Kruijswijk, aiutante suo malgrado e già a caccia di un team

06.01.2023
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Quando riesci a centrare la Top 5 in tutti e tre i Grandi Giri nello spazio di 3 anni, è chiaro che il tuo prestigio assurge ad altissimi livelli. Che Steven Kruijswijk sia un candidabile per la vittoria in una corsa di tre settimane è però un’affermazione che ormai non ha più senso. L’olandese, esponente di quella generazione arancione che, con lui, Gesink, Dumoulin, Kelderman ha dimostrato di poter essere competitiva soprattutto nelle corse a tappe, viene da anni sfortunati, dal Covid in poi, che hanno ridimensionato la sua figura e anche il suo ruolo.

Kruiswijk a 35 anni è alla Jumbo Visma e la corazzata olandese vede in lui una colonna portante del team, un sostegno fondamentale per chi sarà il capitano al Tour de France, verosimilmente il campione in carica Jonas Vingegaard. Il ruolo di luogotenente potrebbe anche sembrare tagliato su misura per le caratteristiche attuali di Kruijswijk, ma lo sente un po’ stretto. Correre per gli altri non è propriamente nella sua natura e questo è un po’ una caratteristica comune per i corridori olandesi, come si è spesso visto in ambito femminile e anche fra i nomi precedentemente citati.

L’olandese, qui con Kuss e Vingegaard, è tornato alle gare al Criterium di Saitama. Ora già pensa al Tour
L’olandese, qui con Kuss, è tornato alle gare al Criterium di Saitama. Ora già pensa al Tour

Il sogno del podio a Giro o Vuelta

Il trentacinquenne di Nuenen ha chiuso anzitempo la sua stagione, vittima dell’ennesima caduta al Tour de France che si è rivelata più rovinosa del previsto. La ripresa è stata lenta, con Vingegaard vincitore però nessuno alla Jumbo Visma gli ha messo fretta, pensando già all’annata successiva. Kruijswijk ha ripreso lentamente per essere pronto quando servirà. Già si sa che sarà al Tour, anche se non erano propriamente questi i suoi desideri.

«Avrei voluto tornare al Giro d’Italia – ha ammesso Steven – ma dovrò dare una mano a Vingegaard nella Grande Boucle. Io so di che cosa sono ancora capace, se sono al top della forma, la strada verso un podio al Giro o alla Vuelta non è preclusa».

Le sue parole hanno un preciso fondamento, che affonda in quel che avvenne nel 2016, forse la grande occasione che poteva dare la svolta alla sua carriera.

Giro 2016, la caduta nella discesa dal Colle dell’Agnello che gli costerà la maglia rosa. Lo spinge Massimo Rava
Giro 2016, la caduta nella discesa dal Colle dell’Agnello che gli costerà la maglia rosa. Lo spinge Massimo Rava

La caduta che cambiò tutto

In quell’edizione della corsa rosa, Kruijswijk prese l’iniziativa più volte, assestandosi nei quartieri alti della classifica per poi attaccare con decisione sul Valparola nella tappa numero 14. Con Chaves diede vita a una fuga decisamente fruttuosa, lasciando al colombiano la vittoria parziale per appropriarsi della maglia rosa. Il giorno dopo, nella cronoscalata dell’Alpe di Siusi, fu secondo rafforzando la sua leadership e ponendo una seria candidatura alla vittoria finale. All’inizio della terza settimana, visti gli attacchi dei rivali in classifica decise di attaccare a sua volta nell’ascesa verso Andalo portando a 3 minuti il vantaggio su Chaves, a quel punto sembrava tutto scritto.

Il destino aveva però altre strade per lui: nella diciannovesima tappa, quella del Colle dell’Agnello incorse in una brutta caduta, riportando la frattura di una costola. Stoicamente finì la tappa, ma il Giro era andato a favore di Nibali, con l’olandese che chiuse quarto, un piazzamento quanto mai amaro. Da allora la sua strada si è fatta impervia, ricca di scivoloni dai quali si è sempre però rialzato con carattere, altrimenti non sarebbero arrivati il quarto posto alla Vuelta 2018 e il podio al Tour 2019.

Kruijswijk con Bernal sul podio del Tour 2019. L’ultimo grande acuto della sua carriera
Kruijswijk con Bernal sul podio del Tour 2019. L’ultimo grande acuto della sua carriera

Il ritiro? Non è un’opzione…

Da quel giorno agli Champs Elysées, però, Kruiswijk ha concluso un solo Grande Giro, la Vuelta 2021 al 12° posto e questo lungo periodo di appannamento è arrivato mentre Roglic consolidava il suo ruolo di punta e emergevano nuove leve, a cominciare da Vingegaard. L’olandese è passato in secondo piano: al grande rendez vous con la stampa dello scorso dicembre, pochi si sono avvicinati a lui, chi lo ha fatto non ha potuto non notare la sua insoddisfazione.

«Sia ben chiaro, non ho nulla contro il team – ha voluto chiarire a Wieler Revue – la Jumbo Visma è la squadra più forte al mondo e farne parte è un grande onore. Mi chiedo solo se posso lavorare in un altro modo. Credo di avere ancora tempo per mettere a posto le cose, tanto che non firmerei per un biennale, penso che ci siano ancora tre anni buoni davanti a me».

L’olandese con Roglic. Sin dagli esordi nel 2006 Kruijswijk è stato nel team, ma cosa accadrà a fine 2023?
L’olandese con Roglic. Sin dagli esordi nel 2006 Kruijswijk è stato nel team, ma cosa accadrà a fine 2023?

Tour con Vingegaard, poi si vedrà

«Se voglio correre per me stesso, devo andare in un team che pensa ancora che io possa puntare alla Top 5 in un Tour de France – ha ulteriormente specificato mettendo di fatto una pietra tombale sulla sua riconferma all’interno del team – Io sono convinto che un grande piazzamento sia ancora nelle mie corde, ma alla Jumbo hanno chiaramente altre priorità».

Professionista dal 2006, Kruijswijk si avvia verso la sua diciottesima stagione. Partirà presumibilmente piano puntando a essere in forma per l’estate e dare una mano a Vingegaard per dimostrare di saper essere anche un valido luogotenente. Anche se non è quella la sua aspirazione.

