La firma di Tadej Pogacar sul Giro d’Italia è arrivata con una tappa di ritardo rispetto a quanto ipotizzato da tutti. Lo sloveno ha firmato la seconda frazione, con arrivo a Oropa, facendosi scivolare dalle mani la prima. Pogacar in rosa ci è arrivato comunque, con un giorno di ritardo ma poco importa. Non si è fatta attendere però la “febbre” intorno alla presenza del corridore del UAE Team Emirates alla corsa rosa. Pubblico, tifosi sfegatati, semplici curiosi hanno voluto ammirare le sue gesta da vicino.
Azioni di forza e classe che hanno trovato delle nuove compagne di avventura: le scarpe DMT Pogi’s. Ultime nate per la serie top di gamma di casa DMT e già vincenti, un binomio che non poteva iniziare in maniera migliore.
Pogacar ha avuto modo di provare le scarpe Pogi’s in allenamento e si è detto molto soddisfattoPogacar ha avuto modo di provare le scarpe Pogi’s in allenamento e si è detto molto soddisfatto
Classe e stile
Due parole che possono racchiudere tutte le caratteristiche sia di Tadej Pogacar come corridore che delle sue nuove scarpe. Per le Pogi’s disegnate e realizzate da DMT è stato scelto il filo knit, che rende la tomaia talmente leggera da essere trasparente. La combinazione di questi elementi porta ad avere una scarpa aerodinamica, resistente e avvolgente.
Una buona parte, se non gran parte della prestazione, passa dalla suola. Un materiale rigido riesce a sostenere la potenza dell’atleta e trasferirla sui pedali, allo stesso tempo la suola deve essere leggera. DMT ha scelto per le Pogi’s la suola Super Light: realizzata con una miscela di fibre di carbonio ad alta resistenza. La trasmissione della forza sui pedali è perfetta grazie alla rigidità ottimale dei materiali.
La tomaia leggera e dal design aerodinamico è uno dei punti di forza delle DMT Pogi’sLa tomaia leggera e dal design aerodinamico è uno dei punti di forza delle DMT Pogi’s
La differenza nei dettagli
Nel ciclismo di alto livello ciò che divide una vittoria da una sconfitta è spesso un dettaglio minimo. Curare tutti i particolari vuol dire cercare di limare ciò che divide il corridore da un possibile successo. Pogacar da tempo corre utilizzando una chiusura con i lacci, utile ma anche delicata, per questo in DMT hanno continuato a migliorare e perfezionare ogni particolare. Sulle Pogi’s sono state inserite le canaline integrate 3D con carrucole passalacci, alle quali si aggiunge un sistema di fasciatura e sostegno del piede.
DMT ha pensato anche a dove riporre poi i lacci. Una volta chiusi è possibile inserirli nella tasca AeroSafe direttamente integrata nella scarpa. Un sistema che garantisce sicurezza e priva l’atleta da ingombri, senza intaccare silhouette e aerodinamicità.
Per dare quel qualcosa in più ad un modello già di per sé unico e speciale, in DMT si è scelto di inserire la tecnologia Ice-Key, di cui l’azienda è stata una delle prime fornitrici mondiali. In caso di incidente o emergenza è in grado di attivarsi e consente il riconoscimento immediato di un ferito apprendendone i dati anagrafici e clinici.
Vendrame conduce la tappa di Castelmonte con grande intelligenza. Supera le salite, ma non l'ultima curva. Schmid lo manda fuori traiettoria. Corsa finita
TORINO – Piove che Dio la manda, la notte piemontese è anche fredda, mentre sul palco al Castello del Valentino scorrono le squadre del Giro d’Italia. Arrivano. Si infilano nella zona mista per le interviste. Sfilano. E a tratti tornano per rispondere ad altre domande. Rafal Majka fa così, ma quando torna, le telecamere e i fari si sono spostate tutte attorno a Pogacar, così di colpo la scena si fa buia.
Il polacco è un personaggio a metà fra un buffo moschettiere e un guerriero d’altri tempi. Ha tante storie da raccontare e gambe che hanno sopportato ogni genere di fatica. Dagli anni accanto a Contador, poi quelli nella Bora e da qualche anno al fianco di Pogacar. A ben vedere, Rafal è stato il primo vero rinforzo preso dal UAE Team Emirates nel 2021 all’indomani della vittoria dello sloveno nel primo Tour. Il suo palmares parla di otto partecipazioni al Tour e alla Vuelta, cinque al Giro. Proprio qui dovrà fare da guida al capitano, che promette di vincerlo già al debutto. Mentre nell’avvicinamento al via di Torino, per scaldare le gambe Rafal ha scortato Del Toro alla vittoria della Vuelta Asturias, arrivando a sua volta secondo. Dal capitano di oggi a quello di domani: a un campione di 34 anni come lui certe cose puoi chiederle ed essere certo che le porterà a termine con impegno e successo.
Rafal Majka è polacco e ha 34 anni. E’ pro’ dal 2011Rafal Majka è polacco e ha 34 anni. E’ pro’ dal 2011
Il giorno più duro
Accanto c’è Alan Marangoni, che sta facendo a tutti la stessa domanda per GCN. Qual è stata, gli chiede, la tua più grande fatica al Giro? E qual è stato il massimo dislivello che hai fatto in allenamento? Majka ci pensa un attimo e poi allarga un sorriso grande così.
«Mi ricordo – dice – è stato dieci anni fa, su Stelvio, quando faceva neve. Faceva un freddo cane, però è passata: meglio così. Il dislivello invece… 6.500 metri, non ci credi? A Sierra Nevada».
Poi si gira e viene da noi. Ha voglia di parlare. E’ spiritoso. Sa che in qualche modo in questo Giro si divertirà e la serata un po’ tenebrosa e umida offre a suo modo qualche spunto di divertimento.
La UAE Emirates del Giro è un gruppo molto forte, al pari di quello che poi andrà al TourLa UAE Emirates del Giro è un gruppo molto forte, al pari di quello che poi andrà al Tour
Fino a ieri con Del Toro, oggi con Tadej: cosa ti pare?
Sono questi giovani portentosi, fortissimi. Ho già 34 anni, però sono molto contento di essere qui al Giro. Dopo quattro anni al Tour de France, torno in Italia. Io ho cominciato con il Giro da giovane, è una bella corsa, ma speriamo che ci sia bel tempo. Adesso con Tadej, prima con Del Toro. Sono due fenomeni. Vediamo cosa arriva con il più giovane, mentre di Tadej siamo certi.
Sei stato il primo rinforzo preso per aiutarlo e ora dovrai guidarlo nei meccanismi del Giro…
Non sono tanto preoccupato di questo, sono più preoccupato che possa sprecare troppe energie. Con lui bisogna fare il Giro e il Tour, spero che qui vinca qualche tappa, ma che non dia fondo a tutte le forze per arrivare bene in Francia. Io per fortuna non faccio parte del gruppo del Tour, non per ora almeno.
Primo Giro per Tadej Pogacar, il pubblico lo accoglie con un boato, nonostante la pioggiaPrimo Giro per Tadej Pogacar, il pubblico lo accoglie con un boato, nonostante la pioggia
Quindi si tratta di tenerlo a freno? E’ una cosa possibile?
