Espargarò in bici? Non è per pubblicità, garantisce Guercilena

02.01.2025
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Non lo vedrete nei roster della squadra, eppure l’ingresso di Aleix Espargarò alla Lidl-Trek ha fatto molto rumore. Perché non sarà un semplice ambassador del marchio. Appena parcheggiata la sua moto dopo una carriera nella MotoGP costellata di pole position e di vittorie, anche se non illuminata dal titolo mondiale, lo spagnolo ha deciso di reinventarsi rimanendo nel mondo delle due ruote, ma di altro tipo…

Per Espargaròò l’esperienza in bici sarà un’ulteriore tappa nella sua crescita umana
Per Espargarò l’esperienza in bici sarà un’ulteriore tappa nella sua crescita umana

Un suo desiderio

Va chiarito subito un punto: Espargarò ha un peso specifico, nel mondo dello sport, non indifferente e può essere un grande richiamo, ma lo spagnolo non ha la minima intenzione di fare la bella statuina e stare a guardare, troppa la sua abitudine a essere nella mischia. Che cosa potrà fare allora? A rispondere è il team manager Luca Guercilena, che ha voluto in prima persona che l’operazione andasse in porto.

«I contatti con lui sono iniziati ad Andorra – racconta – che ormai a un epicentro per il ciclismo, grazie a Carlos Verona che è un suo amico. E’ stato spesso ospite nei nostri eventi marketing, poi a una cena post Tour ci ha accennato al suo sogno di provare la vita da corridore di ciclismo, da affiancare al suo ruolo di uomo-immagine per la nostra azienda perché può dare molto in fatto di visibilità. Abbiamo quindi pensato di fargli provare gare di gravel, anche del massimo circuito Uci, di mountain bike e magari di vederlo impegnato in qualche Granfondo, poi vedremo come va».

Il catalano ha mostrato subito grandi doti in salita. La bici è sempre stata parte della sua preparazione
Il catalano ha mostrato subito grandi doti in salita. La bici è sempre stata parte della sua preparazione
Che cos’è che, al di la del suo prestigio, vi ha colpito del 35enne catalano?

Innanzitutto non è uno sprovveduto in bici, perché è sempre stata un suo strumento di allenamento per la sua attività motociclistica. Io sono rimasto impressionato da quanto si allena, mi ha detto che la bici era fondamentale per la resistenza almeno quanto la palestra per la forza nello spostare i tanti chili della moto. Da questo punto di vista non ci sono davvero sostanziali differenze con i nostri ragazzi, è un professionista in tutto quello che fa.

Perché avete scelto una multidisciplina per il suo inizio?

Abbiamo voluto innanzitutto lasciargli libertà di scelta. Tra l’altro ha già corso in qualche Granfondo su strada e anche con risultati molto buoni. Io credo che nelle gravel possa fare davvero bene, anche perché lo stimolo del circuito mondiale può dargli nuovi stimoli. Da quel che ho visto Aleix ha una grande abilità di guida e questo è normale vista la sua attività, chiaramente paga dazio nello stare in gruppo, un conto è guidare con pochi centauri al tuo fianco, un altro pedalare in mezzo a centinaia di persone. Ma lui vuole provarci e noi siamo d’accordo.

Vincitore di 3 gare, Espargarò è l’unico ad avere conseguito pole position con 3 moto diverse: Yamaha, Suzuki e Aprilia (foto Michelin)
Vincitore di 3 gare, Espargarò è l’unico ad avere conseguito pole position con 3 moto diverse: Yamaha, Suzuki e Aprilia (foto Michelin)
Che cosa può dare?

E’ un esempio, di professionalità e abnegazione. Con tutto quel che ha guadagnato, vuole ancora mettersi in gioco. Questo per i giovani è un impatto importante. Aleix sa bene che il ciclismo non regala nulla e il suo messaggio, il suo rimettersi in gioco pur a 35 anni è qualcosa d’importante, un messaggio da diffondere. Nessuno gli chiede nulla, ma conoscendolo sappiamo che Espargarò è un agonista nato e che cercherà sicuramente di ottenere risultati.

Come si è posto, che atteggiamento ha?

In maniera molto umile, quella di chi vuole imparare. Ha subito detto che non pretende assolutamente il centro dell’attenzione e che si sente come uno studente alle prime armi insieme a gente che ne sa molto di più. Non pretende certo di mettersi in sella e competere nelle grandi corse, anche se ha detto che gli piacerebbe partecipare e mettersi a disposizione dello staff in qualsiasi ruolo sia utile. Io credo che l’atteggiamento sia un aspetto importantissimo, ho molta fiducia in quello che potrà fare per lui e per noi. Intanto farà la prima parte dell’anno, poi vedremo come andrà e ci porremo nuovi obiettivi.

I compagni sono rimasti stupiti dalle sue doti. Aleix si dedicherà soprattutto a gravel e mtb
I compagni sono rimasti stupiti dalle sue doti. Aleix si dedicherà soprattutto a gravel e mtb
La squadra come l’ha presa?

Molti lo conoscevano, sapevano chi è, ma erano un po’ scettici su quel che potesse fare. Quand’eravamo ad Andorra, appena hanno iniziato a salire in bici si sono ricreduti: asciutto anche più di tanti corridori, tecnicamente ineccepibile, si capiva che non era lì per esibizionismo. La differenza c’è, sia chiaro, ma può fare davvero bene nei contesti più adatti.

Lui ha detto che però il suo sogno è attaccare il numero di qualche corsa professionistica…

Vedremo, facciamo un passo alla volta. Lui ci ha espresso i suoi sogni e noi vogliamo che riesca a realizzarli, piano piano. Ripeto, è un accordo reciproco dal quale possiamo trarre vantaggio tutti.

Van Aert inquadra il 2025: zoom su Fiandre e Roubaix?

01.01.2025
4 min
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Il Belgio del ciclismo trattiene il fiato per conoscere il programma di gare di Wout Van Aert (in apertura immagine Instagram/Visma-Lease a Bike), che sarà svelato il 14 gennaio durante il media day della Visma-Lease a Bike a La Nucia, in Spagna. La partenza di Merijn Zeeman ha tolto dal tavolo l’artefice dell’insolito schema 2024, che venne poi vanificato dalla caduta alla Dwars door Vlaanderen. Eppure in questo estremo rincorrere la condizione perfetta, sono tanti quelli che temono un’altrettanto insolita programmazione.

La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen che compromise la primavera 2024
La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen che compromise la primavera 2024

Via dall’Italia

Lo scorso anno Van Aert rinunciò alla Strade Bianche e la Sanremo per farsi trovare al massimo al Fiandre e alla Roubaix. In un’intervista commentò il fatto che essere ciclisti professionisti significhi ormai essere professionisti anche della noia, passando giorni e giorni in altura e rinunciando a due gare che già in passato lo avevano visto protagonista assoluto. E del resto fu proprio a causa di quel periodo supplementare in altura che Van Aert prese parte alla gara dell’incidente. Si trattava di scegliere fra Gand-Wevelgem, Harelbeke e Dwars door Vlaanderen. La prima cadeva nella finestra temporale in cui il ritorno dall’altura offre più disagi che vantaggi e per questo si optò per la seconda e la terza. La Attraverso le Fiandre sarebbe stata l’ultimo test fra l’altura e il Giro delle Fiandre, si trasformò invece nella tomba della sua primavera.