Un viaggio nella distanza, le sei ore con Oldani

06.01.2023
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Un professionista fa tanti allenamenti nell’arco dell’anno e li fa di tutti i tipi, oggi più che mai, grazie alle attività alternative e al forte implemento della palestra che si è registrato un po’ per tutti e a tutti i livelli. E tra questi allenamenti ce n’è uno che non cambia ed è al tempo stesso uno dei più affascinanti: la distanza. E la distanza al contrario della palestra si fa d’estate e d’inverno.

Stefano Oldani le sue belle distanze le macina ogni settimana. Nonostante alla Alpecin Deceuninck siano noti per non esagerare con i chilometri, ma per insistere parecchio con la qualità. Con il re della tappa di Genova al giro 2022 facciamo appunto un viaggio nella distanza. 

Per Oldani (classe 1998) la distanza è la base della performance, specie nel finale delle corse quando serve lo spunto, come a Genova (in foto)
Per Oldani (classe 1998) la distanza è la base della performance, specie nel finale delle corse
Stefano, sentendo parecchi dei tuoi colleghi ci si chiede se la cara vecchia distanza, quella da 5-6 ore si faccia ancora? Parecchi dicono che non fanno più abbuffate di chilometri come in passato…

Assolutamente c’è ancora. E’ fondamentale per la base. E anche per la prestazione. Se fai solo qualità, magari sei performante sulla prima salita, ma a fine gara ti manca la benzina.

Si fa in tutto l’arco dell’anno o soprattutto in questa fase?

Si fa all’inizio dell’anno sicuramente, quando si riprende dopo lo stop di fine stagione. Si ricomincia per gettare le basi che consistono in più ore e meno lavori specifici. Più ore a bassa intensità per rimettere le cosiddette basi di endurance. Queste ci permettono poi di lavorare sull’intensità con maggior solidità senza andare poi a “sbiellare il motore”, come si dice in gergo. Se s’iniziasse subito con lavori più spinti si alzerebbe subito la condizione, ma poi non si avrebbero le basi per mantenerla. Durerebbe poco.

E d’estate?

E poi sicuramente si fa nei periodi di altura d’estate. Nel mio caso penso a Livigno. Lassù in quota non puoi lavorare ad alta intensità, sennò ti finisci perché c’è scarsità d’ossigeno e tutte le dinamiche che ne conseguono. Quindi si punta più sull’endurance.

Tasche piene per la distanza, ma d’inverno si tende a preferire qualche proteina a scapito dei carboidrati
Tasche piene per la distanza, ma d’inverno si tende a preferire qualche proteina a scapito dei carboidrati
La distanza si richiama durante tutto l’anno, nonostante gare e ritiri?

Sì, di base cerchi di richiamarla un po’ tutto l’anno, poi ovviamente se hai dei periodi di corse molto ravvicinati dove comunque l’endurance lo alleni in gara, quando torni a casa non ti serve andare a lavorarci. Quindi magari tra le corse fai solo qualità. Recupero e qualità, recupero e qualità… Mentre quando hai dei periodi più lunghi senza gare, mentalmente sai che devi lavorare un pochino di più sulla distanza. Quindi fai più ore… e cerchi di trovare compagnia per fartele passare più velocemente! Penso a quando devi preparare una Sanremo e devi arrivare pronto ad affrontare un certo chilometraggio.

E cosa ti passa per la testa mentre fai la distanza?

Dipende parecchio da come le vivi tu. Io non sono un super amante del gran numero di ore. E’ molto soggettivo. C’è chi preferisce molto di più fare tante ore e meno lavori perché non ama soffrire troppo e magari preferisce stare in bici a “passeggiare”. E c’è chi preferisce fare le 2-3 ore a tutta e farsi del male con i lavori. Io quando non ho i lavori faccio più fatica a programmare il mio allenamento e il rischio è di perdere un po’ di brio.

Sei ore a gennaio e sei a luglio: cosa metti in tasca? Ci sono differenze?

Fondamentalmente si cerca sempre di tenere un “tot” di grammi di carboidrati per ora in base al peso e al tipo di corridore. L’obiettivo è tenere comunque un’integrazione di base per non finirsi. La grammatura di carbo dipende da persona a persona, dal peso e dal metabolismo… Poi c’è chi preferisce andare più sul proteico anche in uscite così lunghe e chi invece preferisce puntare sui carboidrati. Sono correnti di pensiero. 

La distanza d’estate richiede una grande accortezza in merito all’idratazione, specie se in altura
La distanza d’estate richiede una grande accortezza in merito all’idratazione, specie se in altura
In questo periodo si cerca di limitare gli zuccheri perché magari c’è da limare il peso?

Può capitare. Il periodo post stop è perfetto per tagliare sul cibo, perché alla fine si fanno più ore con poca intensità e non ti serve poi così tanta benzina per essere brillante nei lavori. Si tende a sbilanciare l’alimentazione sul proteico, ma senza esagerare nel togliere i carbo. 

E varia l’alimentazione nella distanza d’estate?

Sì, sicuramente. In altura per esempio devi stare attento a sbilanciarti sul proteico, perché solitamente il metabolismo va a bruciare di più. Non puoi togliere i carboidrati altrimenti rischi di finirti. 

Quindi tra estate e inverno, d’estate si mangia un po’ di più. E con i liquidi invece?

Solitamente si consiglia sempre di bere una borraccia all’ora, poi dipende chiaramente dalle condizioni climatiche. E anche dalla sudorazione. Per esempio quando si va in altura s’inizia a fare tanta pipì e di conseguenza espelli un sacco di liquidi. Quindi devi stare attento a reintegrare un po’ di più per non disidratarti. C’è chi fa più pipì, chi ne fa meno, chi suda molto, chi poco. Noi in Alpecin per esempio ad inizio stagione, nel ritiro di dicembre, facciamo sempre un test della sudorazione. Vediamo quanto pesiamo prima dell’allenamento, quante volte e quanta pipì facciamo, di che colore, quanto beviamo… Ed è molto soggettiva questa cosa.

Oldani preferisce fare la distanza d’inverno, perché è più facile trovare compagnia anche a casa
Oldani preferisce fare la distanza d’inverno, perché è più facile trovare compagnia anche a casa
C’è tanta differenza di rendimento tra il fare le 6 ore della distanza adesso che è inverno e d’estate? I 30 all’ora di media vengono facili sempre?

Ci sta che magari ora si vada un po’ più piano, però ci sono tante variabili… Magari ora vai più piano perché le strade in discesa sono umide o bagnate. O al contrario d’estate fa troppo caldo.