Difficile tenerlo fermo, veramente. E’ un fenomeno e quando le gambe ci sono, va via. Speriamo di salvarci nella prima settimana e poi vediamo sulle salite lunghe come andrà il nostro Pogacar.
Tu come stai?
Io sto bene, sono stato un mese a Sierra Nevada. Ho fatto le Asturie con Del Toro e adesso sono qua al Giro d’Italia. Isaac (Del Toro, ndr) è un altro fenomeno, scusate se mi ripeto. Speriamo che fra due anni venga fuori come Tadej. Mi ha sorpreso perché è un ragazzo umile, veramente bravo. E’ veloce, va forte a crono e va forte anche in salita. E’ completo, pare che sarà un’altra rivelazione fra i grandi talenti della UAE. In più, è molto giovane, però ha già una grande professionalità. Questi giovani quando arrivano sono già ben avviati.
Prima del Giro, Majka ha scortato Del Toro alla vittoria nelle Asturie. Con loro c’è MatxinPrima del Giro, Majka ha scortato Del Toro alla vittoria nelle Asturie. Con loro c’è Matxin
Secondo te ci sarà una tappa chiave per Pogacar in questo Giro?
Questo non lo posso dire, perché parte in tutte le corse con il gusto di correre, spaccare del mondo e andare via da solo. Vediamo come va, sarà una scoperta anche per noi. Però attenti a non pensare che sia facile. Sappiamo che i grandi Giri non sono come le classiche e bisogna stare anche un po’ calmi. Ma se mantiene la condizione che aveva prima di Liegi e poi a Sierra Nevada, allora ci farà divertire.
Come è stato per lui tornare al top dopo l’infortunio dello scorso anno?
Non facile. Uno che arriva secondo al Tour de France dopo che non si è allenato per un mese è ugualmente un fenomeno. Vero che non ha vinto, ma nella prima settimana giocava. Ha perso il Tour in due giorni, perché alla fine è venuto fuori il buco di condizione di quel mese che non si è allenato. Adesso però è al top, ha trovato la condizione senza problemi. Secondo me è anche più forte degli anni scorsi. Almeno per come si allena e come lo vedo andare forte. Ormai si comincia, ormai capiamo tutto. Speriamo che faccia bello…
Come è stato che Mathieu Van der Poel sia diventato campione del mondo sta tutto nel suo ragionamento e nelle sue gambe. Van Aert e Pogacar si inchinano
BILZEN (Belgio) – Incontriamo Gorka Prieto prima che lasci il Belgio per raggiungere il Romandia. Il nutrizionista del UAE Team Emirates si muove con disinvoltura fra lo spagnolo e l’italiano, con le necessarie puntate in inglese. La squadra è un’autentica multinazionale e fra le sue mani passano i piani alimentari di tutti gli atleti, compreso lo sviluppo dei prodotti di integrazione in base alle loro esigenze. Le parole di Pino Toni sulla possibilità per Van der Poel di restare all’attacco per decine di chilometri grazie al giusto quantitativo di carboidrati hanno acceso la curiosità. Dato che anche Pogacar è solito attaccare da lontano (l’imminente Liegi lo dimostrerà), ci è parso interessante fare il punto con chi si occupa della sua nutrizione e di tutto il team.
Ogni corridore al via ha il suo piano alimentare, dettato dal nutrizionistaOgni corridore al via ha il suo piano alimentare, dettato dal nutrizionista
Quanto è cambiato il modo di mangiare in gara in questi ultimi anni?
Quello che è cambiato è che adesso si mangia di più. E più in generale, è tutto più preciso. La colazione, la gara, il dopo gara. Tutto viene pesato e misurato per non sbagliare in nessuna fase, compreso il recupero. In più, mentre qualche anno fa i prodotti erano quelli sul mercato, oggi si collabora con chi li produce. Noi abbiamo Enervit e i prodotti che usiamo li abbiamo messi a punto insieme. Alla fine dell’anno, parliamo con i corridori, poi prendiamo quello che voglio io come nutrizionista della squadra e si fa un incontro. E con le nostre indicazioni, loro possono produrre quel che ci serve. Alcune cose poi vanno in produzione, altre restano riservate a noi, ma dopo un po’ finiscono comunque sul mercato.
Durante le corse adesso è più la componente liquida o la solida?
Non posso rispondere al 100 per cento perché dipende dalla gara, dal corridore e anche dalla temperatura. Quando è caldo assumono più liquidi, ma in una giornata fredda come la Freccia Vallone, magari prendono una borraccia in tutta la corsa perché dal freddo non riescono a bere. Quello che cambia è la quantità di carboidrati, ma è difficile dire se arrivano più da cibi solidi o liquidi perché ci sono delle variabili da considerare.
Ciascuna borraccia ha un suo senso, che contenga carbpidrati oppure elettrolitiCiascuna borraccia ha un suo senso, che contenga carbpidrati oppure elettroliti
Quindi la famosa soglia dei 120 grammi di carboidrati la raggiungono ogni volta con diverse composizioni?
Con solidi, liquidi e tutto quello che abbiamo a disposizione. Puoi fare una borraccia con Isocarbo di Enervit, che contiene 60 grammi di “carbo“, più due pezzi – barretta o gel – che ne hanno 30 ciascuno, e sei a 120.
Ogni corsa ha il suo piano alimentare?
Sì, ogni corridore ha il suo piano in base al tipo di tappa e al ruolo che avrà nella corsa. Gli dico io la quantità che deve mangiare ogni ora. Chi deve lavorare fino a 50 chilometri dall’arrivo mangia di più prima di un altro che sta in gruppo e magari mangerà di più in un secondo momento perché per scattare avrà bisogno di produrre più watt. Ognuno ha il suo ruolo e il suo metabolismo. Più o meno i piani dei corridori nella stessa corsa si assomigliano, cambiano in base al peso. Con la squadra abbiamo registrato tutto. Ad esempio per colazione sappiamo quanto porridge mangia ciascuno, perché nei training camp abbiamo valutato le variazioni di peso e abbiamo stabilito le quantità giuste. Facciamo tutto su un’app, dove ogni corridore ha il suo piano nutrizionale. Si fa un calcolo del metabolismo basale, si stima quello che andranno a spendere nella corsa e si stabilisce il piano.
Sull’attacco manubrio, oltre alle indicazioni delle salite, anche quelle dei punti in cui bere (foto UAE Team Emirates)Sull’attacco manubrio, oltre alle indicazioni delle salite, anche quelle dei punti in cui bere (foto UAE Team Emirates)
A parità di condizioni meteo, le grandi classiche si somigliano sul piano della nutrizione?
Sì, alla fine quello che cambia, è quanto dura la gara. Ciò che conta è che alla fine riescano a mangiare ogni ora più o meno la stessa quantità. Cambia forse quello che mangiano a colazione o prima di partire, può cambiare il recovery, ma se una corsa dura un’ora e mezza più di un’altra, mangeranno di più in gara.
Una gara come la Liegi viene divisa in settori anche per quanto riguarda la tua gestione?
