Mentre la stagione su strada impazza e coinvolge tutti i pro’, anche quella del gravel va progressivamente avanti, tra le sue tappe delle World Series che sono passate anche per l’Italia e precisamente la Sardegna. Daniele Pontoni guarda con attenzione sia a quel che la strada propone, sia ai risultati offroad, anche se gli appuntamenti titolati sono ancora relativamente lontani. La scorsa settimana il cittì è andato però a visionare il percorso degli europei, iniziando a farsi un’idea di quel che attenderà la nostra nazionale.
Le gare di gravel finora disputate qualche spunto lo hanno dato, anche inatteso sotto certi punti di vista, ma Pontoni tiene a dare al tutto il giusto peso: «Siamo in un periodo della stagione abbastanza tranquillo rispetto al tourbillon fra tricolori, europei e mondiali. Le gare di queste settimane sono quindi contraddistinte dalla presenza di meno stradisti o personaggi dell’offroad, poi può capitare l’occasione come alla The Hills con i vari Schurter e Fontana al via.
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Ad Auronzo per chiarirsi le idee
«Credo che un primo appuntamento di livello sarà ad Auronzo con la tappa delle World Series il 20 di giugno, penso che lì capiremo meglio quali sono le condizioni di ognuno. Poi l’11 luglio avremo i campionati italiani e a quel punto saprò lo stato di forma dei nostri atleti e mi farò un’idea delle squadre da presentare».
Pontoni non si sente di fare nomi, considerando che soprattutto al femminile la stagione su strada è davvero nel clou: «Molto dipende da come le ragazze sono uscite dal Giro, chi riuscirà a essere presente ad Auronzo considerando che dopo poco ci sarà anche il Tour Femmes, quindi c’è tanto da valutare. Le World Series di Auronzo e i tricolori avranno comunque un peso importante per capire anche gli specialisti puri sui quali potrò contare».
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in SardegnaGiorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Vettorello, nome nuovo sul taccuino
Facendo un salto indietro, alla vittoria della Vettorello in Sardegna che valore gli si può dare? «Lei è una ragazza che già l’anno scorso si è impegnata in questa specialità – sottolinea Pontoni – La squadra dove milita ci tiene molto anche al gravel, apprezzo poi il fatto che lei si sia messa in discussione, trovando una nuova opportunità in questa specialità. La vittoria sicuramente gli ha dato morale, è una vittoria che conta e, per quanto mi riguarda, un’atleta in più da seguire in questo panorama».
Proprio prendendo spunto dall’esempio della Vettorello, Pontoni sottolinea però come questa stagione, per il gravel, sia davvero di transizione: «Io sono convinto che dal 1° gennaio 2027 vedremo più atleti in questa specialità, che faranno le gare che contano per i punti UCI. Il discorso del ranking segnerà una svolta perché so che le varie squadre WorldTour si stanno già interessando e muovendo per strutturare i loro calendari in maniera completamente diversa».
Stradisti a parte, Pontoni sta monitorando anche altri nomi al di fuori dell’attività in superleggera? «Voglio prendermi queste due gare citate prima perché fino adesso c’è stata una partecipazione a macchia di leopardo. Voglio soppesare meglio il tutto per capire se si può allargare il numero degli azzurrabili. Forse sono mancati un po’ di atleti in queste gare, potermi fare un’idea su elementi dell’offroad o specialisti puri sarebbe servito, ma nel primo caso l’attività è partita subito alla grande».
Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Dal 2027 caccia ai punti UCI
Allargando il discorso, che valore si può dare alla vittoria di Van Aert? «Quando vincono questi campioni è sempre qualcosa di positivo per il movimento, gente come Van Aert, Van der Poel, la Wiebes o comunque atleti di alto livello è un grande richiamo, una vetrina utilissima, ma sarebbe stato lo stesso se avesse vinto uno come Nino Schurter. Danno un’importanza a livello mediatico che credo non vada snobbata.
«Rimane sempre il fatto – continua Pontoni – che il gravel cade in mezzo ad appuntamenti importanti e quindi è penalizzato, ma il prossimo anno non sarà più così, vedrete che la caccia ai punti porterà tanti a gareggiare nelle World Series per entrare nelle prime 30 squadre. Il gravel in questo momento viene messo in secondo piano perché non porta punti, ma i team stanno già prendendo le misure».
La gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad AuronzoLa gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La dimestichezza con l’offroad
Prendendo spunto dalla vittoria di Van Aert e dai commenti sparsi sui social proviamo allora a fare i bastian contrari perché la gente può anche pensare che sia facile per chi fa strada, poi passare al gravel e vincere a mani basse…
«Non è propriamente così. Almeno non per tutti gli stradisti. Diventa un po’ più facile per chi ha la dimestichezza di guidare su terreni fuoristrada. Facendo un esempio, ci sono degli stradisti che alla Strade Bianche, pur andando forte, fanno fatica perché non sono abituati a guidare su certi terreni.