E i valori, c’è differenza?

Anche in questo caso ci sono molte variabili. Ci sono corridori che quando staccano dopo il finale di stagione perdono tanto, tipo me, ma poi riprendono in poco tempo. E quelli che invece calano poco. O quelli che calano tanto e ci mettono parecchio a riprendere la condizione.

E il recupero? Come reagisci dopo una distanza a gennaio e una a luglio?

Il freddo ti fa consumare più energie e la condizione è un pochino più bassa. Quindi magari fai un pelo più fatica. D’estate magari la condizione è migliore e recuperi meglio. Ma anche in quel caso se fa troppo caldo non è facile…

E Stefano Oldani preferisce fare la distanza d’inverno o d’estate?

D’inverno! Ci sono più colleghi e amici in zona, di solito. E in compagni è più bello. Anche per la sosta Coca Cola. La sosta al bar per la Coca e il toast non manca quasi mai. E a volte è meglio delle barrette!

Con Ulissi nei segreti del Tour Down Under che riparte

05.01.2023
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Dopo due anni di stop ripartirà il Tour Down Under, la prima corsa di livello WorldTour della stagione. Si tratta di una gara a tappe che ha sempre condito l’ultima metà di gennaio, che ha come cornice le strade ed i colori dell’Australia Meridionale. Regione non lontana da Wollongong teatro degli ultimi mondiali di ciclismo. 

Chi con la corsa australiana ha costruito un buon feeling è Diego Ulissi, il toscano nei suoi ormai 13 anni di carriera ha collezionato degli ottimi piazzamenti. Terzo nel 2014, quinto nel 2017, quarto nel 2018 ed infine secondo nel 2020. Quest’ultimo è il miglior risultato ottenuto da Ulissi in Australia.

L’ultimo vincitore del Tour Down Under, nel 2020, è stato Richie Porte
L’ultimo vincitore del Tour Down Under, nel 2020, è stato Richie Porte

A ruota di Ulissi

Il corridore della UAE Emirates ci porta con sé tra i ricordi e le curiosità del Tour Down Under. Una corsa che si gioca sempre sul filo dei secondi dato che il percorso non presenta grandi difficoltà altimetriche.

«Il Down Under – spiega dalla sua calda toscana Ulissi – è fondamentalmente una delle gare meglio organizzate a livello mondiale. E’ sempre stato un piacere andarci, anche se il viaggio è davvero lungo. Il clima è bellissimo, soleggiato e parecchio caldo (in Australia ora è estate, ndr). Il fuso orario è tosto da assorbire quindi è meglio andare lì il prima possibile così da adattarsi al nuovo ritmo di vita. Si tratta della prima gara WorldTour, quindi ci sono tanti punti in ballo ed un grande livello di competizione. Una corsa come il Tour Down Under si programma già dal finale della stagione precedente».

Giacomo Nizzolo, Tour Down Under 2020
Nel 2020 l’unica vittoria italiana è arrivata grazie allo sprint vincente di Giacomo Nizzolo
Giacomo Nizzolo, Tour Down Under 2020
Nel 2020 l’unica vittoria italiana è arrivata grazie allo sprint vincente di Giacomo Nizzolo

Il percorso

Fino al 2020, l’ultima volta in cui si è disputato, il Tour Down Under prevedeva sei tappe con un percorso sempre mosso. Quest’anno le tappe sono sempre sei, ma è stato aggiunto un prologo iniziale di sei chilometri che si correrà nella città di Adelaide

«Non sono presenti grandi salite lungo le varie tappe – riprende Ulissi – di conseguenza i distacchi si mantengono minimi. Diventano importanti i piazzamenti, nel 2020 sono arrivato a pari tempo con altri tre corridori (Dennis, Geschke, Van Baarle, ndr) ed ho guadagnato il secondo posto in classifica generale grazie ai piazzamenti. Questo per dire che se si vuole fare classifica al Tour Down Under bisogna arrivare preparati e correre sempre nelle prime posizioni del gruppo.

«Quest’anno, con l’aggiunta di un prologo all’inizio – continua Ulissi – che di conseguenza toglie una tappa in linea, aumenterà l’importanza degli abbuoni e dei piazzamenti. Una cronometro all’esordio, anche se di sei chilometri, è pur sempre un fattore determinante. Perdere quindici o venti secondi può escludere alcuni corridori dalla lotta per la vittoria finale».

In una corsa come il Tour Down Under bisogna sempre farsi trovare pronti, anche pochi secondi possono essere determinanti
In una corsa come il Down Under non si possono perdere nemmeno pochi secondi, bisogna correre davanti

La grande assente: Willunga

Rispetto alle edizioni prima della pandemia il Tour Down Under ha perso il suo “giudice” ovvero la salita di Willunga. Non una grande ascesa come la intendiamo noi ma comunque un bel trampolino di lancio per tentare di scavare un solco, seppur minimo, in classifica generale. Per aumentarne l’importanza la salita di Willunga era inserita nell’ultima o penultima tappa. 

«E’ sempre stata la salita più lunga del Tour Down Under – dice – che inevitabilmente decideva le sorti della classifica generale. Richie Porte è il re di quella salita (il tasmaniano dal 2014 al 2020 non è mai uscito dai primi due sul traguardo di Willunga, sei vittorie ed un secondo posto, ndr). Si tratta di un’ascesa di quattro chilometri con punte massime all’otto per cento, gli ultimi cinquecento metri sono praticamente piani, è una salita da rapportone».

La salita di Willunga è terreno di caccia del tasmaniano, per lui in 8 anni ben 6 vittorie
La salita di Willunga è terreno di caccia del tasmaniano, per lui in 8 anni ben 6 vittorie

I corridori di casa

Nelle ventidue edizioni del Tour Down Under i corridori di casa si sono aggiudicati per tredici volte la classifica finale. Un dato che evidenzia come questa corsa sia fondamentale per il movimento ciclistico del Paese. 

«E’ molto difficile equiparare lo stato di forma dei corridori australiani – conferma Ulissi – si allenano su quelle strade da mesi. In più il caldo incide, noi andiamo a fare la preparazione in Spagna ma per la maggior parte del tempo ci alleniamo al freddo. Il percorso non è difficile ma è un continuo sali e scendi, in più i corridori australiani sono spinti anche da una grande motivazione. Si tratta della gara di casa ed una delle poche che ci sono nel loro Paese, quindi hanno voglia di mettersi in mostra».

