Tappa e maglia, Tadej Pogacar saluta l’arrivo di Prati di Tivo forte di un attacco che non gli consegna ancora la Tirreno-Adriatico, anche se il margine di 35 secondi su Van Aert inizia a farsi interessante.
«Ci aspettano tappe molto impegnative – dice – sia domani con le salite ripide e dure delle Marche, sia la crono. Ma abbiamo una squadra forte abbastanza per controllare e so che dovremo combattere per difendere il vantaggio di oggi».
Prima con Bernal, poi con Thomas, Pogacar va…
Alaphilippe ha ceduto solo nel finale, arriva a 1’44”
Bardet arriva 13° a 1’17”
Passivo pesante per Ciccone, che è scattato a inizio salita
Per Ganna gran lavoro fino a metà salita, poi i remi in barca pensando alla crono
Prima con Bernal, poi con Thomas, Pogacar va…
Alaphilippe ha ceduto solo nel finale, arriva a 1’44”
Per Ganna gran lavoro fino a metà salita, poi i remi in barca pensando alla crono
Passivo pesante per Ciccone, che è scattato a inizio salita
Bardet arriva 13° a 1’17”
Attese e ceffoni
Tappa rapida, con grandi promesse alla partenza. Nibali e Ciccone, attesi da tutto il team. Van Aert, ansioso di dare un volto alle sue ambizioni di classifica. Alaphilippe, capace di grandi cose sulle montagne del Tour. Bernal da capire, dopo la Strade Bianche che lo ha riproposto ad alti livelli. Eppure quando a 5 chilometri dall’arrivo Pogacar ha aperto il gas è come se le promesse siano andate a farsi benedire. Bernal a 58”. Van Aert a 45”. Nibali a 1’27”. Ciccone a 6’24”.
«Per puntare alla classifica di una corsa come questa – dice Pogacar – bisognava partire da lontano per guadagnare più margine possibile. Prima ha attaccato Bernal, che in quel momento era super forte, ma ho pensato che fosse troppo lontano dal traguardo. Quando poi ho capito che Thomas poteva essere un bel riferimento, ho attaccato. La salita era veloce sin dal suo inizio. Per questo, quando mi sono voltato e ho visto Yates alle mie spalle, ho pensato che anche lui doveva essere a tutta e che per prendermi avrebbe dovuto fare un super sforzo. Così ho continuato col mio ritmo ed è andata bene».
Yates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a badaYates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a bada
Il secondo fratello
Da uno Yates all’altro, con la condizione in crescita. Se al Uae Tour lo sloveno ha dovuto faticare per seguire gli attacchi di Adam Yates, questa volta ha tenuto a distanza Simon impostando il suo ritmo. Domani magari dovrà rincorrerlo ancora, ma per oggi è fatta.
«A dirla tutta – sorride – questa tappa è stata una delle mie migliori performance in salita degli ultimi tempi. Alla fine il lavoro fatto questo inverno sta dando dei buoni frutti. Ci siamo già detti dopo il Uae Tour che sono riuscito a passare indenne attraverso l’inverno dopo il Tour, ma la verità è che mi piace correre. Perciò, una volta finiti gli impegni con sponsor e interviste, sono riuscito a risalire in bici e a dimenticarmi di tutto il resto. Adesso ho 35 secondi su Van Aert e domani sarà un giorno super duro. La corsa per certi versi è appena cominciata».
Era scritto che Pogacar avrebbe battuto il record dell'Alpe d'Huez. Quel che manca è una visione più ampia. Oltre al rispetto per la famiglia di chi non c'è più
La Roubaix di Van Aert ci ha ricordato che leggere la corsa permette di trovare la tattica giusta per vincere (o almeno provarci), certe regole nel ciclismo valgono ancora?
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Sembrerà strano, ma Tadej Pogacar non ha mai corso una gara a tappe in Italia. Le ultime sono state quelle da under 23 e semmai prima da junior. Così la Tirreno-Adriatico che lo vedrà da domani al via, sarà a suo modo un debutto. E visto il livello già raggiunto dallo sloveno in questa prima parte di stagione, promette di non essere un esordio banale. La vittoria al Uae Tour e la bella prestazione di sabato alla Strade Bianche dicono che il vincitore del Tour potrebbe avere nelle gambe anche la vittoria nella corsa italiana.
«Mi piace l’Italia – sorride – il cibo è ottimo e i tifosi sono fantastici. Chissà, forse il 2022 potrebbe essere l’occasione di venire finalmente al Giro d’Italia. Per quest’anno si pensa nuovamente al Tour e poi alle Olimpiadi e alla Vuelta».
In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizioneIn salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione
Poche parole
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando il suo aspetto angelico, Pogacar è più simile a Roglic, taciturno e schivo, che a un cherubino. Eviterebbe volentieri le luci della ribalta per starsene nel suo e tempo addietro fu proprio Andrea Agostini, responsabile della comunicazione per il Uae Team Emirates, a raccontarci di essere dovuto intervenire per dettare al giovane le regole base di convivenza con la stampa.
«Quando ottieni dei risultati – dice infatti Pogacar – devi andare in giro per gli sponsor e rispondere a tante domane. E’ una cosa che non mi piace molto, ma fa parte del gioco. E tutto sommato devo esserne contento, per cui lo accetto».
La Strade Bianche ha detto che sei in ottima forma: pensavi di vincere?
Ho provato a farlo, di sicuro ho dato il massimo, in una corsa durissima e tutto il giorno full gas. L’attacco di Van der Poel mi ha sorpreso, lui ha grande potenza. Non so cosa però potrà fare alla Tirreno-Adriatico in termini di classifica.
In realtà ha detto che non ci proverà nemmeno, mentre uno che vuole testarsi è Van Aert: vuole capire se può diventare uomo da classifica.
Anche lui è molto forte e in passato, anche l’anno scorso, lo abbiamo visto andare molto forte in salita. Ha una super condizione, sono curioso di vedere che cosa potrà fare.
