Colbrelli. Gli sforzi del Tour. Il male al ginocchio che lo ha costretto a saltare la Vuelta. La ripresa a Livigno. Avevamo lasciato il campione italiano nell’altura valtellinese alla fine di luglio e con gli europei di Trento che bussano alle porte (prova su strada dei pro’ il 12 settembre), ci siamo chiesti a che punto fosse. Dato che nei piani di Cassani, la responsabilità delle ultime due sfide azzurre su strada (a fine settembre si corrono anche i mondiali in Belgio) saranno da dividere fra lui, Nizzolo, Trentin e Bettiol.
«Da un paio di settimane – dice – mi sento bene. Il dolore al ginocchio è passato e di fatto sono rimasto a Livigno per quattro settimane. Con Davide ci siamo sentiti più volte e onestamente speravo che restasse sino alla fine come era stato programmato. Il seguito si deciderà. Parlavamo di questo calendario dall’inizio dell’anno, ma dopo la vittoria del campionato italiano, abbiamo cominciato a inquadrare anche i primi dettagli. E c’è sempre stata la possibilità di correrli entrambi».
Allenamento con Fortunato e Annemiek Van Vleuten, olimpionica della crono. A destra, Luca ChiricoAllenamento con Fortunato e Annemiek Van Vleuten, olimpionica della crono
Si è capito a cosa fosse dovuto il male al ginocchio?
Una borsite, la cui causa probabilmente risale a parecchio tempo fa, solo che non me ne ero mai accorto, Un colpo preso, di sicuro. All’interno abbiamo trovato una piccola cisti calcificata che, assieme ai grandi sforzi del Tour, ha creato il risentimento. Mi ha portato anche a pedalare non nel modo migliore, per cui ho finito il Tour con il muscolo intossicato. Per fortuna con il riposo, le terapie e il massaggiatore che è venuto a Livigno per tre volte a settimana, sono riuscito a venirne fuori.
Tutto risolto?
Ora sembra tutto a posto, ma non escludo che a fine stagione si possa fare un piccolo intervento per rimuovere quella piccola cisti ed evitare che il problema si riproponga.
Al Tour de France si è messo in luce anche in salita, portando a casa due podi
Aveva conquistato la maglia tricolore a Imola, battendo in volata Masnada
Al Tour de France si è messo in luce anche in salita, portando a casa due podi
Aveva conquistato la maglia tricolore a Imola, battendo in volata Masnada
Ci siamo lasciati con la speranza di poter lavorare bene e soprattutto tornare al peso del campionato italiano.
Direi che siamo in tabella. Ho il peso e le sensazioni di quando sono partito per il Tour. Ho perso un chilo dall’arrivo a Livigno, perché sono riuscito ad allenarmi intensamente.
Da solo?
No, ci siamo ritrovati con un bel gruppetto. Bettiol, Ballerini (insieme a lui nella foto di apertura) e anche Cattaneo. Sabato ho fatto l’ultimo allenamento e ieri sono tornato a casa. Sei ore e mezza ben fatte. Siamo riusciti a gestirci il tempo facendo combaciare i lavori e così il tempo è passato bene e siamo stati di stimolo uno per l’altro.
Tanti chilometri e pochi aperitivi?
Anche quello, certo. Tolto di mezzo il timore per il ginocchio, ho potuto rimettere al centro il lavoro.
Un panino con Bettiol. A Livigno anche il toscano per preparare il finale di stagioneUn panino con Bettiol. A Livigno anche il toscano per preparare il finale di stagione
Il percorso dei mondiali ha i muri in pavé e un circuito molto nervoso, quello di Trento invece?
Non è duro come si dice, non durissimo almeno. Il Bondone si fa a metà gara e neanche tutto. Mi sono fatto spiegare il circuito, conosco la salita dell’università e aspetto di fare un giro sul circuito, perché da quello che ho capito è sulle stesse strade dove nel 2010 ho vinto il Trofeo De Gasperi. E il finale con il fondo acciottolato comunque mi piace molto.
Rientro alle corse?
Benelux Tour dal 30 agosto. Sarà importante per rifinire la condizione dopo un mese che non corro.
Il 26 dicembre, Van der Poel torna in gara nel cross e sarà subito sfida diretta. Il racconto della caduta e del guaio al ginocchio. E la voglia di stupire
Non ha fatto il Giro e neppure il Tour, dov’è Matteo Trentin? La voce arriva bella squillante come al solito, sullo sfondo si riconosce il vociare del centro di Livigno, dove Matteo resterà sino al 20 luglio. Un appartamento in centro, Claudia, i bambini e un bel sole che però in teoria da oggi e per un paio di giorni lascerà il posto a qualche pioggia. Il programma è arrivare fortissimo al finale di stagione, vincere finalmente una corsa e poi presentarsi a tutta agli europei e al mondiale.
«Farò tutto il programma spagnolo – dice – rientro al Castilla y Leon, poi San Sebastian, Getxo, Burgos e la Vuelta. Il problema è non aver fatto grandi Giri, quindi devo macinare corse. La gara migliore per preparare il mondiale sarebbe il Tour of Britain. Inizialmente sembrava che aprissero, adesso sembra che cambi e che ogni municipalità possa dare regole diverse… Voglio un calendario sicuro, si può capire. E mi sta bene sapere cosa farò e dove sarò pronto per combinare qualcosa di buono».
Terzo alla Gand, dietro Van Aert e NizzoloTerzo alla Gand, dietro Van Aert e Nizzolo
Tricolore saltato
La ripresa dopo le classiche è passata per la Vuelta Andalucia, lo Slovenia e l’Appennino. Ma c’era la sfortuna in agguato e a causa della caduta in Spagna, il campionato italiano è andato a farsi benedire.