Il direttore sportivo mette i punti dove ci sono le persone dello staff e a quel punto valuto la temperatura, il percorso e quello che vuole il corridore. Poi organizzo i punti del rifornimento, nel senso che questa persona dà carboidrati, l’altro dà l’acqua, un altro ancora gli elettroliti. Non è a caso che nei vari punti siamo sempre in due, perché se un corridore non riesce a prendere da me, sa che dopo ha un altro con la stessa dotazione. E se il capitano non lo prende e il gregario sì, gli toccherà cederlo. Come quando il capitano buca e il gregario gli dà la ruota e poi aspetta che gliene portino una buona.
UAE Team Emirates alla Liegi: in base al ruolo che i corridori hanno in gara, varia anche la loro alimentazioneIn base al ruolo che i corridori hanno in gara, varia anche la loro alimentazione
Una delle scene più frequenti è il corridore che riceve la borraccia con il gel nastrato e ogni volta lo butta: come mai?
Alla fine mettiamo sempre qualcosa di più. Meglio così piuttosto che dare di meno e scoprire che il corridore ha fame. Se poi ne ha già uno in tasca o sente di non averne bisogno, allora lo butta. Alle corse c’è una persona ogni 10-15 chilometri e molto spesso con la borraccia danno un gel. Invece ad esempio l’altro giorno alla Freccia Vallone era difficile aprire il gel e mangiare cibi solidi, per cui abbiamo fatto le borracce con più carboidrati. Almeno se uno prende una borraccia con più “carbo” e riesce a berla, siamo certi che non è completamente vuoto.
In condizioni normali, sanno da soli quando e cosa mangiare?
Si parla un po’ con loro, ma è una cosa che devono capire da soli. Non devo dirgli io quando mangiare, perché io non so come va la gara. Quindi si definisce il target di mangiare ogni ora e sta ai corridori, che sono professionisti, capire quando e dove farlo. Ogni 15 minuti mandano giù qualcosa e se lo devono ricordare, anche se non hanno fame. Se qualcuno lo dimentica, finisce in crisi di fame, ma in questo ciclismo moderno, come lo chiamano, non succede quasi più. Se uno arriva vuoto, vuol dire che non ha mangiato nell’ultima ora.
Hai parlato di cibi solidi, sono barrette o anche altro?
Lo chef della squadra prepara la rice cake, oppure parliamo di panino con la marmellata o la nutella. Per il resto, all’80-90 per cento mangiano barrette, gel, una gelatina e anche le caramelle. Abbiamo di tutto. Sono prodotti anche nuovi che abbiamo perché li abbiamo chiesti.
Dopo l’arrivo, si beve subito il recovery Cherry, color ciliegia (foto UAE Team Emirates)Dopo l’arrivo, si beve subito il recovery Cherry, color ciliegia (foto UAE Team Emirates)
Avete davvero di tutto?
Abbiamo diverse barrette. Una con il sodio: avete visto che quando fa caldo tutti i corridori diventano bianchi di sale? Succede perché perdono sodio, quindi si deve rimetterlo in corpo. Poitre barrette fatte solo per noi: brownie, no flavor e peanut butter. Abbiamo il gel, anche di sapori diversi. Un gel con sodio, esclusivo per noi, come pure quello con caffeina. Poi abbiamo un integratore di elettroliti, fra cui anche il sodio, sviluppato su nostra richiesta. E altri prodotti come il Cherry, quella bevanda rossa che prendono dopo l’arrivo.
Quindi il sodio non si integra soltanto con le borracce?
Nelle borracce c’è sempre, ma se ne perde tanto. Per questo hanno fatto una barretta che è un po’ salata, quella al peanut butter, il burro di arachidi, che è veramente buona.
Sono cose richieste dai corridori?
No, le ho chieste io, perché vedevo che tanti dopo un po’ avevano i crampi o diventavano bianchi dal tanto sodio che perdevano. E in quel caso anche la performance cala un po’, per cui tutti i prodotti che stiamo sviluppando hanno una notevole base scientifica. Anche il recovery che fanno per noi nasce dalle indicazioni che gli abbiamo dato e contiene carboidrati e proteine.
Sul camion del UAE Team Emirates, scatole di prodotti Enervit sviluppati su richiesta di GorkaSul camion del UAE Team Emirates, scatole di prodotti Enervit sviluppati su richiesta di Gorka
Però di solito il recovery dopo corsa non è solo polvere o altro. Insomma, dopo la Freccia Vallone, Formolo mangiava gli gnocchi…
Infatti di solito a quello pensa lo chef. Dieci anni fa mangiavano riso e patate, adesso ognuno ha la vaschetta con qualcosa che incontra il suo gusto, sennò si stufano a mangiare sempre lo stesso. Di fatto nel ciclismo di oggi si mangia molto: prima, durante e dopo la corsa. Sono tutti magri, ma mangiano la quantità giusta. Forse prima si mangiava meno, non lo so, adesso si mangia perché ne hanno bisogno per sostenere certe prestazioni e mangiano di tutto e nelle giuste quantità.
Dove tenete tutto questo ben di Dio?
E’ tutto sul camion. E’ importante avere tutto con noi, perché le condizioni meteo nelle corse possono cambiare rapidamente e bisogna avere tutto quello che serve.
Cinque vittorie in nove giorni di corsa nel 2024 per Tadej Pogacar, se si allarga l’orizzonte ai primi tre posti siamo ad un conteggio di sette podi. Praticamente lo sloveno è uscito dalle prime tre posizioni soltanto quando la gara è terminata con una volata di gruppo. I numeri collezionati dal fuoriclasse del UAE Team Emirates fanno impressione. Alla Volta a Catalunya non c’è stato spazio per nessuno, Pogacar ha dominato la corsa dal primo all’ultimo giorno. Una fame che rischia di divorare il Giro d’Italia ancor prima di iniziare. Al via della corsa rosa manca un mese, ma con un predatore del genere i giochi sembrano praticamente chiusi.
«Probabilmente – ci dice Claudio Chiappucci, interpellato per leggere con noi le prospettive di questo Giro – assisteremo a due gare: quella di Pogacar e quella degli altri, dei battuti. La prima tappa, da Venaria Reale a Torino, prevede già delle difficoltà altimetriche, se Pogacar vorrà potrà prendere la maglia al primo giorno».
Pogacar al Catalunya ha scavato un solco tra sé e gli avversari ogni volta che la strada salivaPogacar al Catalunya ha scavato un solco tra sé e gli avversari ogni volta che la strada saliva
Un Giro già chiuso?
Il varesino nella sua lunga carriera si è trovato a lottare contro campioni come Lemond e contro l’inscalfibile Miguel Indurain, eppure nessuno di loro ha mai palesato la voracità di Pogacar. Se si guarda a quanto accaduto in Spagna, al Catalunya, non c’è spazio per altre interpretazioni: Pogacar arriva in Italia pronto a giganteggiare. In salita ha battuto tutti, vero che non si è confrontato con i migliori, ma non sembrano esserci vie di scampo.
«Al Catalunya – replica Chiappucci – quelli forti c’erano: Bernal, Landa e alcuni altri. Non ho visto nessuno che potesse essere vagamente alla sua altezza. Ha dominato tutte le tappe, vincendo anche l’ultima in volata. Pogacar ha l’istinto di prendere tutto, non vedo chi potrà impensierirlo, al prossimo Giro d’Italia».