Hai rinnovato il contratto fino al 2026, praticamente il futuro è assicurato…
Non è una abitudine frequente nel ciclismo fare contratti così lunghi, ma qui sto bene. Credo nella squadra e loro credono in me. Ed è il modo per vivere le mie stagioni senza stress, mi fa stare molto tranquillo.
Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdPSettimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Al Uae Tour, magari anche per motivi di sponsor, hai detto che quella corsa era il tuo primo obiettivo: ha dovuto anticipare di tanto la preparazione?
In realtà no, quelle date sono perfette per iniziare. Certo per essere in forma ho dovuto allenarmi un po’ di più, ma non ho sottratto nulla al mio periodo di riposo.
La Tirreno ha tappe nervose, un bell’arrivo in salita e la crono. Pensi di avere una squadra abbastanza forte?
Proprio al Uae Tour abbiamo fatto un super lavoro ogni giorno. Ci sono ragazzi nuovi, ma tutti di qualità. Proveremo a vincere, proveremo come al solito a fare del nostro meglio. Sono curioso, ma ormai c’è rimasto davvero poco da spettare…
«Siamo venuti negli Emirati per vincere una tappa – sorride dopo l’arrivo Caleb Ewan – e ne era rimasta solo una. Avevo un po’ di pressione addosso, perciò quando ho tagliato il traguardo mi sono sentito sollevato. In tutta la mia carriera, non ero mai arrivato così avanti nell’anno senza vittorie, ma è anche vero che questa era la mia prima corsa. Ho grandi progetti per quest’anno e la vittoria mi aiuterà a costruire la mia fiducia in vista delle prossime gare in Europa».
Il piccolo folletto australiano della Lotto Soudal ha vinto la 7ª tappa dello Uae Tour, che per i velocisti era diventata l’ultima spiaggia, piegando quel Sam Bennett che ne aveva già vinte due.
Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh ZayedIl gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed
Settimana di fuoco
Finisce così in archivio il terzo Uae Tour, dopo una tappa niente affatto banale a causa dei ventagli e di qualche caduta di troppo, a capo di una settimana che ne ha viste di tutte i colori. La partenza sprint di Mathieu Van der Poel, che non ha fatto in tempo ad abbassare le braccia, che la sua squadra è stata fermata per una positività al Covid. Poi la cronometro, con la grande prestazione di Ganna e la caduta rovinosa di Antonio Tiberi, costretto al ritiro. I duelli in salita fra Yates e Pogacar, con il primo mai stato in grado di staccare il secondo, pur avendolo messo a dura prova. Gli scatti di Nibali al secondo arrivo in salita. I segnali di Nizzolo e Viviani, ciascuno dei due in ripresa da stop imprevisti ed entrambi arresi a Sam Bennett. Infine la volata di Caleb Ewan.
Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° postoCade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto
Pogacar crescerà
«C’è stato un momento di nervosismo – racconta Pogacar, parlando dei ventagli e delle cadute di giornata – in cui il gruppo si è rotto, ma io avevo attorno la mia squadra e sono riuscito a controllare e per fortuna quel tentativo non è andato all’arrivo. Quando è caduto Yates ci siamo rialzati, è nella nostra natura di ciclisti farlo. E’ stata davvero una brutta caduta, era giusto aspettarlo. A nessuno piace cadere.
«Questo è davvero un grande risultato – aggiunge Pogacar – era il mio primo obiettivo della stagione e la mia prima vittoria nella gara di casa, quindi è stato davvero importante e sono felicissimo. La mia squadra e i miei compagni di squadra hanno fatto un ottimo lavoro e abbiamo vinto. Questo è uno dei nostri migliori risultati. Tornerò di sicuro negli Emirati Arabi Uniti, ma ora pensao a fare del mio meglio nelle prossimee corse, a partire da Strade Bianche».
Il giovane vincitore, già re dell’ultimo Tour de France, ha corso ancora una volta con grande astuzia. Quello che colpisce, cercando di osservarlo meglio, è quanto sia davvero ancora in pieno sviluppo. Lui come pure Evenepoel. Entrambi lontani dalla benché minima definizione muscolare, lasciando trasparire margini ancora importanti che nessuno al momento ha voglia di raggiungere.
Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa degli EmiratiTadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa
Almeida e i ventagli
Come era già successo il primo giorno, nell’ultima tappa il gruppo si è rotto a 50 chilometri dall’arrivo e questa volta nella parte posteriore è rimasto il terzo della classifica, lo stesso Joao Almeida che aveva stupito al Giro d’Italia. Ma il bello di avere al proprio fianco una squadra come la Deceuninck-Quick Step è che tanto sono forti a complicare la vita per gli altri, quanto lo sono per rivolvere le situazioni spinose. Il team infatti si è messo davanti e ha dato vita a un frenetico inseguimento che si è concluso dopo una decina di chilometri.
«Iniziare la stagione con il piede giusto – dice Almeida – è sempre bello, qualcosa che ogni corridore desidera. Sono davvero soddisfatto del risultato e della gara che abbiamo fatto. Due vittorie di tappa con Bennett e tre di noi nella top 10 è fantastico. E oggi devo ringraziarli ancora tutti per tutto il loro aiuto e lavoro. Finire terzo in una corsa di questo livello è un risultato che solleva il morale, che porterò nelle gare di marzo».
La prima tappa di salita dell’UAE Tour ha subito lasciato verdetti importanti. Il primo: Tadej Pogacar è già in palla. Il secondo: Nibali non è andato poi così male. Il terzo: Joao Almeida è forte davvero, lasciamolo maturare. Il quarto: Chris Froome “scricchiola” in modo preoccupante. E il quinto: Adam Yates è in super forma ma è stato al tempo stesso protagonista di una tattica quantomeno discutibile. E su questo punto vogliamo insistere.
Siamo nella prima corsa WorldTour dell’anno e tutti vogliono vincere, specie nell’era del Covid in cui il senso di precarietà è alto e si cerca di prendere quel che c’è sul banco.
Il plotone all’assalto della scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito altissimiGruppo sulla scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito alti
Il forcing della Ineos
Ma torniamo alla tattica di Yates. La corsa vive sulla fuga di De Gent e Gallopin. I due, seppur in momenti diversi, vengono ripresi nella salita finale. A tirare è la Ineos-Grenadiers di Yates. Fino a quel momento l’inglese era quinto in classifica a 39” dallo sloveno.