La caduta, di cui si è parlato per gli effetti e poco per la dinamica, ha tenuto banco a lungo in Belgio. Quel tratto, ritenuto pericoloso, era stato tolto dal percorso del Fiandre ma non da quello della corsa di preparazione. Raccontano i presenti che prima di abbattersi violentemente sull’asfalto, Van Aert abbia raggiunto volando un’altezza mai vista in una gara di biciclette. E che Alaphilippe, passato poco dopo sul posto, si sia ritirato per la violenza della scena e il ricordo del suo incidente alla Liegi del 2022.

Nel 2020 Van Aert vinse strade Bianche e Sanremo, dove batté Alaphilippe in volata
Nel 2020 Van Aert vinse strade Bianche e Sanremo, dove batté Alaphilippe in volata

L’altura in extremis

La squadra non ha mai rinnegato la scelta e questo fa pensare che potrebbe farla nuovamente. Tiesj Benoot, che aveva seguito lo stesso cammino di Van Aert, ammise di aver avuto al Fiandre una giornata eccellente. E anche i tecnici hanno ammesso che Van Aert ci sarebbe arrivato con il giusto peso e con i migliori valori. Anche se di fatto non ci è mai arrivato e non ha potuto lottare per la Strade Bianche e ancor di più la Sanremo che avrebbero dato – in caso di esito positivo – ben altro sapore alla sua primavera.

La domanda del pubblico e degli addetti ai lavori è dunque se Van Aert ripeterà lo stesso schema o rimetterà mano al programma. La sfida nella sfida fra gli allenatori è quella di arrivare alle grandi classiche del Nord passando per uno stage tardivo in quota, che però ovviamente costringe a grandi rinunce: le due classiche italiane potrebbero essere nuovamente escluse dal programma del campione.

Roglic e Van Aert sul Teide: un’immagine di febbraio 2021. Wout corse poi Tirreno e Sanremo prima del Nord
Roglic e Van Aert sul Teide: un’immagine di febbraio 2021. Wout corse poi Tirreno e Sanremo prima del Nord

Comunque un’impresa

Lette da qui, potrebbero essere questioni da derubricare con uno sbadiglio. In Belgio invece attorno a Van Aert c’è come sempre un seguito oceanico che si interroga ossessivamente sui tempi del ritorno e il livello che ritroverà. Basti pensare che dal momento in cui il belga ha annunciato il debutto nel cross di Loenhout, la prevendita dei biglietti è schizzata alle stelle, ben più di quello che sarebbe accaduto se la sola star fosse stata Van del Poel. Dodicimila tagliandi acquistati online, cui se ne sono aggiunti 3.500 venduti sul posto, che con 15.500 presenti hanno stabilito il record assoluto di biglietti venduti in uno dei cross più classici del Belgio.

Il belga non fa mistero che nei prossimi quattro mesi per lui esistano soltanto due corse – il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix – e per certi versi viene da condividerne il pensiero. Fino a qualche anno fa la domanda non era se le avrebbe vinte, ma quando. In realtà Van Aert ha compiuto trent’anni e non ci è ancora riuscito. La causa principale è stata la sfortuna, poi ci sono stati alcuni problemi meccanici e soprattutto avversari enormi. Anche per il miglior Van Aert certe corse non sono scontate. Al Fiandre dovrà vedersela con Pogacar e Van der Poel, che sembrano volare sotto un cielo tutto loro. Mentre nella Roubaix che sembra adattarglisi molto meglio, avrà bisogno che le cose vadano nel modo giusto dal primo all’ultimo chilometro. Non sarà l’altura a dargli la certezza di riuscirci, non c’è logica nell’affrontare certe corse. Per vincerle e scrollarsi di dosso una profezia che sa tanto di ossessione, dovrà comunque realizzare un’impresa.

Nuovi arrivi azzurri alla Roland. L’ultimo regalo di papà Ruffilli

01.01.2025
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Il Team Roland dal prossimo anno avrà due italiane in più, Giulia Giuliani e Vittoria Ruffilli, promosse direttamente dal K2 Women Team. Una promozione che ha sorpreso in molti e che rappresenta anche l’ultima vittoria della squadra continental, che ha appena chiuso i battenti. Una scelta dolorosa per Massimo Ruffilli, il titolare che ha investito tutta la sua passione nel ciclismo femminile e per il quale la carriera della figlia, il suo accesso nel ciclismo di vertice, è il più bello dei regali di Natale che potesse ricevere.

La giovane Ruffilli viene dal triathlon, ha iniziato seriamente con il ciclismo 4 anni fa (foto DirectVelo)
La giovane Ruffilli viene dal triathlon, ha iniziato seriamente con il ciclismo 4 anni fa (foto DirectVelo)

Il racconto parte proprio dal papà che ci tiene a sottolineare come il legame con il team svizzero non si esaurisca solamente con la promozione delle due ragazze: «Anche il nostro meccanico Gaetano Romano è passato a far parte della squadra, come anche l’ex ciclista Nicole Fede che accede come massaggiatrice. E’ un premio al nostro lavoro, d’altronde le due ragazze si sono impegnate molto e hanno visto premiata la loro crescita».

Quando è nato il contatto?

Con la Roland abbiamo sempre avuto rapporti e già nel 2023 ci avevano esternato il loro interesse. Giulia e Vittoria avevano però bisogno di altro tempo, di imparare anche considerando il fatto che abbiamo avuto poche occasioni di confronto con i team più blasonati. Al Giro dell’Emilia la trattativa ha preso la piega giusta, ci hanno detto di volerle ingaggiare e noi siamo stati ben felici.

La Giuliani, 22 anni, è una passista. Stessa età per la Ruffilli, forte in salita
La Giuliani, 22 anni, è una passista. Stessa età per la Ruffilli, forte in salita
Che cicliste sono?

Mia figlia è portata per la salita, grazie anche al suo fisico leggero. Più le gare sono dure, più riesce a emergere e farsi vedere, per questo è ideale per un team WorldTour. Giulia invece è una passista che si adatta a qualsiasi tipo di corsa.

La loro promozione addolcisce un po’ il rammarico per la chiusura del team…

E’ stata una scelta sofferta ma per certi versi necessaria. Io vengo dal calcio e sono abituato a vivere lo sport in maniera differente. Il ciclismo femminile avrebbe bisogno di un approccio diverso: non è come i colleghi maschi, non ha la stessa visibilità, bisognerebbe agire sul calendario, sulle gare, renderle maggiormente appetibili anche agli sponsor. Io che cosa posso garantire loro? Non hanno riscontri sufficienti per mettere a disposizione le cifre necessarie. Se poi le grandi corse, che già sono poche, invitano solo le squadre di alto livello, noi siamo completamente fuori gioco.

Per la Giuliani un secondo posto di prestigio al GP Arcade, battuta da Virginia Bortoli
Per la Giuliani un secondo posto di prestigio al GP Arcade, battuta da Virginia Bortoli
E’ un problema solo d’immagine?

No, perché io devo pensare anche alla crescita delle ragazze e questa avviene solo confrontandosi con le migliori. Io sono riuscito a far invitare il team al Tour de l’Ardeche e per le ragazze è stata un’esperienza esaltante, fondamentale, fare 6 tappe con i team del WorldTour. Perché non si può fare lo stesso qui?

Quanto ha influito nel passaggio di Vittoria essere tua figlia?

