’ di più, esporti: giusto?
Esatto. Non parlando abbastanza, le altre ragazze a volte si trovano spaesate e sono loro a chiedermi: «Gaia, cosa dobbiamo fare?». «Di cosa hai bisogno?». Insomma, devo spiegarmi meglio, farmi capire, dire al momento giusto: «Ragazze, ho bisogno di questo, stiamo unite». Lizzie per esempio mi capisce con uno sguardo, ma non per tutte è così. Devo imparare ad aprirmi di più.
Quando inizierai la stagione? E in vista dei grandi Giri farai solo corse a tappe?
Inizierò con la Valenciana. Al momento non abbiamo ancora definito il calendario al 100 per cento, ma credo che farò anche qualche gara di un giorno oltre alle corse a tappe. Servono anche quelle.
Le storie e le vite a volte seguono percorsi impensabili e così accade che un giorno Eugert Zhupa si ritrovi a parlare del Giro d’Italia e della sua Albania. Forse qualcuno ricorderà questo cognome per averlo sentito proprio sulle strade della corsa rosa. Erano gli anni dal 2015 al 2019 e Zhupa vestiva i colori della Neri Sottoli: tante volte in aiuto ai compagni, qualche altra in fuga… un buon corridore.
Arrivato in Italia sin da ragazzo, Eugert viene da Rrogozhine, una cittadina nel distretto di Tirana, situata proprio a metà strada tra la capitale albanese e Valona, proprio nel mezzo delle strade che vedranno passare il giro nei tre giorni della grande partenza. Rrogozhine una zona, come molte in Albania, in cui non si sapeva molto di ciclismo. Come ci aveva raccontato ieri Frassi, il ciclismo in Albania è stato per lungo tempo un fenomeno poco conosciuto. Anche per questo Zhupa è stato un pioniere del ciclismo albanese sul piano internazionale. Ha disputato quattro Giri d’Italia, vinto sette titoli nazionali, di cui tre a cronometro, e si è sempre dimostrato un lottatore.
Sei stagioni da pro’ di cui tre nella Neri Sottoli per Zhupa. Oggi Eugert vive con la sua famiglia in EmiliaSei stagioni da pro’ di cui tre nella Neri Sottoli per Zhupa. Oggi Eugert vive con la sua famiglia in Emilia
Eugert, partiamo da te, dal tuo ciclismo. Quando ci siamo presentati ci hai detto: «Volevo essere un esempio per il ciclismo albanese», raccontaci.
Negli anni ‘90, quando i primi albanesi sbarcarono in Italia, noi eravamo visti male. I giornali parlavano sempre male degli albanesi e a scuola ero un po’ preso di mira. Allora dissi a me stesso: «Io sarò l’unico albanese di cui i giornali parleranno bene». Con tanti sacrifici sono riuscito a realizzare un sogno che avevo da bambino: arrivare al professionismo e partecipare al Giro d’Italia. E ci sono riuscito.
Come è nata questa passione per la bici?
Nel ’93 mio padre, che era già in Italia, tornò a casa e mi portò una bici. Noi avevamo pochi giochi, c’era tanta povertà a quell’epoca nel nostro Paese. Divenni l’unico del mio villaggio ad avere una bici. Da lì è iniziata quella passione che mi ha portato a sognare di diventare ciclista.
In Albania si dice sempre che si guarda molta televisione italiana. Anche tu vedevi le gare?
Sì, vedevo tutte le gare di bici e sicuramente Marco Pantani è stato quello che mi ha trascinato di più. Crescendo, però, ho capito che le mie caratteristiche erano altre. Guardare il ciclismo in televisione era molto entusiasmante, soprattutto per un bambino come me.
Bellissima questa storia. E adesso, sapere che il Giro parte dall’Albania che effetto ti fa?
Quando correvo, mi sarebbe sempre piaciuto fare una partenza dall’Albania. Ora sono sincero la vedo come una cosa mediatica, legata al turismo, ma comunque positiva. Già nel 2014-2015 dicevo che l’Albania ha dei bei posti per fare delle gare, ma il ciclismo non era, e forse non è ancora radicato. Se lo Stato voleva investire nello sport, avrebbe dovuto farlo prima nella Federazione, sui bambini, sui ragazzi, sulle piste ciclabili e sulla sicurezza e poi con un grande evento. In Albania non c’è ancora una mentalità ciclistica. I primi tempi che andavo ad allenarmi a casa prendevo sassate, la gente non capiva cosa stessi facendo. Mi prendevano in giro con quella tutina…
In Albania, ad esclusioni delle strade montane, le vie sono ampieIl profilo della terza tappa, che potrebbe dare un primo asset alla classifica generaleLa panoramica (e dura) salita di LlogaraseIn Albania, ad esclusioni delle strade montane, le vie sono ampieIl profilo della terza tappa, che potrebbe dare un primo asset alla classifica generaleLa panoramica (e dura) salita di Llogarase
Però potrebbe essere un inizio avere il Giro d’Italia. Magari qualche bambino si ispirerà e seguirà il tuo esempio.
Lo spero. Ma la Federazione non spinge molto per incentivare i ragazzi a pedalare. Poi sono contento che sia realizzato questo progetto. Spero che il Giro d’Italia possa essere un esempio e spingere più persone a fare sport. In Albania tanti si mettono al bar al mattino e lo sport, soprattutto il calcio, è seguito solo in televisione.
Parliamo un po’ di queste tappe. La tua zona è proprio tra Tirana e Durazzo, giusto?
Sì, l’Albania è piccola e sono strade che conosco bene. E sono belle strade, spesso ampie, dritte. Però se piove sono scivolose, un po’ come le strade del Sud Italia. C’è polvere, sabbia, smog. Speriamo non piova, così si potranno apprezzare i paesaggi in televisione. E saranno paesaggi bellissimi. Immagino gli faranno fare le strade principali, se non addirittura l’autostrada.
Partiamo dalla prima tappa. Dicono che sia impegnativa. È così?
E’ impegnativa, non è affatto impossibile. Immagino che i velocisti puri non faranno la volata, ma arriverà un bel gruppone compatto. Le salitelle nel finale sono veloci. Poi si sa, sono i corridori che fanno la corsa!
E la cronometro a Tirana? Come te la immagini?
Sarà una crono breve, di potenza. Tirana è pianeggiante e ho visto che per gran parte del percorso il tracciato costeggia il fiume. Penso che potrebbe vincerla un Jonathan Milan: è una crono relativamente breve, tutta di potenza. C’è un dislivello, ma è davvero poca cosa. Sì, dico Milan.
Il Trofeo Senza Fine in piazza Skenderbej nel centro della capitale Tirana. Il Giro scatterà il 9 maggio (foto Rcs)Il Trofeo Senza Fine in piazza Skenderbej nel centro della capitale Tirana. Il Giro scatterà il 9 maggio (foto Rcs)
Parliamo dell’ultima tappa, quella di Valona…
Questa sì che è tosta: 2.800 metri di dislivello in 160 chilometri. Dipenderà molto da come la affronteranno, ma sarà dura. La scalata principale è dura, spesso si va oltre il 10 per cento, e di certo ci sarà una selezione maggiore rispetto alla prima frazione. Anche la discesa è tecnica, ci sono parecchi tornanti…
Tu andrai in Albania a vedere il Giro d’Italia?
Lo spero, magari con un invito dagli organizzatori. Essendo l’unico albanese ad aver partecipato al Giro, sarebbe bello essere coinvolto. Nel 2017-2018 avevo già aiutato RCS e la Federazione albanese per altre iniziative, una crociera cicloturistica che aprisse la strada a questo progetto. Vedremo…
Tornando alla tua carriera, hai disputato quattro Giri d’Italia e diversi Mondiali. Che ricordi hai?
