Primi passi di Villa alla guida dei pro’: il salto più lungo

07.03.2025
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Marco Villa è il nuovo commissario tecnico dei professionisti. Dopo tre Olimpiadi alla guida della nazionale della pista, iI colpo di scena dell’ultimo Consiglio federale ha colto tutti alla sprovvista e in parte anche lui. Glielo avevano già detto, però prendere atto che fosse tutto vero è stato un bello scossone. Al punto che per qualche istante si è pensato che non ne fosse convinto lui per primo.

«Quando me l’hanno proposto la prima volta – ammette Villa – è stata una cosa un po’ surreale. Non sapevo se fosse il modo per tastare il terreno, ma ho capito presto che non era uno scherzo. La strada l’ha aperta Amadio, però dopo sono riuscito a parlare col presidente. La prima cosa che gli ho detto è che non volevo fosse passato il messaggio che a Villa non fosse piaciuto quello che gli era stato proposto. Anzi, gli ho detto che per me era un onore, soprattutto per la storicità di chi mi ha preceduto. Con tutto il rispetto per Bettini, Cassani e Bennati, pensare a Martini e Ballerini mi fa venire i brividi. Non me lo sarei mai aspettato…».

La prima uscita di Villa come tecnico dei pro’ è avvenuta a Laigueglia
La prima uscita di Villa come tecnico dei pro’ è avvenuta a Laigueglia
Un grande onore, ma significa lasciare la pista che è stata la tua casa negli ultimi (quasi) vent’anni.

Non potevo non esternare che mi chiedevano di lasciare un settore che ho molto a cuore. E così ho chiesto se potevo fare ancora un po’ da collegamento, visto che abbiamo sempre professato la multidisciplinarietà. In fondo Bettini, Cassani e anche Bennati, con il discorso di Parigi e aver permesso a Viviani di correre su strada, sono sempre stati partecipi con me in pista.

E così rimarrai accanto a Bragato nella pista delle ragazze.

Mi piace l’idea di esserci ancora. Le donne mi sono state affidate tre anni fa. Abbiamo vinto subito un mondiale, abbiamo cercato di lavorare nonostante le difficoltà. L’incidente di Guazzini, l’incidente di Balsamo nel 2023 e l’altro nel 2024 a ridosso delle Olimpiadi, ci hanno rovinato il percorso di avvicinamento a Parigi. Però ne siamo usciti con una medaglia d’oro e con un quarto posto nel quartetto che fa sperare per Los Angeles. Abbiamo un gruppo che arriverà a Los Angeles in piena crescita, in piena maturità atletica e anche mentale. Credo che la medaglia d’oro di Guazzini e Consonni abbia dato qualcosa in più al gruppo. Così ho espresso il desiderio di terminare quel ciclo delle donne. Credo che con la collaborazione di Diego (Bragato, ndr), riusciremo a fare un bel percorso. E naturalmente ho un buon rapporto con Salvoldi, quindi se sta bene anche a lui, la collaborazione non mancherà.

Amadio si aspetta che Villa riesca a ricreare nel mondo della strada lo spirito di gruppo che ha creato in pista.

Forse il mio modo di lavorare parte anche da lì. Dobbiamo formare un gruppo che abbia a cuore la nazionale e che, naturalmente, col rispetto dei programmi delle squadre, abbia a cuore l’avvicinamento a un mondiale o un europeo. Probabilmente ci sarà da preparare a inizio stagione un calendario che soddisfi le esigenze delle squadre, ma che ci permetta di giocarci una maglia azzurra in un mondiale o un europeo. Credo che quest’anno possa essere un po’ più difficile, perché il mondiale del Rwanda e poi l’europeo hanno due percorsi molto duri.

Secondo Villa, l’oro olimpico di Guazzini e Consonni nella madison ha svoltato la mentalità delle azzurre in pista
Secondo Villa, l’oro olimpico di Guazzini e Consonni nella madison ha svoltato la mentalità delle azzurre in pista
Adesso comincia la fase della conoscenza? A parte quelli con cui lavoravi in pista, con gli altri non hai la stessa confidenza…

Partiamo dal fatto che ci sono subito un mondiale e un europeo in cui i miei ragazzi della pista potrebbero non trovare posto. Parto con un gruppo tutto da conoscere, però Mario Scirea mi aiuterà. Ho parlato anche con Marino Amadori, perché qualche giovane che adesso è di là e sta facendo bene, è passato da lui. Cercheremo di fare gruppo con lo stesso Salvoldi. Cercherò di conoscere i ragazzi, ma in primis parlerò con i team manager, con le squadre, con i direttori sportivi, con i preparatori per capire i programmi. Per quest’anno va così, forse è un po’ tardi perché ormai tutti hanno i loro programmi.

Per fortuna manca ancora parecchio.

I mondiali sono a settembre e la settimana dopo, la prima di ottobre, ci sono gli europei. Quindi spero che qualcuno abbia fatto le sue considerazioni. E’ logico che non si sappiano quali idee abbia il commissario tecnico, però trovare qualcuno che ha programmato la stagione pensando anche a questi obiettivi e a farsi vedere dalla nazionale, credo che sia già un buon punto di partenza. Invece l’anno prossimo partirò con qualche mese già di vantaggio e qualche conoscenza in più. E mi sembra che anche i mondiali di Montreal siano abbastanza impegnativi.

Come costruirai la tua nazionale?

Mi piacerebbe coinvolgere i giovani e in questo inizio stagione, alcuni si stanno facendo vedere. Ma non butto certo a mare i più esperti. Ho sempre avuto rispetto di tutti, vediamo di fare un bel gruppo in cui i più grandi possano trasmettere la loro esperienza. In questi anni ho collaborato con Paolo Bettini, con Cassani e con Daniele Bennati. Ho sempre trovato degli atleti con un forte attaccamento alla maglia azzurra. E anche se non sono arrivati i risultati desiderati, l’Italia ha sempre corso bene. Ha sempre corso di squadra e questo è l’insegnamento da trasmettere ai giovani. E poi non è che i risultati siano sempre mancati…

Il mondiale di Harrogate sfuggito per un soffio a Trentin fa pensare a Villa che i nostri corridori più esperti hanno grandi qualità
Il mondiale di Harrogate sfuggito per un soffio a Trentin fa pensare a Villa che i nostri corridori più esperti hanno grandi qualità
Qualcosa abbiamo vinto, certo.

Abbiamo vinto dei titoli europei e siamo andati a un passo dal vincere i mondiali con Trentin. Sono convinto che quel giorno ad Harrogate, fino a 150 metri dal traguardo tutti speravamo che vincesse Matteo. Insomma, non buttiamo via il nostro movimento e tutto quello che è stato fatto. Il ciclismo si è globalizzato, la torta viene divisa in tante più fette rispetto a prima.

Cambierà il tuo modo di seguire le corse, non avendo più l’obiettivo della pista?

Ho fatto 11 anni da professionista e anche due Giri d’Italia. Il secondo in particolare, nel 2001, l’ho passato gestendo il velocista, Ivan Quaranta, sia alle corse sia durante la stagione con gli allenamenti. Tante volte glielo dico: «Ho iniziato a fare il tecnico quando ho iniziato a correre con te, a doverti stare dietro e seguirti allenamento per allenamento». Quindi non è vero che parto da zero. Ho sentito dire che non ho esperienza, ma io credo che l’esperienza da cittì ce l’abbiano in pochi.

Che cosa intendi?

Pochi ce l’hanno prima di aver cominciato ad esserlo. C’è stato chi prima faceva il direttore, chi il corridore. Da qualche parte si deve pur cominciare e ricordo che sono partito da zero anche sulla pista. Ho smesso di correre e dopo un anno e mezzo mi hanno chiesto di fare il collaboratore e poi il tecnico, in un settore in cui non c’era niente. Bisognava rifondare tutto, però l’ho fatto. Ho avuto la fortuna di trovare le persone giuste e gli atleti giusti. Spero di essere fortunato anche questa volta.

Villa e Bettini, fresco iridato del 2007: insieme in pista per una Sei Giorni
Villa e Bettini, fresco iridato del 2007: insieme in pista per una Sei Giorni
Da amico e suo tecnico delle vittorie più belle, sei contento che Elia Viviani abbia trovato da correre, oppure un pensierino ad averlo nello staff azzurro ti era venuto?

Elia lo sento spesso e un aiuto da lui ce l’ho sempre. Ci confrontiamo spesso, ma ci confrontavamo anche prima. Abbiamo sempre parlato la stessa lingua, su come interpretare il ciclismo e come interpretare l’attività che stavamo facendo insieme: lui da corridore, io da tecnico. Io cercavo i corridori forti della strada per portarli in pista e il sistema è stato messo a punto bene anche grazie ai feedback che Elia mi ha sempre dato. Però ero il suo primo tifoso a sperare che trovasse un contratto perché è la cosa che voleva.

Ieri eri con Ganna in pista, come l’hai trovato?

L’ho trovato uguale. Punta su strada però ieri è venuto in pista. Era stato così anche negli anni scorsi. Nel 2023, l’anno dei mondiali di Glasgow, ha fatto la sua prima gara in pista ad agosto, ma da dicembre e gennaio di quell’anno i suoi passaggi in pista li ha sempre fatti. Come li sta facendo ancora oggi, perché la pista è un suo punto di riferimento. Abbiamo un sistema di rifinitura, soprattutto per la crono, ma anche per certi sforzi su cui Pippo punta per fare anche nelle gare su strada. L’ho trovato con lo stesso entusiasmo di sempre e mi sembra che sia uscito contento da Montichiari. Ha cambiato leggermente posizione sulla bici da crono e ieri mattina alle 9 era già in pista a sistemare la posizione, essendo partito da casa. Quando c’è una crono, lui ha sempre entusiasmo e lunedì c’è quella della Tirreno-Adriatico. Poi ci sono le altre tappe, che gli permetteranno di trovare le sensazioni che gli serviranno nelle gare successive.