«E’ stato un infortunio più che altro fastidioso – spiega – sono caduto, ma dato che si era in corsa e si andava a tutta, sono ripartito, sapete com’è… Poi però si è infettata la ferita e avevo un piede fuori posto, con versamento nella caviglia. L’italiano però l’ho saltato per la ferita. Stavo facendo antibiotici e non sarebbe stato il massimo con i 40 gradi all’ombra di Imola. Per cui in accordo con la squadra, si è deciso di non andare. Mi è dispiaciuto».
Assieme a Colbrelli, punta azzurra agli europei e al mondialeAssieme a Colbrelli, punta azzurra agli europei e al mondiale
Europei in casa
Mentre qualcuno lo chiama e lui per un secondo sparisce, il discorso si sposta sugli obiettivi di fine stagione. Perché se è vero che europei e mondiali sono adatti per Colbrelli, Cimolai e Nizzolo, figurarsi che cosa ne pensi Trentin.
«Gli europei saranno duri – dice – con tanta salita, ma le due volte che ho fatto la Vuelta, poi in salita andavo bene, per cui sono tranquillo. Il mondiale sono andato a vederlo, la salita dell’europeo invece l’ho fatta per anni due volte al giorno per cinque giorni alla settimana quando andavo a scuola. Non in bici, ma in bus, però ce l’ho tutta presente. Parte da Porta Aquila e sale verso Povo, all’Università, poi alla rotondina giri a sinistra verso Villazzano e la discesa è tutta da pedalare. La strada della Bolghera, svolta verso le caserme e poi si va verso il Duomo per l’arrivo. Invece il mondiale sarà un casino…».
Stress iridato
Avendo vissuto a Trento per qualche anno, la sua descrizione solleva ricordi e riferimenti comuni: il percorso degli europei è stato presentato ieri e presto ci torneremo. Ma ad aprile siamo stati anche noi sui percorsi del mondiale di Leuven e quella sua previsione ci incuriosisce.
«Sarà come Glasgow più o meno – dice ricordando gli europei vinti nel 2018 – ci sarà una fase di riposo sulla tangenziale che faremo due volte a giro, poi sarà per tutto il giorno un super stress nel tenere la posizione. Saremo sempre in curva. E se si pensa che a settembre in Belgio potrebbe anche capitare la giornata di maltempo, il quadro è completo. Sarà una classica, un percorso parecchio tecnico e nervoso».
Autografi in Andalucia: il suo programma sarà tutto spagnoloAutografi in Andalucia: il suo programma sarà tutto spagnolo
Nessun regalo
Le classiche, il suo pane quotidiano, anche nel primo anno al Uae Team Emirates. Trentin non ha vinto, ma è stato fra i protagonisti di tutte le corse cui ha preso parte, pagando spesso il pegno alla sfortuna e a qualche foratura di troppo.
«Sono andato bene – rivendica con orgoglio – ho fatto anche i miei piazzamenti. Terzo alla Gand, terzo al Brabante. Ottavo all’Het Nieuwsblad, quarto a Kuurne. Poi ho staccato, sapendo che il finale di stagione sarà bello impegnativo. Alla Vuelta Andalucia non ero neanche male, ma sono caduto e in questo ciclismo non può mancarti neanche un quarto, perché la paghi. Lo stiamo vedendo al Tour. Tutti quelli che sono caduti, anche la caduta più leggera, l’hanno pagata. Per cui adesso finisco questi 20 giorni in altura, vado per una settimana a casa e poi si riparte. Com’è giù il tempo? Mi sa che una pioggerellina farebbe comodo anche a voi…».
Alla vigilia dell'europeo su strada, Wout Van Aert incontra la stampa nell'hotel del Belgio. Domande su Van Hooydonck, la Vuelta e le poche vittorie 2023
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Leuven è la sede di arrivo dei mondiali di Flanders 2021, che bici.PRO ha raccontato stamattina in anteprima. In francese si scrive Louvain e in italiano (meno fascinoso) è Lovanio: è la città dell’Università e della birra. La prima venne fondata nel 1425 da Giovanni di Borgogna con il nome di Universitas studiorum Lovaniensis. La produzione della seconda si deve a storici birrifici che nel 1717 presero il nome di Artois e diedero il via alla produzione della Stella Artois.
Flanders 2021 arriva in occasione del centesimo anniversario della rassegna iridata che vide la luce nel 1921 a Copenhagen.
Sulla salita di Moskestraat nel 2020 si giocò il Brabante fra Alaphilippe e Van der PoelSulla salita di Moskestraat nel 2020 si giocò il Brabante fra Alaphilippe e Van der Poel
Unione di forze
Per organizzare i mondiali nelle Fiandre, il Belgio ha messo insieme le sue forze migliori, per un evento che dovrà essere certamente sportivo, ma anche di forte promozione turistica per la regione delle Fiandre. Il comitato organizzatore si è costituito in una organizzazione no-profit (WK 2021) dalla collaborazione tra Flanders Classics e Golazo. Entrambe le parti possono vantare una vasta esperienza come organizzatori delle più grandi gare di ciclismo nelle Fiandre e in Belgio, tra cui il Giro delle Fiandre, l’Omloop Het Nieuwsblad, il Baloise Belgium Tour, il BinckBank Tour, numerosi eventi di ciclocross e più di 40 eventi per cicloturisti.
Il disegno effettivo del percorso si deve a Wim Van Herreweghe, direttore di corsa di Clanders Classic, e Rob Discart, suo omologo per il Giro del Belgio. Van Herreveghe è colui che si piegò in un primo momento al cambio di percorso del Giro delle Fiandre, con la sostituzione del Muro di Grammont con il circuito del Qwaremont e che nel 2017 si batté per reinserire il Muur nella prova.
«Abbiamo cancellato una tradizione – spiegò – perché non avevamo altra scelta. Il fatto di inserire nuovamente quel muro è stato l’omaggio ad un luogo santo di questo sport e di un simbolo per il ciclismo delle Fiandre».
