Campionati del mondo Montreal 2026, prova in linea uomini elite, Remco Evenepoel

Evenepoel, mondiale indigesto. Rivincita a Lubiana?

30.09.2026
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MONTREAL (Canada) – Domenica si è capita la vera differenza fra Pogacar e quelli che vorrebbero prenderne il posto: quelli che siccome lui non c’era, hanno pensato e dichiarato di avere l’occasione giusta per conquistare la maglia iridata. Quando Evenepoel ha finito la trafila delle televisioni e senza neanche guardare i colleghi dei siti e della carta stampata che lo chiamavano per avere una sua dichiarazione, è passato oltre con espressione quasi di fastidio, si è capito che oltre alle gambe domenica gli è mancato anche altro. Se la Francia ha deluso perché, dopo aver fatto corsa durissima, si è trovata con Seixas in preda ai crampi (potremmo discutere a lungo sulle lacrime e le scuse del giovane francese che si è ritrovato con la nazionale ingiustamente sulle spalle), il Belgio ha davvero rimediato una figuraccia colossale.

Si temeva che la convivenza fra Van Aert ed Evenepoel potesse non essere idilliaca, ma alla fine i due campionissimi hanno depotenziato ogni possibile rivalità. Il primo è partito all’attacco con Van der Poel rispolverando una logica da ciclocross, ma è andato incontro a fine precoce. Il secondo non è mai stato nel vivo della corsa, anche se alla fine, tornato in testa nel penultimo giro per uno dei tanti rimescolamenti alle spalle di McNulty, ha provato persino ad allungare, rimbalzando però sul primo strappo e per l’inseguimento di Del Toro che in certi frangenti è parso correre in copertura.

«Non è stata una buona giornata – ha detto Evenepoel – non era la giornata giusta per vincere qui ed è un peccato. E’ stata una gara dura e fin dal primo giro ho sentito di non avere più molte energie. E’ un peccato che una giornata del genere capiti proprio in un’occasione come questa».

Prima del via da Brossard, Evenepoel e Viviani: Remco era neopro' nella Quick Step del 2019 in cui Elia vinse gli europei e la tappa del Tour
Prima del via da Brossard, Evenepoel e Viviani: Remco era neopro’ nella Quick Step del 2019 in cui Elia vinse gli europei e la tappa del Tour
Prima del via da Brossard, Evenepoel e Viviani: Remco era neopro' nella Quick Step del 2019 in cui Elia vinse gli europei e la tappa del Tour
Prima del via da Brossard, Evenepoel e Viviani: Remco era neopro’ nella Quick Step del 2019 in cui Elia vinse gli europei e la tappa del Tour

In realtà è il modello di prestazione richiesto dal circuito di Montreal che potrebbe non essere troppo confacente alle sue caratteristiche. Alla prima partecipazione nel 2019, da neoprofessionista, Evenepoel chiuse al 50° posto e non ci fu nulla di strano. Nella settimana che precedeva la crono iridata, pur avendo vinto due giorni prima a Quebec, ha chiuso il GP di Montreal al quinto posto, a 35 secondi da Del Toro. Domenica il mondiale lo ha visto invece 12° a 25 secondi da McNulty.

Ha vinto il più forte

Evenepoel sperava e aveva dichiarato che l’assenza del campione sloveno sarebbe stata una chance piuttosto irripetibile e forse siamo stati tutti un po’ superficiali nel riconoscergli il ruolo di vice-Pogacar, dato che lo scorso anno a Kigali fu lui a piazzarsi secondo alle spalle di Tadej. Di certo è arrivato a Montreal con un’ottima condizione, come ha dimostrato la crono con cui ha schiacciato le velleità di Ganna, ma sul più bello, qualcosa gli è mancato nuovamente.

«Speravo ancora di riuscire a recuperare nelle ultime due ore – ha spiegato Evenepoel – ma questo non è un circuito dove ci si può riprendere facilmente, perché si torna subito al traguardo. E’ stata una vera lotta, ho dovuto stringere i denti e tentare qualcosa ogni tanto. Era chiaro, però, che non era la giornata in cui avrei potuto vincere.

«Sono tornato indietro diverse volte e ho riprovato, ma più che altro nella speranza che non reagissero. Pensavo che la mia mossa al penultimo giro fosse piuttosto azzeccata, ma Del Toro ha recuperato terreno. E’ un peccato che non si possa scegliere di correre nelle giornate migliori. Questo è un circuito dove non ci si può nascondere, quindi ha vinto il più forte».

Van Aert ha scoperto col passare dei giri che il percorso di Montreal sarebe stato troppo duro per le sue condizioni
Van Aert ha scoperto col passare dei giri che il percorso di Montreal sarebe stato troppo duro per le sue condizioni
Van Aert ha scoperto col passare dei giri che il percorso di Montreal sarebe stato troppo duro per le sue condizioni
Van Aert ha scoperto col passare dei giri che il percorso di Montreal sarebe stato troppo duro per le sue condizioni

Lo spirito di Van Aert

Sulla stessa lunghezza d’onda, le dichiarazioni di Van Aert, arrivato ai mondiali dopo l’ottima Vuelta, ma ancora lontano dai livelli del 2023 quando anche in salita riusciva a tenere i migliori. Alla partenza il grande belga ha baciato sua moglie e il primo figlio e si è schierato al via pieno di fiducia.

«Ma è stato un campionato del mondo durissimo – ha ammesso – troppo duro per me. Ho fatto una buona gara, ma a quattro o cinque giri dalla fine ho perso le energie. Mi dispiace, ma non c’era più margine di manovra. I francesi hanno reso la gara incredibilmente difficile, per questo credo sia stata una buona scelta andare con Mathieu (Van der Poel, ndr).

«Non avevo concordato nulla con lui, ma tutti conoscono le sue qualità. Ho visto che non si limitava ad andare avanti, ma che stava davvero cercando di dare il massimo. Sembrava fortissimo ed era l’uomo giusto con cui provare a stare. Se mi sono sentito come se fossimo a un campionato del mondo di ciclocross? Magari, in quel caso avremmo già finito dopo un’ora. Invece quando mi sono staccato, sono andato indietro e ho provato ad aiutare Evenepoel».

Arrivati nel circuito, si è capito presto che Evenepoel non avesse grandi gambe
Arrivati nel circuito, si è capito presto che Evenepoel non avesse grandi gambe
Arrivati nel circuito, si è capito presto che Evenepoel non avesse grandi gambe
Arrivati nel circuito, si è capito presto che Evenepoel non avesse grandi gambe

Destinazione Lubiana

E Remco da par suo, ha lasciato Montreal con una frase sibillina e speranzosa: «C’è ancora tanto da fare. Speriamo di avere un giorno migliore domenica agli europei».

Lo scorso anno, dopo il secondo posto di Kigali, il belga della Red Bull-Bora se ne andò dalla gara continentale in Ardeche con un altro piazzamento dietro Pogacar. Vediamo se la seconda assenza dello sloveno e la distanza inferiore ai 200 chilometri basteranno per fare di Remco il nuovo campione europeo a Lubiana. Altrimenti inizieremo a pensare che tanto cambiar pelle per essere forte nei Grandi Giri potrebbe avergli portato via la verve che anni fa gli permise di vincere per due volte la Liegi e anche un mondiale.

