E’ arrivato il momento di arginare il talento di Pidcock?

11.12.2023
4 min
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Chissà come l’avranno presa i capi dell’UCI e segnatamente il presidente Lappartient, scoprendo che i tre più grandi crossisti del gruppo non prenderanno parte (volontariamente) al mondiale di specialità? La sensazione è che la scelta che non sono stati in grado di fare Van der Poel, Van Aert e Pidcock sia venuta dai team e sia stata affidata agli allenatori. Così se Van Aert si è concesso il rientro (con vittoria) a Essen, ma ha già inquadrato con Mathieu Heijboer il giusto avvicinamento per le classiche, il programma di Pidcock l’ha preso in mano Kurt Bogaerts. E il primo punto fermo è stato volere che il folletto britannico, campione del mondo di mountain bike a Glasgow, partecipasse al ritiro del Team Ineos Grenadiers, rinviando così il debutto nel cross al 16 dicembre. Gara di Herentals, casa Van Aert.

Bogaerts allena da anni Pidcock, seguendolo nelle tre specialità (foto Sporza)
Bogaerts allena da anni Pidcock, seguendolo nelle tre specialità (foto Sporza)
Come mai?

Perché sarebbe un peccato se Tom perdesse l’inizio del ritiro. A differenza dello stage di gennaio a Denia, adesso ci sono tutti. Insieme a Thomas, Carlos Rodriguez, Bernal e Ganna, Tom è un uomo importante per la squadra. In più ha concluso la stagione il 9 ottobre con la Coppa del mondo di mountain bike in Canada. Questo però significa che Tom debutterà nel cross senza la minima preparazione specifica, perché il ritiro in Spagna termina il 15, ma ci teneva a cominciare per avere un rodaggio prima della Coppa del mondo di Namur, che si corre il giorno dopo Herentals.

Quel giorno ci sarà il primo confronto con Van der Poel e Van Aert: può condizionarlo nella preparazione?

Non dal mio punto di vista. Per Tom il ciclocross è soprattutto un valore aggiunto verso la stagione su strada. Un bel cambiamento. Herentals interrompe il primo blocco di preparazione alle gare su strada, ma sviluppare un po’ di resistenza al freddo e alla pioggia non può far male. Quando arriverà il momento di fare sul serio, anche su strada si deve essere pronti per ogni tipo di tempo.

Questo in teoria, cosa succederà poi quando saranno in griglia?

Tom è uno cui piace vincere, ma è in una fase diversa rispetto allo scorso anno. Sarà in discrete condizioni, ma partirà dalla terza fila o anche più indietro. Poi bisognerà vedere il livello degli altri due, che in realtà abbiamo già intuito. L’anno scorso sono stati forti già al debutto e si sono resi la vita difficile.

Lo scorso anno Pidcock ha corso l’avvio di stagione del cross in maglia iridata, vinta a Fayetteville 2021
Lo scorso anno Pidcock ha corso l’avvio di stagione del cross in maglia iridata, vinta a Fayetteville 2021
In realtà anche loro sembrano più focalizzati sulla strada.

E’ quello che sembra, se non atleticamente di certo mentalmente. Dopo aver sbagliato il Fiandre e la Roubaix, credo che ad esempio Van Aert non voglia sprecare energie mentali e fisiche nel cross. Mathieu continuerà a fare quel che ha già avviato con grande successo quest’anno. E Tom nel mezzo potrebbe dare un bell’impulso al movimento.

Perché saltare nuovamente il mondiale?

Perché il prossimo anno Tom dovrà iniziare la stagione su strada ben preparato. Non sappiamo ancora se all’Algarve o al Gran Camiño. Certo è che la Parigi-Nizza e la Tirreno arrivano subito dopo i mondiali di ciclocross e questo non va molto bene per la preparazione. Per questo abbiamo optato per fare un bel blocco di allenamento, concentrandoci sulla Coppa del mondo, dato che due giorni dopo la prova di Benidorm inizierà il secondo ritiro della squadra a Denia.

E’ vero che non vedremo Pidcock nelle classiche del pavé?

Questa è l’intenzione, anche se non ancora confermata. La direzione è quella delle classiche delle Ardenne. Se partecipi alle gare fiamminghe, puoi fare meno corse a tappe in primavera. Se invece vuoi fare anche una Parigi-Nizza, allora devi modificare il programma.

L’esplosività della Mtb può essere utile a Pidcock in avvio di Tour e alle Olimpiadi
L’esplosività della Mtb può essere utile a Pidcock in avvio di Tour e alle Olimpiadi
Programma di cui però fa parte la mountain bike.