Se pensate che sia uno di quei papà che spingono sui figli, non sono la persona giusta. Vittoria voleva seguire questo sogno, io l’ho lasciata fare, ma è tutta farina del suo sacco. Se l’è meritato lei, è stata lei ad attirare l’attenzione dei dirigenti svizzeri. Io devo pensare alla mia azienda, al mio lavoro.

Il team italiano era davvero una famiglia. Il suo scioglimento è l’ennesima sconfitta per il movimento
Il team italiano era davvero una famiglia. Il suo scioglimento è l’ennesima sconfitta per il movimento

Un ingaggio a sorpresa

Nelle parole di papà Ruffilli c’è un pizzico di rammarico per la chiusura dell’avventura generale, mitigato dal successo della figlia Vittoria che da parte sua è carica a mille: «A settembre mi hanno contattato e sinceramente non me l’aspettavo proprio. Per me vedere che la mia passione diventa un lavoro vero e proprio è il massimo».

Conoscevi già il team svizzero?

Sì, ma come tutti gli altri, non avrei mai pensato che un giorno sarebbe diventato casa mia. Lo seguivo sui social, poi quando mi hanno avvicinato sono rimasta di sasso.

Sai già che cosa vorranno da te?

Ne parleremo nel primo ritiro di gennaio, ma io sarò una delle più giovani e voglio mettermi a completa disposizione della squadra, imparare quanto più possibile dalle più esperte, tenendo conto che poi d’imparare non si smette mai davvero… Per me saranno tutte esperienze nuove, sono emozionata e al contempo anche un po’ intimorita.

Vittoria Ruffilli al Tour de l’Ardeche, chiuso al 57° posto ma con un’ottima prestazione nella quinta tappa (foto DirectVelo)
Vittoria Ruffilli al Tour de l’Ardeche, chiuso al 57° posto ma con un’ottima prestazione nella quinta tappa (foto DirectVelo)
Com’è stato il tuo 2024?

L’inizio era stato abbastanza normale, ma in primavera ho avuto problemi di salute che mi hanno ostacolato in allenamento e in gara, anche se realmente non mi sono mai fermata. Sentivo però che era tutto molto frenato, che non rendevo come mi aspettavo. Poi d’estate le cose sono andate un po’ meglio, all’Ardeche, nella tappa più dura sono anche rimasta a lungo nelle posizioni che contano ottenendo una prestazione al di là delle mie aspettative.

Che cosa ti lasci indietro con il cambio di squadra?

Mi lascio una famiglia. Si era creato un ambiente ideale, eravamo tutte amiche prima che compagne di squadra e infatti siamo tutte rimaste in stretto contatto. Per me era tutto un mondo nuovo, io ho iniziato solo qualche anno fa, venivo dal triathlon che è una disciplina completamente diversa. Non nascondo che andar via mi è dispiaciuto, ma fa parte della crescita. Sapere poi che la squadra ha chiuso i battenti mi addolora molto, ma queste sono scelte che non mi competono. Ora guardo alla nuova stagione nella quale non mi pongo obiettivi legati a questa o quella gara, voglio solo crescere e fare quel che mi diranno.

Dall’Italia al Belgio, la scelta di Fenix che crede nel ciclismo

01.01.2025
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MILANO – In quel costante arrovellarsi sull’assenza di grandi sponsor (italiani) nel ciclismo italiano, il fatto che in Belgio ci sia una squadra WorldTour femminile di primo nome italiano come Fenix provoca una serie di prevedibili riflessioni. Poco aiuta aver scoperto che alle spalle di Fenix ci sia una holding olandese. Al contrario, la consapevolezza di ciò amplifica il senso di disagio. In Olanda il ciclismo è percepito così tanto come un terreno su cui investire, da aver spinto una società italiana controllata a metterci il nome e le risorse. Chissà quante aziende ne avrebbero i mezzi, ma non lo fanno perché nessuno sa spiegargliene i vantaggi.

Per questo incontrare Sandro Marini, Art Director presso Arpa Industriale e riferimento di Fenix per il marketing, aiuta a far luce su ciò che rende appetibile il ciclismo per l’azienda di Bra che ha iniziato nel 2023 e fino al 2027 sarà primo nome della Fenix-Deceuninck. Nel 2020 e nel 2021 era stata anche il secondo nome sulla maglia di Mathieu Van der Poel. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione di Annemiek Van Vleuten come coach della squadra olandese e ci ha colpito, come abbiamo già raccontato, assistere alla presenza numerosa di giornalisti venuti dal Belgio e dall’Olanda in casa di uno sponsor italiano

Il nostro interlocutore per questo articolo è Sandro Marini, Art Director di Arpa Industriale (immagine Instagram)
Il nostro interlocutore per questo articolo è Sandro Marini, Art Director di Arpa Industriale (immagine Instagram)
Perché il ciclismo?

Abbiamo iniziato questo interessante viaggio nel 2020 insieme alla allora Alpecin-Fenix. Fenix produce un materiale che riveste le superfici per gli elementi d’arredo, delle cucine, dei tavoli, di tutto quello che si può coprire. La Fenix ha sede a Bra, quindi è un’azienda italiana, ma condividiamo i valori della squadra di Philip Roodhooft. Il fatto di arrivare a loro è dipeso dalla holding, ma anche dalla passione e dall’aver scoperto in loro i nostri stessi valori aziendali. Ci siamo piaciuti e abbiamo voluto mettere il nostro marchio sulla squadra.

Un’esperienza che funziona a livello di conoscenza del marchio?

Molto, molto. Più di tutto ci piace il fatto di essere associati a una squadra che ha un percorso molto bello di successi. Ci dà grande soddisfazione e permette di incrociare mondi che possono sembrare totalmente diversi, totalmente avulsi. Sui social abbiamo ricevuto commenti da persone che hanno una cucina Fenix e si sono accorte che i loro ciclisti preferiti corrono con Fenix e di conseguenza trovano la loro cucina ancora più bella. Poi c’è anche l’aspetto della comunicazione più pura, ma noi siamo molto contenti anche del riscontro immediato del semplice accostamento del nome alla squadra.

Puck Pieterse ha portato il marchio Fenix sulla maglia bianca di miglior giovane al Tour 2024
Puck Pieterse ha portato il marchio Fenix sulla maglia bianca di miglior giovane al Tour 2024
Fino al 2028 con le donne, prima con Van der Poel: c’è una grossa differenza di impatto?

Ovviamente sì, sono due cose diverse, ma devo dire che con la squadra femminile c’è ancora più partecipazione. C’è più empatia e troviamo le porte aperte. Quella di affiancare le ragazze è stata una bella scelta ed è il nostro solo impegno nel ciclismo. Al momento siamo con loro con questa sponsorizzazione. Uno dei nostri valori è essere focalizzati sul progetto e ora vogliamo dare loro il nostro supporto affinché possano fare risultati migliori e diventino delle atlete bravissime. E poi c’è l’aspetto umano e sociale.

Vale a dire?

Quando ci coinvolgono anche in gare completamente diverse, tipo la Gran Fondo Bra-Bra, è un momento di festa. Si incrociano persone, è venuto Adrie il papà di Van Der Poel. Sono venute le ragazze e si crea sempre un bel clima.

Nel catalogo del marchio piemontese, cucine, soggiorni… tutto ciò che richiede un rivestimento (foto Fenix)
Nel catalogo del marchio piemontese, cucine, soggiorni… tutto ciò che richiede un rivestimento (foto Fenix)
Quando nasce il marchio Fenix?