Nella Markt Place di Anversa, Museeuw, Merckx e Lappartient, nel momento della presentazione dei mondialiNella Markt Place di Anversa, alla presentazione dei mondiali
Arrivo ristretto
Gli organizzatori hanno espresso chiaramente la volontà di non avere un arrivo di gruppo e hanno per questo optato per la formula del doppio circuito, per dare ai cosiddetti Flandrien – corridori da classiche come Van Avermaet, Gilbert, Stuyven, Wellens e il giovane Evenepoel – la possibilità di lottare per il titolo mondiale. Di conseguenza, nel tracciato sono stati inseriti strappi e settori in pavé.
Alla vigilia dell’assegnazione, in un divertente confronto fra campioni, gli organizzatori hanno effettuato un sondaggio fra vecchie glorie del ciclismo fiammingo, mettendo insieme nomi come quello di Johan Museeuw, Freddy Maertens e Roger De Vlaeminck, ciascuno dei quali sosteneva un tipo di percorso. Maertens in particolare sosteneva la possibilità di avere un mondiale per velocisti: possibilità tuttavia bocciata per l’assenza attualmente in gruppo di uno sprinter belga all’altezza dei migliori.
Il tracciato così elaborato strizza gli occhi agli… uomini da mondiale di cui il Belgio è ricco. Da Van Aert a Van Avermaet, passando per il vecchio Gilbert e il compagno Welles, Evenepoel e Philipsen, Stuyven fresco vincitore della Sanremo e la nutrita schiera di gregari che potranno sostenerli.
Sul fronte degli altri Paesi, la tipologia di corridore che si addice al percorso fiammingo è quella di Sagan e Van der Poel, Asgreen e Kristoff, Ballerini e Trentin, Nizzolo e il miglior Viviani, Demare e tutti gli uomini veloci che sono in grado di muoversi nel vento e sugli strappi, che non faranno selezione nella singola scalata, ma di certo metteranno nelle gambe il piombo sufficiente perché l’ultima salita, quella di Sint Antoniusberg , si riveli magari decisiva.
Prove sulla salita di Keizersberg, che sale dal centro storico di LeuvenProve sulla salita di Keizersberg, che sale dal centro storico di Leuven
Sette giorni di gare
Il programma delle gare sarà inaugurato dalle cronometro, che si svolgeranno nell’area di Knokke-Heist, sul mare a Nord di Bruges. Prove che saranno certamente caratterizzate dal vento che in quelle zone non manca mai e fa girare gigantesche pale eoliche. Si comincia dunque il 19 settembre e si conclude con la corsa su strada dei pro’ il 26.
19/9
Crono uomini elite
km 43,3
20/9
Crono under 23
km 30,3
20/9
Crono donne elite
km 30,3
21/9
Crono donne junior
km 19,3
21/9
Crono uomini junior
km 22,3
22/9
Cronosquadre Mixed Relay
Km 44,5
24/9
Strada donne junior
km 75
24/9
Strada under 23
km 160,9
25/9
Strada juniores
km 121,4
25/9
Strada donne elite
Km 157,7
26/9
Strada uomini elite
km 268,3
Visit Flanders mette a disposizione percorsi a tema per scoprire il territorio
Ancora Visit Flanders e le sue rotte cicloturistiche
Visit Flanders mette a disposizione percorsi a tema per scoprire il territorio
Ancora Visit Flanders e le sue rotte cicloturistiche
Non solo corridori
Se il Covid darà per allora un po’ di requie, dato che nei giorni di queste classiche e del nostro sopralluogo il Belgio è parso un Paese fantasma, i mondiali di settembre saranno un’ottima occasione di promozione turistica. Non a caso fra i partner dell’evento c’è anche Visit Flanders, l’agenzia che ha fatto del cicloturismo uno dei principali richiami di una regione che è forse poco nota al pubblico italiano, ma ha una sconfinata tradizione ciclistica, nonché culturale e gastronomica.
Il programma messo in tavola vede iniziative su ciascuna delle sedi iridate. Knokke-Heist. Anversa. Bruges. Brabante. Leuven. Le Fiandre. Le piste ciclabili da queste parti sono autostrade e nella maggior parte dei tratti non incrociano nemmeno il traffico delle auto.
Si sta lavorando sodo ad ogni dettaglio, con il ciclismo come unico denominatore. Mentre la Francia si è fermata e l’Olanda ci ha pensato a lungo, il Belgio ha messo in atto strategie di sicurezza davvero ineccepibili. Con i problemi, dicono, si convive o si deve imparare a farlo. Ma per settembre l’auspicio di tutti è che il cielo sia finalmente un po’ più sgombro. Le Fiandre senza la birra sono come una chiesa senza l’ostia.
Il Giro bussa, ma prima di archiviare le classiche del Nord rileggiamo gli ultimi appunti, tirati giù in una mattina di sole a Leuven davanti a una birra scura
Da Anversa a Leuven, un tratto in linea e due anelli per un totale di 268 chilometri e 2.562 metri di dislivello. E’ su questo circuito che il prossimo 26 settembre si disputerà il Campionato del mondo dei professionisti.
Tre sezioni principali
Il tracciato è composto tra sezioni principali: un tratto in linea che appunto porta da Anversa a Leuven, un circuito cittadino (che sulle mappe vedremo in rosso) e un circuito extraurbano (che vedremo in giallo). La loro sequenza è un po’ intrigata: tratto in linea, un giro e mezzo dell’anello urbano, uno di quello in campagna, di nuovo quattro giri di quello urbano e uno fuori e infine due giri e mezzo dell’anello urbano.
Quel che ne esce è un’altimetria a dir poco nervosa. Solo nei due circuiti si conta un totale di 42 strappi, più altri tre nella porzione in linea. Una tipica corsa fiamminga: più facile di un Fiandre, più dura di una Freccia del Brabante. Numeri alla mano sembra molto simile ad un Giro delle Fiandre, appunto, ma analizzando le sue salite, queste sono parecchio più brevi ed è pertanto lecito pensare ad una corsa più veloce.