Ancora per il prossimo anno, certamente, poi faremo una valutazione. Comunque dopo le classiche, penseremo al Tour de France. Dopo il Delfinato, valuteremo se partecipare alle due prove di Coppa del mondo di mountain bike in Val di Sole e a Crans-Montana. Suona strano, ma potrebbero rivelarsi un valore aggiunto per un Tour che parte subito forte, con occasioni per lui già nella prima settimana.

L’obiettivo olimpico sovrasta tutto il resto?

L’intenzione è che Tom partecipi sia alla mountain bike che alla corsa su strada. La sua ambizione è di nuovo l’oro olimpico. La prova su strada è un po’ più complicata, ma per fortuna si corre dopo la mountain bike e l’esplosività del fuoristrada può tornargli utile nella seconda sfida.

La bici di Manon Bakker, signora di Vermiglio

10.12.2023
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VERMIGLIO-Analizziamo ed entriamo nel dettaglio della bicicletta di Manon Bakker, che ha conquistato la gara al femminile in Val di Sole.

Stevens Superprestige, una taglia 58 per la altissima atleta del Team Crelan-Corendon, forse meno tecnica nella guida rispetto a Pieterse e ad Alvarado, ma potente e costante, un’atleta molto solida anche per l’aspetto agonistico.

Rulli prima dell’ultima ricognizione sul percorso
Rulli prima dell’ultima ricognizione sul percorso

Quattro bici, quattro setting

Venti minuti di rulli prima di fare la ricognizione, due giri sul tracciato di gara e un paio di progressioni su asfalto prima di rientrare nel camper per cambiare il vestiario. Ancora una decina di minuti di rulli prima di incolonnarsi verso la partenza, così la Bakker ha strutturato le due ore che hanno preceduto l’inizio della prova al femminile.

Tre biciclette pronte per la gara, più una montata sui rulli e per il riscaldamento. L’unica variabile erano le gomme, ma Manon Bakker ha scelto di utilizzare quella con i tubolari intermedi, i Dugast Typhoon.

Una Stevens Superprestige in Coppa

Le caratteristiche della bicicletta rispecchiano quelle fisiche di Manon Bakker, alta un metro e 82 centimetri. Ovvero una posizione molto allungata e alta sull’avantreno. La bicicletta della atleta olandese è una Stevens Superprestige, taglia 58 e non è sloping. Ha un avantreno voluminoso nello sterzo (dove si notano anche diversi spessori tra il profilato e lo stem) e per quanto concerne la forcella, mentre è più sfinata nella sezione posteriore. Il diametro del reggisella è di 27,2 millimetri (non ha usato un Deda, ma uno Scope, sempre full carbon).

Bakker ha utilizzato due ruote DT Swiss Spline CRC per tubolare (Dugast da 33 per terreni veloci e mescola Monsoon), con mozzo Spline 240s. La piega è una Deda Superzero Carbon, mentre lo stem è il Superbox.

Doppia corona tra le donne, mono tra gli uomini

Volendo considerare il profilo strettamente tecnico è interessante sottolineare la vittoria di un doppio plateau in campo famminile e il dominio di una monocorona in quello maschile con Nieuwenhuis (corona da 44).

Per Bakker una trasmissione Shimano Ultegra con doppia corona anteriore (46-36 e pedivelle da 172,5 millimetri) e una scala pignoni 11-34. I due dischi freno con il diametro da 140 millimetri. Interessante il fatto che, al contrario di altre colleghe che usano la doppia corona, l’olandese non impiega il chain catcher. La sella è una Selle Italia SLR, senza canale centrale di scarico. I pedali, Shimano XTR.

La prima a Vermiglio per Nieuwenhuis è divertimento puro

10.12.2023
4 min
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VERMIGLIO – C’è sempre una prima volta per tutto. Quella di Joris Nieuwenhuis è la prima sulla neve e la parola d’ordine è divertimento, ma senza togliere nulla alla ricerca della massima performance.

Durante le prove di ieri pomeriggio, il forte atleta olandese si è concesso a qualche dichiarazione e approfondimento sul setting della bicicletta.

Nieuwenhuis con il suo staff nella zona cambio
Nieuwenhuis con il suo staff nella zona cambio

Una Trek Boone taglia 56

La bici è quella standard fornita da Trek al Baloise-Trek-Lions. E’ una taglia 56 e Nieuwenhuis utilizza una sella Bontrager, così come le ruote RSL37. Hanno la predisposizione per i tubolari e questi ultimi sono Dugast. Il cockpit non è integrato, stem e curva sono separati, sempre Bontrager. La trasmissione è Sram Red con i comandi che hanno la nuova architettura mutuata dal Force.

Com’é pedalare sulla neve?