Come procederà d’ora in avanti la tua immersione fra i professionisti?

Sarò alla Strade Bianche, poi le prime due tappe della Tirreno-Adriatico e venerdì con Amadio abbiamo in programma qualche visita per hotel alla vigilia della Sanremo. Abbiamo cominciato. A Laigueglia ho fatto la prima uscita e, con l’aiuto di Scirea, dopo un po’ mi sono sentito quasi a casa.

Amadio e le squadre nazionali: viaggio fra le nuove scelte

05.03.2025
7 min
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Quando si è trattato di impostare la conduzione tecnica delle nazionali per il prossimo quadriennio, i vertici della Federazione ciclistica italiana hanno valutato le professionalità che avevano in casa e assegnato i nuovi incarichi. L’unico che è rimasto fuori dai giochi e non per sua scelta è stato Daniele Bennati, ma Roberto Amadio dice che la decisione è stata presa dal presidente Dagnoni dopo gli europei su pista e che fino a quel momento era ancora tutto aperto.

Parliamo con il team manager azzurro proprio per spiegare la logica dietro alle scelte e immaginare la traiettoria che porterà le nostre nazionali alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Fra le novità che più stimolano la curiosità ci sono la scelta di Marco Villa come tecnico dei professionisti e quella di Dino Salvoldi alla guida della pista maschile. Da questo snodo passa tutto il resto.

Dino Salvoldi guiderà le nazionali della pista elite e degli juniores (foto FCI)
Dino Salvoldi guiderà le nazionali della pista elite e degli juniores (foto FCI)
Che ragionamento c’è stato alla base?

Partiamo dalla scelta di Salvoldi, che seguirà la pista uomini e terrà gli juniores. E’ stata fatta proprio in funzione del lavoro che ha fatto in questi tre anni e in prospettiva Los Angeles. Un certo ciclo della gestione di Villa sta terminando. Soprattutto nei prossimi due anni, Ganna, Milan e Consonni daranno precedenza alla strada, mentre Salvoldi conosce un ventaglio di corridori, più o meno 8-10 elementi ormai competitivi, con cui lavorare per arrivare al 2028. Poi è chiaro che se Milan, che è il più giovane del vecchio quartetto, dice che gli piacerebbe venire a Los Angeles, benvenga. Lui può fare la differenza e dà la garanzia di lottare anche per la medaglia d’oro.

Salvoldi però terrà anche gli juniores, i ruoli sono compatibili?

Il feedback delle società sul suo lavoro è positivo, quindi credo sia giusto che prosegua. Logicamente avrà dei collaboratori che lo sostituiranno quando gli impegni con gli elite lo terranno lontano, però penso che abbia dimostrato di saper lavorare con professionalità e i risultati si sono visti.

Come nasce l’idea di mettere Villa al posto di Bennati?

Serve per dare continuità al suo lavoro con un gruppo di ragazzi che su certi percorsi sono fra i migliori al mondo. E a livello di cronometro, Villa ha l’esperienza per lavorare bene. Sulla scelta di non confermare Bennati, ne avrete sentite di tutti i colori, però la scelta è stata fatta agli europei su pista, quando il presidente Dagnoni ha preso la decisione finale. Daniele si è sentito preso in giro, ma le cose non sono andate come lui immagina.

E’ stato difficile convincere Villa? Si dice che fosse turbato.

Sicuramente è onorato, però ha il cuore sempre sulla pista, tant’è che l’abbiamo lasciato sulle donne assieme a Bragato. La scelta di Diego ha una logica, perché ha fatto con loro il percorso da Tokyo a Parigi e secondo me il gruppo donne è quello che può arrivare a Los Angeles con grandissime ambizioni. La logica, il filo conduttore del progetto ha come focus l’obiettivo delle prossime Olimpiadi. Per una federazione sono l’evento più importante, visto anche il sostegno che abbiamo dal CONI e da Sport e Salute.

Dopo i grandissimi successi su pista con le nazionali elite e delle donne, per Villa si apre il capitolo complesso e affascinante della strada pro’
Dopo i grandissimi successi su pista con le nazionali elite e delle donne, per Villa si apre il capitolo complesso e affascinante della strada pro’
Il fatto di mettere Villa sulla strada e non scegliere qualcun altro preso dall’esterno, come pure i doppi incarichi di Salvoldi e Bragato può essere conveniente anche dal punto di vista economico?

Ai conti si deve guardare, soprattutto con le novità che ci sono. Si parla di affitti che adesso le Federazioni devono iniziare a pagare a Sport e Salute, di costi che non erano preventivati. Sicuramente risparmiare ci consente di investire sull’attività e sulle squadre nazionali, però la scelta di Marco ha la sua logica e la capiremo nei prossimi anni.

Cosa può portare Villa porti nel mondo della strada?

Nella pista è riuscito ad amalgamare un gruppo di atleti e sarebbe fondamentale ripeterlo sulla strada. Negli anni di Martini, la nazionale si ritrovava con corridori come Moser, Saronni, Baronchelli, Battaglin e tutti gli altri. Alfredo era grande nel creare lo spirito di squadra, che oggi è sempre più difficile. Gli atleti hanno il preparatore, il nutrizionista e la squadra che fa i programmi, è cambiato il modo di interpretare il ciclismo. Serve uno che riesca a tenere un filo conduttore quotidiano e nel giorno della gara sia capace di deciderne l’impostazione. Prima era diverso, c’erano le premondiali e un sistema molto meno complesso.

Invece adesso?

C’è un’evoluzione, un cambiamento veramente impressionante del ciclismo. Al punto che anche la Federazione e i suoi tecnici devono adeguarsi al cambiamento. Ci rimproverano il fatto di non vedere la nazionale correre più spesso in Italia, ma a cosa servirebbe? Con chi saremmo potuti andare oggi a Laigueglia, visto che più o meno i migliori ci saranno tutti con le loro squadre? Abbiamo investito quando si è trattato di far correre i ragazzi della Gazprom rimasti senza squadra, ma la maglia azzurra è importante e non avrebbe senso fare delle squadre solo per rappresentanza

Tornando per un attimo alla pista, finora Villa ha avuto il controllo su tutto. Aver nominato Salvoldi, Bragato e Quaranta commissari tecnici dipende dal fatto che loro sono cresciuti nel ruolo oppure Villa sarà meno disponibile?

Entrambe le cose, perché secondo me Marco non si è ancora reso conto di quale sia l’impegno del tecnico della strada. Però dall’altra parte c’è stata una crescita enorme, sia di Quaranta sia di Bragato, che rimane il responsabile del team performance. In questi tre anni, quel gruppo è cresciuto in maniera considerevole ed è sempre più apprezzato dai tecnici. Hanno capito la necessità di lavorare con una programmazione e Diego ha la visione a 360 gradi delle varie necessità. Per questo avere accanto Villa è una necessità. Con loro due, le donne sono in mani sicure. Sia da un punto di vista di programmazione sia di selezione e attività che faranno.

Non sarebbe la mancanza di risultati, ma i rapporti non più buoni con Dagnoni la causa della mancata riconferma di Bennati (foto Limago)
Non sarebbe la mancanza di risultati, ma i rapporti non più buoni con Dagnoni la causa della mancata riconferma di Bennati (foto Limago)
Mentre Quaranta?

Credo che promuoverlo sia stato giusto e dovuto. Il presidente ha riconosciuto lavoro che ha fatto e che sta facendo con i velocisti. Gli ultimi mondiali e gli europei hanno dato conferma di una crescita di gara in gara. E’ chiaro che avvicinandosi ai vertici mondiali del team sprint, d’ora in poi i progressi saranno meno evidenti, però ci sono. La qualificazione a Los Angeles è un obiettivo fattibile, come ci eravamo prefissati quando siamo partiti.

Sono venute conferme invece per U23 e fuoristrada: non era necessario metterci mano, tutto sommato…

Amadori è un grande conoscitore del mondo under 23, credo sia giusto averlo confermato. Anzi sicuramente è quello che in questo momento di difficoltà nel trovare le giuste come collaborazione con le squadre, può giocare un ruolo decisivo. Quanto alle nazionali fuoristrada, Pontoni ha lavorato in modo molto positivo, lo dicono i risultati. E anche Celestino è arrivato bene alle Olimpiadi e solo a sfortuna ci ha tolto una medaglia con Braidot. Però sta costruendo qualcosa di importante con i giovani e sta portando avanti un bel lavoro.

Poco fa hai detto che se ne sono sentite tante, forse anche troppe: perché non andare più avanti con Bennati?

A Daniele non posso rimproverare niente, ha fatto tutto quello che doveva in modo professionale in rapporto al momento del ciclismo italiano, cui manca un corridore alla Colbrelli, che stava crescendo in maniera importante. Noto che in questo inizio di stagione alcuni nostri ragazzi stanno venendo fiori con il piglio giusto. Parlo di Ciccone al UAE Tour, Tiberi che all’Algarve ha fatto una cronometro veramente bella e anche Piganzoli. I buoni corridori li abbiamo e sono adatti al mondiale del Rwanda. Ma se in un mondiale come quello ti trovi Evenepoel oppure Pogacar, sia su strada sia nella crono che è durissima, c’è poco da programmare. Non parto mai battuto, però la storia ci insegna che quando ci sono di mezzo questi atleti, diventa difficile.

