Stefano Zanini con Wout Van Aert

Senza Van Aert, Vingegaard ci guadagna? Risponde Zanini

11.07.2026
5 min
Salva

Da quando è stato annunciato che Wout Van Aert non sarebbe stato al Tour de France, il dibattito si è acceso subito. La sua assenza è davvero un vantaggio per Jonas Vingegaard, che può contare su una squadra concentrata esclusivamente sulla classifica generale, oppure rappresenta una perdita più grande di quanto si pensi? Nei primi giorni della Grande Boucle, quando eravamo ancora in Spagna, questa teoria è tornata d’attualità anche in Danimarca, dove diversi osservatori hanno sostenuto che una Visma con un solo obiettivo fosse più compatta. E sinceramente vedendoli da fuori anche noi la pensavamo così.

Tra l’altro questa è una riflessione che, in passato, era stata avanzata persino dalla moglie dello stesso Vingegaard, mettendo a confronto il modello Visma Lease a Bike con quello della UAE Emirates, da sempre orientata a lavorare esclusivamente per Tadej Pogacar. Per approfondire il tema abbiamo chiesto il parere di Stefano Zanini (nella foto SprintCycling in apertura proprio con Van Aert)

Zazà, oggi direttore sportivo della XDS-Astana e profondo conoscitore delle dinamiche interne di una squadra, offre però una lettura diversa: per lui un campione come Van Aert non rappresenta un problema da gestire, bensì un valore aggiunto che può fare la differenza dentro e fuori dalla corsa.

Van Aert, Vingegaard e Pogacar ad Hautacam
Tour 2022, quell’anno Van Aert fu sensazionale per la vittoria di Vingegaard. Ad Hautacam (in foto) tirò così forte e a lungo da staccare persino Pogacar
Van Aert, Vingegaard e Pogacar ad Hautacam
Tour 2022, quell’anno Van Aert fu sensazionale per la vittoria di Vingegaard. Ad Hautacam (in foto) tirò così forte e a lungo da staccare persino Pogacar

Van Aert valore aggiunto

Per Zanini il punto di partenza è semplice: perdere Van Aert significa perdere uno dei corridori più importanti del gruppo, indipendentemente dai risultati che potrebbe ottenere in proprio. La sua presenza va oltre il contributo atletico e coinvolge tutto ciò che accade durante tre settimane di Tour.

«Non avere in squadra uno come Van Aert vuol dire tantissimo – spiega Zanini – un corridore come lui, nella corsa più importante dell’anno, è una risorsa enorme. Quando non c’è, manca un uomo fondamentale in tante situazioni delicate. Wout è prima di tutto una garanzia per il leader. L’esperienza accumulata negli anni gli permette di leggere la corsa, di trasmettere tranquillità e aiutare Vingegaard nei momenti più complicati, anche semplicemente con una parola o con la sua presenza al fianco».

«Avere un uomo come lui – continua Zanini – darebbe a Vingegaard una tranquillità assoluta durante tutto il Tour. Sa di poter contare su qualcuno che conosce perfettamente certe situazioni e che può consigliarlo nei momenti decisivi».

A tal proposito senza andare troppo indietro nel tempo, a quando magari Van Aert tirava fino a staccare Pogacar verso Hautacam, Zanini ricorda quanto ha fatto il belga l’anno scorso sul Colle delle Finestre per Adam Yates al Giro d’Italia. Quanto sia stato utile e decisiva la sua presenza.

Van Aert quando si è presentato ad un Grande Giro ha quasi sempre vinto. Secondo Zanini questo è un bene anche per il leader della generale
Van Aert quando si è presentato ad un Grande Giro ha quasi sempre vinto. Secondo Zanini questo è un bene anche per il leader della generale

Vittorie personali, una ricchezza

Uno degli argomenti più ricorrenti è che Van Aert finisca inevitabilmente per assorbire energie della squadra, inseguendo successi personali o andando in fuga. E sono energie anche mentali, che possono distrarre gli altri gregari. In fin dei conti con Van Aert in squadra si lavora anche per qualche tappa o addirittura per la maglia verde… almeno nei tempi migliori di Wout. Zanini di nuovo ribalta completamente questa prospettiva.

«Non scherziamo – dice il varesino – Van Aert sa perfettamente quando può giocarsi le proprie carte e quando, invece, deve essere al servizio del capitano. Le due cose possono convivere senza entrare in conflitto. Wout andrebbe in fuga quando non è una giornata importante per Vingegaard e sarebbe al suo fianco quando serve davvero. Io sono sempre dell’idea che una squadra, più è compatta e altruista, più riesce a fare la differenza. Quando parlo di altruismo intendo proprio fra i corridori stessi. L’aiuto reciproco, il supportarsi.

«Anzi, penso che vedere un compagno vincere contribuisce a rafforzare l’ambiente e ad aumentare la fiducia del gruppo. A smorzare la tensione della ricerca del risultato. Se oggi vince il mio compagno Van Aert, io sono contento. E’ contenta la squadra, è contento tutto l’ambiente, è contento persino lo staff… e le cose poi vengono quasi da sole. Questo è il bello del ciclismo e dovrebbe essere la base di ogni formazione».