E’ divertente, una situazione molto differente a quelle che siamo normalmente abituati ad affrontare nel ciclocross. Se dovessi fare un accostamento potrei dire che è simile alla sabbia. Ma anche in questo caso è difficile essere precisi, perché c’è sabbia e sabbia.

Ti è spiaciuto rinunciare alla prova di Essen per essere qui a Vermiglio?

Mi piacerebbe correre sempre ed ovunque, ma non si può fare. Con il team avevamo messo in calendario Vermiglio, quindi non avendo pressioni dalla squadra e avendo il via libera sono contento di essere qui.

Quali aspettative ti sei creato?

Voglio divertirmi prima di tutto il resto e onestamente godermi anche questa esperienza che è qualcosa fuori dalla norma. Non voglio sottrarre nulla alla prestazione, ma è logico pensare che chi ha già affrontato la neve di Vermiglio parte con alcune skills in più.

E’ più difficile spingere o guidare la bici?

Guidare la bici su un terreno del genere porta via un sacco di energie, diventa fondamentale capire dove lasciarla correre e dove assecondare il cambio di direzione non ricercato. A tratti la bici sembra un cavallo impazzito e si deve guidare molto con il bacino. Proprio in questi momenti la cosa più sbagliata da fare è arpionare la bicicletta.

In merito alla bici hai fatto dei cambi di setting?

La bici è sempre la stessa, la Trek Boone taglia 56 che uso normalmente. Stessa trasmissione, userò la corona singola anteriore con 46 denti e una scala pignoni 10-36. Nessun cambio di setting anche per le pedivelle, uso sempre le 175. Stessa altezza di sella e stesso arretramento. Le ruote rimangono quelle con il cerchio da 37 millimetri.

La rapportatura è sempre questa a prescindere dai percorsi?

La scala posteriore è sempre 10-36, talvolta si interviene sulla corona. Quando il terreno è particolarmente pesante chiedo un plateau da 42, oppure 40 denti.

Invece per i tubolari?

Credo che utilizzerò le gomme da fango, con una pressione inferiore rispetto agli standard. Penso che la pressione adeguata sarà di poco superiore ad un’atmosfera. Ma decideremo domani mattina nelle ultime prove e comunque prima della gara. Mi sono fatto l’dea che la scelta degli pneumatici è molto personale. Ogni scelta sarà giusta e sbagliata al tempo stesso.

Come si costruisce un percorso da ciclocross sulla neve?

09.12.2023
4 min
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VERMIGLIO – La Val di Sole si prepara ad accogliere i crossisti, per la terza edizione della prova di Coppa del mondo di ciclocross. Abbiamo fatto due chiacchiere con Sergio Battistini, ovvero il responsabile del percorso e colui che cerca di far collimare i numerosi tasselli previsti per una competizione di questo calibro. Cerchiamo di capire, attraverso le sue dichiarazioni, l’impegno che comporta costruire un tracciato sulla neve.

Sergio Battistini con un commissario UCI per la verifica del tracciato
Sergio Battistini con un commissario UCI per la verifica del tracciato
Quanto tempo è necessario per costruire questo tracciato?

Si parte mesi prima, ma solo a ridosso dell’evento il percorso di ciclocross prende realmente forma. La variabile più grande da considerare è la neve, che è un materiale non facile da lavorare. Arriviamo a preparare il tracciato sotto data per capire la consistenza del manto e adeguare le modalità di lavorazione.

Rispetto alle edizioni precedenti, la neve è diversa?

Decisamente sì, soprattutto se facciamo un confronto con il 2022. L’anno passato era tanta e soffice e per rendere il tracciato praticabile è stato necessario rimuovere la strato a contatto con il terreno. Quest’anno invece c’è meno neve, ma lo strato inferiore è consistente e diventa una sorta di pavimento. Siamo riusciti a batterla in modo perfetto.

Potrebbe essere un percorso veloce?

Ci sono i presupposti per una gara veloce, proprio perché la neve è più consistente. Potremmo vedere anche più tratti tecnici percorsi in sella alla bici, ovvio che poi le differenze sono relative alla tecnica di guida.

Una neve che potrebbe tenere di più anche nelle curve?

Esattamente, è probabile che lo strato battuto creato in questo 2023 terrà molto di più, un fattore che potrà influire su una media oraria maggiore.

La lunghezza ed il dislivello?

In tutto 2.900 metri e 60 di dislivello positivo. Ci sono comunque delle differenze, perché abbiamo creato due montagnette di neve che non erano presenti nelle edizioni precedenti. Diventano delle sorte di paraboliche improntate ad offrire spettacolo.