Il tratto in linea sembra quello più regolare e privo d’insidie, vento a parte, che però non possiamo prevedere. Analizziamo così i due anelli.
Uno degli organizzatori della prova iridata ci spiega il circuitoUno degli organizzatori della prova iridata ci spiega il circuito
Il circuito cittadino
Si entra nel circuito cittadino per la prima volta dopo 56 chilometri. E’ un circuito che alterna dei segmenti molto scorrevoli ad altri più “tortuosi”. Pensiamo alla strada a scorrimento veloce che porta al primo strappo, quello di Wijnpers: stradone largo che si stringe per iniziare una discesa piuttosto ripida, che s’interrompe con una brusca curva a destra (ad oltre 100°) per svoltare in una stradina stretta. La pendenza massima sfiora il 10% e la raggiunge presto. La sua lunghezza è di 360 metri. In cima una curva a gomito riporta il gruppo nel tratto a scorrimento veloce. In questo tratto, lungo oltre un chilometro il gruppo potrà anche ricompattarsi: fondo perfetto, strada larga e nessuna curva. Al termine di un segmento in leggera discesa poi, svolta a 90° verso sinistra. Attenzione a questo incrocio. Nello stesso punto, ma verso destra, si si inizierà il tratto che porta dall’anello urbano a quello extraurbano.
L’altimetria generale del prossimo campionato del mondo
La planimetria dei due anelli (rosso urbano) (giallo extraurbano)
L’altimetria generale del prossimo campionato del mondo
La planimetria del percorso di Leuven (anello rosso o urbano)
La planimetria del percorso Fiandre (anello giallo o extraurbano)
Il punto decisivo?
Ma restiamo nel tratto urbano. Eseguita questa svolta a sinistra, inizia la parte più nervosa del circuito. Ci sono diverse curve, alcune anche abbastanza chiuse tra i palazzi della città. La strada varia la sua larghezza fino a restringersi abbastanza in occasione del secondo “muro”, quello di Saint-Antoniusberg. Non è nulla d’impossibile (230 metri al 5,7% con una punta dell’11%) ma questa è l’ultima asperità prima dell’arrivo. In cima poi svolta secca a destra e inizia la discesa in modo molto graduale.
E’ un punto molto importante e delicato: all’arrivo mancano meno di due chilometri. In fondo alla discesa, quando manca un chilometro c’è l’ultima svolta a sinistra, ancora a 90°, ma abbastanza larga. Da qui all’arrivo strada larga che tende leggermente a salire. Il traguardo sarà posto di fronte al grande centro sportivo della città, da una parte, e della prigione, dall’altra.
Nel cuore di Leuven
Proseguendo il giro, si entra nel cuore della città. Qualche svolta tra palazzi storici, ma tutto sommato strada scorrevole, a parte il brevissimo tratto di fronte al municipio in pavè (foto in apertura), ma parliamo davvero di 100 metri.
Vialoni e svolte ampie portano alla terza scalata dell’anello cittadino, il Keizerberg: 290 metri con una punta del 9%. Asfalto perfetto. Prima di lasciare il circuito cittadino, si va nella periferia Nord di Leuven, un quartiere residenziale, dove si scala il Decouxlaan: 950 metri, pendenza massima 14% ma in pratica la parte del muro è rappresentata dai primi 200 metri, poi è tutto un falsopiano. Si affronta a seguire di nuovo il Wijnpers e ci si avvia quindi verso la strada gialla che porta in direzione di Neerijse da cui prende il via il circuito dei muri. L’anello cittadino misura dunque 12,5 chilometri.
Lo strappo di Wijnpers
Un tratto abbastanza stretto nel centro storico di Leuven
Il Saint Antoniusberg, l’ultimo dente prima del traguardo
L’arrivo sarà all’altezza del segnale giallo (circa)
Nel cuore di Leuven. La gara s’infila tra i palazzi sulla sinistra
Il Keizersberg, primo muro del circuito cittadino dopo il passaggio sull’arrivo
Al semaforo a destra si va nel circuito Fiandre, a sinistra si prosegue in quello cittadino
Lo strappo di Wijnpers
Un tratto abbastanza stretto nel centro storico di Leuven
Il Saint Antoniusberg, l’ultimo dente prima del traguardo
L’arrivo sarà all’altezza del segnale giallo (circa)
Nel cuore di Leuven. La gara s’infila tra i palazzi sulla sinistra
Il Keizersberg, primo muro del circuito cittadino dopo il passaggio sull’arrivo
Al semaforo a destra si va nel circuito Fiandre, a sinistra si prosegue in quello cittadino
Anello Fiandre
E l’anello giallo? E’ chiamato Fiandre, nome a dir poco calzante. Campagne, colline, paesini… Misura 47 chilometri, nei quali c’è di tutto. Falsopiani, pianura, strappi, pavè (poco), discese. Ci si arriva dopo un tratto di raccordo con l’anello rosso che si percorrerà in entrambi i sensi di marcia. Tende a scendere quando si esce da Leuven e viceversa.
La prima salita è lo Smeysberg: la strada si arrampica sulla collina dritta come un fuso. L’organizzazione dice che è lunga 700 metri, in quanto conta anche il falsopiano in cima, di fatto è una rampa di 150 metri, ma con pendenze molto cattive. Il falsopiano a seguire è davvero impercettibile. Piuttosto, in caso di vento bisognerà stare attenti una volta in “quota”: gli spazi sono ampi e ai lati ci sono campi arati esposti alle raffiche.
Alcuni segmenti in discesa, mai troppo tecnici, portano al Moskesstraat. Questo è uno dei muri simbolo della Freccia del Brabante. Una svolta secca nell’abitato di Terlanen introduce in questa stradina in pavè (e tanto fango nel giorno della nostra ricognizione) che passa nel bosco. La sua pendenza contrariamente a tutte le altre salite va ad aumentare e in cima tocca il 18%.
