Viero, lo squillo in Spagna non è stato un caso

Viero, lo squillo in Spagna non è stato un caso

29.04.2026
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C’è un certo fermento nel mondo degli juniores con tanti giovani che si stanno mettendo in luce, anche se non appare all’orizzonte un nuovo Finn o Magagnotti, ossia uno che si stacchi dal gruppo a suon di vittorie. E’ chiaro però che a fare la differenza ci sono alcuni punti fermi: le classiche internazionali in Italia, come può essere stata la recente Coppa Montes con al via alcuni devo team, ma anche le esperienze all’estero (in verità più sporadiche rispetto al passato).

E’ in quest’ultimo contesto che Guido Viero ha catturato l’attenzione generale, conquistando una splendida piazza d’onore al Trofeo Cabedo in Spagna, prova della Nations Cup. Anche in Italia il corridore della Nordest Petrucci Assali Stefen si era distinto, ma per sua stessa ammissione quello iberico è stato un passaggio importante per un ragazzo che viaggia su due strade parallele: una è quella sportiva, l’altra quella scolastica e non vuole perdere il passo in nessuna delle due.

Lo sprint vittorioso dello spagnolo Aitor Martinex, con Viero ottimo secondo (foto organizzatori)
Lo sprint vittorioso dello spagnolo Aitor Martinex, con Viero ottimo secondo (foto organizzatori)
Lo sprint vittorioso dello spagnolo Aitor Martinex, con Viero ottimo secondo (foto organizzatori)
Lo sprint vittorioso dello spagnolo Aitor Martinex, con Viero ottimo secondo (foto organizzatori)

Storia sbocciata tra calcio e Covid

Per molti, anche se si tratta di uno junior al secondo anno, il veronese è ancora uno sconosciuto ed è lui stesso a raccontarsi: «Per ora sono un diciottenne appena entrato nel mondo degli adulti, studente al quarto anno del liceo scientifico in centro a Verona. Sono innanzitutto un ragazzo, uno studente ma anche un ciclista. Anche se non è stato il primo amore: prima ero un calciatore, ho iniziato da piccolo, ma durante la pandemia non si poteva giocare e a me è sempre piaciuto fare attività sportiva. Tramite un amico ho scoperto una squadra ciclistica e ho pensato di provarci, anche perché ho passato tutta la quarantena a guardare gare di ciclismo, così ho iniziato».

Analizzando questi due anni da junior, è evidente che molto è cambiato quando lo scorso anno Viero si è aggiudicato la Piccola Tre Valli Varesine: «Sì, da lì è come se avessi spiccato il volo. I primi anni dovevo ancora un po’ ambientarmi, inizialmente avevo una maggior propensione per la mountain bike e su strada dovevo abituarmi al gruppo. Poi da allievo ho iniziato a fare un po’ sul serio. Il secondo anno è stata una bella stagione, ho vinto due gare importanti e da lì ho capito che avevo un buon potenziale, anche il mio allenatore mi spronava.

Da sinistra Viero, Martinez (ESP) e Goijert (NED), il podio del Trofeo Cabelo (foto organizzatori)
Da sinistra Viero, Martinez (ESP) e Goijert (NED), il podio del Trofeo Cabedo (foto organizzatori)
Da sinistra Viero, Martinez (ESP) e Goijert (NED), il podio del Trofeo Cabelo (foto organizzatori)
Da sinistra Viero, Martinez (ESP) e Goijert (NED), il podio del Trofeo Cabedo (foto organizzatori)

Il cambio di passo alla Piccola Tre Valli

«L’anno scorso all’inizio è stato difficile, sia per la scuola e poi anche perché il salto tra allievi e juniores è veramente importante. Ho lavorato tanto, ci ho messo tanta determinazione e poi lì, alla Piccola Tre Valli, sono finalmente riuscito a dimostrare quello che valgo e mi sono sbloccato. Da lì la stagione l’ho conclusa in bellezza, con buoni risultati e anche quest’anno non mi aspettavo di partire così bene».

La prestazione spagnola non è arrivata per caso, già a inizio stagione era arrivata la vittoria a Orsago: «E’ da lì che mi sono guadagnato la maglia azzurra. Il primo giorno ero veramente emozionato. Avevamo tre giorni di corsa a tappe nei dintorni di Castellon de la Plana e dopo qualche giorno questa classica in linea. Nella corsa a tappe ho lavorato per Pezzo Rosola e Solavaggione nei primi due giorni e nell’ultimo avevo un po’ più libertà. Sentivo che la gamba migliorava, così ho avuto la disponibilità da parte del cittì di giocarmi le mie carte e direi che le ho giocate al meglio, correndo all’attacco come piace a me».

Per Viero il successo alla Piccola Tre Valli 2025 è stato un crocevia fondamentale (foto Instagram)
Per Viero il successo alla Piccola Tre Valli 2025 è stato un crocevia fondamentale (foto Instagram)
Per Viero il successo alla Piccola Tre Valli 2025 è stato un crocevia fondamentale (foto Instagram)
Per Viero il successo alla Piccola Tre Valli 2025 è stato un crocevia fondamentale (foto Instagram)

Secondo posto dolceamaro

Che sapore ha un secondo posto, è più il rammarico o la gioia? «Direi 50 e 50. Rammarico perché si corre per vincere, non per arrivare secondi, ma come prima esperienza con la nazionale non posso lamentarmi, è anche un segnale che la forma è molto buona e quindi in prospettiva per la stagione che verrà è un buon segno. Certamente ripensandoci resta sempre quella sensazione che la possibilità di vincere c’era».

Un risultato che conta, ma che ancora non lo definisce come corridore: «Ad oggi è ancora un po’ difficile dire chi sono. Sicuramente non sono un velocista, ma neanche uno scalatore puro. Mi piace definirmi un passista-scalatore, a cui piace arrivare in gruppetti ristretti e giocarsela in volata, siccome sono dotato di un buono spunto».

La vittoria di Viero alla Piccola San Geo, battendo Martinelli e Gamba (foto Rodella)
La vittoria di Viero alla Piccola San Geo, battendo Martinelli e Gamba (foto Rodella)
La vittoria di Viero alla Piccola San Geo, battendo Martinelli e Gamba (foto Rodella)
La vittoria di Viero alla Piccola San Geo, battendo Martinelli e Gamba (foto Rodella)

L’importanza del team

Come ti trovi con la Nordest Petrucci, visto che sei al secondo anno? «E’ una squadra fantastica, mi ha fatto crescere veramente tanto. La definirei più una famiglia, tra staff, corridori, anche gli sponsor credono veramente tanto in noi, ci seguono vedendo atleti che stanno crescendo, anche dal punto di vista personale e non solo sportivo».

Hai già qualche contatto per il cambio di categoria? «In realtà sì. Sono stato anche a febbraio in ritiro con il team Ineos Development, ma ancora non ho firmato nulla, perché devo capire come sarà la situazione con la scuola, l’anno prossimo avrò la maturità e poi vedere anche come va la stagione. Mi segue Alessandro Mazzurana, fa parte del team di TeamVision, una società tedesca e devo dire che mi supporta tantissimo, sa che l’anno scolastico è preminente in questo momento».

Viero è alla Nordest Petrucci dallo scorso anno: un ambiente ideale per crescere
Viero è alla Nordest Petrucci dallo scorso anno: un ambiente ideale per crescere
Viero è alla Nordest Petrucci dallo scorso anno: un ambiente ideale per crescere
Viero è alla Nordest Petrucci dallo scorso anno: un ambiente ideale per crescere

La coscienza a posto

Come si vede, la figura di Viero è quella di un ragazzo forse anche più maturo della sua età, non comune nel ciclismo attuale e ciò emerge anche quando si parla di obiettivo principale: «Non è una gara o un traguardo. Io voglio essere soddisfatto di quello che faccio, a fine stagione guardare indietro e dire “ho fatto un buon lavoro, sono a posto con la coscienza”. Per me è questo che si può tramutare in un futuro nel ciclismo».

francesi, Vauquelin Seixas

La nouvelle vague della Francia. L’analisi di Nicolas Roche

29.04.2026
6 min
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La classifica UCI non mente: la Francia piazza ben cinque corridori nei primi 30 del ranking. E il più anziano di questi è Kevin Vauquelin, classe 2001. Gli altri sono del 2003, 2004 e persino 2006. Parliamo, in ordine di classifica, di Kevin Vauquelin appunto, Romain Gregoire, Paul Seixas, Lenny Martinez e Paul Magnier. Davvero un bell’exploit.