La parte nord del tracciato di ciclocross di Vermiglio, sotto al Tonale
La parte nord del tracciato di ciclocross di Vermiglio, sotto al Tonale
Due chilometri e nove, non sembra così lungo!

Come dicevo si lavora per lo spettacolo del ciclocross e cercando di offrire al pubblico una visibilità ottima da ogni angolazione e da ogni punto del tracciato. Inoltre c’è anche l’aspetto televisivo, perché ogni banner, ogni sponsor e telecamera sono posizionati nei punti strategici.

La cosa più complicata da gestire?

Senza dubbio la neve. Nel 2022 prima delle 4 del mattino eravamo all’interno del fettucciato a spalare e battere. Quest’anno siamo tutti molto più rilassati. La neve è imprevedibile.

Quante persone sono coinvolte per la costruzione del tracciato?

Noi del comprensorio siamo una ventina.

Quanto tempo è necessario per rimettere tutto a posto?

Ci vogliono due giorni, senza pause. Perché qui a distanza di una settimana, post evento ciclocross, la stagione dello sci di fondo entra nel vivo e tutto deve essere perfetto.

Freddo estremo e Val di Sole in vista: cosa succede al fisico?

07.12.2023
5 min
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Andreas Leknessund che si allena a -24°, David Gaudu che corre sotto la neve, Simon Pellaud che va in mtb in un freddo e innevato mattino svizzero: cosa succede al fisico quando si fanno sforzi con temperature magari non estreme come quelle del norvegese, ma comunque piuttosto basse? A cosa vanno incontro i ciclocrossisti che domenica saranno impegnati a Vermiglio?

Negli scorsi anni siamo stati nel catino della Val di Sole che ospita la Coppa del Mondo di cross e in effetti i tratti ad ombra in particolare erano davvero freddi. Lì, la temperatura restava ben al di sotto dello zero. E quando atleti e ad atlete ci sfrecciavano vicino fumavano dalla bocca e persino dalla schiena.

Quando Nibali trionfò sulle Tre Cime sotto la neve, a seguirlo c’era il dottor Magni
Quando Nibali trionfò sulle Tre Cime sotto la neve, a seguirlo c’era il dottor Magni

Circolazione inibita

Una situazione non facile che il dottor Emilio Magni ci aiuta ad inquadrare. Il medico in forza all’Astana-Qazaqstan di esperienza, anche in caso di temperature molto fredde, ne ha da vendere. Cosa si devono dunque attendere i crossisti in Val di Sole?

«In questa situazione – dice Magni – si verificano le condizioni estreme e il primo effetto del freddo è la vasocostrizione. Si riduce il calibro delle arterie e come conseguenza c’è meno apporto sanguigno, specie nelle zone periferiche. Per questo, molto più di altre volte, è molto importante effettuare un buon riscaldamento».

In pratica mani e piedi, ma in misura minore anche naso, orecchie, guance… tendono a non avere una completa irrorazione. E senza irrorazione si raffreddano anche più velocemente e, nei casi estremi, si rischia il congelamento. Chiaramente, qui parliamo per teoria, non siamo dispersi ai Poli o in cima ad una vetta himalayana, ma il concetto è quello.

Riscaldamento, abbigliamento e bevande calde aiutano a mantenere sui 37°C la temperatura corporea. Che poi è lo stesso identico concetto, ma a parti inverse, dei gilet di ghiaccio, delle bevande fresche e delle calze di ghiaccio in estate.

I polmoni bruciano

In questo quadro la prima parte dell’organismo che paga dazio sono le vie respiratorie. Basti pensare che sotto a -20 gradi la Fis, la federazione internazionale dello sci, blocca le gare di sci di fondo: un rischio per la salute. Una volta si diceva: «Fa talmente freddo che l’aria brucia i polmoni», una frase che, come tutti i detti, si basa sull’esperienza, ma rende bene l’idea.

«Questa – prosegue Magni – è un’espressione popolare, ma il senso c’è. Nel caso degli atleti, quando si è sotto sforzo e si respira con la bocca aperta si inala una colonna d’aria fredda, molto, molto più bassa della temperatura del corpo. Un’aria che va direttamente nella trachea e nei bronchi sottoponendo le vie respiratorie ad un forte stress termico. Questo ne altera l’equilibrio dei batteri, riduce le difese. E i microrganismi che entrano o che abbiamo in bocca possono avere la meglio su questo equilibrio e possono insorgere infezioni o stati infiammatori».

Da qui bronchiti, polmoniti e altri problemi alle vie alte, come le definisce il dotto Magni. E’ questo comparto del corpo quindi il primo a pagare dazio in caso di freddo estremo.