Hai dichiarato che Bennati a un certo punto non fosse più in sintonia con la Federazione, eppure quando si è trattato di lasciare spazio a Viviani nella gara su strada delle Olimpiadi, non ha fatto un fiato.

Io credo che il suo fosse lo spirito giusto, cioè quello di onorare sempre la maglia azzurra, anche se a Zurigo il comportamento dei corridori non è stato proprio così. Sull’aver fatto spazio a Viviani, non posso dire nulla: è stato bravo e alla fine i risultati ci hanno dato ragione. Quando parlo di sintonia con la Federazione, parlo di sintonia col presidente. Più un fatto di rapporti personali che alla fine non c’erano più.

Bragato, la performance e la pista donne: Los Angeles nel mirino

01.03.2025
7 min
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Fra le novità di maggior rilievo nei nuovi incarichi della nazionale, accanto a Salvoldi che torna nel giro olimpico con la pista degli uomini, c’è la promozione di Diego Bragato alla guida del settore femminile. Il trevigiano, che da qualche anno è il responsabile del Team Performance della Federazione, sale un gradino importante della sua progressione personale. Riceve in eredità il gruppo protagonista di europei, mondiali e Olimpiadi e dovrà portarlo fino a Los Angeles 2028.

«Era già da un po’ che parlavo con Amadio – racconta all’indomani di una giornata di test a Montichiari – e un giorno mi chiese, qualora la struttura tecnica fosse stata confermata, se me la sentissi di fare un salto in avanti. Gli ho sempre risposto di sì, ma chiedevo anche chi si sarebbe fatto carico di quello che stavo già facendo. C’è tutto il gruppo performance da gestire e io ci tenevo che il lavoro proseguisse bene».

Il nuovo disegno della nazionali porta la firma di Amadio: sua l’intuizione di investire su Bragato
Il nuovo disegno della nazionali porta la firma di Amadio: sua l’intuizione di investire su Bragato
E lui?

Mi ha detto che avrei potuto continuare a farlo. Mi ha permesso di rinforzare la parte performance, quindi posso delegare ancora di più. I ragazzi sono cresciuti e quindi potremo affrontarlo. Io terrò il ruolo di coordinamento, perché ho l’esperienza trasversale che gli altri ancora devono crearsi. Sono molto bravi nei vari settori, ma l’esperienza trasversale e il rapporto con i commissari tecnici l’ho costruito io negli anni

Cosa cambia invece per te in quanto commissario tecnico?

La responsabilità, perché è un gruppo da cui ci si aspetta tanto. Nelle dinamiche cambia poco, perché con loro c’erano già rapporti consolidati. Daremo continuità a quello che già c’era. Sono certo che per la gestione del budget, l’organizzazione delle trasferte e le scelte tecniche continuerò a confrontarmi con Marco (Villa, ndr). Sono cose che prima gestiva lui, adesso devo pensarci anch’io e quindi sono dinamiche su cui mi devo inserire.

La pista delle donne è passata dalla gestione rigida di Salvoldi a quella più libera, ma non meno ferma di Villa. Quale sarà la mano di Bragato?

Come stile, io sono più vicino a Marco, perché ho collaborato con lui per più di dieci anni e condivido la sua filosofia e io suoi metodi. Conosco bene anche il lavoro di Dino, perché ho lavorato al suo fianco. Probabilmente sono a metà strada tra l’uno e l’altro. Quindi parecchio dialogo e disciplina, ma nessuna imposizione.

Anche perché si tratta di un gruppo che già funziona…

Esatto. Mi piace puntare sul dialogo, sulla crescita della persona anche sul piano professionale. Quindi mi aspetto che le ragazze, quelle che ci sono già e quelle che cresceranno, si prendano la responsabilità del loro percorso. Io vigilerò, ma non sarò di sicuro il capo che le comanda.

La collaborazione fra Villa e Bragato prosegue: Marco sarà il supervisore della pista donne, Diego il cittì
La collaborazione fra Villa e Bragato prosegue: Marco sarà il supervisore della pista donne, Diego il cittì
Abbiamo un gruppo forte e ancora giovane. Pensi che i prossimi quattro anni saranno nel segno del gruppo che c’è già o si dovrà ragionare di ricambio?

No, il gruppo è quello di Parigi. Sarà un quadriennio di consapevolezza e di realizzazione di quello che si meritano, perché valgono molto. A Parigi abbiamo preso l’oro nella madison e siamo andati vicini alla medaglia del quartetto e la meritavano. Secondo me in questo quadriennio è giusto che possano fare il salto di qualità, perché sono certo che a Los Angeles andremo da protagonisti. Inseriremo eventualmente qualche junior fortissima, però parto da questo gruppo.

Insomma non è un caso che siano venute tutte agli europei?

Non so quali siano le parole giuste per dirlo. Una delle cose belle che Villa mi lascia in eredità, pur restando per fortuna al mio fianco, è la creazione del gruppo. Quello che è riuscito a fare con gli uomini, si sta verificando con le donne. Un gruppo che crede nel progetto e se ne prende la responsabilità. Soprattutto le ragazze che hanno vinto la medaglia, parlo di Consonni e Guazzini, hanno fatto un salto di qualità mentale e di responsabilità che ha motivato tutte le altre. Sono state loro le prime a spingere perché si andasse agli europei a prenderci qualche rivincita.

Sono cose di cui avete parlato?

Abbiamo condiviso questo ragionamento con loro, ne abbiamo parlato anche agli europei. Partiamo da questo entusiasmo, dal credere nel progetto perché è ciò che ci terrà sul pezzo per quattro anni. Sono loro le prime a voler arrivare competitive a Los Angeles e noi alimenteremo questo fuoco.

Del gruppo fa parte anche Federica Venturelli?

Federica è giovane, ma la consideriamo già dentro il gruppo. Ne faceva parte anche prima di Parigi. C’era per il Mondiale, ha lavorato con le altre. All’europeo sarebbe dovuta venire, ma si è fatta male. E’ parte del gruppo al 100 per cento.

Gli europei di Zolder non possono cancellare Parigi, ma lanciano la rincorsa verso Los Angeles
Gli europei di Zolder non possono cancellare Parigi, ma lanciano la rincorsa verso Los Angeles
Villa passava giornate intere in velodromo, tu abiti lontano da Montichiari. Come imposterai il lavoro?

In questi giorni stiamo parlando del budget per impostare poi l’attività. Già prima ero molto a Montichiari, almeno due o tre giorni a settimana. Continuerò ad esserci, ma programmerò di più gli interventi. Non abito lì, devo spostarmi, per cui avrò un programma ben strutturato. Marco mi darà una mano, i collaboratori come Masotti sono sul pezzo. La mia intenzione è quella di inserire anche le professionalità del gruppo performance, per portare ancora di più il lato scientifico. Avremo una squadra per coprire molto bene l’attività e programmare gli appuntamenti.

Ci sarà da recuperare l’entusiasmo di Elisa Balsamo per la pista, dopo l’uscita malinconica dalle Olimpiadi?

Con le ragazze ho sempre avuto un buon dialogo e ci tengo che rimanga. Elisa fa parte del gruppo e sa di esserlo. Era programmato e dichiarato che agli europei non sarebbe venuta. Ha una primavera importante che l’aspetta., è giusto che si concentri su questo.

Fra le novità, oltre al budget e i programmi, ci sono i rapporti da tenere con le squadre. Hai già pensato a come fare?

Sia a livello elite che juniores vorrei una connessione stretta con i manager. Con i preparatori l’avevo già, perché ogni volta che Villa andava in giro a parlare di programmi, io andavo con lui ed entravo nel tecnico con i miei colleghi. Per le squadre giovanili siamo in fase di costruzione. Abbiamo cominciato facendo i test nei giorni scorsi, ma vorrei che la nazionale diventasse un riferimento per le squadre. Io sono convinto che la Federazione e il gruppo performance diventeranno un valore aggiunto per le società italiane e anche per le squadre di livello WorldTour che faranno riferimento a noi.

Parliamo di te adesso: quanto è bello essere arrivato a questo incarico, come coronamento di un percorso?

Sicuramente è molto bello. Negli anni avevo quasi messo da parte l’idea, perché il discorso performance mi piace e mi vedevo più in quella direzione. Quando però è tornata fuori questa possibilità, ho accettato subito. Sono contento e mi motiva. Devo riprendere in mano tutta una parte di formazione su me stesso, cose nuove che devo fare e su cui devo crescere. Devo imparare a gestire un nuovo ruolo.

Elisa Balsamo fa parte del gruppo pista di Bragato, anche se ora la sua priorità è la strada
Elisa Balsamo fa parte del gruppo pista di Bragato, anche se ora la sua priorità è la strada
E’ prevista la tua presenza a qualche gara anche su strada come osservatore?

Mi è stato chiesto e comunque è nel mio stile quello di cercare di fare da collante. Un po’ per il mio ruolo nel gruppo performance e un po’ perché intendo far gruppo con gli altri tecnici. Sono già in contatto con Velo, l’ho invitato a seguire i test a Montichiari. Ci siamo già detti che andremo a vedere delle gare assieme, anche qualcosa di gare giovanili. L’obiettivo è trasmettere il messaggio reale che strada, crono e pista si muovono assieme e le società hanno un riferimento nella Federazione.

L’ultima e poi ti lasciamo in pace. Da amico, sei contento che Elia Viviani abbia trovato posto alla Lotto e non sia stato inserito nei quadri federali?