Cosa succede dunque in Francia? Tra l’altro anche ieri al prologo del Romandia si è imposto un altro galletto, Dorian Godon. Perché questa situazione così positiva? Ne abbiamo parlato con Nicolas Roche, uno che il ciclismo francese lo conosce bene. In realtà è un conoscitore generale del ciclismo: ha lavorato con i giovani, anche come ex direttore sportivo alla Trinity Racing, e ha vissuto a lungo in Francia correndovi da juniores e nei primi anni da pro’.

Nicola Roche (classe 1984) ex pro' da giovane e anche da pro' ha corso in Francia (Cofidis e Ag2R)
Nicolas Roche (classe 1984) da giovane e anche da pro’ ha corso in Francia (Cofidis e Ag2R)
Nicola Roche (classe 1984) ex pro' da giovane e anche da pro' ha corso in Francia (Cofidis e Ag2R)
Nicola Roche (classe 1984) da giovane e anche da pro’ ha corso in Francia (Cofidis e Ag2R)
Dunque Nicolas, cinque francesi nella top 30 del ranking mondiale: cosa succede in Francia secondo te?

Secondo me non è magia: ci vogliono anni e anni di lavoro. Anni complicati per creare una generazione buona e molto spesso questa generazione non va avanti, o non con i risultati sperati. Ce ne sono un paio, forse nessuno, forse uno. Insomma non è detto che possa andare bene. Ma se lavori in un certo modo…

Poi qualcosa cambia…

Esatto. La Francia ha avuto per anni corridori un po’ di classifica, un po’ “a vuoto”. Una volta tolti Bardet, Pinot e mettiamoci anche Gaudu e qualche velocista come Bouhanni o Demare, c’era davvero poco altro. Si è dovuto attendere a lungo un Alaphilippe. E ora invece si ritrovano quei cinque, ma anche Cosnefroy, per dire. Significa che lavorano bene.

Seguiamo l’ordine di classifica: cosa ci dici di Vauquelin?

Nel mondo del ciclismo erano già quattro anni che si parlava di Vauquelin (nella foto di apertura insieme a Seixas, ndr). Io ho avuto la fortuna di commentare per Eurosport la sua vittoria al Tour de l’Haut-Var nel 2022. Era il giovane che arrivava, non si sapeva quanto fosse forte, e da lì è solo cresciuto.

Romain Gregorie, Francia
Romain Gregorie è stato un super talento tra gli U23. Nei pro’ ha ottenuto buone vittorie ma deve ancora esplodere del tutto
Romain Gregorie, Francia
Romain Gregorie è stato un super talento tra gli U23. Nei pro’ ha ottenuto buone vittorie ma deve ancora esplodere del tutto
C’è poi Romain Gregoire: altro grande talento, forse un filo sotto le attese sin qui. Attese che però, va detto, erano enormi su di lui in Francia e non solo…

Gregoire è un corridore che avevo scoperto ai tempi della Trinity, nelle gare under 23. In quella categoria vinceva tantissimo, ma soprattutto si vedeva che era capace di fare un po’ tutto. L’anno scorso al Tour era sempre lì, nelle giornate in cui puntava, ma erano le stesse di Van der Poel e Pogacar: non aveva vita facile. Però è un grande atleta e può continuare a crescere. Gregoire è l’esempio della buona scuola francese.

Veniamo a Seixas…

Paul è arrivato e ha spaccato tutto subito, diversamente dagli altri. L’anno scorso parlavamo già di lui, ma lo vedevamo come un prospetto da due o tre anni. Invece no: ha confermato già quest’anno il suo valore, sia nelle corse a tappe, dominando i Paesi Baschi, sia in quelle di un giorno. Abbiamo visto cosa ha fatto anche alla Liegi.

Passiamo a Lenny Martinez: cosa ci dici di lui?

Quando la strada sale Lenny è uno degli scalatori più dotati. Penso che per un po’ soffrirà nelle gare a tappe, specie quelle come il Tour. L’abbiamo visto l’anno scorso: il Tour è una corsa che ti affatica anche nelle tappe di pianura e lì Martinez paga ancora qualcosa. Gli manca un po’ di maturità e forse anche un po’ di struttura muscolare. In quelle tappe spende molto più degli altri e questo non lo agevola per la classifica. Infatti, e credo lo abbia detto anche lui, si concentrerà sulle tappe di montagna. Prima o poi ne vincerà una, perché è davvero un grande scalatore.

Lenny Martinez, Valentin Paret-Peintre Francia
Lenny Martinez in salita è davvero tra i migliori in assoluto, ma deve completarsi. E sulla sua falsariga va aggiunto anche Valentin Paret-Peintre (alla sua ruota), altro giovane francese di spessore
Lenny Martinez, Valentin Paret-Peintre Francia
Lenny Martinez in salita è davvero tra i migliori in assoluto, ma deve completarsi. E sulla sua falsariga va aggiunto anche Valentin Paret-Peintre (alla sua ruota), altro giovane francese di spessore
E chiudiamo con Paul Magnier…

Magnier è un fenomeno che ha bisogno ancora di un po’ di esperienza. Tra primo e secondo anno ha vinto tantissimo. Solo l’anno scorso mi sembra 15-16 successi. Vero, non ha ancora battuto i grandissimi dello sprint, però è uno che sa vincere, sa correre, è un ragazzo molto valido e ha per me ha la possibilità di poter fare ancora una lunga progressione. Ho lavorato con lui nel 2022 alla Trinity, quando era un mio corridore e so di che talento parliamo.

Prima, Nicolas, hai parlato di scuola francese: è solo una buona generazione o è frutto di un lavoro preciso alle spalle di quella scuola?

Il lavoro ci vuole, le strutture ci vogliono. Le squadre devono avere anche le gare per far crescere i corridori e questo in Francia è molto ben strutturato, tra juniores, under 23 e anche a livello Continental. Questo secondo me è il passaggio chiave. Questo tipo di struttura esiste da sempre in Francia. Mi ricordo già ai miei tempi da juniores: tutto era molto organizzato. Tuttavia questo non significa che ogni anno emerga un campione, però aumentano molto le probabilità. Come dicevo magari ci lavori per anni e non esce nessuno e poi magari arrivano tutti insieme.

Perché?

Quando sei organizzato e lavori bene, prima o poi qualcosa deve arrivare. L’avere tante squadre, fare attività, essere seguiti da giovani… (in Francia c’è anche un buon sistema d’integrazione con la scuola, ndr) conterà pur qualcosa. Chiaro che serve anche un pizzico di fortuna, cioè che proprio quel giovane di talento inizi a pedalare, che poi vada forte in corsa, che abbia voglia di continuare e che cresca senza perdersi. Si devono incastrare tante cose perché tanti corridori possano emergere. Gli inglesi hanno fatto così.

Paul Magnier, Soudal Quick-Step, Tour of Guangxi 2025, Francia
Paul Magnier (classe 2004) ha già 26 vittorie da pro’ in bacheca
Paul Magnier, Soudal Quick-Step, Tour of Guangxi 2025, Francia
Paul Magnier (classe 2004) ha già 26 vittorie da pro’ in bacheca
Gli inglesi: continua…

Fino agli anni 2005-2007 c’erano pochissimi britannici. Hanno lavorato tantissimo ed è uscita quella generazione con Bradley Wiggins, Geraint Thomas, Luke Rowe, Steve Cummings… Tutti frutto di quell’investimento. In quel periodo puntavano molto sulla pista, ma il concetto di lavoro era quello. Poi ci sono stati alti e bassi, sono arrivati i gemelli Yates e oggi ci sono ancora tanti inglesi forti. Lo stesso vale per i norvegesi: investimenti, metodo,e il progetto Uno-X. Un progetto partito piccolo, piccolo e ora competitivo con gente capace di vincere persino tappe nei Grandi Giri.

Torniamo a Seixas. Si parla molto del suo futuro. E’ nella squadra giusta secondo te?

Se mi aveste fatto questa domanda dieci anni fa, o anche solo cinque anni fa, avrei detto che doveva cambiare squadra. Oggi invece dico che deve restare. La struttura Decathlon-CMA si sta riorganizzando molto bene. E’ una squadra sempre più internazionale, con risorse importanti per costruirgli attorno un gruppo forte. Secondo me può crescere lì.

Però oggi chi ha grandi gambe finisce spesso alla Visma-Lease a Bike o alla UAE Emirates…

Vero, ma credo ci sia anche un certo romanticismo nel restare in Francia per Seixas. Tra l’altro è talmente giovane che può permetterselo, anche se dovesse rischiare. Però quello è un team che esiste da quasi 40 anni, si è rinnovato profondamente, anche sul piano tecnico e della preparazione. Sono andate via alcune figure storiche, vedi Vincent Lavenu, e sono arrivate persone nuove, come Rowe per le classiche. La Decathlon-CMA sta vivendo un cambiamento importante, che richiede tempo però: non è qualcosa che si fa dalla sera alla mattina. Dovranno prendere corridori per supportarlo già dal prossimo anno, ma ne hanno la capacità anche economica. E poi quando hai un talento così diventa anche più facile attrarre atleti di livello e convincerli a venire.