«In Belgio e in Olanda – prosegue Pontoni – fino adesso abbiamo visto percorsi di gare gravel con fondi molto veloci e semplici, poco tecnici e questo può aiutare gli stradisti, ma viceversa ci sono gare World Series dove fanno fatica a emergere rispetto a chi arriva dal fuoristrada».
Come sarà quindi il gravel agonistico del futuro? «Andremo sicuramente ad avere più atleti di nome, ma anche le squadre stesse investiranno sul gravel come, almeno alcune, fanno per il ciclocross. Io dico che almeno il 15-20 per cento in più di atleti professionisti, queste scelte lo porteranno…».
I Campi Elisi celebrano gli ultimi due vincitori. Van Aert autore di una volata straordinaria e Pogacar padrone della maglia gialla per il secondo anno
LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.
Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.
Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
Il Fiandre della discordia
Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.
A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.
Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.
Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
La Roubaix delle lacrime
Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.
La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.
Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.
Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.
La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.
Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La Freccia dello stupore
Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.
Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.
C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.
Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia ValloneA 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
La Liegi del cannibale
Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.
C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.
La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.
La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.
A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciprocoNell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
La resa di Remco
Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.
Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.
Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.
La vittoria di Wout van Aert alla recente Paris-Roubaix ha acceso ancora una volta i riflettori su un tema centrale nel ciclismo moderno: il ruolo determinante dell’attrezzatura “performance” nelle gare più estreme del calendario WorldTour.
In una delle edizioni più spettacolari degli ultimi anni, il corridore del Team Visma Lease a Bike ha conquistato il successo sul traguardo del Velodromo di Roubaix, al termine di uno sprint a due contro Tadej Pogacar. Una gara intensa, segnata da attacchi continui, forature e cambi di ritmo, dove la capacità di resistere alle difficoltà ha fatto la differenza.
Definita da sempre l’“Inferno del Nord”, la Paris–Roubaix rappresenta la sfida più brutale per uomini e mezzi. I suoi iconici settori in pavé mettono a dura prova controllo, stabilità e resistenza. Le vibrazioni costanti, gli impatti violenti e la perdita di aderenza trasformano ogni chilometro in una battaglia.
In questo contesto, l’attrezzatura non è un semplice supporto. Diventa un elemento decisivo per garantire efficienza, comfort e trasmissione della potenza. Ridurre l’affaticamento e mantenere il controllo sui tratti più sconnessi può determinare l’esito della corsa.
Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, NimblParigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl
Il sistema Nimbl: performance integrata
E per vincere la sua prima Roubaix Van Aert ha utilizzato prodotti Nimbl, progettati secondo una filosofia di performance integrata. Non si tratta solo di scarpe o abbigliamento, ma di un sistema in cui ogni elemento lavora in sinergia per ottimizzare la resa dell’atleta.
L’obiettivo è chiaro: offrire massimo controllo anche nelle condizioni più estreme del WorldTour. Materiali avanzati, costruzioni leggere e soluzioni tecniche mirate permettono di trasformare le difficoltà del percorso in un vantaggio competitivo.
Al centro di questo sistema ci sono le Nimbl Ultimate Air, indossate da Van Aert durante tutta la corsa. Si tratta di scarpe progettate per atleti che cercano prestazioni senza compromessi.
La struttura monoscocca in carbonio garantisce massima rigidità e peso ridotto. La suola, con uno spessore inferiore ai 2 mm, consente una connessione diretta con il pedale, migliorando la trasmissione della potenza. Il sistema di chiusura con lacci assicura una calzata uniforme e precisa, mentre il profilo sottile contribuisce all’efficienza aerodinamica.
Sviluppate insieme agli atleti del WorldTour, queste scarpe rappresentano una sintesi di velocità, controllo ed efficienza, pensata per le competizioni più dure.
Le Nimbl Ultimate Air Pro EditionLe Nimbl Ultimate Air Pro Edition
Abbigliamento tecnico per condizioni estreme
Accanto alle calzature, anche l’abbigliamento gioca un ruolo fondamentale. I capi utilizzati da Van Aert sono difatti progettati per garantire aerodinamica e comfort durante sforzi prolungati. Leggerezza e vestibilità ottimizzata permettono di ridurre la resistenza all’aria senza limitare la libertà di movimento. Un aspetto cruciale in una gara come la Roubaix, dove il meteo può cambiare rapidamente e lo stress fisico è continuo.
La collaborazione tra Nimbl e il Team Visma Lease a Bike non è solo una sponsorizzazione. E’ un processo continuo di sviluppo, basato sul feedback diretto dei corridori e sulle reali condizioni di gara. Ogni singolo dettaglio viene testato sul campo. Ogni soluzione nasce da esigenze concrete. Questo approccio consente di migliorare costantemente i prodotti, adattandoli alle sfide del ciclismo professionistico.
Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali
Prestazioni e tecnologia
La vittoria di Van Aert alla Paris-Roubaix 2026 conferma una tendenza chiara. Nel ciclismo moderno, la differenza non la fa solo la potenza. Conta la capacità di mantenerla quando le condizioni diventano estreme.