Van Aert e Evenepoel Olimpiadi di Parigi 2024

Belgio, due leader e un mondiale tutto da giocare 

15.09.2026
6 min
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Domenica 27 settembre ci sarà l’evento clou dei mondiali di Montreal, la corsa in linea maschile elite. Tutto il meglio del ciclismo contemporaneo (esclusa un’assenza, rumorosissima) si sfiderà sui 273 chilometri con 3.800 metri di dislivello, caratterizzati dal circuito finale di Mont-Royal lungo 13 chilometri da ripetere 12 volte.

Un percorso esigente, ma meno estremo di quello di Kigali della stagione scorsa, che oltre agli uomini da Grandi Giri strizza l’occhio anche agli specialisti delle classiche. Un mondiale tecnicamente molto aperto dunque, reso ancora più incerto dal forfait del grande favorito Tadej Pogacar. Tra i moltissimi motivi d’interesse c’è anche il fatto due tra i grandi favoriti correranno nella stessa squadra: il Belgio.

Evenepoel un mondiale l’ha già vinto e anche stavolta punta all’inedita doppietta crono-corsa in linea. Per Van Aert invece, che alla Vuelta ha fatto vedere la gamba dei giorni migliori, potrebbe essere una delle ultime occasioni.  Come si gestisce una squadra così, con due capitani di questa caratura e tutti gli occhi del mondo addosso? Ne abbiamo parlato con Serge Pauwels, il CT del Belgio che avrà il (non semplicissimo) compito di gestire al meglio un team così ricco di campioni. 

Serge Pauwels Mondiali 2021
Serge Pauwels (a sinistra) è il CT del Belgio dalla fine del 2024
Serge Pauwels Mondiali 2021
Serge Pauwels (a sinistra) è il CT del Belgio dalla fine del 2024
Serge, quando partirete per Montreal?

Io partirò mercoledì (domani, ndr) per Montreal, dove troverò cinque ragazzi che erano già lì per le gare canadesi. La prima settimana staremo a Bromont, che è ad un’ora a est di Montreal, dove abbiamo tre case in affitto. Abbiamo scelto Bromont perché è meglio per gli allenamenti, dal momento che Montreal è abbastanza piatta è c’è troppo traffico Gli ultimi tre ragazzi, Nys, Van Aert e Vermeersch arriveranno invece il 22 settembre,

Specialmente quest’anno, con l’assenza di Pogacar, essere il CT del Belgio al mondiale non sembra essere il lavoro più facile del mondo.

Il fatto che non ci sia lui cambia molto per l’approccio. Quando c’è Pogacar la questione è una sola, capire come batterlo. Noi abbiamo una grande squadra e due leader, che significa che dobbiamo pensare diversamente a come vincere la gara e guardare a più corridori che potenzialmente possono vincere, che possono essere anche 10 o 15.

Quindi l’assenza di Pogacar paradossalmente complica le cose?

Sicuramente è più complesso, dovrò parlare molto con i corridori riguardo a tutti gli scenari diversi che potrebbero esserci, in modo da essere pronti a tutto. Ora per ogni squadra ci sono molte più possibilità, perché la sola presenza di Pogacar toglie a tutti il 50 percento di vittoria. Quindi sarà una gara più aperta di sicuro, ma anche meno facile da controllare.

Evenepoel GP Cycliste de Quebec 2026
Evenepoel ha fatto suo il GP Cycliste de Quebec ed è arrivato 5° al GP Montreal dopo aver sprecato tanto, dunque la gamba c’è
Evenepoel GP Cycliste de Quebec 2026
Evenepoel ha fatto suo il GP Cycliste de Quebec ed è arrivato 5° al GP Montreal dopo aver sprecato tanto, dunque la gamba c’è
E avendo voi una squadra così forte, molta della responsabilità di gestire la corsa sarà vostra…

E’ vero, ma anche la Francia ha una squadra forte. Noi comunque non potremo controllare la gara per tutti i 270 chilometri.

Avete due tra i grandi favoriti, Evenepoel e Van Aert. Come pensate di gestire la squadra attorno a due corridori che hanno entrambi le qualità per vincere?

Quello che farò è ascoltare. Abbiamo già avuto un meeting per capire come siano gli scenari migliori per loro. La cosa buona è che sono corridori con caratteristiche diverse e possiamo usare la loro forza in diversi scenari. Loro sono i due leader e potranno giocarsi le loro chance alla pari. Ovviamente poi vedranno anche la condizione durante la gara, dovranno essere onesti e mettersi a disposizione l’uno dell’altro nel caso uno dei due si accorga di avere meno gambe.

Il percorso prevede quasi 4.000 metri di dislivello, a tuo parere è più adatto all’uno o all’altro? Qualcuno pensa sia un po’ troppo duro per Van Aert…

E’ al limite, ma lui è in grande forma, come ha fatto vedere alla Vuelta. Sicuramente quei risultati gli hanno dato molta fiducia, per me è chiaro che sarà semplice, questo percorso è più simile ad una Liegi che ad un Fiandre, ma vedremo.

Van Aert Maglia Verde Vuelta 2026
Van Aert alla Vuelta ha dimostrato di avere un forma eccezionale, basterà per vincere il suo primo mondiale?
Van Aert Maglia Verde Vuelta 2026
Van Aert alla Vuelta ha dimostrato di avere un forma eccezionale, basterà per vincere il suo primo mondiale?
Anche perché potrebbe essere una delle ultime chance di Van Aert per vincere un mondiale.

Vero, il prossimo anno sarà impossibile, sappiamo già che è troppo duro. Nel 2028 ancora non si conosce il percorso, forse sarà per sprinter, ma non si sa niente di preciso. Wout ha 32 anni (compiuti proprio oggi, ndr) e se dopo la Roubaix vincesse anche il mondiale, sarebbe davvero una stagione incredibile.

Tim Wellens non ci sarà. Avete provato a convincerlo? Quanto influirà la sua assenza?

No, non ho cercato di convincerlo, perché credo che sia molto importante avere una buona comunicazione con i corridori, e lui è stato chiaro con noi da subito dopo il Tour. Voleva concentrarsi a supportare il team nella parte finale della stagione, e io ho rispettato la sua decisione. Il prossimo anno parleremo di nuovo e capiremo come fare, ma con lui è tutto chiaro e non c’è nessun problema. 

Che ruolo avrà Thibau Nys? Potrebbe essere anche lui un’opzione per il finale?

Non come leader, abbiamo già chiarito che verrà a lavorare per la squadra. Ma se ha una buona giornata potrà essere sicuramente molto utile per aiutare i nostri due capitani.

Pogacar e Del Toro Mondiale Kigali 2025
Pogacar nelle ultime due edizioni del Mondiale ha vinto con azioni da lontanissimo. Secondo Pauwels è una tattica che a Montreal verrà seguita anche da altri corridori, nonostante l’assenza dello sloveno
Pogacar e Del Toro Mondiale Kigali 2025
Pogacar nelle ultime due edizioni del Mondiale ha vinto con azioni da lontanissimo. Secondo Pauwels è una tattica che a Montreal verrà seguita anche da altri corridori, nonostante l’assenza dello sloveno
Cercherete di fare una corsa dura? 

Per noi non sarà facile, ma siamo flessibili avendo due leader con caratteristiche diverse. E’ vero che Pogacar non c’è, ma ormai tutti sono abituati a corse con un finale lungo e duro e credo che molti proveranno ad anticipare da lontano. Quindi mi aspetto un finale simile a quello che abbiamo visto negli ultimi anni, e non all’attendismo a cui eravamo abituati fino a dieci anni fa.