Sotto le menate della sua squadra davanti restano in tre: Yates, Pogacar e Kuss. Lo stesso Yates accelera e restano in due: lui e Pogacar. Di “scatti” (con due virgolette grosse così) il portacolori della Ineos ne fa sei in tutto, restando sempre in testa. E così facendo agevola la vittoria di Pogacar.
Tra l’altro lo sloveno nel momento della volata è chirurgico. Sembra essere partito presto, invece ha calcolato come arrivo l’ingresso dell’ultima curva a 130 metri dalla linea finale. Si defila tre, quattro metri prima dello scatto e poi come inizia la leggera discesa si lancia. Yates a quel punto non può far altro che chiudere il gap…. e restargli dietro.
Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruotaAdam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota
Yates gregario
Una tattica così non poteva passare inosservata a Michele Bartoli.
«Yates – dice il campione toscano – voleva vincere il UAE Tour e ha tirato tanto per recuperare quei 40” a Pogacar e non per vincere la tappa. Ma la sua è stata non dico una tattica suicida, ma quasi…. E’ stato poco lucido. Dal momento in cui ha capito che non lo avrebbe staccato più o quantomeno non gli avrebbe dato 40”, doveva smettere di tirare. Invece è stato il gregario perfetto di Tadej».
Yates ha portato 5-6 attacchi o, per meglio dire, accelerazioni. Spingeva forte ma restava sempre abbastanza composto. Non dava l’idea di chi stesse raschiando il barile.
«Quel tipo di scatti – riprende Bartoli – li puoi fare quando il terreno te lo consente. Sulla salita di ieri quando acceleravano andavano a più di 30 all’ora e a quella velocità a ruota si risparmia tanto. Voglio attaccare? Faccio tre scatti al massimo. Il primo vedere come sta e gli altri per provarci davvero, ma poi se non lo stacco mollo, non sto lì a finirmi.
«Se avessi corso io gli avrei chiesto collaborazione. Conoscendo la salita, e loro la conoscevano, avrei cercato di arrivare insieme fin sotto l’arrivo per poi giocarmi la tappa. Quando si attacca bisogna valutare le caratteristiche del percorso e dell’avversario. La tattica di Yates sarebbe andata bene se la salita fosse stata più dura. A quel punto lo stare a ruota avrebbe inciso molto molto meno e sarebbe diventato un testa a testa».
Nessun allenamento
Alcuni hanno vociferato che nel ciclismo tecnologico attuale Yates abbia corso con una sorta “contagiri”, come se si stesse allenando e non dovesse superare certi limiti. O che gli scatti non dovessero durare più di “X” secondi. Bartoli smonta subito questa tesi.
«Mi viene da ridere quando sento queste cose – dice il toscano – Io non ci credo. Ci sono troppe variabili. Un ritmo predefinito lo imposti magari se stai facendo un tappone in un grande Giro, ma non in una salita secca in cui cerchi la performance. In quel caso vai a sensazione».
Infine Michele chiude con un paragone che ha a dir poco del sublime.
«Tutti quegli scatti? Beh, se ne sarebbero dovuti fare un paio, ma alla morte. Non di più. Se ti devi gustare un bicchiere di buon vino non lo allunghi con l’acqua per farlo durare di più. Lo stesso vale in bici. Quel bicchiere non lo “annaffi” di scatti, altrimenti perdi la qualità. Da dove arrivano questi paragoni? Da Giancarlo Ferretti!».
La Tirreno rilancia Barguil che vince a Fermo. Storia di un predestinato che ha sempre avuto i piedi per terra. E nel finale approfitta di un errore dei big
Gianetti negli Emirati ci arrivò nel 2014 e non certo per costruire la squadra che avrebbe vinto il Tour. Gli chiesero di lavorare a un progetto per mettere in bici la gente di laggiù, che per clima e benessere, non godeva esattamente di ottima salute. Lui veniva dal naufragio drammatico di un bel progetto cinese, che attraverso l’accordo con TJ Sport Consultation avrebbe portato risorse importanti nella Lampre di allora. Sembrava tutto fatto, ma la morte improvvisa del referente orientale fermò ogni possibile sviluppo.
Ai Campi Elisi c’era anche Gianetti. La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesaLa vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa
Oggi Mauro Gianetti è il grande capo della Uae Team Emirates e forse, come vedremo, dirlo così suonerà riduttivo. Corridore professionista dal 1986 al 2002, 17 vittorie fra cui un’Amstel e la Liegi, dopo alterne vicende da team manager, nel 2014 approdò appunto negli Emirati. Il nostro viaggio ideale inizia da lì e si conclude sul podio dei Campi Elisi, mentre Mauro è in viaggio davvero e guida a 30 all’ora dietro uno spazzaneve, con lo sguardo laggiù, nel deserto degli Emirati.
La situazione era davvero così precaria?
Non avevano uno stile di vita sano, diciamo. Il diabete si stava diffondendo a macchia d’olio e c’era bisogno di un intervento dalle scuole, per raccogliere frutti a lungo termine. Così cominciammo a progettare piste ciclabili e infrastrutture e, in questi ultimi anni, il ciclismo è diventato uno sport molto importante. La squadra poteva essere una motivazione per i giovani e questo in effetti si è avverato, con la voglia di emulare i campioni. Ma davvero il professionismo è la punta dell’iceberg. Si è messo in moto un volano. Sono arrivati sponsor con la voglia di investire sul territorio, facendo progetti per la mobilità lenta e per cambiare lo stile di vita del Paese. Con la Youth Academy siamo entrati nelle scuole e la risposta delle persone è stata incredibile.
Abbiamo visto foto di piste ciclabili…
Quella su cui si correrà la cronometro dello Uae Tour ha due anni. Inizialmente era scollegata dalla città, ora hanno fatto anche il raccordo. E il bello è che oltre alla ciclabile per i grandi, c’è tutto un sistema di infrastrutture, che vanno dai percorsi per i bimbi alle officine. Se ne era parlato, poi sono tornato a casa e alla visita successiva ho trovato tutto già fatto.