Su terreni dove il controllo è precario e l’efficienza non è mai garantita, ogni dettaglio tecnico può incidere sul risultato finale… In questo scenario, Nimbl continua a rafforzare la propria presenza nel WorldTour, sviluppando soluzioni pensate per chi cerca il massimo della performance. Un approccio che unisce artigianalità italiana e innovazione tecnologica, con un obiettivo preciso: trasformare ogni singolo watt in velocità, anche quando la strada diventa la più difficile del mondo.
Pietro Mattio ammette di non aver ancora ripreso ad allenarsi, per tre giorni si è goduto il meritato riposo che i vincitori si possono godere. Non troppo però, perché dopo le fatiche della Roubaix per il giovane della Visma Lease a Bike si aprono le porte delle Ardenne. Il piemontese infatti sarà chiamato in causa anche alla Liegi-Bastogne-Liegi, la seconda Monumento della sua carriera. La prima parte di stagione si concluderà con il Giro di Romandia, poi il meritato riposo per arrivare pronto alle corse di giugno.
Nelle chiacchiere finali della nostra intervista con Edoardo Affini c’è stato spazio anche per qualche battuta sull’ambientamento di Pietro Mattio. I meccanismi della Visma lui li conosce bene, visto che ha corso nel devo team per tre anni. Ma tra gli under 23 e il WorldTour c’è un abisso, che il passista classe 2004 ha saputo colmare alla grande.
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firmaPietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma
La Roubaix “fantasma”
Di lui Edoardo Affini ha detto che si vedono la voglia e l’attitudine: alla Parigi-Roubaix tali caratteristiche lo hanno portato a resistere ben oltre il previsto. Mattio infatti è stato di supporto a Van Aert fino all’imbocco della Foresta di Arenberg, da quel momento in poi la sua prima Monumento è stata un lungo viaggio fino al velodromo.
«Sottolineo – dice ridendo Pietro Mattio – che a Roubaix ci sono arrivato, ho fatto tutta l’ultima parte di gara con Welsford. Nell’ultimo chilometro mi sono staccato e sono entrato da solo (noi che eravamo lì confermiamo di averlo visto entrare e pedalare nel velodromo, ndr). Non so cosa sia successo, perché non ho mai cambiato bici e non ho mai forato, magari ho perso il transponder lungo qualche settore..».
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsaLa vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Poco importa, alla fine l’obiettivo principale è stato raggiunto: ha vinto Van Aert…
Da questo punto di vista sono assolutamente d’accordo, anche perché alla mia prima Roubaix abbiamo raggiunto un risultato inseguito per anni. Quindi sono davvero felice di come sia andata.
Sei stato accanto a Van Aert fino a uno dei momenti cruciali, ci racconti la tattica di questa Roubaix?
Il piano iniziale era di fare corsa dura per isolare i favoriti, ovvero Pogacar e Van Der Poel. Ma in uno dei primi settori di pavé, il terzo, Van Aert ha forato. Questo ci ha portati a inseguire e rivedere il programma d’azione. In quel momento io ero davanti, insieme a Laporte, mentre Affini e Doull erano rimasti dietro e sono stati loro a dare una mano a Wout per rientrare.
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro ShimanoIl primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
La corsa poi è esplosa…
C’è stata la scrematura che ha portato il gruppo ad assottigliarsi, saremo rimasti una quarantina di corridori. Noi della Visma eravamo in cinque, quindi andava tutto per il meglio. Quando Pogacar ha forato noi e la Alpecin abbiamo alzato il ritmo, per fargli consumare energie e compagni di squadra.
Che ne pensi delle polemiche a proposito di quest’azione?
La Roubaix è l’unica gara dove si può fare, se dovessimo aspettare tutti quelli che forano saremmo ancora fermi al primo settore. Fa parte del gioco, anche quando Van Aert ha forato nessuno lo ha aspettato. Per questo io ero quello che doveva rimanere sempre vicino a Wout, avendo misure simili gli avrei potuto passare subito la bici.
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontesePietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Anche voi volevate fare corsa dura, non solo la UAE.
Sì, avevamo una squadra forte e sapevamo che nel momento in cui fossero rimasti una quindicina di corridori avremmo potuto avere due o tre atleti davanti: Van Aerte Laporte su tutti. L’approccio alla corsa è stato subito molto veloce, Affini, Doull e io saremmo dovuti entrare nella fuga iniziale in caso fosse uscito un gruppo numeroso. Ma a quelle velocità era impossibile anticipare.
Vi aspettavate una UAE così aggressiva?