Alla partenza ci sarà anche Van der Poel. Sarà tra i favoriti?

Se partecipa non viene tanto per fare, quindi credo sarà certamente tra i favoriti. Forse non è il percorso perfetto per lui, è un po’ al limite come dislivello, avrà bisogno di una grande giornata. Ma è sempre Van der Poel. 

Ultima domanda. Qual è l’errore che il Belgio non si può permettere di fare in questo Mondiale?

Di non esser bene posizionati. Quando saremo nel circuito dobbiamo essere davanti per poter giocare bene le nostre carte. Perché avere corridori nei gruppetti davanti è sempre meglio che essere dietro e dover inseguire. 

Vuelta Espana 2026, Cordoba, Wout Van Aert, Alessandro Romele

Van Aert il più forte, ma questo Romele ci piace da matti

07.09.2026
7 min
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«Credo che oggi abbia vinto il più forte – dice Romele con tono calmo – forse si poteva dire qualcosa quando ho fatto quarto, quinto, sesto e ottavo dietro Brennan e Tronchon. Ma oggi non ho niente da recriminare, perché alla fine ho fatto quello che dovevo. Ho chiuso un attacco ai meno tre. Tutti sono stati corretti e alla fine ha vinto il più forte. Poi ho riguardato anche i numeri e credo che 1.520 watt alla fine di una tappa come quella di oggi non fossero neanche immaginabili, molto meglio del Romele di qualche anno fa. Ha davvero vinto il più forte».

Romele affronta il primo Grande Giro della carriera, la Vuelta invece affronta il secondo riposo. Sul traguardo di Cordoba, il secondo posto di Alessandro alle spalle di Van Aert ci ha fatto saltare. Era evidente che il belga ne avesse di più, come però salta agli occhi che l’iseano della XDS Astana stia crescendo tappa dopo tappa. Il suo racconto, fatto di risposte sempre precedute da un secondo di riflessione mentre il pullman lo porta verso l’hotel, è il viaggio nei pensieri di un ragazzo di 23 anni che ragiona come un adulto fatto e finito. E’ sempre così quando devi risalire da un momento difficile e ciascun gradino ti rende più consapevole.

Dopo l'arrivo, i complimenti a Van Aert: Romele si è giocato il finale alla pari col grande belga (immagine ASO)
Dopo l’arrivo di Cordoba, i complimenti a Van Aert: Romele si è giocato il finale alla pari col grande belga (immagine ASO)
Dopo l'arrivo di Cordoba, i complimenti a Van Aert: Romele si è giocato il finale alla pari col grande belga (immagine ASO)
Dopo l’arrivo di Cordoba, i complimenti a Van Aert: Romele si è giocato il finale alla pari col grande belga (immagine ASO)
E’ un po’ che ci giri intorno, la squadra ti lascia libertà, ma è palese che tu stia davvero bene…

Nella squadra ho la fortuna di aver raggiunto un ruolo importante. E’ venuto dopo un periodo in altura in cui ho dimostrato la voglia di emergere. Dopo un buon Giro del Belgio, un buon campionato italiano (Romele ha chiuso terzo dietro Milan e Dati, ndr), un altro periodo in altura dove la voglia era quella di far bene. E poi un approccio credo alquanto aggressivo e consapevole di quali siano le mie carte e le mie possibilità. Ritengo di aver centrato il primo obiettivo che la squadra si aspettava da me.

Hai la miglior condizione da quando sei professionista?

Oserei dire la miglior condizione da quando corro in bici. C’è stata una crescita fisica – dice Romele con orgoglio – anche a livello dai di lavori e di metodologia degli allenamenti per quello che riguarda la palestra, il tipo di palestra, il tipo di allenamenti e i lavori più specifici. Ma come ho detto in diretta, la cosa che mi ha veramente cambiato credo sia stato l’inizio di un percorso con il mental coach della squadra: Marino Rosti.

Lui che vi guida nello stretching, ma ha anche un master in Psicologia dello Sport?

Lavorare sulla parte mentale mi permette il raggiungimento dei traguardi più alti, scomponendoli in obiettivi a corto, medio e lungo termine. Come si dice, in un Grande Giro bisogna affrontare le cose giorno per giorno ed è il riassunto del mio modo di pensare e di lavorare degli ultimi mesi.

E’ un tipo di lavoro che ti ha proposto il team oppure hai sentito di averne bisogno?

In realtà molto spontaneamente. Marino era una figura cui mi rivolgevo già prima, perché nel 2024 quando sono arrivato nel devo team, con lui si faceva tutta la parte di stretching di respirazione. Venivo dall’ambiente familiare della Colpack, dove si vivevano le cose tranquillamente e lavorare con lui è stato il passaggio in più per avvicinarmi al mondo dei pro’. Finché da una chiacchierata sporadica è diventata una cosa che mi fa star bene e anche più presente.

Il Tour de Pologne e l'infortunio alla mano che non passava sono stati l'inizio del nuovo Romele
Il Tour de Pologne e l’infortunio alla mano che non passava sono stati l’inizio del nuovo Romele
Il Tour de Pologne e l'infortunio alla mano che non passava sono stati l'inizio del nuovo Romele
Il Tour de Pologne e l’infortunio alla mano che non passava sono stati l’inizio del nuovo Romele
C’è stato un momento di inizio?

Se vi devo dare una data specifica, allora dico il Giro di Polonia dello scorso anno. E’ nata con l’infortunio della mano,  quando non vedevo più la luce in fondo al tunnel. Era un periodo particolare per me e Marino è stato la persona che più mi ha aiutato a capire come ragionare e uscire da quella situazioni e come diventare più forte.

Venendo alla tappa, che cosa hai pensato quando hai visto Van Aert venire con voi in fuga?

Ho pensato che in realtà mi volesse lasciare lì – Romele sorride con una punta di ironia – perché secondo me l’ho fatto un po’ innervosire allo sprint intermedio, quando mi sono preso il terzo posto. Davanti c’erano ancora Leknessund e Debruyne in fuga e secondo me non si aspettava che facessi la volata. Secondo me è stato quello che ha fatto cambiare le carte in tavola alla Visma.

In che senso?

Credo che volessero solo arrivare a quello sprint, fare i punti e poi rialzarsi. Invece quando hanno visto che ho provato ad anticipare, hanno capito che era un momento propizio e proprio Wout mi è riscattato in faccia. Così siamo riusciti a portare via un altro corridore e a raggiungere i due che erano già in fuga.

Poi è filato tutto d’amore e d’accordo?

C’è stata molta collaborazione, poi qualche attacco da parte di Wout, che tra le righe ho interpretato come se si stesse allenando. E’ assurdo da dire, ma sembrava veramente che si stesse preparando per il mondiale.

Campionato italiano 2026, Cuneo, Alessandro Romele, terzo
Il terzo posto al tricolore di Cuneo (qui premiato dalla sindaca Manassero) dietro Milan e Dati, è stato una spia della svolta di Romele
Campionato italiano 2026, Cuneo, Alessandro Romele, terzo
Il terzo posto al tricolore di Cuneo (qui premiato dalla sindaca Manassero) dietro Milan e Dati, è stato una spia della svolta di Romele
Apriamo e chiudiamo parentesi: dopo queste prestazioni, credi che il mondiale sia troppo duro per te?