Quando avevo il via libera, mi piaceva andare all’attacco. In generale, potevo fare di più, ma spesso dovevo lavorare per Jakub Mareczko. Era faticoso: tiravi tutto il giorno e il giorno dopo, quando avevi libertà, eri già stanco. Però mi sono tolto qualche soddisfazione.
Neanche il tempo di stappare lo spumante che per Fausto Scotti e il suo staff sarà già tempo di tornare in azione. Per tre giorni, da venerdì 3 a domenica 5 gennaio Follonica sarà la capitale del ciclocross italiano per l’assegnazione dei titoli nazionali giovanili, con la prima giornata dedicata alle operazioni di segreteria e all’approccio con il percorso, la seconda alla sfida del Team Relay, la domenica alle 8 gare per le categorie esordienti e allievi. Teatro delle operazioni Follonica e per Scotti è quasi un tornare a casa.
Fausto Scotti, ex cittì azzurro oggi organizzatore di alcuni dei principali eventi di ciclocrossFausto Scotti, ex cittì azzurro oggi organizzatore di alcuni dei principali eventi di ciclocross
«Nella località maremmana sono ormai 7 anni che torniamo pressoché ogni stagione – spiega l’organizzatore romano – era una tappa quasi irrinunciabile del Giro d’Italia, quest’anno abbiamo pensato proprio in virtù della conoscenza del luogo e dello stretto vincolo che abbiamo con due società locali (Free Bike Pedale Follonichese e Asd Impero, ndr) ma anche con gli enti e le associazioni del luogo. A Follonica hanno capito qual è l’importanza dell’evento e soprattutto la sua portata turistica in un periodo di bassa stagione».
Qual è il vantaggio di allestire un evento articolato su più giorni?
E’ un vantaggio reciproco. Possiamo innanzitutto sfruttare il Villaggio Mare Sì che può ospitare tutti i servizi ed essere il vero punto nevralgico dell’evento, poi abbiamo una serie di hotel a prezzi convenzionati. Per la località diventa quindi un richiamo importante con un forte ritorno economico. E’ diverso rispetto agli scorsi anni, quando si trattava di allestire una tappa della challenge, qui sono più giorni e noi interpretiamo l’evento come fosse una vera e propria tappa di Coppa del mondo, con un impegno organizzativo importante e strutturato considerando che siamo sul posto già da una settimana prima.
Il tracciato maremmano misura 2.700 metri per un dislivello di 58 metri a giroIl tracciato maremmano misura 2.700 metri per un dislivello di 58 metri a giro
Il percorso com’è?
Non abbiamo cambiato molto rispetto alle ultime volte, il tracciato di Follonica è collaudato, con i suoi 2.700 metri e il suo dislivello di una sessantina di metri a giro. E’ un percorso diviso in due parti: la prima è pedalabile e piatta, dove un fattore importante può essere il vento, perché il dislivello è tutto nella seconda parte, più impegnativa anche nella sua guida, nella parte dell’ex ippodromo più tecnica. Stiamo anche valutando se reinserire la scala che da qualche stagione non utilizzavamo più, divisa in due parti nel senso che dopo la prima parte spiana ma poi propone altri scalini da affrontare.
Qual è la forza particolare di questo tracciato?
Ha una caratteristica precipua, che lo rende più appetibile per un evento di più giorni: è a 100 metri dalla parte più commerciale della città, con tutte le sue attrattive e questo lo rende appetibile per far arrivare tanta gente. Noi contiamo di avere al via almeno 600 atleti sparsi fra le 8 categorie di gara, maschili e femminili.
Un weekend tutto dedicato alle categorie giovanili, con la sfida a squadre e poi quelle individualiUn weekend tutto dedicato alle categorie giovanili, con la sfida a squadre e poi quelle individuali
Il Giro delle Regioni è finito appena prima di Natale e vi siete subito rituffati nell’allestimento di un evento importante. In questi giorni avete riscontrato grande attesa?
Enorme, a dispetto delle feste perché è davvero un evento nazionale, al quale parteciperanno società di ogni angolo d’Italia. Noi abbiamo speso tante energie per la challenge e ci aiuta il fatto che Follonica abbia ormai una dimestichezza come poche altre sedi italiane. E’ vero che siamo un po’ di rincorsa, ma i giorni d’intervallo sono stati sufficienti e ci faremo trovare pronti per un evento così rilevante, l’appuntamento principale della stagione per molti sodalizi.
Smetti ora i panni dell’organizzatore e indossa quelli di tecnico: a Follonica ci saranno i migliori esponenti del ciclocross italiano giovanile e anche la posizione geografica della sede consente uno scontro a cielo aperto tra i migliori del nord e del sud. Secondo te a che gare assisteremo?
Una volta, qualche anno fa avrei detto che la preponderanza numerica del nord si sarebbe tradotta anche in un dominio tecnico. Oggi, anche alla luce di quello che ho visto a Gallipoli, non è più così: io penso che a Follonica ci sarà intanto un certo equilibrio quantitativo fra le varie zone d’Italia e anche dal punto di vista agonistico mi aspetto qualche sorpresa. Ci sono quei due-tre ragazzi meridionali che possono anche fare il colpo. Il problema però è dopo, per chiunque vinca.
Il giovanissimo pugliese Carrer, tricolore lo scorso anno fra gli Esordienti 2° anno e a caccia di un nuovo titoloIl giovanissimo pugliese Carrer, tricolore lo scorso anno fra gli Esordienti 2° anno e a caccia di un nuovo titolo
Quale?
Torniamo a quello che nel mondo del ciclocross è un po’ un tormentone: perché un talento possa svilupparsi e realizzarsi è necessario che trovi un team che gli consenta di fare tutto, seguendo l’esempio di quanto fa la Fenix Deceuninck, alla quale giustamente è approdato Viezzi. Parliamoci chiaro: il sistema del prestito temporaneo è utile, anzi fondamentale nella situazione attuale per far fare attività ma è un palliativo. Il ragazzo va seguito sempre, su strada come nel ciclocross, deve avere sempre materiale a disposizione, essere preparato da un’unica mano che lo curi d’inverno come d’estate. Come già detto è importante avere i mezzi economici per farlo, ma se hai un team che si mette a disposizione per ogni disciplina, la gestione dei ragazzi sarà più semplice e mirata. Speriamo che anche da noi si arrivi a questi concetti base…
Il Covid si abbatte sulla stagione europea del cross Cancellate prove piùimportanti in Belgio e Olanda. A rischio anche i mondiali? Ne abbiamo parlato con Fausto Scotti
La televisione aiuta, ma non può sostituire l’ebrezza di vederli dal bordo della strada. Lo sanno bene gli appassionati di cross nei Paesi del Nord, che hanno la fortuna di assistere a giorni alterni a sfide esaltanti e rumorose, protagonisti a loro volta dell’esaltazione e del rumore. Lo sanno bene coloro che riescono a raggiungere le tappe dei Giri o il passaggio delle classiche e che magari subito prima li hanno attesi alla partenza, chiedendo una foto e sperimentandone l’umanità. Non lo sa il pubblico da casa, quello selezionato dalle dirette integrali.