Elia lo vedo a pieno nei quadri federali, sarebbe una persona importante e azzeccata nelle dinamiche. Ma essendo soprattutto suo amico, sapevo quanto ci tenesse a continuare, quindi sono stato contentissimo per lui. Gli darò supporto per la preparazione, perché l’ho seguito in tutti questi anni e mi ha chiesto di dare continuità al lavoro. Sono contento di essere ancora al suo fianco, perché un campione come lui merita di scrivere la sua carriera.

Ha ancora qualcosa da dare?

Ne sono certo. Deve avere la mentalità che ha avuto a Parigi, cioè quella che Marco Villa ha definito di un 18enne che non aveva paura di lavorare sodo. Con questo approccio che gli appartiene, c’è ancora da dare. E soprattutto è in una squadra che ha capito cosa può fare e quindi secondo me si divertirà e darà un bel senso a questa stagione.

Il pranzo della Liquigas, ritorno alle origini del ciclismo di oggi

05.12.2024
5 min
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E’ ormai un decennio che a fine stagione ciclistica i “vecchi” del Team Liquigas si rivedono a un pranzo per confrontarsi, raccontare le reciproche esperienze e lasciarsi andare ai ricordi. Un appuntamento fisso, al quale ogni componente non vuole mai rinunciare, nonostante ci siano ancora impegni e già il telefono è rovente per preparare la nuova stagione. Perché non è un caso se molti di loro sono rimasti nel mondo del ciclismo e sono andati a spargere esperienza in altri team del WorldTour.

Il Team Liquigas ha corso dal 2005 al 2012, poi altri due anni come Cannondale
Il Team Liquigas ha corso dal 2005 al 2012, poi altri due anni come Cannondale

Un gruppo ancora unito

Chi ha fatto una scelta diversa, ma solo sotto certi aspetti è Roberto Amadio, attuale team manager delle squadre nazionali ma per 8 anni alla guida del team, che a questo evento tiene in maniera particolare.

«Abbiamo deciso di rivederci praticamente appena abbiamo chiuso le nostre carriere – spiega – ma è stato un fatto conseguente a tutto quello che avevamo stretto in quegli anni. Infatti sin da subito si era creato un gruppo unito che ci ha portato a rimanere legati negli anni. Nel corso della stagione ci sentiamo spesso, ci messaggiamo, fra chi è nell’ambiente e chi ne è uscito. Quest’anno poi abbiamo deciso di rivederci a Cellatica per andare in visita alla Casa Museo della Fondazione Paolo e Carolina Zani, è stato un momento intenso e carico di ricordi».

Una delle sale della bellissima Casa Museo di Cellatica (foto Mariotti)
Una delle sale della bellissima Casa Museo di Cellatica (foto Mariotti)
Che cos’è che ha reso quell’esperienza così importante, radicata nel tempo?

Io credo che la risposta sia da cercare nel come quell’esperienza è nata. Venne creata una struttura che era alla base del team, fatta di dirigenti e professionisti seri e molto competenti nel loro settore. Per avere tutto al massimo, dal punto di vista meccanico, logistico e non solo. Era stato formato un personale altamente qualificato e quello è fondamentale, perché i corridori vincono e passano, ma la gente che lavora nel team resta. Ed è lì che si è formato il nocciolo duro del team e che era alla base dei successi.

Sembra la ricetta ideale del ciclismo moderno, dove le prestazioni nascono dall’impegno del preparatore, del nutrizionista, dello psicologo…

E’ vero, si può dire che abbiamo precorso i tempi con la nostra esperienza. Ricordo ad esempio che allora venne introdotto proprio dal nostro team il concetto dell’allenamento in quota, allora ancora nessuno lo faceva. L’idea di base era di mettere il corridore nelle condizioni di rendere al 100 per cento. Era un bel gruppo, solido, profondamente legato, infatti in quel decennio che ho trascorso in squadra le persone che facevano parte dello staff erano pressoché le stesse. Questo contribuiva perché si formasse un gruppo di amici per il quale andare alle corse era una festa e questo valeva per gli stessi corridori.

Roberto Amadio con Jonathan Milan, è la festa per il bronzo olimpico del quartetto, una delle perle della sua gestione
Roberto Amadio con Jonathan Milan, è la festa per il bronzo olimpico del quartetto, una delle perle della sua gestione
Quel metodo si è tramandato nel tempo?

Sicuramente e noi, ognuno nel proprio ambito, ognuno nel proprio cammino abbiamo contribuito a diffonderlo. Se guardate bene ci sono tanti aspetti che si rivedono in tutti i team di oggi: la cura del calendario, la crescita graduale di un atleta sia nelle sue prestazioni ma anche a livello umano. Sono cose che oggi sono nella prassi, allora no, era una metodologia in fieri.

Hai cercato di metterla in pratica anche in un ambito completamente diverso come quello della nazionale…

E’ vero, ma è un processo lento, graduale perché parliamo di qualcosa di profondamente differente, non c’è quella quotidianità che vivi in un team, dove anche quando non corri insieme, non sei in ritiro, comunque attraverso il telefono e gli altri strumenti sei collegato. La Federazione è poi un sistema a comparti chiusi, ognuno lavora nel suo ambito con il suo staff, ma io ho pensato che si poteva portare intanto quella mentalità famigliare e al contempo professionale. Il concetto che si fa parte di una squadra unica, a prescindere da quale sia la disciplina in esame. Tutti ne facciamo parte e credo che le soddisfazioni che abbiamo vissuto in molte occasioni, in qualsiasi categoria, siano figlie di quel lavoro comune.

Che atmosfera c’è in quei momenti conviviali?

Sembra che non ci siamo mai lasciati e che torniamo i ragazzi di allora. Poi il tempo passa, c’è chi va in pensione ma viene comunque spesso chiamato in causa, chi invece dopo aver chiuso con il lavoro vuole giustamente dedicarsi ad altro, vedi Dario Mariuzzo e Luigino Moro che sono andati in pensione quest’anno. Così si finisce che chi ha chiuso prende in giro chi invece deve ancora tirare la carretta… E immancabilmente si finisce con il brindisi a suon di «Zigo-Zigo, Zigo-Zigo! Mi no pago, mi no pago! Hey hey hey – Hey hey hey!». Ora lo fanno in tanti team perché lo abbiamo esportato noi, ad esempio Sagan lo aveva inculcato nella Bora Hansgrohe e quando vincono festeggiano con il canto mutuato da noi. Ma è meglio la versione veneta inventata da Dario…

Se riguardi indietro alla tua esperienza in Liquigas quale giorno ti viene in mente come il più felice?

E come si fa a sceglierne uno? Abbiamo vissuto e partecipato a tante vittorie, tante imprese, basti pensare la Vuelta di Nibali, ma anche le vittorie al Tour di Sagan. E’ come se fossero tutte foto ricordo da mettere assieme in un album immaginario, che io custodisco gelosamente nella mia memoria perché quando vinceva uno, vincevamo tutti e ognuno di noi le sente come vittorie proprie.

EDITORIALE / Bugno e il ciclismo valgono più di 30.000 euro

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Se avessero voluto gratificare Gianni Bugno, sarebbe stato meglio riconoscergli un incarico federale. Ne avrebbe il carisma, la competenza e persino il diritto: lo ha dimostrato con il lavoro svolto per il CPA. Invece gli offrirono dei soldi, trentamila euro, ma non si è capito a che titolo. Il presidente Dagnoni dice che non fu Bugno a portargli lo sponsor TCI Led, quindi nulla gli era dovuto. Lo stesso Bugno dice di aver semplicemente creato un contatto, per il quale non era previsto compenso. E allora perché offrirglieli? Forse perché un uomo così sarebbe diventato una spina nel fianco più rumorosa di Norma Gimondi, che lasciò la Federazione con un rimbombo che si disperse rapidamente? In ogni caso Gianni li rifiutò e si ritrovò contro il palazzo.

Si torna ad anni impegnativi. Nel marzo del 2022 Gianni ricevette la notizia che chiuse per forza una pagina della sua vita. Non avrebbe più potuto pilotare l’elicottero, il mestiere che più amava: come dover nuovamente smettere di correre. Cinque mesi dopo, casualmente oppure no e nel pieno della bufera sulle provvigioni irlandesi, Bugno ricevette il messaggio del presidente federale che gli proponeva l’incontro di cui si è raccontato pochi giorni fa nella conferenza stampa di Monza.

L’avvocato Alessi e Moreno Argentin nella conferenza di Roma successiva all’annullamento della Adriatica Ionica Race
L’avvocato Alessi e Argentin nella conferenza di Roma successiva all’annullamento della Adriatica Ionica Race

La conferenza di Monza

Un evento, quest’ultimo, organizzato con l’avvocato Alessi: lo stesso che di recente aveva assistito Moreno Argentin nella spinosa vicenda della Adriatica Ionica Race cancellata e l’aveva poi portato al tavolo di un altro incontro con i giornalisti, cui intervenne anche Bugno. Di fronte, questa volta meno additato, ugualmente il presidente federale Dagnoni e la sua gestione.

Un evento sulla cui utilità ci si potrebbe persino interrogare, dato che la procura federale ha archiviato l’inchiesta sulla delicata vicenda, senza aver ascoltato Bugno. E senza che la Procura del Coni abbia ritenuto necessario andare a vedere più da vicino, fosse anche per dare al verdetto i crismi per risultare inattaccabile. Una di quelle inchieste aperte per dovere e portate al traguardo senza scossoni, su cui la conferenza di Monza ha voluto riaccendere la luce, prima che sparisca definitivamente alle spalle. Come peraltro nulla si sa del fatto che la Giunta CONI non avrebbe ancora approvato il bilancio consuntivo 2023 della FCI.