Credo serva la giusta crescita. Il percorso vista la condizione potrebbe anche incastrarsi, però rispettiamo le scelte fatte e guardiamo avanti alle prossime tappe.

E allora veniamo al finale di tappa, vuoi?

C’è stato il classico studio da parte di uno e dall’altro e io mi sono giocato le mie carte. Le lacrime che ci sono state nel finale erano solo di emozione, tant’è che quando ho passato la linea, gli ho proprio detto che è un corridore super, solo tanta ammirazione. Poi ho fatto il cenno di togliermi il cappello davanti a un campione come lui. Insomma, non vinci una Parigi-Roubaix a caso. E Wout mi ha ringraziato, credo che gli abbia fatto piacere.

Forse bisognerebbe chiedere agli altri, ma ti pare che la considerazione del gruppo nei confronti di questo Romele stia un po’ cambiando?

Posso solo dire di esserne contento, perché vuol dire che qualcosina di buono lo stiamo facendo. Se quando mi muovo io, come oggi, vengono a prendermi, vuol dire che mi rispettano. Ho la consapevolezza che abbiamo iniziato un percorso e questo sarà un buon trampolino di lancio per il futuro.

Qual è la routine dopo una tappa come questa, quando il pullman avrà raggiunto l’hotel di giornata?

Subito i massaggi. Poi cena. Poi, da italiano, abbiamo la mentalità di restare più a lungo a tavola a fare quattro chiacchiere con i ragazzi, con i compagni e un po’ anche con lo staff. Facciamo un po’ di discorsi da bar, parliamo del più e del meno e non solo di ciclismo, perché tante volte staccare un po’ la testa fa stare bene. Magari, visto che nella sala abbiamo sempre le macchinette, ci facciamo anche un decaffeinato tutti assieme. A volte però qualcuno si alza e si apparta.

Alla partenza della tappa di ieri a Palma del Rio, poi chiusa al secondo posto, Romele giocava con i compagni
Alla partenza della tappa di ieri a Palma del Rio, poi chiusa al secondo posto, Romele giocava con i compagni
Alla partenza della tappa di ieri a Palma del Rio, poi chiusa al secondo posto, Romele giocava con i compagni
Alla partenza della tappa di ieri a Palma del Rio, poi chiusa al secondo posto, Romele giocava con i compagni
Come mai?

Perché dopo giornate come quelle che si vivono in un Grande Giro, magari chi ha famiglia o qualcuno che lo aspetta a casa ha piacere di rimanere un po’ da solo, per stare tranquillo quando ne ha l’occasione.

Ovviamente adesso ci si riprova, facciamo che non ci siamo scaricati, giusto?

Domani il giorno di riposo (oggi, ndr), gelato di routine che porta sempre bene e poi senza dubbio martedì e mercoledì ancora coltello tra i denti, come si dice.

In ogni caso si ha la sensazione che tu stia recuperando davvero bene, è corretto?

Recupero bene – dice Romele, questa volta con orgoglio – ho lavorato per questo. La squadra fa di tutto, lo staff ci sta dietro dalla A alla Z, quindi dalla mia parte c’è stato tutto l’impegno per arrivare qui al meglio e la costanza nel continuare a fare tutto quello che che si può per mantenere la condizione e il recupero. Anche nelle piccole cose, dallo stretching fino a tutte le azioni che possono sembrare secondarie, ma in un Grande Giro fanno la differenza.

Ad esempio?

Mi è sempre stata detta anche la banalità di andare a dormire mezz’ora prima. Significa che alla fine delle tre settimane, avrò dormito dieci ore in più, come farsi un altro giorno di riposo. Ho fatto l’avvicinamento come fossi una spugna. Ho chiesto informazioni a gente un po’ più esperta e credo che tutto questo finalmente stia dando dei frutti.

In Danimarca la resurrezione di Van Aert. Mattio c’era…

In Danimarca la resurrezione di Van Aert. Mattio c’era…

08.08.2026
5 min
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Era assente dalle gare dall’11 giugno, dalla vittoria nella tappa del Tour Auvergne-Rhone Alpes, il vecchio Delfinato. Niente Tour, niente prove intermedie fino a fine luglio, al Giro di Danimarca. Nel mezzo, settimane di dolore “condite” da due operazioni di pulizia al gomito sinistro, affetto da una brutta infezione batterica seguente una caduta in allenamento forse presa un po’ sottogamba. Ma Van Aert non è un corridore qualsiasi: ritornato in sella, ha portato a casa tre vittorie di tappa consecutive, sufficienti a garantirgli il successo nella classifica generale che per uno con le sue caratteristiche non è proprio cosa comune.

Il podio finale del Giro di Danimarca con Van Aert fra fra Kubis (SVK) e Pedersen (DEN, foto Uno-X)
Il podio finale del Giro di Danimarca con Van Aert fra fra Kubis (SVK) e Pedersen (DEN, foto Uno-X)
Il podio finale del Giro di Danimarca con Van Aert fra fra Kubis (SVK) e Pedersen (DEN, foto Uno-X)
Il podio finale del Giro di Danimarca con Van Aert fra fra Kubis (SVK) e Pedersen (DEN, foto Uno-X)

Con lui, a lavorare per la squadra e vivere da vicino questa ennesima rinascita dalle sue ceneri come una novella fenice c’era Pietro Mattio, “testimone attivo” di un’impresa importante: «Sapevamo di avere una squadra forte con Van Aert e Laporte e quindi andavamo su con l’obiettivo principale di vincere la classifica generale. Poi sono arrivate le prime due tappe che hanno dato nuove certezze a Wout come a tutti noi. Ma era la terza quella che puntavamo più di tutte perché era la più importante. Nelle ultime due abbiamo solo gestito, anche se all’ultima abbiamo provato anche la volata con Wout, ma è rimasto un po’ chiuso».

Tu eri nel gruppo, quindi hai vissuto direttamente anche tutte le emozioni di Van Aert ha vissuto, non tanto per il livello della gara che era comunque immediatamente sotto quelle del WorldTour, quanto per tutto quello che il belga aveva passato. Come è arrivato a questa vittoria?

Quando siamo partiti sapevamo che lui doveva sbloccarsi ora, in vista di quel che l’aspetta alla Vuelta, quindi ci teneva tanto a questa gara. Aveva assunto un sapore speciale. Per un velocista come lui, anche se non è proprio un velocista puro, vincere era sicuramente la cosa più importante per arrivare alla Vuelta tranquilli e sicuri delle sue capacità. Lo ha fatto ben tre volte e ho potuto vedere come anche psicologicamente sia cresciuto, spazzando via tutti i dubbi.

Al Giro di Danimarca Mattio ha lavorato per i suoi capitani Van Aert e Laporte, con giudizi positivi del team
Al Giro di Danimarca Mattio ha lavorato per i suoi capitani Van Aert e Laporte, con giudizi positivi del team
Al Giro di Danimarca Mattio ha lavorato per i suoi capitani Van Aert e Laporte, con giudizi positivi del team
Al Giro di Danimarca Mattio ha lavorato per i suoi capitani Van Aert e Laporte, con giudizi positivi del team
All’inizio erano due i capitani. Le gerarchie sono cambiate nel corso della settimana?

Sì, in base all’evoluzione della corsa. All’inizio si puntava sul francese, ma poi la corsa si è messa diversamente. Posso raccontare un episodio: nella terza tappa, che come detto era la più importante per la classifica e quella a cui tenevamo particolarmente, a un certo punto Wout ha detto a Christophe: «Oggi non sto bene, tiro per te» e infatti sull’ultima salita era il suo pilota, ma invece aveva grandi gambe ed è andato a vincere staccando anche Kubis e lo stesso Laporte. Non era proprio sicuro della condizione, ha sentito che cresceva strada facendo.