Zanini ricorda che in carriera solo una volta nei Grandi Giri ha avuto il leader per la classifica. Avvenne nei primi anni 2000 quando in Mapei c’era Stefano Garzelli. «E comunque il leader era solo lui. Mentre in quella squadra come ricorderete altro che due capitani nelle classiche. Ce ne erano sei o sette ogni volta. Per questo motivo ho parlato di altruismo».

Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert
Piganzoli è un fedelissimo di Vingegaard è lui che ha sostituito in extremis Van Aert

Tour non ancora finito

In qualche modo Zanini replica anche ai media danesi, secondo cui una Visma senza Van Aert sarebbe più unita perché tutta concentrata su Vingegaard. E pure se in UAE si lavora compatti per Pogacar, risponde indicando proprio il team del campione del mondo.

«Guardate cosa succede con Del Toro e Pogacar – riprende Zanini – Soprattutto dopo la vittoria che gli ha lasciato a Barcellona, Del Toro tira tutto il giorno e farebbe qualsiasi cosa per lui. Questa è la differenza: un leader deve valorizzare i suoi compagni, portarli in alto e far capire che il loro lavoro conta. E tutto questo poi gli torna indietro.

A questo punto gettiamo sul piatto della discussione anche Davide Piganzoli, colui che ha sostituito Van Aert e ormai un fedelissimo di Vingegaard. Magari il danese con un uomo che sa essere suo è più tranquillo, si sente ancora più legittimato.

«Può anche starci, ma resto dell’idea che Van Aert sia meglio averlo. Detto ciò, Davide Piganzoli merita piena fiducia e grande riconoscimento per quanto sta facendo. Tra l’altro vedere un italiano così giovane andare forte fa solo piacere. Mi auguro solo che dopo il Giro e dopo il Tour lo lascino riposare un po’».

Certo ormai la classifica è alquanto assestata. Vingegaard ha oltre due minuti e mezzo di ritardo da Pogacar che ha mostrato una grande solidità, su ogni terreno. Di certo non si può attaccare in salita, almeno in questa fase. E allora un Van Aert potrebbe tornare decisamente utile in qualche tappa vallonata, per la famosa imboscata… ammesso sia ancora valido tale termine.

«Certo – dice Zanini – che in uno scenario cosi Van Aart può tornarti utile. Difficile attaccare Pogacar e la sua squadra, ma fino a Parigi il Tour non è finito. Le situazioni che possono nascere nelle prossime settimane sono tantissime. In Visma hanno uno staff preparato bisogna sempre provarci. Anche se sembra difficile, bisogna attaccare fino alla fine: è questo che dà ancora più valore a un eventuale secondo posto».

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito, vittoria quinta tappa

L’esempio di Van Aert: come si curano le ferite? L’esperienza di Guardascione

01.07.2026
6 min
Salva

La rinuncia al Tour de France da parte di Wout Van Aert è arrivata a causa della ferita sul gomito che si è poi infettata, impedendo così al belga di sostenere Jonas Vingegaard per la rincorsa alla maglia gialla. Un forfait importante per la Visma Lease a Bike, arrivato per una leggerezza da parte del team olandese. Infatti Van Aert, caduto in allenamento prima del Tour Auvergne Rhone Alpes, è tornato in corsa alla breve gara a tappe francese vincendo anche una tappa

Tutto sembrava sotto controllo, ma la ferita al gomito è poi peggiorata a causa della cronometro a squadre. La posizione aerodinamica ha riaperto la ferita di Van Aert, che nel frattempo ha comunque vinto in volata la quinta tappa. Nel ciclismo della massima attenzione ai particolari un episodio come quello capitato a Van Aert ci riporta a qualche decennio fa, quando a causa di cadute sottovalutate si era arrivati al rischio di amputazioni di arti e infezioni.

La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
Van Aert a causa dell’infezione alla ferita che aveva sul gomito è stato costretto a rinunciare al Tour
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
Van Aert a causa dell’infezione alla ferita che aveva sul gomito è stato costretto a rinunciare al Tour

Ferite diverse

Per affrontare un tema così delicato ci siamo rivolti a Carlo Guardascione, dottore della Jayco AlUla, al quale affidiamo considerazioni e consigli a proposito di come si curano le ferite provocate dalle varie cadute. 

«Partendo dall’esempio di Van Aert – ci dice subito Guardascione – possiamo dire che si è trattata di una ferita brutta, non la tipica a cui si va incontro quando si cade in bici. La ferita più comune che incontriamo quando si cade è un’abrasione superficiale, nella quale si va a ledere il primo e il secondo strato di pelle. I punti maggiormente interessati sono l’anca, il ginocchio, il gomito oppure la spalla. Va fatta una premessa».