Tour of the Alps 2026, Team Ukyo, Manuele Boaro

Team Ukyo: i risultati, la voglia di rivincita e l’attenzione ai dettagli

29.04.2026
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TELFS (Austria) – Il Team Ukyo guidato da Alberto Volpi e Manuele Boaro ha raccolto un bottino di tutto rispetto sulle strade del Tour of the Alps. Oltre alla vittoria della prima tappa a Innsbruck con Tommaso Dati, sono arrivati altri tre piazzamenti in top 5, firmati dallo stesso Dati e da Federico Iacomoni. A coronare una prestazione dove la formazione continental giapponese ha giocato ad armi pari con le WolrdTour e professional, è arrivata anche la maglia rossa della classifica a punti, indossata da Tommaso Dati sul podio finale di Bolzano. Ma il merito va a un lavoro di squadra eccezionale che ha visto protagonisti tutti i ragazzi del Team Ukyo

Del lavoro ad alti livelli che Volpi e Boaro stanno facendo da ormai tre anni se ne parla e ne abbiamo parlato spesso. Ogni anno trovano la chiave per riuscire a competere con le migliori formazioni al mondo, rilanciando e dando una chance a corridori che hanno voglia e merito di volerci provare sempre, fino alla fine. 

«La nostra è una squadra continental – ci dice Boaro nel parcheggio dei bus a Tels – ma lavoriamo come una WorldTour, perché la cura del dettaglio non manca mai. Dal preparatore, al nutrizionista, passando anche per il lavoro di Alberto (Volpi, ndr), dei massaggiatori e meccanici. Siamo dell’idea che se ognuno mette il massimo, i risultati arrivano e possiamo fare bene».

Tour of the Alps 2026, Tommaso Dati, Team Ukyo, Innsbruck, vittoria
Innsbruck, prima tappa del TotA, Tommaso Dati anticipa Tom Pidcock in volata
Tour of the Alps 2026, Tommaso Dati, Team Ukyo, Innsbruck, vittoria
Innsbruck, prima tappa del TotA, Tommaso Dati anticipa Tom Pidcock in volata
I corridori parlano sempre di una grande attenzione nei loro confronti…

E’ una nostra caratteristica fondamentale nell’approccio al lavoro. Ad esempio Dati lo scorso anno ha fatto lo stagista in Cofidis, poi le cose andavano per le lunghe e noi ci siamo fatti avanti (nella persona di Volpi, ndr) e abbiamo proposto il nostro progetto. Lui ha accettato subito, soprattutto perché ha visto come il team ha lavorato nei due anni precedenti

Qual è la caratteristica alla base di tutto?

Credo che i corridori da noi riescono a trovare quella serenità in più, caratteristica fondamentale in particolare per i giovani. In Italia non abbiamo molte squadre, abbiamo delle buone professional, ma nessuna WorldTour. Penso che Dati, così come gli altri ragazzi, siano felici di aver scelto di correre con noi. 

Tour of the Alps 2026, Team Ukyo, Tommaso Dati, maglia rossa
Il Tour of the Alps di Tommaso Dati si è concluso con la vittoria della maglia rossa, dedicata alla classifica a punti
Tour of the Alps 2026, Team Ukyo, Tommaso Dati, maglia rossa
Il Tour of the Alps di Tommaso Dati si è concluso con la vittoria della maglia rossa, dedicata alla classifica a punti
Come si crea questa serenità?

Non ci sono grandi segreti, sono sempre stato uno che ama scherzare, anche quando ero corridore. Ora che sono diesse è lo stesso, mi piace creare un rapporto stretto con i ragazzi, dove non si parla solamente di gare e allenamenti. Non parlo di amicizia, ma far capire loro che alle gare si lavora, senza però rinunciare allo scherzo o al divertimento. Alle corse si deve andare sereni, quindi qualsiasi problema va risolto con il dialogo. 

Si deve anche trovare un equilibrio in una squadra in cui tanti corridori vogliono emergere, o rilanciarsi…

Noi lavoriamo allo stesso modo con tutti, non ci sono preferenze. Si corre per il Team Ukyo, con l’obiettivo di cercare il miglior risultato possibile. Nella prima tappa ha vinto Dati, ma in quelle successive abbiamo lavorato anche per gli altri, come Iacomoni.

Tour of the Alps 2026, terza tappa, volata, Tom Pidcock, Tommaso Dati
Terza tappa, ancora una sfida allo sprint tra Pidcock e Dati, questa volta vince il britannico
Tour of the Alps 2026, terza tappa, volata, Tom Pidcock, Tommaso Dati
Terza tappa, ancora una sfida allo sprint tra Pidcock e Dati, questa volta vince il britannico
Le occasioni arrivano.

Spesso dico ai ragazzi che le cose avvengono perché prima o poi devono succedere. Dati non è passato lo scorso anno dopo lo stage in Cofidis, magari alla fine di questa stagione troverà spazio in una squadra ancora più importante. 

Parlando di Dati, quei mesi in Cofidis cosa possono avergli insegnato?

Penso abbia assaggiato cosa vuol dire correre nel WorldTour. Cosa significa avere fame, questi ragazzi hanno tanta fame e voglia di arrivare. Questa è la caratteristica che li fa lottare ogni giorno, loro si impegnano tantissimo e noi dobbiamo fare del nostro meglio per supportarli. Dati da noi ha trovato la serenità che in certe squadre a volte manca.

Trento, quarta tappa del TotA, Federico Iacomoni
Al Tour of the Alps il Team Ukyo ha raccolto anche un terzo posto nella tappa di Trento con Federico Iacomoni
Trento, quarta tappa del TotA, Federico Iacomoni
Al Tour of the Alps il Team Ukyo ha raccolto anche un terzo posto nella tappa di Trento con Federico Iacomoni
Quanto serve questa fame?

Il corridore deve sempre avere voglia di fare il massimo, migliorarsi, crescere. E’ normale che nel ciclismo poi esistono i vari ruoli, ma dal capitano al gregario vale la stessa regola. In questo mondo non ci stai se non hai fame. Per questo noi prendiamo questi corridori, perché la voglia di riscattarsi, dimostrare il proprio valore. 

Il Team Ukyo è diventata una squadra capace di rilanciare tanti corridori, c’è anche la voglia di trattenerli?

Assolutamente, entro fine maggio speriamo di avere delle informazione in più riguardo il progetto del Team Ukyo. Noi vogliamo diventare professional, e in caso sappiamo che ci sono dei ragazzi che ci piacerebbe trattenere e con i quali costruire qualcosa. Vederli andare via è anche un “dispiacere” perché non sempre una WorldTour può darti quello che vuoi o di cui hai bisogno. 

Incredulo sul traguardo di Bosa, dopo aver battuto Zana nello sprint ristretto
A inizio stagione Nicolò Garibbo ha conquistato la prima vittoria del team al Giro di Sardegna
Incredulo sul traguardo di Bosa, dopo aver battuto Zana nello sprint ristretto
A inizio stagione Nicolò Garibbo ha conquistato la prima vittoria del team al Giro di Sardegna
Conta anche l’ambiente…

Il calendario, le corse che si vanno a fare, il clima all’interno del team. Ai miei ragazzi dico sempre che bisogna guardare all’ambiente in cui si andrà a lavorare, perché la serenità per un corridore è tutto. Non sempre è tutto oro quel che luccica. 

Un’altra caratteristica è che sono tutti ragazzi elite.

A mio avviso si guarda troppo ai giovani, quelli che prendiamo sono tutti corridori che magari avrebbero già smesso. Li chiamano vecchi, ma sono questi i ragazzi che possono fare veramente strada. Non sempre la maturazione arriva a diciotto anni, io stesso sono passato che ero elite ho fatto tredici anni di professionismo

C’è anche un po’ di orgoglio nel riuscire a rilanciare questi ragazzi?

A loro racconto sempre la mia storia. Ho vinto il Liberazione al secondo anno da under 23, poi gli anni sono passati e stavo per smettere. Alla fine sono passato professionista al primo anno da elite e ho avuto una carriera lunga in tre grandi squadre WorldTour. Ai miei ragazzi dico sempre che la speranza deve essere sempre l’ultima a morire, bisogna lottare fino all’ultimo. Ci vuole fortuna, ma serve anche cercarsela. 

