Paul Seixas

Giovanissimi al Tour: Seixas come Sagan? Sentiamo Amadio

09.05.2026
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E’ notizia ufficiale che Paul Seixas farà il Tour de France. In Francia sono letteralmente impazziti. Eppure un sondaggio proposto da CyclismeActu, noto media d’Oltralpe, tra i suoi lettori, raccontava altro: quasi due terzi degli utenti erano contrari alla partecipazione del giovanissimo talento della Decathlon-CMA.

Ma poi c’erano le voci. Christian Prudhomme, direttore della Grand Boucle, era equilibrato nelle sue dichiarazioni, ma sotto sotto lo voleva eccome. Mentre Tadej Pogacar era già sicuro che ci sarebbe stato. E che ci sarebbe anche dovuto essere. Solo Bernard Hinault si era detto contrario. Qualche malalingua ha detto perché avrebbe perso il record di essere stato l’ultimo francese ad aver vinto il Tour de France. Ma non è assolutamente così. Hinault era il primo a tifare i vari Pinot e Bardet ai tempi.

Un tema che noi abbiamo voluto girare a Roberto Amadio, oggi commissario tecnico della nazionale, un tempo team manager dell’ultima grandissima squadra italiana, la Liquigas. All’epoca Amadio si ritrovò in parte nella stessa situazione dei dirigenti Decathlon.

Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso
Nonostante le sue doti Amadio portò Sagan al Tour al terzo anno da pro’
Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso
Nonostante le sue doti Amadio portò Sagan al Tour al terzo anno da pro’
Roberto, dunque come andò con Peter Sagan?

Sicuramente all’epoca avevamo meno pressioni, primo perché Sagan non era uomo da classifica e poi neanche era francese. Ma lo stesso Sagan, Nibali, Moser e tutti i giovani che sono stati con noi hanno avuto un percorso alla vecchia maniera. Quindi più regolare, progressivo. Nei primi due anni nessuna grande corsa a tappe. Poi la Vuelta al terzo anno e quindi gli altri grandi Giri. Ecco, proprio Peter esordì al termine del secondo anno alla Vuelta. Ma perché era Sagan. Vinse tre tappe e la maglia verde. Seixas si propone come uomo da classifica. Sono due concetti estremamente diversi.

E la cosa si fa ancora più dura per il giovane francese…

Tre settimane di corsa sono ben diverse da quello che abbiamo visto ai Paesi Baschi o comunque nelle corse di una settimana che ha disputato sin qui. E anche il livello è differente.

Cosa cambia?

Tutto: come approcciare i grandi Giri, gestire il recupero, la squadra, la fatica… la corsa. Avrà una squadra forte suppongo. Loro sono migliorati molto, ma non so se potrà avere qualcuno che possa fare la corsa parallela. Insomma un altro leader. L’esempio più classico fu con Nibali vicino al più maturo Basso. Per carità, alla fine ci vogliono le gambe ma anche l’esperienza conta. L’esperienza per gestire i momenti più difficili.

La grandeur del Tour (e anche gli sforzi fisici di tre settimane) potrebbero essere troppo anche per Seixas (foto ASO/Aurélien Vialatte)
La grandeur del Tour (e anche gli sforzi fisici di tre settimane) potrebbero essere troppo anche per Seixas (foto ASO/Aurélien Vialatte)
Tu porteresti un co-leader insomma?

Io adesso non conosco bene l’obiettivo della Decathlon-CMA e se davvero vorranno fare classifica con Seixas, ma si sta dimostrando una delle migliori squadre assieme alla Red Bull-Bora e alla UAE Emirates. E’ un po’ la squadra rivelazione. Hanno fatto un grande cambio di mentalità, a prescindere da Seixas. E questo aspetto, anche nella gestione e nello sviluppo dei materiali, è una cosa nuova per le squadre francesi. Senza dubbio è un elemento positivo per Seixas.

Quindi è un rischio…

Dipende dagli obiettivi. Se non vado per la classifica si può anche tentare. Altrimenti se vado per vincere la cosa si complica. Se vado per fare esperienza, punto a vincere una o due tappe simboliche o anche a una top 10 nella generale dico di sì. Si può provare anche con un ragazzo così giovane. Ma se davvero lo portano per vincere qualche perplessità mi viene. A 19 anni, anche se fortissimo, troverà squadre e atleti agguerriti. E’ il Tour de France.

Questo è un ciclismo che non aspetta. Hanno uno forte, forte: lo buttano dentro…

Un percorso di crescita graduale per me ci vuole sempre. Di contro, Seixas ha detto che ci sarà, ma non ha specificato cosa vuole fare…

I francesi adoravano Peter Sagan, anche quando non andava più fortissimo. Figuriamoci cosa può accadere con un loro connazionale
I francesi adoravano Peter Sagan, anche quando non andava più fortissimo. Figuriamoci cosa può accadere con un loro connazionale
L’ambizione non gli manca (sembra che sia stato proprio lui ad imporsi per fare il Tour). I francesi vogliono che vinca, parliamoci chiaro.

Quello è il problema. Se non va bene vi immaginate le critiche… anche se è giovanissimo? Non è solo il risultato finale che conta. Mi sembra che questo ciclismo bruci le tappe. Dopo tre anni, se un ragazzo non ha fatto bene, via col giovane successivo. Un risultato negativo può influire negativamente sul resto della sua carriera. Per questo un co-leader gli farebbe comodo.

Okay, ma oggettivamente chi potrebbe essere un co-leader di quello spessore? Il migliore che hanno è Felix Gall ed è qui al Giro d’Italia

Gall può fare l’accoppiata Giro e Tour e così può stare vicino a Seixas. Portarlo o non portarlo: servono idee chiare. La prima: conoscere bene l’obiettivo. La seconda: che squadra da mettergli attorno. Terzo: la consapevolezza dell’approccio mediatico. Quest’ultimo aspetto sarà importantissimo, sarà devastante per lui. Seixas il Tour non lo ha mai fatto e non può sapere cosa lo attende. Anche da questo punto di vista la squadra lo deve tutelare. Un altro capitano, anche se marginalmente, dividerebbe la pressione… che per Seixas sarà altissima.

Con Peter come andò in tal senso? Vi ritrovaste a fare i conti con più attenzione mediatica di quanta ve ne aspettavate?

Va detto che Peter era bravissimo su queste cose. Al di là del ciclista lui era un personaggio. Personaggio vero, autentico. E lo è stato sin da subito. Aveva una naturalezza incredibile. Non pensava quello che diceva… ma lo diceva correttamente. Era spontaneo. Penso ai suoi gesti teatrali quando vinceva. Alle impennate. E poi era forte, veramente un gran corridore. Però torno a ripetere, perché il nocciolo della questione è questo: è diverso combattere per la maglia verde, anche se al primo anno come fece Peter, che per la generale. E’ una gestione di squadra completamente diversa. Anche se poi, a quei tempi, in Liquigas correvamo sia per la classifica sia per le tappe.

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas
Seixas a tutta dietro Pogacar: Amadio apprezza questa spregiudicatezza sportiva del francese
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Seixas a tutta dietro Pogacar: Amadio apprezza questa spregiudicatezza sportiva del francese
Cosa ti piace di questo ragazzo, Roberto?

Che è entusiasmante, non ha paura… Al primo anno da professionista uno così è tanta roba.

Da ex team manager e visti i tempi attuali, te lo saresti aspettato questo debutto così precoce?

Sì, perché è in una squadra francese. Se fosse stato in un’altra squadra probabilmente avrebbe fatto un altro percorso. Almeno per questo primo anno da professionista.

Tour of the Alps 2026, nazionale, Italia

La nazionale al TotA: un bagaglio di esperienze per il futuro

03.05.2026
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TRENTO (Tn) – Il Tour of the Alps ha rappresentato la corsa d’esordio per la nazionale di Roberto Amadio, il nuovo cittì ha avuto modo di riprendere dimestichezza con l’ammiraglia e vivere il gruppo da dentro. Osservare e prendere appunti, con l’obiettivo di costruire una nazionale forte per affrontare al meglio gli impegni futuri che ci porteranno prima in Canada e poi in Slovenia. 