Come prodotto nasce nel 2013, abbiamo festeggiato dieci anni lo scorso anno. E’ un prodotto che ha rivoluzionato il mondo dell’interior design grazie alle sue caratteristiche di opacità, soft touch, riparabilità e anti-impronta. Il nome Fenix viene proprio dall’araba fenice che col calore si rigenera, proprio come le superfici che produciamo. Grazie a queste caratteristiche Fenix ha dettato un nuovo standard che in dieci anni ha avuto un notevole successo in tutto il mondo dell’interior design, dalle cucine agli elementi di arredo con le marche più prestigiose.

L’azienda è nata a Bra?

L’azienda che c’è alla base di tutto, Arpa Industriale, è nata nel 1954, quindi quest’anno ha festeggiato i 70 anni. L’anno scorso i 10 anni di Fenix, quest’anno i 70 anni di Arpa. E’ nata a Bra perché i proprietari e i fondatori erano di Bra. Inizialmente produceva laminato, che era il materiale smart, anche se era fatto con tanti strati di carta. Quindi è nato tutto da una famiglia braidese, ma nel 2008 è avvenuta l’acquisizione da parte della holding olandese e da lì è iniziato un nuovo percorso di azienda, con lo sviluppo di prodotti come Fenix.

Ceylin Del Carmen Alvarado ha già vinto nove prove di cross in questa stagione: qui a Namur
Ceylin Del Carmen Alvarado ha già vinto nove prove di cross in questa stagione: qui a Namur

Nella Fenix-Deceuninck corre Puck Pieterse, campionessa del mondo U23 e miglior giovane all’ultimo Tour. C’è Ceylin Del Carmen Alvarado, star del ciclocross e c’è anche Pauliena Rooijakkers, terza all’ultimo Tour de France. La squadra corre con bici Canyon ed è vestita da Alé Cycling, altra eccellenza italiana. Per ora le ragazze stanno correndo nel cross, ma presto sarà tempo di tornare su strada. Portando in giro per il mondo il marchio di un’azienda piemontese che ha scelto di crederci.

Guazzini sbircia nel 2025. Super Fdj e classiche nel mirino

01.01.2025
7 min
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Il Buon Anno Nuovo ce lo dà Vittoria Guazzini. L’oro olimpico della madison di Parigi apre il 2025 guardandoci dentro per vedere cosa le riserverà. Molto passerà da lei e dai suoi colpi, altrettanto dalla sua FDJ-Suez che si presenta rinnovata e decisamente rinforzata per raggiungere gli obiettivi cerchiati in rosso.

Gli ultimi giorni del 2024 Guazzini li ha passati nel velodromo di Montichiari proprio dopo aver festeggiato il ventiquattresimo compleanno a Santo Stefano e prima di fare altrettanto con l’affiatato e vincente gruppo azzurro della pista. Un viaggio dalla Toscana alla bassa bresciana che profuma di inizio carriera e che adesso è uno degli aspetti da incastrare al meglio nel fitto programma su strada che la attende. Lo scambio degli auguri di queste festività è stato più di un pretesto per fare due chiacchiere con Vittoria.

La tua presenza a Montichiari è in ottica europei di Zolder?

I giorni in pista erano già fissati da tempo. Ora come ora non penso che li correrò. Sono in programma dal 12 al 16 febbraio, quindi un mese dopo rispetto all’anno scorso, ma pochi giorni prima dovrei esordire su strada al UAE Tour (dal 6 al 9 febbraio, ndr). Vedremo come fare, di sicuro ne devo parlare bene con Marco (Villa, il cittì della pista, ndr).

Con la tua squadra hai già stilato una bozza del calendario che farai?

In linea di massima sì, però fino alla fine della primavera. L’ultima gara di quel segmento di stagione potrebbe essere l’Amstel Gold Race. Prima però farò tutto il blocco delle classiche delle pietre in Belgio. Tra la Gand e la Roubaix mi piacerebbe fare bene, raccogliere qualcosa di buono sia in quei giorni, ma anche prima se ci fosse l’occasione.

Al Giro d’Onore hai detto che ti piacerebbe vedere il velodromo di Roubaix…

Sì, per forza, perché vorrebbe dire che non sono caduta (ride, ndr). Nel 2021 mi ero rotta una caviglia in gara, nel 2023 addirittura il bacino durante la ricognizione, quindi potete capire che mi accontenterei di arrivare al traguardo. Battute a parte, spero di avere e mantenere la giusta condizione in quel periodo per poter provare ad essere competitiva anche in quella corsa.

A proposito di obiettivi, ne hai già in mente qualcuno in particolare?

Adesso non ci sto pensando troppo. Tuttavia qualcosa c’è già. Vorrei riconfermarmi campionessa italiana a crono. Avrei puntato anche al mondiale a crono in Rwanda, ma ho guardato il percorso su VeloViewer e ho capito che se ne parla nel 2026. Onestamente non capisco perché continuino a disegnare tracciati così duri e poco adatti a specialisti. Il percorso della prova contro il tempo dei mondiali di Zurigo era assurdo, con una discesa molto pericolosa, soprattutto su una bici da crono. Meglio lasciar perdere…

Meglio pensare ai Grandi Giri? Il Tour Femmes è il grande obiettivo della tua FDJ-Suez.

Come dicevo prima non so ancora quali correrò. Dipenderà molto da come uscirò dal periodo delle classiche e quindi dal relativo programma. Certamente possiamo dire che non è un segreto che la nostra squadra voglia vincere il Tour, a maggior ragione visto che è un team francese. Non pensiamo però solo a quei dieci giorni di luglio, c’è tanto altro a cui puntare. Per ora sono solo parole. Dovremo vedere quando la stagione si aprirà ed entrerà nel vivo come saremo messe.

La campagna acquisti è stata fatta proprio per la Grande Boucle. Cosa ne pensi?

Prima di tutto lasciatemi dire che mi dispiace molto non avere più compagne come Marta, Cille e Grace (rispettivamente Cavalli, Ludwig e Brown, ndr). La nostra era una formazione forte e attrezzata già prima. Penso a Evita Muzic che ha fatto un grande salto di qualità, cogliendo ottimi risultati l’anno scorso. E’ indubbio comunque che il nostro organico abbia fatto ulteriori passi in avanti. Credo che siamo competitive in tutti i reparti. Ad esempio è arrivata Wollaston, che io conosco bene perché ci siamo spesso trovate in pista. Non era con noi in questi ritiri perché è a casa sua in Nuova Zelanda, ma sono certa che Ally darà tanto alla squadra. Così come Chabbey e le giovani Rayer e Gery.

Gli arrivi più importanti sono stati Labous e Vollering. Com’è stato il primo impatto con loro?

Molto buono. Ho conosciuto Juliette e Demi durante il primo ritiro in California (con tappa da Specialized, nuovo fornitore di bici e caschi, ndr) e poi ancora meglio in quello in Spagna per i primi allenamenti. Si vede subito che sono atlete vere, che si interessano a piccole cose e curano il dettaglio. Giù dalla bici sono ragazze estremamente di compagnia, molto tranquille. Diciamo che ero più preparata su Demi perché me l’aveva descritta molto bene Elena (Cecchini, ndr) duranti le gare e i ritiri con la nazionale.

Quest’anno ti scade il contratto. Stai pensando anche a questo?

E’ ancora molto presto per discuterne, però posso dirvi che sto molto bene nella FDJ-Suez. Prima di ogni cosa dovrò far parlare la strada, poi valuteremo anche questo punto.