Alla fine, che riscontri avete avuto, soprattutto che giudizi da parte dei tecnici del team?

Ho visto che anche loro sono rimasti abbastanza sorpresi. Erano però molto soddisfatti di vedere che sia Van Aert che Laporte avevano risposto presente. Sicuramente siamo andati lì per vincere e la missione è stata portata a casa, quindi erano molto contenti.

Lo sprint imperioso di Van Aert nella terza tappa, dove stacca tutti e sigilla il successo nella corsa a tappe (foto Getty Images)
Lo sprint imperioso di Van Aert nella terza tappa, dove stacca tutti e sigilla il successo nella corsa a tappe (foto Getty Images)
Lo sprint imperioso di Van Aert nella terza tappa, dove stacca tutti e sigilla il successo nella corsa a tappe (foto Getty Images)
Lo sprint imperioso di Van Aert nella terza tappa, dove stacca tutti e sigilla il successo nella corsa a tappe (foto Getty Images)
E tu personalmente che giudizio dai a questo tuo Giro di Danimarca?

Più che positivo perché comunque rientravo dopo un mesetto senza corse, solo con allenamenti, quindi anche io dovevo testare un po’ com’era la condizione. Poi purtroppo sono caduto alla prima tappa, quindi sono stato un po’ condizionato da quello, ma comunque la le sensazioni erano molto buone. Sono riuscito sempre a fare il mio lavoro bene, quindi alla fine ero contento sia per i compagni che per me.

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Direi leggermente le strade, perché ci sono cambi di direzione repentini, continui su e giù quindi bisogna essere sempre molto concentrati, anche per il vento, perché comunque è una zona abbastanza ventosa e non si sa mai cosa può succedere a ogni svolta. Si sta sempre abbastanza in tensione in gruppo. Fortunatamente avendo la maglia di leader, eravamo sempre nella prima parte del gruppo e si riusciva a gestire meglio il tutto.

Per Mattio una stagione finora impegnativa, con 44 giorni di gara e tanta esperienza
Per Mattio una stagione finora impegnativa, con 44 giorni di gara e tanta esperienza
Per Mattio una stagione finora impegnativa, con 44 giorni di gara e tanta esperienza
Per Mattio una stagione finora impegnativa, con 44 giorni di gara e tanta esperienza
Adesso prossimi tuoi impegni?

Sarò alla classica di Amburgo il 16 e poi il Renewi Tour. E’ una stagione lunga e intensa, ho iniziato con le classiche e da lì ho avuto subito buone sensazioni nel gruppo dei professionisti, infatti mi hanno subito fatto fare le corse più importanti, come Roubaix e Liegi, anche quelle non proprio adatte a me, ma era un buon test per capire che corridore posso essere, quindi per ora direi che è stata più che positiva. Vediamo di continuare così, ho 22 anni, è la prima stagione nel WT, spero il prossimo anno di guadagnarmi più spazi soprattutto in quelle corse dove non ci saranno i capitani.

Stefano Zanini con Wout Van Aert

Senza Van Aert, Vingegaard ci guadagna? Risponde Zanini

11.07.2026
5 min
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Da quando è stato annunciato che Wout Van Aert non sarebbe stato al Tour de France, il dibattito si è acceso subito. La sua assenza è davvero un vantaggio per Jonas Vingegaard, che può contare su una squadra concentrata esclusivamente sulla classifica generale, oppure rappresenta una perdita più grande di quanto si pensi? Nei primi giorni della Grande Boucle, quando eravamo ancora in Spagna, questa teoria è tornata d’attualità anche in Danimarca, dove diversi osservatori hanno sostenuto che una Visma con un solo obiettivo fosse più compatta. E sinceramente vedendoli da fuori anche noi la pensavamo così.

Tra l’altro questa è una riflessione che, in passato, era stata avanzata persino dalla moglie dello stesso Vingegaard, mettendo a confronto il modello Visma Lease a Bike con quello della UAE Emirates, da sempre orientata a lavorare esclusivamente per Tadej Pogacar. Per approfondire il tema abbiamo chiesto il parere di Stefano Zanini (nella foto SprintCycling in apertura proprio con Van Aert)

Zazà, oggi direttore sportivo della XDS-Astana e profondo conoscitore delle dinamiche interne di una squadra, offre però una lettura diversa: per lui un campione come Van Aert non rappresenta un problema da gestire, bensì un valore aggiunto che può fare la differenza dentro e fuori dalla corsa.

Van Aert, Vingegaard e Pogacar ad Hautacam
Tour 2022, quell’anno Van Aert fu sensazionale per la vittoria di Vingegaard. Ad Hautacam (in foto) tirò così forte e a lungo da staccare persino Pogacar
Van Aert, Vingegaard e Pogacar ad Hautacam
Tour 2022, quell’anno Van Aert fu sensazionale per la vittoria di Vingegaard. Ad Hautacam (in foto) tirò così forte e a lungo da staccare persino Pogacar

Van Aert valore aggiunto

Per Zanini il punto di partenza è semplice: perdere Van Aert significa perdere uno dei corridori più importanti del gruppo, indipendentemente dai risultati che potrebbe ottenere in proprio. La sua presenza va oltre il contributo atletico e coinvolge tutto ciò che accade durante tre settimane di Tour.

«Non avere in squadra uno come Van Aert vuol dire tantissimo – spiega Zanini – un corridore come lui, nella corsa più importante dell’anno, è una risorsa enorme. Quando non c’è, manca un uomo fondamentale in tante situazioni delicate. Wout è prima di tutto una garanzia per il leader. L’esperienza accumulata negli anni gli permette di leggere la corsa, di trasmettere tranquillità e aiutare Vingegaard nei momenti più complicati, anche semplicemente con una parola o con la sua presenza al fianco».

«Avere un uomo come lui – continua Zanini – darebbe a Vingegaard una tranquillità assoluta durante tutto il Tour. Sa di poter contare su qualcuno che conosce perfettamente certe situazioni e che può consigliarlo nei momenti decisivi».

A tal proposito senza andare troppo indietro nel tempo, a quando magari Van Aert tirava fino a staccare Pogacar verso Hautacam, Zanini ricorda quanto ha fatto il belga l’anno scorso sul Colle delle Finestre per Adam Yates al Giro d’Italia. Quanto sia stato utile e decisiva la sua presenza.

Van Aert quando si è presentato ad un Grande Giro ha quasi sempre vinto. Secondo Zanini questo è un bene anche per il leader della generale
Van Aert quando si è presentato ad un Grande Giro ha quasi sempre vinto. Secondo Zanini questo è un bene anche per il leader della generale

Vittorie personali, una ricchezza

Uno degli argomenti più ricorrenti è che Van Aert finisca inevitabilmente per assorbire energie della squadra, inseguendo successi personali o andando in fuga. E sono energie anche mentali, che possono distrarre gli altri gregari. In fin dei conti con Van Aert in squadra si lavora anche per qualche tappa o addirittura per la maglia verde… almeno nei tempi migliori di Wout. Zanini di nuovo ribalta completamente questa prospettiva.