Dainese
Una caduta in bici causa ferite differenti: dalle abrasioni a quelle più profonde
Dainese
Una caduta in bici causa ferite differenti: dalle abrasioni a quelle più profonde
Quale?

Che l’abbigliamento da ciclismo non offre alcuna protezione, quindi nel momento in cui il ciclista cade e scivola non ha modo di ripararsi. Infatti la scivolata è paragonabile a un’ustione. Perché l’impatto e lo sfregamento con l’asfalto a livello epidermico (di pelle, ndr) provoca le cosiddette sbucciature, ovvero la perdita del primo e secondo strato della pelle con poco sanguinamento. 

Questo come si curano?

I momenti sono pochi ma fondamentali: si parte con la detersione, quindi lavare la ferita con acqua o acqua e sapone ed è una cosa che si fa subito anche in corsa con la borraccia. Poi va disinfettata e qui il primo consiglio è di evitare l’alcol.

E con cosa si disinfetta?

Con prodotti a base iodio o con una semplice acqua ossigenata, o ancora con dei disinfettanti battericidi. Una strisciata con l’asfalto sicuramente non è pulita, visto che la strada trattiene polvere, terra e tanto altro. Infine va protetta.

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito
Al Tour Auvergne Rhone Alpes Van Aert porta una benda nella zona interessata, nella cura delle ferite è importante utilizzare questo tipo di protezioni
Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, ferita, gomito
Al Tour Auvergne Rhone Alpes Van Aert porta una benda nella zona interessata, nella cura delle ferite è importante utilizzare questo tipo di protezioni
Ovvero?

La guarigione parte con la protezione e quindi con l’applicazione di garze umide o di pomate sopra la ferita. Meglio utilizzare prodotti a base di acido ialuronico che permette la crescita dei primi strati di pelle. Dopo l’applicazione di questi prodotti è bene chiudere il tutto con garze o cerotti sterili. Per questo vediamo i corridori con questi grandi bendaggi. 

A cosa si deve prestare attenzione?

Il peggior nemico, al contrario di quanto si possa pensare, è la crosta. Non dovremmo farla formare, per due motivi: il primo è che ritarda la guarigione, la seconda è che la pelle si ritraggono e si forma così la cicatrice. La crosta non è quindi un processo riparativo. 

Come deve procedere la guarigione?

La medicazione, soprattutto per un ciclista, va fatta due volte al giorno. Prima della tappa e dopo la tappa, per disinfettare la ferita e cambiare le garze e cerotti. Va tenuta chiusa ma mai fatta seccare. 

Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, cronometro, ferita, gomito
La ferita di Van Aert al gomito è peggiorata dopo la crono a squadre a causa dell’attrito provocato dalle protesi
Tour Auvergne Rhone Alpes 2026, Wout Van Aert, infortunio, cronometro, ferita, gomito
La ferita di Van Aert al gomito è peggiorata dopo la crono a squadre a causa dell’attrito provocato dalle protesi
Prima hai nominato i punti maggiormente interessati in una caduta, ma non sono tutti uguali…

Gomito e ginocchio sono punti delicati, perché il ginocchio con il movimento della pedalata si fa fatica a tenerlo coperto. Allo stesso modo il gomito. In particolare se parliamo di ferite lacero contuse.

Cioé?

Le ferite lacero contuse sono quelle in cui si va oltre al primo o secondo strato della pelle, ma si ha un’esposizione dei tessuti. Qui il rischio di infezione aumenta notevolmente ed è importante la pulizia, che va fatta in ospedale e in maniera profonda. Una ferita del genere guarisce dal basso verso l’alto e spesso ha la necessità di tenerle ferme fino a quando non avviene la guarigione completa. 

Una ferita al gomito come quella di Van Aert rientrava in questo campo?

Dai racconti e da quanto letto doveva trattarsi di una ferita molto seria, per la quale c’era magari la necessità di fermarsi. La cronometro sicuramente non gli ha fatto bene, perché con la posizione aerodinamica il gomito subisce diverse frizioni e il rischio è che la situazione possa peggiorare. 

La Vuelta 2024, Jayco, Eddie Dunbar
Eddie Dunbar alla Vuelta del 2024, dove vinse due tappe, sul ginocchio ancora il segno della caduta subita al Giro e che lo ha costretto al ritiro
La Vuelta 2024, Jayco, Eddie Dunbar
Eddie Dunbar alla Vuelta del 2024, dove vinse due tappe, sul ginocchio ancora il segno della caduta subita al Giro e che lo ha costretto al ritiro
I rischi quali sono?

Di avere un’infezione, nella quale è importante poi asportare i tessuti necrotici e pulire la ferita internamente, assicurandosi che non ci siano fistole. Nel caso di ferite complesse è sempre bene porre tanta attenzione, perché se i germi all’interno della ferita trovano modo infettare i tessuti ci si deve sottoporre a un trattamento chirurgico.

Ti ricordi qualche situazione del genere che hai vissuto in prima persona?