Il pubblico australiano si è sempre presentato il gran numero sulle strade della corsa
Il pubblico australiano si è sempre presentato il gran numero sulle strade della corsa

Logistica

In una corsa dall’altra parte del mondo è importante arrivare sempre con una grande organizzazione, sia per quanto riguarda gli hotel che gli spostamenti.

«In Australia ci siamo sempre trovati benissimo – conclude Ulissi – le tappe si svolgono sempre nella stessa zona intorno ad Adelaide. L’hotel dove si alloggia è sempre lo stesso, non cambia mai per tutta la durata della corsa e questo è una grande comodità. Siccome le tappe si svolgevano sempre nella zona di Adelaide gli spostamenti tra hotel e partenza o arrivo e hotel li abbiamo quasi sempre fatti in bici. E’ un bel modo per evitare stress e per aggiungere chilometri nelle gambe. Le tappe sono sempre abbastanza corte, intorno ai 150 chilometri e quindi mettere qualche ora in più non è male».

Dumoulin, i giorni in cui iniziò a spegnersi la luce

05.01.2023
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E’ stato quando ha smesso di percepire il ciclismo come un viaggio nei suoi sogni di ragazzo che Tom Dumoulin ha deciso di dire basta. Una magia che sorprendentemente si è interrotta proprio con la vittoria al Giro d’Italia, quando gli sguardi attorno hanno cambiato luce. Almeno questo è ciò che l’olandese ha percepito e che inesorabilmente lo ha trascinato a fondo. Finché in un giorno dell’estate che lo avrebbe condotto all’ultima gara della carriera – la crono ai mondiali di Wollongong – Tom ha detto basta.

«Sono vivo, più vivo di qualche anno fa. Ero decisamente pronto a smettere, mi divertivo sempre meno a salire in bici e a pormi obiettivi altissimi. Il mio corpo si stava lentamente deteriorando, mi diceva basta. Ho deciso di ritirarmi ad agosto e da quel giorno mi sento molto felice».

Quello che la gente non vede

Il ciclismo è uno degli sport più estremi, richiede una dedizione totale. Come professionista, tutto ruota attorno al ciclismo. Ogni decisione che prendi, ogni ingrediente che mangi, ogni volta che vuoi vedere gli amici. Sono gli stessi concetti espressi da Pogacar: quanto puoi durare vivendo sempre al 100 per cento?

«Il ciclismo – ha spiegato Dumoulin a L’Equipe – richiede un lavoro che il pubblico non vede. Passi il 90 per cento del tuo tempo a fare sacrifici che negli ultimi anni sono diventati troppo importanti, soprattutto perché i momenti speciali stavano diventando sempre più rari. Fino al 2017 e alla vittoria al Giro, mi sono sentito totalmente sulla mia strada. Poi i tifosi, la squadra, le persone con cui ho lavorato hanno cominciato ad aspettarsi qualcosa da me. Mi percepivano in modo diverso. A poco a poco, non era più solo il mio progetto, ma quello di molte persone. E questo non mi è piaciuto, ho cominciato a perdere il controllo della mia carriera e gradualmente ho smesso di divertirmi».

L’amore degli italiani

Eppure proprio vincendo quel Giro del 2017 e poi la crono al mondiale di Bergen, l’olandese così elegante aveva conquistato anche il pubblico italiano. Era chiaro che l’anno dopo sarebbe stato lui il corridore più atteso. Vennero quattro secondi posti: al Giro dietro Froome, al Tour dietro Thomas, al mondiale crono (dietro Dennis) e della cronosquadre (dietro la Quick Step). Poi qualcosa si spense. Difficile dimenticare le brutte ore della caduta di Frascati nel 2019 che lo portarono al ritiro, alla rottura con il Team DSM e al conseguente passaggio alla Jumbo Visma.

«Ho vinto il Giro una volta – ha ricordato – e in Italia sono più popolare di altri vincitori, che non hanno ricevuto tanto amore. Questo è stato bellissimo, ma ho avuto sempre più difficoltà a superarlo. Mi ripetevo: questa è la mia strada, questo è il mio sogno. Volevo mostrare allo sponsor e alla squadra che stavo lavorando sodo. Prima del 2017, se un giorno non stavo bene, capitava che saltassi un allenamento. Dopo la vittoria del Giro, anche se sfinito pensavo che si aspettavano tanto da me e dopo poche settimane ci sarebbe stato il Tour de France. Pensavo troppo, perdevo freschezza e non riuscivo più a dare il massimo».

Un uomo normale

Per questo si fermò la prima volta. Un mese e mezzo senza toccare la bici, sapendo che sarebbero arrivate le Olimpiadi già compromesse nel 2016 per la frattura del polso nel finale del Tour. Arrivò a 47 secondi da Cancellara e secondo sarebbe arrivato a Tokyo dietro Roglic, dopo una preparazione svolta quasi di nascosto.

«Eppure allenandomi da solo – ha detto – sentii che mi piaceva ancora andare in bicicletta. Avrei continuato, eppure appena finirono le Olimpiadi, fu di nuovo difficile tenere lontani tutti i pensieri. Così ho deciso di essere onesto con me stesso: la mia vita non poteva più essere quella di un grande atleta. Così, complice il mal di schiena per cui ho dovuto lasciare il Giro d’Italia, ho deciso di mollare. Dovevo chiudere ai mondiali, l’ho fatto prima. In Australia ci sono andato come tifoso. Sono stato nell’hotel della nazionale. Ho incontrato i miei amici, gli allenatori, i meccanici, i massaggiatori con cui ho lavorato per tanti anni. Mi è piaciuto essere in cima a quello strappo per incoraggiare i miei compagni di squadra, ma in nessun momento ho sentito che avrei voluto essere lì come corridore.

«Non mi sono mai sentito un eroe, semplicemente sapevo andare forte in bicicletta. E’ l’unica cosa che so fare meglio degli altri. Pochissime persone possono vivere quei momenti in cui sei tra i migliori a un passo dalla cima, è qualcosa speciale. Ma non mi sento speciale come persona. Se però posso dare speranza e ispirare qualcun altro, allora questo sarà molto positivo».