Kristoff maestro di ciclismo (Photo Fizza)
La squadra al servizio dei bimbi emiratini (Photo Fizza)
Non sapevano nemmeno chi fosse Gaviria (Photo Fizza)
Un gruppone entusiasta: sale la pratica del ciclismo (Photo Fizza)
C’è anche Yousif Mirza, campione Uae (Photo Fizza)
Nella pista di Abu Dhabi anche gli adulti (Photo Fizza)
Posizione, frequenza di pedalata, divertimento: Laengen al lavoro (Photo Fizza)
Con Aru e Ulissi, campioni del Giro (Photo Fizza)
Gianetti spiega le regole del grande gioco della bici (Photo Fizza)
Kristoff maestro di ciclismo (Photo Fizza)
La squadra al servizio dei bimbi emiratini (Photo Fizza)
Non sapevano nemmeno chi fosse Gaviria (Photo Fizza)
Un gruppone entusiasta: sale la pratica del ciclismo (Photo Fizza)
C’è anche Yousif Mirza, campione Uae (Photo Fizza)
Nella pista di Abu Dhabi anche gli adulti (Photo Fizza)
Posizione, frequenza di pedalata, divertimento: Laengen al lavoro (Photo Fizza)
Gianetti spiega le regole del grande gioco della bici (Photo Fizza)
Con Aru e Ulissi, campioni del Giro (Photo Fizza)
I bambini delle scuole non hanno mai visto passare il Giro d’Italia…
Il bello infatti è che non sanno chi siano Pogacar e Gaviria. Eppure vedere due ragazzi come loro mettersi lì a insegnare come si va in bici è stato bellissimo. Sono tornati bambini e hanno capito che il loro scopo non è solo correre. Peccato che nell’ultimo ritiro a causa del Covid non abbiamo potuto rifarlo.
Nel 2014 nascono i progetti, nel 2018 parte la squadra.
E anche il mio ruolo ha iniziato a cambiare. Inizialmente ero più impegnato sul territorio, perché c’erano sponsorizzazioni e progetti che andavano a scadere e si dovevano completare. Poi gradualmente ho preso in mano tutto e negli ultimi due anni le cose sono ben chiare. Abbiamo creato un gruppo con ruoli ben precisi e anche i corridori ora hanno i loro riferimenti.
Come si può leggere in questo contesto l’acquisto della Colnago?
Colnago è un’eccellenza. Ernesto era arrivato a un punto in cui voleva comunque garantire futuro e sviluppo all’azienda e il fatto che la squadra corresse con le sue bici ha inciso. Ma credo che la spinta iniziale sia stata proprio il fatto che si parlasse di una prestigiosa azienda di nicchia, come Met che ci fornisce i caschi. Non un’azienda con il fatturato miliardario, ma capace di creare ottime biciclette.
Nel 1995 corre con la Polti e vince la Liegi
La settimana successiva l’Amstel, battendo Cassani
Nel 2003 è alla Vini Caldirola, con Franco Gini come diesse
Nel 1995 corre con la Polti e vince la Liegi
La settimana successiva l’Amstel, battendo Cassani
Nel 2003 è alla Caldirola, con Gini come diesse
Intanto la squadra cresceva.
Le basi per un’evoluzione tecnica le avevamo poste dall’inizio, collaborando per la preparazione con le Università olandesi. Ora abbiamo introdotto altre collaborazioni per avere analizzatori di dati più sofisticati. E tanto lavoro si ripercuote anche sull’immagine che la squadra sta iniziando ad avere. Se prima eravamo noi a cercare delle figure, oggi piovono richieste di collaborazione.
E con l’immagine sono arrivati i risultati.
Frutto del lavoro, ma arrivati in anticipo. Al Tour ci aspettavamo di essere protagonisti, non di vincerlo così presto. Ma quando hai un corridore con così tanto talento, le sorprese forse non sono nemmeno troppo inattese. Quello che dispiace è che, per i vari incidenti e i ritiri, è uscito sminuito il lavoro della squadra, che invece è stato eccellente. Noi lo abbiamo notato. Stiamo crescendo, siamo sulla buona strada.
Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Diciamo che avere le spalle coperte economicamente è un bell’incentivo a lavorare bene.
E’ il vantaggio di avere un progetto più ampio del vincere corse in bicicletta, che poi è il punto di partenza di tutto il viaggio. Tutti gli sponsor hanno accordi a lungo termine, di almeno 4 anni, perché l’obiettivo è creare il movimento della bici negli Emirati, per stimolare la gente di lì. Molte ciclabili ci sono già, a breve ne sarà inaugurata una di 68 chilometri. Si può fare il giro di Abu Dhabi con un anello che ne misura 90, in un quadro di 1.234 chilometri di piste già fatte.
Il tuo ruolo resta trasversale, quindi?
Avendo iniziato con quel progetto come consulente, direi proprio di sì.
Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
La vostra squadra ha subito la prima… sportellata del Covid, finendo tutta in quarantena giusto un anno fa.
E’ vero, siamo stati fra i primi e questo ci ha permesso di capirne la portata, vedendo la sofferenza negli atleti più giovani. E’ il motivo per cui abbiamo messo in atto un sistema interno per la sanificazione di ogni cosa, per combattere il rischio di contagio. Ed è il motivo per cui abbiamo approfittato della possibilità offerta dal Governo di vaccinare tutta la squadra. Non cambierà nulla per le precauzioni da adottare nelle corse, ma ci fa stare più tranquilli.
Si parlava di Pogacar.
Tadej è un talento, ha vinto bene. Chiaro che alcuni avversari non ci sono stati, ma ugualmente torneremo al Tour con grandi motivazioni e la consapevolezza di poterlo rifare.
Nel frattempo vi siete rinforzati.
Siamo partiti dal presupposto di non dover prendere per forza chissà quanti corridori. La regola è valutare prima il tipo di persona e poi l’atleta. Abbiamo preso Trentin, Majka e Hirschi. Ma sono arrivati anche due direttori sportivi eccezionali come Baldato e Guidi, due uomini con esperienza e professionalità. Bisogna dare la priorità all’ambiente che creiamo, perché ormai parliamo quasi di 100 persone.