Ma la presenza dell’Italia alla corsa dell’Euregio era anche un primo passo verso il progetto di cui Marino Amadori ci parla da qualche mese. Aprire le porte della nazionale agli atleti under 23, in modo da permettere loro di fare un’attività di rilievo per preparare i vari obiettivi stagionali. Il primo di questi sarà il Giro Next Gen, del quale non si conosce ancora nulla. 

Tour of the Alps 2026, nazionale, Italia
La nazionale azzurra insieme al presidente della Federciclismo Dagnoni all’ultima tappa del TOTA

Qualcosa di nuovo

Dei sette atleti portati in corsa tra i professionisti sei di loro erano per l’appunto under 23, tutti ragazzi delle formazioni continental che hanno avuto modo di confrontarsi con i professionisti in una delle corse a tappe più impegnative del calendario. 

«Sapevamo di trovare un livello molto alto – ci ha detto Marino Amadori nell’ultima tappa – ma l’intento con il quale siamo venuti qui era chiaro: permettere a questi atleti di fare esperienza su certi percorsi. Durante la stagione under 23, in particolare in Italia, è difficile trovare gare con salite di questo genere. C’è il Giro della Valle d’Aosta o il Giro Next Gen, ma altrimenti non si trovano da nessuna parte».

Fatica e test

Per arrivare pronti agli appuntamenti appena citati dal cittì della nazionale under 23 serve però mettere chilometri nelle gambe e fare un certo tipo di attività. E se è vero che i devo team hanno modo di far correre i loro atleti in queste corse grazie alla regola che permette loro di portarli tra i professionisti, è altrettanto importante dare agli atleti delle formazioni continental la stessa occasione. 

«Permettere a questi atleti – continua Amadori – di mettersi alla prova su salite da 15 o 20 chilometri penso sia utile per la loro crescita futura e la programmazione dei prossimi impegni. Sapevamo che avremmo trovato squadre WorldTour con atleti che stanno preparando il Giro d’Italia, diciamo che i nostri giovani hanno fatto un po’ di dietro motore (ride, ndr). Alcuni di loro hanno fatto registrare i migliori valori sui venti, trenta e quaranta minuti». 

Tour of the Alps 2026, Marino Amadori
Marino Amadori, che ha seguito il TotA dall’ammiraglia, si è detto soddisfatto della prestazione dei suoi ragazzi
Tour of the Alps 2026, Marino Amadori
Marino Amadori, che ha seguito il TotA dall’ammiraglia, si è detto soddisfatto della prestazione dei suoi ragazzi

Costruire

Nell’unica tappa che si è poi dimostrata aperta a diversi scenari, la prima a Innsbruck, i ragazzi della nazionale si sono fatti trovare pronti. L’obiettivo poi era quello di continuare e di portare a termine la settimana di gara, macinando quei chilometri utili per costruire e migliorare ancora in chiave futura. 

«Questi sforzi – spiega il cittì – torneranno utili per le prossime gare e in prospettiva Giro Next Gen. Qualcuno di loro correrà ancora, altri invece ora riposeranno per metabolizzare il lavoro fatto e poi andranno in altura. Per Giro Next Gen e Tour de l’Avenir vedremo come programmare il lavoro della nazionale». 

«Ma sento di poter dire – dice ancora – di aver avuto ottime risposte anche in chiave mondiale ed europeo. Per me era importante vedere come questi ragazzi si sarebbero comportati in un contesto di alto livello, e ne sono soddisfatto. Su certi percorsi misti, come nella prima tappa, eravamo presenti e ho avuto ottimi riscontri». 

Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Roberto Amadio
Pellizzari, qui a colloquio con Amadio, è uno dei ragazzi che ha lavorato di più insieme alla nazionale quando era U23
Tour of the Alps 2026, Giulio Pellizzari, Roberto Amadio
Pellizzari, qui a colloquio con Amadio, è uno dei ragazzi che ha lavorato di più insieme alla nazionale quando era U23

Replicare

Il Tour of the Alps si è poi chiuso con la vittoria di Giulio Pellizzari, che nel corso degli anni da under 23 ha avuto modo di crescere e imparare grazie al lavoro fatto con la nazionale e il cittì Amadori. Un segno che con programmazione, lavoro e i giusti passi, si può arrivare ovunque.

«Ai ragazzi in questi giorni – conclude – ho detto che tanti dei corridori con i quali si sono confrontati in queste tappe sono passati dalla nazionale, facendo ottimi risultati anche in maglia azzurra. Ora sono nel WorldTour, e mi auguro che anche quelli che hanno corso con me qui al Tour of the Alps possano un giorno arrivare nel professionismo e giocarsi le loro chance».

Giro d'Onore FCI 2025, Roma, Roberto Amadio

I primi passi di Amadio nella scia di Bennati e Villa

23.12.2025
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ROMA – Roberto Amadio, nuovo cittì della nazionale dei professionisti, vive il cambiamento con il sorriso ironico di chi non ci aveva proprio pensato. Veneziano di Portogruaro, classe 1963, è stato corridore, poi team manager di varie squadre fino all’ultima Cannondale del 2014. Poi ha fatto l’organizzatore di corse in Argentina.

Nel 2020, quando Cordiano Dagnoni è stato eletto presidente federale, Amadio è diventato il team manager delle nazionali. Le ha strutturate come si fa in un team WorldTour e nel frattempo l’incarico di tecnico azzurro è passato dalle spalle di Cassani a quelle di Bennati e poi per un solo anno a Villa. Quando infine Viviani ha deciso di smettere e si è fatto di lui il nuovo team manager, Villa è stato tolto senza esitazione dall’ammiraglia dei pro’ e al suo posto è salito il veneziano.

«E’ un passaggio facile – ci dice Amadio in occasione del Giro d’Onore della Federazione – perché ritorno a un ruolo tecnico che ho rivestito per tanti anni. Oltretutto essere il cittì della nazionale maggiore è sicuramente un onore. Però non pensavo che sarebbe successo. Adesso che ho iniziato a sentire i ragazzi e a muovermi con le squadre, si è riaccesa la fiammella che avevo un po’ spento e mi sto divertendo. Anche perché (sorride, ndr) passo dal seguire 12 specialità a concentrarmi solo sulla strada, quindi per me è sicuramente un vantaggio».

Come è fatto secondo Amadio il cittì della nazionale?

Innanzitutto è un selezionatore, perché soprattutto adesso gli atleti sono gestiti totalmente da squadre importanti, strutturate dalla A alla Z. Il mio ruolo è quello di capire quali sono i ragazzi che possono adattarsi a un certo tipo di percorso e poi fare con loro un lavoro di avvicinamento e di scelte.

Caruso ci ha detto che lo hai chiamato: quindi sei già all’opera?

Sì, ho già iniziato. Credo che sia importante accendere quella fiammella ai corridori, come appunto a Damiano, dicendogli che potrebbero essere convocati per il mondiale o per l’europeo. E’ importante che ogni tanto ci pensino e soprattutto che siano al corrente della possibilità nel momento della stagione in cui con le squadre parlano dei programmi. Poi è chiaro che si farà la selezione fra chi va più forte, anche in base a chi sarà il leader. Ho fatto un giro di una ventina di atleti. Giovani e meno giovani, per scaldare la voce, per riabituarmi…

Da team manager azzurro hai avuto come cittì Bennati e poi Villa, che cosa hai imparato da queste esperienze?

Sto dando continuità al lavoro fatto da Daniele e da Marco. Il concetto è quello di squadra, che come Italia è sempre la nostra forza. Anche perché contro i fenomeni attuali, il testa a testa lo perdi, quindi per essere protagonista devi cercare di costruire una squadra per inventarti qualcosa. E sto dando continuità soprattutto a quello che ha fatto Marco quest’anno con i giovani. Ne ho sentiti parecchi, molto stimolati. In questo momento, far coincidere gli interessi dei ragazzi, della nazionale e delle squadre non è semplice.