«Non scherziamo – dice il varesino – Van Aert sa perfettamente quando può giocarsi le proprie carte e quando, invece, deve essere al servizio del capitano. Le due cose possono convivere senza entrare in conflitto. Wout andrebbe in fuga quando non è una giornata importante per Vingegaard e sarebbe al suo fianco quando serve davvero. Io sono sempre dell’idea che una squadra, più è compatta e altruista, più riesce a fare la differenza. Quando parlo di altruismo intendo proprio fra i corridori stessi. L’aiuto reciproco, il supportarsi.

«Anzi, penso che vedere un compagno vincere contribuisce a rafforzare l’ambiente e ad aumentare la fiducia del gruppo. A smorzare la tensione della ricerca del risultato. Se oggi vince il mio compagno Van Aert, io sono contento. E’ contenta la squadra, è contento tutto l’ambiente, è contento persino lo staff… e le cose poi vengono quasi da sole. Questo è il bello del ciclismo e dovrebbe essere la base di ogni formazione».

Zanini ricorda che in carriera solo una volta nei Grandi Giri ha avuto il leader per la classifica. Avvenne nei primi anni 2000 quando in Mapei c’era Stefano Garzelli. «E comunque il leader era solo lui. Mentre in quella squadra come ricorderete altro che due capitani nelle classiche. Ce ne erano sei o sette ogni volta. Per questo motivo ho parlato di altruismo».

Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert

Tour non ancora finito

In qualche modo Zanini replica anche ai media danesi, secondo cui una Visma senza Van Aert sarebbe più unita perché tutta concentrata su Vingegaard. E pure se in UAE si lavora compatti per Pogacar, risponde indicando proprio il team del campione del mondo.

«Guardate cosa succede con Del Toro e Pogacar – riprende Zanini – Soprattutto dopo la vittoria che gli ha lasciato a Barcellona, Del Toro tira tutto il giorno e farebbe qualsiasi cosa per lui. Questa è la differenza: un leader deve valorizzare i suoi compagni, portarli in alto e far capire che il loro lavoro conta. E tutto questo poi gli torna indietro.

A questo punto gettiamo sul piatto della discussione anche Davide Piganzoli, colui che ha sostituito Van Aert e ormai un fedelissimo di Vingegaard. Magari il danese con un uomo che sa essere suo è più tranquillo, si sente ancora più legittimato.

«Può anche starci, ma resto dell’idea che Van Aert sia meglio averlo. Detto ciò, Davide Piganzoli merita piena fiducia e grande riconoscimento per quanto sta facendo. Tra l’altro vedere un italiano così giovane andare forte fa solo piacere. Mi auguro solo che dopo il Giro e dopo il Tour lo lascino riposare un po’».

Certo ormai la classifica è alquanto assestata. Vingegaard ha oltre due minuti e mezzo di ritardo da Pogacar che ha mostrato una grande solidità, su ogni terreno. Di certo non si può attaccare in salita, almeno in questa fase. E allora un Van Aert potrebbe tornare decisamente utile in qualche tappa vallonata, per la famosa imboscata… ammesso sia ancora valido tale termine.

«Certo – dice Zanini – che in uno scenario cosi Van Aart può tornarti utile. Difficile attaccare Pogacar e la sua squadra, ma fino a Parigi il Tour non è finito. Le situazioni che possono nascere nelle prossime settimane sono tantissime. In Visma hanno uno staff preparato bisogna sempre provarci. Anche se sembra difficile, bisogna attaccare fino alla fine: è questo che dà ancora più valore a un eventuale secondo posto».

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito, vittoria quinta tappa

L’esempio di Van Aert: come si curano le ferite? L’esperienza di Guardascione

01.07.2026
6 min
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La rinuncia al Tour de France da parte di Wout Van Aert è arrivata a causa della ferita sul gomito che si è poi infettata, impedendo così al belga di sostenere Jonas Vingegaard per la rincorsa alla maglia gialla. Un forfait importante per la Visma Lease a Bike, arrivato per una leggerezza da parte del team olandese. Infatti Van Aert, caduto in allenamento prima del Tour Auvergne Rhone Alpes, è tornato in corsa alla breve gara a tappe francese vincendo anche una tappa. 

Tutto sembrava sotto controllo, ma la ferita al gomito è poi peggiorata a causa della cronometro a squadre. La posizione aerodinamica ha riaperto la ferita di Van Aert, che nel frattempo ha comunque vinto in volata la quinta tappa. Nel ciclismo della massima attenzione ai particolari un episodio come quello capitato a Van Aert ci riporta a qualche decennio fa, quando a causa di cadute sottovalutate si era arrivati al rischio di amputazioni di arti e infezioni.

La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
Van Aert a causa dell’infezione alla ferita che aveva sul gomito è stato costretto a rinunciare al Tour
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
Van Aert a causa dell’infezione alla ferita che aveva sul gomito è stato costretto a rinunciare al Tour

Ferite diverse

Per affrontare un tema così delicato ci siamo rivolti a Carlo Guardascione, dottore della Jayco AlUla, al quale affidiamo considerazioni e consigli a proposito di come si curano le ferite provocate dalle varie cadute. 

«Partendo dall’esempio di Van Aert – ci dice subito Guardascione – possiamo dire che si è trattata di una ferita brutta, non la tipica a cui si va incontro quando si cade in bici. La ferita più comune che incontriamo quando si cade è un’abrasione superficiale, nella quale si va a ledere il primo e il secondo strato di pelle. I punti maggiormente interessati sono l’anca, il ginocchio, il gomito oppure la spalla. Va fatta una premessa».

Dainese
Una caduta in bici causa ferite differenti: dalle abrasioni a quelle più profonde
Dainese
Una caduta in bici causa ferite differenti: dalle abrasioni a quelle più profonde
Quale?

Che l’abbigliamento da ciclismo non offre alcuna protezione, quindi nel momento in cui il ciclista cade e scivola non ha modo di ripararsi. Infatti la scivolata è paragonabile a un’ustione. Perché l’impatto e lo sfregamento con l’asfalto a livello epidermico (di pelle, ndr) provoca le cosiddette sbucciature, ovvero la perdita del primo e secondo strato della pelle con poco sanguinamento. 

Questo come si curano?

I momenti sono pochi ma fondamentali: si parte con la detersione, quindi lavare la ferita con acqua o acqua e sapone ed è una cosa che si fa subito anche in corsa con la borraccia. Poi va disinfettata e qui il primo consiglio è di evitare l’alcol.

E con cosa si disinfetta?

Con prodotti a base iodio o con una semplice acqua ossigenata, o ancora con dei disinfettanti battericidi. Una strisciata con l’asfalto sicuramente non è pulita, visto che la strada trattiene polvere, terra e tanto altro. Infine va protetta.

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito
Al Tour Auvergne Rhone Alpes Van Aert porta una benda nella zona interessata, nella cura delle ferite è importante utilizzare questo tipo di protezioni
Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito
Al Tour Auvergne Rhone Alpes Van Aert porta una benda nella zona interessata, nella cura delle ferite è importante utilizzare questo tipo di protezioni
Ovvero?

La guarigione parte con la protezione e quindi con l’applicazione di garze umide o di pomate sopra la ferita. Meglio utilizzare prodotti a base di acido ialuronico che permette la crescita dei primi strati di pelle. Dopo l’applicazione di questi prodotti è bene chiudere il tutto con garze o cerotti sterili. Per questo vediamo i corridori con questi grandi bendaggi. 

A cosa si deve prestare attenzione?