Foldager, emerso nelle classiche non ha dimenticato l’Italia

Foldager, emerso nelle classiche non ha dimenticato l’Italia

28.04.2026
5 min
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Ci sono corridori che pur essendo stranieri hanno sempre un legame a doppio filo con il nostro Paese. Uno di questi è Anders Foldager, danese della Jayco AlUla che ha vissuto in Italia per due anni, alla Biesse Carrera e che ha sempre mantenuto ottimi ricordi della sua esperienza italiana. Foldager, professionista da tre anni, è risultato vincitore un po’ a sorpresa della Freccia del Brabante. Certo, non parliamo di una Monumento, ma quelle sono quasi di proprietà assoluta di un solo corridore e poi parliamo pur sempre di una corsa del WorldTour.

Per Foldager è sicuramente la perla di una carriera professionistica ancora breve ma nella quale comunque ha già avuto modo di mettersi in luce. Una vittoria di tappa al Giro di Slovacchia nel 2024, il podio nella classifica del Giro di Danimarca lo scorso anno e un altro podio, solo sfiorato, in una tappa della Vuelta, per questo il successo belga ha il sapore del salto di qualità.

A Overijse è arrivata la stoccata di Foldager primo davanti a Hermans e Cosnefroy
A Overijse è arrivata la stoccata di Foldager primo davanti a Hermans e Cosnefroy
A Overijse è arrivata la stoccata di Foldager primo davanti a Hermans e Cosnefroy
A Overijse è arrivata la stoccata di Foldager primo davanti a Hermans e Cosnefroy

«E’ stato fondamentale. Ho capito subito che quella non era una vittoria come tutte le altre, perché ottenuta all’università del ciclismo. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è che dimostra che tutto il lavoro fatto dalla squadra è stato ripagato».

Vincere una classica belga è un’impresa difficile, per tanti resta un sogno. Ti sei reso conto del valore diverso rispetto alle altre tue vittorie?

Certamente. E’ chiaro che non parliamo di una classica che da sola vale una carriera, ma una semiclassica come la De Brabantse Pjil è sempre un grande risultato soprattutto per il contesto nel quale si disputa e anche per la partecipazione che aveva, mancavano solo i fenomeni assoluti. Quindi sono felicissimo.

Il danese di Skyve ha corso due anni in Italia, alla Biesse Carrera dove ha lasciato ottimi ricordi
Il danese di Skyve ha corso due anni in Italia, alla Biesse Carrera dove ha lasciato ottimi ricordi
Il danese di Skyve ha corso due anni in Italia, alla Biesse Carrera dove ha lasciato ottimi ricordi
Il danese di Skyve ha corso due anni in Italia, alla Biesse Carrera dove ha lasciato ottimi ricordi
Sei al terzo anno alla Jayco. La squadra australiana è stata la scelta giusta per te?

Sì, credo che ora si veda che sto iniziando a beneficiare di tutto il lavoro che ho fatto in questi ultimi due anni e loro mi danno molte opportunità. Lo si è visto proprio a Overijse, dove in una corsa dove avevamo una grande stella come Mauro Schmid, ho comunque avuto la possibilità di fare lo sprint e con il miglior risultato possibile. Sfruttando al meglio la condizione che sto acquisendo, si era visto anche qualche giorno prima alla NXT Classic finendo quarto.

Hai trascorso due anni in Italia: quello che hai imparato qui fa ancora parte di te?

Sicuramente. Trasferirmi in Italia, allontanarmi dal mio Paese d’origine, immergermi in una nuova cultura, una nuova lingua e una nuova scuola di ciclismo mi ha insegnato molto su come comportarmi in squadra e su come crescere come persona lontano dal mio ambiente familiare. Porto sempre con me tutto questo e tutte le cose che le persone intorno a me alla Biesse mi hanno insegnato. E’ un bagaglio che mi accompagna sempre e che fa di me il professionista che sono, posso dire oggi che è stata la scelta giusta.

Con Mauro Schmid, leader della squadra ma pronto ad aiutarlo nelle occasioni giuste
Con Mauro Schmid, leader della squadra ma pronto ad aiutarlo nelle occasioni giuste
Con Mauro Schmid, leader della squadra ma pronto ad aiutarlo nelle occasioni giuste
Con Mauro Schmid, leader della squadra ma pronto ad aiutarlo nelle occasioni giuste
Sei rimasto in contatto con le persone con cui hai condiviso quei due anni in Italia?

Sì, parlo ancora spesso sia con alcuni compagni di squadra, sia con i miei direttori sportivi, Nicoletti e Milesi, anzi è un piacere parlare con loro alle gare quando sono presenti.

Con chi hai legato di più nel team?

E’ difficile dirlo. Per la semplice ragione che è tutto un gruppo di amici, di persone molto legate anche al di fuori delle gare e questo, quando poi siamo impegnati, si vede. Un posto speciale ce l’ha comunque Asbjorn Hellemose, non solo perché è mio connazionale. Vivo molto vicino a lui, ci alleniamo insieme, ma soprattutto ci conosciamo fin da quando eravamo bambini e abbiamo seguito strade parallele, anche lui ha passato del tempo in Italia. Ci uniscono molte esperienze.

Nel team Foldager è spesso di aiuto in pianura, ma ha anche spazio per iniziative personali
Nel team Foldager è spesso di aiuto in pianura, ma ha anche spazio per iniziative personali
Nel team Foldager è spesso di aiuto in pianura, ma ha anche spazio per iniziative personali
Nel team Foldager è spesso di aiuto in pianura, ma ha anche spazio per iniziative personali
Che ruolo hai nella squadra?

Non c’è un ruolo definito me questo è il bello della nostra squadra. Certo, spesso devo aiutare gli altri, ma poi, quando si presenta l’occasione mi danno la possibilità di giocarmi le mie carte e gli altri si mettono a mia disposizione. Questo è uno stimolo, perché significa che ogni corsa è buona per me come per i compagni di squadra, non puoi sapere prima per certo a chi toccherà finalizzare il lavoro.

Ti senti più a tuo agio nelle corse su strada o nelle corse a tappe?

Credo di preferire le corse di un giorno, dove ho maggiori possibilità di successo. E’ capitato anche di finire in posizioni alte di corse a tappe, ma sono portato a pensare che sia stato abbastanza casuale, la mia dimensione è data dagli eventi giornalieri, che sia la corsa semplice o la singola tappa.

Foldager, a destra, insieme a Hellemose, a cui lo unisce un'amicizia di vecchia data
Foldager, a destra, insieme a Hellemose, a cui lo unisce un’amicizia di vecchia data
Foldager, a destra, insieme a Hellemose, a cui lo unisce un'amicizia di vecchia data
Foldager, a destra, insieme a Hellemose, a cui lo unisce un’amicizia di vecchia data
Hai già corso alla Vuelta, preferiresti debuttare al Giro o al Tour?

Non mi pongo il problema, mi piacciono entrambe ma non sono nei piani stabiliti per me in questa stagione. Preferisco pensare alle corse che mi aspettano.

Qual è il tuo sogno in questa fase della tua carriera?

Se devo essere sincero proprio non lo so. Credo che il mio sogno sia semplicemente quello di sfruttare al massimo questa opportunità e vedere fin dove posso arrivare. Ogni giorno, ogni corsa è una scoperta ed è questo che mi piace.

Van Der Poel Roubaix Arenberg 2026

Imprevisti in corsa e come gestirli, l’opinione di Marangoni

28.04.2026
6 min
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L’ultima Parigi-Roubaix è stata bellissima, incerta fino al velodromo e piena di colpi di scena. Anche per i molti imprevisti meccanici che hanno colpito tutti i grandi favoriti. Pogacar ha forato tre volte, Van Aert due, Van Der Poel addirittura due in poche centinaia di metri all’interno della Foresta di Arenberg, dalla quale è uscito con oltre due minuti di ritardo dal gruppo di testa.

Soprattutto la gestione del problema da parte del campione olandese e di tutta la sua squadra ha fatto alzare più di un sopracciglio, con il pasticcio del cambio bici tra lui e Philipsen risolto alla fine dal giovane Del Grosso che ha ceduto la sua ruota. Una situazione che ha attirato anche l’attenzione di Alan Marangoni, che su GCN ha raccontato la sua esperienza nelle Classiche del Nord.

L’ex corridore romagnolo ha spiegato che nei suoi anni alla Liquigas aveva il compito di stare sempre vicino a Peter Sagan, dal momento che aveva le sue stesse misure, pronto a passargli la bici in caso di imprevisti. Cosa infatti accaduta alla Roubaix del 2014 (ma non solo, come abbiamo scoperto). Quindi l’abbiamo contattato per farci raccontare la sua esperienza da uomo-ombra di un campione delle pietre.

Marangoni Sagan Cannondale 2013
Con Sagan ai tempi della Cannondale, quando Marangoni aveva il compito di scortare lo slovacco in caso di imprevisti
Marangoni Sagan Cannondale 2013
Con Sagan ai tempi della Cannondale, quando Marangoni aveva il compito di scortare lo slovacco in caso di imprevisti
Alan, cos’è successo alla Roubaix del 2014?