Cordiano Dagnoni è diventato presidente FCI nel 2021
Cordiano Dagnoni è diventato presidente FCI nel 2021

Bugno come Cassani

Quello che troviamo triste è il ribaltamento dei ruoli. Gianni Bugno è stato per anni IL CICLISMO italiano, il campione con cui farsi le foto e da avere accanto come una benedizione. Alla Chateau d’Ax è stato il capitano di Roberto Amadio e di Mario Scirea, entrambi presenti all’appuntamento con Dagnoni ed entrambi citati ripetutamente nella conferenza di Monza. Eppure in questa vicenda dai contorni confusi sono diventati testimoni e attori di una situazione da cui il loro capitano è uscito con le ossa rotte e l’immagine danneggiata. Chissà se si è compreso l’enorme danno fatto al ciclismo, esponendo Gianni a questa situazione.

E’ l’ennesima dimostrazione di un sistema che ha rimandato al mittente il galateo sportivo. Se ne ebbe un primo assaggio alle Olimpiadi di Tokyo, quando nel bel mezzo della festa, il coordinatore delle nazionali Cassani fu rispedito a casa. Di lì a poco ci sarebbe stato da festeggiare lo storico oro del quartetto, reso possibile dalla gestione di Villa e del cittì romagnolo, ma in quelle foto ricordo comparvero altri volti che alcun ruolo ufficiale ebbero in quella storia.

Roberto Amadio e Mario Scirea, team manger FCI e collaboratore tecnico
Roberto Amadio e Mario Scirea, team manger FCI e collaboratore tecnico

Non solo l’eccellenza

Nei giorni scorsi, il Consiglio federale ha approvato i contratti dei tecnici sino a fine 2025. Mancano all’appello soltanto Sangalli, che ha preferito salire sull’ammiraglia della Lidl-Trek, e Bennati, che l’ha saputo dai media prima che a dirglielo fosse lo stesso Amadio. Il contratto del team manager scadrà invece nell’ottobre 2025, qualunque sia il presidente federale che uscirà dalle urne il prossimo gennaio. Certo, il veneziano dovrà sperare che il prossimo eletto – qualora non dovesse essere Dagnoni – abbia con lui un atteggiamento più elegante di quello che venne riservato a Cassani.

Si annunciano settimane faticose, mentre le maglie azzurre vincono sui sentieri degli europei del cross ringraziando la Federazione che li ha messi nelle condizioni di lavorare. Quel che manca è la struttura su cui costruire il futuro: di questo l’attuale gestione non si è preoccupata poi troppo. Ha lavorato più sull’eccellenza che sulle sue radici.

Una settimana dopo, le pagelle olimpiche del team manager

18.08.2024
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Sembra passato un secolo, ma le Olimpiadi si sono chiuse appena da una settimana. Ci saranno ancora storie e approfondimenti, questo però è il momento di fare il punto con Roberto Amadio, team manager della nazionale. I Giochi di Tokyo dell’Italia andarono in archivio con l’oro del quartetto e i bronzi di Viviani nell’omnium ed Elisa Longo Borghini nella gara su strada. Tre anni dopo, Parigi ha portato l’oro di Consonni-Guazzini nella madison, l’argento di Ganna nella crono e quello di Consonni-Viviani nella madison e il bronzo del quartetto. Non ai livelli di Atlanta, ma un bel passo avanti: un allargamento delle medaglie, la presenza del settore velocità e qualche passo indietro su cui ragionare.

La prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella crono
La prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella crono
Amadio, quanto è stato difficile organizzare e mettere insieme tutto quello che serve per un’Olimpiade?

La differenza rispetto a un mondiale, anche se già Glasgow era stato un bel test, è che hai tutte le specialità concentrate nelle stesse due settimane. Quindi devi conciliare le richieste dei vari settori e dei tecnici. Però con l’aiuto del CONI, che ci è stato molto vicino, è andato tutto bene.

Bene in tutti i settori?

Ho visto miglioramenti. Poco fa parlavo con Ghirotto del quarto posto di Braidot nella mountain bike, che ci sta un po’ stretto a causa della foratura nel momento cruciale dell’attacco di Pidcock. Quella poteva essere una medaglia. Nella BMX Race siamo arrivati in semifinale con il nono posto, che conferma che la scelta di Bertagnoli sia stata giusta, come pure l’avvicinamento e il modo in cui abbiamo lavorato. Nella crono, Ganna è sicuramente uno dei migliori atleti al mondo, però non è mai facile fare il giusto avvicinamento, programmarla e arrivare giusti. Poi la pista ci ha dato tante soddisfazioni e devo dire che abbiamo ottenuto dei risultati importanti. In altre specialità forse si poteva fare qualcosa in più, però considerando tutto, direi che è andata molto bene.

Durante gli ultimi due anni si è visto che tutti i settori hanno collaborato con il team performance di Diego Bragato.

Stavo arrivando proprio lì. E’ un tipo di lavoro che abbiamo esteso a tutti e ha permesso di seguire una certa programmazione, un certo tipo di allenamenti e di preparazione atletica, non solo limitati alla bici. Come si è visto dai risultati, anche le altre nazionali hanno lavorato così. Per arrivare a questi risultati, a certi tempi, non puoi tralasciare assolutamente niente. Devi crescere sui materiali, sulla preparazione, sull’alimentazione e anche sull’aspetto psicologico. Insomma abbiamo curato ogni dettaglio. In più c’è stato scambio di programmi e idee, che secondo me è positivo per la crescita dei vari settori.

Marco Villa ha espresso il desiderio di una squadra italiana in cui i ragazzi italiani possano essere valorizzati nel modo giusto. E’ un auspicio oppure un progetto?

Diciamo che sta diventando una necessità. Strada e pista possono andare a braccetto e lo abbiamo dimostrato. Anzi, il lavoro su pista va a beneficio della strada e viceversa. Purtroppo in Italia, ma anche nelle squadre, si dà priorità alla strada e anche gli atleti a questo punto vedono solo quel tipo di sbocco. Invece secondo me se ci fosse una squadra italiana di un certo livello, non sarebbe utile solo a Villa, ma a tutto il movimento. Dobbiamo ricreare una mentalità vincente nei nostri atleti. Il fatto che i migliori siano sparsi nelle varie squadre WorldTour e purtroppo siano quasi sempre sacrificati a favore di altri capitani fa perdere quell’attitudine. E di riflesso nelle competizioni internazionali, ci troviamo spesso in difficoltà.

Villa, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italiano
Villa, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italiano
E’ necessario e sta diventando un progetto, oppure è necessario ma rimarrà un auspicio?

E’ necessario e ce lo diciamo da anni, ma i progetti non sono facili, perché comunque ci vogliono molti soldi. Serve anche un percorso per arrivare a una squadra WorldTour. Anche se avessi i soldi subito, la licenza non arriverebbe automaticamente. Forse c’è bisogno anche di un intervento politico e non solo per il ciclismo. Tutti gli sport professionistici in Italia sono in difficoltà a livello di sponsorizzazioni. Quindi sarebbe opportuno avere una squadra di matrice nazionale che dia la possibilità di supportare i nostri ragazzi affinché facciano l’attività che meritano. Vediamo se potrà nascere qualcosa.

Gli australiani hanno polverizzato il record del quartetto, noi siamo peggiorati rispetto a Tokyo.

Villa ha parlato con i tecnici australiani. Per fare 3’40” devi allenarti assieme a lungo e fare un certo percorso. Loro sono stati insieme per dieci settimane, quindi più di due mesi a preparare solo la pista. Il nostro quartetto maschile è riuscito a farlo per una quindicina di giorni e il problema viene fuori anche con le donne. Anzi, forse è stato più complicato che con gli uomini. Anche quel quarto posto ci sta stretto. Al di là dell’incidente che ha avuto la Balsamo, che è stata bravissima a recuperare ed essere presente, quello è un quartetto che poteva puntare tranquillamente al podio.

Si va avanti ancora con il gruppo della Valcar. Tolte Paternoster e Fidanza, le altre ragazze di Parigi venivano tutte dalla stessa squadra che permetteva loro di lavorare in sintonia fra strada e pista.

Ed è l’esempio perfetto di cosa significherebbe avere una squadra italiana costruita in questo modo. Fino a quando erano tutte in una squadra che collaborava con la Federazione, c’era un percorso condiviso. Lavoravano su pista e ugualmente su strada vincevano corse a livello internazionale. Poi con l’esplosione del WorldTour femminile, perché davvero è stata un’esplosione, le cose sono cambiate di colpo. Dobbiamo arrivare ad avere un team, sia uomini sia donne, che possa raggruppare tutte le nostre migliori. Come accade in diverse strutture WorldTour europee.

Perché secondo te, nonostante le bici nuove, i body nuovi e tutto quello che s’è fatto, il nostro quartetto è andato più piano che a Tokyo?

Perché non hanno lavorato come prima di Tokyo, non ne hanno avuto la possibilità. Il 3’43” che hanno fatto è un tempo di tutto rispetto, alla pari dell’Inghilterra. Pensavamo che il 3’42” dell’Australia fosse il loro massimo, invece hanno stampato un 3’40” e, se lo rifacevano, magari miglioravano ancora. Vuol dire che hanno veramente preparato questo quartetto in maniera perfetta. Per fare quei tempi, devi spingere un dente in più e quindi devi lavorare di più in palestra. Noi non l’abbiamo potuto fare, perché abbiamo tre atleti di squadre WorldTour che giustamente devono fare l’attività su strada, perché sono stipendiati dai loro team.