Assolutamente, anche perché era l’unica carta che potevano giocarsi. Stressare e sfinire gli avversari. Anche noi volevamo però tenere i ritmi alti, con Van Aert pronto a giocare d’anticipo. Io ho fatto l’ultima tirata prima della Foresta, e da quel momento la mia corsa era finita. Sono rimasto a un paio minuti, perché ho fatto in tempo a uscire da Arenberg e vedere Van Der Poel davanti a me…
Secondo momento chiave: Van Der Poel fora e viene inghiottito dalla Foresta, riemergerà con due minuti di ritardo dai primiUscito da Arenberg Mattio è poi arrivato fino al velodromo dove ha concluso la sua prima Parigi-RoubaixSecondo momento chiave: Van Der Poel fora e viene inghiottito dalla Foresta, riemergerà con due minuti di ritardo dai primiUscito da Arenberg Mattio è poi arrivato fino al velodromo dove ha concluso la sua prima Parigi-Roubaix
Cosa hai pensato?
Che sarebbe stata davvero dura per lui, ma non ho pensato fosse fuori dai giochi. Anche perché via radio arrivavano i distacchi ed era dato in costante avvicinamento. Il segnale andava e veniva, per cui le comunicazioni erano difficili, però sapevo che Van Aert avrebbe fatto di tutto per non permettere a Van Der Poel di rientrare.
Quando hai saputo della vittoria?
Poco dopo il Carrefour de l’Arbre. Ho fatto gli ultimi chilometri con un gruppetto di quattro o cinque, poi mi sono staccato e sono entrato nel velodromo da solo.
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Ti abbiamo visto anche incitare la folla…
Volevo gasare il pubblico, dopo 260 chilometri era giusto. Poi dalla Foresta al traguardo mentalmente è stata dura, però volevo finirla. Soprattutto dopo aver scoperto che ce l’avevamo fatta.
Bicchiere di spumante ampiamente guadagnato, no?
Certamente! Poi mi sono concesso anche un foto con Van Aert e il trofeo (in apertura). Bellissimo, e pesa anche un bel po’.
Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.
Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?
Colbrelli nel 2021 vinse l’europeo a Trento usando l’astuzia e facendo innervosire EvenepoelAlla Roubaix la sua lettura di corsa gli permise di salvare energie e giocarsi tutto all’interno del velodromoColbrelli nel 2021 vinse l’europeo a Trento usando l’astuzia e facendo innervosire EvenepoelAlla Roubaix la sua lettura di corsa gli permise di salvare energie e giocarsi tutto all’interno del velodromo
Pochi ragionamenti
Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.
In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago.
«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tatticaStrade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Accontentarsi
L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico.
«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.
«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».
Sanremo 2026: Pogacar usa l’astuzia nel lanciare la volata in via RomaFiandre 2026: possibile che Van der Poel non abbia utilizzato la tattica giusta per battere Pogacar?Sanremo 2026: Pogacar usa l’astuzia nel lanciare la volata in via RomaFiandre 2026: possibile che Van der Poel non abbia utilizzato la tattica giusta per battere Pogacar?
Voci dall’ammiraglia
Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante…
«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico.
«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterloRoubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Orgoglio o testardaggine?
Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.
«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».
L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.
Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van AertMoreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?
Secondo me l’ha persa Van der Poel.
Partiamo col botto…
Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.
E Van Aert?
Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.
All’inizio hai citato anche Van der Poel…
Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsaIl primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…
Resta il però…
In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.
Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…
Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.
Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?
No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoroFilone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?
Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!
Perché, dicci un po’?
Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.
In effetti è stato toccante…
Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per PogacarRuote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?
Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.
Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?
Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.
E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…
Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.
«Solitamente Tadej parla poco alla radio – dice Baldato – ma a un certo punto mi ha fatto una domanda un po’ ironica: “Dimmi, come posso batterlo?”. In quelle parole ci sta tutto. Ho capito il suo spirito, mancavano ancora alcuni settori di pavé, ma nei due più difficili il vento era contrario. E’ stato a favore per tutto il giorno, ma quando serviva davvero era contro. Sembra una piccolezza, ma è un’enormità e noi lo sapevamo.
«Abbiamo attaccato nei tratti in cui era a favore o di lato, ma negli altri con Van Aert a ruota non si riusciva a fare niente. Avete visto Wout quanti rischi si è preso per coprirsi? Riusciva a stargli al fianco, cosa che nessun altro avrebbe saputo fare. In certi momenti sembrava quasi che gli entrasse nel cambio e intanto però si proteggeva…».
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)
Un altro secondo posto
Sono passati quattro giorni, ma la Roubaix è fatta di immagini lucidissime nello sguardo del direttore sportivo del UAE Team EmiratesXRG. C’era tutto per vincere, ma pochi meglio di Baldato, che nel 1994 arrivò secondo, può capire le mille variabili con cui anche Pogacar ha dovuto fare i conti. Lo avevamo sentito pochi giorni prima, questa volta ci interessa il racconto di una giornata folle quasi quanto quella di Sanremo, ma conclusa nuovamente con una beffa.