Avevamo passato la Foresta di Arenberg – ricorda Marangoni – si andava forte e io ero riuscito a restare con Peter. Ad un certo punto, quando mancavano circa 70 chilometri all’arrivo, lui ha avuto un problema, mi pare avesse bucato. In quel momento ho tentennato un attimo perché non sapevo se aspettare l’ammiraglia, ma Paolo Longo Borghini che era con noi mi ha detto di dargli la bici e così ho fatto. Peter ha fatto più di 20 chilometri con quella, poi l’ha cambiata in un momento tranquillo sull’asfalto e alla fine è arrivato sesto.

Tu e Sagan avevate proprio le stesse misure?

Identiche. Io avevo solo qualche spessore in più sul manubrio, quindi una guida leggermente più alta. Infatti dopo quella volta Peter mi prendeva in giro, dicendo che gli sembrava di essere su un chopper. Ma non era la prima volta, era già successo quell’anno.

Quando?

Giusto due settimane prima, al GP E3 di Harelbeke. C’era stata una caduta abbastanza grossa e c’era un ammasso di corridori, le ammiraglie erano bloccate dietro e allora gli ho passato la bici. Anche in quel caso l’ha tenuta per un po’ di chilometri, poi l’ha cambiata e alla fine ha vinto la gara.

Marangoni Roubaix 2015
Marangoni ha esperienza con la Parigi-Roubaix: ne ha corse 5 finendone 3
Marangoni Roubaix 2015
Marangoni ha esperienza con la Parigi-Roubaix: ne ha corse 5 finendone 3
Quindi era qualcosa che ti veniva chiesto proprio esplicitamente?

Sì certo, mi veniva sempre detto di stargli vicino, almeno il più possibile. Veniva più facile perché noi non dovevamo fare la corsa, a controllare c’era già la squadra di Cancellara. Quindi non dovevo tirare il gruppo, l’importante era che stessi lì con lui.

Torniamo alla Roubaix di quest’anno, alla scena di Van Der Poel che cammina a bordo strada contromano rispetto alla gara. Secondo te cosa non ha funzionato?

Secondo me lì tutto è partito da una decisione sbagliata di Philipsen che poi ha incasinato tutto. Non ha ragionato, ha voluto dare subito la bici a Van Der Poel senza pensare che è più basso e quindi la sua bici è più piccola e soprattutto che aveva dei pedali diversi. Lì è venuto fuori un disastro.

Quando sarebbe bastato che Philipsen desse la ruota al compagno e avrebbero perso la metà del tempo…

Infatti anche Van der Poel non era lucidissimo secondo me, anche se dall’esterno poteva sembrare il contrario. Certo in quei momenti non è sempre facile prendere le decisioni giuste, infatti credo dovrebbero allenarsi anche in questo, alla gestione degli imprevisti. Soprattutto in una corsa come la Roubaix.

Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix per una serie di imprevisti: imprevisti complicati però da una gestione tutt’altro che impeccabile
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix per una serie di imprevisti: imprevisti complicati però da una gestione tutt’altro che impeccabile
Come si potrebbe fare?

Non credo facciano riunioni su questo ed è strano se ci pensi, visto tutti gli altri dettagli sono studiati in ogni aspetto. Basterebbe dire prima cosa fare se succede qualcosa, mettere insieme la lista delle cose che possono succedere. Per esempio quando è meglio dare la bici al leader e quando è meglio aspettare l’ammiraglia, quando invece cambiare la ruota.

A volte sembra che i corridori siano così abituati a cambiare la bici per ogni problema che non pensino quasi più alla possibilità, a volte migliore, di cambiare soltanto la ruota.

Un po’ sì. Certo magari cambiando la ruota perdi immediatamente qualche secondo in più, ma poi hai la tua bici. Se invece ti trovi con una bici non tua e devi farci magari 10 o 20 chilometri, ovviamente non riesci a spingere allo stesso modo. Conviene decidere prima cosa fare, sapere già come si deve intervenire.

Come hai visto la scelta di Pogacar di prendere una bici dell’assistenza neutra? Bici della quale poi si è anche lamentato…

Ho parlato con un ragazzo dell’assistenza di Shimano e mi ha detto che loro hanno cinque bici con le misure dei cinque favoriti e in più con il reggisella telescopico per fronteggiare tutti gli imprevisti. Magari però questo dettaglio Pogacar non lo sapeva o lì per lì non se n’è accorto, ma bastava un attimo per regolarsi la sella come voleva lui. Invece dalle immagini si vede che era troppo alto e non pedalava bene. Quindi credo che quei suoi commenti siano stati ingenerosi, diciamo così.

Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Pogacar ha utilizzato per diversi chilometri la bici dell’assistenza Shimano, qualcosa di molto raro da vedere specie nelle ultime stagioni
Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Pogacar ha utilizzato per diversi chilometri la bici dell’assistenza Shimano, qualcosa di molto raro da vedere specie nelle ultime stagioni
Anche perché in quell’occasione nessuno dei suoi compagni si è fermato, cosa strana in una gara così importante.

In realtà in quel momento era l’ultimo della fila e semplicemente credo non l’abbiano visto. In più la radio non aveva campo in quel settore quindi hanno avuto anche dei problemi di comunicazione. Ma anche questa è un’altra cosa da prevedere, fra gli imprevisti da considerare, perché in quella gara può succedere davvero di tutto.

Abbiamo parlato della Roubaix perché è la corsa più complicata a livello meccanico. Ce n’è un’altra dove secondo te avere accanto un compagno è fondamentale?

Direi il Fiandre. E’ una corsa diversa ovviamente, il pavé è meno estremo, ma le pietre comunque ci sono, le strade sono strette, c’è molto stress. Anche se devo dire che quest’anno l’hanno trasformato in un tappone di montagna, con gruppetti sparsi ovunque già a 100 chilometri dall’arrivo, una cosa che non avevo mai visto.

Le auto dell'assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure dei favoriti per far fronte agli imprevisti
Le auto dell’assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure specifiche dei corridori favoriti
Le auto dell'assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure dei favoriti per far fronte agli imprevisti
Le auto dell’assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure specifiche dei corridori favoriti
Una strategia che vediamo sempre più spesso messa in atto dalla UAE. Può essere utile anche per evitare imprevisti?

Sì perché se riduci il gruppo già all’inizio è più semplice, più scremi e meno imprevisti possono crearsi. Così il leader ha meno stress, perché il ritmo è alto fin da subito e poi mantenere la posizione diventa più semplice. Certo, poi per farlo ci vogliono le gambe: di Pogacar e anche dei compagni.

Alan, ultima domanda. Se fossi un direttore sportivo che consiglio daresti ai corridori prima di una gara complicata come la Roubaix?

Gli direi che gli imprevisti succedono, ma quasi sempre si possono gestire con l’aiuto dei compagni. Chiaro che se poi spacchi in due la bici devi per forza aspettare l’ammiraglia, ma non è una cosa che succede in tutte le gare. Perderei mezz’ora il giorno prima o la mattina stessa della corsa facendo l’elenco di dieci problemi che possono succedere. Con altrettante soluzioni rapide per gestirli nel modo migliore.

Colnago TT2 (prototipo), arriva la nuova bici da crono per Pogacar e compagni

Colnago TT2 (prototipo), la nuova bici da crono per Pogacar e compagni

28.04.2026
4 min
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Colnago TT2, si parla ancora di un prototipo, ma in realtà è la nuova bici per le prove contro il tempo, un’evoluzione dell’attuale TT1. Il progetto TT2 si focalizza sul risparmio di peso e sul miglioramento dell’efficienza aerodinamica.

Non solo, la Colnago TT2 nasce come un sistema bici semplificato. Meccanicamente più accessibile, con alcuni passaggi facili ed intuitivi, nell’ottica di velocizzare le operazioni di setting e preparazione del mezzo meccanico. Vediamo nel dettaglio la nuova crono Colnago TT2.

Colnago TT2 (prototipo), arriva la nuova bici da crono per Pogacar e compagni
Tubo sterzo, un esercizio di design
Colnago TT2 (prototipo), arriva la nuova bici da crono per Pogacar e compagni
Tubo sterzo, un esercizio di design

Più leggera di oltre mezzo chilo

Proprio così, la nuova TT2, a parità di taglia ha subito una cura dimagrante importante, ben 550 grammi per il kit telaio (telaio, forcella e reggisella). Un risparmio notevole. E’ complice la fibra di carbonio utilizzata, sono protagonisti i volumi e le forme dei tubi, completamente stravolti rispetto a TT1.

Il primo impatto visivo si traduce in una bici maggiormente sfinata, che porta certamente in dote concetti aerodinamici pronunciati, ma anche più essenziale e compatta rispetto alla Colnago TT1, con un design meno articolato.