La prima tappa del Giro ha delle difficoltà altimetriche che Pogacar potrà già sfruttareIl secondo giorno, ad Oropa, il primo arrivo in salita, il percorso sorride allo slovenoLa prima tappa del Giro ha delle difficoltà altimetriche che Pogacar potrà già sfruttareIl secondo giorno, ad Oropa, il primo arrivo in salita, il percorso sorride allo sloveno
Anche perché nella seconda tappa si arriva a Oropa.
Praticamente dopo due giorni Pogacar può già aver messo una bella firma sul Giro d’Italia. Nella tappa di Torino screma, in quella di Oropa assesta un bel colpo. Il peggio, se vogliamo dirla così, è che ha anche una squadra fortissima.
Secondo te può tenere la maglia per 21 tappe?
E’ un corridore di grande spessore, appena ha l’occasione prende tutto. Alla Volta a Catalunya è stato così. Vero che era una corsa di una settimana, qui si parla di tre, ma non vedo nessun altro che possa tenere la maglia al posto suo. Anzi, meglio, se la prendono altri corridori e la tengono è per una scelta di Pogacar.
L’impressione, durante il Catalunya, è stata di una netta superiorità della UAE e dello slovenoL’impressione, durante il Catalunya, è stata di una netta superiorità della UAE e dello sloveno
La superiorità è così netta?
Per me sì. La cosa che fa più impressione è che questi fenomeni (Van Der Poel, Pogacar, Vingegaard, ndr) attaccano da davanti. Non c’è più l’effetto sorpresa del partire dalle posizione di fondo. Loro stanno davanti a tutti e comunque se li tolgono di ruota. Il bello è che dichiarano anche cosa faranno, ad esempio Pogacar alla Strade Bianche.
Si può pensare ad un’azione di gruppo contro Pogacar?
Difficile, perché per fare una cosa del genere bisogna rischiare e nel ciclismo moderno non è facile. Anche le posizioni di rincalzo contano molto, in termini di punti e sponsor. Dietro Pogacar sarà un tutti contro tutti, perché una posizione di rincalzo come un terzo o quarto posto, fa gola.
Pogacar ha divorato il Catalunya con quattro successi in sette tappePogacar ha divorato il Catalunya con quattro successi in sette tappe
Ci sono squadre, come la Bahrain che portano due capitani, Caruso e Tiberi, lì si può pensare a qualcosa…
Tiberi è giovane, si sta ritrovando e va forte, al Catalunya è andato bene, ma era comunque lontano da Pogacar (ha terminato con 6’ e 33’’ di ritardo dallo sloveno, ndr). E’ pretenzioso pensare che Tiberi possa fare un Giro al livello di Pogacar.
Per Caruso invece?
Per Caruso la cosa è diversa, bisogna vedere se sarà ai livelli del Giro del 2021. Se sarà così, la Bahrain può giocare con l’esperienza di Caruso e la freschezza di Tiberi. Anche se attaccare lo sloveno frontalmente diventa un’arma a doppio taglio.
La Bahrain può giocare sulla coppia Caruso-Tiberi, l’esperienza del primo e la “spavalderia” del secondoLa Bahrain può giocare sulla coppia Caruso-Tiberi, l’esperienza del primo e la “spavalderia” del secondo
Spiegaci…
Con un Pogacar così forte, attaccare rischia di farti saltare in aria. Aspettare può essere la soluzione per capitalizzare. Il Giro per me è in mano a lui, gli altri corrono per il secondo posto. Pensare di attaccarlo e lasciarlo lì diventa difficile, se non impossibile.
Non c’è qualcuno che può provare a far saltare il banco, come facevi tu?
Ora come ora mi immedesimo in questi corridori e dico di no. Non per superbia, ma perché serve essere davvero fortissimi per scalfire Pogacar. Solo i grandi campioni lo hanno battuto (Vingegaard su tutti, ndr). Ci sono sempre dei fattori esterni, come il meteo, una crisi o altro ancora, ma per ora, seguendo un ragionamento tecnico, Pogacar è imbattibile.
Tadej Pogacar, terzo alla Tre Valli, punta su Lombardia. Lo sforzo principale? Tenere la testa collegata alle gambe. Al Giro dell'Emilia non è successo
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SANREMO – Andrej Hauptman ha appena finito di rispondere alle domande di un collega sloveno. Il pullman della UAE Emirates è circondato di tifosi, perché nonostante tutto il vero protagonista della Classicissima è stato Pogacar, anche se non ha vinto. E’ stato lui a chiedere il forcing sulla Cipressa e sempre lui ad attaccare per due volte sul Poggio. Gli altri sono rimasti appesi, restando a ruota con il chiaro obiettivo di giocarsela in volata.
Van der Poel già sul Poggio aveva battezzato la carta Philipsen, per cui non ha risposto agli attacchi e non ha dato cambi in discesa. Hauptman ha vissuto la Sanremo dall’ammiraglia e ha diretto i suoi cercando di far riuscire il piano. Per cui il tono è un po’ dimesso, anche se nelle parole c’è la consapevolezza di aver fatto il massimo.
La disamina di Hauptman è lucida: si è fatto il massimo, pochi rimpiantiAttorno al pullman della UAE Emirrates il pieno di tifosi: Pogacar ha infiammato la corsaLa disamina di Hauptman è lucida: si è fatto il massimo, pochi rimpiantiAttorno al pullman della UAE Emirrates il pieno di tifosi: Pogacar ha infiammato la corsa
Qual era il piano?
Vincere la Sanremo (sorride, ndr). Scherzo, dai! No, il piano era andare sulla Cipressa il più veloce possibile, full gas. Del Toro ha fatto un ottimo lavoro, però non è bastato. Tadej ha provato, anche all’arrivo ha fatto veramente un sforzo incredibile e in volata si è piazzato dopo i migliori velocisti al mondo.
Sul Poggio, Tadej non ha tirato come lo scorso anno, a un certo punto si è rialzato chiedendo collaborazione, ma nessuno ha rilanciato…
E’ normale, sai, ognuno ha la sua tattica. Se Van der Poel sapeva che Philipsen era vicino, probabilmente non si è mosso per quello. E se due dei più grandi favoriti della corsa si fermano, si fermano tutti.
Il lavoro di Del Toro sulla Cipressa ha sbalordito: il ragazzino ha grande soliditàIl lavoro di Del Toro sulla Cipressa ha sbalordito: il ragazzino ha grande solidità
La differenza sulla Cipressa non è bastata perché la corsa non è stata dura come speravate?
Sapevamo di dover fare corsa dura per far arrivare gli altri più stanchi sul Poggio, però non era un compito facile. Sono sicuro che abbiamo fatto una bella corsa, anche se non abbiamo vinto. Però siamo stati vicini, per questo l’amaro in bocca è relativo: di più non potevamo fare. E quando fai tutto il possibile, devi essere felice per quello che arriva.
Del Toro ha vissuto un’altra giornata clamorosa.
Sì, il giovane Del Toro sembra un corridore già esperto, quando serve è sempre lì. Sono sicuro che farà ancora delle belle corse e tanti risultati. Credo che tutti i ragazzi abbiano fatto quello che avevano nelle gambe e per questo dobbiamo essere contenti.