Il pagamento dei punti che non piace nemmeno in FCI

05.01.2023
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L’accostamento fra il pagamento dei punti ai Comitati Regionali e il reddito di cittadinanza ha fatto discutere. La sensazione che ci sia uno scollamento fra chi scrive le norme e chi deve applicarle si fa evidente parlando con Alessandro Spiniella, Vice Presidente del Comitato Regionale Veneto della FCI e insieme team manager della continental General Store (in apertura, una foto della Piccola Sanremo 2022 di photors.it).

Nell’editoriale di lunedì avevamo sottolineato la differenza fra Delle Vedove e Busatto, provenienti da Borgo Molino e General Store, entrambi tesserati per il 2023 con il devo team della Intermarché, che si chiama Circus-ReUz-Technord Development Team. Il primo costretto a pagare di tasca sua punti e bonus, il secondo… graziato dalla squadra.

«L’Intermarché è stata chiara – conferma Spiniella, 53 anni – loro non pagano valorizzazioni né bonus. Non pagano nulla. Quindi sostanzialmente io ho un atleta che avrebbe dovuto versare circa 4.000 euro di punti, invece non porto a casa niente. General Store applica un’altra filosofia. Con Busatto siamo stati chiari. Prima dell’offerta dal Belgio, aveva avuto richieste dalla Bardiani, però aveva preferito rimanere con noi. Gli abbiamo detto: «Guarda, ti ringraziamo della fiducia, ma facciamo così. Se ricevi l’offerta di una continental estera migliore della nostra (perché se vai in Colpack – ride, ndr – ti faccio pagare tutti i tuoi punti), vai pure tranquillo. Se ci pagheranno, bene. Altrimenti vuol dire che abbiamo investito bene i nostri soldi».

Alessandro Spiniella è team manager della General Store, qui a Sovizzo 2021 con Carpene e Visintainer (photors.it)
Alessandro Spiniella è team manager della General Store, qui a Sovizzo 2021 con Carpene e Visintainer (photors.it)
Ma loro non hanno pagato…

Per noi è una perdita. Non so quanti punti abbia pagato il Team Colpack, parlando con Rossella Di Leo mi sembrava che loro fossero intorno ai 20.000 euro, mentre noi ne paghiamo 13.000 di soli punti ed escludendo quelli di Busatto, ne incassiamo 4.000 scarsi. La precedente norma sul trasferimento degli atleti diceva che la squadra cedente deve ricevere il premio di valorizzazione di 5.000 euro, ma non chiariva chi lo dovesse erogare. Oggi hanno riscritto la norma, dicendo che la società che acquista deve pagare la società cedente. Ma se la società che acquista è estera, non essendoci alcun regolamento internazionale che la obblighi a pagare i punti, cosa facciamo?

Potreste impedire il trasferimento.

Come posso io trattenere un nullaosta, quando chi ha fatto la legge non sa come funziona la norma internazionale? Non posso penalizzare un mio corridore perché il legislatore italiano non sa come funziona all’estero. E’ come se il Governo Italiano facesse una legge senza sapere che c’è una norma superiore a livello europeo, che legifera sulla stessa materia. Mi dispiace dirlo, perché io sono vicepresidente del Comitato Regionale Veneto, quindi faccio parte dell’apparato dirigenziale della Federazione, ma chi ha fatto quella norma non ha lavorato bene.

Perché?

La norma dice anche che se la società cedente nell’anno successivo non tessera atleti nella stessa categoria o comunque non iscrive il team, non ha diritto di ricevere il punteggio di valorizzazione. Questo dice la norma 2022, facendo riferimento agli articoli dal 29 al 34 del regolamento tecnico. Ma nel 2014 sul tema era già intervenuta la Gabriotti (segretario generale della FCI fino al 2020, ndr) dicendo che se il passaggio non viene definito entro maggio, se anche la società non si iscrive, la valorizzazione va pagata ai Comitati Regionali che si faranno garanti e li daranno non si sa bene a chi. Si sa solo che il team acquirente il punteggio lo deve pagare.

Delle Vedove e Busatto correranno alla Circus-ReUz-Technord Development Team (foto Facebook)
Delle Vedove e Busatto correranno alla Circus-ReUz-Technord Development Team (foto Facebook)
Le due norme non sono state integrate?

No, come se chi ha scritto la norma del 2022 non sapesse cosa è successo nel 2014. Avrebbero dovuto scrivere che in deroga a quanto stabilito nel 2014… Allora sì che si fa una norma, altrimenti si fanno regole che si sovrappongono e non annullano mai quelle precedenti.

Poca conoscenza del mondo su cui si legifera?

Chi ha messo mano ai punteggi di valorizzazione scrive che vengono introdotti i bonus da 450-600 e anche 800 euro. Ma non lo sai che oggi le squadre non hanno soldi? Quella tabella l’hanno scritta in una riunione in cui erano presenti un Vice Presidente FCI, dei Consiglieri Federali, il Presidente della Commissione Strada e i presidenti regionali. Questi ultimi però – mi sono informato da Bandolin (Friuli Venezia Giulia, ndr), da Checchin nostro Presidente del Veneto e da quello della Lombardia – non avevano diritto di parola e hanno approvato la tabella così fatta. Non hanno espresso un giudizio di merito o, se lo hanno espresso, se lo sono tenuto perché tanto non aveva alcun significato in sede federale.

Quali sono le criticità?

Andiamo oltre la mia categoria, che è continental under 23. Se io faccio un’analisi anche nelle piccole squadre, diciamo esordienti e allievi perché il bonus è valido per tutte le categorie, oggi fra società si scambiano anche atleti che non hanno un punteggio. E magari se prendo 10 atleti che non hanno punti, devo pagare 4.500 euro per ragazzi che non hanno avuto una valorizzazione? Se uno non ha punteggio, vuol dire che tutto sommato più che un cavallo forse è un ronzino. Certamente ha diritto di correre, ma non mi deve costare così tanto.

Nella nascita della nuova CPS con Bardelli ds, il pagamento dei punti ha inciso per oltre 30.000 euro (foto Facebook)
Nella nascita della nuova CPS con Bardelli ds, il pagamento dei punti ha inciso per oltre 30.000 euro (foto Facebook)
Il passaggio meno chiaro è perché si debbano pagare i Comitati Regionali…

Siccome il bilancio dei Comitati si fa confrontando quello di previsione e il consuntivo e la Federazione eroga contributi in base all’attività e alle differenze tra attivo e passivo, se il mio attivo è costituito solo dai punteggi regionali, tu Federazione mi passi meno soldi. Come Vice Presidente sarei il primo a voler abolire il pagamento del punteggio per il mio atleta del Veneto che va a correre in Lombardia e viceversa. Alla fine le regioni che pagano sono solo tre. E’ difficile che il mio atleta del Veneto vada in Campania, è più facile che il campano venga da me o vada in Toscana o si fermi in Lombardia. Allora vuol dire che…

Che cosa?