La televisione aiuta, ma toglie le voci. Sono come motociclisti privi di battito cardiaco, beniamini o bersagli a seconda dei casi. Il commento dei telecronisti in certi casi è prevaricante, riempie ogni vuoto con osservazioni e battute che rendono la gara uno sfondo variopinto e muto. Potrebbe essere utile a volte abbassarlo e aprire i microfoni delle moto sulla strada per far respirare un po’ di quell’atmosfera che la geografia, i costi, il lavoro o la pigrizia rendono irraggiungibili. Forse il troppo annoia, non le imprese dei più forti. E il protagonismo da valorizzare è quello degli atleti e non di chi li racconta.
Coppa del mondo 2023 a Gavere, sul podio i tre giganti del cross: oggi c’è solo VdPCoppa del mondo 2023 a Gavere, sul podio i tre giganti del cross: oggi c’è solo VdP
Senza Van Aert e Pidcock
Il 2024 va in archivio e lo fa nuovamente nel segno di un dominatore. Van der Poel infatti ha ricominciato a macinare vittorie nel cross e questa volta il predominio è più netto del solito. Cinque vittorie su cinque gare, dal debutto a Zonhoven alla Coppa del mondo di ieri a Besancon. L’assenza di Pidcock e di Van Aert, ciascuno per motivi diversi, rende i suoi assoli meno coinvolgenti? Forse per questo, diversamente da quanto ha fatto nelle prime due esibizioni, il vantaggio con cui Mathieu ha regolato gli inseguitori è sempre rimasto al di sotto dei 30 secondi.
Bart Wellens, che commenta il cross sulle pagine di Het Nieuwsblad, lo spiega con una condizione non ancora eccezionale. L’alternativa è che l’olandese faccia il minimo indispensabile per portare a casa vittorie e ingaggi. A Besancon, classico percorso molto tecnico, Mathieu ha pensato soprattutto a non commettere errori: la battuta che circolava attorno al campo gara è che l’unico che avrebbe potuto seguirlo fosse probabilmente il drone della diretta televisiva.
«Se ci fosse stato al via anche Van Aert – ha commentato il padre Adrie – ci sarebbero stati tremila spettatori in più. La gente in Francia vuole vedere anche nel cross i campioni che hanno vinto tappe al Tour de France. In quel caso sei tenuto in grande considerazione e ti considerano una sorta di divinità del ciclismo».
Per il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano menoPer il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano meno
Il duello (per ora) mancato
Ha fatto notizia per motivazioni totalmente differenti anche il ritorno in gara di Wout Van Aert a Loenhout. Per la prima volta da anni, il belga ha corso senza alcun tipo di pressione: ha dato la sensazione di essere tornato in gruppo per divertirsi e provare sensazioni che gli mancavano da tanto. Sarebbe anche arrivato sul podio se il contatto con uno spettatore non lo avesse fatto cadere. Nel cross può succedere anche questo.
Van Aert si è disinteressato del duello con il nemico di sempre (il quale tuttavia non ha lesinato sguardi torvi), consapevole di partire dalla base di un infortunio. A margine di ciò, osservare su Strava la mole di lavoro cui si sta sottoponendo, fa pensare che i suoi obiettivi siano più avanti e che Wout voglia arrivarci nel modo migliore. Forse evitare il confronto nel cross sapendo di essere in inferiorità è il modo migliore per non cominciare la stagione con il solito condizionamento psicologico. Eppure nel suo lottare anche contro l’evidenza abbiamo più volte riconosciuto una nobiltà sportiva fuori dal comune.
Il Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunioIl Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunio
La buona stella
Il 2024 va in archivio nel segno dei dominatori e nei commenti sui social pieni della parola “noia”. Perché è noioso assistere alle grandi performance di Van der Poel, come quelle di Pogacar? Perché essere fuoriclasse è improvvisamente una colpa e non una benedizione? Forse la spiegazione di un così marcato predominio deve essere ricercata nell’assenza di rivali credibili. Sono talmente pochi, che se uno o due mancano, lo spettacolo ne risente. Come mandare un peso medio sul ring contro il campione dei massimi.
Quello che bisogna augurarsi per il 2025 è che le grandi sfide abbiano al via tutti i migliori attori. Con Van der Poel, Van Aert, Ganna, Alaphilippe, Milan, Philipsen, Pedersen, Mohoric, Pogacar ed Evenepoel nelle classiche. E poi Pogacar, Vingegaard, Roglic, Evenepoel, O’Connor e Tiberi nelle corse a tappe. A quel punto magari vinceranno sempre gli stessi, però il compito risulterà meno agevole. Il ciclismo si è sempre nutrito di grandi rivalità. Per questo la coppia Van Aert-Van der Poel funziona così bene. E per questo abbiamo tutti sentito la mancanza di Vingegaard nell’ultimo Tour.
Il nostro augurio per la stagione è che una buona stella porti i campioni più forti al via delle gare più belle. Che muova folle di appassionati sulle strade. Che faccia loro riscoprire l’umanità degli atleti. E ispiri a tutti noi che gli lavoriamo accanto un racconto migliore fatto dai campi di gara. I corridori se lo meritano. Sulla strada a fare fatica ci sono soprattutto loro.
Simmons è stato il solo a tentare di anticipare Pogacar e lo stesso iridato se ne è detto stupito. Tutto il giorno in fuga e quarto posto: quasi impresa
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A quasi 37 anni, visto che li compirà il 2 gennaio, Andrea Pasqualon vede cambiare la sua programmazione in vista del 2025. Per il veneto di Bassano del Grappa ci saranno due Grandi Giri la prossima stagione: Giro d’Italia e Vuelta Espana. E’ la prima volta in carriera, dopo quasi quindici anni di carriera. Una novità non da poco, ma d’altronde gli impegni del team sono cambiati e le corse a tappe sono diventate fondamentali vista la crescita esponenziale di Antonio Tiberi.
Pasqualon da anni è diventato un punto di riferimento per i giovani ciclisti della Bahrain Victorious (in apertura foto Charly Lopez). Aveva iniziato con Jonathan Milan ed è passato a Tiberi, Zambanini e Buratti.
«La cosa importante – spiega Pasqualon – è che la stagione sia iniziata bene, senza acciacchi o stop. Il calendario nella prima parte non sarà tanto diverso, partirò dall’AlUla Tour e poi andrò in Belgio a dare una mano a Mohoric. Cambia che farò sia il Giro che la Vuelta accanto a Tiberi. Sono al suo fianco da quando è arrivato e ci troviamo bene insieme. Tanto che lui ha chiesto espressamente di avermi in squadra nei due Grandi Giri che dovrebbe correre nel 2025».
Per Pasqualon nel 2025 ci sarà l’ennesima campagna del Nord, ormai un appuntamento fisso (foto Charly Lopez)Per Pasqualon nel 2025 ci sarà l’ennesima campagna del Nord, ormai un appuntamento fisso (foto Charly Lopez)
Poche pause
Il motore si scalderà nel deserto saudita con una breve gara a tappe, poi si chiuderanno le valige per andare alle Classiche e semiclassiche del Nord. Il pavé è amico del veneto che, da quando era in Wanty, poi diventata Intermarché, non ha saltato nemmeno una campagna in Belgio.
«Nella preparazione non ho cambiato tanto – prosegue Pasqualon – anche se qualcosa di diverso c’è. Quest’anno abbiamo deciso di essere più esplosivi e potenti nel periodo delle Classiche, quindi non guarderò troppo al peso. Nel ciclismo di ora i corridori del pavé hanno una potenza strepitosa, di conseguenza ho aumentato i carichi in palestra per avere maggiore potenza muscolare. E’ una cosa che mi verrà utile anche per le volate visto che al Giro dovrei affiancare Govekar (giovane velocista sloveno, ndr)».