Vittoria Guazzini vuole riconfermarsi tricolore a crono e al 2025 chiede un bell’exploit su strada, magari in una classica del Nord (foto FDJ-Suez)
Vittoria Guazzini vuole riconfermarsi tricolore a crono e al 2025 chiede un bell’exploit su strada, magari in una classica del Nord (foto FDJ-Suez)
Sei la prima intervistata del 2025 e puoi esprimere un desiderio. Cosa chiede Vittoria Guazzini al nuovo anno?

Bella domanda, devo dire che mi trovate un po’ impreparata. Non saprei, ma resto in ambito agonistico così non sbaglio. Al 2025 chiedo un bell’exploit su strada, uno di quelli da far sobbalzare e far dire “che brava la Guazz”. Ecco, questo. Non so dove, non so quando, ma l’importante che arrivi (e ci saluta sorridendo alla sua maniera mentre ci scambiamo nuovamente gli auguri di Buon Anno, ndr).

Si riparla di Spresiano. Velodromo pronto nel 2027?

31.12.2024
5 min
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Si torna a parlare del velodromo di Spresiano e se ne parla in maniera molto promettente, considerando la necessità sempre più impellente di un nuovo impianto per il ciclismo su pista che possa affiancare Montichiari e che possa soprattutto ospitare grandi eventi. Ma nei piani, l’impianto sarà molto di più e soprattutto sarà molto più utilizzabile rispetto alle iniziali prospettive.

Il nuovo progetto legato all’impianto prevede il suo utilizzo per molti sport, in primis ciclismo e atletica
Il nuovo progetto legato all’impianto prevede il suo utilizzo per molti sport, in primis ciclismo e atletica

Una storia iniziata negli anni Ottanta

Facciamo un passo indietro. Del velodromo trevigiano si parla da molti anni, addirittura dall’inizio degli anni Ottanta, ma in concreto si deve attendere il 1999 quando viene ufficializzato il progetto. Nel 2007 la costruzione dell’impianto entra nella Finanziaria di allora con 27 milioni di euro. Si dovrebbe costruire nell’area della Dogana, ma nel frattempo una cordata con a capo Remo Mosole inizia a proporre Spresiano in alternativa a un’altra proposta relativa a San Vendemiano.

La scelta arriva nel 2014 e Spresiano è la prescelta. Si scatena una battaglia amministrativa, ma la decisione del Consiglio della Fci non cambia. Appalto alla milanese Pessina Costruzioni, i lavori iniziano nel luglio 2018, a settembre la posa della prima pietra alla presenza di Malagò e dell’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti. Lavori preventivati in 18 mesi, ma poi arriva la crisi finanziaria dell’azienda e il congelamento dell’opera. Siamo nell’agosto 2019, tutto si ferma e col tempo non se ne parla più.

Marco Della Pietra, sindaco di Spresiano dal 31 maggio 2015, ha preso in mano la vicenda velodromo
Marco Della Pietra, sindaco di Spresiano dal 31 maggio 2015, ha preso in mano la vicenda velodromo

Prorpetari dell’impianto fra 70 anni

Qual è allora la novità? In realtà sono tante. A smuovere le acque è direttamente il Comune di Spresiano che s’intesta la realizzazione dell’impianto e va a caccia di fondi. Partendo dai buoni uffici del Sindaco Marco Della Pietra con il Governo, ottenendo 28 milioni di euro dal Ministero dello Sport. La Regione ha poi stilato un contratto di mutuo con l’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale (ICSC) per un ulteriore investimento che si aggiunge all’altro mutuo chiesto dal Comune. Nel frattempo Mosole ha concesso a titolo gratuito la proprietà del terreno al Comune che diventerà proprietario diretto dell’impianto fra 70 anni.

Da una parte si dovrà rimettere mano a quanto è stato fatto, considerando che sono passati anni, ma dall’altro si tratta di lavorare su un progetto completamente nuovo, che entusiasma lo stesso Della Pietra.

«Inizialmente -spiega – l’impianto doveva essere solo per il ciclismo, invece l’idea è farne un impianto multisportivo, che ad esempio potrà ospitare rassegne internazionali di pattinaggio artistico ma soprattutto l’atletica indoor, un’altra disciplina che ha necessità di un nuovo impianto di grande richiamo. L’impianto potrà ospitare anche sport di squadra come basket, volley, hockey a rotelle, dove però nel territorio ci sono già altri impianti disponibili».

Remo Mosole, storico dirigente trevigiano ha ceduto il terreno a titolo gratuito
Remo Mosole, storico dirigente trevigiano ha ceduto il terreno a titolo gratuito

Un beneficio per il territorio

Il rilancio dell’idea ha trovato terreno fertile nel territorio: «La cittadinanza è decisamente contenta, apprezzando il fatto che il Comune si sia esposto in prima persona e anzi ne abbia fatto un proprio cavallo di battaglia e questo a prescindere dagli schieramenti politici. Noi però non dobbiamo pensare solamente all’impianto di per sé: bisogna costruire anche tutte le infrastrutture, ad esempio la strada   che costerà 1,5 milioni di euro per collegare l’impianto, poi abbiamo pensato anche a una palestra da 400 metri quadrati. Si tratta di un grosso investimento, che però abbiamo calcolato sarà ammortizzato in breve tempo dal punto di vista dell’economia locale».

Su questo argomento le idee del Sindaco sono molto chiare: «Spresiano diverrà il centro per grandi eventi, non solo sportivi e quindi poterà tanta gente in città ma anche in tutto il territorio circostante. Ne beneficeranno strutture logistiche, ristoranti, luoghi culturali… Chi vive nel mondo della bici sa che le distanze sono un fattore relativo e quando hai un luogo accentrante come può essere un velodromo ben utilizzato, è tutta la zona, in questo caso la Marca, a poterne godere».

I lavori per la costruzione si sono fermati nel 2019. La ripresa è prevista nella seconda parte del nuovo anno
I lavori per la costruzione si sono fermati nel 2019. La ripresa è prevista nella seconda parte del nuovo anno

Ora la palla passa alla Fci

Della Pietra ha già nella testa un calendario fino alla realizzazione del progetto: «Intanto dobbiamo attendere la nomina del presidente della Fci, ma so che un impianto è un bene per il ciclismo italiano e quindi chiunque sarà eletto penso sarà più che favorevole ad appoggiarci. Toccherà alla Federazione indire il bando per l’appalto dei lavori, ma considerato quel che già c’è, io penso che se si parte a settembre, nel 2027 potrebbe esserci la consegna definitiva dell’impianto. L’importante è che la Fci faccia la gara d’appalto nella maniera più corretta, in modo da non avere poi ricorsi. Tra l’altro, ci tengo a sottolinearlo, a questo progetto concorrono Governo e Regione con grande attenzione e la sua realizzazione è completamente al di fuori dei fondi appartenenti al PNRR. I soldi ci sono, ora non resta che spenderli presto e bene».

Sanremo, Roubaix e Tour: il 2025 di Ganna prende forma

31.12.2024
7 min
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Dopo i mondiali di Zurigo, le ultime corse, le vacanze e il primo ritiro, ci sarà il tempo di festeggiare degnamente il capodanno, poi Filippo Ganna partirà per le Canarie. Dalle sue parti è troppo freddo per proseguire la preparazione. Per lo stesso motivo, nei giorni scorsi è andato in pista a Montichiari, ma per trovare la giusta intensità su strada, il piemontese ha organizzato un ritiro assieme a Dario Cioni, che lo raggiungerà di lì a pochi giorni. E proprio con il suo allenatore abbiamo fatto l’ultima chiacchierata del 2024 per capire in che direzione stia andando la preparazione del Pippo nazionale.