E’ davvero come il reddito di cittadinanza. Il pagamento del punteggio regionale vale politicamente un reddito di cittadinanza: non faccio niente e prendo soldi. Nel 2022 ai campionati nazionali giovanili il Veneto l’abbiamo chiamato “Veneto piglia tutto”. E’ venuto anche Crisafulli (consigliere federale FCI, ndr) a fare le premiazioni e ha detto: «Sono molto arrabbiato perché in casa mia, avete portato via tutti i titoli!». Certo, perché vuol dire che il Veneto è una regione che lavora, però alla fine i soldi non li prende. Va bene così, perché lo sport di base deve investire e non deve prendere.

Il sistema è da bocciare?

No, ma il problema nasce a livello internazionale. Nel calcio, la Fifa ha una norma internazionale per cui, una volta che tu passi professionista, una percentuale del primo ingaggio deve essere pagata dalla società di approdo a quelle che ti hanno avuto come dilettante. Perché l’UCI non fa una cosa del genere? Ha paura di scomodare i 40 milioni di euro di Ineos o i 30 di Movistar? La catena non si interrompe mai. Io li prendo dalla Ineos o dalla Intermarché e a mia volta li passo alla società juniores che sta sotto di me, che a sua volta li cede in proporzione alla società degli allievi e così via… Noi invece ci fermiamo e allora non ha più senso avere dei premi di valorizzazione. Perché alla fine quando ci si ferma a una categoria, che siano gli esordienti, gli juniores o gli l’under 23, il sistema fallisce.

Busatto ha preso parte nel 2022 agli europei di Anadia, chiudendo in 17ª posizione (foto General Store)
Busatto ha preso parte nel 2022 agli europei di Anadia, chiudendo in 17ª posizione (foto General Store)
Un binario morto?

Oggi rischiamo che ci siano società che non prendono un euro, oppure che ci siano colleghi che… ricattano i corridori: se vuoi venire a correre con me, devi pagarti i punteggi. Un mio ex corridore è passato professionista e quando la squadra under 23 gli ha chiesto il pagamento della valorizzazione, lui gli ha detto di no e la squadra in tutta risposta non gli ha pagato lo stipendio negli ultimi tre mesi. E’ tutto collegato…

Cosa?

Non ci sono più le affiliazioni plurime negli juniores, però con 200 euro si può creare una nuova società in Toscana e in Veneto. Così per evitare quel che succedeva prima, una norma vieta il gioco di squadra fra atleti di squadre diverse. E’ scritto nelle norme attuativa per juniores e under 23. Scritto così, nell’articolo 17.9, senza nessuna specificazione. Così se io sono in fuga con la Iseo o con la Colpack e i miei corridori si danno il cambio con i loro per arrivare primi al traguardo, cosa facciamo: li sanzioniamo? Ma chi ha scritto la norma? Hai tolto le affiliazioni multiple e hai dei dubbi? Allora lasciale. Invece, appena ti rendi conto che hai danneggiato le regioni del Sud, viene fuori il bonus. Così le società delle regioni che non possono più avere le plurime, se ne faranno in qualche modo una ragione…

Conosciamo Filippo Magli, il neopro’ che parla da grande

05.01.2023
5 min
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«Io sono convinto che Filippo farà meglio tra i pro’ che tra gli under 23, perché è un lottatore, è un duro, non ha paura di prendere aria in faccia. Non è velocissimo ed è anche un generoso, per questo tra i dilettanti ha vinto poco, ma è un buon atleta. E poi è un uomo di fondo e quando ha avuto la possibilità di fare le corse con i pro’, nello stage con la Bardiani o con la nazionale, ha sempre figurato bene». Queste sono parole (preziose) di Carlo Franceschi, patron della Mastromarco Sensi Nibali, nella quale ha militato Filippo Magli.

Oggi Filippo figura tra i 26 ragazzi della Green Project Bardiani. Si tratta di un giovane di buona prospettiva, anche se non fa parte del gruppo under 23 di Mirko Rossato. 

Magli, toscano, classe 1999 è uno di quei ragazzi che non è passato con le stimmate del campione, per non dire che essendo già un over 23 ha forse anche rischiato un po’. Ma la sua avventura è iniziata quest’anno. E il futuro è della sua parte.

Filippo Magli (classe 1999) ha un contratto con la Green Project-Bardiani Csf-Faizanè anche per il 2024
Filippo Magli (classe 1999) ha un contratto con la Green Project-Bardiani Csf-Faizanè anche per il 2024
Filippo, inizi questa avventura nei professionisti: con che spirito l’affronti?

Mi sono ritrovato in un ambiente nuovo e stimolante e sono molto contento. Alla fine sin da piccoli si lavora per arrivare qui, al professionismo. Ma solo quando ci arrivi ti rendi conto di quanto sia tutto grande. Siamo stati in ritiro già a dicembre: è un bell’ambiente, siamo tanti, quasi tutti italiani e forse anche per questo ci intendiamo bene e ci sentiamo tutti coinvolti.

Qual è la prima differenza rispetto ad una squadra di dilettanti?

Qui sei seguito “H24”, in tutto e per tutto: dall’alimentazione al riposo, dai massaggi agli allenamenti. Però io alla Mastromarco ero abituato bene. Ero abituato ad avere sempre una persona di riferimento che fosse Balducci o anche Franceschi e in qualche modo ero pronto a questo passaggio. E’ un altro mondo e devi essere bravo anche a gestirti nelle tue attività al di fuori della bici, devi far coincidere tutto.

Oggi, Filippo, ci sono parecchi ragazzi che passano con le stimmate dei super campioni, tu sei stato un buon corridore: come ti approcci al professionismo?