Colnago TT2 (prototipo), arriva la nuova bici da crono per Pogacar e compagni
Stem/sterzo, una certa somiglianza con la Y1Rs
Colnago TT2 (prototipo), arriva la nuova bici da crono per Pogacar e compagni
Stem/sterzo, una certa somiglianza con la Y1Rs

A suo agio sui percorsi tecnici

La leggerezza diventa un passaggio obbligato anche nell’ambito delle prove contro le lancette. Perché? Perché, rispetto al passato i tracciati delle cronometro sono cambiati, sono più impegnativi e nervosi, non di rado prevedono salite e dislivello di una certa importanza. Gli stessi percorsi sono più tecnici, tortuosi, fattori che obbligano a rilanci continui, pretendono stabilità da parte della bici.

Le biciclette da crono, devono essere tecnicamente diverse, più leggere, agili e reattive. La nuova Colnago TT2 è il riassunto perfetto della ricerca e dello sviluppo che abbraccia tutti questi aspetti.

Un anteriore più alto

Anche sotto questo fattore tecnico, la nuova Colnago TT2 conferma la tendenza attuale che vuole una posizione del corridore tanto efficiente, quanto meno estremizzata rispetto al passato. Busto e diaframma non schiacciati e compressi verso il basso, schiena in linea con l’orizzonte, viso in linea con il mozzo della ruota anteriore e braccia piegate sulle estensioni del manubrio.

La taglia small (quella usata da Pogacar) mantiene le quote geometriche del tutto accostabili alla TT1, mentre la media e la large mostrano un anteriore più alto. Uno sterzo più allungato aiuta a contenere l’impiego di adattatori per le estensioni.

La TT2 debutta la Romandia

La nuova TT2 debutterà proprio oggi nel corso della crono di apertura del Giro di Romandia. Alcuni dettagli della nuova bici che vale la pena sottolineare. E’ previsto il forcellino posteriore di matrice UDH, meno aerodinamico rispetto a quello standard, ma capace di rendere la trasmissione 1X maggiormente efficiente e funzionale. Proprio a riguardo della trasmissione è stato implementato il “concetto monocorona”, perché la TT2 può supportare l’impiego di ben 70 denti (enorme). 62 in caso di doppia corona.

A riguardo del passaggio pneumatici, TT2 offre spazio a gomme fino a 30 millimetri di larghezza. La scatola del movimento centrale è del tipo BSA 68, larga 68 millimetri, filettata e con calotte esterne, disegno utilizzato anche per la Y1Rs.

Colnago TT2 è resa disponibile per i corridori del Team UAE-XRG e anche per la compagine femminile Team UAE-ADQ. La piattaforma TT2 prevede lo sviluppo e la produzione di 4 taglie, XS e S, M e L. Ovviamente la bici, come da regole UCI sarà disponibile al pubblico (si parla di fine estate/Settembre), anche se non è stato ancora fissato un listino ufficiale.

Colnago

Domenico POzzovivo, Tour of the Alps

Il diario del rientro. Pozzovivo ci porta in corsa con lui

28.04.2026
7 min
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Domenico Pozzovivo è tornato in gara. Non solo: è anche tornato sul podio. Lo ha fatto domenica scorsa al Giro dell’Appennino, dove ha conquistato la terza piazza dietro al duo Polti-VisitMalta. E nella Solution Tech-Nippo è già un faro.

Con Pozzo però riavvolgiamo il nastro e ci facciamo raccontare il diario dei giorni al Tour of the Alps, che ha segnato il suo rientro alle corse dopo quasi un anno e mezzo da quel Giro di Lombardia 2024. Il tono è squillante. E fa piacere sentire Pozzovivo così.

Domenico POzzovivo, Giro Appennino 2026
Domenico Pozzovivo (classe 1982) in azione al Giro dell’Appenino chiuso al terzo posto. Il rientro al TOTA è stato un mix di emozione e grinta
Domenico POzzovivo, Giro Appennino 2026
Domenico Pozzovivo (classe 1982) in azione al Giro dell’Appenino chiuso al terzo posto. Il rientro al TOTA è stato un mix di emozione e grinta
Prima di addentrarci nel diario del Tour of the Alps, Domenico, in generale ti aspettavi di andare così forte?

Sono sincero, può sembrare presuntuoso dirlo, ma me lo aspettavo. Le mie dichiarazioni erano state più o meno in linea con quello che poi è stato. Sapevo di avere buoni valori in allenamento. Ovviamente la gara ha dinamiche e variabili difficilmente riproducibili, però le mie stime erano corrette. Insomma conoscevo i numeri e ne sono soddisfatto. Magari al Tour of the Alps avevo adocchiato una top 10, però non mi posso assolutamente lamentare.

Decisamente no, visto che poi è seguito anche un podio…

Devo dire che mi aspettavo anche quella fatica che c’è stata negli ultimi due giorni dell’Alps, perché avevo messo in preventivo di non avere ancora un’endurance molto spinta. L’Alps è stata una gara a tratti quasi estrema: a parte la prima tappa, le altre sono tutte di montagna. Sapevo che mi avrebbe stressato parecchio dal punto di vista fisico, ma credo anche che sia un lavoro che mi servirà per dopo. E il fatto di aver recuperato in una giornata vuol dire che ero sì affaticato, ma non in overreaching.

Apriamo questo ipotetico diario, Domenico. In questa prima pagina cosa scrivi: l’hai vissuto come un debutto o era un continuum del passato?

Sinceramente non ho pensato a troppe cose diverse da quelle che facevo fino a un anno e mezzo prima. Un po’ di meccanismi erano rimasti. Ero anche molto focalizzato sul meteo, perché c’era il rischio pioggia e rientrare con la strada bagnata non è mai piacevole. Ma in generale, essendo una tappa gestibile, non mi stressava più di tanto.

Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Con i migliori: il lucano, assente dalle corse da oltre un anno, si è mostrato subito competitivo in salita
Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Con i migliori: il lucano, assente dalle corse da oltre un anno, si è mostrato subito competitivo in salita
E in corsa?

Le velocità sono state alte e non ho avuto molto tempo per parlare con gli altri corridori. Però chi ho visto mi ha salutato e accolto con belle parole. Ero già molto concentrato soprattutto sulla seconda tappa, perché sapevo che era quella in cui dovevo cercare il risultato e che sarebbe stata determinante ai fini della generale.

E quella sera com’è andata? Apriamo il diario del secondo giorno…

La sera dopo la prima tappa ero abbastanza tranquillo. Non ho avuto problemi ad addormentarmi, ma di solito non ne ho. Si va comunque a letto tardi, quindi il problema è più che altro gestire i tempi. Alla partenza però ero teso, perché mi aspettavo una giornata dura, come poi è stata. Tra l’altro c’è stato più vento a favore del previsto. E in gruppo, in queste condizioni, non c’è grande comodità. Infatti il plotone si è spezzato più volte per l’alta velocità. A dirla tutta, anche per via delle moto sempre troppo vicine. In discesa, prendendone anche poca scia, la velocità aumenta in modo sproporzionato e chi è davanti è favorito. Comunque, tutte complicazioni che mi ero immaginato.

L’imbocco del Val Martello invece com’è stato? Frenetico?

Quella è quasi casa mia, avendo fatto molti ritiri sullo Stelvio. La Val Martello è la salita dove svolgo i lavori. Fortunatamente l’imbocco è stato cambiato all’ultimo, perché prima sarebbe stato più complicato, doveva avvenire tramite una rotatoria. Invece, l’abbiamo imboccata da un accesso più ampio e rettilineo con il gruppo più compatto. Così ho deciso di stare tranquillo dietro: dal primo all’ultimo non c’è una troppo spazio in termini di metri e secondi. In più avevo speso tanto nella discesa del Resia e mi mancava quel colpo di pedale ad alta cadenza: 120 rpm per mezz’ora con continui rilanci. Le gambe non le sentivo benissimo, però conoscevo i miei valori e sapevo che anche con 10-15 watt in meno potevo essere competitivo.

Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Pozzovivo era molto attento a tutta la componente della discesa: feeling con i materiali, col gruppo e gli alti ritmi
Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Pozzovivo era molto attento a tutta la componente della discesa: feeling con i materiali, col gruppo e gli alti ritmi
Una lucidità pazzesca!

Sì, perché altrimenti se pensi solo alla fatica ti innervosisci. Invece pensare ai numeri mi viene naturale. Quando sono arrivato davanti, la corsa è esplosa subito. Alcuni corridori più forti di me mi hanno costretto a uno sforzo precoce. E altri, vedi O’Connor, non credevo saltassero. Poi ho deciso di impostare il mio ritmo, quello che sapevo di poter mantenere. Ho pagato nel finale perché ho portato dietro il gruppetto inseguitore. Mi è mancata quella sofferenza estrema che solo la gara ti dà.