Lo scorso anno a Vermiglio, Gioele Bertolini in ricognizione utilizzava guanti e copriscarpe riscaldati con un dispositivo elettronico
Lo scorso anno a Vermiglio, Gioele Bertolini in ricognizione utilizzava guanti e copriscarpe riscaldati con un dispositivo elettronico

Muscoli che stress

Ma non sono solo le vie alte, anche i muscoli non se la passano meglio. Essere abituati a certe temperature di certo aiuta, ma non basta ai fini della prestazione. Tempo fa Paolo Salvoldelli ci disse che al di sotto dei cinque gradi i muscoli non rendevano al meglio.

«A livello muscolare – spiega Magni – con temperature molto basse si ha quella che è chiamata rigidità muscolare. Questa si lega al discorso di prima relativo alla microcircolazione. Piedi, gambe, braccia… hanno meno apporto sanguigno, non lavorano in condizioni buone. Con il freddo estremo s’innescano dei processi di sopravvivenza. In pratica l’organismo pensa a mantenersi in vita e a salvaguardare gli organi vitali: cuore, cervello, fegato… quindi concentra la maggior parte del sangue in quelle zone. Prima siamo essere umani e poi atleti».

«Quindi il muscolo si ritrova con meno sangue, è meno reattivo e, cosa affatto non secondaria, è che avendo anche meno sangue fa anche più fatica a smaltire le tossine».

In tutto ciò aumenta anche il consumo calorico. L’integrazione va gestita con attenzione ma, almeno nel contesto del ciclocross in Val di Sole, questo non è un problema enorme, visto che parliamo di uno sforzo la cui durata è di un’ora.

Lo scorso anno, tecnici e atleti, ci dissero che mediamente s’ingerivano un centinaio di calorie in più rispetto allo standard, proprio in virtù di una termoregolazione più dispendiosa. E in tal senso anche l’abbigliamento può aiutare.

Guerciotti Silvelle, divertente, funzionale e moderna

06.12.2023
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Guerciotti Silvelle, la bici da ciclocross della gamma media. Ci piace considerarla come la naturale evoluzione della Lembeek, per impatto estetico, prestazioni e soluzioni tecniche funzionali in ottica agonismo.

Con il modello Silvelle, Guerciotti cala un bel tris. La Eureka CXS resta il top di gamma del catalogo ciclocross, la Madame è la bici versatile per le ragazze, mentre Silvelle è una sorta di (ambizioso) medio di gamma. Anche grazie ad essa, si conferma una volta di più la vocazione crossistica dell’azienda milanese, con un’offerta ampia e davvero interessante.

Silvelle è una bici approvata UCI, un fattore non banale in questa fascia del mercato, quindi adatta a gareggiare anche nelle competizioni internazionali e campionati ufficiali di categoria. L’abbiamo provata.

Una bici compatta il giusto, con una geometria sfruttabile
Una bici compatta il giusto, con una geometria sfruttabile

La Silvelle del test

Una taglia media con il passo complessivo di poco superiore al metro, l’angolo del piantone a 74°, mentre quello dello sterzo è di 72°. Taglia per taglia, ha uno sterzo di dimensioni ridotte (nella taglia in test è di 105 millimetri), che conferma il DNA da ciclocross. E’ buona l’altezza da terra: 25 centimetri (misurati dalla scatola del movimento centrale e con le gomme da 33) che rende la Silvelle facile da portare al di sopra degli ostacoli. Ma il vantaggio principale arriva dall’ampio passaggio per le ruote (forcella e tutto il carro posteriore), fattore che limita gli accumuli di fango. A conferma di questo, abbiamo estremizzato la nostra prova montando anche dei tubeless da 40. Una gravel da gara? Ci può anche stare, ma con tracciati dal chilometraggio contenuto.

La trasmissione è Shimano GRX 812 1×11 (monocorona da 40 denti), le ruote sono Ursus Orion in alluminio (gommate Challenge Grifo Wire) e la sella è di Selle Italia in versione XLR. Piega, attacco manubrio e reggisella (rotondo da 27,2 millimetri) sono in alluminio QTC.

Il telaio e la forcella della Guerciotti Silvelle sono in carbonio. Il peso rilevato è di 8,8 chilogrammi, con un prezzo di listino di 3.885 euro.

Come va

Il primo aspetto che emerge è l’agilità e la facilità con la quale si entra in curva e nei passaggi più stretti, quelli dove è fondamentale chiudere la traiettoria interna. Un fattore da considerare e per nulla banale, non comune a prodotti che cercano di abbinare la tecnica ad un prezzo adeguato.

