Chi era Tadej Pogacar prima di diventare… Tadej Pogacar? Il campionissimo sloveno sta riscrivendo la storia del ciclismo, ha davanti a sé una serie clamorosa di record, continua soprattutto a vincere quasi tutte le corse a cui partecipa e quel “quasi” arricchisce di temi il mondo delle due ruote, come si è visto con il successo e soprattutto la reazione emotiva di Wout Van Aert a Roubaix. Ma Pogacar era così anche da giovanissimo, prima di diventare professionista?
Nel suo primo anno da junior, il 2015, lo sloveno ha affrontato 24 giorni di corsa a livello internazionale, con 7 top 10, ma nessuna vittoria. Ben diverso il rendimento l’anno successivo, 27 giorni con 4 successi e 12 piazzamenti, tra cui il bronzo agli europei juniores. Era un corridore tra i migliori della categoria, ma pochi avrebbero riconosciuto in quel ragazzino il Cannibale 2.0. Chi gli era vicino tuttavia aveva già capito…


Il primo approccio alla Radenska
Tra loro c’era Lucio Caldo, un appassionato friulano che è stato tra i primissimi in Italia a prendere il patentino di direttore sportivo di terzo livello e per 10 anni al lavoro in Slovenia. Caldo era diesse proprio alla ROG Ljubliana, dove Pogacar approdò come U23 dopo i due anni alla Radenska (team poi evolutisi e incorporati nell’attuale Pogi Team) e ricorda bene quel ragazzino che gli venne presentato come un vero talento.
«Mi aveva chiamato il papà di Ian Polanc – racconta – anche lui a lungo in nazionale. In quella squadra erano passati molti dei campioni sloveni di questi anni, lo stesso Ian, Tratnik, quel Pibernik oggi diesse del Pogi Team. Giravamo l’Europa perché in Slovenia ci sono pochissime gare, quindi siamo sempre venuti molto in Italia, ma anche in Austria, Ungheria, Croazia…


Un ragazzino che staccava tutti
«Ho cominciato a vedere Tadej da quando aveva 14 anni. Ricordo come fosse oggi: è il campionato sloveno di categoria che si teneva vicino Novo Mesto. Arrivo alla gara un po’ in ritardo, io seguivo la Continental in gara tre ore dopo. Vedo questo ragazzino che dopo 30 chilometri ha quattro minuti su tutti. Chiedo quindi a Marco Polanc e gli altri del team chi sia e mi fa: “Questo è un talento vero, fa poche corse ma stacca sempre tutti…”. Ho capito subito che avevano in mano qualcosa di straordinario».
Caldo tiene subito a sottolineare che non vuole arrogarsi alcun merito nella crescita di Pogacar: «In quegli anni lo allenava Miha Koncilija, che tutt’ora è nel Pogi Team, è laureato in scienze motorie specializzato in ciclismo, ma già allora gli dava una mano Hauptman che è sempre stato al fianco di Pogacar, lo ha seguito passo passo. Io lo seguivo indirettamente, ci ritrovavamo nei mini ritiri invernali, poi da junior, quando correva in Italia, andavo a vederlo e mi sono reso conto subito che gli veniva tutto naturale perché non era tanto allenato, non come i nostri…


Centellinato sin da giovanissimo
«In Slovenia nelle categorie giovanili non spingono molto sulla preparazione, cercano di far crescere i ragazzi con i loro tempi. Per questo può sembrare che il Pogacar da junior non spiccasse sugli altri, era una scelta voluta, ma guardando bene c’erano tutti i prodromi del campionissimo di oggi. Consideriamo anche che in Slovenia fanno tutti da sempre la multidisciplina, non si concentrano subito sulla strada: Tadej correva molto nel ciclocross, poi andava a sciare, giocava a hockey. E’ importante notare che Hauptman avesse capito subito che gioiello aveva tra le mani e l’ha lasciato tranquillissimo, centellinando corse e imprese.
«Io dicevo ad Andrej di fare qualcosina in più proprio perché gli veniva tutto naturale, ma lui m’invitava sempre alla calma: “Quello lì vien fuori con il tempo, quando cresce vedrai che avremo…”».
La crescita di Pogacar è lenta ma costante e vive su passaggi importanti: la vittoria da dominatore al Lunigiana 2016 per esempio, con due podi e successo nella tappa finale. Tanti piazzamenti al suo primo anno U23, ma Caldo identifica il primo vero segnale di quel che sarebbe stato nello spazio di 36 ore speciali.