Sempre con questa alternanza di tratti ondulati, ma anche di pianura in cui le squadre possono lavorare e organizzarsi, si superano altri due strappi: il Bikeestraat e il Veeweidestraat entrambi sui 450 metri.
Parte della gara iridata, ricalca le strade della Freccia del Brabante
Il Moskeestraat, forse la salita più dura del mondiale nel circuito extraurbano
Neve durante il sopralluogo. Creste delle colline scoperte, occhio al vento
L’anello Fiandre ha diversi segmenti in discesa così…
Non mancano i tratti in pianura, spesso in cima alle colline
Parte della gara iridata, ricalca le strade della Freccia del Brabante
Il Moskeestraat, forse la salita più dura del mondiale nel circuito extraurbano
Neve durante il sopralluogo. Creste delle colline scoperte, occhio al vento
L’anello Fiandre ha diversi segmenti in discesa così…
Non mancano i tratti in pianura, spesso in cima alle colline
Chi è avvantaggiato?
Come detto si tratta di un percorso nervoso, ma con strade meno strette rispetto ad un classico Fiandre. Avere una squadra forte è importante per stare davanti, controllare e soprattutto per essere coperti in caso di vento.
E’ per ruote veloci? Sicuramente. Velocissime? Difficile. Perché è vero che le salite sono molto corte, ma alla fine ci sono pur sempre oltre 2.500 metri di dislivello da superare e la distanza non è poca: 268 chilometri più 8 chilometri di trasferimento sono un bel bottino. E poi negli ultimi anni si è visto come abbiano fatto più selezione tracciati ritenuti non impossibili che non quelli estremi, i quali tendono invece a “bloccare” la corsa. Lo scopriremo tra qualche mese.
Il mondiale è già parte del passato: Fausto Scotti preferisce guardare al futuro, ma una cosa ci tiene a sottolinearla in sede di consuntivo. «Parlare di Italia da ricostruire come ho letto su qualche giornale è sbagliato – dice – significa non avere seguito la stagione, non accorgersi che abbiamo una nazionale fra le più giovani e promettenti del panorama internazionale. Non aver notato che ai mondiali non c’erano i nostri fortissimi juniores. Certo, se guardiamo la gara elite di Ostenda, il fatto che tutti i nostri siano finiti doppiati non fa piacere. Ma quei due “astronauti” stanno ridisegnando l’intero mondo del ciclocross. Sono qualcosa che esula dal livello generale del movimento. Anche gli altri, i campioni belgi e olandesi incassano ritardi pesantissimi».
Anche a Ostenda, Scotti ha avuto al suo fianco Luigi Bielli: la coppia funzionaAnche a Ostenda, Scotti ha avuto al suo fianco Luigi Bielli
E’ anche vero però che i nostri elite non riescono più a competere anche con le altre nazioni come Francia o Svizzera…
Se guardiamo l’ipotetica classifica a squadre, saremmo stati quinti, sempre considerando che Belgio e Olanda sono un mondo a parte per la semplice ragione che lì il ciclocross è professionistico, in grado di garantirti stipendi da 300 mila euro l’anno e ingaggi da 2.000 euro a gara e non parlo certo dei VdP o Van Aert… I nostri devono decidere cosa fare. Se gareggi nel ciclocross e pensi alla mountain bike, puntando a una possibile convocazione olimpica o in nazionale, con i soldi che girano lì, non hai le giuste prospettive. Con questo non dico che sono contrario alla multidisciplinarietà, ma io la intendo più come comunanza fra ciclocross e strada.
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Quindi Scotti approverebbe un abbinamento con squadre su strada, meno con quelle offroad?
Intendiamoci, la mountain bike ti dà elasticità ed equilibrio, ma non potrà mai garantirti il motore che ti dà la strada, il lavorare su ritmi e intensità diluiti per ore. Fare un’ora e mezza su strada e lo stesso tempo in Mtb non è lo stesso, alla lunga la Mtb ti prosciuga. Serve, ma secondo me non è complementare al ciclocross. Fontana e Bertolini (nella foto di apertura, ndr), per fare due nomi, hanno dovuto sacrificare parte della loro preparazioneper i mondialialle ambizioni nella Mtb. E a Ostenda non erano al massimo della forma, come avrebbero potuto essere.
Per Filippo Fontana cross e Mtb sono in conflitto?
Samuele Leone è un U23 di secondo anno, da junior nel 2019 è stato tricolore
Marco Pavan ha 20 anni, corre nell’Area Zero. Ha vinto la tappa di Osoppo del Giro d’Italia Ciclocross
Per Filippo Fontana cross e Mtb sono in conflitto?
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Pavan ha 20 anni, corre nell’Area Zero. Ha vinto la tappa di Osoppo del Gic
Poi però la strada si porta via i migliori talenti, come avvenuto con De Pretto…
Il fatto è che i team italiani non guardano al ciclocross, se non come serbatoio di talenti. E quando approdi lì, ti dicono che la strada comanda e che il ciclocross porta rischi d’infortuni, così perdiamo corridori. Non voglio discutere le scelte dei team, nello specifico della Work Service. Hanno le loro ragioni, ma magari ci sono ragazzi che nel ciclocross potrebbero ottenere molto e su strada non avrebbero carriere altrettanto valide e vincenti. All’estero non ragionano così…
Alice Maria Arzuffi riesce a conciliare bene strada e crossAlice Maria Arzuffi riesce a conciliare bene strada e cross
C’è rischio di perdere altri talenti in questo modo?
Dipende. Facciamo l’esempio di Lorenzo Masciarelli: con De Clercq c’è un progetto in essere. Correrà tanto su strada, ma il ciclocross resterà un suo obiettivo e questo gli consentirà di crescere. Per Olivo, il campione italiano di categoria che pratica molte discipline ciclistiche, si può fare la stessa cosa. Con le ragazze è più semplice, lì la multidisciplinarietà è acquisita. La Arzuffi che su strada due anni fa emergeva al Giro d’Italia, non ha mai smesso d’investire nella nostra attività.