Aver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madison
Aver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madison
Restando sulle ragazze, l’anno scorso dopo Glasgow fu necessario fermarsi e fare il punto, richiamandole a una maggior presenza. Come ti sembra che sia andata?

E’ un gruppo giovane che può benissimo arrivare a Los Angeles, con l’ambizione di essere protagonista. Lo ha dimostrato anche il quartetto americano, con Dygert e Faulkner che hanno fatto la prova su strada e subito dopo sono andate a prendersi l’oro su pista. Però anche loro hanno lavorato più di un mese e mezzo dedicandosi più alla pista che alla strada e qui torniamo al discorso di prima. L’attività su strada è sempre più intensa, il calendario femminile ormai è pari a quello maschile, ma ci sono meno atlete. C’è da parlare con le squadre di appartenenza, con i manager, con le ragazze stesse. Se hanno la volontà di arrivare a Los Angeles, bisognerà programmare un po’ meglio e avere una disponibilità maggiore per fare un quartetto da podio, perché ci sono andate vicinissime. Hanno lavorato tutti assieme veramente per pochissimi giorni. Per contro, aver fatto il Giro d’Italia ha funzionato bene per le prove di fondo come la madison, in cui le azzurre hanno dimostrato di essere superiori a tutte.

Che cosa ha rappresentato per te vedere Viviani vincere quest’ultima medaglia olimpica?

E’ un risultato importante, perché a causa del numero limitato di atleti, abbiamo dovuto fare delle scelte forti. Con un atleta in meno a disposizione, significava che i quattro del quartetto avrebbero dovuto fare tutte le prove di endurance, quindi anche l’omnium e la madison. Avrebbe significato lasciare fuori un corridore come Viviani, che nelle ultime due Olimpiadi aveva già dato un oro e un bronzo nell’omnium. Conoscendo la sua professionalità e grazie anche a Bennati che ha capito la nostra richiesta, l’operazione ci ha dato ragione. Che Elia avesse la gamba si era visto anche nell’omnium e nella madison ha tirato fuori veramente il massimo. Anche Consonni è stato bravissimo, perché ripartire dopo la caduta e tenere quei ritmi non era facile. Consideriamo che l’americana è stata corsa oltre i 60 di media per 50 chilometri!

Viviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di gara
Viviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di gara
Peccato per la caduta…

A quelle velocità, Elia ha fatto quattro giri da solo a tutta. Subito dopo, a cinque giri dalla fine, ha fatto un grande recupero, rimettendosi in gioco per la volata finale. Però bisogna anche dire che Leitao e Oliveira sono andati fortissimo, hanno fatto un finale veramente incredibile. Forse nel caos della caduta, abbiamo perso di vista la situazione dei punti. Non si è capito che i portoghesi stessero recuperando in modo importante e perdere a quel punto il filo della corsa è stato fatale. Però i nostri sono stati bravissimi. Elia ha corso in maniera impeccabile, una madison da maestro. Meritava un gran finale come quello.

Cosa ne pensa Elia? «Un onore, ma il focus resta la pista»

27.04.2024
7 min
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Se la partecipazione di Viviani alla prova su strada di Parigi è un’opzione sul tavolo, che cosa ne pensa il diretto interessato? Le parole di Amadio dicono e non dicono: la decisione non è stata presa, ma si capisce che se ne stia parlando. E se la logica olimpica è quella di privilegiare le specialità con le più elevate possibilità di medaglia, è chiaro che la pista sia un passo avanti. Le ultime grandi corse maschili le abbiamo vinte fra il 2021 e il 2022 con Colbrelli ed è difficile indicare i nomi di chi potrebbe portarci una medaglia. Stando così le cose, la presenza di Viviani su strada sarebbe funzionale al suo impiego teoricamente più redditizio su pista. Come detto più volte, siamo nel campo delle ipotesi, però manca così poco alle Olimpiadi, che un eventuale cambio di programma dovrebbe avvenire nel giro di poche settimane. Per contro, che cosa penserà Bennati che ha a disposizione soltanto tre posti e fra questi uno potrebbe essere quello di Viviani e un altro potrebbe essere necessario riservarlo a un cronoman?

Viviani è a Livigno per il primo blocco di lavoro in vista dei Giochi (in apertura foto Instagram nella galleria del vento del Politecnico di Milano). Quando è arrivato la settimana scorsa per la presentazione delle tappe del Giro, nevicava ancora ed è riuscito ad allenarsi un solo giorno. Ieri, quando lo abbiamo sentito, c’erano 6-7 gradi e una bella giornata. Gli impianti sono aperti per le ultime sciate, grazie anche alla neve artificiale, ma in bici si va alla grande. Perciò, dopo aver girato dei video, il campione olimpico di Rio 2016 ha fatto due ore di ciclomulino ad alta intensità e poi palestra.

Viviani_Oro_omnium_rio2016
Viviani ha vinto l’oro olimpico dell’omnium a Rio 2016
Viviani_Oro_omnium_rio2016
Viviani ha vinto l’oro olimpico dell’omnium a Rio 2016
Avevamo fatto un’intervista in cui non sapevi ancora se saresti andato al Giro e ipotizzavi una preparazione da pistard puro…

In quell’occasione, avevo spiegato che c’erano due modi per arrivare a Parigi. Uno era il Giro, l’altro era quello di puntare sui lavori specifici. Quando sono uscito dalla squadra del Giro, restava solo la seconda possibilità.

Poi è uscita la scelta della Danimarca per Morkov e ci siamo chiesti se non possa essere una via da seguire anche con te. Amadio dice che è una delle ipotesi sul tavolo e che ancora non è deciso niente. Ma poniamo che vada in porto, che Viviani potremmo aspettarci?

Non potrei essere competitivo, almeno nel senso di ottenere un risultato. E’ ovvio che sono un stradista e la mia preparazione per le Olimpiadi conterrà comunque delle corse a tappe. Come dissi l’altra volta, in ogni blocco di lavoro continuerò a fare la mia distanza, però è un’Olimpiade con 90 corridori, è utopistico pensare che si possa fare un risultato su strada. Quindi è ovvio che l’opzione di correre la strada mi vedrebbe competitivo, ma i miei obiettivi all’Olimpiade sono l’omnium e l’americana. Sarebbe un’opzione per liberare il posto in più che ci servirebbe su pista. Potrei svolgere un ruolo di supporto. Sappiamo che l’Olimpiade può essere una gara pazza, quindi è ovvio che non arriverò impreparato. Le distanze, se farò l’Olimpiade su strada, al posto di essere di 4-5 ore, saranno di 6, perché comunque la corsa è di 270 e passa chilometri.

Questa caduta alla Roubaix ha impedito a Viviani di rendere bene in pista a Milton
Questa caduta alla Roubaix ha impedito a Viviani di rendere bene in pista a Milton
Anche senza Giro si potrebbe arrivarci pronti?

Non mi preoccupa in termini di fatica, nel senso che abbiamo analizzato che le tempistiche di recupero ci sono. Il mio omnium è cinque giorni dopo la strada, non l’indomani o due giorni come l’inseguimento a squadre. Però penso che nel ciclismo moderno sia chiaro a tutti che in una corsa di 90 corridori, se Van der Poel e quelli come lui si preparano per bene, possono fare quel che vogliono. Ci sarà selezione, non vedo un arrivo allo sprint.

Quindi non è un fatto di Elia che dal 2019 non vince un certo tipo di corse o che non fa il Giro d’Italia. E’ proprio una situazione oggettiva legata alla corsa, a prescindere dalla preparazione?

Sì, secondo me sì. Credo che anche quell’Elia in questo ciclismo non sarebbe competitivo per una medaglia su strada. Spalmati in 273 chilometri, 3.000 metri di dislivello non sembrano tanti, però sono più di un Fiandre che ne ha 2.600. Quindi c’è lo spazio per fare un disastro, aggiungendo il fatto che si corre senza compagni. Se Olanda, Belgio e altre due Nazioni che corrono in quattro ne portano uno a testa per tirare, si mettono là, lasciano andare la classica fuga e poi tirano per 200 chilometri, allora viene una corsa normale. Se invece portano quattro semi punte e non mettono nessuno a tirare, succede come a Londra, che arrivarono quelli partiti per primi.

Quindi volendo giocare con le ipotesi, il ruolo di Viviani in una corsa del genere sarebbe proprio quello di dare una mano agli altri due a tappare i buchi finché si può?

Assolutamente.

Le prestazioni di Viviani a Milton sono state condizionate dalle corse del pavé (foto Instagram)
Le prestazioni di Viviani a Milton sono state condizionate dalle corse del pavé (foto Instagram)
Pensi che sarebbe il caso di andare a vedere il percorso?

Non so, a dire la verità e proprio a dimostrazione che è ancora un’opzione, se Bennati abbia pianificato una “recon” o no. Non so se glielo avete chiesto, io non lo so. La mia idea è che al momento abbiamo una carta per la medaglia ed è una super giornata di Bettiol. Poi il Benna farà le sue valutazioni, ovviamente è lui il cittì. Però guardando le classiche, abbiamo avuto un exploit di Mozzato. Ha dimostrato che dopo 270 chilometri, a coprirsi bene, può sprintare con un gruppo di 5-6-7 corridori. Però alla fine Bettiol ha dimostrato ancora una volta che quando ha giornate come alla Milano-Torino, può dire la sua.