Dopo aver scollinato int esta, POgacar si è portato Van der POel sulla schiena per tutta la discesaIl terzo posto è poco per l’impegno messo, ma Pogacar le ha provate tutte: Hauptman non ha dubbiDopo aver scollinato int esta, POgacar si è portato Van der POel sulla schiena per tutta la discesaIl terzo posto è poco per l’impegno messo, ma Pogacar le ha provate tutte: Hauptman non ha dubbi
Si è fatta la Cipressa in 9’26”, più di quello che pensavate?
Farla in 9 minuti sarebbe stato un po’ troppo super. Si deve sempre puntare in alto, ma il risultato è quello che avete visto. Finirà che i 9 minuti della Cipressa diventeranno come il muro delle 2 ore nella maratona.
E’ mancato qualcuno sulla Cipressa? Dopo Del Toro vi siete un po’ aperti…
Me lo chiedo anche io. Se non abbiamo vinto, qualcosa o qualcuno è mancato. Possiamo fare molte osservazioni mezz’ora dopo della corsa, la verità è che alla fine solo quello che vince ha fatto tutto alla perfezione. E Tadej ha provato a fare il massimo, anche a fare la differenza in discesa. Quando vedi che c’è ancor Philipsen, sai che in volata non hai possibilità, ma comunque te la giochi fino all’ultimo.
La bellezza di uno sguardo. Sono le 14,34, chilometro 134 di corsa, quando Pogacar si ritrova in testa nella seconda parte di Monte Sante Marie. Si volta e forse per un secondo il dubbio balena nei pensieri. Poi incrocia lo sguardo di Wellens, vede che dietro sono tutti in dolorosa fila indiana e i dubbi spariscono. E’ il momento dell’attacco, con il coraggio che si richiede a un leader che sia davvero tale. Si alza. Dieci pedalate e dietro si fa il buco.
La cavalcata dello sloveno verso la seconda Strade Bianche della carriera inizia così, con 81 chilometri davanti e la sensazione di averla fatta davvero grossa. Incontrerà nuovamente Wellens e il suo sguardo sei minuti dopo aver vinto. Nell’attesa (speriamo breve) che il ciclismo italiano trovi un Sinner, un Tomba, un Pantani o un nuovo Nibali, questo sloveno è un capitale da tenersi stretto.
Chiuso il cross con i mondiali, Van der Poel tornerà alla Sanremo. Forse vincerà, ma non vi sembra tutto un po’… freddo?Chiuso il cross con i mondiali, Van der Poel tornerà alla Sanremo. Forse vincerà, ma non vi sembra tutto un po’… freddo?
Dove sono i fenomeni?
Qualcuno ha detto che gli è riuscita facile, non avendo fra i piedi rivali del suo livello: quelli che ugualmente piegò lo scorso anno al Giro delle Fiandre. Tuttavia, nel rigettare l’obiezione, cogliamo l’osservazione per andare oltre. Dove sono finiti i fenomeni?
Tempo fa, parlando con Bartoli dell’esuberanza di Van der Poel e Van Aert, giungemmo alla conclusione che prima o poi avrebbero dovuto darsi una regolata: il momento è arrivato. In realtà qualcosa ha iniziato a cambiare dallo scorso anno, quando proprio Van der Poel selezionò tre obiettivi – Sanremo, Roubaix e mondiale – e ad essi sacrificò il resto. Scordatevi il VdP della Strade Bianche e degli attacchi alla Tirreno. Mathieu usò la corsa dei Due Mari per prepararsi alla Classicissima, tirando le volate a Philipsen. Vinse la Sanremo e si portò avanti la condizione fino alle classiche: secondo ad Harelbeke e al Fiandre, primo a Roubaix. Anche il Tour diventò banco di prova per il mondiale: nessuna rincorsa alla maglia gialla o risultati parziali, ancora volate da tirare e alla fine ebbe ragione lui. A Glasgow si pappò la concorrenza con una superiorità imbarazzante.
Per Van Aert è arrivato il momento delle scelte: meno istinto e più programmazione: la resa sarà migliore?Per Van Aert è arrivato il momento delle scelte: meno istinto e più programmazione: la resa sarà migliore?
Van Aert in crisi
Bettini l’ha detto chiaro e a ragion veduta, pur attirandosi i commenti degli altrui tifosi: Van Aert è sempre protagonista, ma cosa ha vinto? E Wout ha iniziato a far di conto, ritrovandosi nei panni di quelli che dal 1999 al 2005 sognarono di vincere il Tour. Bisognava specializzarsi, altrimenti contro Armstrong tanto valeva non andarci. Lasciamo stare il motivo di tanta superiorità, quel che scattò a livello psicologico nei rivali e nei loro tecnici somiglia molto a quanto sta mettendo in atto Van Aert.
Il Fiandre e la Roubaix sono un’ossessione, Van der Poel è il suo demone e per batterlo il belga ha cancellato tutto. Niente più corse dal 25 febbraio al 22 marzo: un mese in cui lavorare in altura per sfidare il rivale di sempre. Ha rinunciato alla Strade Bianche e alla Sanremo dicendo di averle già vinte: punterà tutto sui due Monumenti del Nord, poi verrà al Giro, ma con quali obiettivi? A Van Aert piace vincere, si butta dentro e si afferma anche non essendo al top, come a Kuurne. Ha scelto lui il nuovo programma oppure qualcuno lo ha scritto per lui?
Anche altri hanno evitato la sfida della Strade Bianche. E se “paperino” Pidcock è sempre lì che lotta e come nel cross alla fine gli tocca accontentarsi delle briciole, la scelta di puntare sulla Parigi-Nizza ha fatto sì che a Siena mancassero Bernal, Evenepoel, Roglic e lo stesso Moscon. Mentre Vingegaard, atteso alla Tirreno-Adriatico, ha preferito lasciare spazio alle riserve della Visma-Lease a Bike, che non sono state all’altezza dei capitani. Il campione europeo Laporte è arrivato oltre i sei minuti e gli altri ancora più indietro.
Ironia, buon umore, leggerezza: questo atteggiamento di Pogacar non passa inosservato (foto Instagram)Ironia, buon umore, leggerezza: questo atteggiamento di Pogacar non passa inosservato (foto Instagram)
Benedetto sia Pogacar
In tutto questo programmare, necessario per raggiungere gli obiettivi e avere una carriera più lunga, Pogacar resta un’eccezione. E’ vero che non prenderà parte alla Tirreno e non è alla Parigi-Nizza, ma lo vedremo alla Sanremo, alla Liegi, al Giro, al Tour, alle Olimpiadi e ai mondiali, con mezza porticina sulla Vuelta che non si chiude perché non c’è necessità di farlo ora. La differenza rispetto a Van der Poel, è che Pogacar lotterà per vincere in ciascuna di queste corse, unico esempio di uomo da grandi Giri che vince anche le classiche, in attesa che Evenepoel individui la sua strada.
Pogacar piace perché preferisce allenarsi piuttosto che correre in modo deludente, ma quando corre lascia il segno. Al netto delle grandi vittorie e delle sconfitte che probabilmente si troverà a vivere, il vero fenomeno è lui. Gli altri sono grandi atleti, grandissimi atleti, con motori impressionanti, ma con qualche deficit a livello di empatia.