Che cosa serve allora per dare una spinta al ciclocross italiano?
Facile, un team professionistico, strutturato come quelli belgi e olandesi, che convogli i migliori talenti giovanili e li faccia crescere. C’è però un aspetto che vorrei sottolineare: a livello giovanile non siamo messi così male. E anche i mondiali, disputati su un percorso atipico che non era poi così entusiasmante, lo hanno dimostrato. Abbiamo molti giovani validi, si può essere ottimisti, ma bisogna preservare il movimento e farli crescere senza portarli verso altri lidi.
Bryan Olivo corre anche su strada e pista, per ora senza esclusioniBryan Olivo corre anche su strada e pista, per ora senza esclusioni
Ora che cosa farà Scotti, finita la stagione?
Ci sono da sistemare tutti i rendiconti, preparare calendari e attività del prossimo anno, seguire i progetti scuola e Forze Armate, girare per seguire i ragazzi fra strada e Mtb. Il mio lavoro non è finito, è appena cominciato…
Un’edizione dei mondiali, quelli di ciclocross a Ostenda, dominati dall’Olanda che ha fatto il pieno di titoli e conquistato 8 delle 12 medaglie disponibili. Una supremazia che schiaccia il resto del mondo, anche il Belgio padrone di casa deluso soprattutto dalla sconfitta di Van Aert nel “duello” con Van Der Poel. Loro ma non solo sono stati i protagonisti della rassegna iridata, che merita un approfondimento legato ad alcuni dei suoi protagonisti ai quali diamo le nostre pagelle.
Mathieu Van der Poel ha vinto i mondiali e poi ha ammesso che è stato strano correre cosìVan der Poel ha ammesso che è stato strano correre così
MATHIEU VAN DER POEL: 10
Come si fa a non dare il massimo dei voti dopo una gara come la sua, nella quale ha schiacciato moralmente prima che tecnicamente l’avversario? La sua vittoria è nata dalle disavventure del primo giro che avrebbero abbattuto chiunque. VdP invece ha continuato a crederci, finendo da dominatore.
Van Aert ha ammesso di aver perso la testa nel finale e di conseguenza i mondialiVan Aert ha ammesso di aver perso la testa nel finale
WOUT VAN AERT: 5
La delusione sul viso all’arrivo era evidente e da campione qual è, il belga non ha accampato scuse, ammettendo che la foratura non ha inciso più di tanto. Il corridore della Jumbo Vismaè andato lentamente spegnendosi, schiacciato dal rivale, quando invece era attesa la sua riscossa. La sfida però resta aperta.
Toon Aerts in allenamento ha fraternizzato col nemico arancione: Yara KasteleijnToon Aerts in allenamento con Yara Kasteleijn
TOON AERTS: 8
Quando conta davvero, Toon Aerts c’è. Non per niente, nell’ultimo decennio dominato dai due campioni sopra nominati, è quello più presente sui podi che contano. Terzo bronzo iridato consecutivo dopo una stagione in chiaroscuro, a dimostrazione che stava puntando tutto su questa gara.
Per Pidcock, scalatore potente ma leggero, il percorso dei mondiali è stato troppo severoPidcock troppo leggero per questo percorso
THOMAS PIDCOCK: 6
Il percorso non era adatto a lui, troppo leggero per i lunghi tratti su sabbia. In alcuni giri ha galleggiato, a una tornata dalla fine era ancora terzo ma proprio sulla sabbia non ha potuto contenere il ritorno di Aerts. Resta però la sensazione che, su un tracciato “normale”, sia l’unica alternativa a “quei due”.
Classe e tecnica a Stybar non mancano, ma la lontananza ha un prezzo: mondiali nelle retrovieClasse e tecnica a Stybar non mancano
ZDENEK STYBAR: 7
Il ceko, assente da anni, ha ripassato il manuale del ciclocrossista ormai impolverato e ha dimostrato che la vecchia guardia non muore mai. A lungo ha navigato in 15esima posizione, dietro solo a belgi e olandesi in gara ogni santo weekend, alla fine ha chiuso 18°, davanti a molti specialisti ragazzini. Uno sprazzo di classe.
Ryan Kamp era l’U23 più forte, ma ha commesso errori a palateRyan Kamp era l’U23 più forte, ma ha sbagliato troppo
RYAN KAMP: 5
Il voto dovrebbe essere più severo, perché nella gara U23 ha fatto e disfatto tutto lui. Era però il più forte e a dispetto degli errori avrebbe anche potuto vincere, ma ha preferito coprire la fuga del “gabbiano” Ronhaar. Eppure il gioco di squadra non è proprio una caratteristica degli arancioni…
Lucinda Brand ha inseguito l’iride per una vita: meritatoLucinda Brand ha inseguito l’iride per una vita: meritato
LUCINDA BRAND: 9
Chi dubitava di lei paventando un calo di condizione è stato servito: la dominatrice della stagione, un po’ opaca nelle ultime uscite, aveva puntato tutto su Ostenda, lavorando addirittura con i colleghi maschi, per acquisire maggior dimestichezza sulla sabbia. Alla fine è emersa la sua resistenza, tipica della stradista qual è.
Dopo un anno opaco, Annemarie Worst ha azzeccato il giorno giusto. Poteva vincereAnnemarie Worst ha azzeccato il giorno giusto
ANNEMARIE WORST: 8
Anche lei, dopo una stagione sempre a guardare le vittorie delle altre, è emersa nel momento che più conta. A Ostenda stava quasi per fare il colpaccio, ma all’ultimo giro era stanca soprattutto mentalmente e a questo si devono i due decisivi errori finali, che non cancellano la sua più bella gara dell’anno.