L’ammiraglia non è certo nuova per Amadio, che anche da team manager della Liquigas seguiva le corse dal vivo
L’ammiraglia non è certo nuova per Amadio, che anche da team manager della Liquigas seguiva le corse dal vivo
In questo la tua esperienza di team manager di squadre WorldTour può aiutare?

Mi ricordo benissimo com’era. Io sono sempre stato molto disponibile, non solo con gli atleti ma anche con i mezzi: ho messo a disposizione sempre tutto quello che serviva. E’ chiaro che per ora mi risulta più facile parlare con Guercilena piuttosto che con un manager straniero, perché ci capiamo e abbiamo lo stesso modo di vedere le cose. Però ne ho sentiti tanti, ho approfittato del convegno UCI sul WorldTour per parlare anche con altri manager.

Andandoti a presentare?

Mi conoscono già, ma gli ho detto che sentirò i loro atleti e che mano a mano che ci avvicineremo all’appuntamento inizieremo a intensificare i contatti, per capire meglio il calendario. Ci sarà chi fa la Vuelta e chi corre Quebec e Montreal. Magari loro è bene che rimangano in Canada, visto che il mondiale si corre là, per risparmiarsi di fare avanti e indietro. Ci sono anche un po’ di aspetti tecnici che stiamo perfezionando e che dovremo definire entro maggio e giugno.

Che cosa sappiamo dei percorsi di mondiali ed europei?

Il percorso del mondiale si conosce, è sul circuito di Montreal. La novità è che ci sono 100 chilometri in pianura e poi 12 giri finali sul circuito della gara WorldTour. E’ un percorso impegnativo per i soliti corridori, da Pogacar a Van Der Poel per cui forse è un po’ troppo duro. Noi fra gli altri abbiamo Ciccone e Pellizzari. Vediamo come arriveranno, ma sicuramente possiamo essere protagonisti.

Tre anni per Bennati, uno per Villa. E ora nella gestione di Dagnoni, il ruolo di tecnico azzurro tocca ad Amadio
Tre anni per Bennati, uno per Villa. E ora nella gestione di Dagnoni, il ruolo di tecnico azzurro tocca ad Amadio
E gli europei?

Ho avuto delle indescrizioni e anche lì purtroppo sarà un percorso impegnativo. Saremo vicino a Lubiana, in Slovenia, e credo ci sarà un dislivello importante anche lì. Quindi più o meno si tratterà degli stessi atleti con qualche inserimento nuovo.

Il team manager che parla con Amadio sa di avere davanti un collega e quindi trova più facile parlare chiaramente?

La mia esperienza mi agevola. C’è un rapporto molto schietto, è inutile girare intorno a tanti discorsi. E’ importante avere chiarezza sia con gli atleti sia con le squadre, perché ti permette di individuare subito la strada giusta.

Dovrai stare anche vicino a Viviani in questo suo ruolo di team manager?

Elia è passato professionista con me e ci sentiamo in continuazione. Mi chiama quando ha bisogno e io sono sempre a disposizione. Giustamente però credo sia giusto che porti anche le sue idee il suo modo di lavorare. Io ho lavorato e ragionato come Roberto Amadio, Elia saprà fare la sua strada.

Roberto Amadio, nazionale

Zanatta ci racconta l’Amadio cittì: dai corridori all’ammiraglia

05.12.2025
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Un anno dopo in Federazione sono tornati a mescolare nuovamente le carte, Marco Villa riprende la pista femminile e seguirà il settore delle cronometro. Mentre Elia Viviani è stato nominato team manager per strada e pista, prendendo il posto di Roberto Amadio. Quest’ultimo è diventato il cittì della nazionale maschile. A più di dieci anni di distanza Roberto Amadio tornerà quindi a guidare l’ammiraglia e a gestire le dinamiche di corsa. La novità è interessante, anche se sono da capire i motivi che hanno portato al cambio di guida tecnica. 

Roberto Amadio ritrova un ruolo in ammiraglia dopo gli anni in Liquigas, con un’avventura partita nel 2005 e terminata nel 2014 quando la squadra prese il nome di Cannondale. Una figura che ha lavorato per diverso tempo accanto a lui è quella di Stefano Zanatta, così siamo andati direttamente dal diesse della Polti VisitMalta per farci raccontare i segreti e i particolari dell’Amadio tecnico. 

Roberto Amadio, nazionale, pista, campionato del mondo 1985
Roberto Amadio è stata una figura importante anche su pista, qui ai campionati del mondo del 1985
Roberto Amadio, nazionale, pista, campionato del mondo 1985
Roberto Amadio è stata una figura importante anche su pista, qui ai campionati del mondo del 1985

Di nuovo sulla macchina

Zanatta in questi giorni è alle prese con il percorso del Giro d’Italia, ne sta studiando il percorso e la logistica. La sua squadra non è ancora certa di ottenere la wildcard, anche se sembra esserci qualche certezza in più rispetto allo scorso anno. Basso e i suoi uomini sperano di ottenere una risposta nei primi mesi del 2026, nel frattempo ci si porta un po’ avanti con il lavoro

«Con Amadio ho lavorato tanto negli anni buoni – dice scherzando Stefano Zanatta – penso sia la persona più adatta e ricoprire il ruolo da cittì in questo momento. E’ stato tanti anni nell’ambiente e le dinamiche dell’ammiraglia le conosce bene. Il sistema è cambiato, non c’è dubbio, ma forse per chi ricopre il ruolo di cittì meno. Pensate solamente alle radioline, vero che c’erano anche ai tempi della Liquigas, ma erano strumenti meno potenti e precisi di quelli che ci sono ora».

Liquigas, Daniele Bennati, Roberto Amadio
Una volta terminata l’avventura in bici per Amadio è iniziata quella in ammiraglia con la Liquigas
Liquigas, Daniele Bennati, Roberto Amadio
Una volta terminata l’avventura in bici per Amadio è iniziata quella in ammiraglia con la Liquigas
Avete lavorato gomito a gomito già da quando eravate corridori…

Ci siamo trovati in squadra insieme per la prima volta nel 1987 alla Supermercati Brianzoli-Chateau d’Ax, che poi divenne Chateau d’Ax e abbiamo corso insieme fino al 1990. Poi quando ha iniziato il progetto Liquigas, nel 2005, mi ha chiamato subito con lui in ammiraglia. In dieci anni abbiamo condiviso tantissime esperienze, insomma erano gli anni buoni (ride ancora, ndr). 

Ora gli tocca il ruolo da cittì della nazionale, che ne pensi?

Amadio ha le competenze e le conoscenze dalle quali può attingere per ricoprire al meglio questo nuovo incarico. Gli anni passati in ammiraglia gli torneranno sicuramente utili, senza dimenticare che come team manager della nazionale ha sempre mantenuto vivi i rapporti, anche se con sfumature professionali diverse. 

Liquigas, Giro 2010, da sinistra: Roberto Amadio, Ivan Basso e Stefano Zanatta
Giro d’Italia 2010, da sinistra: Roberto Amadio, Ivan Basso, Stefano Zanatta e Dario Mariuzzo
Liquigas, Giro 2010, da sinistra: Roberto Amadio, Ivan Basso e Stefano Zanatta
Giro d’Italia 2010, da sinistra: Roberto Amadio, Ivan Basso, Stefano Zanatta e Dario Mariuzzo
Quali sono le qualità che ti ricordi di lui in Liquigas?

E’ sempre stato una figura capace di vedere le problematiche e di trovare delle soluzioni adeguate. Inoltre ha una spiccata capacità di vedere le qualità e le caratteristiche di un atleta, sia fisiche che umane. 

In che senso?