L’avantreno è piuttosto sostenuto, non troppo rigido e diretto nelle risposte, ma al tempo stesso è stabile e semplice da gestire anche quando la velocità di alza. Non ha mai mostrato del sottosterzo. La Guerciotti Silvelle è un buon compromesso, sia intesa come bicicletta ampiamente sfruttabile dalle categorie giovanili sia per gli amatori che usano il ciclocross come attività invernale.

Il retrotreno è da Dottor Jekyll e mister Hyde, reattivo il giusto e con una lunghezza adeguata (42,5 centimetri) per garantire trazione e “spalmare” i colpi che inevitabilmente si prendono quando si pratica ciclocross. Ha una trazione esemplare, non comune in questa categoria di biciclette. E’ necessario lavorare con la pressione delle gomme e con la tipologia di ruote (per chi pratica abitualmente cx è la normalità), ma la stabilità del carro è “tanta roba”. A nostro parere è merito anche del piantone con una forma non esagerata, che asseconda il comportamento degli obliqui e del loro innesto (che ha una forma particolare). Inoltre, si ha la sensazione costante di pedalare su una bici robusta e sostanziosa, che non guasta mai.

In conclusione

Non è facile trovare una bella bicicletta che si posizioni al di sotto dei top di gamma, fatta bene e moderna, che funzioni bene e gratifichi nelle fasi di guida più tecniche. Guerciotti Silvelle è questa bici. Pur pagando qualcosa nei termini del peso (anche l’allestimento è da considerare), ci troviamo a raccontare un prodotto che alza l’asticella di questa fascia del mercato e lo fa contenendo il prezzo.

Pochi fronzoli, certo alcune soluzioni di design che la rendono accattivante si vedono, ma diventano funzionali anche ad un pacchetto complessivo che vuole abbinare al meglio i diversi componenti. Ci piace immaginare la Silvelle come la naturale evoluzione (anche più performante) della storica Lembeek, bicicletta che ha segnato più di un’epoca per gli appassionati del ciclocross.

Guerciotti

Cross del Nord e percorsi italiani: modelli prestativi differenti?

03.12.2023
5 min
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I fettucciati italiani e i percorsi del cross in Belgio: una differenza abissale. Senza entrare nel merito di queste differenze e del problema tecnico che ne deriva, ci siamo interrogati sui modelli prestativi che nascono da tracciati tanto differenti. 

In un percorso come quello di Follonica, per fare un esempio, un crossista sta al massimo per 15”-20” consecutivi, cioè tra una curva e l’altra. A Niel, in Belgio, abbiamo visto tratti pedalati che superavano il minuto. Va da sé che s’innesca un processo metabolico differente. E’ come dire: «Faccio atletica», ma un conto è fare i 110 ostacoli e un conto i 400 metri piani.

Fabrizio Tacchino è uno dei coach del centro studi della Federciclismo e della Fitri
Fabrizio Tacchino è uno dei coach del centro studi della Federciclismo e della Fitri

Motori in ballo

In questo quadro, come abitudine di bici.PRO, abbiamo coinvolto un esperto, il preparatore Fabrizio Tacchino, formatore dei diesse italiani della Fci e della Federazione di Triathlon, ma anche preparatore di giovani crossisti.

«In Belgio – spiega Tacchino – la tradizione è diversa e alcuni circuiti sono storici e identificativi, quasi come quelli della Formula 1. E magari un percorso è più adatto ad un certo tipo di atleta e meno ad un altro. 

«In più quelli sono circuiti pensati principalmente per gli elite, mentre da noi sono realizzati anche per attirare più gente. E così sullo stesso tracciato devono correre dai G6 agli elite».

Riguardo ai modelli prestatitivi entrano in ballo i motori degli atleti. Sui percorsi più aperti e anche più larghi del Nord, chi ha una grossa cilindrata in qualche modo riesce ad emergere, al netto della tecnica chiaramente. E parliamo di cilindrate così grandi che nel cross italiano, in questo momento non ci sono. 

Tacchino parla di un motore alla Ganna, per fare un esempio. «In tempi recenti c’è stato Trentin che ha provato a fare un po’ di cross. Adesso abbiamo Colnaghi, che ci sta provando. Ma lui lo fa soprattutto per una questione di allenamento, non è dunque uno specialista. Nel cross si lavora sulle alte intensità, molto utili per quando ricomincia la stagione su strada».