Grossa delusione per Ceylin Del Carmen Alvarado, caduta al primo giroGrossa delusione per Ceylin Del Carmen Alvarado
CEYLIN DEL CARMEN ALVARADO: 4
La pallida copia della campionessa che aveva dominato le ultime uscite internazionali. L’errore in partenza ha pregiudicato la sua prova, ma anche dopo, forse sfiduciata, non ha mai mostrato le sue capacità, non solo sulla sabbia ma neanche sui passaggi più tecnici. Vista la sua giovane età, potrà rifarsi, magari in Mtb.
L’ungherese Vas è il manifesto della multidisciplina: dieci e lodeLa Vas è il manifesto della multidisciplina
BLANCA KATA VAS: 8
Siamo di fronte a una campionessa vera, espressione fulgida del concetto di multidisciplinarietà. Già sul podio iridato nella mountain bike, a Ostenda è stata sconfitta solo dalla preponderanza olandese, ma ha dimostrato una completezza tecnica invidiabile, che potrebbe portarla anche a un futuro su strada.
Domani a Ostenda l’ennesimo capitolo di un libro che Wout Van Aert sta scrivendo dal lontano 2012, insieme a un altro “autore”, Mathieu Van Der Poel. E’ il libro delle loro sfide, che ormai non è più concentrato solo sul ciclocross, ma si estende anche alla strada come il Giro delle Fiandre ha dimostrato lo scorso anno.
Il bilancio dei duelli iridati fra Van der Poel e Van Aert vede l’olandese in vantaggio per 5-4Per Van der Poel un mondiale più di Van Aert: 5-4
Cinque a quattro
Domani sul difficile percorso belga i due si incroceranno per un altro campionato mondiale: finora il bilancio, iniziando dai confronti fra gli junior, è di 5 titoli a 4 per l’olandese, ma nel 2020 Van Aert era ancora claudicante per la terribile caduta del Tour 2019. Per questo la sfida sul terreno di casa è per il belga così importante e la vittoria di domenica a Overijse gli ha dato quella punta di ottimismo che mancava.
«Quest’inverno ho sentito di aver raggiunto un livello migliore rispetto ai due precedenti – ha dichiarato alla vigilia della gara sul sito www.redbull.com – ho potuto gareggiare di più e questo mi ha fatto molto piacere. Vincere il mondiale resta un obiettivo molto importante per me, ma ora guardo anche più avanti, ad altri target relativi alla strada e questo mi aiuta ad avvicinarmi all’evento con meno tensione».
La vittoria di Overijse ha dato a Wout grande fiduciaLa vittoria di Overijse ha dato a Wout grande fiducia
Solo tecnica
Dopo Overijse il portacolori del Team Jumbo Visma ha un po’ staccato la spina, per avvicinarsi al mondiale con le pile cariche.
«Il mio allenatore chiama sempre l’ultima settimana prima della gara una “settimana di dirottamento”. Mi alleno molte meno ore in modo da poter essere completamente fresco all’inizio. Il focus è quindi sull’intensità e sulle tecniche incrociate».
Solo strada
Quest’anno la preparazione di Van Aert è stata diversa dal solito: niente stage specifico a dicembre, ma fisico e mente già proiettati verso la stagione su strada, partecipando al primo ritiro pre stagionale della squadra in Spagna dedicandosi anima e corpo all’asfalto, senza neanche portarsi le bici da cross.
«Una scelta del genere non solo è molto utile per la stagione su strada – dice – ma sicuramente aiuta anche nella preparazione per il mondiale di ciclocross. Grazie al bel tempo in Spagna e alle montagne che sono riuscito a scalare lì, ho ottenuto più profitto dal mio lavoro, soprattutto sul piano della resistenza».
In ritiro con la Jumbo Visma, Wout ha lavorato solo su strada, in salita, per la resistenzaIn ritiro ha lavorato solo su strada: tanta salita
Re della sabbia
Il percorso di gara gli piace molto (ci ha vinto nel 2017 ai campionati belgi), soprattutto la parte su sabbia.
«Penso che questo sia davvero un percorso – dice – che mi si addice molto bene. Pedalare sulla sabbia richiede molta forza e soprattutto una buona tecnica. E anche il ponte alto che porta in testa alla spiaggia sarà decisivo. Fondamentale sarà la partenza, anche perché è un percorso all’inizio molto stretto e credo che già dopo poco la situazione di gara sarà chiara».
Start a tutta
Torniamo quindi alle discussioni nate sabato dopo la sconfitta subita ad Hamme: se il belga riuscirà a non perdere terreno al via dal rivale, sarà una sfida ad armi pari…
«Mi aspetto una partenza molto veloce – ammette – la spiaggia arriverà immediatamente dopo, quindi è importante andare a tutta velocità dall’inizio. La mia parte migliore sarà proprio quella sulla sabbia, ho lavorato molto sull’esplosività e la tecnica proprio per questo. La difficoltà ai mondiali di Ostenda è che ci sono chiaramente due parti: una parte sulla spiaggia dove si possono usare pneumatici lisci – quasi senza battistrada – e una parte nell’ippodromo dove si corre sull’erba e il clima può avere una grande influenza».
Pietro Mattio è stata una pedina fondamentale nello scacchiere della Visma e di Van Aert per vincere la Roubaix c'è stato bisogno anche del suo zampino
Diamo un seguito a quanto detto giorni fa da Andrea Tonti e approfondiamo con Martinelli la gestione di Cunego dopo il 2004. Ecco cosa dice il bresciano
Domenica, Ostenda, ore 15: Mathieu Van Der Poel dovrà svestire quella maglia arcobaleno che ha portato per un anno, rimetterla in palio contro il suo grande rivale, Wout Van Aert, nell’ennesimo capitolo di una sfida destinata a perpetuarsi da questa sabbia fino alla strada.
