Azzurri pronti: «Sarà una guerra»

28.01.2021
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Ciclocross, mondiali 2021 a Ostenda, qui casa Italia. Un hotel requisito solo per la spedizione degli azzurri, con cuochi e cibo portati da casa. Tampone effettuato a 72 ore dalla partenza odierna dei ragazzi, poi altro tampone all’arrivo e terzo sabato mattina per tutto lo staff. Contatti ridotti al minimo indispensabile, per contenere tutti i rischi di contagio. Quella che parte per Ostenda sembra una spedizione di guerra e forse, per certi versi lo è, anche dal punto di vista agonistico. Sedici ragazzi italiani saranno in gara fra sabato e domenica per attribuire le nuove maglie iridate, equamente divisi fra uomini e donne anche nelle categorie, con 3 under 23 e 5 elite in gara. 

L’Italia del cross in ritiro ad Ardea, ha lavorato sulla spiaggia per preparare il mondiale
L’Italia del cross in ritiro ad Ardea

Meno sabbia

Tutto quel che è avvenuto fin qui è annullato, la gara che conta è solo quella di domenica e Fausto Scotti lo ha ripetuto spesso ai suoi ragazzi.
«Ci siamo preparati specificamente per questo evento – dice – il ritiro ad Ardea è stato strutturato anche per far abituare i ragazzi alla sabbia, anche se l’alta marea ha ridotto a Ostenda il bagnasciuga e quindi sarà minore il tratto da fare a piedi. L’importante però è che sono tutti pronti per l’appuntamento e sono fiducioso che faranno bene».

Francesca Baroni è in forte crescita e non ha paura di nessuno (foto Billiani)
Francesca Baroni è in forte crescita e non ha paura di nessuno (foto Billiani)

Occhi sugli U23

Il tecnico azzurro sa bene che sarà sugli under 23 che si potrà sperare in qualcosa di più di un buon piazzamento.
«Fontana sta bene – dice – è carico come non mai e va davvero forte (il Carabiniere è nella foto di apertura, ndr). Leone è giovane ma è anche lui al massimo della forma, Pavan si è meritato la convocazione con la sua costanza di rendimento per tutta la stagione. Sarà un’esperienza utilissima per lui. Fra le ragazze ho tantissima fiducia in Baroni e Realini, quest’ultima domenica in Coppa è partita per quartultima ma è arrivata sulle code di Arzuffi e Persico».

Anche Bertolini, campione d’Italia elite, ha un buon momento di condizione (foto Billiani)
Anche Bertolini ha un buon momento di condizione (foto Billiani)

Partenza a handicap


Molto conterà la partenza: «Purtroppo non abbiamo potuto fare attività internazionale – ammette il cittì azzurro – né viaggiare né allestire prove in Italia e questo ci ha fatto perdere punti, il che significa posizioni nella griglia di partenza. Oltretutto a Ostenda proprio lo start sarà una fase molto delicata, dovranno partire col coltello fra i denti per non perdere posizioni».

Eva Lechner dal podio tricolore alla sfida di Ostenda con i colori azzurri
Eva Lechner dal podio tricolore alla sfida di Ostenda con i colori azzurri

Lechner in 2ª fila

Un problema che avranno anche gli elite: «Rispetto alle prove di Coppa però – dice Scotti – Bertolini e Dorigoni guadagneranno qualche posizione, non essendoci tutta quella pletora di crossisti belgi e olandesi. Domenica sono andati entrambi molto bene, Dorigoni era partito per terzultimo ma ne ha superati tanti. Chi in partenza avrà qualche problema in meno sarà la Lechner, che scatterà dalla seconda fila».

Scotti non è abituato a fare proclami, ma ha le idee chiare: «Fra gli elite mi aspetto un piazzamento entro i 20, nelle altre categorie qualcosa in più. Poi sarà il percorso a dare i suoi verdetti, ma se i semi gettati nel ritiro azzurro frutteranno…».

Sorpresa Fondriest: «Volevo essere Bugno»

08.11.2020
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Il campione trentino racconta che cosa significhi vincere un mondiale a 23 anni e perché la vita possa diventare improvvisamente complicata. L'esempio di Bernal e l'attenzione che si dovrà fare con Pogacar. I suoi errori come esempio per i ragazzi che segue. L'analisi attenta delle proprie potenzialità, per non rischiare di snaturarsi, perdendo le proprie armi migliori.

Dopo aver ascoltato Moreno Argentin, ecco un incontro moto interessante con Maurizio Fondriest. Il trentino ribatte sugli stessi concetti e lo fa con toni davvero convincenti, ripetendo le lezioni che quotidianamente ripropone ai ragazzi di cui si occupa.

Il Tour da giovani

I corridori che hanno vinto i grandi Giri da giovani di solito finiscono presto la carriera. Accadeva una volta, sarà ancora così?