Un paio di anni fa Dunbar nella terza tappa del Giro in una caduta si provocò una ferita al ginocchio che ha richiesto tre o quattro punti di sutura. Io gli dissi che non lo avrei fatto continuare, perché con una ferita suturata il rischio che si potesse riaprire era troppo elevato. Si fermò anche a malincuore perché i corridori non vogliono mai arrendersi. Però si prese il giusto tempo, tornò per la seconda parte di stagione e vinse i campionati nazionali a cronometro e due tappe a La Vuelta.

Tour Auvergne-Rhone-Alpes 2026, Wout Van Aert, vittoria 5a tappa, Parc des Oiseaux Villars-les-Dombes

Caduta, vittoria e abbandono: Tour a rischio per Van Aert?

16.06.2026
5 min
Salva

Nell’anno della vittoria alla Roubaix, quando il giorno perfetto gli ha permesso di battere quel diavolo di Pogacar sollevando il blocco di pavé sognato per una vita, una banale ferita al gomito rischia di privare Wout Van Aert del Tour de France. Il gigante belga della Visma-Lease a Bike si è ritirato dal Tour Auvergne-Rhone-Alpes, il caro e vecchio Delfinato, e ieri non si è unito alla squadra che sta trascorrendo a Tignes l’ultimo periodo di altura prima del Tour.

Non è chiaro se Van Aert si unirà al gruppo in un secondo momento. Per ora, la squadra ha preferito procedere per piccoli passi, cercando di dare alla ferita il tempo per guarire. Di certo però si tratta di una battuta di arresto che si somma al non aver portato a termine la corsa a tappe francese, dalla quale Wout si è ritirato dopo aver vinto in volata la quinta tappa, che avrebbe costituito un blocco di allenamento utile in vista del Tour.

La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato
La caduta di Van Aert si è svolta in allenamento alla vigilia della corsa francese: al via aveva già il gomito bendato

La caduta in allenamento

L’infortunio si è verificato otto giorni fa in seguito a una caduta durante un allenamento sulla bici da crono. L’entità della caduta non è parsa rilevante, al punto che Van Aert ha proseguito nel suo programma. Due giorni dopo, Van Aert ha trascinato la squadra alla vittoria nella cronosquadre di Perreux mentre giovedì scorso ha vinto la tappa di Parc des Oiseaux Villars-les-Dombes, ma probabilmente l’aver continuato a correre potrebbe avere un prezzo inatteso.

Dalla vittoria infatti, il gonfiore è aumentato e nuove ecografie hanno rivelato un’infiammazione più estesa rispetto a prima. Il Tour de France inizia il 4 luglio e la situazione non è delle migliori.

Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita
Van Aert ha trascinato la Visma alla vittoria nella cronosquadre, compromettendo però la guarigione della ferita

Meglio fermarsi

L’infortunio non deve necessariamente essere molto grave, sebbene la cura delle ferite sia sempre una priorità nel ciclismo. L’infezione è sempre il primo passo del processo di guarigione, tuttavia, affinché la guarigione si completi, è preferibile lasciare la ferita indisturbata, mentre nello sport professionistico (nelle fasi calde della stagione) questo non è sempre possibile e spesso (con poca lungimiranza) accade il contrario.

Se si decide di andare avanti, il tessuto che si va riformando e che è molto fragile, rischia di irritarsi nuovamente, ad esempio (come nel caso di Van Aert) a causa dell’attrito con il manubrio da cronometro e a quel punto l’intero processo infettivo ricomincia da capo.

Di solito i medici delle squadre riescono a non fermare i corridori, grazie a bende, pomate e antibiotici, pur sapendo che in alcuni casi sarebbe più utile fermarsi e dare il tempo alla ferita di guarire. Anche perché l’infezione può causare una reazione da stress in tutto il corpo e prolungare il recupero in modo significativo.

La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l'infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l’infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l'infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba
La cauta di Museeuw alla Roubaix 1998: l’infezione derivata espose il belga al rischio di amputazione della gamba

Precedenti da considerare

Proprio in questi giorni, in Belgio si stanno facendo accostamenti allarmanti e si guarda con favore il fatto che Van Aert sia stato fermato. Non dimenticano infatti che la caduta di Johan Museeuw nella Foresta di Arenberg alla Roubaix del 1998 che stava per costare la gamba al campionissimo belga per una ferita infetta. Ricordano quando nel 2013 Tom Boonen rischio di perdere un braccio per un’infezione sottovalutata: evento scongiurato perché il belga decise in autonomia di andare al pronto soccorso. Ed è immediato l’accostamento con il fresco dramma del colombiano Cristian Camilo Muñoz, morto lo scorso aprile a seguito di un’infezione contratta dopo una caduta al Tour du Jura.

Ovviamente il caso di Van Aert risulta essere meno grave, ugualmente però la scelta della Visma Lease a Bike di fermarlo è suonata provvidenziale. Wout è stato medicato nel weekend all’ospedale di Herentals. Riferiscono fonti della squadra che nel frattempo il gonfiore si è ridotto, per cui il problema di salute è limitato, ma lo stop è sopraggiunto nel momento meno indicato.