Un piccolo paese! Avresti mai immaginato uno sviluppo così quando eri alla Polti con Stanga e Zenoni?
Se guardo a quando passai nel 1986 alla Cilo-Aufina, avevamo 6 bici di scorta per tutta la squadra, due macchine e un furgone. Da Stanga e Zenoni ho imparato che ogni persona in squadra deve avere il suo peso specifico ed è quello che poi ho visto e riproposto nella mia carriera.
Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Carriera che potevi aspettarti così?
Ero un buon corridore, ma non un grandissimo talento. Ho sempre lavorato tanto, ma era più questa la mia idea di futuro. Avevo la visione che un giorno avrei avuto la mia squadra, guardavo per capire e mi relazionavo con gli sponsor. Era il mio scopo. Ho cominciato con la Caldirola e poi sono sempre cresciuto. La Cina poteva essere un bel salto, ma morì colui che davvero credeva nel progetto. Sì, questo è il mestiere che ho sempre voluto fare.
C’è ancora posto per la bici?
Sempre, poco ma spesso. Almeno 4-5 volte alla settimana. Un’ora e mezza, non di più. Lavoro così tanto, di giorno e anche la notte, che se rubo un’ora per andare in bici, non faccio torto a nessuno. In più credo che lo sport faccia bene, al fisico e alla mente. E se ci pensate, è il motivo per cui sette anni fa si è messo in moto tutto questo…
Ci sarà da vedere sul campo se la serenità che al momento è il mood permanente di Tadej Pogacar sia vera o sia piuttosto il modo di tenere lontane le tensioni in una fase dell’esistenza in cui il Covid, le barriere artificiali e le distanze geografiche rendono ogni confronto più ovattato.
Lo sloveno vincitore del Tour tutto sommato ha avuto svariate occasioni per raccontare il suo pazzo 2020, ma ha dovuto/potuto farlo davanti allo schermo di un computerche ha permesso alle sue emozioni di passare inosservate e impedito a chi poneva le domande di percepire il fremito dell’esitazione e il brillare dell’orgoglio. Un po’ come definire “corsa” la sfida virtuale sui rulli. L’avversario devi averlo accanto e subirne o imporgli lo sguardo per poter dire di essere stato più forte o battuto con merito.
Aver avuto il vaccino prima di tutti lo mette al riparo da grandi preoccupazioni (foto Fizza)Il vaccino lo mette al riparo dalle preoccupazioni (foto Fizza)
Vaccino: fatto!
Fra i primi passi nel lanciare il nuovo anno, lo sloveno della Uae Team Emirates ha potuto godere come i compagni del vaccino cinese che in qualche modo renderà più semplice la vita al suo team, nel consueto “liberi tutti” del ciclismo in cui chi prima arriva alla cura, per primo ne trae vantaggio. Che cosa succederà se di colpo le compagnie aeree e i Paesi chiederanno il passaporto vaccinale e soltanto una squadra lo avrà in mano? Il ciclismo si fermerà ancora? Sgombrato comunque il campo dalla preoccupazione del Covid, la sua attenzione si è così concentrata nuovamente sul Tour.
Alla Planche des Belles Filles, Pogacar sfinito dopo l’arrivo: «Potevo anche saltare io»Alla Planche des Belles Filles: «Potevo anche saltare io»
Qual è ora la tua preoccupazione?
Ora devo solo essere preparato fisicamente, come lo sono stato l’anno scorso e avere un buon supporto dalla squadra. Essere il vincitore uscente del Tour sarà molto, molto più difficile. E’ la prima volta che difendo una vittoria e sarà una cosa completamente nuova per me. Ma penso che se ci vado preparato e motivato, potrò fare ancora bene.
Qualcuno si è stupito delle tue prestazioni.
Ma dalla mia esperienza alla Vuelta del 2019, io sapevo di poter fare bene nella terza settimana di un grande Giro e questo mi ha dato fiducia quando siamo arrivati alla fine del Tour. Ho passato un paio di tappe in cui non mi ero sentito troppo bene, ma alla fine ero sempre con Roglic. Non si può dire che sia stato meno forte di lui. Per questo penso che lui e i suoi compagni abbiano parlato nella foga del momento. In quella crono non c’è stato niente di incredibile.
L’autista del pullman ci ha raccontato che scendendo per il riscaldamento hai visto i meccanici che preparavano la bici bianca per Parigi e hai chiesto perché non fosse gialla…
Stavo bene, ma quella è stata una battuta. Le cronometro sono abbastanza semplici, specialmente l’ultimo giorno, quando sai che quello sarà anche l’ultimo grande sforzo che dovrai fare. Sarei anche potuto scoppiare sulla salita finale e perdere il podio, ma per fortuna non è successo. Ho vissuto una giornata fantastica. Mi sono riscaldato bene, ho fatto un ottimo cambio di bici e ho dato tutto. Ho capito di aver vinto solo dopo aver passato la riga.
Alla Vuelta 2019, Tadej Pogacar aveva già tenuto testa a Roglic e Valverde, vincendo la penultima tappaAlla Vuelta 2019, Pogacar si era misurato con Roglic e Valverde
Quali sono state le tappe difficili di cui hai parlato?
Quelle in cui ho perso Aru e Formolo, che non sono stati bei momenti per la squadra. E poi è stato duro anche il giorno dei ventagli, dove abbiamo perso troppo terreno.
Con quale spirito si ricomincia?
Quello di ogni anno, in realtà. Con l’attesa delle prime corse per scacciare la paura di non essere migliorato e tutti gli scongiuri per non avere sfortuna. In realtà per ora non ci sono grossi ostacoli. Se rimarrò concentrato e andrò avanti con gli stessi obiettivi e la stessa motivazione, penso che continuerò a migliorare.
Quanto ti infastidisci o trovi insolito dover già parlare del Tour?