A Overijse, partenza sprint di Van der Poel, ma questa volta Van Aert non ha cedutoA Overijse, partenza sprint di Van der Poel, ma questa volta Van Aert non ha ceduto
Un solo giorno
Con l’avvicinarsi dell’evento, Mathieu ha esternato davanti alle telecamere del team il suo stato d’animo alla vigilia del grande evento. Le interviste in tempo di pandemia avvengono per lo più nel freddo contatto televisivo, ma guardandolo in faccia, vedendo il suo viso tra l’annoiato e il corrucciato, è facile cogliere una certa tensione, data non solo dall’avvicinarsi della sfida, ma anche dagli esiti delle ultime gare, esiti contraddittori, che gli hanno tolto quelle certezze che solo sabato sera allignavano nella sua mente.
«Io ho sempre detto durante la stagione che la gara che conta è una e una sola, i mondiali – mette subito in chiaro l’olandese dell’Alpecin-Fenix – le altre non erano così importanti, perché non avevo qualcosa di particolare da difendere o da dimostrare. Quel che conta è solo quel che avverrà domenica».
Van der Poel è andato sul percorso, soprattutto nel tratto sulla sabbia, con suo fratello DavidVan der Poel è andato sul percorso con suo fratello David
Spiaggia decisiva
VdP non fa mai il nome del suo rivale, quasi fosse un fantasma da esorcizzare, anzi fa pretattica evitando di identificare la gara iridata come una sfida a due.
«Si parte alla pari, tutti – dice – ognuno si è preparato in maniera diversa e arriva all’appuntamento per la sua strada, poi si vedrà. Ogni gara, ma anche ogni percorso è diverso, non si può fare una comparazione. Domenica la differenza si farà prima sulla spiaggia. Il tratto dal mare alla diga e dalla diga al ponte sembra molto difficile. Sarà difficile scavare tracce su quella sabbia. Spingeremo forte o avanzeremo a piedi».
Primo impatto
Il campione uscente attendeva con ansia il suo arrivo a Ostenda per verificare di persona il tracciato di gara.
«Il percorso avevo già potuto vederlo in occasione dei campionati belgi (vinti da Van Aert, ndr) – dice – ma non lo potevo giudicare solo in base a questo, non lo faccio mai. Sono abituato ad affrontarlo, a studiarlo di persona in allenamento per valutare con attenzione ogni singolo passaggio. Non mi fa paura né mi sento particolarmente fiducioso, dovevo vederlo da solo. D’altronde anche rispetto alla gara nazionale è passato tempo e quello che avevo visto va verificato, gli stessi organizzatori lo hanno modificato e reso più duro».
Più di una volta ha fatto show di potenza, soprattutto in partenzaPiù di una volta ha fatto show di potenza, soprattutto in partenza
Guanto raccolto
Proclami di vittoria? No, non fanno parte del suo carattere.
«Penso di avere buone possibilità – si mantiene cauto il campione arancione – le ultime uscite sono state davvero buone, tali da farmi entrare nell’ultima parte della preparazione con il feeling giusto. Mi sono preparato meglio che posso, spero di vivere una bella giornata come quella dello scorso anno e so che è ampiamente possibile. Ci è stato presentato un percorso in cui entrambi possiamo fare le nostre cose. Io sarò in vantaggio nell’ippodromo, mentre il ponte e la spiaggia saranno migliori per Wout».
Van der Poel domina l’Omloop Nieuwsblad con un’azione decisiva sul Muur: tecnica, potenza e un Nord già nel segno dell’olandese. VdP già aspetta Pogacar
Ceylin Del Carmen Alvarado arriva ai mondiali di ciclocross di Ostenda da campionessa in carica, ma non vuole pensare che si chiuda una parentesi, quella con la maglia iridata indosso. L’ultimo weekend le ha ridato fiducia, com’era a inizio stagione, quando aveva vissuto sull’onda degli eccezionali risultati acquisiti dalla mountain bike.
«Portare la maglia è stato fantastico – dice – ma sono tranquilla e fiduciosa di potermi ripetere e tenerla in casa. Io parto con la stessa mentalità dello scorso anno, con la forza della mia giovane età, forse anche un po’ sfrontata».
Foto di un anno fa, prima del mondiale. Vince al Brussels Universities Cyclocross 2020Foto di un anno fa, prima del mondiale. Vince al Brussels Universities Cyclocross 2020
Super obiettivi
L’evoluzione della stagione, nella quale la portacolori dell’Alpecin-Fenix ha ottenuto la vittoria agli europei, due tappe del Superprestige e tre dell’X2O Badkamers Trofée, oltre al successo di domenica a Overijse in Coppa del mondo, aveva visto l’olandese di nascita dominicana un po’ in soggezione nella nuvola arancione che ha dominato ogni appuntamento internazionale, soprattutto di fronte alla crescita imperiosa della Brand. Una difficoltà forse più fisica, data dalle migliori condizioni di resistenza della connazionale stradista che da un complesso d’inferiorità.
«Io voglio emergere nelle gare che contano – dice – se ho il titolo mondiale e quello europeo significherà pur qualcosa. Io sono abituata a pormi nuovi obiettivi ogni volta, a spostare il limite sempre più in là, penso sempre a quel che mi aspetta e cerco di ottenere di più».
La vittoria di Hamme l’ha lanciata verso OstendaLa vittoria di Hamme l’ha lanciata verso Ostenda
La forma c’è
Le vittorie dell’ultimo fine settimana sono però ormai parte del passato, ora c’è da pensare a un’altra gara. LA GARA!
«Credo di avere grandi possibilità – commenta Alvarado – ma so che ci sarà da soffrire e da lottare, perché ci sono altre atlete forti e le conosco bene… L’importante però è che ci arrivo con un buon livello di forma, come mi ero prefissata».
Il percorso le piace? «Molto – sorride – è vario e divertente, ci sono tratti a piedi, c’è sabbia, c’è erba. C’è anche un ponte, forse è un po’ alto, ma non tanto da farmi paura…».
A 22 anni la Alvarado è pronta per il grande appuntamento, poi ci sarà da pensare alla costruzione di un altro grande sogno, quello olimpico nella Mtb, ma ci sarà tempo. Ora quel che conta è riportare quella maglia così speciale nel suo armadio…