Nel 2025 Pasqualon correrà per la prima volta due grandi corse a tappe: Giro d’Italia e Vuelta EspanaNel 2025 Pasqualon correrà per la prima volta due grandi corse a tappe: Giro d’Italia e Vuelta Espana
Dopo le gare al Nord una piccola pausa e si andrà diretti verso il Giro?
Di pause ce ne saranno poche (scherza Pasqualon, ndr) perché dall’ultima gara in Belgio all’inizio della Corsa Rosa passa un mese. Quindi ci sarà una settimana di recupero e poi dritti ad Andorra a preparare il Giro. Nel Principato ho una casa e mi piace andare lì a fare i ritiri.
Al Giro con Tiberi avrete gli occhi puntati addosso…
Dopo il 2023 un po’ tribolato direi che l’anno dopo ha risposto bene. Forse non si aspettava nemmeno lui di andare così forte, invece ha portato a casa una top 5 e la maglia bianca. Chissà se non avesse bucato a Oropa, per me sarebbe arrivato tra i primi tre. Nel 2025 al Giro partiremo per vincere, per fare il massimo insomma. Credo che la miglior risposta di Tiberi alla Corsa Rosa dello scorso anno sia arrivata alla terza settimana, ha dimostrato di essere un “cagnaccio”. Uno che non molla.
Parlando degli altri giovani, con i quali hai un bellissimo rapporto, c’è stato anche l’exploit di Zambanini.
Credo sia stato la rivelazione del 2024. E’ un ragazzo molto forte con un grande motore. Non ha ancora vinto, ma ci è andato vicino parecchie volte. Credo sia pronto per il salto definitivo, per sbloccarsi e una vittoria da questo punto di vista gli farebbe proprio bene.
Pasqualon è un punto di riferimento per i giovani della Bahrain Victorious, qui con Buratti (foto Charly Lopez)Pasqualon è un punto di riferimento per i giovani della Bahrain Victorious, qui con Buratti (foto Charly Lopez)
Il legame che hai con i giovani è davvero profondo, come trovi la chiave giusta?
A quasi 37 anni mi trovo a contatto con nuove generazioni e corridori tanto giovani. Pensare che Zak Erzen è il più piccolo e ha 19 anni mi fa sorridere, sembra mio figlio (dice divertito, ndr). Il fatto di legare bene con loro arriva da quando mi sono trasferito dalla Intermarché alla Bahrain. Già dall’altra parte mi ero trovato a contatto con i giovani, ricordo di aver affiancato un emergente Girmay. Poi quando sono arrivato alla Bahrain Victorious mi sono messo accanto a Milan e poi a Tiberi, Zambanini e Govekar.
E come trovi il modo di comunicare?
Parlandoci molto. Umanamente cerco di instaurare un rapporto di amicizia. Con gli italiani è un pochino più semplice, quando siamo in ritiro vado in camera e scherzo con loro. Oppure mi siedo e ci parlo. Ad esempio, in questi giorni in Spagna Tiberi ha avuto un pochino di febbre per un paio di giorni. Io a fine giornata andavo in camera da lui e gli facevo compagnia. Se i ragazzi giovani vedono che li supporti e li rispetti allora si fidano, si sentono protetti.
I compagni di squadra si fidano molto di Pasqualon e delle sue abilità in gruppoI compagni di squadra si fidano molto di Pasqualon e delle sue abilità in gruppo
In gara invece?
Vedono che sono affidabile. Questo non perché sia speciale, ma dopo quasi quindici anni di ciclismo qualcosa ho imparato. Ho fatto i miei errori e ora in gara so come muovermi. Vedere che so dove mettere le ruote li fa sentire al sicuro.
Dopo tanti anni in gruppo certi meccanismi sono naturali.
Sia quelli in gara che nelle dinamiche di squadra. Parlare tra di noi e creare un legame di amicizia è fondamentale. Diciamo che sono a metà tra un corridore e un diesse. Anche se non penso ancora di smettere di correre credo che mi piacerebbe fare un ruolo manageriale in futuro. Alla fine quindici anni di carriera sono tanti, non è una cosa della quale si possono vantare in molti, soprattutto ora che le carriere si accorciano. Avere un’esperienza come la mia può essere un vantaggio una volta sceso dalla bici. Ma è un momento ancora lontano, prima c’è da pedalare.
Cedric Vasseur, deus ex machina del Team Cofidis era stato chiaro al termine della stagione: molto sarebbe cambiato, per ritrovare le sensazioni e soprattutto i risultati del 2023. Il dirigente transalpino non ha proceduto come fanno tanti suoi colleghi, rivoluzionando l’elenco dei corridori, o almeno non ha agito solo in tal senso, ma ha messo mano direttamente al “motore” del team, ai suoi principi di base. Il Team Cofidis 2025 sarà un’altra cosa e per realizzarla Vasseur si è affidato a un nome completamente nuovo: MattiaMichelusi.
Trentanovenne di Thiene (a sinistra nella foto di apertura), Michelusi è stato messo a capo del settore prestazioni, il che significa che, al di là di direttori sportivi e preparatori, tutto passerà sotto la sua lente d’ingrandimento. Un grande salto di qualità per il veneto, proveniente dalla Q36.5 dove ha lasciato molti buoni ricordi.
La nuova maglia del Team Cofidis. La banca francese ha rinnovato il contratto fino al 2028 (foto Facebook)La nuova maglia del Team Cofidis. La banca francese ha rinnovato il contratto fino al 2028 (foto Facebook)
«Ho lavorato nel team di Douglas Ryder sin dagli inizi e ho imparato molto da lui e dal suo staff, accompagnando tutte le varie fasi, sin dall’era NTT. Poi durante il Tour de France, quando normalmente si gettano le basi per la nuova stagione, Vasseur mi ha prospettato questa eventualità, che era per me una grande opportunità per cambiare, per fare qualcosa di nuovo. Con Cedric ci conoscevamo da un paio d’anni, mi aveva già accennato alle sue idee, ora c’è la possibilità di concretizzarle».
Parlavi di fare qualcosa di nuovo…
E’ come se Cedric mi avesse messo in mano una grande tavolozza bianca, sulla quale io posso ridisegnare tutto il team dalle sue fondamenta. E’ una grande sfida, lui mi ha chiesto se me la sentivo e io ho detto subito di sì. Ho parlato in queste settimane con i suoi collaboratori, con i diesse, per permettere alla squadra di fare quel salto di qualità che è richiesto e che, senza la collaborazione di tutti, è impossibile.
Lo staff messo in piedi da Michelusi ha iniziato subito i lavori con i ragazzi attraverso test specificiLo staff messo in piedi da Michelusi ha iniziato subito i lavori con i ragazzi attraverso test specifici
Che situazione hai trovato? Vasseur non era stato certamente tenero in sede di consuntivo…
Non sono arrivato per stravolgere tutto, ma per prendere quel che è utile unendolo e adeguandolo a nuove usanze, a quella cultura che viene dal mio background. Perché una squadra funzioni bisogna trovare la giusta combinazione tra tutto quel che riguarda la prestazione di ogni corridore, sono come tante tessere di un mosaico che vanno posizionate nel modo giusto. Solo allora avremo il salto di qualità e io sono convinto che possiamo arrivarci anche in tempi brevi.
C’è da lavorare più sull’aspetto tecnico o su quello psicologico?
Questo entra sempre in gioco. Le due ultime annate della Cofidis sono state esemplari in tal senso: nel 2023 si è vinto subito e da allora è stato tutto un susseguirsi di soddisfazioni, l’anno dopo invece si è faticato, è sopravvenuto un po’ di scoramento e tutto è diventato difficile, macchinoso. Noi dobbiamo lavorare a 360° perché l’idea del team è quella di mutare profondamente le sue basi, ad esempio internazionalizzandolo di più.