Roberto (Amadio, ndr) ha sempre saputo capire se un atleta ha delle doti tecniche e se è in grado di andare di pari passo con le aspettative riposte in lui. Negli anni in Liquigas i corridori hanno sempre dato ciò che ci si sarebbe aspettato, e questo grazie alle scelte dello stesso Amadio. Ora con solamente due appuntamenti di un giorno in calendario sarà più complicato, ma rimango convinto che sia la persona giusta.

Liquigas, Vincenzo Nibali, Roberto Amadio
Amadio negli anni alla Liquigas ha lavorato con grandi atleti, mettendo il dialogo e il confronto al centro
Liquigas, Vincenzo Nibali, Roberto Amadio
Amadio negli anni alla Liquigas ha lavorato con grandi atleti, mettendo il dialogo e il confronto al centro
Lo hai detto anche tu, il ciclismo è cambiato tanto…

Vero, ma lui non è rimasto fuori dal tutto. Adesso le squadre hanno molte più figure al loro interno e si deve interagire con tutte loro, ma in questi anni Amadio lo ha sempre fatto. Inoltre lui ha una dote importante: sa parlare all’atleta e capire se questo vuole seguirlo davvero oppure no

Questo aspetto può tornare utile?

Sicuramente, pensate al prossimo mondiale in Canada. Non sempre i corridori amano fare lunghe trasferte e se non rifiutano lo fanno malvolentieri (lo stesso è accaduto in diverse Federazioni per il mondiale in Rwanda, ndr). Per lui sarà importante partire ora, fare il giro dei vari ritiri e capire con quali atleti iniziare un percorso di avvicinamento. Anche perché a volte gli obiettivi del team e della nazionale non combaciano perfettamente, di conseguenza Amadio dovrà essere bravo a dialogare con tutti.

Amadio negli anni come team manager della nazionale non ha perso la capacità di dialogo e confronto con i vari tecnici
Amadio negli anni come team manager della nazionale non ha perso la capacità di dialogo e confronto con i vari tecnici
E’ stato corridore, diesse, team manager, ha una visione d’insieme sui vari ruoli…

Conosce le dinamiche di ognuno e sa prendersi le responsabilità delle proprie scelte. Non dimentichiamoci che al suo fianco avrà anche gente come Elia Viviani, i due si conoscono dai tempi della Liquigas e hanno lavorato molto insieme. Viviani ha appena concluso la carriera, conosce le dinamiche del gruppo è può dare una mano ad Amadio nel rapportarsi con i giovani. Non è sempre facile rapportarsi con ragazzi di vent’anni. 

Quale lato di Amadio può tornargli utile?

Sa capire cosa ha tra le mani e riesce a dirigerlo al meglio. Ha uno spiccato lato umano, Roberto è grande e grosso ma è buono. Sa essere autoritario ma non evita mail il confronto, ascolta quello che il corridore ha da dire ma sa farsi rispettare e dare le giuste motivazioni per spiegare determinate scelte. Il cammino che inizia ora sembra lungo, ma il tempo passa in fretta e le Olimpiadi del 2028 sono dietro l’angolo. Amadio dovrà essere bravo a creare un gruppo con il quale lavorare anche in ottica impegni futuri. 

Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Il ruolo di team manager verrà ricoperto da Elia Viviani, una figura che può fare da collante tra atleti e cittì
Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Il ruolo di team manager verrà ricoperto da Elia Viviani, una figura che può fare da collante tra atleti e cittì
Portaci in ammiraglia con lui, che tecnico è?

Ha sempre lavorato di istinto in corsa. E’ uno con tempi di reazione davvero brevi, sa stravolgere le tattiche di gara in pochi secondi. Inoltre sa impostare bene la corsa e le dinamiche fin dalla riunione del mattino, aspetto fondamentale se poi una volta abbassata la bandierina non hai più modo di comunicare con gli atleti. 

Sei Giorni di Gand 2025, Elia Viviani, ritiro

EDITORIALE / Le domande su Viviani team manager azzurro

24.11.2025
5 min
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Elia Viviani saluta dalla Sei Giorni di Gand e diventa il nuovo team manager delle nazionali. Prende il posto di Amadio, che prende il posto di Villa. Quest’ultimo lascia la nazionale dei professionisti su strada, tiene le crono e torna a pieno titolo nella pista donne, affiancando Bragato. Lo annuncia il comunicato successivo al Consiglio federale del fine settimana. Nulla cambia per il resto, neppure la sensazione di una architettura suggestiva, ma forse un po’ rischiosa.

Chi sia Viviani non lo scopriamo oggi. Chi scrive lo conosce, lo intervista e ha iniziato a parlarci da quando era un U23. Sarebbe stato bello semmai che negli anni lo avessero scoperto anche altri addetti ai lavori che, ipnotizzati dalla strada, non hanno mai riconosciuto al veronese il prestigio che merita. Elia ha costruito la sua carriera fra pista e strada. Ha sacrificato a volte l’una e più spesso l’altra, diventando però uno dei pochi atleti nella storia dello sport italiano ad aver vinto medaglie in tre diverse edizioni delle Olimpiadi. E’ sempre stato un professionista meticoloso, già da ragazzino stupiva per la concretezza delle risposte e la lucidità nel progettare gli obiettivi. Dopo 16 stagioni da professionista, 90 vittorie su strada (fra cui un titolo europeo), 3 medaglie olimpiche su pista (una d’oro), 11 medaglie ai mondiali su pista (3 d’oro), 22 medaglie agli europei su pista (15 d’oro), avrebbe tutto il diritto di fermarsi, studiare e scegliere la sua strada. E’ pronto per fare il team manager delle nazionali?

L’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessanti
Campionato del mondo Kigali 2025, prova su strada professionisti, Marco Villa e Giulio ciccone, dopo corsa
L’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessanti

Un tutor per Viviani

Magari sì, glielo auguriamo di cuore. Di certo, conoscendolo, Elia non farà mancare l’impegno e cercherà di portare nell’ambiente azzurro le idee e le soluzioni ipotizzate in tanti anni da corridore, osservando e vivendo le realtà delle squadre in cui ha militato. Basta per gestire il movimento azzurro? Avrà un tutor che lo affiancherà? Amadio, che ha ricoperto il ruolo fino ad oggi e da nuovo tecnico della strada non avrà per un bel pezzo giornate frenetiche, si incaricherà della sua formazione? E’ questa la strada più logica e probabilmente il motivo per cui Viviani ha accettato la proposta azzurra. Le scelte dell’ultimo Consiglio federale fanno pensare infatti alla grande voglia di coinvolgerlo e alla necessità conseguente di disporre il resto.

Giusto ieri, Villa ha dichiarato di essere stato sempre consapevole che il suo ruolo di tecnico della strada fosse a tempo determinato. In realtà, in questi mesi ha spesso parlato al futuro: lo faceva immaginando il suo lavoro o quello del futuro tecnico? Quando il 23 febbraio venne annunciato il nuovo assetto delle nazionali, nel non confermare Bennati, le parole del presidente Dagnoni non lasciavano intuire che ci fosse nell’aria un avvicendamento a breve termine. «Il valore indiscusso di Villa – si leggeva nel comunicato – ci ha convinto in questo cambiamento. A lui l’incarico sicuramente più difficile in questa fase storica, ma anche di maggior prestigio».

Forse se Viviani si fosse fermato all’inizio della stagione, l’assetto varato ieri sarebbe stato anticipato di nove mesi. Ma Elia, che ha più volte ribadito di non aver mai pensato di fermarsi senza averci riprovato alle sue regole, ha probabilmente scombussolato i piani di chi lo vedeva già team manager all’inizio del 2025.

Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora Amadio lo aiuterà nel nuovo incarico
Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Amadio ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora lo aiuterà nel nuovo incarico

Amadio e il Consiglio

Roberto Amadio diventa il tecnico dei professionisti: ha l’esperienza per quel ruolo e un parco di azzurri giovani e con personalità tutte da costruire. Rinunciando a lui come manager, la Federazione si indebolisce in un ruolo cruciale oppure è consapevole che Roberto potrà svolgere il doppio incarico, affiancando Viviani. La parte burocratica del lavoro federale non gli è mai piaciuta, alcuni consiglieri si sono spesso lamentati delle sue assenze, ma avendo la pelle dura e sulle spalle l’esperienza da manager di squadre WorldTour, Amadio è riuscito ad arrivare fin qui dai giorni di Tokyo.