All'indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All’indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All'indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals
All’indomani della vittoria di tappa, Van Aert si è ritirato ed è rientrato a Herentals

Incognita Tour

«Sapevamo già che Wout non aveva molto margine di manovra – ha dichiarato a Het Nieuwsblad il team manager Maarten Wynants – ed era già in ritardo, per cui questo di certo non lo aiuterà. La cosa più importante è che prima di tutto recuperi la forma fisica».

Ci sarà tempo per il Tour? La porta resta certamente aperta, per ammissione dello stesso manager. La sfida francese vedrà la squadra al via con un super gruppo per cercare di contrastare Pogacar e a Van Aert si potrebbe riservare un inizio più soft. Il belga è un guerriero di prima grandezza, pochi sono disposti a credere che non proverà fino all’ultimo a farsi trovare pronto. Ma certo, al pari di altrettanto grandi eroi sfortunati della storia e dei fumetti, è incredibile notare come sia spesso costretto a stop indesiderati.

Che accade nel gravel? Pontoni guarda già alla “rivoluzione 2027”

Cosa accade nel gravel? Pontoni guarda alla “rivoluzione 2027”

09.06.2026
5 min
Salva

Mentre la stagione su strada impazza e coinvolge tutti i pro’, anche quella del gravel va progressivamente avanti, tra le sue tappe delle World Series che sono passate anche per l’Italia e precisamente la Sardegna. Daniele Pontoni guarda con attenzione sia a quel che la strada propone, sia ai risultati offroad, anche se gli appuntamenti titolati sono ancora relativamente lontani. La scorsa settimana il cittì è andato però a visionare il percorso degli europei, iniziando a farsi un’idea di quel che attenderà la nostra nazionale.

Le gare di gravel finora disputate qualche spunto lo hanno dato, anche inatteso sotto certi punti di vista, ma Pontoni tiene a dare al tutto il giusto peso: «Siamo in un periodo della stagione abbastanza tranquillo rispetto al tourbillon fra tricolori, europei e mondiali. Le gare di queste settimane sono quindi contraddistinte dalla presenza di meno stradisti o personaggi dell’offroad, poi può capitare l’occasione come alla The Hills con i vari Schurter e Fontana al via.

Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027
Daniele Pontoni, a sinistra, sta già valutando i possibili convocati per le gare titolate 2027

Ad Auronzo per chiarirsi le idee

«Credo che un primo appuntamento di livello sarà ad Auronzo con la tappa delle World Series il 20 di giugno, penso che lì capiremo meglio quali sono le condizioni di ognuno. Poi l’11 luglio avremo i campionati italiani e a quel punto saprò lo stato di forma dei nostri atleti e mi farò un’idea delle squadre da presentare».

Pontoni non si sente di fare nomi, considerando che soprattutto al femminile la stagione su strada è davvero nel clou: «Molto dipende da come le ragazze sono uscite dal Giro, chi riuscirà a essere presente ad Auronzo considerando che dopo poco ci sarà anche il Tour Femmes, quindi c’è tanto da valutare. Le World Series di Auronzo e i tricolori avranno comunque un peso importante per capire anche gli specialisti puri sui quali potrò contare».

Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna
Giorgia Vettorello ha conquistato a sorpresa la vittoria alla tappa World Series in Sardegna

Vettorello, nome nuovo sul taccuino

Facendo un salto indietro, alla vittoria della Vettorello in Sardegna che valore gli si può dare? «Lei è una ragazza che già l’anno scorso si è impegnata in questa specialità – sottolinea Pontoni – La squadra dove milita ci tiene molto anche al gravel, apprezzo poi il fatto che lei si sia messa in discussione, trovando una nuova opportunità in questa specialità. La vittoria sicuramente gli ha dato morale, è una vittoria che conta e, per quanto mi riguarda, un’atleta in più da seguire in questo panorama».

Proprio prendendo spunto dall’esempio della Vettorello, Pontoni sottolinea però come questa stagione, per il gravel, sia davvero di transizione: «Io sono convinto che dal 1° gennaio 2027 vedremo più atleti in questa specialità, che faranno le gare che contano per i punti UCI. Il discorso del ranking segnerà una svolta perché so che le varie squadre WorldTour si stanno già interessando e muovendo per strutturare i loro calendari in maniera completamente diversa».

Stradisti a parte, Pontoni sta monitorando anche altri nomi al di fuori dell’attività in superleggera? «Voglio prendermi queste due gare citate prima perché fino adesso c’è stata una partecipazione a macchia di leopardo. Voglio soppesare meglio il tutto per capire se si può allargare il numero degli azzurrabili. Forse sono mancati un po’ di atleti in queste gare, potermi fare un’idea su elementi dell’offroad o specialisti puri sarebbe servito, ma nel primo caso l’attività è partita subito alla grande».