«Difficile dire se una bruci più dell’altra – ammette – perché in entrambi i casi la sconfitta è dipesa da un imprevisto. Lo scorso anno fu la caduta, questa volta la foratura nel momento in cui purtroppo c’era un barrage. Il gruppo era rotto in due e con l’ammiraglia eravamo quasi un minuto indietro. C’erano due tratti di pavè, uno dietro l’altro, e arrivare da Tadej per dargli la bici non è stato semplice. Poi ha dovuto fare un grande sforzo per rientrare, fortunatamente sfruttando i compagni che erano rimasti. Ci eravamo concessi il lusso, convinti che sarebbe rientrato, di lasciare Vermeersch passivo nel gruppo davanti, perché sarebbe stato la nostra carta vincente…».
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tengaPogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Invece Florian è caduto…
All’uscita dalla Foresta, ha forato davanti e ha avuto una bruttissima caduta. Ha picchiato il ginocchio malamente, sta recuperando e per fortuna sembra niente di grave. Per cui ci siamo trovati con Niels Politt e l’abbiamo usato per rientrare, per fare l’ultimo sforzo e portare Tadej davanti negli ultimi 80 chilometri.
Quanto è stato grande lo sforzo di Tadej per rientrare?
Ha speso tanto. La squadra l’ha portato fino a 20 secondi all’entrata del settore di Haveluy e in quel momento davanti ha attaccato Van Der Poel. La squadra ha fatto tanto, ma Tadej ci ha messo del suo. Per fortuna prima della Foresta si sono un po’ guardati. Erano tutti a ruota di Mathieu e lui ha pensato di tirare un attimo il fiato, dando modo a Pogacar di rientrare. Lo sforzo è stato grande. Lui è rientrato, ma non tutti nella stessa situazione ci sarebbero riusciti.
Anche l’inseguimento di Van der Poel ha avuto dell’incredibile…
Sì, era sparito. Lo davano a 2’10”-2’15”, ma la Roubaix è così, anche Ganna è rientrato due volte e non ha mai mollato. Lo diciamo sempre: never give up ed è proprio così. Pensavamo di aver perso Politt perché aveva fatto gran parte del lavoro, invece con l’esperienza di chi è arrivato sul podio della Roubaix, si è messo lì, è salito sul treno di Van der Poel ed è tornato in corsa, facendo ancora una top 10 che ha valore. Arrivare nei 10 alla Roubaix, è una vittoria per chiunque. Solo finirla è una vittoria.
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di noL’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
Pogacar ha provato più volte a staccare Van Aert: lo temeva in volata?
Esatto, quel messaggio alla radio era proprio per questo. Van Aert ha fatto quello che doveva, non ho avuto modo di parlare con Pogacar dopo la corsa, ma quello che è successo fa parte dei giochi, è nella tattica di corsa. E’ vero che forse è rimasto un po’ sulle ruote, ma quando Van der Poel è arrivato a 25 secondi, è stato lui a rimandarlo indietro. Avere un Van Der Poel che rientrava non piaceva neanche a Wout, ha fatto il suo. E in volata non lo scopriamo adesso.
Però l’anno scorso aveva perso quella del Brabante con Evenepoel…
La speranza era che dopo 260 chilometri, avesse le gambe stanche, che avesse speso di più o fosse al limite. Invece Van Aert è arrivato al velodromo quasi come se dovesse fare una volata di gruppo. Complimenti, non c’è niente da aggiungere. E come ha detto Tadej: c’è solo da riprovare.
Il rientro di Van der Poel sarebbe stato un rischio?
Non averlo è stato un pensiero in meno, però Van Aert si è dimostrato all’altezza e anche di più. Mi brucia la perdita di Vermeersch. Era il corridore più in condizione dopo Tadej e non lo avevamo usato per rientrare. Veramente il rammarico è stato non aver potuto giocare anche noi con un uomo in più. Come la Visma con Laporte, che è stato importante per favorire il rientro di Van Aert quando ha bucato.
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per PogacarIl rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
E’ possibile che tutte queste forature siano state causate dalla velocità che avete imposto al gruppo?
E’ una buona osservazione, ho pensato anch’io la stessa cosa. Già nella ricognizione li ho visti andare a 50 all’ora, mentre ai miei tempi si andava a 45-46. Sicuramente le sollecitazioni sono all’estremo e il pavé, per quanto se ne dica, ogni anno non è certo migliore. Alcuni tratti vengono rifatti, ma sono strade usate tutto l’anno dai trattori per cui le pietre sono di traverso: lo avete visto bene, sapete che cosa intendo. Quindi penso anch’io che sicuramente le velocità accrescano il rischio di foratura. Per questo abbiamo aumentato così tanto le sezioni…
Non si erano mai viste gomme così grosse.
Ormai si va proprio al limite del regolamento. Per la prima volta ho visto arrivare i commissari a misurare la dimensione degli pneumatici, mancava ancora questa. Non mi meraviglierei se il prossimo anno inventassero una regola per farci correre con i tubolari più piccoli, per farci rallentare.
Certo la gomma di Tadej passava appena nella forcella: se ci fosse stato fango avrebbe usato la stessa misura?