Già durante l’estate si sussurrava della volontà di una parte del Consiglio di modificare il suo incarico: va capito se fare di lui il tecnico della nazionale vada considerato una promozione. Non è consuetudine, almeno nel WorldTour, che un team manager diventi direttore sportivo, semmai il contrario: l’esempio di Luca Guercilena è lampante. Di certo la nuova qualifica di Amadio ha liberato spazio per Viviani. A quest’ultimo basterà essere stato un campione per navigare nelle dinamiche della politica federale? Amadio ha ammesso più volte che quando si è abituati a intervenire in modo rapido per superare una necessità, è difficile dover chiedere il permesso a chi non ha neanche la completa consapevolezza del problema. Forse, non avendo alle spalle alcuna esperienza da manager, Viviani troverà meno sconcertante certe dinamiche che per Amadio sono state spesso indigeste.

Campionati del mondo Kigali 2025, Rwanda, Ruanda, Segretario generale FC Marcello Tolu, presidente Cordiano Dagnoni, Lorenzo Finn iridato U23, Gianni Vietri consigliere federale
Da sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere Vietri
Campionati del mondo Kigali 2025, Rwanda, Ruanda, Segretario generale FC Marcello Tolu, presidente Cordiano Dagnoni, Lorenzo Finn iridato U23, Gianni Vietri consigliere federale
Da sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere Vietri

Il passo più lungo

L’inverno in arrivo ci offrirà la possibilità di cercare risposte alle tante domande di questo lunedì freddo e piovoso. Le Olimpiadi di Los Angeles non sono tanto lontane e la pista azzurra è nella delicata situazione di avere più da perdere che da vincere. Siamo arrivati molto in alto e serve un cambio di passo per salire ancora, lavorando sugli atleti e contemporaneamente sullo sviluppo dei materiali. Quanto alla strada, i pochi mesi di gestione di Villa hanno segnato un risveglio di interesse e di entusiasmo. Probabilmente Amadio proseguirà sull’identica strada, avendo condiviso con Villa la maggior parte delle scelte.

Ora il quadro appare stabile. Restiamo dell’avviso che un professionista scrupoloso come Viviani meriterebbe il tempo per studiare e affrontare il mondo del lavoro con una formazione più completa. Accettare questo incarico azzurro è forse il passo più lungo della sua carriera sempre molto controllata. Per fortuna avrà attorno persone consapevoli del suo valore, che lo supporteranno al meglio possibile.

Si va in Rwanda: logistica, hotel, mezzi e costi. Parla Amadio

17.09.2025
5 min
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Il primo mondiale africano della storia del ciclismo, un evento che da diverso tempo tiene banco e che ha fatto parlare molto. Sono state tante le incognite legate al mondiale in Rwanda, che inizierà ufficialmente il 21 settembre, ma che occupa la mente delle varie federazioni da mesi. L’Italia ci andrà con le formazioni elite, quindi donne e uomini, al gran completo. Una scelta arrivata nell’ultimo periodo figlia di alcune scelte federali volte a garantire agli atleti la miglior esperienza possibile. 

Staff contato

Si è parlato tanto di costi, sicuramente quello verso Kiigali è un viaggio lungo che mette i vari manager federali davanti a scelte logistiche importanti. L’Italia partirà questa sera con un primo gruppo tra personale e corridori, altri sono già in Africa e hanno sistemato gli ultimi dettagli (tra loro c’è Italo Mambro della FCI, in Rwanda già da ieri con i suoi colleghi per organizzare la logistica, che ci ha fornito le foto di Kigali). Chi si è occupato dei trasporti e della logistica di questo mondiale in Rwanda è Roberto Amadio, team manager della Federciclismo.

«E’ tutto pronto e prima o poi partono tutti – ci racconta Amadio – purtroppo io non sarò parte della spedizione iridata. Sarà un peccato saltare il primo mondiale africano, ma per una questione di costi è stato scelto di gestire alcune cose da casa. Alla fine conta che ci siano i corridori, quindi oltre a me resterà in Europa anche tutto il gruppo della comunicazione».

La prima parte della spedizione iridata, in partenza oggi, comprende anche i mezzi per le cronometro
La prima parte della spedizione iridata, in partenza oggi, comprende anche i mezzi per le cronometro
Una trasferta a ranghi ridotti…

Rispetto al mondiale in Svizzera ci saranno una quarantina di persone in meno e i costi saranno gli stessi. Zurigo aveva prezzi elevati essendo una delle città più care al mondo, mentre per il Rwanda hanno pesato molto gli extra e i voli.

Cosa ha influito maggiormente sulla logistica?

Le bici ovviamente, avremo una novantina di biciclette da far arrivare. In più ci sono altri materiali di ricambio come le ruote e tutta la parte dei prodotti come gel e barrette. Abbiamo suddiviso le partenze in quattro blocchi: oggi in 34 persone tra staff e atleti delle cronometro. Domani (il 18 settembre, ndr) partono altre 18 persone. Il resto del gruppo con gli atleti per le prove su strada arriverà la settimana successiva.

I costi del viaggio sono elevati, tanto hanno influito le spese extra per spedire materiali e prodotti tecnici
I costi del viaggio sono elevati, tanto hanno influito le spese extra per spedire materiali e prodotti tecnici
Andando in aereo non si può spedire tutto.

Abbiamo trovato il giusto equilibrio tra cosa era necessario trasportare e cosa si poteva anche prendere in loco. Ad esempio i lettini per i massaggi li compreremo a Kigali. Ovviamente le bici devono essere spedite e questo è stato un bel grattacapo perché ci siamo dovuti accordare con la compagnia aerea e dividere tutto il materiale su due voli. Per i soli costi extra bagaglio siamo arrivati a spendere 50.000 euro

Borgo ci parlava di uno scalo ad Addis Abeba. 

Sì, perché voliamo con Ethiopian Airlines. Lo scalo era obbligatorio ed era meglio averlo in Africa piuttosto che in Europa. Ci sono dei voli diretti verso Kigali che partono da Bruxelles e Amsterdam, ma la logistica sarebbe stata molto più complicata. 

Gli azzurri dovranno fare a meno di certi comfort, ad esempio il classico pullman non ci sarà
Gli azzurri dovranno fare a meno di certi comfort, ad esempio il classico pullman non ci sarà
Per l’hotel?

C’era stata data una lista di disponibilità, la cosa evidente è che hanno alzato i prezzi. Noi abbiamo scelto autonomamente affidandoci alla nostra referente lì, una ragazza rwandese che ci ha dato una mano. Abbiamo trovato una via di mezzo tra comodità, logistica e servizi, siamo vicini alle partenze delle prove a cronometro e su strada. Ci siamo dovuti arrangiare per quanto riguarda il cibo.

Come mai?

Perché in Rwanda ci sono molte restrizioni doganali sulla merce che può entrare o meno nel Paese. Il nostro cuoco, che è già a Kigali da un paio di giorni, ha già parlato con l’hotel per avere tutto a disposizione, ma ci siamo arrangiati con quello che si può reperire.

L’UCI fornirà alle federazioni le ammiraglie ufficiali
L’UCI fornirà alle federazioni le ammiraglie ufficiali
Ultima cosa, i mezzi?

Le ammiraglie ufficiali con tanto di portabici le fornisce l’UCI. Noi come federazione abbiamo noleggiato una decina di mezzi per gestire al meglio gli spostamenti. Niente pullman, ovviamente. Ci siamo informati per provare a noleggiare un camper visto che il clima in questi giorni era freddo, ma non ce ne sono. I ragazzi si cambieranno nelle auto o nei furgoni, come quando erano under 23 o juniores. Un po’ di spirito di adattamento non fa mai male.