Il 2025 non dovrebbe vedere impegni agonistici in pista o quantomeno, se anche ci saranno, non saranno preminenti rispetto all’attività su strada, come invece è stato nel 2024. E’ il destino di tutti i pistard. Le squadre reclamano il diritto di averli a tempo pieno e anche per loro si aprono le porte su sfide di diversa forma e rinnovate ambizioni. Fra le novità della nuova stagione c’è già stata la nuova sede del primo ritiro. Dopo anni a Palma de Mallorca, infatti, la Ineos Grenadiers si è spostata su Oliva, in Costa del Sol, dividendo l’hotel con la Visma-Lease a Bike.

«Era già un pochino che se ne discuteva – spiega Cioni – e alla fine i corridori che sono in squadra da più tempo avevano fatto presente che si facevano sempre i soliti giri. Era nell’aria che avremmo cambiato per provare qualcosa di diverso».

Mondiali 2023, Cioni al lavoro sulla bici di Ganna con Matteo Cornacchione
Mondiali 2023, Cioni al lavoro sulla bici di Ganna con Matteo Cornacchione
E allora, visto che si parla di qualcosa di diverso, come è stata tracciata la stagione di Filippo?

Un po’ di cose erano già state dette a metà dell’anno scorso. Ad esempio, il discorso delle classiche. Per via delle Olimpiadi, nel 2024 non abbiamo fatto la Roubaix, perché Filippo voleva fare bene il Giro. Si disse subito che fosse solo rimandata e così l’abbiamo inserita come grande appuntamento per il prossimo anno. Come la Sanremo e anche il Tour, che l’anno scorso non era entrato nei suoi piani perché non coincideva con la programmazione olimpica. Filippo ha voglia di tornare in Francia dopo la prima esperienza. Nel 2022 non era andata come ci si aspettava, quindi penso che voglia cimentarsi in un Tour preparato bene. Stessa cosa per la Roubaix. L’aveva preparata un po’ meglio due anni fa, ora l’idea è di tornare perché delle classiche del Nord è quella che secondo noi gli si addice di più. E prima però c’è la Sanremo: vuole tornarci per vincere.

Il fatto di non avere gare su pista è importante?

Non cambia tanto, perché comunque la pista fa parte del suo modo di allenarsi, tanto è vero che anche l’altro giorno era a Montichiari. Sul discorso delle gare, è chiaro che le Olimpiadi, specialmente il quartetto, richiedono del tempo per lavorare insieme e quella forse è stata la difficoltà maggiore. Far coincidere i programmi di 4-5 corridori per fare le sessioni specifiche in cui trovare l’affiatamento e gli automatismi. Quello richiede del tempo in più, che quest’anno invece sarà a nostra disposizione.

In cosa sarà diverso il suo avvicinamento alle corse?

Nel 2024, che era un anno olimpico, era stata fatta una partenza un pochino più rilassata. Invece in qualsiasi altra stagione che ha fatto con il Team Sky e poi Ineos, Filippo era partito sempre bene e ha sempre anche vinto se non nella prima gara a tappe, almeno nella seconda. Quindi sarà importante partire bene e per farlo devi passare un buon inverno. Fra l’altro l’anno scorso non era andato proprio benissimo, perché si era ammalato. Ora è più avanti, anche per il fatto che si è allenato di più e ha ripreso anche prima. A fine 2023 aveva preso l’influenza e a dicembre era andato peggio di quest’anno e poi era partito per l’Australia.

Il fatto di non partire con l’Australia vi permetterà di lavorare meglio in ritiro?

Se non fai l’Australia, la prima corsa che puoi fare in Europa è la Valenciana o Besseges e la squadra le fa entrambe. Non conta tanto la data di quando cominci, ma come arrivi alla prima gara. Da tutti gli anni si impara qualcosa e così, visto com’era andata l’anno scorso, abbiamo affrontato l’inverno in modo diverso. Per questo si andrà alle Canarie, per non essere rallentati dal meteo delle sue zone. Sai che là è bello tutti i giorni, non perdi un giorno per l’acqua, non perdi un giorno per la neve, non perdi un solo giorno di allenamento. Sai che per due settimane non ti devi preoccupare del meteo e puoi andare avanti con il programma. Se devi fare un po’ di intensità, un inverno freddo come quello che sta facendo in Europa rischia di complicare parecchio le cose. Sarà un ritiro di qualità dove verrà fatto anche un po’ di lavoro dietro moto.

Il fatto di avere questi obiettivi importanti significa che si andranno a fare anche delle recon sui percorsi?

Penso che un salto alla Sanremo si farà, anche se non è stata ancora fissata una data, perché il calendario è piuttosto fitto. Quindi potrebbe decidere di non andarci perché si sente a posto o si fa una puntata come l’anno scorso, quando partimmo parecchio da lontano e ci fermammo sul Poggio. Invece andrà a vedere la Roubaix, probabilmente alla fine del primo blocco di classiche al Nord, che spezzerà in due parti.

Esisterà un gruppo Ganna per la Sanremo?

Proprio per Ganna non penso. Il gruppo classiche della nostra squadra non è amplissimo, quindi i ragazzi che fanno le classiche, magari sapendo che Filippo ha due obiettivi importanti a Sanremo e Roubaix, correranno in suo appoggio.

Sanremo 2024, Ganna resiste alla selezione su Cipressa e Poggio, ma viene fermato da un problema meccanico
Sanremo 2024, Ganna resiste alla selezione su Cipressa e Poggio, ma viene fermato da un problema meccanico
In tutto questo le cronometro restano un motivo d’attenzione?

Sì, nel senso che al Tour comunque l’obiettivo della crono c’è. E’ anche vero che quest’anno con quel tipo di mondiale in Rwanda avremo un obiettivo in meno. Quindi ci saranno tante occasioni di vincere a cronometro, ma non ci sono in giro percorsi troppo congeniali a uno specialista come lui, come appunto il mondiale.

Non lo correrà?

Non è ancora stata presa una decisione, però vedo difficile che Filippo ne farà un appuntamento. Il percorso è duro, ci sono costi non indifferenti e mille aspetti da considerare. Quello di Zurigo non era un percorso proibitivo, ma certo non era velocissimo. Le crono invece saranno da specialisti al Giro, quelle sì.

Secondo te avere davanti sfide così diverse in cui dare tutto, non a crono e non in pista, è una motivazione per Ganna?

E’ molto motivato. La Sanremo non è una novità, perché sono due anni che arriva davanti. Due anni fa fece secondo e quest’anno se non ci fossero stati la foratura e il problema meccanico nella discesa, aveva comunque retto bene alla selezione sul Poggio. Era nel gruppo che si andava a giocare la vittoria. Alla Sanremo sa già quello che deve fare, penso abbia le idee molto più chiare. La Roubaix sarà più da scoprire. Due anni fa era nel gruppo dei migliori, ma subì un po’ la corsa. Quest’anno spera di essere davanti per giocarsela. 

Perché fare la Roubaix e non il Fiandre?