Sono il vincitore uscente e di sicuro sono anche un favorito, ma non so se sono il favorito principale. Ci sono molti corridori e c’è ancora molta strada da fare. Vedremo prima del Tour chi sarà l’uomo su cui scommettere, chi avrà vinto il maggior numero di gare prima e arriverà più forte in Francia.
E’ stato davvero così stressante quest’ultimo inverno?
Non è stato un grosso ostacolo. E’ parte del mio lavoro. Cerco sempre di ricavarmi del tempo tutto mio al di fuori delle corse e degli impegni con la stampa e questo mi permette di rimanere rilassato. Credo che la mia vita non sia cambiata poi molto.
Aver vinto ti ha dato più fiducia in Tadej Pogacar?
Forse un po’, ma io sono sempre stato fiducioso e realistico circa le mie capacità. Sarò ancora super motivato per questa stagione, ma di sicuro sono più rilassato ora di quanto non fossi prima. Non dimentico il passato, ma non penso sempre a quello che ho fatto e non ne parlo, perché è già successo. Voglio concentrarmi sulle prossime gare.
Concentrazione al via dei mondiali di Imola: la testa è l’arma in più di Tadej PogacarConcentrazione al via dei mondiali: la testa è la sua arma in più
Le attese logorano?
Non credo. Anzi, è più difficile far passare i giorni vuoti di tensione. Mi aspetto che le corse saranno dure e veloci come sempre e il livello sempre più alto.
Vincere il Tour è stato uno step importante, paragonabile in proporzione alla vittoria nel Tour de l’Avenir?
Sono stati tutti e due molto impegnativi, ma restano difficili da comparare, perché li ho vissuti in due fasi molto diverse della mia carriera. Di certo in entrambi i casi ho dovuto dare il mio meglio.
Pensi che sarà dura ora contenere il ritorno di corridori come Nibali e la voglia di riscatto di Evenepoel?
Sono entrambi corridori di punta ed entrambi hanno qualità uniche. Ma ancora una volta cercherò di restare concentrato su me stesso più che sui miei avversari.
Pensi di aver vinto il Tour più con le gambe o più con la testa?
E’ stato un mix perfetto, ma non dimenticherei la squadra. Ho avuto un grande supporto. E anche nei momenti in cui sembrava che fossi da solo, non mi sono mai sentito davvero isolato.
Il bike brand DMT, produttore da quasi quarant’anni di calzature per il ciclismo e partner tra gli altri di atleti del calibro di Tadej Pogacar ed Elia Viviani, ha sviluppato un sofisticato configuratore online che dà la possibilità a chiunque di personalizzare le proprie KR1, il modello top di gamma della collezione.
Una grafica “su misura”
Attraverso pochi ed agevoli passaggi da realizzare sul web – una volta collegati al portale dedicato www.dmtid.com – si può scegliere sia il colore della grafica delle scarpe quanto quello del logo. In questo modo è possibile renderle uniche attraverso l’aggiunta del proprio nome e anche della bandiera corrispondente alla nazione di appartenenza. Una soluzione ideale se si pensa a quanto il look in bici sia diventato ricercato. Inoltre, può essere utile anche per i team amatoriali o giovanili che vogliono distinguersi e affidarsi alla grande tradizione e la profonda esperienza DMT.
Glen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej PogacarGlen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej Pogacar
La rivoluzione Engineered Knit
Il modello KR1 di DMT è in assoluto la scarpa che ha dato inizio alla rivoluzione del Engineered Knit, oggi presente su tutta la collezione DMT (corsa, mtb e triathlon). Sviluppata e indossata da Elia Viviani, Tadej Pogacar e da altri grandi campioni, questa calzatura si distingue per l’incredibile comodità, che a detta di molti atleti cambia radicalmente il concetto di una comune scarpa da ciclismo. Leggere e traspiranti, le KR1 sono caratterizzate da una struttura in maglia brevettata che elimina tutti i punti di pressione, garantendo una calzata estremamente comoda. Altra caratteristica è la super traspirabilità della tomaia “Knit” e lo straordinario sostegno fornito dalla suola anatomica in carbonio, capace di un trasferimento diretto di potenza davvero molto efficace.
Sviluppate con Elia Viviani
«La tomaia in morbida maglia avvolge senza comprimere il piede – ha dichiarato a bici.PRO Elia Viviani ,che di queste scarpe può con ragione definirsi uno dei più pignoli sviluppatori – concedendo performance superiori in termini di comfort e traspirabilità. Grazie alla tecnologia 3D Knit ciascuno sarà pronto a superare i propri limiti, offrendo ai piedi il massimo del comfort: questa è davvero una nuova generazione di calzature da ciclismo».
Elia Viviani con le KR1 Elia Viviani durante l’ultimo Giro d’Italia con le KR1
Chiusura con il BOA
Oltre alla tomaia interamente in Engineered Knit 3D personalizzabile, tra le altre caratteristiche distintive delle DMT KR1 occorre anche ricordare lo spessore variabile e le strutture in maglia per il massimo del comfort, le fettucce passacavo integrate, il sistema di chiusura singolo BOA Fit IP1, la già citata suola anatomica in carbonio, la regolazione anteriore-posteriore della tacchetta (8mm) e gli stilosi toni riflettenti sul colore nero. Le misure disponibili? Dal 37 al 47 (mezze taglie dal 37,5 al 45,5. Il peso è di appena 240 grammi nella misura 42.
Per Marco Bertini, massaggiatore della nazionale su pista, l'emozione dell'ultimo trionfo di Elia Viviani è ancora vivida, frutto di un'amicizia profonda
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Il condominio in cui vivono insieme Valerio Conti, Davide Formolo e Tadej Pogacar sta in un quartiere di Monaco che si chiama Fontvieille e si allunga verso la Francia. Il romano, che combatte ancora con la lussazione della spalla ma è ugualmente in partenza per il primo ritiro, giura che è stato quasi per caso, ma che su quelle scale si è creata una piccola enclave della Uae Team Emirates che darà certamente i suoi frutti anche in corsa. Nel condominio a rendere il quadro più variopinto, vivono anche Diego Rosa e sua moglie Alessandra.