Emanuel Buchmann approda al ruolo di leader, soprattutto nei Grandi Giri dove punterà alla classificaEmanuel Buchmann approda al ruolo di leader, soprattutto nei Grandi Giri dove punterà alla classifica
Non è quello che avviene in tutti i team del WorldTour?
Sì, ma se guardate bene, i team francesi tengono ad avere una solida base nazionale. Anche la lingua ha un suo peso. Io con il francese sono quasi digiuno, sto imparando, ma il mio ingresso è la dimostrazione che si vuole cambiare. C’è voglia, anzi bisogno di aprirsi al mondo e la campagna acquisti effettuata sposa in toto questa nuova politica.
La squadra in effetti ha mutato forma…
Sono arrivati ben 12 nomi nuovi e sono tutti strutturali, ossia danno un’impronta diversa al team. E’ chiaro che l’obiettivo principale è raccogliere punti per la sopravvivenza nel WorldTour e quindi si è andati a pescare gente che sia in grado di portarli: Aranburu, Carr, Buchmann, lo stesso Teuns. Si sa che ci si gioca tutto su quello perché siamo nell’imminenza di promozioni e retrocessioni.
Il britannico Simon Carr sarà una delle punte nelle brevi corse a tappeIl britannico Simon Carr sarà una delle punte nelle brevi corse a tappe
Proprio la caccia ai punti dà un’impronta chiara al team. Che idea ti sei fatto, quali potranno essere gli obiettivi della squadra?
Noi innanzitutto, essendo un team francese, abbiamo l’obbligo di partecipare a tutte le prove del calendario nazionale e quindi cercheremo di fare punti lì. L’impostazione del team la vedo più orientata verso le prove d’un giorno, ho molta fiducia in gente come Aranburu e Teuns, poi spero che da queste tante gare arrivino non solo punti ma anche vittorie. Per le corse a tappe non abbiamo il grande campione, ma un corridore come Buchmann è uomo da classifica in ogni contesto ma attenzione anche a Moniquete Carr che per le prove brevi possono dire la loro.
Non ti mancano gli italiani?
Che devo dire, un po’ sì. Quando ho iniziato alla NTT c’era solo Sbaragli, ma con gli anni i corridori italiani sono aumentati sempre di più perché sanno leggere le gare, sono importanti in un team. Qui per ora c’è solo Oldani, ma sottolineo per ora, perché sono sicuro che anche alla Cofidis potrà avvenire lo stesso, potranno aumentare, soprattutto corridori giovani e ambiziosi. Attenzione però, perché nel team c’è comunque tanta Italia.
Stefano Oldani resta l’unico corridore italiano del team, ma in futuro potrebbero arrivare giovaniStefano Oldani resta l’unico corridore italiano del team, ma in futuro potrebbero arrivare giovani
A chi ti riferisci?
Innanzitutto Damiani che è un riferimento per tutti i direttori sportivi, poi ho portato nel mio staff altri due tecnici di valore come Luca Quinti e Luca Festa, insieme al francese Matthieu Desfontaine e al belga Bart Nonneman, allo specialista del bike checking Niklas Quetri e al nutrizionista Scott Gillham. E’ un gruppo ambizioso e con tanta voglia di lavorare, poi il responso come sempre lo darà la strada.
La grande partenza del Giro d’Italia 2025 dall’Albania rappresenta un evento storico, non solo per il ciclismo ma per l’intero Paese adriatico. Un’opportunità unica per accendere i riflettori su una realtà sportiva ancora agli albori, con numeri piccoli, di nicchia, ma che possiede un buon potenziale.
Francesco Frassi, ex commissario tecnico della nazionale albanese dal 2013 al 2016, ci guida alla scoperta di un movimento ciclistico che ha vissuto esperienze pionieristiche e che ora guarda al futuro con rinnovato entusiasmo.
Frassi con i suoi ragazzi… Tutto è nato con gli juniores, ma poi il progetto ha rapidamente coinvolto anche gli eliteFrassi con i suoi ragazzi… Tutto è nato con gli juniores, ma poi il progetto ha rapidamente coinvolto anche gli elite
Movimento agli albori
«Il ciclismo in Albania è ancora una realtà di nicchia – esordisce Frassi – quando ho iniziato come commissario tecnico, la Federazione era composta da appena tre persone e si riuniva nel locale del presidente. Una dimensione che può far sorridere, ma che rifletteva la scarsità di risorse e la mancanza di una tradizione ciclistica».
Durante i suoi anni alla guida della nazionale, Frassi ha dovuto affrontare sfide logistiche e organizzative che hanno richiesto una creatività fuori dal comune. Ma forse anche grazie a queste esperienze oggi è uno dei direttori sportivi della Israel-Premier Tech. Grazie all’appoggio di sponsor privati e al coinvolgimento di giovani albanesi residenti in Italia, riuscì all’epoca a mettere sù una squadra. O forse è meglio dire una compagine: un drappello di ragazzi pieni di sogni e speranze pronti a girare il mondo tra mondiali, europei e persino Olimpiadi, come quelle di Pechino 2008.
E una di quelle speranze si realizzò a Firenze nel 2013. Fu un momento memorabile per l’Albania del pedale: arrivò infatti il bronzo iridato nella categoria juniores con Iltjan Nika.
«Quella medaglia – racconta Frassi – è stata un evento storico per l’Albania. Per giorni se ne parlò in televisione, un risultato straordinario per un Paese senza una tradizione. Tuttavia, nonostante il clamore mediatico, le difficoltà strutturali e la mancanza di investimenti hanno impedito di trasformare quel successo in un trampolino di lancio che durasse nel tempo. Non c’era poi tutta questa volontà. Forse i tempi non erano maturi».
Firenze 2013: Iltjan Nika sul podio juniores alle spalle di VdP e Pedersen. E’ la prima medaglia storica per l’AlbaniaFirenze 2013: Iltjan Nika sul podio juniores alle spalle di VdP e Pedersen. E’ la prima medaglia storica per l’Albania
Giro già sognato nel 2014
I tempi non erano maturi, ma qualcosa iniziava a covare. Infatti già nel 2014, durante un incontro con i vertici della Federazione, emerse il sogno di portare il Giro d’Italia in Albania. Da quel giorno sono passati dieci anni, undici tra pochi giorni…
«Sembrava un’utopia. Mancavano le risorse economiche e organizzative – ricorda Frassi – oggi quel sogno si è concretizzato, grazie alla volontà del Governo albanese e alla collaborazione con RCS Sport. Il sindaco di Tirana parlava di piste ciclabili… La grande partenza del Giro rappresenta non solo un evento sportivo, ma anche una straordinaria occasione di promozione turistica. L’Albania ha paesaggi spettacolari e sta facendo passi da gigante. Giusto un anno fa sono tornato a Valona per un weekend con la famiglia e quasi non riconoscevo il lungomare. E’ stato rinnovato, è moderno, pieno di vita. Ci sono spiagge bellissime e anche l’entroterra è affascinante».
Frassi, poi accenna anche ai percorsi albanesi e parla di salite impegnative proprio dell’entroterra. Secondo lui nei giorni del Giro si offrirà uno spettacolo unico: «Sarà una vetrina mondiale per un Paese che ha tanto da offrire, non solo agli appassionati di ciclismo ma anche ai turisti».