E’ stata fatta la scelta di puntare tutto su una. Visto il Filippo di oggi, si pensa che la Roubaix sia più adatta. E provare a farle entrambe poteva andare a scapito della Roubaix. Le gare che farà al Nord prima della Roubaix vanno definite: potrebbe esserci la Gand, ma è da vedere. Quel che si può dire è che prima della Roubaix, farà due o tre gare al Nord.

Dopo le Canarie tornerete in ritiro in Spagna col resto della squadra?

Esatto. Filippo passerà per qualche giorno da casa e poi raggiungerà i compagni a Denia. Andremo dal 22 gennaio e da lì si partirà direttamente per le prime gare. Cos’altro dire? Buon anno e speriamo che tutto vada come speriamo.

Scuola dei Campioni: una didattica a prova di sportivo

31.12.2024
4 min
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Lo studio e l’attività sportiva agonistica dovrebbero sempre andare di pari passo, per i ragazzi in età scolastica è nato un progetto interessante che vuole unire e far convivere sport e istruzione. In un periodo in cui l’agonismo entra nella vita di ragazzi sempre più giovani non bisogna dimenticarsi dell’importanza dello studio. Apprendere non è solo il fine ultimo per superare un esame, ma anche un modo di crescere, sviluppare un pensiero critico e infine maturare. Si chiama Scuola dei Campioni, è nata grazie all’intuizione di Edoardo Procacci che è CEO e fondatore. 

«Si tratta di una scuola on demand – ci racconta – che parte dalla prima media e arriva fino alla maturità. Il progetto nasce dalla necessità di dare il giusto supporto ai ragazzi che svolgono un’attività sportiva a livello agonistico, e che quindi devono far combaciare studio e allenamenti. Un esempio in questi termini è il pattinaggio sul ghiaccio, una disciplina che prevede una grande dedizione in termini di tempo. Riuscire a far combaciare gli allenamenti con il canonico orario scolastico è difficile. Anche perché la scuola statale prevede un minimo di ore di frequenza: il 70 per cento del totale».

Edoardo Procacci, fondatore della Scuola dei Campioni al Giro d’Onore 2024
Edoardo Procacci, fondatore della Scuola dei Campioni al Giro d’Onore 2024

Un’esperienza personale 

Il progetto della Scuola dei Campioni garantisce una personalizzazione dello studio ma non una facilitazione, ci tiene a precisare Procacci. L’obiettivo non è alleggerire i ragazzi, ma offrire un metodo di apprendimento diverso. 

«La soluzione che portiamo – spiega ancora Edoardo Procacci – consente di studiare in maniera libera. Il progetto è nato da un’esperienza personale. Mia sorella alle superiori giocava a tennis a livello agonistico. Faceva tornei in Europa, Asia e Africa. Durante il secondo anno di liceo le arrivò una lettera che comunicava la bocciatura a causa del superamento delle ore massime di assenza. Va fatto notare che mia sorella a livello scolastico non aveva insufficienze. L’unica soluzione possibile, ai tempi, era una scuola privata. Di quelle che offrono anche il recupero degli anni scolastici. La cosa che notammo subito in lei fu la perdita di autostima a livello di studio, cosa che invece poi recuperò all’università. Ho così fondato la Scuola dei Campioni, che da dopo la pandemia è diventata interamente a distanza».

Il programma per ogni studente-atleta è personalizzato in base agli interessi e al metodo di studio
Il programma per ogni studente-atleta è personalizzato in base agli interessi e al metodo di studio

Personalizzabile

Una piattaforma sulla quale trovare il miglior piano di studio a seconda dei propri impegni e del metodo di apprendimento preferito. L’offerta è ampia, senza vincoli particolari.

«Le lezioni sono disponibili 24 ore su 24 – dice ancora Procacci – e l’offerta è interamente personalizzabile. Abbiamo diversi servizi, tra i quali c’è un mental coach. I supporti sono tutti funzionali all’atleta e alla sua famiglia. Il primo passo da fare è un quiz per capire lo stile di apprendimento e scegliere la migliore fonte di studio: che sia un articolo di giornale, un video oppure una dispensa. Cerchiamo di alternare la fase attiva dello studio con quella passiva a seconda delle ore e dei picchi di concentrazione. Il programma di ogni anno scolastico va in base alle direttive del Ministero dell’Istruzione. L’obiettivo ultimo è fornire una strada per rendere più efficace la logistica e dare il giusto peso a chi si allena e allo stesso tempo vuole studiare al meglio».

Sono sempre anche di più gli atleti che continuano a studiare nonostante l’attività agonistica
Sono sempre anche di più gli atleti che continuano a studiare nonostante l’attività agonistica

L’allenatore scolastico

Non ci si allena solamente quando si pratica uno sport, ma anche nello studio. Le ore di apprendimento e di pratica servono per migliorare le competenze, un punto fondamentale per ogni ragazzo. 

«Il nostro progetto – spiega il fondatore della Scuola dei Campioni – ha una visione più grande e vuole seguire le direttive dell’Unione Europea. La figura dell’allenatore scolastico è quella che viene individuata, proprio dall’Unione Europea, come quella fondamentale per chi vuole sviluppare una duplice carriera: scolastica e sportiva. Questo soggetto comunica con lo studente-atleta, con i genitori, la scuola e l’allenatore. Per noi diventa poi ancora più importante la didattica legata alle competenze. L’Italia in questa speciale classifica OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndr) risulta penultima in Europa. Noi vogliamo che i ragazzi riescano ad applicare le proprie conoscenze e pensare autonomamente».

«I nostri docenti – conclude Procacci – sono selezionati non solo in base alle conoscenze, ma anche secondo una passione extrascolastica. Devono essere loro i primi a capire le esigenze dei ragazzi, e quale miglior modo di aver condiviso un’esperienza simile? Non si tratta per forza di ex sportivi, ma anche di soggetti che avevano determinate passioni che hanno voluto coltivare durante il periodo scolastico».

In Venezuela con Savio, sulle tracce di Rujano

31.12.2024
8 min
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Quando il piccolo aereo iniziò a salire verso Merida con il motore che dava inquietanti colpi di tosse, Gianni Savio reagì con un sorriso bonario allo sguardo preoccupato. Era la terza tappa di un viaggio che allora sembrava ancora più avventuroso. Da Roma ad Atlanta, poi Caracas, infine l’ultimo tratto verso Santa Cruz de Mora a casa di Josè Humberto Rujano. Il piccolo venezuelano era arrivato terzo al Giro d’Italia e andare a scoprire quel suo mondo così lontano era parsa un’idea grandiosa. La coincidenza saltata negli Stati Uniti ci aveva permesso di trascorrere una giornata ad Atlanta a dieci anni dalle Olimpiadi, scoprendone una faccia molto meno sfavillante della prima volta. La notte a Caracas, con la raccomandazione di Gianni di non uscire per nessun motivo dall’hotel, era passata rapidamente, l’adrenalina era davvero tanta. E ora il volo verso la principale località delle Ande Venezuelane era il modo più semplice per avvicinarsi e colmare il resto della distanza in auto su strade alte e piene di curve. Le montagne erano là davanti come dei contrafforti.

Gianni se ne è andato ieri. Ha lottato, ma alla fine ha poggiato la bici in un luogo sicuro e ha chiuso gli occhi. Si potrebbe raccontarlo attraverso i talenti che ha scoperto, siamo certi che avrebbero pagine da raccontare. Ma adesso quel che ci assale è l’onda dei ricordi personali attraverso cui imparammo a conoscere e capire quell’uomo che da solo lottava in mezzo ai giganti con la dignità del grande condottiero. Sempre con la giacca e la camicia. Sempre con un sorriso. E sempre con grandi storie in fondo agli occhi, fatte di lunghi viaggi in terre sconosciute da cui, cercatore d’oro, tornava ogni volta con un nuovo nome da proporti.