Il peggior nemico, al contrario di quanto si possa pensare, è la crosta. Non dovremmo farla formare, per due motivi: il primo è che ritarda la guarigione, la seconda è che la pelle si ritraggono e si forma così la cicatrice. La crosta non è quindi un processo riparativo. 

Come deve procedere la guarigione?

La medicazione, soprattutto per un ciclista, va fatta due volte al giorno. Prima della tappa e dopo la tappa, per disinfettare la ferita e cambiare le garze e cerotti. Va tenuta chiusa ma mai fatta seccare. 

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, cronometro, ferita, gomito
La ferita di Van Aert al gomito è peggiorata dopo la crono a squadre a causa dell’attrito provocato dalle protesi
Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, cronometro, ferita, gomito
La ferita di Van Aert al gomito è peggiorata dopo la crono a squadre a causa dell’attrito provocato dalle protesi
Prima hai nominato i punti maggiormente interessati in una caduta, ma non sono tutti uguali…

Gomito e ginocchio sono punti delicati, perché il ginocchio con il movimento della pedalata si fa fatica a tenerlo coperto. Allo stesso modo il gomito. In particolare se parliamo di ferite lacero contuse.

Cioé?

Le ferite lacero contuse sono quelle in cui si va oltre al primo o secondo strato della pelle, ma si ha un’esposizione dei tessuti. Qui il rischio di infezione aumenta notevolmente ed è importante la pulizia, che va fatta in ospedale e in maniera profonda. Una ferita del genere guarisce dal basso verso l’alto e spesso ha la necessità di tenerle ferme fino a quando non avviene la guarigione completa. 

Una ferita al gomito come quella di Van Aert rientrava in questo campo?

Dai racconti e da quanto letto doveva trattarsi di una ferita molto seria, per la quale c’era magari la necessità di fermarsi. La cronometro sicuramente non gli ha fatto bene, perché con la posizione aerodinamica il gomito subisce diverse frizioni e il rischio è che la situazione possa peggiorare. 

La Vuelta 2024, Jayco, Eddie Dunbar
Eddie Dunbar alla Vuelta del 2024, dove vinse due tappe, sul ginocchio ancora il segno della caduta subita al Giro e che lo ha costretto al ritiro
La Vuelta 2024, Jayco, Eddie Dunbar
Eddie Dunbar alla Vuelta del 2024, dove vinse due tappe, sul ginocchio ancora il segno della caduta subita al Giro e che lo ha costretto al ritiro
I rischi quali sono?

Di avere un’infezione, nella quale è importante poi asportare i tessuti necrotici e pulire la ferita internamente, assicurandosi che non ci siano fistole. Nel caso di ferite complesse è sempre bene porre tanta attenzione, perché se i germi all’interno della ferita trovano modo infettare i tessuti ci si deve sottoporre a un trattamento chirurgico.

Ti ricordi qualche situazione del genere che hai vissuto in prima persona?

Un paio di anni fa Dunbar nella terza tappa del Giro in una caduta si provocò una ferita al ginocchio che ha richiesto tre o quattro punti di sutura. Io gli dissi che non lo avrei fatto continuare, perché con una ferita suturata il rischio che si potesse riaprire era troppo elevato. Si fermò anche a malincuore perché i corridori non vogliono mai arrendersi. Però si prese il giusto tempo, tornò per la seconda parte di stagione e vinse i campionati nazionali a cronometro e due tappe a La Vuelta.

Tour Auvergne-Rhone-Alpes 2026, Wout Van Aert, vittoria 5a tappa, Parc des Oiseaux Villars-les-Dombes

Caduta, vittoria e abbandono: Tour a rischio per Van Aert?

16.06.2026
5 min
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Nell’anno della vittoria alla Roubaix, quando il giorno perfetto gli ha permesso di battere quel diavolo di Pogacar sollevando il blocco di pavé sognato per una vita, una banale ferita al gomito rischia di privare Wout Van Aert del Tour de France. Il gigante belga della Visma-Lease a Bike si è ritirato dal Tour Auvergne-Rhone-Alpes, il caro e vecchio Delfinato, e ieri non si è unito alla squadra che sta trascorrendo a Tignes l’ultimo periodo di altura prima del Tour.

Non è chiaro se Van Aert si unirà al gruppo in un secondo momento. Per ora, la squadra ha preferito procedere per piccoli passi, cercando di dare alla ferita il tempo per guarire. Di certo però si tratta di una battuta di arresto che si somma al non aver portato a termine la corsa a tappe francese, dalla quale Wout si è ritirato dopo aver vinto in volata la quinta tappa, che avrebbe costituito un blocco di allenamento utile in vista del Tour.

La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato

La caduta in allenamento

L’infortunio si è verificato otto giorni fa in seguito a una caduta durante un allenamento sulla bici da crono. L’entità della caduta non è parsa rilevante, al punto che Van Aert ha proseguito nel suo programma. Due giorni dopo, Van Aert ha trascinato la squadra alla vittoria nella cronosquadre di Perreux mentre giovedì scorso ha vinto la tappa di Parc des Oiseaux Villars-les-Dombes, ma probabilmente l’aver continuato a correre potrebbe avere un prezzo inatteso.

Dalla vittoria infatti, il gonfiore è aumentato e nuove ecografie hanno rivelato un’infiammazione più estesa rispetto a prima. Il Tour de France inizia il 4 luglio e la situazione non è delle migliori.

Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita

Meglio fermarsi

L’infortunio non deve necessariamente essere molto grave, sebbene la cura delle ferite sia sempre una priorità nel ciclismo. L’infezione è sempre il primo passo del processo di guarigione, tuttavia, affinché la guarigione si completi, è preferibile lasciare la ferita indisturbata, mentre nello sport professionistico (nelle fasi calde della stagione) questo non è sempre possibile e spesso (con poca lungimiranza) accade il contrario.

Se si decide di andare avanti, il tessuto che si va riformando e che è molto fragile, rischia di irritarsi nuovamente, ad esempio (come nel caso di Van Aert) a causa dell’attrito con il manubrio da cronometro e a quel punto l’intero processo infettivo ricomincia da capo.

Di solito i medici delle squadre riescono a non fermare i corridori, grazie a bende, pomate e antibiotici, pur sapendo che in alcuni casi sarebbe più utile fermarsi e dare il tempo alla ferita di guarire. Anche perché l’infezione può causare una reazione da stress in tutto il corpo e prolungare il recupero in modo significativo.

La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l'infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l’infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l'infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l’infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba

Precedenti da considerare

Proprio in questi giorni, in Belgio si stanno facendo accostamenti allarmanti e si guarda con favore il fatto che Van Aert sia stato fermato. Non dimenticano infatti che la caduta di Johan Museeuw nella Foresta di Arenberg alla Roubaix del 1998 che stava per costare la gamba al campionissimo belga per una ferita infetta. Ricordano quando nel 2013 Tom Boonen rischio di perdere un braccio per un’infezione sottovalutata: evento scongiurato perché il belga decise in autonomia di andare al pronto soccorso. Ed è immediato l’accostamento con il fresco dramma del colombiano Cristian Camilo Muñoz, morto lo scorso aprile a seguito di un’infezione contratta dopo una caduta al Tour du Jura.

