Era scritto ed è successo: Pogacar ha aggiunto ai suoi primati anche quello dell’Alpe d’Huez, cancellando dalla prima riga il nome di Pantani. I record sono fatti per essere battuti e lo sloveno ha dimostrato da tempo di essere avviato verso ben altre conquiste, così che non poteva essere il piccolo scalatore romagnolo di trent’anni fa a respingerne l’attacco.
Quel record aveva tenuto testa anche al vincitore di sette Tour, che non era riuscito ad avvicinarlo neppure nella cronoscalata dell’Alpe, ma nulla ha potuto contro Pogacar, da cui per la verità ci saremmo aspettati anche un crono migliore del 35’27” con cui ha abbassato di 1’23” il primato precedente, viste le bici, le ruote, il kit nel suo complesso e l’alimentazione di adesso.


Il silenzio di Tadej
Pogacar continua a dire di non pensarci e di aver saputo della nuova conquista soltanto dopo averla ottenuta. La voglia dichiarata di vincere sul mito Alpe d’Huez non presuppone il fatto che il campione del mondo sapesse chi l’avesse vinta prima di lui? E’ insolito che un ciclista che è stato ragazzino sulle strade italiane non sapesse chi fosse Marco Pantani e quali siano state le sue meraviglie: la visita dei genitori al museo di Cesenatico fa capire che in famiglia almeno qualcuno conoscesse la storia.
Non sarà che forse la voglia di stare lontano dai riferimenti diretti gli è stata suggerita? Dalla sua intelligenza, ad esempio, per evitare domande e scomodi confronti. Dal suo mentore Andrej Hauptman, che quel ciclismo l’ha vissuto. Dal suo team manager Gianetti che ne è stato prima interprete e poi gestore negli anni successivi, per sua ammissione inconsapevole. Oppure da Andrea Agostini, che ha vissuto tutta la vicenda dell’amico Marco, ma evidentemente non è riuscito o non ha voluto raccontarla anche a lui. Quel che appare evidente è la determinazione nel tracciare una linea e restare dall’altra parte, come forse è anche giusto.


Controlli? Sì, grazie
Questa però è la storia del ciclismo con cui in certi frangenti anche il presente deve fare i conti. Dopo Indurain venne Riis. Dopo Riis arrivò Ullrich e Ullrich venne battuto per una volta da Pantani e altre cinque da Armstrong. L’americano invece venne battuto dall’insaziabilità e la poca astuzia: se non fosse tornato nel 2009, finendo nel meccanismo del passaporto biologico, non avrebbe fornito i dati per mettere in discussione le vittorie precedenti. Dai controlli in gara e fuori gara infatti non era emerso mai niente. Dopo Armstrong è venuto il dominio degli uomini Sky con tanto di dubbi, ammissioni e discussioni e a quel punto è toccato a Pogacar.
Questa è la storia dello sport, in cui purtroppo non è mai bastata una stretta di mano per stabilire cosa fosse credibile e cosa no. Per questo ci è parsa eccessiva la lamentela per i controlli notturni e certo irrituali e poco rispettosi subiti da alcuni corridori nelle scorse settimane (per primi Pogacar e Vingegaard) e disposti dall’autorità giudiziaria.
In quegli anni che – lo sottolineiamo due volte in rosso – nessuno si augura di rivivere, si ebbe la conferma che i controlli gestiti dall’autorità sportiva non fossero affidabili e che vari e dubbi passaggi contribuirono a renderli meno credibili. Oggi bisognerebbe essere contenti di poter andare avanti mettendo tutto in chiaro e di poter sostenere che i nuovi record siano bagnati soltanto da classe e champagne.


Gli anelli deboli
Era scritto ed è successo e adesso si va avanti verso il prossimo record. Quel che resta di identico rispetto a 30 anni fa è che l’immenso castello degli affari poggia sulle spalle di ragazzi di 60 chili che passano le giornate a tirar fuori dal proprio corpo la forza necessaria per stupire. Sembra strano parlare di anelli deboli della catena (alimentare), ma chi c’era ricorda quanto sembrasse invulnerabile Armstrong?
Eppure, nel momento in cui la verità venne a galla, Lance finì sbriciolato e messo all’indice, perdendo quasi tutta la sua fortuna. I ricchi sponsor che grazie a lui avevano moltiplicato il fatturato si limitarono invece a spostarsi di lato, lasciando passare la valanga che stava spazzando via tutto.
Ogni epoca ha le sue regole, i corridori sono sempre uguali. Per questo, rileggendo la storia di quel record e il modo in cui venne, il cuore resta vicino a Marco Pantani e alle emozioni che seppe scatenare. L’omino sponsorizzato da una catena di supermercati del mobile e non una multinazionale, che nel 1995 non poté correre il Giro a causa di un’auto che non rispettò lo stop e lo buttò per terra. Che tornò al Giro di Svizzera, vincendo una tappa più con la grinta che con le gambe.
E che a quel punto andò al Tour de France, in cui l’anno precedente aveva già dato spettacolo con i suoi pochi ricci (fissando il primo record sull’Alpe), vinse due tappe, stabilendo anche il nuovo primato in sella a una bici su cui i corridori di oggi forse non terrebbero neppure le ruote del gruppo. Quell’anno Pantani fece anche in tempo a conquistare il podio del mondiale di Duitama, prima che un’altra auto lo colpisse nuovamente, spezzandogli una gamba.


Rispetto oppure silenzio
La sua fu una vita in salita, piena di dolore più che di record e brindisi. Eppure c’è ancora chi lo ama e merita per questo il massimo rispetto, al pari di quello giustissimo che si reclama per Pogacar. Ed è questo l’invito che ci sentiamo di fare a dotti, medici e sapienti che cercano per forza la contrapposizione fra la presunta pulizia attuale e la presunta irregolarità di ieri: ricordate che dietro ogni vostro commento, sparata, mancanza di rispetto volgare e assoluta, c’è ancora una famiglia che legge. Loro meritano il vostro rispetto. E se quello non siete in grado di darlo, limitatevi a tacere. Il vostro silenzio sarà un dono anche per gli altri.