Amadio: «Non mancano gli atleti, serve attrarre investimenti»

29.08.2025
6 min
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Roberto Amadio in questi giorni si sta alternando tra il lavoro per la Federazione, i risultati ottenuti e le gare che si stanno correndo. In pista la campagna di Apeldoorn e Anadia ha regalato tanti successi, mentre alla Vuelta i nostri atleti si stanno facendo vedere con insistenza. Poi c’è il Tour de l’Avenir, che da ieri è entrato nelle due giornate più dure con le tappe di montagna (in apertura foto Instagram/Tour de l’Avenir). 

«I nomi ci sono – ci anticipa il team manager della Federazione – basta guardare i risultati ottenuti alla Vuelta e prima. La pista si è confermato uno dei fiori all’occhiello del nostro movimento, e anche tra gli under 23 e gli juniores siamo messi bene. Sento parlare di crisi del ciclismo giovanile italiano, dipende da quale punto di vista si guarda il tutto».

I recenti mondiali juniores di Apeldoorn hanno dimostrato che il settore pista è sempre più forte (foto FCI)
I recenti mondiali juniores di Apeldoorn hanno dimostrato che il settore pista è sempre più forte (foto FCI)

Devo team

La riflessione di Amadio anticipa le nostre domande, così ci troviamo subito la strada aperta per instaurare un discorso partito nei giorni del Giro Next Gen e che fa seguito all’editoriale uscito lunedì 25 agosto. Lo spunto per iniziare a parlare di tutto questo arrivò con le parole di Roberto Bressan nel pomeriggio in cui Jakob Omrzel, sloveno del team Bahrain Victorious Development (ex CFT Friuli), ha vinto il Giro Next Gen. «Per noi del CTF – ci disse – diventare devo team era ormai un passo necessario per non scomparire».

«E’ una rivoluzione – commenta Amadio – nata dall’UCI, organo che sta al di sopra delle varie Federazioni nazionali. L’avvento dei team WorldTour e dei devo team è stato un passaggio fondamentale nell’evoluzione del ciclismo. Il fatto che le squadre di vertice possano avere la loro formazione continental (di fatto questo è un devo team, ndr) e che si possano scambiare i corridori ha reso difficile la vita ai nostri team continental che non hanno questa possibilità di sbocco».

La vittoria di Ciccone a San Sebastian, un successo in una corsa di primo livello che mancava da tempo
La vittoria di Ciccone a San Sebastian, un successo in una corsa di primo livello che mancava da tempo
Un ragazzo è attratto dall’idea di correre nei devo team

E’ normale sia così, per ambizioni e per occasioni. Ma questo è un discorso che ha investito tutte le Federazioni. L’Italia è stata maggiormente colpita da tale processo perché ha un sistema basato su formazioni nazionali e regionali. In qualche modo anche Francia e Spagna avevano un sistema simile al nostro.

Con l’eccezione di avere team WorldTour?

Questo fa un’enorme differenza. La Francia ha cinque squadre al massimo livello tra i professionisti, e ognuna di loro ha un devo team. Praticamente hanno più posti che corridori. Quello che è mancato a noi è avere una formazione WorldTour capace di costruire un sistema di sviluppo appetibile. I nostri ragazzi vanno all’estero, non li perdiamo ma sicuramente diventa difficile seguirli. La Federazione però ha fatto tanto. 

In che modo?

A livello juniores e under 23 proponiamo un calendario internazionale importante nel quale corriamo gran parte delle prove di Nations Cup. Oltre a fare attività è anche un modo per permettere ai nostri atleti di correre gare di primo livello. Non è facile riuscire a coordinare il lavoro insieme agli altri team.

Anche perché ci si trova a parlare con squadre di altri Paesi che non hanno a cuore l’interesse della nostra Federazione.

Certamente con loro (i devo team, ndr) il dialogo diventa difficile. Ci troviamo a parlare con tante teste diverse e organizzare gli impegni in modo da avere i corridori è sempre più complicato, in particolare con gli under 23. Per quanto riguarda gli juniores il dialogo è più facile.

La Federazione ha lavorato duramente per permettere agli atleti di tutte le squadre (continental e club) di fare esperienza internazionale (foto Tomasz Smietana)
La Federazione ha lavorato duramente per permettere agli atleti di tutte le squadre (continental e club) di fare esperienza internazionale (foto Tomasz Smietana)
Il rischio è che il prossimo salto porti all’indebolimento delle Federazioni, si dice che dal 2026 il Tour de l’Avenir diventerà una gara per team. 

Noi ci auguriamo di no, questo potrebbe portare a un minor numero di atleti italiani al via. Magari rimarrà lo stesso ma non avranno modo di correre da protagonisti. Servirebbe rafforzare le nostre squadre, ad esempio la scelta di Bevilacqua (MBH Bank-Ballan-CSB, ndr) di diventare professional è lodevole. Non essendo un devo team e non riuscendo ad attrarre corridori di primo livello hanno deciso di fare un salto importante. 

MBH Bank, Biesse-Carrera, CTF, sono squadre che hanno fatto un salto grazie a investimenti stranieri. Da fuori vedono le nostre qualità e investono, da dentro questa cosa non arriva.

Manca la volontà di investire, deve muoversi qualcosa anche a livello politico. Anzi, soprattutto a livello politico. E’ un problema che attanaglia tutto il sistema sport in Italia, serve una politica di defiscalizzazione. Senza questa, e con la crisi economica che viviamo, è difficile pensare a un progetto a lungo termine. 

Stiamo vivendo la stessa cosa di qualche decennio fa: gli sponsor scappano. 

Negli anni 2000 avevamo undici formazioni di alto livello e bastavano budget da 5 o 6 milioni di euro. Quando la spesa si è alzata sono spariti gli investimenti. La stessa cosa la vivono ora le formazioni continental. Qualche anno fa serviva 1 milione di euro per fare una squadra, ora il prezzo è raddoppiato. 

Serve chi riesca a mettere tutti sotto lo stesso tetto?

Serve che le varie Federazioni e il CONI trovino un modo per aumentare gli investimenti e le sponsorizzazioni. Inoltre la nuova legge sulle ASD ha sì regolarizzato tutto ma ha peggiorato la qualità della vita alle piccole realtà che vivevano di volontariato. Il tema centrale è questo, attrarre risorse.

Cinque uomini e quattro donne: pochi italiani ai mondiali. Perché?

13.06.2025
5 min
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Cinque professionisti uomini e quattro donne. Quattro under 23. Tre juniores uomini e tre donne. A seconda di chi deve raccontarla, fra governo e opposizione, la scelta dell’Italia di portare un contingente limitato di atleti ai mondiali del Rwanda può avere sfumature differenti.

C’è da fare economia, ad esempio, perché nell’anno post olimpico i soldi sono sempre di meno. Oppure: sono aumentate le spese, perché Sport e Salute ha calato i contributi e inserito gli affitti per le strutture che prima il CONI offriva gratuitamente. Ancora: si sono mangiati tutti i soldi perché la gestione non funziona e adesso non sanno come fare. Ciascuno ha la sua lettura e forse la più giusta sta nel mezzo. Restano due dati inoppugnabili. A parità di tradizione e prestigio, la Federazione italiana ha meno soldi da spendere rispetto a quella belga che volerà in Africa al gran completo. E comunque prevedere i mondiali in Rwanda sarà pure bello per l’apertura che comporta, ma significa esporre tutte le federazioni a un esborso micidiale dopo la già carissima Zurigo.

Roberto Amadio è dal 2021 team manager delle nazionali. Ha debuttato con i mondiali 2022 in Australia
Roberto Amadio è dal 2021 team manager delle nazionali. Ha debuttato con i mondiali 2022 in Australia

Ne parliamo con Roberto Amadio, il team manager delle nazionali. Lui ci prova a stare alla larga dalle questioni politiche, ma alla fine è quello che deve farci i conti e conciliarle con la necessità di fare attività. Pertanto, se ti dicono che il budget non basta – qualunque ne sia la ragione – la sola cosa che puoi fare è ridurre i numeri. A meno di non chiedere agli atleti di pagarsi il viaggio, che però sarebbe poco serio.

