Non è la prima volta che scriviamo della popolarità di Wout Van Aert in Belgio. Qualcosa che va oltre il semplice essere fan. Ci sono valori che l’atleta di Herentals incarna alla grande: educazione, l’essere un padre di famiglia, il lottare sempre. Domenica scorsa c’era un mondo che lo seguiva: nei pub, nei fans club, a bordo strada… e persino negli stadi di calcio in attesa della partita.
E tutto ciò lo constatammo noi stessi quando al mondiale di Leuven 2021, la sera, passeggiando per la città, ci si imbatteva in orde di tifosi lungo la strada che cantavano “Wout Van Aert, Wout Van Aert” sulle note di Gigi D’Agostino. Dopo il trionfo alla Parigi-Roubaix siamo tornati dal nostro amico e collega Guy Van Den Langenbergh, giornalista di Het Nieuwsblad. Cos’è stato questo trionfo di Van Aert per il Belgio? E’ questo il nocciolo della questione.


Guy, ci eravamo già incrociati ad Anversa, al via del Giro delle Fiandre. Già quella mattina eri fiducioso circa una vittoria di Van Aert…
Vero, io e tutti noi belgi speravamo che Wout potesse vincere il Giro delle Fiandre, ma sappiamo tutti che per lui è ormai diventato più difficile, perché la fisionomia della corsa è cambiata. E’ più dura, con tre volte il Kwaremont e il Paterberg, e poi ci sono molte altre piccole côte in cui serve esplosività. Il dislivello è elevato (e sono cambiati anche gli interpreti aggiungiamo noi, ndr).
Alla fine questa vittoria è arrivata sette giorni dopo…
La Parigi-Roubaix è una corsa diversa. Conta più l’endurance, non l’esplosività, ma la capacità di sviluppare una grande velocità per molto tempo, soprattutto sui tratti in pavé. E Wout ha la struttura fisica, la capacità di guida e tutto quel che serve per brillare sui settori della Roubaix. E lo ha dimostrato domenica scorsa.
Cosa significa questa vittoria per il Belgio dunque? Tu ci hai sempre detto che Wout è il vero simbolo del ciclismo della tua Nazione…
La vittoria è molto importante per Wout, la sua vittoria più importante. Lui stesso ha sempre pensato che avrebbe potuto vincere una classica come questa e, all’età di 32 anni, è qualcosa di grandioso. La popolarità di Van Aert è aumentata anche negli ultimi anni. E non soltanto in Belgio. La televisione italiana, i commenti, anche gli inglesi e i francesi… tutti amano Wout. E’ un po’ come Raymond Poulidor, l’eterno secondo, ma sempre presente, sempre in lotta. E’ per questo motivo che il popolo francese lo ha amato, e lo ama, moltissimo.


E’ molto interessante questo punto di vista. Credevamo che con tutte quelle sconfitte fosse diminuito questo supporto generale, soprattutto perché spesso inflitte da Van der Poel, il suo rivale naturale…
Tra l’altro Poulidor era anche il nonno di Van der Poel. La popolarità di Wout è aumentata negli ultimi anni proprio perché non vinceva. E’ sempre stato molto vicino, ma non vinceva. Infortuni, volate perse, sfortune, cadute… ma ogni volta è tornato. Anche quest’anno, quando si era rotto una caviglia in una gara di ciclocross e ha avuto altri piccoli problemi, come la febbre all’apertura della stagione delle classiche. Sì, tutti pensavano che restasse l’eterno secondo… ma ora ha vinto una gara mitica. Una delle più belle corse che abbiamo mai visto.
Come avete vissuto la gara?
Abbiamo visto che Mathieu Van der Poel ha avuto dei problemi, che ha forato. Anche Tadej Pogacar e lo stesso Wout. E’ stata una corsa piena di dramma. Quando vuoi vincere e ti ritrovi da solo con Pogacar non pensi di poter vincere. Ma poi i chilometri passavano ed è arrivato lo sprint.
Insomma, ci avete creduto…
Van Aert ha dimostrato che anche Pogacar può essere battuto. Ed è stata una vera gioia per tutti. Io credo che in tutto il Belgio non si arrivi a cinque persone che non volessero che Wout vincesse. Gente nei pub, a bordo strada, davanti alla televisione… Anche Jasper Stuyven è stato molto contento del successo di Van Aert. Ho parlato con Mauro Giannetti e mi ha detto che persino Tadej era contento della vittoria di Wout. Questo perché lui è un corridore esemplare, forte, generoso. Un esempio per i giovani. Capite perché la popolarità di Wout è arrivata a un punto quasi incredibile. E’ stato un giorno fantastico. Per noi belgi certamente, ma soprattutto per il ciclismo.


E i media come hanno appreso e divulgato la notizia? La sua vittoria è stata l’apertura dei telegiornali o magari hanno parlato della guerra in Iran?
Sono sincero, in quel momento stavo lavorando e non ho visto i telegiornali, ma sono quasi certo che sia stata la notizia di apertura. Per il nostro giornale lo è stata. Era in prima pagina. I social media sono stati invasi da questo successo. C’erano anche le immagini di Michael Goolaerts. Sul nostro giornale e su un altro, i due maggiori del Belgio, c’era già un’intervista con il padre di Michael Goolaerts. Lui era davvero toccato. Giusto l’altro ieri il manager di Van Aert ha portato i fiori della Parigi-Roubaix ai genitori di Michael. C’erano foto ovunque. La vittoria di Wout senza dubbio ha dominato i media in Belgio.
E tu, Guy? Tu lo conosci da molto tempo, cosa hai visto nei suoi occhi? Cosa vi siete detti, ammesso tu ne abbia avuto la possibilità…
Gli ho scritto un messaggio per congratularmi con lui. E’ qualcosa che non faccio spesso e con pochi atleti. La prima volta che lo feci era per le Olimpiadi. Ma domenica sera gli ho scritto. Me lo sentivo proprio. Lo conosco da quando era un bambino che faceva ciclocross qui da noi. L’ho visto crescere in questa disciplina e poi su strada, dove è diventato un vero campione. Era qualcosa che non potevo immaginare a quell’epoca.