Il Natale ad esempio l’hanno passato in sei. La famiglia Formolo, con mamma Mirna e la piccola Chloe. E con loro Valerio, la sua compagna Michela e il cane Zoe. Pogacar non c’era, è tornato nel condominio da un paio di giorni e ha trascorso le Feste in Slovenia.
«Sarei rientrato volentieri a Roma – ammette Conti – ma avrei dovuto fare due settimane di quarantena. E a quel punto, tornare per restare chiuso in casa non aveva troppo senso. Nel frattempo ho tolto il tutore e mi sforzo di tenere la spalla vicina al corpo. Da un paio di giorni pedalo sui rulli e fra una settimana vorrei tornare in bici».
Valerio Conti ha corso il Giro d’Italia 2020 in appoggio a Diego Ulissi Conti ha corso il Giro 2020 per Ulissi
Valerio è stato stretto da un’auto contro la scarpata e gli è andata anche bene, perché invece di rompersi la spalla ha avuto la blanda lesione di un legamento, che continuerà a fargli male e a condizionarlo psicologicamente, ma alla lunga andrà perfettamente a posto.
Come va nel condominio?
I primi siamo stati Formolo e io, dato che Michela è amica di Mirna. Poi sono arrivati Tadej e la sua compagna Urska. Stiamo bene. Pur avendo allenatori diversi riusciamo a fare i nostri giri insieme e questo è importante anche per farsela passare meglio. In più spesso usciamo a cena insieme. A Natale e a Capodanno invece siamo stati insieme a Formolo, perché non si poteva uscire. Proprio come in Italia.
Com’è la zona?
Si chiama Fontvieille e sta proprio alla fine del Principato di Monaco. Due pedalate e siamo in Francia. Si esce subito da casa e non c’è traffico. Si fa una galleria che sale quasi a chiocciola e si prende la strada per allenarsi, che corre lungo il mare e porta verso il Col d’Eze verso Nizza, oppure verso l’Italia.
Mai freddo e sempre sole?
Il clima è spettacolare, meglio che a Roma. Da noi d’inverno può fare caldo, ma in certe zone dei Castelli c’è ombra e fa comunque molto freddo. Qua in un’ora di bici hai tutto quello che serve per fare i lavori specifici ed è sempre in pieno sole. Forse c’è poca pianura, ma giusto questo.
Fontvieille, ultima propaggine di Monaco verso la Francia: il condominio in cui vivono i tre si trova quiIl condominio si trova a Fontvieille, propaggine di Monaco
Quindi si può uscire di buon’ora non dovendo aspettare che l’aria si scaldi?
A dire il vero, non mi piace partire troppo presto. Diciamo che le 9,30-10 sono un orario congruo.
Di fatto da quelle parti vive mezzo gruppo del WorldTour…
E’ bello per quando ti alleni e per le cose burocratiche. Si mettono insieme tutte le esperienze e questo per la quotidianità fa una grande differenza. Ci sono parecchi compagni di squadra. Trentin sta proprio a Monaco, mentre a Bordighera ci sono Oliviero Troìa e Stake Laengen che però ha la residenza da qualche altra parte, non a Monaco e nemmeno in Norvegia.
Come va la quasi convivenza con Pogacar?
E’ semplicissima e non lo dico perché siamo compagni di squadra. Gli piace divertirsi, non fa vita di clausura. Del resto, ha 22 anni! Gli viene tutto facile. Dire che potesse vincere il Tour era un azzardo, ma visto quante tappe dure aveva vinto nel 2019 alla Vuelta? E al Tour non ha mai perso il filo della corsa e ha vinto praticamente senza squadra.
Sai già quale sarà il tuo programma di gare?
Non è ancora ben definito. Dovrei fare il Giro e Tadej il Tour, mentre saremo insieme ai Paesi Baschi. In realtà non mi dispiacerebbe fare il Tour, ma non entrambi perché sono troppo ravvicinati e a giugno avrei in programma il Giro di Slovenia. Il mio calendario fino al Giro sarà bello pieno.
Davide Formolo e Tadej Pogacar: a detta di Conti due pianeti completamente diversiFormolo e Pogacar, due pianeti diversi
Dici che in corsa aiuterà questo buon vicinato?
Al 100 per cento. Già ti impegni sempre, ma per un amico ti impegni di più. Lo vedo quando corro con Ulissi. Credo che anche stare a ruota di uno che conosci sia un vantaggio.
Nel condominio c’è anche Formolo.
Altro buon amico, ma con un’altra testa. Davide cambia idea in continuazione su tutto. E anche in corsa, il rendimento va di pari passo con il carattere. Formolo parte sempre a bomba nelle prime tappe e poi cala. Pogacar ha un gran motore, come ce ne sono altri. Ma ha un recupero straordinario, come in giro non ce ne sono. La sua forza è quella, nell’ultima settimana va sempre più forte e sapete anche perché? Perché si stressa talmente poco, che non butta via energie in pensieri e ansie.
Chi ha cucinato a Natale?
Le signore. E devo dire che si sono date da fare. A Capodanno invece hanno un po’ tirato i remi in barca. Abbiamo ordinato un hamburger enorme al ristorante romano che si chiama “Ai tre Scalini” e loro hanno fatto i dolci e le lenticchie.
Il 2021 è ricominciato sui rulli?
Ma non tantissimo. Faccio 40 minuti la mattina e 40 il pomeriggio. Ora posso poggiare la mano sul manubrio, ma sto già facendo le valigie. Vado in ritiro. E tra una settimana voglio tornare su strada.
Non era mai successo negli ultimi cent’anni che un corridore giovane come Pogacar conquistasse il Tour de France. Prima di lui c’era stato Cornet, due anni in meno, ma accadde nel 1904.
Per contro non era mai successo neppure che il vincitore della maglia gialla sparisse dalla circolazione, senza rilasciare interviste, se non piccoli flash qua e là, in occasione delle rituali visite agli sponsor. Si comprende bene la necessità di tutelarlo da un inverno troppo dispendioso e si comprendono anche gli obblighi di squadra, ma forse anche i tifosi avrebbero meritato un po’ del suo tempo.