L’anno del Covid ha falsato il contesto, perché ha permesso a pochi di essere in forma nelle pochissime gare disputate. Ora che i calendari sono nuovamente pieni, anche i fenomeni degli anni scorsi hanno capito di non poter fare tutto. Solo Pogacar continua a tenere l’asticella molto in alto. Che sia per talento, incoscienza o per il piacere di correre in bici, noi ce lo teniamo stretto. Non sarà italiano e probabilmente anche al Giro non incontrerà avversari del suo livello, ma da che mondo è mondo, la colpa è degli assenti. Chi vince ha sempre ragione.
Il brand venete Dmt ha iniziato la stagione delle Classiche, esordio vincente alla Strade Bianche e poi Sanremo, tanti i protagonisti che indossano le loro calzature
SIENA – Due anni fa titolammo: “La solitudine del numero uno”. Per la Strade Bianche di quest’anno potremmo riprendere quel titolo. Tadej Pogacar è stato ancora autore di un’impresa. Di quelle dal sapore antico, ma figlia più che mai del ciclismo moderno.
Si diceva che l’allungamento del percorso, con l’inserimento del circuito delle Tolfe, potesse addormentare la corsa. Che Sante Marie non sarebbe stata decisiva come in passato. E che forse, ma forse, Pogacar non avrebbe attaccato così da lontano e invece… Invece Pogacar ha fatto Pogacar! E’ andato in fuga da solo. Se pensiamo che era al debutto stagionale, in pratica era in fuga dal Giro di Lombardia!
Sul traguardo, dopo un momento d’incredulità e, forse di compiacenza, Tadej scende di sella. Alza la bici in segno di trionfo e la mostra a tutta Piazza del Campo che lo ha accolto con un boato pazzesco. Come un attore sul palco: prima da una parte, poi si volta dall’altra.
Scenari unici, ritmi alti. La fuga ha impiegato quasi due ore per partireScenari unici, ritmi alti. La fuga ha impiegato quasi due ore per partire
Trionfo moderno?
La cronaca è molto breve: una fuga che fa fatica ad uscire. Quando lo fa è super controllata proprio dalla UAE Emirates e dopo un “mezzo ventaglio”, ma comunque sempre con un compagno di Tadej in testa, Wellens, ecco l’affondo dello sloveno a 81 chilometri dall’arrivo. Sì, avete capito bene: 81 chilometri da Piazza del Campo.
Matej Mohoric ce lo aveva detto chiaro e tondo questa mattina che Pogacar era il favorito. Aveva ragione. Ma come è possibile che alla prima corsa della stagione si possa fare un numero del genere? Non dovrebbe mancargli qualcosa, cioè il famoso ritmo gara?
«La prima gara della stagione – ha detto Pogacar – è sempre dura dal punto di vista mentale. Mi sono preparato molto bene durante l’inverno. Durante la fuga chiedevo solo dei distacchi».
In questi giorni con la ripresa delle classiche e i big che man mano tornano e vincono, si è parlato di approcci moderni alla gare, di freschezza muscolare. Lo stesso Brambilla l’altro giorno ci aveva avvertiti che poco avrebbe inciso il fatto che Pogacar fosse alla prima corsa dell’anno.
Pochi momenti all’attacco di Pogacar. Piove, la UAE forza. C’è un faslopiano con vento. Lo sloveno affonda il colpo…Poco dopo eccolo in “modalità crociera”. Hauptman ha ammesso che nell’ultima ora Tadej ha controllato e non ha spinto a fondoScivolone di Puccio, innescato da altri corridori. Qualche ammaccatura ma è tornato a casa con la moglie nella sua vicina UmbriaPochi momenti all’attacco di Pogacar. Piove, la UAE forza. C’è un faslopiano con vento. Lo sloveno affonda il colpo…Poco dopo eccolo in “modalità crociera”. Hauptman ha ammesso che nell’ultima ora Tadej ha controllato e non ha spinto a fondoScivolone di Puccio, innescato da altri corridori. Qualche ammaccatura ma è tornato a casa con la moglie nella sua vicina Umbria
Piani all’aria
E allora possiamo dire che paradossalmente il non aver corso prima lo ha favorito in una gara tanto dura?
«Alla prima corsa della stagione non sai mai davvero come stai – dice il direttore sportivo Andrej Hauptman – noi sapevamo che Tadej stesse bene, ma così non avremmo potuto dirlo. Attacco vecchio stile: in realtà avevamo pianificato di partire più tardi. Ma poi quando Tadej sta bene non lo ferma nessuno. Improvvisa.
«Poi non è facile prepararsi per le corse di un giorno senza gareggiare, ma posso dire che abbiamo trovato un percorso di avvicinamento, un protocollo giusto, anche per le classiche».
Il tecnico sloveno preferisce non entrare nel dettaglio. Ed è comprensibile in un mondo che sempre di più assomiglia alla Formula 1, ma ci confida che non mancano i chilometri dietro motore, che Tadej preferisce fare dietro moto e non dietro macchina.
«Ogni campione – conclude Hauptman – è diverso e ha il suo modo di allenarsi e di trovare il suo top. Sapevo che stesse bene perché ha passato un buon inverno. Quando lo sentivo era sempre molto tranquillo.Ma di fatto la corsa resta il miglior test e così è stato anche per noi oggi. Insomma non è stata così facile questa vittoria».
Sul podio con Pogacar, anche Skuijns e Van Gils, entrambi a quasi 3′Hauptman e Matxin nella zona dei bus. Giustamente ridonoZana e Busatto, l’Italia dei giovani cresce. Sono arrivati rispettivamente 9° e 14°Sul podio con Pogacar, anche Skuijns e Van Gils, entrambi a quasi 3′Hauptman e Matxin nella zona dei bus. Giustamente ridonoZana e Busatto, l’Italia dei giovani cresce. Sono arrivati rispettivamente 9° e 14°
Pogacar style
Mentre Tadej è sul palco, al bus della UAE i sorrisi sono lampanti. Dopo aver parlato con Hauptman ecco arrivare Joxean Fernandez Matxin. Anche allora partì su Sante Marie.
«Trionfo moderno? Io direi un trionfo Pogacar style – dice Matxin – ieri, dopo la ricognizione, abbiamo fatto la riunione e gli abbiamo chiesto: “Secondo te quando è il momento giusto per partire? “. E lui ci ha risposto: “Al primo passaggio sulle Tolfe”. “Bene, lì mancano 49 chilometri. Facciamo un passo forte prima e poi vai”. Mi sembrava giusto. Poi quando ho visto che è partito nello stesso punto del 2022 ho detto… va bene lo stesso. Solo che mancavano 81 chilometri!
«Però per un numero così bisogna fare i complimenti anche alla squadra. Perché ragazzi di altissimo livello, tutti, che si votano così a Tadej, che ci credono… danno molto a Pogacar stesso. Li ho visti disposti a menare come se la gara finisse lì a 100 metri. E Tadej ogni volta si dimostra leader e non capitano. Li ringrazia, li coinvolge».