Il Recioto 2018, quasi senza dormire…
«In aprile da noi c’è il Belvedere e il Recioto, che sono delle corse importantissime e tra l’altro tra le più impegnative in Europa. E’ il 2018 e al Belvedere vince l’australiano Stannard davanti a Scaroni e Sobrero, oggi tutti pro’ affermati. Tadej è 8° a 15”. Partiamo dal Belvedere per andare a Negrar per fare il Recioto, ma becchiamo un incidente. Arriviamo in albergo alle 23,30, siamo stati 5 ore bloccati in autostrada, riusciamo dopo mille preghiere e qualche rimbrotto a farci fare una pasta in bianco perché le cucine sono chiuse. Niente massaggi, niente.
«Eravamo convinti che il giorno dopo non si sarebbe fatto nulla, invece Tadej è scatenato, fa dannare gli italiani che al tempo erano forti e finisce secondo, perdendo solo dal sudafricano De Bod della Qhubeka. All’arrivo vedo Hauptman e gli dico: “Questo vincerà il Tour de France”. Andrej si mette a ridere, ma io gli dico che ho visto ciclismo fin da bambino, ho visto correre Merckx, ma non ho mai visto nessuno far dei numeri del genere, senza il minimo bisogno di recupero.


Il primo Slovenia contro i grandi
«A giugno andiamo al Giro di Slovenia, ci sono i team del WorldTour, pensiamo che per i ragazzi sia una buona esperienza, ma Tadej aveva altre idee e a neanche 20 anni si mette a battagliare con Roglic, Uran, gente che già allora emergeva al Tour. Vinse Roglic su Uran e Mohoric ma Tadej fu quarto a 2’16”».
A quel punto il bruco è diventato farfalla. Pogacar va all’Avenir (in apertura, foto Getty Images), quasi un passaggio obbligato per chi punta alla maglia gialla della Grande Boucle e vince con 1’28 su Arensman e 1’35” sul compianto Mader, non contento si presenta dopo 10 giorni al Giro del Friuli e mette tutti in fila. E’ tempo di fare il salto, passa alla UAE, già a a febbraio porta a casa la Volta ao Algarve, a maggio il Giro della California, a settembre esplode alla Vuelta sfiorando il successo e il resto è storia e l’inizio di una collezione inimitabile.


La sua forza? Nella testa…
Già allora Tadej aveva questa fame inestinguibile di vittorie, proprio come era un tempo Merckx? «Quello che posso dire avendolo avuto in quei due anni è che la sua testa è sempre stata assolutamente più avanti di tutti, una determinazione, un’attenzione maniacale per ogni aspetto. Era un meticoloso esattamente come è adesso. Correva sempre davanti, incurante di quanto si spende in energie. Chi va in bici sa cosa significa correre davanti, devi avere il doppio per correre sempre come corre lui. Ricordo che io temevo fosse troppo grosso e loro mi continuavano a dire “lascialo stare, nel professionismo si asciugherà”.
«C’è un episodio che dice molto di chi era Pogacar: 12 agosto 2018, siamo al GP Sportivi di Poggiana. Caldo infernale. Dico che non mangi pane e lui come niente manda giù due piatti di pasta giganteschi e due panini. Penso tra me che ai box col caldo verrà meno, invece in corsa li fa impazzire, gli corrono tutti contro. Finisce 11°, ma si è divertito. Ora per divertirsi vince…».