Roglic e Pogacar francobollato, scena tipica del Tour de France 2020Roglic e Pogacar attaccato al 2020
La prima data ipotizzata per l’intervista era stata indicata alla metà di novembre, poi era stata rinviata di due settimane, quindi trasformata in una conferenza stampa su Zoom il 7 dicembre, a sua volta rinviata al 21 del mese e adesso a gennaio. Così abbiamo deciso di mettere insieme tutti i contributi raccolti nelle ultime settimane da coloro che sono riusciti a parlarci e fare un punto altrettanto virtuale con il giovane sloveno, che vive a Monaco nello stesso palazzo di Formolo e Valerio Conti e a 100 metri da Roglic. Magari poi, quando ce lo troveremo davanti, parleremo con lui di cosa farà nel 2021.
Slovenia spaccata
Del ritorno in Slovenia, Pogacar racconta con emozioni altalenanti. Roglic è stato nominato atleta dell’anno, entrambi sono risultati ciclisti dell’anno e i loro volti sono stati stampati sullo stesso francobollo
«La gente in Slovenia – ha detto – avrebbe voluto che vincesse lui il Tour e anche io, in qualche modo, pensavo fosse giusto. Lo scenario per la maggior parte del Tour, lui primo e io secondo, stava bene a tutti. Si stavano preparando per festeggiare questo risultato. Alcuni non erano contenti per come è finita. L’ho notato, l’ho visto sui social, mi è stato detto. Ma cosa posso farci? Niente. In Francia il tifo è diviso tra Alaphilippe, Bardet e Pinot. Il tifo spacca, lo ha sempre fatto».
Questo riconoscimento a Parigi vale molto più di mille paroleUn riconoscimento prezioso nel giorno di Parigi
In cima tutti piangevano
Di quel giorno a La Planche des Belles Filles, ha ricordi rumorosi e confusi. Come confuso è stato anche dopo aver realizzato di aver sfilato la maglia gialla dalle spalle del connazionale.
«L’ho avuto chiaro – ha raccontato – quando Primoz Roglic ha tagliato il traguardo. Ero arrivato quasi quattro minuti prima. E’ stato un tempo lungo e molto strano. Intorno a me, il massaggiatore e i due ragazzi del team sapevano che stavo per vincere il Tour, ma non volevano dirmelo senza esserne assolutamente sicuri. Nel tratto pianeggiante non avevo informazioni su suoi tempi. Sapevo solo che Dumoulin era in testa. Poi in salita non ho sentito più niente. Non avevo messo il volume degli auricolari molto forte e c’erano molti spettatori che gridavano. A un certo punto ho sentito: «Hai quattro secondi di vantaggio», ma ho pensato che fosse per la vittoria di tappa. E poi mi sono saltati addosso tutti, piangevano, urlavano, erano eccitati. E qui ho capito davvero».
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic, ha acceso l’entusiasmo dei suoi tifosiLa fuga di Imola, nata per lanciare Roglic
L’abbraccio di Roglic
Ha raccontato di essere cresciuto con il mito di quel saltatore con gli sci passato alla bicicletta. Fra loro ci sono 9 anni, che nel ciclismo giovanile sono abbastanza per comprendere due mondi completamente diversi.
«Ci siamo incontrati solo nel 2017 – ha raccontato – ai mondiali di Bergen, in Norvegia. Lui era con i professionisti, io ero nell’U23. Ci siamo ritrovati insieme nella conferenza per la stampa slovena. A volte ci alleniamo insieme a Monaco. Prima succedeva in Slovenia, perché non vivevamo molto lontano. A Monaco ci incontriamo per caso, uno dei due gira e proseguiamo insieme. E’ un bravo ragazzo. Non gli piace farsi avanti. Gli parlo spesso mentre corro. Per me non è come un avversario. Per questo lassù non ero molto sicuro delle mie emozioni. Da una parte volevo che Roglic vincesse il Tour, invece sono stato io a impedirglielo. In effetti, è stato proprio lui a tranquillizzarmi. Pochi minuti dopo il suo arrivo, ero già nello spazio interviste per la tv, è venuto ad abbracciarmi. Quel momento non lo dimenticherò mai. E’ come se mi avesse autorizzato a essere felice, come se mi dicesse che non era colpa mia».
La fuga di Imola
Imola sarebbe stata l’occasione perfetta per sdebitarsi. Pogacar si era già chiamato fuori da responsabilità troppo grandi e la Slovenia aveva deciso di puntare su Roglic, lasciando al giovane il compito di fare corsa dura nell’avvicinarsi agli ultimi chilometri. Ma quando Pogacar è partito, sperando di portare via un gruppetto che costringesse la Francia a inseguire, lo ha fatto troppo forte e si è ritrovato da solo.
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«Quando vieni da Paesi dove non c’è un grande bacino di corridori – ha detto – sei abituato a cavartela con meno compagni. Mi successe al Tour de l’Avenir e purtroppo, ma per una serie di sfortune, mi è successo al Tour. Eravamo partiti con una grande squadra, ma dopo il ritiro di Aru e Formolo le cose si sono complicate. Per fortuna De La Cruz mi è rimasto accanto. Era strano essere lì in mezzo a lottare contro tanti campioni. Stiamo assistendo a una generazione che cambia. E’ sicuramente una questione di carattere, di responsabilità assunte prima. Tutti i corridori venuti fuori quest’anno sono stati i riferimenti delle categorie giovanili. Contro Hirschi, ho corso sin dagli juniores. Ci sono molti più team continental che ci preparano in modo più professionale. Anche il covid potrebbe aver avuto un ruolo. Ci sono stati meno eventi e molte gare importanti in un periodo di tempo molto breve. I giovani hanno potuto trarne vantaggio. Un corridore più anziano probabilmente impiega più tempo per trovare il proprio ritmo».
Ne avremo probabilmente un riscontro nel 2021, quando ciascuno potrà impostare la stagione nel modo più consono. Avremo giovani chiamati alla conferma e uomini più esperti desiderosi di riscatto. E ancora una volta vivremo una grande stagione di ciclismo.