Quando si è ventilata questa opzione, tu che cosa hai pensato?

Sarei contentissimo, se dovesse andare in questa direzione. Alla fine, dopo Londra sarebbe la mia seconda partecipazione all’Olimpiade su strada: è un onore ed è bellissimo. Dall’altra parte sono consapevole del fatto che la mia medaglia può arrivare nell’omnium, quindi io devo essere pronto al 100 per cento per quello, perché è lì che voglio riprendere l’oro. E’ ovvio però che un’Olimpiade su strada merita rispetto, non parteciperei tanto per partire. D’altra parte è ovvio che se entro in una fuga di venti corridori all’inizio, non posso essere nelle condizioni che dopo cinque ore mi si spegne la luce. Quindi è ovvio che la mia preparazione conterrà anche delle giornate da sei, sei ore e mezza, perché so che una classica da 260 chilometri ha bisogno di quelle ore lì. Per il resto però il mio avvicinamento avrà lavori specifici rivolti alla pista. Sto lavorando già, questo è il primo blocco. Parliamo di lavori di 20 secondi, 30 secondi, un minuto, due minuti, tre minuti ad alta intensità, a cui abbinerò delle distanze. Comunque le mie 20-25 ore a settimana su strada le faccio, non sono chiuso in pista sette giorni su sette. Qui a Livigno faccio 16 giorni e non scenderò mai a Montichiari.

La campagna del Nord si è conclusa e ora Viviani è al lavoro in quota a LIvigno
La campagna del Nord si è conclusa e ora Viviani è al lavoro in quota a LIvigno
Il programma prevede delle corse a tappe?

Senza la gara su strada, dopo il Giro di Ungheria avrei due mesi di lavoro nel velodromo e arriverei alle Olimpiadi con tanta pista e solo allenamenti su strada. Con una possibile gara su strada, è ovvio che il mio calendario dovrebbe cambiare. Sicuramente non farò il Tour, però potrei aggiungerne una fra il Delfinato e la Svizzera, oppure l’Austria. Devo guardare bene il calendario della squadra, per analizzare con loro quali corse a tappe posso fare. La verità è che per una gara così, serve un avvicinamento di qualità, quindi Delfinato o Svizzera. Anche se sono dure, probabilmente sono quelle che mi aiuterebbero a raggiungere la resistenza che serve.

Sarebbe utile saperlo prima possibile?

A maggio faccio sicuramente Ungheria e Norvegia. Poi mi aggrego agli altri che arrivano dal Giro e facciamo il secondo blocco di altura. In quel periodo c’è da decidere, fra giugno e luglio, ma prima lo sappiamo e meglio è. Credo che tutti, anche Amadio, stiano aspettando che il Benna abbia le idee più chiare sui tre nomi, in modo da metterli sul banco e capire le chance che abbiamo. Questo è lo scenario e spero che quando verrà presa una decisione, venga anche comunicata, in modo che tutti siamo consapevoli.

Viviani ha già corso un’Olimpiade su strada, a Londra 2012, chiudendo al 38° posto
Viviani ha già corso un’Olimpiade su strada, a Londra 2012, chiudendo al 38° posto
Fare quella gara di 273 chilometri prima della tua ultima Olimpiade in pista è un vantaggio o uno svantaggio?

Non penso che possa essere funzionale in termini di resistenza. Potrebbe aiutarmi un Giro d’Italia, non la gara di un giorno. Dall’altra parte però non penso che andrà a incidere sul mio percorso da pistard. Ho i miei schemi. Devo arrivare all’8 agosto avendo nelle gambe i lavori che mi servono per quelle tre volte da 15 minuti delle prime tre prove dell’omnium e la mezz’ora di della corsa a punti. Il livello di resistenza lo devo tenere alto, perché è quello che permette a noi stradisti fare la differenza nella corsa a punti, come è successo a Tokyo. Ero fuori dalle medaglie, invece la corsa a punti me l’ha rimesso al collo. Sono certo che arriverò all’8 di agosto avendo fatto tutto quello che devo per l’omnium. E fare cinque giorni prima la gara su strada non mi creerà nessun problema.

Amadio: «Viviani su strada a Parigi, un ipotesi allo studio»

27.04.2024
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«Viviani nella prova su strada è un’ipotesi sul tavolo. C’è massima collaborazione fra i tecnici, continuiamo a fare riunioni tutti assieme per quanto riguarda strada, pista e crono non solo per le Olimpiadi. Vediamo un po’ come prosegue la preparazione di tutti, come proseguono le corse, compreso il Giro d’Italia…».

Roberto Amadio, con cui avevamo già parlato di convocazioni olimpiche, risponde dopo aver messo le mani avanti sul fatto che il termine ultimo per le iscrizioni degli atleti per le Olimpiadi è il prossimo 7 luglio. I tecnici quindi hanno tempo sino alla fine di giugno per fare le loro valutazioni, ma a questo punto serve fare un passo indietro.

Nell’ultima intervista fatta con Elia Viviani, il veronese ci aveva fatto capire che non avrebbe fatto il Giro e che di conseguenza la sua preparazione per l’omnium di Parigi sarebbe stata da puro pistard. Tutto dalle sue parole lasciava intuire che potesse essere lui la riserva per i quattro titolari del quartetto.

Viviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Qui due anni dopo con Amadio e l’amministratore Dal Lago, scomparso nel 2022
Viviani è passato nel 2010 alla Liquigas. Qui con Amadio e l’amministratore Dal Lago, scomparso nel 2022

La svolta danese

Pochi giorni dopo, la Danimarca ha annunciato che per consentire a Morkov di difendere il suo titolo olimpico della madison, lo avrebbero convocato anche su strada, dato che le quote limitate di atleti impongono la partecipazione a più di una specialità. I danesi, come noi, puntano all’oro del quartetto e Morkov evidentemente non offre le necessarie garanzie.

A quel punto, nell’editoriale del 15 aprile ci chiedemmo se spostando su strada uno dei pistard, Villa non avrebbe avuto la chance di convocare un uomo in più per il quartetto. Non era una domanda per caso: sappiamo che i tempi fatti registrare da Manlio Moro nell’inseguimento a squadre sono di tutto rispetto, per cui spostando Viviani anche nella prova su strada, si aprirebbe un varco per lui. Anche la Gazzetta dello Sport ha unito i puntini e un paio di giorni fa ha iniziato a parlarne.

Il tema è importante. Alle Olimpiadi si guarda alle medaglie e non alla loro provenienza. E’ chiaro però che correndo la prova su strada con soli tre uomini, quali garanzie avrà Bennati, se Elia non potrà fare il Giro d’Italia? Il Viviani del 2019 sarebbe stato la prima scelta per il percorso di Parigi, ma quegli anni sono lontani. Per questo abbiamo chiamato Amadio, il team manager della nazionale.

Viviani Europei 2019
Il Viviani del 2019 era capace di vincere classiche e titoli: qui nell’europeo. Poi si è dedicato di più alla pista
Viviani Europei 2019
Il Viviani del 2019 era capace di vincere classiche e titoli: qui nell’europeo. Poi si è dedicato di più alla pista
Restiamo nel campo delle ipotesi, attenendoci ai pochi dati oggettivi. Hai parlato di Giro d’Italia e Viviani non lo farà. Farebbe la strada tanto per firmare il foglio di partenza o con legittime aspirazioni?

E’ logico che nell’ipotesi che corresse su strada, sarà pronto. A differenza di quanto accade con i quartetti che iniziano due giorni dopo la gara su strada, con l’omnium abbiamo quasi una settimana di tempo per riprendere il colpo di pedale della pista. I tempi stretti sono il motivo per cui sarebbe problematico schierare Milan e Ganna nella gara su strada. Pippo invece fa la crono e ha quasi nove giorni di tempo per recuperare. E’ chiaro che come Federazione facciamo le valutazioni concrete sulle migliori prospettive di fare risultato. Anche perché noi abbiamo la qualifica anche nella madison e non possiamo presentarci con chi non l’ha mai fatta. Comunque sono valutazioni che sto facendo assieme ai tecnici. E poi, come ho detto, dopo il Giro, tra fine giugno e i primi di luglio, tireremo la linea.

Quindi se doveste decidere per Viviani su strada, sarebbe possibile intervenire sulla sua preparazione? Villa è in contatto con Cioni per questo aspetto?

Il fatto che Elia debba correre una gara a tappe prima di Parigi, che non sarà però il Giro, servirà indipendentemente dalla possibilità di correre la strada. L’omnium sono quattro prove, una ogni due ore, e anche l’americana dura 50 chilometri, quindi è necessario avere un bel fondo. Nel vasto calendario dell’UCI, credo che la Ineos troverà sicuramente la corsa più idonea, confrontandosi con Elia e con Villa, per capire quale sia la miglior soluzione. Indipendentemente da quello che sarà il programma.

La crescita di Moro potrebbe aver convinto Villa di Volerlo come supporto per il quartetto
La crescita di Moro potrebbe aver convinto Villa di Volerlo come supporto per il quartetto
Sempre restando nel campo delle ipotesi, tu Elia l’hai cresciuto alla Liquigas, pensi che andrebbe a fare la gara su strada solo per onore di firma oppure come sempre si impegnerebbe per tirare fuori il meglio?