Dei tuoi compagni, chi è riuscito a starti più vicino?

Si sono alternati. Sulle salite lunghe si sapeva che sarei stato poco supportato, anche perché in due tappe c’erano subito salite impegnative. Però devo dire che tutti hanno fatto la loro parte per quello che hanno potuto.

Come ti hanno accolto in squadra?

Non direi che ci fosse timore, ma un po’ di reverenza sì, per via della mia carriera lunga. All’inizio erano un po’ restii anche a farmi domande su allenamento e alimentazione, ma col passare dei giorni si sono sciolti. Anche in gara si affidavano spesso alle mie indicazioni, soprattutto perché poi la buttavo giù in termini numerici.

Andiamo avanti. Cosa avresti annotato nel diario delle tappe successive? Passiamo alla terza, quella di Arco…

La terza tappa è andata come l’avevo prevista: dura ma gestibile. Per me lo stress era la discesa finale non lontana dall’arrivo: il primo vero test con questi materiali. Ero molto concentrato. Di solito accelero negli ultimi 500 metri di salita e mi porto avanti: infatti ero nei primi dieci allo scollinamento. Così sono stato tranquillo e ho avuto tutto sotto controllo. In discesa ho avuto un problema di crampi all’ultima curva, ma li ho gestiti e sono rimasto nel gruppo principale.

Domenico Pozzovivo
Il test del Tour of the Alps è stato valido anche per i materiali per Pozzovivo (foto Instagram)
Domenico Pozzovivo
Il test del Tour of the Alps è stato valido anche per i materiali per Pozzovivo (foto Instagram)
E sui materiali cosa scriveresti?

Sono più che soddisfatto. In salita questa Rali è una bici leggera e molto reattiva, in sintonia con le ruote. In discesa è precisa, ma richiede traiettorie pulite fin dall’inizio. Non è super aero, ma è molto versatile.

Il diario della quarta tappa cosa racconta?

Lì ho iniziato a sentire la fatica vera. Subito un’ora di salita: nei primi 12 minuti siamo andati a 6,8 watt/chilo. Non proprio una partenza morbida. Mi è rimasta nelle gambe. Non ero più brillante come nei primi giorni, ma me la sono cavata. Peccato per una forte emicrania la sera, che mi ha condizionato per l’ultima tappa.

E arriviamo all’ultima pagina della corsa…

E’ andata bene, ma ho dovuto gestirmi molto nella salita finale. Mi sono staccato a due chilometri dalla prima salita. Restare agganciato avrebbe significato giocarsi la top ten. Il passo era alto ma non impossibile. Nell’ultimo passaggio ero tra gli ultimi, ma non sono crollato: semplicemente, quando resti solo, perdi terreno si sa…

Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Pozzovivo ha mostrato la sa meticolosità in ogni settore. Ed è prezioso per i compagni della SolutionTech
Domenico POzzovivo, Tour of the Alps
Pozzovivo ha mostrato la sa meticolosità in ogni settore. Ed è prezioso per i compagni della SolutionTech
E degli avversari cosa avresti scritto?

Conoscendo Giulio Pellizzari e vedendo come correva la squadra, ero certo che nell’ultima tappa avrebbe fatto la differenza. Il suo recupero e le sue caratteristiche emergono di più nel finale, specie dopo tappe dure. Magari da casa non si percepiva, si andava forte e si è accumulata tanta, tanta fatica. Il suo modo di correre è rimasto simile: sale leggermente dietro e poi va in progressione, un po’ come me. Però è cresciuto molto in sicurezza, forte anche di una squadra molto potente. Al Giro d’Italia può migliorare il risultato dell’anno scorso.

Nei giorni del Tour of the Alps, come ti sei trovato con l’alimentazione?

Io ho sempre richieste particolari! Cerco però di non complicare il lavoro dei massaggiatori e dello staff. Porto da casa quello che mi serve: la mia valigia “food” è quasi più grande di quella dei vestiti! Per esempio la sera preferisco pasta di legumi o senza glutine o integrale. La consegno al massaggiatore che dà le giuste dritte in cucina. Devo dire che in Austria, alla prima tappa, mi hanno sorpreso per la cottura: molto buona.

L’ultima pagina del diario è ancora bianca: cosa ci scrivi?

Nell’ultima tappa mi sono ritrovato con Sean Quinn e, da buon americano, mi ha definito il LeBron James del ciclismo. Noi riportiamo tutto al calcio, loro al basket. Mi ha fatto piacere. Per il resto scrivo che è stato un bel rientro e che c’è ancora margine per migliorare. Se si allineano tutti i pianeti, posso dare ancora qualcosa in più.

Coppa Montes. Padovan svetta dove Pogacar fallì

Coppa Montes. Padovan svetta dove Pogacar fallì

27.04.2026
6 min
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Non è una gara come tutte le altre. A parte il fatto che la Coppa Montes, arrivata quest’anno alla sua 71esima edizione, è una delle principali prove internazionali del calendario italiano, sono le sue motivazioni che la rendono una pietra miliare nel calendario juniores e per questo, prima di parlare dei verdetti che la corsa ha emesso nella fatidica giornata del 25 Aprile, è giusto occuparci delle sue radici.

Perché il fatto che la gara si disputi nella giornata dedicata alla Liberazione non è casuale. La prova ricorda la figura di Silvio Monguzzi e degli altri eroi della Resistenza, martiri in un periodo terribile della storia d’Italia ma che da quella è diventata quella che ancora è, pur con tutte le sue contraddizioni. Si gareggia a Monfalcone (GO) dove l’azione dei Partigiani è stata fondamentale e proprio per onorare le loro figure è nata la corsa, come spiega Massimo Masat, il presidente del comitato organizzatore che altri non è che la sezione provinciale dell’ANPI.

La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)

Corsa legata alla storia partigiana

«72 anni fa si decise di onorare attraverso una competizione ciclistica quella che fu una figura di questo territorio, un partigiano torturato dai nazifascisti e morto a Palmanova. Non era un partigiano convenzionale, era uno che si era prodigato sempre per approvvigionare i partigiani che stavano in montagna. Inventò l’intendenza Montes, che raccoglieva viveri, vestiti per portarli ai partigiani in montagna, ovviamente con un livello di rischio altissimo».

Non è un caso il fatto che il percorso di gara prevede anche uno sconfinamento in Slovenia «I primi 50 chilometri sono in pianura, con 10 traguardi volanti che ricordano sempre figure salienti della Resistenza, dove sono gli stessi familiari dei partigiani a mettere i premi. A seguire inizia una parte molto più delicata, che comprende quattro gran premi della montagna, affacciati sul Collio. E’ una gara sentitissima, molto agonistica, eppure è anche un percorso che regala paesaggi bellissimi per chi volesse affrontarlo in maniera cicloturistica.

La classica friulana ha avuto al via molti team estri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team esteri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team estri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team esteri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)

Un piccolo campionato del mondo

«Tornando al percorso, discesi da Rutar, entriamo a Zecla, in Slovenia e questa è stata la grande novità di questa edizione. Facciamo 4 o 5 chilometri oltreconfine e poi rientriamo in Italia sotto la salita di San Floriano, quella che è stata percorsa ai campionati italiani professionisti sul circuito di Gorizia nell’edizione ‘25».

La corsa è quasi un campionato del mondo, avendo radunato ben 20 squadre straniere tra cui 5 devo team: «Negli anni scorsi abbiamo avuto i complimenti di tutti quelli che sono venuti. Ci piace pensare, fatti i dovuti distinguo, che è in piccolo una sorta di Liegi per gli juniores, con le salite ben distribuite e un occhio sempre privilegiato per la sicurezza. Non sono salite particolarmente lunghe, ma con punte che vanno anche al 12-13 per cento. Chi vince la Montes ha molto spesso un futuro fra i pro’, qui sono passati Mohoric giunto secondo, Milan l’ha vinta dopo essere caduto, Omrzel ha fatto il vuoto. Per due volte è venuto Pogacar e per due volte è finito terzo…».

Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l'anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l’anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l'anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l’anno successivo (foto Bonaventura)

Padovan, obiettivo centrato in pieno

L’ultimo di questa serie, augurandogli di avere identica fortuna, è Nicola Padovan che a 18 anni appena compiuti ha portato a casa l’ultima edizione. Il giorno prima era già stato protagonista al Liberazione di Roma, finendo 8°, a Monfalcone ha sbaragliato la concorrenza.