«Non so se sia un dato statistico – dice Maurizio – o sia la realtà. Le corse a tappe logorano il fisico e sottopongono a un grande stress. Il problema di solito inizia l’anno dopo, quando tutti iniziano ad aspettarti. Prendete Bernal, che sembrava destinato a vincere Tour a ripetizione. E stiamo attenti a Pogacar, lo gestisca bene la sua squadra, perché fra un po’ tutti cominceranno ad aspettarlo al Giro, al Tour, alla Vuelta. Non tutti riescono a reggere simili pressioni e a 20 anni è ancora più difficile».

Maurizio Fondriest, Milano Sanremo 1993
Fondriest conquista così la Milano Sanremo del 1993
Maurizio Fondriest, Milano Sanremo 1993
Conquistata la Milano Sanremo del 1993

Iridato a 23 anni

Maurizio ha vinto il mondiale a 23 anni, nel 1988 a Renaix, e ricorda bene le interviste e tutte le occasioni in cui un piazzamento veniva dipinto come una sconfitta o dovesse essere forzatamente il favorito in ogni corsa cui prendeva parte.

«Nell’anno da campione del mondo – dice – ho vinto tre gare e fatto 12 secondi posti. Si potrebbe pensare a una stagione mediocre, ma non lo fu. Perché quei 12 piazzamenti furono dovuti a volte ad avversari più forti di me, ma nella maggior parte dei casi ad errori nell’impostare la volata, perché avevo l’ansia di dimostrare che anche da campione del mondo avrei potuto vincere». 

Imparare dagli errori

Come se ne esce? Esiste una ricetta da indicare a Pogacar, Bernal, Geoghegan Hart e Hindley affinché la testa resti salda e non si faccia distrarre dalle sirene?

«Le epoche sono diverse – dice Maurizio – però la base dell’allenamento e della fatica è sempre la stessa. Oggi forse è anche più difficile, perché le distrazioni sono veramente tante. Ai miei ragazzi spiego gli errori che ho fatto io, perché possano difendersi. La cosa che noto è che queste cose si ripetono. Ciclicamente, si ripetono sempre uguali».

Attenti ai cambiamenti

Tante volte, prima di chiudere, gli errori nascono anche nella testa del corridore e del suo entourage, quando si decide di voler salire di livello ricercando numeri che non si possiedono.

«Anche io avrei voluto essere un corridore da corse a tappe – sorride – anche io volevo essere come Gianni Bugno. Andare forte in salita come lui, ma non era la mia caratteristica. Ho provato a preparare un Giro e ho fatto settimo (nella foto di apertura è con Laurent Fignon al Giro d’Italia del 1989, vinto dal francese, ndr). Ho fatto 15° in un Tour de France. Ma ero al limite e lo sapevo sin da giovane. Al Giro dei dilettanti prima di passare vinsi tre tappe e in salita ero con i più forti, ma mai con i migliori. E questo va capito subito. Perché puoi provare ad andare più forte in salita, ma se poi perdi la tua velocità e non vinci più corse, che cosa te ne fai?».

Moreno, il mondiale in barba a Saronni

03.11.2020
3 min
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Terzo incontro con Moreno Argentin, dopo aver parlato con lui di juniores e della scelta che ogni corridore prima o poi (meglio prima, a suo dire) deve fare fra classiche e Giri. Questa volta il veneziano entra nel discorso del mondiale, ricordando la vittoria di Colorado Springs 1986 e il grande ruolo di Alfredo Martini.

Terza e ultima puntata del nostro viaggio con Moreno Argentin. Nella prima tappa abbiamo parlato delle insidie della categoria juniores. Nella seconda, ieri, della difficoltà nello scegliere fra classiche e Giri. Oggi il focus si sposta sui mondiali

L’incompiuta

In tre anni, il veneziano infilò tre podi consecutivi. Terzo nel 1985 al Montello. Primo nel 1986 a Colorado Springs. Secondo nel 1987 a Villach. Poi, proprio agli albori della sua colossale stagione delle classiche e complice l’ascesa di corridori come Fondriest e Bugno, mollò la presa sulla gara iridata.

«Il mondiale per me è stato a lungo un’ossessione – sorride Moreno – un’incompiuta. Finalmente nel 1986 siamo riusciti a raddrizzare il tiro e conquistarlo e a quel punto non si è mollato, ma le sensazioni sono state altre. Ovviamente quando lo raggiungi è come toccare il cielo con un dito».

Moreno Argentin, Charly Mottet, Colorado Springs 1986
A Colorado Springs 1986 batte così in volata Charly Mottet
Moreno Argentin, Charly Mottet, Colorado Springs 1986
Colorado Springs 1986, batte Charly Mottet

Ci pensava Martini

Alfredo Martini è stato il cittì della nazionale dal 1975 al 1997 e ha condotto alla maglia iridata Gimondi, Moser, Saronni, Argentin, Fondriest e per due volte Bugno e tornò accanto a Franco Ballerini per le vittorie di Bettini e Ballan.