E’ davvero così impegnativo gestire questo mondiale?

I costi sono alti, spendiamo ben più di quanto ci costerebbero dei mondiali in Europa, diciamo un 20-30 per cento più di Zurigo 2024, che è stato molto caro. Andremo a spendere sui 300 mila euro, quando di solito ne bastano 220-230 mila. Insomma, non è che abbiamo diminuito il budget, anzi. Il Consiglio federale ha stanziato un budget più alto di quelli normali, che però non è sufficiente per sostenere una spedizione al completo. Il tema è questo. Se poi di qui a settembre verranno fuori nuove risorse, valuteremo se cambiare qualcosa per rinforzare una categoria piuttosto che un’altra.

Qual è stato il criterio per determinare il numero degli atleti?

Abbiamo valutato che 5 professionisti sono sufficienti anche per un controllo minimo della corsa. Un paio possono entrare nelle fughe all’inizio e due rimangono con il leader per il finale di corsa. Ovviamente ci sarà da capire chi controllerà. Se vengono i fenomeni, ci penseranno loro. Una valutazione simile è stata fatta per le donne.

Fatta la Vuelta, Ciccone potrebbe tornare ai mondiali come leader dopo Zurigo 2024
Fatta la Vuelta, Ciccone potrebbe tornare ai mondiali come leader dopo Zurigo 2024
Dove forse abbiamo maggiore possibilità di risultato…

Infatti Longo Borghini in un mondiale così può essere sicuramente protagonista e tre ragazze che la affiancano sono più che sufficienti. Insomma, io ricordo sempre che nel 1983 Lemond vinse un mondiale da solo. Arrivò con la macchina, si gonfiò le gomme, corse, vinse e se ne tornò a casa. Servono le gambe, insomma. Infine negli under 23 abbiamo ritenuto di supportare Lorenzo Finn, che già al primo anno sta dimostrandosi uno dei migliori atleti in circolazione, per i risultati e anche la personalità. Anche loro correranno in quattro.

Gli juniores saranno al minimo…

Sono i più sacrificati, sia uomini che donne, con tre elementi in tutto. Al momento è così, poi valuteremo se si riesce a fare qualcosa in più.

Cinque professionisti sono ugualmente pochi.

So che Marco (Villa, ndr) ha già parlato con Ciccone e con parecchi altri atleti. Con Tiberi, con Caruso, quelli che si sono dimostrati tra i migliori anche al Giro. Io credo che un percorso così duro vada bene per Ciccone che sicuramente, parlando anche con Guercilena, dovrebbe fare la Vuelta e arrivare con una grande condizione. Però ripeto: altri arriveranno e a quel punto sarà Villa a decidere la rosa finale. So che sta parlando con una quindicina di atleti.

I mondiali in Rwanda potrebbero essere un’ottima occasione per Longo Borghini
I mondiali in Rwanda potrebbero essere un’ottima occasione per Longo Borghini
Cinque professionisti sono pochi, ma se fossero motivati potrebbero andare meglio dello scorso anno…

Ho parlato con diversi corridori al Giro e li ho visti molto interessati alla maglia azzurra. Mi hanno fatto tante domande e, quando è così, capisci che c’è anche la voglia di venire e fare bene. Quello che è successo l’anno scorso a Zurigo non è piaciuto a nessuno, ma è chiaro che quando ti trovi di fronte ai super campioni, finisce che ti demoralizzi. Però sono convinto che questo mondiale così impegnativo possa essere una buona occasione.

Tornando al mondiale, chi fa la strada fa anche la crono?

Sì, anche perché il percorso da crono è impegnativo e corridori come Cattaneo, Sobrero o anche Tiberi sono ottimi anche a crono. E anche nella crono delle donne possiamo fare bene, al punto che possiamo fare bene anche nel Mixed Team Relay. Invece la crono degli juniores sarà da vedere, perché secondo Dino Salvoldi sarà meno dura di quanto sia per le altre categorie.

I corridori convocati dovranno fare dei vaccini?

Il dottor Corsetti ha fatto una ricerca, parlando con medici del Rwanda e dell’UCI e ha prodotto un documento. E’ risultato che a Kigali non ci sono emergenze che richiedano vaccini particolari. Ci sono raccomandazioni di fare quello per la febbre gialla o quello per la malaria, ma per l’OMS non sono obbligatori. Per cui la scelta compete agli atleti e ai medici delle squadre, oppure ai genitori nel caso di atleti minorenni. Se poi qualcuno vuole rimanere a farsi le vacanze nella foresta, allora farà bene a vaccinarsi.

Il Rwanda ospiterà i prossimi mondiali. Agli atleti non sono richieste vaccinazioni (foto Tour du Rwanda)
Il Rwanda ospiterà i prossimi mondiali. Agli atleti non sono richieste vaccinazioni (foto Tour du Rwanda)
Secondo Silvio Baldini, allenatore del Pescara neopromossa in serie B, i calciatori giovani hanno perso il senso della nazionale…

I nostri tengono alla maglia azzurra, la vestono da quando sono juniores. Ci sono campioni che sulla nazionale hanno investito la loro carriera. Il problema è che nel calcio e sempre più nel ciclismo comandano le squadre e non sempre le squadre hanno a cuore gli interessi della nazionale. Basti pensare che nella settimana successiva al mondiale ci sono gli europei, anche quelli impegnativi. E ci sono squadre che preferiscono portare i loro corridori al Giro dell’Emilia per il discorso dei punti. Sono cose che da un lato capisco, ma che ci mettono in difficoltà.

Bennati a casa meritava una vera spiegazione?

08.03.2025
7 min
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SIENA – «A cose normali – dice Bennati – finito il rapporto avrebbero potuto convocarmi. Hanno uffici a Roma e Milano, il presidente ha il suo ufficio, dove ho firmato il contratto. Mi convocavano e avrebbero potuto spiegarmi qualsiasi tipo di ragione. Non sono arrivati i risultati? E’ una motivazione reale, che sarebbe da contestualizzare, ma è innegabile. Potevano dirmi che si aspettavano di meglio, per cui volevano voltare pagina. Invece alla fine sono stato io a chiamare Amadio. Eravamo a metà febbraio e gli ho chiesto che cosa avrei dovuto fare. E Roberto mi ha risposto che avevano appena finito la riunione in cui il presidente aveva deciso di non confermarmi».

La presentazione delle squadre della Strade Bianche è nel pieno, con Bennati sediamo sugli scalini nella Fortezza Medicea, mentre gli chiedono interviste e di fare qualche foto. Nelle scorse settimane tanti hanno parlato del commissario tecnico non confermato. Colleghi hanno scritto articoli molto duri e noi non avevamo ancora sentito la versione del toscano.

Il Consiglio federale di febbraio ha ratificato le nomine dei nuovi commissari tecnici. Quando la mancata conferma è stata ufficiale, Bennati ha scritto un post su Instagram. Ha ribadito il suo amore per l’azzurro. E ha lamentato le modalità della chiusura dei rapporti a causa delle quali ha rinunciato a importanti incarichi professionali. Richiesto nel merito pochi giorni fa, il team manager Amadio ha riconosciuto la serietà e l’impegno di Bennati e spiegato che la fine della collaborazione sia stata dovuta alla rottura dei rapporti fra il cittì e il presidente federale, cui spetta la prerogativa di nominare i tecnici.

La Strade Bianche partirà a breve, con il numero uno per Pogacar nella gara maschile e la sua compagna Urska fra le donne
La Strade Bianche partirà a breve, con il numero uno per Pogacar nella gara maschile e la sua compagna Urska fra le donne
Partiamo dalla fine: hai davvero rinunciato a un importante incarico professionale?