«Vivo a San Pietro di Feletto e pratico ciclismo da piccolissimo, iniziando già da G1 – racconta Padovan – Mi sono appassionato al ciclismo perché i miei tre fratelli correvano in bici. Vedendo loro ho deciso di seguire la loro strada e sono andato anche più lontano. La prima parte di stagione era andata bene, con la vittoria del team alla nostra prima corsa e il mio terzo posto a Orsago, dove avevo dichiarato che il cerchio rosso della stagione era la Montes, perché la vedevo corsa dai miei fratelli e mi era sempre piaciuta. Volevo arrivarci con la miglior forma possibile».

Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto Ciclismoblog)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto XPIX.IT)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto Ciclismoblog)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto XPIX.IT)

La presenza delle squadre straniere

La corsa l’ha sempre sentita in pugno: «La parte piana è stata fatta a tutta velocità – sottolinea Padovan – Infatti, sono arrivato sotto la salita che ero un po’ affaticato. La prima l’abbiamo fatta forte, la seconda un po’ più piano, da quando sono arrivato in cima alla seconda, che era quella dove avevo paura di staccarmi, ho pensato solo che dovevo tenere, così mi giocavo le mie carte in volata (foto di apertura Ciclismoblog, ndr)».

La presenza delle squadre straniere si è sentita? «Di sicuro hanno fatto un ritmo elevato fin dall’inizio e poi comunque gareggiare contro le squadre straniere ti mette un po’ più sotto pressione e ti dà meno sicurezza perché è gente che va già forte e non sei così convinto di rimanere con i primi. Ma questo rende la vittoria ancora più bella, era una cosa che volevo e sono riuscita ad ottenerla».

Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altrre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)

Una vittoria che ha portato frutti

Il fatto che a Monfalcone ci fossero i devo team ha dato al suo successo anche un altro significato: «Dopo l’arrivo molti emissari si sono avvicinati e questo mi ha fatto molto piacere, ho avuto primi contatti e ciò mi fa sperare per la fine della stagione. Non posso fare nomi, ma qualcuno si è detto interessato a farmi passare con loro».

Nel caso il trasferirsi all’estero, che cosa rappresenterebbe? «Il timore maggiore sarebbe la lingua – ammette Padovan – l’inglese lo capisco, ma non lo so parlare bene e questo è un freno, ma per il resto, per vivere all’estero, non ci sarebbero grandi problemi».

Con questo successo possono schiudersi anche le porte della maglia azzurra: «Su pista ho già avuto modo, ma è chiaro che indossarla su strada ha un valore diverso. Spero che ci sia occasione per provare quest’emozione».

GP Liberazione Donne, Liechti

Ma al Liberazione, nel giorno di Liechti, si vede (un po’) d’Italia

27.04.2026
5 min
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ROMA – Un parterre giovanissimo, una gara storica e squadre provenienti da mezzo mondo. La mattina del 25 aprile va in scena anche il GP Liberazione Women, quello che da qualche anno vede protagoniste le ragazze nella kermesse organizzata dal Cicli Terenzi, chel’altro ieri ha visto Jasmin Liechti prendersi lo scettro di Caracalla.

Certo, rispetto alla vittoria di Chiara Consonni di qualche anno fa, era appena il 2024, le cose sono un po’ cambiate. Il calendario internazionale, sempre più intenso per le donne, non favorisce un certo tipo di partecipazione. Tuttavia il livello tecnico era elevato lo stesso.

GP Liberazione Donne, Liechti
Jasmin Liechti (classe 2002) ha vinto il GP Liberazione. L’elvetica ha anche un passato su pista (foto Simone Lombi)
GP Liberazione Donne, Liechti
Jasmin Liechti (classe 2002) ha vinto il GP Liberazione. L’elvetica ha anche un passato su pista (foto Simone Lombi)

Liechti, sorpresa a metà

Alla fine si è rivelata una corsa di pure gambe e non solo di tattica. A vincere è stata la svizzera Jasmin Liechti.
L’atleta della Nexetis ha fatto esattamente il contrario di quanto successo ad Anastasia qualche ora dopo nella prova degli under 23. Era nella morsa delle due atlete della UAE ADQ, ma anziché lasciarsi schiacciare è stata lei ad anticipare lo scatto e alla fine le ha tolte di ruota entrambe.

«Sono davvero felice di come ho gestito la gara – ha detto Liechti – E soprattutto è incredibile aver conquistato un successo così importante in uno scenario come questo! Quando mi sono trovata in inferiorità numerica nella fuga sono riuscita a rimanere calma e a ragionare attentamente su come gestire le energie e sul momento giusto per anticipare. Ho fatto due scatti e sono andati a buon fine, anche perché comunque mi sentivo molto bene».

«Più che tanti cavalli – ha commentato Marta Bastianelli più in accordo con Liechti che con noi – per fare la differenza su questo circuito, secondo me serve anche tanta testa. E anche una certa dose di coraggio. Guardiamo come è andata la corsa: chi ha vinto lo ha fatto decidendo di andare via, lottando una contro due. Insomma, serve anche un certo tatticismo».

Liechti è una classe 2002. Giovane dunque, ma non giovanissima, e i numeri non le mancano. Ci hanno raccontato di un’atleta potente, tra l’altro molto brava a cronometro. E la sua vittoria è una sorpresa a metà. Il direttore sportivo altoatesino Edmund Tesler la conosceva bene, conosceva il tracciato romano e l’aveva studiato a fondo. Non a caso la compagna Nina Kessler completa il podio. Anche in questo caso ci sono state analogie con la gara under 23. Tra l’altro per Liechti si tratta della terza vittoria stagionale: insomma non proprio quel che si dice una sorpresa.

GP Liberazione Donne, Liechti
Liechti proprio nel mezzo del duo UAE Adq, fra Magdalena Leis e Fee Knaven
GP Liberazione Donne, Liechti
Liechti proprio nel mezzo del duo UAE Adq, fra Magdalena Leis e Fee Knaven

E le italiane?

Qui si aspettava molto da Chantal Pegolo. Alla fine la portacolori della Isolmant si deve accontentare di un buon quarto posto. Con lei avevamo parlato pochi giorni fa e ci aveva raccontato che, per l’esplosività della pista, sarebbe stato meglio attendere ancora un po’.

Visto l’andamento tattico della gara, forse più che di esplosività bisognava cercare di tenere la corsa chiusa un po’ prima, ma certo non era facile su un percorso come quello delle Terme di Caracalla.

Va detto però che le squadre italiane, vedi la stessa Isolmant, ma anche la BePink e la Top Girls-Fassa Bortolo, ci hanno provato. Si sono fatte vedere anche Elena Pirrone, molto attiva, tanto da vincere anche il premio della combattività. Rivedere questa atleta così vivace non può che farci piacere.

Tra le più attese c’era poi anche Giada Silo, che vestendo la maglia della UAE Adq faceva ben sperare. Ma, con tutta onestà, bisogna dire che non era certo questo il terreno migliore per la giovane veneta.

GP Liberazione Donne, Liechti
Marta Bastianelli (a destra) a colloquio con Giada Silo dopo la gara
GP Liberazione Donne, Liechti
Marta Bastianelli (a destra) a colloquio con Giada Silo dopo la gara

Parola a Bastianelli

Alle Terme di Caracalla era presente anche Marta Bastianelli, in veste di commissario tecnico aggiunto a supporto di Marco Velo. Bastianelli, che qui a Roma è di casa e conosce benissimo il tracciato del GP Liberazione (lo ha vinto due volte), sapeva che si sarebbe trattato più di una corsa di prospettiva che di risultati per le nostre ragazze.

Pizzichiamo Bastianelli mentre sta parlando proprio con Giada Silo: «Giada è stata con me l’anno scorso da juniores, ora è al primo anno in una devo importante come la UAE Adq. Ha tempo e spazio per imparare. Mi diceva che non era una gara adatta alle sue caratteristiche. Ha aiutato le sue compagne, ma sicuramente dalle prossime gare che farà, in Lussemburgo e in Spagna, troverà percorsi che la metteranno più a suo agio».

«Che corsa ho visto? Direi – prosegue Bastianelli – in generale una corsa più lenta all’inizio e poi animata da metà gara in poi, come di solito è questo circuito. Ho visto lavorare bene alcune squadre italiane e sono contenta di questo. Il GP Liberazione non perdona: sembra facile, ma non lo è assolutamente».

Ma Marta guarda il bicchiere mezzo pieno: «Ho visto le squadre italiane molto attive: Isolmant, Fassa Bortolo, BePink e anche la nuova Biesse-Carrera con una buona Giulia Zambelli. Insomma, ci sono realtà che stanno emergendo, soprattutto quando hanno la possibilità di mettersi in mostra. Non mi aspettavo tanto di più, a dire il vero. Quello che conta è che abbiamo corso in modo attivo e ci abbiamo provato. La stagione è molto lunga e tutte le azzurre avranno modo di mettersi in evidenza».