Vi dirò, la pensavo allo stesso modo. Invece hanno fatto un test a marzo con fango e pioggia, mentre io ero alla Parigi-Nizza, e non hanno avuto problemi. Il copertone è quasi slick, non riesce veramente a portarsi via il fango. La grossa differenza la fa non avere più i vecchi freni rim che raccoglievano lo sporco. Con i freni a disco e la forcella senza angoli e tutta lucida, il fango non trova punti in cui impigliarsi. Per fortuna non c’è stata la prova contraria, perché correre la Roubaix sul bagnato a quelle velocità è sempre più rischioso.
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di PogacarNei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Bè, la causa della velocità in fondo siete stati voi, no?
Visto il vento e il tipo di corsa che avevamo in mente di fare, avevo detto subito che avremmo fatto più di 48 di media. Si poteva lasciar andare la fuga e andare più tranquilli sull’asfalto, ma una volta entrati sul pavé, penso si sia capito che la nostra idea fosse di fare la corsa più dura possibile. Poi purtroppo abbiamo dovuto inseguire, fino a rimetterla in carreggiata, ma a Tadej non è bastato.
Gli toccherà tornarci? Pogacar ha vinto la Sanremo e ha detto che non ci tornerà più, la Roubaix ancora manca…
L’ha dichiarato lui, l’ha detto a tutti. Pogacar non è uno che lascia i lavori a metà e ci vuole riprovare.Never give up, soprattutto a Roubaix. Pensate a Van Aert, quanti anni ha impiegato per vincerla? Dal 2018 non si è mai arreso. Sono felicissimo anch’io per Wout, per quello che fa e quello che ha sempre fatto. E poi è un signore, non fa mai polemiche. No, veramente complimenti. Ha vinto un campione, non ha rubato niente.
Edoardo Affini in questi giorni è a casa, in Olanda, e si sta godendo la pace e la tranquillità della famiglia, la piccola Celeste ha ormai sei mesi e cresce. Nel periodo delle Classiche papà Edoardo ha fatto in tempo a fare avanti e indietro qualche volta ma senza godersela più di tanto. Ora, che con la Roubaix e la vittoria di Van Aert è finito il periodo di corse, ci si può rilassare e stare a casa. Infatti quando intercettiamo Affini è fuori per una passeggiata in compagnia della piccola, che intanto dorme. Sono passati due giorni dalla redenzione di Van Aert tra la polvere e le pietre della Roubaix e tutto sembra avere un senso diverso.
«Sicuramente è stato il modo migliore di chiudere il periodo delle Classiche – dice con una risata Affini – e penso che tutto il mondo del ciclismo sia felice di questo capitolo conclusivo. O per lo meno questa è la sensazione che ho avuto sulle strade domenica guardando i tifosi. Erano tutti contenti come una Pasqua».
Affini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insiemeAffini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insieme
La “Pasqua” belga
La Pasqua del Nord è arrivata una settimana dopo quella religiosa, se ci permettete questo accostamento. Perché la vittoria di Wout Van Aert è arrivata al termine di un’attesa durata otto anni, tanti ne sono passati da quando la Roubaix è entrata nella testa del corridore della Visma Lease a Bike.
«Credo che Wout (Van Aert, ndr) – racconta Affini – se la meriti tutta, dopo esserci andati vicini per tanti anni è bello poter vedere un corridore del suo calibro aggiungere una gara del genere al palmares. Del significato che avesse la Roubaix per lui lo ha già detto, ma credo sia una cosa che vale per tutti».
Roubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a BikeRoubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a Bike
Facciamo qualche passo indietro, in che modo arrivava la squadra a questa Roubaix?
Con la consapevolezza che nella Campagna delle Classiche eravamo stati sempre nel vivo della corsa. Abbiamo sfiorato la vittoria diverse volte, alla Dwars Door Vlaanderen e alla In Flanders su tutte. Senza dimenticare che al Fiandre Van Aert è rimasto giù dal podio per poco, quindi direi che l’avvicinamento è stato buono. Poi la Roubaix è sempre particolare.
Per la sua imprevedibilità?
E’ la corsa con il grado di incertezza più alto, può davvero succedere di tutto. Si possono programmare momenti e tattiche, ma poi si scende dal bus e si deve fare i conti con l’andamento della gara.
Edoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavéEdoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavé
Che aria si respirava sul bus la mattina?
Abbastanza rilassata, la riunione tecnica era stata fatta in hotel la sera prima, dopo la presentazione delle squadre. Quindi la mattina della corsa ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e siamo saliti sul bus. L’hotel e la partenza distavano circa un quarto d’ora, onestamente nel tragitto eravamo tutti sereni, per quanto lo si possa essere alla partenza di una Classica come la Roubaix.
Nessuna tensione?
Solo quella “positiva”, che ti permette di rimanere attento e vigile, consapevole di quello che dovrai andare a fare.
Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020 Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020
Tu che ruolo avevi?