Rudy Kopshti vince il titolo nazionale juniores 2013. Correva con Frassi alla Monte Pisano. Da lì l’idea di creare la nazionaleL’incontro con i vertici della Federciclismo albanese e il sindaco di Tirana: era il 2014Giro di Albania 2019: Moreno Marchetti vince sotto la direzione di Frassi, ormai alla Neri SottoliRudy Kopshti vince il titolo nazionale juniores 2013. Correva con Frassi alla Monte Pisano. Da lì l’idea di creare la nazionaleL’incontro con i vertici della Federciclismo albanese e il sindaco di Tirana: era il 2014Giro di Albania 2019: Moreno Marchetti vince sotto la direzione di Frassi, ormai alla Neri Sottoli
L’occasione rosa
Il Giro potrebbe rappresentare la scintilla per avvicinare più persone alla bicicletta e per promuovere uno stile di vita più sostenibile. Si spera possa essere un grande volano. Per ora si che la base è piccola e le sfide non sono poche. Tuttavia esiste dal 1936 il Giro di Albania e l’attività giovanile, seppur a macchia di leopardo, c’è.
«Le basi organizzative – dice Frassi – sono ancora fragili. Io per esempio ricordo i campionati nazionali. Si svolgevano su percorsi incredibili e la partecipazione era limitata: la gara elite vide venti partenti su un percorso di 180 chilometri quasi tutto dritto e pianeggiante. Avevano segnato in terra con la vernice una sorta di rotatoria, il giro di boa: 10 chilometri in un senso e 10 in un altro. Nel mezzo un cavalcavia e all’arrivo o sulle strade pochissima gente.
«Eppure, i giovani talenti non mancano. Durante il mio periodo come cittì, ho incontrato ragazzi determinati, come Kosty o Bezmir, che hanno mostrato il potenziale del movimento. Il problema principale rimane la mancanza di un sistema strutturato per coltivare i talenti. Alla fine grazie ai miei contatti portammo l’Amore&Vita in Albania e di fatto fu la prima squadra UCI del Paese. Vincemmo anche qualche corsa. Ma senza investimenti in infrastrutture e formazione, il ciclismo rischia di rimanere uno sport di nicchia. Speriamo che il Giro d’Italia in tal senso possa fare qualcosa. Quando un bambino vede i campioni passare sotto casa, può nascere in lui il desiderio di salire in sella. Questo è il primo passo per costruire una cultura ciclistica».
«Ci hanno presentato ad agosto 2002. Ci vedemmo con lui e Alvaro Crespi a Lugano. Patrick è una persona che ti mette soggezione, se non lo conosci bene. All’epoca era un uomo di questo tipo, un sopravvissuto al cancro. Aveva un’aura quasi magica. Dopo quell’incontro lo rividi un paio di volte, quindi ci trovammo in ritiro e alla presentazione della squadra nel gennaio 2003. La condusse lui, corridore per corridore. E alla fine arrivò a me, pronunciò il mio nome e disse qualcosa in fiammingo, che però non capii…».
Alessandro Tegner racconta. I 21 anni con Patrick Lefevere, passando dal ruolo di addetto stampa a quello di responsabile marketing del team, meriterebbero piuttosto un libro. E ora che il grande capo ha deciso di passare la mano, cedendo a Jurgen Foré il ruolo di CEO della Soudal-Quick Step ma restando comunque nel board, rileggere la storia è un viaggio fra episodi vissuti per lunghi tratti fianco a fianco.
«All’epoca andare a lavorare in Belgio – spiega – non era come adesso che il mondo è piccolino. Era ancora un viaggio, lo sapete bene. C’era una barriera linguistica non indifferente, un mondo completamente diverso dal nostro. Io all’inizio non parlavo fiammingo, la battuta di Patrick durante la presentazione me la spiegò Stéphane Thirion, il giornalista di Le Soir. “Questo è Alessandro – aveva detto – il nostro nuovo ufficio stampa. Mi hanno detto che è bravo”. Mi sentii gelare il sangue. Pensai: cavolo, tre mesi e sono a casa».
Bakala, azionista di maggioranza del team, Lefevere e il suo erede Jurgen Foré (foto Soudal-Quick Step)Bakala, azionista di maggioranza del team, Lefevere e il suo erede Jurgen Foré (foto Soudal-Quick Step)
La storia del ciclismo
Lefevere ha fatto la storia del ciclismo. Fra alti e bassi, le sue squadre hanno sempre lasciato segni importanti, sin da quando nel 1992 sbarcò anche in Italia con la Mg-Gb, la prima multinazionale del ciclismo. Ha vinto innumerevoli edizioni del Fiandre, della Roubaix e delle altre classiche fiamminghe con Museeuw, Boonen, Devolder, Terpstra, Gilbert, Ballerini e Tafi. La Sanremo, la Freccia Vallone, la Liegi e il Lombardia con Bettini, Pozzato, Alaphilippe ed Evenepoel. Centinaia di volate con Boonen, Kittel, Cavendish, Gaviria, Viviani, Jakobsen, Merlier e leadout come Morkov e Richeze. Con 981 successi in carriera, la conta delle vittorie è da record. Una strada lastricata di successi e anche di qualche caso spinoso da cui Lefevere è sempre uscito con assoluzioni nette.
Il suo ritiro chiude un’epoca e proietta la squadra verso un futuro da scrivere, con un leader come Evenepoel trattenuto caparbiamente nonostante la corte sfrenata della Ineos Grenadiers e della Red Bull-Bora. Ci piace immaginarlo come un appagato D’Artagnan che, stanco a capo dell’ultimo duello, ha scelto di passare il mantello e la spada a dirigenti più giovani di lui per il bene della squadra da lui creata.
Nei momenti belli e in quelli più difficili, Boonen è stato uno delle bandiere dei team di LefevereNei momenti belli e in quelli più difficili, Boonen è stato uno delle bandiere dei team di Lefevere
Si può fare un paragone fra Patrick Lefevere e Giorgio Squinzi? C’erano cose in comune secondo te?
Ho avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Squinzi per un paio di stagioni. Lui aveva una capacità decisionale incredibile. Un aspetto che secondo me lo lega a Patrick, era l’abilità nel risolvere le problematiche. Mi ricordo di una riunione infinita alla Mapei, al quarto piano del marketing. Stavamo discutendo di mille cose e non riuscivamo a trovare il bandolo. Finché arrivò lui, si affacciò alla porta e si fece spiegare il problema. «Scusate – disse – ma perché non fate così?». In un minuto risolse una cosa su cui noi discutevamo da una giornata intera.
Patrick è così?
Non sapete quante volte l’ho chiamato per uscire da una situazione difficile. E quando lo facevo, con la capacità incredibile di leggere le cose, mi diceva che si sarebbe potuto fare in un certo modo. Io lo guardavo e pensavo: ma cavolo, avevo la soluzione davanti agli occhi e non la vedevo. Stiamo parlando di fuoriclasse, non per niente hanno raggiunto entrambi il vertice nel loro lavoro.
Patrick è tifoso del corridore belga o del corridore forte?
Patrick è sempre stato tifoso del corridore forte. Aveva sempre un occhio per i belgi, perché per quel tipo di sponsor il mercato belga era importantissimo. Però ha creato la prima vera squadra internazionale dopo la Mapei. C’erano corridori di 10-11 nazionalità, fra noi parlavamo inglese e Patrick voleva che facessimo così. E’ sempre riuscito a far convivere qualità e mentalità incredibili. Li vedete Paolo Bettini e Tom Boonen nella stessa squadra? Come adesso far convivere Pogacar e Van der Poel. E lui l’ha fatto. Ha rivitalizzato Virenque, Gilbert e Cavendish. Sicuramente era più innamorato dei corridori forti che dei corridori belgi. E ha sempre speso parole importanti per lo staff, per i meccanici e i massaggiatori.