Giro del 2005, Rujano vince a Sestriere e ipoteca il podio dietro Savoldelli e Simoni
Giro del 2005, Rujano vince a Sestriere e ipoteca il podio dietro Savoldelli e Simoni

Caffè e Rolex

L’abitazione della famiglia Rujano era piccola e allegra, tirata a lucido come quando aspetti una persona importante. Si vedeva che «el señor Giani» fosse di casa. Lo capivi dalla festa dei bambini e dalle facce sorridenti e beate di chiunque venisse fuori dalla porticina con la tenda di fili che toccandosi facevano un rumore allegro. Il padre del corridore era un ometto piccolo e ricurvo, con molti meno anni di quelli che dimostrava. Il tempo che Gianni facesse le presentazioni e per me iniziò la fase delle domande, delle foto e della curiosità. Lui invece si mise in un angolo a raccogliere gli umori e i racconti di quella famiglia cui aveva offerto una chance importante.

Quel giorno Rujano ci portò a fare un giro nei luoghi della sua infanzia. Quelli in cui avrebbe trascorso la sua esistenza di raccoglitore di caffè se non avesse incontrato la bicicletta. Per fare la foto nella piantagione indossò un Rolex nuovo di zecca, preso dalla banca per l’occasione. Non si fidava a tenerlo in casa, perché le rapine erano all’ordine del giorno. Quando quelle foto girarono in Europa, i corridori di qui ironizzarono su quell’orologio che probabilmente per Josè significava avercela fatta, il simbolo dell’emancipazione. Loro cosa ne sapevano di cosa significasse avere fame?

«Sono situazioni che ho visto tante volte – disse Savio la sera mentre tornavamo verso l’alberghetto al Tovar – soldi che gli cambiano la vita e che devono essere bravi a gestire, ma so già che non sarà facile. Una volta forse era più facile, oggi ci sono tante persone che gli girano attorno, sia qui sia in Europa. Gente che chiede e, se il corridore è buono come Rujano, il rischio è che i soldi finiscano presto. Domani ti porto a casa di Leonardo Sierra, quello del Mortirolo al Giro del 1990. Non lo riconoscerai».

Gli occhi di Sierra

Leonardo Sierra, una porta sui ricordi. La prima volta del Mortirolo al Giro d’Italia e il venezuelano in fuga che cadeva in discesa quasi ad ogni curva. Vinse la tappa nel suo secondo anno da professionista e diede l’avvio a una carriera di otto anni, quasi tutta con Savio. Prima alla Selle Italia, poi alla ZG Mobili, quindi nel 1994 il grande salto nella Carrera al fianco di Chiappucci e Pantani. Il tempo di ricordare la sua immagine da indio e il faccione che si affacciò alla finestra della casetta nel prato fu davvero un colpo. Era lui, tanti chili di più. La voce che sapeva di birra anche di buon mattino e gli abbracci al «señor Giani» con quell’affetto sudamericano che supera la barriera del tempo. Lo sguardo era sempre lo stesso, un po’ languido ma con un fondo di fuoco.

«E’ tornato qua – raccontò Gianni – ha speso parecchio, ma alla fine è stato furbo a tenersi qualcosa da parte. Non vive da signore, ma non ha nemmeno l’esigenza di lavorare. E vedrete che farà anche pace col bere».

La conferma venne qualche tempo dopo attraverso la foto di un Sierra più magro spulciata su qualche social e tramite lo stesso Rujano, incontrato nuovamente in Argentina al Tour de San Luis, quando si era rimesso a correre per guadagnare ancora qualcosa e aiutare suo figlio. Gianni aveva visto giusto. Nel 2006 infatti, Josè fu convinto dal suo agente a mollare la squadra durante il Giro e fu portato alla Quick Step di Boonen campione del mondo. Ci rimase per pochi mesi, poi cambiò altre due squadre per tornare infine alla Androni del «señor Giani». Ci rimase in tempo per vincere ancora una tappa al Giro, ma alla fine anche lui appese al chiodo la bici che era diventata di colpo troppo pesante.

A 4.200 metri

Gianni parlava e intanto la strada si arrampicava. Parecchi ciclisti, il clacson che suonava per salutarne alcuni e chiamarli per nome. L’ultimo passaggio di quei pochi giorni in Venezuela, dopo aver rilasciato delle interviste a una radio locale, prevedeva di salire fino a Pico el Aguila, il Teide di laggiù, ma duemila metri più in alto. Rujano all’ultimo momento scelse di non venire, perché disse che avrebbe iniziato ad allenarsi e salire lassù non era adatto al momento. Per cui facevano strada Gianni e un allenatore di cui oggi è impossibile ricordare il nome.

La pendenza sembrava dolce, poca roba e ti accorgevi che qualcosa stesse cambiando quando ti fermavi per guardare il panorama e sentivi la testa pesante. Arrivammo dopo 80 chilometri di salita da Merida. Un rifugio. Delle antenne. E la strada che proseguiva pianeggiante con un anello di una decina di chilometri. Salire di slancio i quattro gradini per entrare nel bar ci fece capire la differenza fra una quota europea e l’assenza di ossigeno in questo avamposto andino.

«A volte quando sento parlare dell’altura in Europa – disse Savio – mi viene da sorridere. Qui siamo quasi a 4.200 metri. Rujano e i corridori di qui ci vengono spesso nei momenti in cui si allenano sul serio. Arrivano quassù e poi hanno questa strada di pianura in cui fanno i loro giri. Credo che qualche volta si fermi a dormire qui. Capito perché quando devono salire sullo Stelvio o sulla Marmolada, per loro non è questa grande preoccupazione?! Anche le corse qui sono tutte abbastanza simili. Prima i chilometri piatti in basso in questi stradoni tutti uguali, poi puntano una salita interminabile e inizia la selezione».

I meriti di Gianni

Il resto è un collage di ricordi che passano per le fughe del Giro e le polemiche per le esclusioni davanti alle quali «el señor Giani» usciva dai gangheri, ma sempre con quel suo stile da signore d’altri tempi. La squadra mista al Tour del 1995, in cui i suoi corridori corsero assieme a quelli della Deutsche Telekom che l’anno dopo il Tour lo avrebbero vinto con Riis e poi con Ullrich. La nuova vita regalata a Scarponi, Rebellin e Bertolini, come pure a Masnada e Cattaneo. La scoperta di Egan Bernal. Nessuno gli ha mai riconosciuto sino in fondo i meriti che aveva.

Questo nuovo ciclismo non sembrava più la casa di Gianni Savio e forse per questo – e per i problemi di salute – tenersene lontano non gli era parso poi così difficile. Invece, dopo la delusione della Drone Hopper, era ripartito con il progetto della Petrolike che gli aveva fatto brillare nuovamente gli occhi. C’era tutto il suo mondo. Il Sudamerica. Il senso di aver scoperto qualcosa di nuovo. E anche il gusto per la sfida contro i più grandi, con l’eleganza e l’ironia di sempre. In questo pedalare veloci verso l’assenza di limiti, sentiremo la mancanza del «señor Giani». Ci piace pensare che sia da qualche parte laggiù, in mezzo alle sue Ande, in cerca di un nuovo nome da proporci.