Sono rimasto accanto a Van Aert fino alla sua prima foratura, al quarto settore di pavé, poi è rientrato e ha fatto l’accelerazione che lo ha riportato davanti. In quel momento il gruppo si è spezzato e la metà davanti si è giocata la corsa.
Quando hai saputo della vittoria?
Ero sempre collegato via radio, ma era facile capirlo dall’entusiasmo della gente a bordo strada. Quando ho visto i tifosi belgi così felici ho capito che ce l’aveva fatta. Van Aert in Belgio è una star, allo stesso livello di un calciatore di Serie A da noi in Italia.
Cosa hai provato nel vederlo vincere?
Ho rivisto le immagini dell’attacco e del finale, devo ammettere che è stato un gran piacere. Era da sei stagioni che provavamo a vincere Fiandre e Roubaix. Assistere alla sua vittoria mi ha reso davvero felice, ci siamo preparati insieme per anni ed è bello vedere il nostro lavoro ripagato. Credo di essere, tra i corridori in squadra, quello che ha fatto il maggior numero di giorni di gara insieme a lui.
Per anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappavaPer anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappava
Qual è stata la prima cosa che vi siete detti una volta al bus?
Non credo di poterlo dire (sorride, ndr), ma ci siamo abbracciati senza dire tante parole, non penso ce ne fosse bisogno. Poi a cena abbiamo fatto un brindisi insieme alle famiglie, un bel modo per chiudere una giornata bellissima. Però questa non è mica la fine.
In che senso?
E’ vero, abbiamo raggiunto un obiettivo inseguito per tanti anni, ma il nostro lavoro non finisce mica con la Roubaix. Anzi, penso che Van Aert fosse il più contento di tutti, ma si guarda anche al futuro.
Uno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartireUno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartire
In questi anni c’è stato un momento più difficile?
Direi il 2024, la caduta e il conseguente infortunio alla Dwaars Door Vlaanderen sono stati difficili da mandare giù. Se poi penso a quanta fatica ha fatto Van Aert per tornare. Senza considerare che una volta alla Vuelta è caduto ancora e si fatto male al ginocchio, lì ti metti le mani nei capelli.
Lui stesso ha detto che a volte si è trovato in difficoltà…
Sì, ma non si è mai arreso e credo che il suo atteggiamento sia stato un esempio per tutti noi. Van Aert è un modello da seguire, ce la mette sempre tutta. Averlo visto ripartire ogni volta è stato uno stimolo in più anche per noi compagni di squadra.
Affini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van AertAffini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van Aert
C’è stato un momento in cui, anche solo per un attimo, hai smesso di crederci?
Personalmente no, ho sempre pensato che ce l’avremmo fatta, anche nei momenti più difficili. Tutto il duro lavoro fatto da Van Aert per tornare ai suoi livelli doveva pagare, prima o poi.
Credi che questa Roubaix possa essere un punto di svolta?
Magari è quella sicurezza in più che serviva, non che Wout sia mai stato agitato, ma ora penso sia più consapevole e possa dire: «Ce l’ho fatta». Perché dal pensare di potercela fare al farlo per davvero ne passa di acqua sotto i ponti.
Lindsay De Vylder è il belga che ha preceduto Consonni nell'omnium iridato di Ballerup. Una storia di caduta (a Parigi) e di risalita. Un titolo meritato
Non è la prima volta che scriviamo della popolarità di Wout Van Aert in Belgio. Qualcosa che va oltre il semplice essere fan. Ci sono valori che l’atleta di Herentals incarna alla grande: educazione, l’essere un padre di famiglia, il lottare sempre. Domenica scorsa c’era un mondo che lo seguiva: nei pub, nei fans club, a bordo strada… e persino negli stadi di calcio in attesa della partita.
E tutto ciò lo constatammo noi stessi quando al mondiale di Leuven 2021, la sera, passeggiando per la città, ci si imbatteva in orde di tifosi lungo la strada che cantavano “Wout Van Aert, Wout Van Aert” sulle note di Gigi D’Agostino. Dopo il trionfo alla Parigi-Roubaix siamo tornati dal nostro amico e collega Guy Van Den Langenbergh, giornalista di Het Nieuwsblad. Cos’è stato questo trionfo di Van Aert per il Belgio? E’ questo il nocciolo della questione.
Guy Van Den Langenbergh è un giornalista sportivo specializzato nel ciclismo. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite di alcuni talkGuy Van Den Langenbergh è un giornalista sportivo specializzato nel ciclismo. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite di alcuni talk
Guy, ci eravamo già incrociati ad Anversa, al via del Giro delle Fiandre. Già quella mattina eri fiducioso circa una vittoria di Van Aert…
Vero, io e tutti noi belgi speravamo che Wout potesse vincere il Giro delle Fiandre, ma sappiamo tutti che per lui è ormai diventato più difficile, perché la fisionomia della corsa è cambiata. E’ più dura, con tre volte il Kwaremont e il Paterberg, e poi ci sono molte altre piccole côte in cui serve esplosività. Il dislivello è elevato (e sono cambiati anche gli interpreti aggiungiamo noi, ndr).