Anche Pogacar si rende conto del numero pazzesco che ha fatto. E’ la sua fuga solitaria più lungaAnche Pogacar si rende conto del numero pazzesco che ha fatto. E’ la sua fuga solitaria più lunga
Quella cena in Spagna
Anche con Matxin si tocca il tasto della preparazione, della freschezza fisica. E tutto sommato il tecnico spagnolo condivide la nostra disamina. E tira in ballo anche il tema dei giorni di corsa ad hoc.
«Di sicuro – racconta Matxin – ho visto un ragazzo che aveva tanta voglia di correre. Quando qualche settimana fa eravamo alla Comunitat Valenciana, Tadej si stava allenando da quelle parti. Così, una sera sono andato a cena con lui e il suo coach, il quale mi ha detto proprio che fosse fresco.Che era in condizione. Anzi quasi, quasi doveva rallentare per un paio di settimane, altrimenti sarebbe stato troppo avanti.
«Però noi abbiamo fatto un plan da gennaio a ottobre, per Tadej come tutti gli altri, e con quello andiamo avanti. Pogacar farà quattro gare, per un totale di 10 giorni di corsa prima del Giro d’Italia. Questa è la strada».
L’anno scorso di questi tempi avevano già vinto 11 corse con sei corridori diversi, ma fra le vittorie era impossibile non annotare la Clasica Jaen Paraiso Interior e la Vuelta Andalucia, con quel diavolaccio di Pogacar che, al pari di Vingegaard, aveva cominciato subito col botto. Il 2023 fu la prima svolta, sia pure non drastica come quest’anno. Lo sloveno aveva rinunciato al UAE Tour vinto nelle due edizioni precedenti, per vivere una primavera meno impegnativa e contrastare meglio Vingegaard al Tour. Quest’anno che Tadej ha puntato su una stagione stellare fatta solo di grandi obiettivi, la musica è rimasta identica: le vittorie finorasono 10 per mano di sei corridori diversi, ma fra loro non c’è Pogacar.
Del Toro al Tour Down Under. McNulty alla Valenciana e al UAE Tour. Fisher-Black alla Muscat Classic e al Tour of Oman. Yates, anche lui in Oman. Ayuso e Hirschi con una vittoria ciascuno nell’ultimo weekend di corse in Francia. E ieri per poco Antonio Morgado non si portava a casa Le Samyn, con un colpo di reni malandrino che ha fatto tremare e non poco il gigante Laurenz Rex (foto di apertura). Quello ha alzato le braccia e Antonio si è infilato…
Al Tour of Oman, Finn Fisher-Black vince a Qurayyat la seconda tappaAl Tour of Oman, Finn Fisher-Black vince a Qurayyat la seconda tappa
Il talento viene fuori
Con il portoghese in Belgio c’era Marco Marcato, che assieme a Baldato compone la coppia tecnica per il Nord, e con lui abbiamo affrontato il momento della squadra numero uno al mondo in questo suo cammino per non far rimpiangere il grande sloveno.
«Morgado ha perso veramente per poco – sorride il padovano – forse un paio di centimetri. Sono andato a vedere il photofinish perché la Giuria tentennava. Rex ha vinto, anche se ha rischiato, perché alzando le mani all’ultimo si è piantato e Antonio ha fatto un bel colpo di reni. In ogni caso è lì e a vent’anni ha dimostrato che può essere protagonista. Si è adattato bene alla categoria. Questi ragazzi non hanno tante paure di buttarsi e di farsi valere, quindi alla fine il talento e la bravura vengono fuori. Magari deve ancora capire i meccanismi, quando è importante star davanti a lottare per la posizione, ma questo valorizza ancora di più il suo talento. Si è adattato bene alla fatica e al tener sempre duro. E alla fine, considerando i corridori che c’erano e la selezione che c’è stata, ha fatto un grande sprint».
Ayuso e Hirschi hanno fatto doppietta nel weekend franceseAyuso e Hirschi hanno fatto doppietta nel weekend francese
Una grande opportunità
Il ritorno a casa insomma ha lasciato in bocca un buon sapore. Ci sarà il tempo per ricaricare le batterie e poi Marcato preparerà la prossima valigia che porterà alla Parigi-Nizza e di lì nuovamente sulle strade del Nord fino alla Freccia del Brabante. Così, approfittando del tempo a disposizione, rileggiamo con lui l’inizio di stagione in attesa che sabato alla Strade Bianche il padrone torni al volante.
«Quando c’è Tadej – spiega – logicamente la squadra è incentrata su di lui. Comunque stiamo parlando del numero uno al mondo, quindi dobbiamo dargli sicuramente tutto il nostro supporto. Questo i compagni lo sanno e anzi sono ben felici di aiutarlo. Quando lavori per un leader così, sai che alla fine il lavoro viene ripagato. Secondo me lo spazio che si sta liberando adesso è un’opportunità anche per loro. Sicuramente hanno più responsabilità, però sono contenti di poter fare la corsa ed essere protagonisti. Insomma, non è solo il fatto di avere più responsabilità, ma maggiori opportunità. Almeno io la vedo così».
Jay Vine, leader de UAE Tour a partire dalla terza tappa, crolla sulla salita finale di Jebel HafeetJay Vine, leader de UAE Tour a partire dalla terza tappa, crolla sulla salita finale di Jebel Hafeet
Tutti capitani
Per lo stesso motivo e per la rincorsa ai punti, quest’anno i piani di tanti ragazzi sono cambiati: non più tutti al servizio del capitano, ma ciascuno con lo spazio per assecondare il proprio talento. Non è un mistero che il UAE Team Emirates abbia reclutato alcuni fra i migliori atleti in circolazione e tenerli solo per tirare sarebbe un vero uno spreco. La differenza fra tirare e fare la corsa sta però nell’impatto psicologico. Jay Vine è stato leader del UAE Tour fino all’ultima tappa con arrivo in salita e ha perso in un solo colpo 4 minuti e la maglia.
«Quelle sono dinamiche – spiega Marcato – che non tutti i corridori gestiscono allo stesso modo. L’anno scorso Vine per esempio ha vinto il Tour Down Under, anche se è una corsa un po’ diversa. Quest’anno al UAE Tour, un po’ di pressione in più l’ha sentita senza dubbio. Abbiamo una squadra forte, non è per caso che l’anno scorso abbiamo vinto la classifica WorldTour e i nostri corridori migliori, se li prendi singolarmente, potrebbero andare tranquillamente in altre squadre a fare i capitani. Quindi a volte non è neanche semplice gestire la corsa avendo tanti talenti tutti insieme. La parte bella però è quando si aiutano fra loro, come nel giorno in cui Ayuso ha vinto la Faun-Ardeche Classic e il giorno dopo ha aiutato Hirchi a vincere la Faun Drome Classic.
«E con gli italiani sarà la stessa cosa. Covi avrà il suo spazio facendo gare su misurae anche Ulissi, un uomo su cui si può contare sempre. Diego avrà un calendario diverso dal solito, non facendo grandi Giri. Questo almeno è il programma, però le cose cambiano e se serve sappiamo che lui è comunque pronto».