Io credo che ognuno abbia il suo percorso. Vero, ci sono parecchi ragazzi che a 18-19 anni vanno veramente forte, il che è sicuramente un pregio. Io a quella età ero un ragazzetto anche mentalmente, doveva imparare proprio tanto. Sembra di parlare di trent’anni fa, ma in realtà sono solo 4 o 5. Sono consapevole che il ciclismo sta cambiando e quello che stanno facendo vedere i giovani di oggi sono cose grandi. Però poi, si sa, nei professionisti bisogna ambientarsi, bisogna fare un ulteriore salto di qualità… Un salto che magari questi ragazzi hanno già fatto. Mentre gente come me, cresciuta con più calma, magari farà dopo. 

Il corridore toscano è stato alla Mastromarco fino alla passata stagione. Già nel 2021 aveva fatto uno stage con l’allora Bardiani
Il corridore toscano è stato alla Mastromarco fino alla passata stagione. Già nel 2021 aveva fatto uno stage con l’allora Bardiani
E non è detto che il campioncino riesca ad adattarsi… E poi non sei vecchio! Anche se hai parlato da saggio.

No, no… non sono vecchio, però alla fine vado per i 24 anni e nel ciclismo attuale non sono più il giovane di turno. E lo vedo anche all’interno della squadra: sono nuovo, ma non mi sento il giovane neoprofessionista che arriva in un nuovo team. E l’ho capito vedendo intorno a me anche ragazzi di 18-19 anni.

Ci presenti il Filippo Magli corridore? Che caratteristiche ha?

Sono sempre stato, fin dalle categorie giovanili, abbastanza veloce, almeno per i gruppi ristretti. Mentre in salita facevo un po’ di fatica. Poi da junior e dilettante, mi sono asciugato fisicamente e da allora me la cavo discretamente anche nelle salite, chiaramente non le salite lunghe. Non sono uno scalatore. Mi piacciono i percorsi misti, con scalate brevi. Mi trovo bene nelle gare lunghe… anche se poi al massimo negli U23 facevi 180 chilometri. Nei pro’ i chilometraggi sono diversi e magari questo mi piacerà. 

Per farci capire che corridore sei a chi ti paragoneresti?

Sinceramente non ci ho mai pensato. E non lo so, dico la verità! Magari questo paragone lo lasciamo fare agli altri.

Magli in partenza da Bologna per raggiungere il ritiro spagnolo
Magli in partenza da Bologna per raggiungere il ritiro spagnolo
Tu sei seguito da Andrea Giorgi per quanto concerne la preparazione, medico e preparatore interno alla squadra. E’ una collaborazione che va avanti da tempo o è iniziata quest’anno?

E’ nata questo inverno. Negli under 23 ero seguito da Balducci e facevamo tutto in famiglia. Poi quando sono arrivato alla Green Project ci hanno presentato il nuovo staff di medici, dottori e preparatori ed ho avuto subito un bel feeling. Ho sentito di affidarmi a loro. Hanno un modo di lavorare un po’ diverso rispetto a quello che avevo avuto sin qui. Giorgi cerca molto i numeri, mentre prima magari stavo più attento alle sensazioni. Però anche lui dà parecchia importanza alla testa. Con Andrea ci sentiamo quotidianamente. Ho una tabella sulla quale ci confrontiamo e in base a impegni, sensazioni, condizione fisica andiamo a modificarla. Tra l’altro mi dà consigli anche sull’alimentazione.

Secondo te alla squadra piace il fatto che tu sia alle dirette dipendenze di un preparatore interno?

Non lo so, forse sì. Però non è che per questo voglio essere, diciamo, privilegiato… Non vorrei che da fuori ci fosse questa idea. Tutti qui sono seri e lavorano in sinergia con la squadra.

Ora quali sono i tuoi programmi?

Da un paio di giorni sono in Spagna. Siamo arrivati scaglionati: c’è chi c’era prima di me e chi arriverà dopo. Io invece verrò via un po’ prima perché poi volerò in Argentina, dove inizierò la stagione. 

La scelta di Masciarelli: alla Colpack per pensare alla strada

05.01.2023
5 min
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Nel giorno di Capodanno più di qualcuno è rimasto colpito, assistendo alla gara di Petange in Lussemburgo, vedendo Lorenzo Masciarelli con una maglia nuova, diversa da quella della Bingoal Sauzen con cui eravamo abituati a conoscerlo. La notizia del suo passaggio al Team Colpack è arrivata così, come un botto di Capodanno e dietro a quell’immagine (la foto di apertura è di Hervé Dancerelle/DirectVelo) si nasconde una profonda scelta di vita e anche un grande investimento che il team italiano ha voluto fare nei confronti del corridore abruzzese.

Per il figlio d’arte, più giovane esponente di una famiglia che ha sempre dato tanto al ciclismo, significa porre fine a una lunga parentesi in terra belga, iniziata quand’era appena entrato nella categoria juniores e che non ha coinvolto solo la sua passione ciclistica, ma tutta la sua esistenza. Ora arriva un altro cambio profondo, che coinvolgerà tutta la famiglia.

L’abruzzese ha fatto il suo esordio alla Colpack a Petange, finendo 5° (foto Facebook)
L’abruzzese ha fatto il suo esordio alla Colpack a Petange, finendo 5° (foto Facebook)

Il contatto con la Colpack non è nato recentemente: «In estate avevo fatto dei buoni test, ma non ero riuscito a tradurli in risultati anche perché non avevo disputato gare a me adatte – racconta il giovane corridore di Pescara – ma avevo già scelto di investire di più nell’attività su strada. Ho avuto occasione di parlare con Antonio Bevilacqua, gli ho spiegato le mie esigenze e lui mi ha presentato le ambizioni del team. Ci siamo trovati in perfetta linea, ma prima di decidere volevo consigliarmi con la mia “famiglia belga”, Mario De Clercq in primis».

E che cosa ti ha detto l’ex campione del mondo?

Mario mi conosce come le sue tasche e mi ha detto che è giusto seguire la mia strada, giocarmi questa grande opportunità. Ne abbiamo parlato molto e anche grazie alle sue parole mi sono convinto ad accettare la proposta.

Per Masciarelli 4 anni di attività in Belgio conditi da molti piazzamenti di prestigio (foto Bram Van Lent)
Per Masciarelli 4 anni di attività in Belgio conditi da molti piazzamenti di prestigio (foto Bram Van Lent)
La domanda, conoscendoti, viene spontanea: che fine farà il Masciarelli ciclocrossista?