«Durante l’anno ci correvamo contro uno con l’altro – dice Moreno – quindi Alfredo Martini aveva un grande ruolo. Con il suo carisma ci faceva ragionare. Se magari venivamo da una litigata in una gara che si era svolta una settimana prima, quando arrivavamo a tavola o in una delle riunioni che Alfredo organizzava, ci faceva trovare la ragione. E alla fine correvamo sempre per quelli che ci garantivano maggiore efficienza».

Greg Lemond, Joop Zoetemelk, Moreno Argentin, mondiale Montello 1985
L’anno prima, terzo al Montello dietro Zoetemek e il giovaGregne Lemond
Greg Lemond, Joop Zoetemelk, Moreno Argentin, mondiale Montello 1985
Al Montello 1985, terzo dietro Zoetemelk

Compagni/avversari

Era una grande Italia quella fra gli Ottanta e i Novanta e spesso, come nella miglior tradizione azzurra, i nostri si correvano contro.

«E così è stato anche per me – conferma Moreno – ai mondiali del 1986 a Colorado Springs. Dovevo guardarmi dagli avversari più forti che avevo in casa. Perché al mio mondiale Saronni ha fatto terzo e Visentini usciva dal suo grande Giro d’Italia. Avevamo corridori molto importanti in squadra e uno dei motivi per cui mi sono mosso con tanto anticipo, con quella fuga precoce, è stato anche questo. Per mettere in condizione i miei compagni/avversari forti di proteggermi anziché inseguirmi».

Alaphilippe vittoria mondiali

Le Specialized iridate: quali differenze?

28.09.2020
3 min
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Gli ultimi Campionati del Mondo di ciclismo hanno visto primeggiare due atleti su biciclette Specialized. La cosa molto curiosa è che entrambi hanno usato lo stesso modello: il Tarmac SL7, ma con equipaggiamenti differenti.

Stesso telaio Specialized

Non è un caso che sia Julian Alaphilippe che Anna Van der Breggen abbiano scelto il Tarmac SL7 per affrontare il percorso mondiale. Questo telaio di Specialized coniuga notevoli doti aerodinamiche e un peso leggero, infatti siamo sugli 800 grammi. Il Tarmac SL7 è l’ultimo nato in casa Specialized e beneficia di attenti studi sul profilo dei tubi. I due neo campioni del mondo lo hanno scelto perché è un ottimo punto di incontro fra la ricerca della velocità e la leggerezza.

AlAphilippe Mondiali Imola
Alaphilippe impegnato sulla Cima Gallisterna
Alaphilippe Mondiali Imola
Alaphilippe impegnato sulla salita di Cima Gallisterna poco prima dello scatto vincente

Componenti diversi

Quello che differenzia le biciclette di Alaphilippe e Van der Breggen sono i componenti. Il primo utilizza una trasmissione Shimano Dura Ace Di2, ruote Roval e manubrio PRO. La seconda ha in dotazione il gruppo Sram Red eTap AXS, ruote e manubrio Zipp.

Le scelte del transalpino

Julian Alaphilippe ha utilizzato le ruote Roval 50 con un profilo da 50 millimetri e tubolari Turbo di Specialized da 26 millimetri. La scelta delle Roval da 50 millimetri al posto delle nuove Alpinist è dovuto al fatto che quest’ultime possono montare solo i copertoncini. Siccome le previsioni meteo davano un forte rischio pioggia, Alaphilippe ha optato per una coppia di ruote e pneumatici che conosceva meglio. Non è un segreto che le ha utilizzate spesso negli ultimi tre anni. Proprio per questo ha cercato la soluzione tecnica con cui aveva più confidenza. Per quanto riguarda i rapporti ha scelto quelli che usa sovente: 39-54 all’anteriore con un pacco pignoni 11-30. Il manubrio PRO ha una linea tradizionale ed è usato con il nuovo attacco manubrio di Specialized.

Van der Breggen Mondiali Imola
La Van der Breggen con la sua Specialized Tarmac SL7 e ruote Zipp
Van der Breggen mondiali Imola
Anna Van der Breggen con la sua Specialized Tarmac SL7 e ruote Zipp a profilo medio

Le scelte dell’olandese

Anche Anna Van der Breggen ha optato per scelte rassicuranti. La Campionessa olandese ha scelto di montare sulle sue Zipp 202 Firecrest in carbonio a medio profilo, i tubolari Specialized Hell of the North da 26 millimetri. Questi pneumatici sono quelli che vengono usati nelle gare del Nord e hanno la caratteristica di essere molto resistenti alle forature. Il motivo di questa scelta è stato che il circuito molto nervoso di Imola non permetteva un recupero facile in caso di foratura. Per evitare questo inconveniente la Van der Breggen ha preferito usare un tubolare più resistente. Per quanto riguarda i rapporti ha usato un 35-48 come corone anteriori e una combinazione posteriore 10-33. Anche lei utilizza un manubrio Zipp dalle linee piuttosto tradizionali.

Entrambi i campioni del mondo hanno optato per delle scelte rassicuranti, all’insegna della massima confidenza di guida. Anche a discapito della prestazione pura.