Alla fine questa vittoria è arrivata sette giorni dopo…
La Parigi-Roubaix è una corsa diversa. Conta più l’endurance, non l’esplosività, ma la capacità di sviluppare una grande velocità per molto tempo, soprattutto sui tratti in pavé. E Wout ha la struttura fisica, la capacità di guida e tutto quel che serve per brillare sui settori della Roubaix. E lo ha dimostrato domenica scorsa.
Cosa significa questa vittoria per il Belgio dunque? Tu ci hai sempre detto che Wout è il vero simbolo del ciclismo della tua Nazione…
La vittoria è molto importante per Wout, la sua vittoria più importante. Lui stesso ha sempre pensato che avrebbe potuto vincere una classica come questa e, all’età di 32 anni, è qualcosa di grandioso. La popolarità di Van Aert è aumentata anche negli ultimi anni. E non soltanto in Belgio. La televisione italiana, i commenti, anche gli inglesi e i francesi… tutti amano Wout. E’ un po’ come Raymond Poulidor, l’eterno secondo, ma sempre presente, sempre in lotta. E’ per questo motivo che il popolo francese lo ha amato, e lo ama, moltissimo.
Nonostante tutto, anche questa volta non è mancato il brivido per Van AertNonostante tutto, anche questa volta non è mancato il brivido per Van Aert
E’ molto interessante questo punto di vista. Credevamo che con tutte quelle sconfitte fosse diminuito questo supporto generale, soprattutto perché spesso inflitte da Van der Poel, il suo rivale naturale…
Tra l’altro Poulidor era anche il nonno di Van der Poel. La popolarità di Wout è aumentata negli ultimi anni proprio perché non vinceva. E’ sempre stato molto vicino, ma non vinceva. Infortuni, volate perse, sfortune, cadute… ma ogni volta è tornato. Anche quest’anno, quando si era rotto una caviglia in una gara di ciclocross e ha avuto altri piccoli problemi, come la febbre all’apertura della stagione delle classiche. Sì, tutti pensavano che restasse l’eterno secondo… ma ora ha vinto una gara mitica. Una delle più belle corse che abbiamo mai visto.
Come avete vissuto la gara?
Abbiamo visto che Mathieu Van der Poel ha avuto dei problemi, che ha forato. Anche Tadej Pogacar e lo stesso Wout. E’ stata una corsa piena di dramma. Quando vuoi vincere e ti ritrovi da solo con Pogacar non pensi di poter vincere. Ma poi i chilometri passavano ed è arrivato lo sprint.
Insomma, ci avete creduto…
Van Aert ha dimostrato che anche Pogacar può essere battuto. Ed è stata una vera gioia per tutti. Io credo che in tutto il Belgio non si arrivi a cinque persone che non volessero che Wout vincesse. Gente nei pub, a bordo strada, davanti alla televisione… Anche Jasper Stuyven è stato molto contento del successo di Van Aert. Ho parlato con Mauro Giannetti e mi ha detto che persino Tadej era contento della vittoria di Wout. Questo perché lui è un corridore esemplare, forte, generoso. Un esempio per i giovani. Capite perché la popolarità di Wout è arrivata a un punto quasi incredibile. E’ stato un giorno fantastico. Per noi belgi certamente, ma soprattutto per il ciclismo.
L’apertura dell’autorevole Het Nieuwsblad (testata non solo di sport) dello scorso lunedìL’apertura dell’autorevole Het Nieuwsblad (testata non solo di sport) dello scorso lunedì
E i media come hanno appreso e divulgato la notizia? La sua vittoria è stata l’apertura dei telegiornali o magari hanno parlato della guerra in Iran?
Sono sincero, in quel momento stavo lavorando e non ho visto i telegiornali, ma sono quasi certo che sia stata la notizia di apertura. Per il nostro giornale lo è stata. Era in prima pagina. I social media sono stati invasi da questo successo. C’erano anche le immagini di Michael Goolaerts. Sul nostro giornale e su un altro, i due maggiori del Belgio, c’era già un’intervista con il padre di Michael Goolaerts. Lui era davvero toccato. Giusto l’altro ieri il manager di Van Aert ha portato i fiori della Parigi-Roubaix ai genitori di Michael. C’erano foto ovunque. La vittoria di Wout senza dubbio ha dominato i media in Belgio.
E tu, Guy? Tu lo conosci da molto tempo, cosa hai visto nei suoi occhi? Cosa vi siete detti, ammesso tu ne abbia avuto la possibilità…
Gli ho scritto un messaggio per congratularmi con lui. E’ qualcosa che non faccio spesso e con pochi atleti. La prima volta che lo feci era per le Olimpiadi. Ma domenica sera gli ho scritto. Me lo sentivo proprio. Lo conosco da quando era un bambino che faceva ciclocross qui da noi. L’ho visto crescere in questa disciplina e poi su strada, dove è diventato un vero campione. Era qualcosa che non potevo immaginare a quell’epoca.