Il percorso di Follonica, tappa del Giro d’Italia ciclocross: la differenza visiva è netta rispetto ad un cross del Nord
Il percorso di Follonica, tappa del Giro d’Italia ciclocross: la differenza visiva è netta rispetto ad un cross del Nord

Fibre rosse, fibre bianche

Dicevamo all’inizio dei modelli prestativi. Un conto è spingere per 15” un conto per un minuto, il tutto su uno sforzo costante che è l’ora di gara. Se analizzassimo il file di un ciclocrossita in un percorso italiano e in uno del Nord, di certo vedremo tanti più picchi in quello italiano. Frutto di tante ripartenze e frenate, in corrispondenza di curve, molto spesso a gomito, e rilanci.

«Specie nei tracciati italiani – riprende Tacchino – ci sono azioni corte di 20”-30” che anche se potenti non sono massimali: la maggior parte arriva a picchi di 600-700 watt. Se si pensa alla potenza e alla cadenza che sviluppa un velocista durante uno sprint, sono dati piuttosto normali».

«Quel che serve è anche l’esplosività. Questa si nota soprattutto nelle categorie giovanili: vedi subito se un corridore è scalatore o meno. Certi sforzi per lui sono poco adatti o meglio gli riescono meno naturali, in quanto ha fibre muscolari più resistenti, ma meno rapide. E il discorso è molto chiaro se si ragiona in modo inverso, cioè immaginare i crossisti puri su strada».

E in effetti i crossisti puri, anche i migliori del Belgio, su strada non emergono. Le loro fibre saranno esplosive, ma non rendono altrettanto dopo molte ore. Mentre il contrario può avvenire. Il pensiero va immediatamente a Van der Poel e Van Aert.  

Van Aert e Van Der Poel (entrambi in foto) ma anche Pidcock sono tra i pochissimi che emergono sia su strada che nel cross
Van Aert e Van Der Poel (entrambi in foto) ma anche Pidcock sono tra i pochissimi che emergono sia su strada che nel cross

Questione metabolica

Tra lo spingere un minuto di seguito e una manciata di secondi, varia anche il consumo degli zuccheri.

«Ci sono studi interessanti – dice Tacchino – sull’immagazzinamento dei carboidrati riguardo agli sforzi intensi. Ci si è accorti che anche negli sforzi brevi e intensi c’è bisogno di tanti carbo. E infatti si stanno sviluppando integratori che forniscono maggiore energia ai muscoli. Prima c’erano le caramelle gommose, che davano zucchero senza creare problemi intestinali, adesso i prodotti sono più complessi».

Noi stessi abbiamo visto dedicare parecchia attenzione alla fase di carico dei carbo nel pre gara e anche nel post gara, specie se il giorno dopo c’è un secondo un cross. La questione dei carbo è centrale anche in questa disciplina. Anzi, forse per certi aspetti lo è anche di più, vista la durata dell’evento e le intensità. In un’ora si brucia solo la benzina migliore, cioè quella dei carboidrati appunto.

Il percorso di Niel prevedeva lunghi tratti pedalati
Il percorso di Niel prevedeva lunghi tratti pedalati

Il focus sui dati

C’è infine la questione della preparazione vera e propria. Preparare un cross italiano e uno belga comporta delle differenze. Il coach fa lavorare di più su ripetute di 15” in Italia e più lunghe all’estero? La questione non è semplice, né univoca. Il concetto di base è “un’ora a tutta”.

«Non si fa un allenamento del tutto specifico per questo o per quel cross – conclude Tacchino – ma è chiaro che si vanno a vedere le caratteristiche del circuito. Lo facciamo anche nel triathlon. Nel cross più che sui battiti, la cui risposta è un po’ ritardata, si usano molto i watt».

«Oggi in parecchi iniziano ad avere il potenziometro anche nel ciclocross. E analizzando il file della gara, emergono dati interessanti, specie nei primi 5′-6′, quando si produce tanto lattato e ancora non lo si smaltisce. Lì si decide molto della gara. Poi ognuno prende il suo ritmo e ogni atleta basa la sua competizione, anche a livello tattico».

Passata la “buriana” del via, anche metabolicamente i valori tendono ad appiattirsi. Magari c’è qualcuno che nelle posizioni di vertice, è motivato a tenere duro. Ma per il resto si viaggia “regolari”, termine da prendere con le pinze in una gara di cross.

«Spesso i tecnici a bordo circuito analizzano anche le frazioni del giro, per capire dove e perché quell’atleta perde in quel punto. Perde perché ha lacune tecniche? Perché non ha gambe? Perché non è abbastanza forte nei rilanci?». 

Uno spagnolo in Belgio. Le imprese di Orts nel cross

28.11.2023
4 min
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NIEL (Belgio) – Felipe Orts Lloret, uno spagnolo in Belgio. Uno spagnolo tra i grandi del ciclocross. Il corridore iberico sta disputando l’intera annata nel regno del cross, un po’ come la nostra Francesca Baroni, di cui vi avevamo parlato qualche tempo fa.