Ovviamente il caso di Van Aert risulta essere meno grave, ugualmente però la scelta della Visma Lease a Bike di fermarlo è suonata provvidenziale. Wout è stato medicato nel weekend all’ospedale di Herentals. Riferiscono fonti della squadra che nel frattempo il gonfiore si è ridotto, per cui il problema di salute è limitato, ma lo stop è sopraggiunto nel momento meno indicato.

All'indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All’indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All'indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All’indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals

Incognita Tour

«Sapevamo già che Wout non aveva molto margine di manovra – ha dichiarato a Het Nieuwsblad il team manager Maarten Wynants – ed era già in ritardo, per cui questo di certo non lo aiuterà. La cosa più importante è che prima di tutto recuperi la forma fisica».

Ci sarà tempo per il Tour? La porta resta certamente aperta, per ammissione dello stesso manager. La sfida francese vedrà la squadra al via con un super gruppo per cercare di contrastare Pogacar e a Van Aert si potrebbe riservare un inizio più soft. Il belga è un guerriero di prima grandezza, pochi sono disposti a credere che non proverà fino all’ultimo a farsi trovare pronto. Ma certo, al pari di altrettanto grandi eroi sfortunati della storia e dei fumetti, è incredibile notare come sia spesso costretto a stop indesiderati.

Che accade nel gravel? Pontoni guarda già alla “rivoluzione 2027”

Cosa accade nel gravel? Pontoni guarda alla “rivoluzione 2027”

09.06.2026
5 min
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Mentre la stagione su strada impazza e coinvolge tutti i pro’, anche quella del gravel va progressivamente avanti, tra le sue tappe delle World Series che sono passate anche per l’Italia e precisamente la Sardegna. Daniele Pontoni guarda con attenzione sia a quel che la strada propone, sia ai risultati offroad, anche se gli appuntamenti titolati sono ancora relativamente lontani. La scorsa settimana il cittì è andato però a visionare il percorso degli europei, iniziando a farsi un’idea di quel che attenderà la nostra nazionale.

Le gare di gravel finora disputate qualche spunto lo hanno dato, anche inatteso sotto certi punti di vista, ma Pontoni tiene a dare al tutto il giusto peso: «Siamo in un periodo della stagione abbastanza tranquillo rispetto al tourbillon fra tricolori, europei e mondiali. Le gare di queste settimane sono quindi contraddistinte dalla presenza di meno stradisti o personaggi dell’offroad, poi può capitare l’occasione come alla The Hills con i vari Schurter e Fontana al via.

Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027

Ad Auronzo per chiarirsi le idee

«Credo che un primo appuntamento di livello sarà ad Auronzo con la tappa delle World Series il 20 di giugno, penso che lì capiremo meglio quali sono le condizioni di ognuno. Poi l’11 luglio avremo i campionati italiani e a quel punto saprò lo stato di forma dei nostri atleti e mi farò un’idea delle squadre da presentare».

Pontoni non si sente di fare nomi, considerando che soprattutto al femminile la stagione su strada è davvero nel clou: «Molto dipende da come le ragazze sono uscite dal Giro, chi riuscirà a essere presente ad Auronzo considerando che dopo poco ci sarà anche il Tour Femmes, quindi c’è tanto da valutare. Le World Series di Auronzo e i tricolori avranno comunque un peso importante per capire anche gli specialisti puri sui quali potrò contare».

Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna

Vettorello, nome nuovo sul taccuino

Facendo un salto indietro, alla vittoria della Vettorello in Sardegna che valore gli si può dare? «Lei è una ragazza che già l’anno scorso si è impegnata in questa specialità – sottolinea Pontoni – La squadra dove milita ci tiene molto anche al gravel, apprezzo poi il fatto che lei si sia messa in discussione, trovando una nuova opportunità in questa specialità. La vittoria sicuramente gli ha dato morale, è una vittoria che conta e, per quanto mi riguarda, un’atleta in più da seguire in questo panorama».

Proprio prendendo spunto dall’esempio della Vettorello, Pontoni sottolinea però come questa stagione, per il gravel, sia davvero di transizione: «Io sono convinto che dal 1° gennaio 2027 vedremo più atleti in questa specialità, che faranno le gare che contano per i punti UCI. Il discorso del ranking segnerà una svolta perché so che le varie squadre WorldTour si stanno già interessando e muovendo per strutturare i loro calendari in maniera completamente diversa».

Stradisti a parte, Pontoni sta monitorando anche altri nomi al di fuori dell’attività in superleggera? «Voglio prendermi queste due gare citate prima perché fino adesso c’è stata una partecipazione a macchia di leopardo. Voglio soppesare meglio il tutto per capire se si può allargare il numero degli azzurrabili. Forse sono mancati un po’ di atleti in queste gare, potermi fare un’idea su elementi dell’offroad o specialisti puri sarebbe servito, ma nel primo caso l’attività è partita subito alla grande».

Van Aert ha fatto un'estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un'estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)

Dal 2027 caccia ai punti UCI

Allargando il discorso, che valore si può dare alla vittoria di Van Aert? «Quando vincono questi campioni è sempre qualcosa di positivo per il movimento, gente come Van Aert, Van der Poel, la Wiebes o comunque atleti di alto livello è un grande richiamo, una vetrina utilissima, ma sarebbe stato lo stesso se avesse vinto uno come Nino Schurter. Danno un’importanza a livello mediatico che credo non vada snobbata.

«Rimane sempre il fatto – continua Pontoni – che il gravel cade in mezzo ad appuntamenti importanti e quindi è penalizzato, ma il prossimo anno non sarà più così, vedrete che la caccia ai punti porterà tanti a gareggiare nelle World Series per entrare nelle prime 30 squadre. Il gravel in questo momento viene messo in secondo piano perché non porta punti, ma i team stanno già prendendo le misure».

La gara in Sardegna non è stata l'unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l'unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo

La dimestichezza con l’offroad

Prendendo spunto dalla vittoria di Van Aert e dai commenti sparsi sui social proviamo allora a fare i bastian contrari perché la gente può anche pensare che sia facile per chi fa strada, poi passare al gravel e vincere a mani basse…

«Non è propriamente così. Almeno non per tutti gli stradisti. Diventa un po’ più facile per chi ha la dimestichezza di guidare su terreni fuoristrada. Facendo un esempio, ci sono degli stradisti che alla Strade Bianche, pur andando forte, fanno fatica perché non sono abituati a guidare su certi terreni.

«In Belgio e in Olanda – prosegue Pontoni – fino adesso abbiamo visto percorsi di gare gravel con fondi molto veloci e semplici, poco tecnici e questo può aiutare gli stradisti, ma viceversa ci sono gare World Series dove fanno fatica a emergere rispetto a chi arriva dal fuoristrada».

Come sarà quindi il gravel agonistico del futuro? «Andremo sicuramente ad avere più atleti di nome, ma anche le squadre stesse investiranno sul gravel come, almeno alcune, fanno per il ciclocross. Io dico che almeno il 15-20 per cento in più di atleti professionisti, queste scelte lo porteranno…».

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Classiche del Nord, ultimi appunti prima di rientrare

03.05.2026
9 min
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LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.

Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.

Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.

L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)

Il Fiandre della discordia

Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.

A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.

Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.

Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.

Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?

La Roubaix delle lacrime

Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.

La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.

Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.

Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.

La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.

Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.

La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata qaLa vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026uella più emotivamente forte
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026

La Freccia dello stupore

Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.

Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.

C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.

Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.

A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone

La Liegi del cannibale

Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.

C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.

La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.

La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.

A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.

Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco

La resa di Remco

Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.

Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.

Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.