Si impegnerebbe al 100 per cento, non lo metto neanche in discussione. E anche Bennati sa benissimo che in questa eventualità può farci affidamento. Elia lo conosciamo tutti. E’ chiaro che qui si torna a un discorso di programmazione del calendario delle Olimpiadi, che presenta problemi, non solo per gli uomini, ma anche per le ragazze. Noi abbiamo una Balsamo che su quel percorso potrebbe essere protagonista, come pure nel quartetto. Anche qui dovremo fare sicuramente delle scelte mirate, cercando di capire se fare entrambe le prove o sceglierne una. Alla fine è sempre l’atleta professionista, come Viviani ma anche come Elisa, che capisce fino a dove può arrivare e quello che può fare. Io ho molta fiducia anche in loro e ne parliamo tranquillamente ad ogni occasione.

Giusto mercoledì al Gran Premio della Liberazione, il cittì delle donne Sangalli ci ha detto che fra dieci giorni andrà a Parigi con un gruppo di atlete proprio perché possano valutare il percorso. Non dovrebbero farlo anche Bennati e Viviani, secondo te?

Questa è una programmazione fatta da Paolo (Sangalli, ndr). Io credo che Daniele sappia quali sono i nomi fra cui scegliere, per cui il fatto di andare con gli atleti è una decisione che deve prendere lui. Credo però che voglia aspettare un attimo, capire il Giro e soprattutto chi farà il Tour. Perché il Tour secondo me per chi vuole vincere le Olimpiadi è un passaggio quasi obbligato. E’ fatto a pennello, finisce una settimana prima. E poi fra uomini e donne c’è anche una differenza di modo di correre.

Amadio è sicuro della piena collaborazione fra Viviani e Villa, qui al via della Sanremo
Amadio è sicuro della piena collaborazione fra Viviani e Villa, qui al via della Sanremo
Cioè?

Ho visto alla Liegi di domenica scorsa, che fino a 20 chilometri all’arrivo c’erano ancora 40 ragazze che se la giocavano e la Liegi è una corsa dura. Quindi trovo corretto il fatto di fare una valutazione del percorso con le atlete, proprio perché è un altro tipo di interpretazione e di sviluppo anche della corsa. Le possibilità di un gruppetto di una quindicina di elementi che arrivino in volata è molto concreta, a differenza degli uomini fra cui secondo me ci sarà una selezione molto più definita. Di certo i soliti fenomeni saranno lì a lottare, ma secondo me non parliamo di 20-30-40 corridori che arrivano in volata.

Infatti non è semplice mettersi nei panni di Bennati, che può scegliere solo tre uomini e magari si chiederà a quale livello potrà correre Viviani.

Ma qui torniamo al discorso che l’Olimpiade è una manifestazione che va oltre il discorso tecnico, a differenza di un europeo e di un mondiale, dove le scelte sono mirate a ottenere il meglio nelle singole prove. Qui è un calderone in cui dobbiamo gestire un numero limitato di atleti per fare un certo numero di specialità. Non dimentichiamo che la Francia andò a Tokyo con Cavagna, che fece due chilometri nella prova su strada e poi si fermò, dato che puntava solo alla crono. Quello che bisogna far capire alla gente è che le Olimpiadi vanno oltre i discorsi comuni cui siamo abituati. Però ci stiamo ragionando, ci stiamo lavorando, abbiamo già fatto parecchie riunioni e stiamo andando avanti su tutti i fronti.

Parigi, le medaglie, i tecnici, le scelte: Amadio, come si fa?

27.03.2024
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E’ comprensibile che, guardando alle Olimpiadi di Parigi, ciascun tecnico voglia per sé gli atleti migliori. Pertanto è comprensibile che lunedì Marco Villa si sia irrigidito davanti all’ipotesi, appena sussurrata, che Elisa Balsamo possa essere dirottata sulla strada o portata a fare sia strada sia pista. In realtà Diego Bragato, responsabile del settore performance della FCI, ha spiegato in modo semplice ed efficace che il doppio impegno sia un grosso rischio: due giorni per recuperare sono pochi. Così se l’eventualità è stata esclusa da un pezzo per Ganna e Milan, si dovrà ragionare anche per le donne. Il quartetto è una costruzione particolare e spietata. Immaginare di avere uno degli atleti in condizioni poco meno che perfette dà i brividi. Per contro, privare la strada di una campionessa del mondo (lasciamo fuori dal discorso Chiara Consonni per non aggiungere altra carne al fuoco) sarebbe un duro colpo per Sangalli.

Dato che ciascun tecnico vuole per sé gli atleti migliori, la distribuzione degli azzurri non sarà lasciata alle valutazioni individuali, ma vedrà il team manager Roberto Amadio nei panni del mediatore. E dato che si parla di Olimpiadi, anche il CONI dirà la sua ed è chiaro che i criteri siano diversi da quelli di mondiali ed europei. Si ragiona giustamente per medaglie, per cui a un certo punto la ragion di stato prevarrà sulle ambizioni personali di tecnici e atleti. Perciò, per arricchire il punto di vista e dargli un’altra profondità, abbiamo affrontato la questione con Amadio.

Roberto Amadio è dal 2021 team manager delle nazionali: debuttò alle Olimpiadi di Tokyo
Roberto Amadio è dal 2021 team manager delle nazionali: debuttò alle Olimpiadi di Tokyo
Allora Roberto, come la mettiamo?

La valutazione tecnica fra uomini e donne è diversa, avete ragione. Anche il modo di interpretare le corse femminili è diverso da quello maschile. Ci sono molte più possibilità che arrivi un gruppetto senza la selezione ben definita che potrebbe verificarsi fra gli uomini. Un po’ per la distanza, un po’ per il percorso, un po’ per i fenomeni che vediamo in questo momento e che possono accendere la corsa in qualsiasi momento. Con le donne è diverso, ma credo sia ancora presto per immaginare degli scenari. Perché ci sono ancora delle classiche che possono offrire spunti. E poi soprattutto sono convinto che deve essere l’atleta a esprimere la propria convinzione di poter far bene, qual è la sua ambizione. Per cui vedremo, sono situazioni diverse che valuteremo.

Immaginiamo sia una valutazione complessa.

Abbastanza. La Federazione e di conseguenza il CONI valuteranno anche in base a quante possibilità abbiamo di andare a medaglia in una specialità piuttosto che in un’altra. Questo è chiarissimo e taglia tutti i discorsi. Per ora tuttavia direi di aspettare, lasciare ancora del tempo e far passare le classiche che sto osservando molto bene, immaginando quali situazioni potrebbero ripetersi eventualmente a Parigi. Visto il percorso, immagino che ancora una volta alle Olimpiadi verranno fuori atleti di fondo.

E’ complicato tenere in equilibrio i vari settori?

In realtà qua il vero problema è il modo di lavorare dell’UCI. Prima si riempiono la bocca con la multidisciplina e poi fanno di tutto perché alle Olimpiadi non si possa metterla in atto. Se la prova su strada fosse stata cinque giorni prima o una settimana prima, tutti questi problemi non ci sarebbero stati. L’interazione fra settori funziona e la dimostrazione sono Milan, Ganna, Consonni e tutte le ragazze che fanno pista e vincono su strada. Ma non si può mettere in difficoltà una specialità o l’altra perché viene fatto un calendario che rende impossibile farle entrambe. Soprattutto gli uomini come possono fare un inseguimento a squadre due giorni dopo una corsa di 290 chilometri, sapendo di dover fare 3’43” – 3’44” in qualificazione per essere fra primi quattro? Il tema è questo.

La Gand-Wevelgem donne di domenica è stata un primo momento di osservazione
La Gand-Wevelgem donne di domenica è stata un primo momento di osservazione
Il calendario di Tokyo infatti era migliore, invece a partire dagli ultimi mondiali di Glasgow è cambiato qualcosa in peggio…

Infatti il problema non è del CIO, ma dell’UCI.

La Federazione avrebbe potuto opporsi a questo calendario nel momento in cui è uscito?

Lo sapete come fanno, no? Tirano fuori il calendario quando è stato approvato ed è impossibile modificarlo.

Immagini di fare una riunione con tutti i tecnici per affrontare l’argomento?

Ho già fatto due riunioni tutti assieme dove abbiamo preso delle decisioni. Ne farò un’altra a breve, dove faremo il punto su Parigi, sui mondiali e gli europei. Faccio sempre le riunioni assieme a tutti, perché comunque sono tutti coinvolti, visto il tipo di atleti che abbiamo soprattutto per quanto riguarda pista, strada e crono. Poi ci sono complicazioni ulteriori a livello di iscrizione e partecipazione all’Olimpiade. Hanno ridotto di un’unità tutte le specialità per rimanere dentro il numero degli atleti, quindi se a Tokyo avevamo cinque atleti in competizione e uno fuori che poteva subentrare, a Parigi ne abbiamo quattro in gara più uno a disposizione. Per cui alla fine siamo penalizzati noi che abbiamo un numero di atleti superiore. Non è facile, sono giorni che lotto per capire come incastrare tutte le cose.

Nella recente ricognizione a Parigi, Velo, Bennati e Sangalli: tecnici di crono, strada pro’ e strada donne
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Certo non è facile mettersi nei panni dei singoli tecnici, che devono rinunciare ad atleti potenzialmente competitivi…

Li capisco, però voglio ribadire che per le Olimpiadi, a differenza del mondiale e degli europei, in cui i tecnici fanno le loro valutazioni specifiche, si fanno scelte per il bene della nazionale, della Federazione e del CONI. Questo deve essere percepito anche dalla gente. Saranno fatte valutazioni con delle logiche precise e ce ne prenderemo la responsabilità. Che vada bene o vada male, ci siamo abituati. Se andrà bene, il merito sarà di qualcun altro. Se andrà male, si sa di chi è la colpa. Ma questo onestamente è l’ultimo dei miei problemi.