Liegi 2023, Evenepoel fa doppietta. La difesa del suo contratto è stato il colpo di Lefevere per tenere la squadra ad alto livelloLiegi 2023, Evenepoel fa doppietta. La difesa del suo contratto è stato il colpo di Lefevere per tenere la squadra ad alto livello
In che modo?
Ha sempre detto che i corridori vanno e vengono, mentre lo staff è la spina dorsale delle squadre. Questi sono insegnamenti che poi, giorno dopo giorno, in qualche modo riesci ad assimilare. Da qui nasce la mentalità e quello che noi abbiamo chiamato Wolfpack, che esisteva dal primo giorno di fondazione della squadra ed è l’espressione dello spirito di Patrick. Il modo di fare, il modo di aiutarsi e di collaborare. Lui è l’uomo che ha creato tutto questo, non c’è ombra di dubbio. Se venite in Belgio, Patrick è un’opinion leader su tante cose.
Patrick è passato anche attraverso campagne di stampa contro la sua figura in tema di doping, ma non ha mai chinato il capo.
Patrick non ha mai chinato il capo e la dimostrazione che avesse ragione è venuta con le cause che ha vinto. Non ha mai mollato l’osso. Abbiamo lavorato giorno e notte per venirne a capo, però sono cose molto istruttive. Quando vedi che il tuo capo è dritto e dice che non è successo nulla, ti viene addosso una forza non comune. Se guardi Patrick, capisci che non ti sta dicendo una cavolata. Quindi ti butti nel fuoco e fai tutto quello che è necessario fare.
Un vero condottiero?
Nelle situazioni difficili, Patrick diventa freddissimo. Diventa di una lucidità pazzesca, non solo su questo caso, parlo in generale delle mille cose che sono successe. Quando a te sembra che tutto attorno stia crollando, lui ha sempre la freddezza e la lucidità di trovare soluzioni su tutto. E in questo diventa una figura ancora più prominente. E’ una cosa che ho provato a fare mia, cercando di vedere le cose con più distacco quando ci sono avvenimenti importanti, in modo da avere un punto di vista più obiettivo.
Nel 2012 Boonen vince Harelbeke, Fiandre, Gand e Roubaix: un filotto mai vistoNel 2012 Boonen vince Harelbeke, Fiandre, Gand e Roubaix: un filotto mai visto
C’è stato un momento dopo quella presentazione del 2003 in cui Patrick ti ha dato una pacca sulla spalla?
Patrick non è un uomo da complimenti. Ho saputo quello che lui pensava di me da altre persone oppure lo capivo da piccoli gesti o in certi momenti in cui la confidenza va oltre il lavoro. Passando tanto tempo insieme, parlandoci quotidianamente al telefono, sono riuscito a conoscerlo in modo diverso. Solo una volta l’ho visto davvero far festa per i risultati della squadra.
Quando?
Nel 2012, quando Boonen mise in fila Harelbeke, Fiandre, Gand e Roubaix. La sera dell’ultima vittoria, riservammo il ristorante di Gand dove festeggiavamo le nostre vittorie. E quella sera Patrick mi disse: «Alessandro, questa sera non pensiamo a niente e divertiamoci, perché in 30 anni che faccio questo mestiere, una cosa così non era mai successa e dobbiamo celebrarla». Altrimenti è sempre stato uno che vinceva la corsa e mezz’ora dopo stava già pensando alla successiva.
Mai soddisfatto?
E’ sempre stato così, quasi al punto di cercare il difetto nella vittoria. Ha sempre registrato tutte le corse. Il lunedì le riguardava e poi durante la giornata chiamava le persone cui voleva far notare qualcosa. Magari la squadra che in un certo momento si era mossa male. Quando perdi, l’errore lo vedi subito, ma quando vinci è più difficile. Ci sono stati dei momenti con dei fuoriclasse come Bettini e Boonen in cui vincevamo le corse anche se la tattica non era perfetta, però lui ha sempre cercato questo tipo di perfezione.
Il rapporto tra Patrick Lefevere e Alaphilippe è stato strettissimo, ma si è sgretolato nel finaleIl rapporto tra Patrick Lefevere e Alaphilippe è stato strettissimo, ma si è sgretolato nel finale
Ha avuto lo stesso rapporto con tutti i suoi campioni oppure qualcuno è stato più… figlio di altri?
Secondo me ha avuto più o meno con tutti lo stesso modo di rapportarsi. Forse con Alaphilippe qualcosa di più. Julian ha fatto tutto qui, è nato ed è cresciuto con noi. Correva alla Armée des Terres in Francia e praticamente nessuno se lo filava. Patrick ha sempre avuto un certo amore per i corridori francesi. Alaphilippe, Chavanel, Cavagna, ora Paul Magnier. Un po’ perché avere corridori francesi è importante per il Tour e un po’ perché forse ci vede l’estro, la fantasia, qualcosa di diverso dai belgi.
Avrà amato Alaphilippe, ma negli ultimi anni lo ha anche trattato con una durezza non comune…
A Patrick non saltano mai i nervi e non dice mai una cosa a caso. Magari l’ha fatto alla Lefevere, però ha espresso i suoi concetti. Forse le cose che pensavano in tanti, ma che solo lui ha veramente espresso fino in fondo. Questo a volte sprona i corridori e li porta a performare, a volte no, dipende dai casi. Quando uno firmava un contratto con Patrick, sapeva che da lui avrebbe avuto tutto, perché Patrick ai suoi atleti dà tutto. Compresa la durezza nelle situazioni di tensione.
C’è stato un momento, con l’arrivo dei mega budget, in cui Patrick ha capito che far quadrare i conti stava diventando sempre più difficile?
Abbiamo sempre fatto delle scelte oculate. Non siamo mai stati in una situazione di primi budget al mondo, però la squadra va sempre così bene che probabilmente nessuno si è mai posto il problema. Abbiamo fatto il massimo con quello che avevamo, senza strafare. L’entrata nel ciclismo del mondo arabo ha dato una svolta, può essere stata la pietra miliare che ha cambiato il panorama internazionale e ha creato degli sbilanciamenti. Ci ha costretto a lavorare più a fondo. Noi abbiamo degli sponsor fantastici, però è chiaro che non è semplice lottare contro squadre che hanno un budget di quel livello.
Patrick è sempre stato attento ai dettagli e ha sempre riletto le corse cercando la perfezione. Qui con Bettini nel 2007Patrick è sempre stato attento ai dettagli e ha sempre riletto le corse cercando la perfezione. Qui con Bettini nel 2007
Ti aspettavi che annunciasse il ritiro in questi tempi?
Mi ha un po’ spiazzato. C’era un progetto per il cambiamento, per cui mi aspettavo che avvenisse con più gradualità. Però magari negli ultimi tempi era stanco. E poi, anche se non sarà più l’amministratore, rimarrà accanto alla squadra, che ha curato e fatto crescere per 24 anni. Immagino che non l’abbandonerà così.
Chi è per te Patrick Lefevere?
Un maestro su come lavorare con passione mantenendo la professionalità. Mi ha insegnato uno stile di vita. Dico sempre che lui appartiene a una cerchia di fuoriclasse che illuminano il gioco. Come Baggio o Maradona, un grande artista. Uno di quei personaggi dotati di una capacità di intuizione superiore alla media, da cui è bene cercare di imparare il più possibile. Detto questo, non sono sempre stato d’accordo con lui. Però le decisioni in cui mi ha coinvolto sono state così condivise che le ho sentite anche mie. Patrick ha una grande capacità di delega. Avvia un processo, lo lascia andare avanti con gli altri e poi torna per metterci l’ultimo tocco e la firma.