Van Aert ha fatto un'estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un'estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)
Van Aert ha fatto un’estemporanea apparizione nei gravel, dominando la Marly Grav Race (foto UCI)

Dal 2027 caccia ai punti UCI

Allargando il discorso, che valore si può dare alla vittoria di Van Aert? «Quando vincono questi campioni è sempre qualcosa di positivo per il movimento, gente come Van Aert, Van der Poel, la Wiebes o comunque atleti di alto livello è un grande richiamo, una vetrina utilissima, ma sarebbe stato lo stesso se avesse vinto uno come Nino Schurter. Danno un’importanza a livello mediatico che credo non vada snobbata.

«Rimane sempre il fatto – continua Pontoni – che il gravel cade in mezzo ad appuntamenti importanti e quindi è penalizzato, ma il prossimo anno non sarà più così, vedrete che la caccia ai punti porterà tanti a gareggiare nelle World Series per entrare nelle prime 30 squadre. Il gravel in questo momento viene messo in secondo piano perché non porta punti, ma i team stanno già prendendo le misure».

La gara in Sardegna non è stata l'unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l'unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo
La gara in Sardegna non è stata l’unica prova World Series italiana: il 20 giugno si gareggerà ad Auronzo

La dimestichezza con l’offroad

Prendendo spunto dalla vittoria di Van Aert e dai commenti sparsi sui social proviamo allora a fare i bastian contrari perché la gente può anche pensare che sia facile per chi fa strada, poi passare al gravel e vincere a mani basse…

«Non è propriamente così. Almeno non per tutti gli stradisti. Diventa un po’ più facile per chi ha la dimestichezza di guidare su terreni fuoristrada. Facendo un esempio, ci sono degli stradisti che alla Strade Bianche, pur andando forte, fanno fatica perché non sono abituati a guidare su certi terreni.

«In Belgio e in Olanda – prosegue Pontoni – fino adesso abbiamo visto percorsi di gare gravel con fondi molto veloci e semplici, poco tecnici e questo può aiutare gli stradisti, ma viceversa ci sono gare World Series dove fanno fatica a emergere rispetto a chi arriva dal fuoristrada».

Come sarà quindi il gravel agonistico del futuro? «Andremo sicuramente ad avere più atleti di nome, ma anche le squadre stesse investiranno sul gravel come, almeno alcune, fanno per il ciclocross. Io dico che almeno il 15-20 per cento in più di atleti professionisti, queste scelte lo porteranno…».

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Classiche del Nord, ultimi appunti prima di rientrare

03.05.2026
9 min
Salva

LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.

Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.

Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.

L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)

Il Fiandre della discordia

Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.

A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.

Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.

Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.

Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?

La Roubaix delle lacrime

Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.

La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.

Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.

Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.

La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.

Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.

La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata qaLa vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026uella più emotivamente forte
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026

La Freccia dello stupore

Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.

Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.

C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.

Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.

A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone

La Liegi del cannibale

Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.

C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.

La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.

La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.

A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.

Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco

La resa di Remco

Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.

Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.

Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.

Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, Pogacar

Van Aert, la Roubaix e la tecnologia integrata Nimbl

30.04.2026
4 min
Salva

La vittoria di Wout van Aert alla recente Paris-Roubaix ha acceso ancora una volta i riflettori su un tema centrale nel ciclismo moderno: il ruolo determinante dell’attrezzatura “performance” nelle gare più estreme del calendario WorldTour.

In una delle edizioni più spettacolari degli ultimi anni, il corridore del Team Visma Lease a Bike ha conquistato il successo sul traguardo del Velodromo di Roubaix, al termine di uno sprint a due contro Tadej Pogacar. Una gara intensa, segnata da attacchi continui, forature e cambi di ritmo, dove la capacità di resistere alle difficoltà ha fatto la differenza.

Definita da sempre l’“Inferno del Nord”, la Paris–Roubaix rappresenta la sfida più brutale per uomini e mezzi. I suoi iconici settori in pavé mettono a dura prova controllo, stabilità e resistenza. Le vibrazioni costanti, gli impatti violenti e la perdita di aderenza trasformano ogni chilometro in una battaglia.

In questo contesto, l’attrezzatura non è un semplice supporto. Diventa un elemento decisivo per garantire efficienza, comfort e trasmissione della potenza. Ridurre l’affaticamento e mantenere il controllo sui tratti più sconnessi può determinare l’esito della corsa.

Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl
Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl
Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl
Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl

Il sistema Nimbl: performance integrata

E per vincere la sua prima Roubaix Van Aert ha utilizzato prodotti Nimbl, progettati secondo una filosofia di performance integrata. Non si tratta solo di scarpe o abbigliamento, ma di un sistema in cui ogni elemento lavora in sinergia per ottimizzare la resa dell’atleta.

L’obiettivo è chiaro: offrire massimo controllo anche nelle condizioni più estreme del WorldTour. Materiali avanzati, costruzioni leggere e soluzioni tecniche mirate permettono di trasformare le difficoltà del percorso in un vantaggio competitivo.