Orts però sta andando davvero forte. E’ anche salito sul podio del Superprestige, nel tremendo giorno di Niel, dove la disciplina del fango sfoggia a detta di molti la sua veste più pura. Il percorso era davvero tecnico e del tutto naturale.

Felipe Orts (classe 1995) è anche un ottimo biker. Se la cava nel gravel. Su strada veste i colori della Burgos-Bh
Felipe Orts (classe 1995) è anche un ottimo biker. Se la cava nel gravel. Su strada veste i colori della Burgos-Bh

Da Alicante a Bruxelles

Ma chi è dunque questo ragazzo? Insomma non capita tutti i giorni di vedere uno spagnolo a questi livelli nel ciclocross. Felipe Orts Lloret, classe 1995, di Alicante, su strada veste i colori della Burgos-Bh, nel cross sta correndo con i vessilli della Spagna, in quanto campione nazionale e della Bh, il marchio di bici. Fisico possente, Orts è alto 180 centimetri, per 70 chili.

«In effetti è difficile incontrare uno spagnolo quassù! Tanto più uno spagnolo di Alicante, del Sud della Spagna – ci racconta Orts – faccio la spola con il Belgio tutti i fine settimana, dal venerdì al lunedì. Ho deciso di fare così perché vicino casa c’è un’ottima connessione aerea con Bruxelles».

«Certo non è facile passare dalle temperature di laggiù a quelle del Belgio. Per esempio prima di Niel a casa mia c’erano 30 gradi e mi allenavo in maniche corte e qui ce ne sono 7-8, ma ormai ci sono abituato. Comunque mi sono trasferito nei Paesi Baschi proprio per avere un clima e percorsi diversi che nel resto della Spagna».

Lo spagnolo è campione nazionale in carica. Col fango è a suo agio
Lo spagnolo è campione nazionale in carica. Col fango è a suo agio

Un podio storico

Orts ha dunque agguantato anche un podio nel Superprestige, ma quel che più conta è la sua costanza agli alti livelli. I piazzamenti nei primi dieci sono diversi. Sta insistendo molto sul Superprestige e paga sempre qualcosa il giorno successivo in Coppa. Ma fare bene nel circuito belga forse è anche più importante in termini di visibilità.

«Un podio da queste parte è incredibile – dice con soddisfazione Orts – sono felicissimo. Io tra questi campioni… Però è anche vero che ci sto lavorando già da un po’. Sono molti anni, dieci, che mi sto concentrando sul ciclocross. E per riuscirci al meglio mi sono dovuto trasferire, come detto, nel Nord della Spagna. Non è il primo anno che faccio la stagione qui. E’ molto costoso, ma quest’anno le cose stanno andando bene e credo ne valga la pena».

Altre volte Orts era stato vicino al podio. Lui parla di un buon momento di forma. E forse il fatto di tornare a casa lo aiuta non poco. Il clima più caldo fa meglio al suo motore e ai suoi muscoli. Ma forse gli fa pagare qualcosa in termini di tecnica.

Tuttavia è anche vero che correndo tutti i weekend in Belgio, la stessa tecnica si mantiene viva. E tutto sommato anche i suoi colleghi del Nord durante la settimana curano molto di più la parte del “motore” che quella della guida.

A Niel, un momento storico per Orts e la sua nazione: eccolo sul podio del Superprestige (foto Instagram)
A Niel, un momento storico per Orts e la sua nazione: eccolo sul podio del Superprestige (foto Instagram)

Motore e tecnica

«L’obiettivo? E’ quello di fare meglio ad ogni anno e in ogni gara. E per questo è importante anche l’aspetto tecnico appunto. Ho una bici molto competitiva, che sviluppo a casa e con queste gare. Mi piace il fango, ma preferisco quello liquido e mi trovo molto bene anche sui tracciati secchi e veloci. Io poi sono abbastanza tecnico e di mio. Preferisco concentrami molto sulla parte fisica, tanto più che qui vanno davvero forte. E comunque in tal senso mi aiuta anche la stagione su strada».

E la sua stagione su strada è stata affrontata proprio da ciclocrossista puro: corse concentrate soprattutto a partire dal termine dell’estate, proprio per affinare la gamba e trovare i cavalli necessari per affrontare queste sfide al Nord.

In più nella sua zona, Alicante ci sono molti pro’. «Specie d’inverno – conclude Orts – con le squadre che vengono a fare i ritiri. Ma un grande salto me lo ha fatto fare la mia squadra, la Burgos-Bh, che mi ha consentito di disputare delle gare di primo livello. Gare che mi hanno dato molto».