La squadra senza di lui cambierà pelle?
Jurgen Foré l’ha segnalato, scelto e portato lui in squadra. Non viene dal ciclismo per la voglia di dare un’impronta più aziendale alla squadra. Ha una personalità diversa da Patrick e sa bene che non potrà sostituirlo. Farà come tutti il suo lavoro cercando di essere la versione migliore di se stesso. Sono convinto che sia la persona giusta per continuare a pensare a questa squadra e avere davanti a noi magari altri 10 anni.
Alessandro e Patrick, la foto mandata dallo stesso Tegner: come due amici in relaxAlessandro e Patrick, la foto mandata dallo stesso Tegner: come due amici in relax
Ti abbiamo chiesto una foto di voi due insieme, perché tra quelle che hai ci hai mandato proprio quella qui sopra?
Mi è sempre piaciuta. Di solito nelle foto nostre indossiamo la maglia della squadra, siamo sempre in discussione con qualcuno, con un badge attaccato al collo. Questa è l’unica foto che ho di lui nella quale abbiamo una giacca addosso. Siamo noi due, Patrick e Alessandro. Non so chi l’abbia fatta, ma è un’immagine a cui tengo.
Sentir parlare Juan David Sierra inganna, non tanto per gli argomenti che porta e la lucidità con cui li sviscera, ma perché tutto questo lo fa ad appena 19 anni. Tra pochi giorni di anni ne farà 20 (il 25 gennaio), eppure il giovane cresciuto nella Ciclistica Biringhello sembra avere le idee chiare. Il primo anno con il devo team della Tudor Pro Cycling lo ha messo davanti a degli scalini, lui piano piano li ha saliti tutti. Consapevole che la scalata non sia ancora finita, Sierra è pronto a tornare al lavoro. Anzi, lo ha già fatto.
«Prima di Natale – ci racconta – sono stato in Spagna, in ritiro con la squadra. Il team nei mesi invernali affitta una villa dove i corridori possono andare ad allenarsi. Tra il 13 e il 24 dicembre sono stato lì insieme a metà dei miei compagni di squadra. Ci siamo allenati molto e con un tempo fantastico».
Sierra ha iniziato la sua prima stagione in Tudor Pro Cycling correndo con i pro’, a Murcia e poi AlmeriaSierra ha iniziato la sua prima stagione in Tudor Pro Cycling correndo con i pro’, a Murcia e poi Almeria
Il contatto con i pro’
Sierra parla, sereno e analitico. Il 2024 per lui è stato un anno importante, l’arrivo nel team di sviluppo della Tudor lo ha portato a crescere parecchio. Fin dai primi mesi ha visto da dentro cosa vuol dire correre tra i professionisti. Lo ha fatto nelle gare di Mallorca, lo scorso gennaio, e poi anche a fine stagione con due esperienze di grande calibro. Prima la Sparkassen Musterland e poi la Parigi-Tours.
«Le gare che ho fatto con il team professional – dice Sierra – sono state esperienze fantastiche che non mi aspettavo di vivere già da subito. La prima gara che ho disputato è stata la Vuelta a Murcia. La squadra mi ha mandato subito in fuga, è stato un battesimo di fuoco ma comunque interessante. Il giorno dopo alla Clasica de Almeria il gruppo ha controllato l’andamento della gara, sembrava di vedere la corsa dalla televisione. A 20 chilometri dal traguardo le squadre erano già posizionate per lo sprint. Io ero lì, nel mezzo, sentivo la tensione crescere dalla radiolina mentre accanto mi passavano i corridori che di solito ammiravo da lontano».
La sua ultima gara del 2024 è stata la Parigi-Tours, un bel banco di provaLa sua ultima gara del 2024 è stata la Parigi-Tours, un bel banco di prova
Che ruolo hai svolto?
Sempre di supporto. Anche alla Sparkassen Munsterland e alla Parigi-Tours dovevo tenere i capitani al sicuro nei passaggi più difficili. Sugli sterrati della Francia avevo il compito di tirare tra un settore di sterrato e l’altro per Trentin. La Parigi-Tours è stata l’ultima gara dell’anno e anche la più impegnativa, con 213 chilometri tra fango e pioggia. All’arrivo ero tra gli ultimi, ma ho avuto la fortuna di attraversare il traguardo con Morkov, che era alla sua ultima gara.
Delle cinque gare fatte con i professionisti, quattro le ho corse con lui. E’ un corridore con il quale ci si confronta bene, è sincero e disponibile. Da un lato spero mi prenda sotto la sua ala, per imparare più cose possibili. In questi giorni di ritiro mi sono allenato con i professionisti e mi ha dato tanti consigli.
Sierra ha trovato in Trentin un riferimento da seguire e dal quale imparareSierra ha trovato in Trentin un riferimento da seguire e dal quale imparare
Quali?
Il più importante è di farsi voler bene dai compagni di squadra, di essere umile e con i piedi per terra. Per diventare un leader serve una grande empatia, il lato umano è molto importante.
Come descriveresti le tue esperienza con i professionisti?
Bellissime. Trentin è davvero un maestro incredibile, ma ho imparato da tutti. Anche dagli avversari. Vedere come si muovono in corsa, capire cosa e come si mangia durante una gara, sono tante le chicche che porto con me.
Il giovane italiano ha vinto anche la sua prima gara da U23 al Tour de la Mirabelle (foto DirectVelo/Alexis Dancerelle)Il giovane italiano ha vinto anche la sua prima gara da U23 al Tour de la Mirabelle (foto DirectVelo/Alexis Dancerelle)
Com’è stato tornare tra i grandi anche solo per un allenamento?
Bello. Alla fine non sono più nuovo, mi conoscono. Quindi l’approccio è più diretto, non c’è quella barriera da abbattere. Mi sono sentito più parte del gruppo.
Non dimentichiamoci che sei al secondo anno da under 23, nel 2024 che passi senti di aver fatto?
Il miglioramento principale è stato sulla resistenza, che era il primo obiettivo sul quale il preparatore mi aveva detto di lavorare. Il salto tra juniores e under 23 è difficile, quindi serviva aumentare le mie qualità di resistenza. In un solo anno sento di aver fatto un bello step.
Sierra guarda al 2025, stagione nella quale vuole confermarsi nelle gare più importanti riservate agli U23Sierra guarda al 2025, stagione nella quale vuole confermarsi nelle gare più importanti riservate agli U23
Altro?
Mi sono concentrato molto sulle mie qualità naturali: strappi e volate. Non ho provato a migliorare altri aspetti, come in salita ad esempio. Sinceramente non mi aspettavo di andare così forte fin da subito. So che sembra scontato ma per descrivere il mio 2024 userei la parola “crescita”. Sono maturato molto, sia fisicamente che mentalmente. Sto per compiere 20 anni e ora mi sento pronto.
Dal 2025 cosa ti aspetti?
Di massimizzare il lavoro per riuscire a vincere le corse più importanti tra gli under 23 e diventare un leader. Mi piacerebbe mettermi alla prova nelle classiche di categoria: Roubaix, Gand e Youngster Coaster Challenge. Del calendario ancora non so molto, spero di fare il Giro di Bretagna e il Giro Next Gen. Soprattutto quest’ultima può essere un ulteriore passo di crescita.