Al centro di questo sistema ci sono le Nimbl Ultimate Air, indossate da Van Aert durante tutta la corsa. Si tratta di scarpe progettate per atleti che cercano prestazioni senza compromessi.

La struttura monoscocca in carbonio garantisce massima rigidità e peso ridotto. La suola, con uno spessore inferiore ai 2 mm, consente una connessione diretta con il pedale, migliorando la trasmissione della potenza. Il sistema di chiusura con lacci assicura una calzata uniforme e precisa, mentre il profilo sottile contribuisce all’efficienza aerodinamica.

Sviluppate insieme agli atleti del WorldTour, queste scarpe rappresentano una sintesi di velocità, controllo ed efficienza, pensata per le competizioni più dure.

nimbl-ultimate-air-pro-edition-01
Le Nimbl Ultimate Air Pro Edition
nimbl-ultimate-air-pro-edition-01
Le Nimbl Ultimate Air Pro Edition

Abbigliamento tecnico per condizioni estreme

Accanto alle calzature, anche l’abbigliamento gioca un ruolo fondamentale. I capi utilizzati da Van Aert sono difatti progettati per garantire aerodinamica e comfort durante sforzi prolungati. Leggerezza e vestibilità ottimizzata permettono di ridurre la resistenza all’aria senza limitare la libertà di movimento. Un aspetto cruciale in una gara come la Roubaix, dove il meteo può cambiare rapidamente e lo stress fisico è continuo.

La collaborazione tra Nimbl e il Team Visma Lease a Bike non è solo una sponsorizzazione. E’ un processo continuo di sviluppo, basato sul feedback diretto dei corridori e sulle reali condizioni di gara. Ogni singolo dettaglio viene testato sul campo. Ogni soluzione nasce da esigenze concrete. Questo approccio consente di migliorare costantemente i prodotti, adattandoli alle sfide del ciclismo professionistico.

Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali

Prestazioni e tecnologia

La vittoria di Van Aert alla Paris-Roubaix 2026 conferma una tendenza chiara. Nel ciclismo moderno, la differenza non la fa solo la potenza. Conta la capacità di mantenerla quando le condizioni diventano estreme.

Su terreni dove il controllo è precario e l’efficienza non è mai garantita, ogni dettaglio tecnico può incidere sul risultato finale… In questo scenario, Nimbl continua a rafforzare la propria presenza nel WorldTour, sviluppando soluzioni pensate per chi cerca il massimo della performance. Un approccio che unisce artigianalità italiana e innovazione tecnologica, con un obiettivo preciso: trasformare ogni singolo watt in velocità, anche quando la strada diventa la più difficile del mondo.

Nimbl

Pietro Mattio, Wout Van Aert, pietra, Roubaix 2026, vittoria, Visma Lease a Bike

Ancora a Roubaix, questa volta con Mattio: alfiere di Van Aert

17.04.2026
6 min
Salva

Pietro Mattio ammette di non aver ancora ripreso ad allenarsi, per tre giorni si è goduto il meritato riposo che i vincitori si possono godere. Non troppo però, perché dopo le fatiche della Roubaix per il giovane della Visma Lease a Bike si aprono le porte delle Ardenne. Il piemontese infatti sarà chiamato in causa anche alla Liegi-Bastogne-Liegi, la seconda Monumento della sua carriera. La prima parte di stagione si concluderà con il Giro di Romandia, poi il meritato riposo per arrivare pronto alle corse di giugno. 

Nelle chiacchiere finali della nostra intervista con Edoardo Affini c’è stato spazio anche per qualche battuta sull’ambientamento di Pietro Mattio. I meccanismi della Visma lui li conosce bene, visto che ha corso nel devo team per tre anni. Ma tra gli under 23 e il WorldTour c’è un abisso, che il passista classe 2004 ha saputo colmare alla grande. 

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma

La Roubaix “fantasma”

Di lui Edoardo Affini ha detto che si vedono la voglia e l’attitudine: alla Parigi-Roubaix tali caratteristiche lo hanno portato a resistere ben oltre il previsto. Mattio infatti è stato di supporto a Van Aert fino all’imbocco della Foresta di Arenberg, da quel momento in poi la sua prima Monumento è stata un lungo viaggio fino al velodromo.

«Sottolineo – dice ridendo Pietro Mattio – che a Roubaix ci sono arrivato, ho fatto tutta l’ultima parte di gara con Welsford. Nell’ultimo chilometro mi sono staccato e sono entrato da solo (noi che eravamo lì confermiamo di averlo visto entrare e pedalare nel velodromo, ndr). Non so cosa sia successo, perché non ho mai cambiato bici e non ho mai forato, magari ho perso il transponder lungo qualche settore..».

Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Pogacar
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Pogacar
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Poco importa, alla fine l’obiettivo principale è stato raggiunto: ha vinto Van Aert…

Da questo punto di vista sono assolutamente d’accordo, anche perché alla mia prima Roubaix abbiamo raggiunto un risultato inseguito per anni. Quindi sono davvero felice di come sia andata. 