«Sono contento che abbia trovato un ingaggio alla Uae, ma Nils Politt qui non aveva più spazio. Nei 3 anni che è stato alla Bora non è stato all’altezza del suo passato. E’ vero, a volte non ha avuto il giusto sostegno dal team, altre però è stato lui a non avere le gambe. E il suo rendimento non giustificava l’alto ingaggio che ha avuto».
Parole sferzanti, quelle del manager Ralph Denk, pesanti come raramente capita nel WorldTour. Parole che dipingono un’immagine del 29enne corridore tedesco probabilmente non del tutto fedele alla realtà.
Alla Bora aveva iniziato bene, con il successo a Nimes al Tour 2021 seguito dal Giro di GermaniaAlla Bora aveva iniziato bene, con il successo a Nimes al Tour 2021 seguito dal Giro di Germania
Kristoff, quasi un mentore…
A questo punto due sono le possibilità per Politt: prestare il fianco a un giudizio così severo o smentirlo a furia di risultati. Chi conosce Nils propende per la seconda eventualità, perché ha una determinazione senza pari. Forgiata nei primissimi anni. Nato a Hurth, vicino al confine con il Belgio, nelle categorie giovanili era solito prendere la bici e passare dall’altra parte per respirare ciclismo, pedalare nella pioggia, nel vento, nel freddo, ma soprattutto sul pavé. In allenamento come in gara, anzi gareggiava più lì che in Germania. Spesso da solo, a dispetto della giovane età.
Così è andato maturando, passo dopo passo. Mentalmente allo stesso ritmo del fisico, diventando presto un marcantonio di 1,91 per un’ottantina di chili. Tanto che lo stesso Kristoff sin da giovanissimo lo ha preso sotto la sua ala protettrice, vedendone le potenzialità. Appena approdato in Katusha, dopo averlo visto finire 5° a Le Samyn in una giornata davvero difficile climaticamente parlando, gli diede una gran pacca sulle spalle e disse ai diesse del team: «Lui me lo portate alla Roubaix, perché è nato per queste gare».
Le pietre della Roubaix sono state la sua passione sin da ragazzinoLe pietre della Roubaix sono state la sua passione sin da ragazzino
L’amore per le classiche
Effettivamente Politt ha una predilezione per le classiche del Nord. Non manca mai, anche se (e qui un po’ di ragione a Denk bisogna darla) non ha più avuto lo stesso rendimento del 2019, quando mise insieme una serie di piazzamenti tra cui il 5° posto al Fiandre e il 2° a Roubaix, battuto solo da un Gilbert in giornata di grazia. Il belga riconobbe il merito del tedesco nella costruzione dell’azione decisiva, per Politt sembravano essersi schiuse le porte del paradiso.
Attenzione però: se il Uae Team Emirates ha creduto su di lui, lo ha fatto certo a ragion veduta. I dirigenti del team di Pogacar credono in lui, nelle sue potenzialità, come uomo da classiche ma anche come utile aiutante per lo sloveno soprattutto al Tour, soprattutto nelle tappe non troppo dure e nel lavoro oscuro per portarlo nelle migliori condizioni a quando dovrà prendere l’iniziativa in prima persona. Perché Politt ha un’elevata resistenza, non solo fisica.
Lo sfortunato testa a testa con Gilbert al velodromo di Roubaix nel 2019Lo sfortunato testa a testa con Gilbert al velodromo di Roubaix nel 2019
La faccia di un pugile suonato
C’è un episodio che in sé racconta molto di chi sia il tedesco. Giro di Gran Bretagna, anno 2018. Seconda tappa, una caduta prima del finale seleziona il gruppo. Politt è tra quelli che ha le conseguenze peggiori, ma non molla. Si rimette in bici, arriva penultimo. A chi lo soccorre dice: «Mi sento un po’ stordito, ma passerà». «Guarda che hai un taglio sotto l’occhio, il sangue ti cola addosso. Sembri un pugile». «Ah sì? Ho detto che passerà…» e se ne va verso il pullman della squadra. Cinque giorni dopo sarà secondo, unico a contenere il ritardo da Stannard sotto il minuto.
La determinazione come detto è una delle sue caratteristiche principali. E’ un po’ il suo modo di mostrare il suo grande amore per questo sport, che nutre da sempre: «Quando ho iniziato, il ciclismo dalle nostre parti aveva una brutta fama – raccontò qualche tempo fa a Pez – la gente non faceva altro che associarlo al doping, ricordando l’esperienza della T-Mobile. Ma io e molti altri abbiamo insistito e andiamo avanti, credendo in quel che facciamo per dare il giusto esempio. Il ciclismo tedesco può tornare ai livelli del secolo scorso, essere un buon contraltare al calcio imperante, ma senza prendere scorciatoie».
Con il Team Stoelting è stato campione tedesco in linea nel 2014 e a cronometro l’anno prima (foto Michael Deniec)Con il Team Stoelting è stato campione tedesco in linea nel 2014 e a cronometro l’anno prima (foto Michael Deniec)
Iniziare dalle cose semplici
I suoi inizi non sono stati facili: «Quando sono approdato alla Katusha nel 2015 ero molto nervoso. Il mio inglese al tempo non era dei migliori, faticavo a comunicare. I primi mesi furono difficili, ma sapevo che stava a me adattarmi. L’ho sempre fatto, anche nella continental dove militavo (il Team Stoelting, ndr) avevo imparato a far tutto da me, anche a lavarmi e pulirmi la bici. Lì era già un altro mondo, come passare da un piccolo hotel di provincia a uno a 5 stelle”.
Nel corso degli anni le vittorie sono arrivate, seppur non con tanta frequenza. Anche alla Bora, alla quale dopo tutto ha regalato una vittoria di tappa al Tour nel 2021 e la conquista del Giro di Germania lo stesso anno, cosa abbastanza inusuale per lui che non è certo un corridore da classifica per corse a tappe: «Su questo però avrei un po’ da dissentire, perché non sono le dimensioni del corpo a decretare che tipo di corridore puoi diventare, ma le fibre muscolari. Se hai fibre corte sarai un velocista, altrimenti sei più resistente e adatto a sforzi di un certo tipo. Certo, le grandi salite non saranno mai per me, ma per il resto posso cavarmela un po’ dappertutto».
Politt ha conquistato il titolo nazionale a cronometro nel 2023 e punta con ambizione alle OlimpiadiPolitt ha conquistato il titolo nazionale a cronometro nel 2023 e punta con ambizione alle Olimpiadi
E se il prossimo 27 luglio…
Per questo Politt è l’uomo giusto per le classiche e per questo la Uae ha investito su di lui. Domani si comincia con l’Omloop Het Nieuwsblad, poi avanti fino alla Roubaix del 7 aprile.
«La prima volta, da U23, sono caduto 5 volte, eppure è stato proprio allora che ho capito che è adatta a me. Non sono praticamente mai mancato, mi piace da morire, mi piacciono queste corse come mi piace la cronometro, soprattutto quando è lunga, oltre l’ora. E’ allora che emergono i veri valori».
Lo scorso anno ha vinto il titolo nazionale e non nasconde che vorrebbe esserci a Parigi 2024, sabato 27 luglio, il giorno della crono. Non sarà tra i favoriti, ma con uno come lui mai dare niente per scontato…