Avevo già ricevuto il contratto dalla Groupama-FDJ. Prima tramite Philippe Mauduit, poi Madiot e alla fine ho parlato con il direttore generale Thierry Cornec. Perso Demare, vogliono ricostruire un gruppo vincente attorno a un velocista forte e avrebbero affidato a me il progetto. Si trattava di individuarne uno libero e poi di costruirgli attorno un treno e un metodo di lavoro. Spero si possa riprendere il discorso che sul momento ho lasciato cadere perché aspettavo il Consiglio federale. Non avrei trovato corretto accettare un’altra offerta e per giunta all’estero.

La decisione è stata davvero presa per un problema di relazione fra Bennati e il presidente federale?

Probabilmente da un certo momento in poi qualcosa si è incrinato. Non ho accettato di accompagnarlo durante la campagna elettorale, ma quale altro tecnico lo ha fatto? Io credo che questa decisione sia stata presa molto prima di febbraio. Ovviamente nell’ultimo anno i problemi ci sono stati, spesso legati a incomprensioni. Ho fatto buon viso alla scelta di far correre Viviani su strada a Parigi. Alla fine è venuta la medaglia, hanno avuto ragione, ma confesso che a un certo punto ho anche pensato di dimettermi. Con il mio carattere non ho sempre detto di sì e qualche volta ho anche detto di no a situazioni in cui non mi trovavo. Non so se questo abbia portato alla decisione.

Che esperienza è stata per te questo viaggio di tre anni?

Alla nazionale non si può dire di no. Quando mi è stato proposto, io non conoscevo il presidente e lui non conosceva me. C’è stato un avvicinamento, poi due o tre incontri e alla fine ho preso la decisione, consapevole che il periodo sarebbe stato complicato. Va detto che quando ho accettato, Colbrelli aveva da poco vinto la Roubaix, era campione europeo e stava entrando in una dimensione internazionale importante. Sarebbe stato competitivo già dal primo mondiale in Australia, poi a Glasgow e anche alle Olimpiadi di Parigi. Sicuramente avremmo potuto chiudere il cerchio, però ovviamente è andata peggio a lui e mi dispiace tanto. A quel punto ho puntato sui corridori che avevamo e con cui ho lavorato bene. Trentin e Bettiol che, ad esempio, secondo il mio punto di vista era più in forma in Australia che a Glasgow. Sono stati tre anni difficili che sicuramente mi hanno dato la possibilità di crescere. Mi sono fatto le ossa, mi sono fatto tanta esperienza che non avevo per questo ruolo.

Quando Bennati ha firmato da cittì, Colbrelli era campione europeo e aveva da poco vinto la Roubaix
Quando Bennati ha firmato da cittì, Colbrelli era campione europeo e aveva da poco vinto la Roubaix
Anche Villa ha detto che nessuno nasce commissario tecnico.

Penso che anche il grande Franco (Ballerini, ndr) non avesse l’esperienza della nazionale. Dalla sua parte sicuramente aveva un parco atleti molto più consistente. Non voglio dire che fosse più facile, però sicuramente aiuta. 

Com’è stato il tuo rapporto con i corridori da non più corridore?

All’inizio è stato strano. Ero sceso da bici da poco tempo e avere questo rapporto così distaccato l’ho trovato particolare. Per fortuna non ci ho messo tanto a trovare le misure giuste.

Ti è parso che i corridori abbiano fatto sempre quello che gli hai chiesto?

Partiamo dal primo mondiale. Quello in Australia è stato molto positivo e lo ricordo con più piacere. I ragazzi hanno interpretato la corsa nella maniera giusta, c’era un bello spirito. Abbiamo sfiorato il podio con Rota e alla fine abbiamo salvato il risultato grazie a Trentin. Quel giorno Evenepoel era nettamente più forte, però il nostro approccio è stato un ottimo biglietto da visita, un modello per il futuro. E il copione, a mio modo di vedere, si è ripetuto anche a Glasgow. Anche lì la squadra ha lavorato bene, l’approccio è stato dei migliori. Bettiol si è giocato le sue carte con quella lunghissima fuga, anche se a un certo punto lo hanno messo nel mirino e poi gli hanno dato il colpo di grazia.

Nel mezzo ci sono stati gli europei di Monaco e Col du Vam.

A Monaco non avevamo ancora il Milan di adesso. Jonathan era agli inizi e il capitano doveva essere Nizzolo. Poi Giacomo è caduto e a quel punto è subentrato Viviani. I ragazzi hanno fatto un ottimo lavoro, poi Elia ha scelto di impostare la volata da davanti poiché avevamo la squadra per quel tipo di lavoro. A Col du Vam invece si puntava a fare bene con Ganna. Dal punto di vista dell’esperienza in questi appuntamenti Pippo non aveva ancora l’immensa sicurezza che ha in pista e nelle crono. Anche lì la squadra ha lavorato bene, ma nel finale per un’indecisione nel posizionamento, siamo scivolati troppo indietro, c’è stata la caduta e si è compromessa la gara.

Gli europei di Hasselt vedevano l’Italia in pole position con Milan e sono stati la delusione più cocente di Bennati
Gli europei di Hasselt vedevano l’Italia in pole position con Milan e sono stati la delusione più cocente di Bennati
L’europeo del 2024 si poteva vincere?

E’ stato la delusione più grande, dopo tre anni di bocconi amari. Era la prima volta che la nostra nazionale si presentava ai nastri di partenza con l’uomo da battere, vale a dire Milan. L’amarezza è stata grande. Alla fine io non ho fatto nessuna conferenza stampa, non ho fatto dichiarazioni ufficiali, nonostante quanto mi è stato rinfacciato. Finita la corsa, abbiamo fatto la riunione sul pullman, io ho usato parole dure e questa cosa è trapelata. Non avendo le radioline e vedendo un certo atteggiamento nel finale, non ho potuto correggere il loro errore ed ero frustrato. E’ normale che dopo la corsa ci sia un chiarimento e il mio sfogo è stato confermato dalla loro reazione.

Che cosa hanno detto?

Si sono resi conto che, benché avessero fatto un lavoro straordinario, il finale non era stato gestito come si doveva. Di quella situazione avevamo parlato per una settimana, però probabilmente si sentivano talmente sicuri, che alla fine hanno sbagliato. Lo dico da corridore: le volte che ti senti più sicuro sono spesso quelle che ti va peggio. E questo poi me lo ha confermato Jonathan (Milan, ndr), quando ha ammesso che si poteva fare diversamente. Ma questo non è scaricare responsabilità sui corridori, anche perché io la responsabilità me la sono sempre presa. Come a Zurigo, che responsabilità vuoi dare ragazzi?

Che responsabilità vuoi dargli?

Non gli ho detto io di andare in corsa con quello spirito, sarei stato uno stupido. Nei tre anni abbiamo vissuto una parabola discendente, che secondo me non ci stava. Quello di Zurigo non era e non è assolutamente il nostro valore. Come ho detto anche in altre occasioni, il percorso non era adattissimo a Giulio (Ciccone, ndr), però secondo me era doveroso che vi partecipasse, anche e soprattutto in prospettiva del prossimo. Giulio ha 30 anni e non aveva mai corso un mondiale. Lo stesso valeva per Tiberi perché in prospettiva del mondiale in Rwanda, anche Antonio è un corridore da tenere in considerazione.

La partecipazione di Ciccone al mondiale di Zurigo è stata un investimento in vista del prossimo in Rwanda
La partecipazione di Ciccone al mondiale di Zurigo è stata un investimento in vista del prossimo in Rwanda
Perché dici che la decisione era stata presa prima?

Perché si capiva, poi magari mi sbaglio. Dopo il Giro d’Onore è stato fatto un incontro con i tecnici che avevano già firmato il contratto. Io non lo avevo fatto, perché mi hanno detto che non sarebbe stato corretto farmi firmare e lasciare eventualmente il mio contratto al presidente che avesse vinto le elezioni. Sono rimasto in silenzio per quasi tre mesi, perché avevano detto a me e in diverse interviste che Bennati faceva ancora parte del loro programma. Perché allora non farmi partecipare anche me a quella riunione? Forse perché ero già fuori?