Sei stato accanto a Van Aert fino a uno dei momenti cruciali, ci racconti la tattica di questa Roubaix?

Il piano iniziale era di fare corsa dura per isolare i favoriti, ovvero Pogacar e Van Der Poel. Ma in uno dei primi settori di pavé, il terzo, Van Aert ha forato. Questo ci ha portati a inseguire e rivedere il programma d’azione. In quel momento io ero davanti, insieme a Laporte, mentre Affini e Doull erano rimasti dietro e sono stati loro a dare una mano a Wout per rientrare. 

Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
La corsa poi è esplosa…

C’è stata la scrematura che ha portato il gruppo ad assottigliarsi, saremo rimasti una quarantina di corridori. Noi della Visma eravamo in cinque, quindi andava tutto per il meglio. Quando Pogacar ha forato noi e la Alpecin abbiamo alzato il ritmo, per fargli consumare energie e compagni di squadra.

Che ne pensi delle polemiche a proposito di quest’azione?

La Roubaix è l’unica gara dove si può fare, se dovessimo aspettare tutti quelli che forano saremmo ancora fermi al primo settore. Fa parte del gioco, anche quando Van Aert ha forato nessuno lo ha aspettato. Per questo io ero quello che doveva rimanere sempre vicino a Wout, avendo misure simili gli avrei potuto passare subito la bici.

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Anche voi volevate fare corsa dura, non solo la UAE.

Sì, avevamo una squadra forte e sapevamo che nel momento in cui fossero rimasti una quindicina di corridori avremmo potuto avere due o tre atleti davanti: Van Aert e Laporte su tutti. L’approccio alla corsa è stato subito molto veloce, Affini, Doull e io saremmo dovuti entrare nella fuga iniziale in caso fosse uscito un gruppo numeroso. Ma a quelle velocità era impossibile anticipare.

Vi aspettavate una UAE così aggressiva?

Assolutamente, anche perché era l’unica carta che potevano giocarsi. Stressare e sfinire gli avversari. Anche noi volevamo però tenere i ritmi alti, con Van Aert pronto a giocare d’anticipo. Io ho fatto l’ultima tirata prima della Foresta, e da quel momento la mia corsa era finita. Sono rimasto a un paio minuti, perché ho fatto in tempo a uscire da Arenberg e vedere Van Der Poel davanti a me

Cosa hai pensato?

Che sarebbe stata davvero dura per lui, ma non ho pensato fosse fuori dai giochi. Anche perché via radio arrivavano i distacchi ed era dato in costante avvicinamento. Il segnale andava e veniva, per cui le comunicazioni erano difficili, però sapevo che Van Aert avrebbe fatto di tutto per non permettere a Van Der Poel di rientrare.

Quando hai saputo della vittoria?

Poco dopo il Carrefour de l’Arbre. Ho fatto gli ultimi chilometri con un gruppetto di quattro o cinque, poi mi sono staccato e sono entrato nel velodromo da solo. 

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike (foto Instagram/Pietro Mattio)
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Ti abbiamo visto anche incitare la folla…

Volevo gasare il pubblico, dopo 260 chilometri era giusto. Poi dalla Foresta al traguardo mentalmente è stata dura, però volevo finirla. Soprattutto dopo aver scoperto che ce l’avevamo fatta. 

Bicchiere di spumante ampiamente guadagnato, no?

Certamente! Poi mi sono concesso anche un foto con Van Aert e il trofeo (in apertura). Bellissimo, e pesa anche un bel po’.

Wout Van Aert, Tadej Pogacar, Parigi-Roubaix 2026

Colbrelli e la tattica: i campioni sanno (anche) leggere la corsa

17.04.2026
5 min
Salva

Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.  

Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?

Pochi ragionamenti

Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.

In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago. 

«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica

Accontentarsi

L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico. 

«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.

«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».

Voci dall’ammiraglia

Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante

«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico. 

«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».

Wout VAn Aert, Tadej Pogacar, Roubaix 2026
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo

Orgoglio o testardaggine?

Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.

«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».

L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.

Tadej Pogacar e Wout Van Aert, Roubaix 2026

Ehi Moreno, l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Tadej?

16.04.2026
6 min
Salva

Una Parigi-Roubaix così continua a tenere banco. Sono tanti i temi sollevati dall’Inferno del Nord: il ritorno di Van Aert, gli spunti tecnici, l’appeal in Belgio, le vecchie regole che restano valide. Ma c’è anche un’analisi più tattica.

Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?

Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?

Secondo me l’ha persa Van der Poel.

Partiamo col botto…

Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.

E Van Aert?

Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.

All’inizio hai citato anche Van der Poel…

Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.

Il primo inconveniente tecnico di Van Aert ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Forse più un pasticcio della Alpecin-Premier Tech

Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…

Resta il però…

In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.

Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…

Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.

Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?

No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?

Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!

Perché, dicci un po’?

Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.

In effetti è stato toccante…

Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.

Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?

Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.

Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?

Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.

E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…

Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.