L’idea è di continuare a praticare l’attività invernale perché è troppo importante per un corridore, ti dà quell’esplosività che non riesci a ottenere in allenamento. Chiaramente però passerà un po’ in second’ordine: se prima correvo su strada pensando al ciclocross, ora sarà il contrario. Penso che farò come molti stradisti, iniziando la stagione invernale più tardi e riducendo gli appuntamenti. Non posso dimenticare che proprio per l’amore per il ciclocross mi sono trasferito in Belgio, quest’attività mi ha dato tanto e non voglio abbandonarla.

Alla Colpack che cosa hanno detto di quest’idea, sono favorevoli a farti continuare o hai trovato più resistenze?

No, non mi hanno messo alcun freno. E’ chiaro che in questo caso parliamo di un team che fa attività su strada, a loro interessa quella, ma non mi hanno assolutamente forzato, anzi sono contenti di queste prime apparizioni con la maglia nelle gare di ciclocross. Ora tirerò dritto fino ai campionati italiani, poi tirerò un bilancio della stagione: se arriverà una convocazione azzurra per la Coppa del mondo e/o i mondiali (ma sarebbe meglio dire: se me la sarò meritata…) tirerò dritto, altrimenti chiuderò allora la mia annata sui prati per pensare alla strada.

Sai già che programma di gare farai?

No, anche perché stando in Belgio i contatti sono stati solo per telefono, salvo quando ci siamo visti in Val di Sole. Ora che torno in Italia verrà stilato un piano d’azione.

I Masciarelli hanno avuto più corridori fra i pro’. Lorenzo vuole seguire le loro orme (foto John De Jong)
I Masciarelli hanno avuto più corridori fra i pro’. Lorenzo vuole seguire le loro orme (foto John De Jong)
Questa scelta rappresenta per te una profonda trasformazione: con che spirito lasci il Belgio?

Non posso negare che mi dispiace un po’ perché qui mi ero fatto davvero un’altra famiglia, con Mario, Nico Mattan, i miei compagni di squadra… E’ stata un’esperienza imparagonabile con qualsiasi altra e proprio ragionandoci ora che torno in Italia sono convinto che sia stata la scelta giusta. A 19 anni ho un bagaglio di esperienza enorme, ho potuto gareggiare fianco a fianco con gente come Iserbyt e Vanthourenhout che sono i campionissimi della specialità, ma ho anche già potuto assaggiare anche gare su strada di altissimo livello come il Giro del Belgio. Ho imparato ad affrontare le strade belghe, il vento, la pioggia e anche se non sono fisicamente adatto a quelle gare, sono un patrimonio incommensurabile per uno stradista.

E che effetto ti fa tornare in Italia?

E’ come se tornassi al vecchio me, quello che era allievo e stava per partire lasciandosi tutto alle spalle. Sarà un bel salto, anche se a Pescara ci passavo le estati e quindi riadattarsi sarà qualcosa di molto veloce. Ma un certo effetto lo fa, non posso negarlo…

Masciarelli fa parte del gruppo azzurro U23 Decisivi però saranno i tricolori (foto Willem Beerland)
Masciarelli fa parte del gruppo azzurro U23 Decisivi però saranno i tricolori (foto Willem Beerland)
Che cosa ti aspetti da questa nuova esperienza di stradista?

Io voglio mettermi alla prova, sapendo che ho molto da imparare. In fin dei conti ho sempre gareggiato da solo, nelle gare in Italia non avevo compagni di squadra. Ora ci sarà da lavorare in gruppo. Devo dire che ho già trovato un bell’ambiente, i tecnici mi sono molto vicini e siamo in stretto contatto. Io voglio provare a far bene soprattutto nelle corse a tappe, il Giro d’Italia, il Giro della Valle d’Aosta, soprattutto le gare d’estate dove ci sono percorsi più adatti alle mie caratteristiche.

Ti definisci uno scalatore puro, uno specialista, razza quasi in estinzione fra i giovani italiani ma molto ricercata dai team…

E’ quella la mia caratteristica, con l’aggiunta dell’esplosività che mi deriva dal ciclocross. Questa è una scelta importante, so che nella prossima estate mi gioco molto, ma sono curioso di capire dove posso arrivare.

Un pro’ coi dilettanti. Jonathan Milan “torna” con il CTF

05.01.2023
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Certe cose non cambiano, neanche se sei un campione olimpico. E’ stato bello vedere qualche giorno fa Jonathan Milan allenarsi con la sua vecchia squadra, il Cycling Team Friuli. Un’immagine di tradizione appunto, di amicizia e di semplicità.

Il gigante della Bahrain Victorious è uscito i giovani ragazzi che in qualche modo hanno preso il suo posto nella squadra di patron Roberto Bressan. Intendiamoci, non che Jonathan sia vecchio! Anzi.. però in gruppo quel giorno era il più esperto. Magari poteva raccontare qualche storia, una di quelle che ammaliano: le Olimpiadi, la vita con i campioni, le lunghe trasferte per il mondo…

Jonathan Milan (classe 2000) ha corso nelle fila del Cycling Team Friuli fino al 2020
Jonathan Milan (classe 2000) ha corso nelle fila del Cycling Team Friuli fino al 2020
Jonathan, fa un po’ strano, no? Tu che sei ancora super giovane l’altro giorno in quell’uscita coi tuoi ex compagni del CTF eri “il vecchio”…

Ora che mi ci fate pensare è così! In effetti è un po’ strano, però è anche bello vedere questi ragazzi crescere. Così come è bello uscire con mio fratello Matteo.

Ti hanno fatto qualche domanda particolare, ti hanno strappato qualche curiosità?

Quando si esce insieme si parla sempre del più e del meno. Magari ci si confida sugli obiettivi della stagione. Sì, qualche domanda me l’hanno fatta, ma più sul programma, sulla preparazione, sulla posizione da migliorare… ma sono più discorsi che domande. Semmai mi chiedono di altri corridori, a cominciare da Sonny (Colbrelli, ndr), Mohoric, Caruso… 

E delle Olimpiadi ti hanno chiesto qualcosa?

No, perché con tanti di loro ci avevo già parlato, mentre i nuovi arrivati non mi hanno fatto domande su Tokyo.

La squadra di patron Bressan è molto attaccata al suo territorio, tra l’altro ideale per pedalare (foto Instagram)
La squadra di patron Bressan è molto attaccata al suo territorio, tra l’altro ideale per pedalare (foto Instagram)
Eri sempre tu in testa a tirare o giravate tutti “ad armi” pari?

Tutti ad armi pari! Anche perché girano forte questi ragazzi. Anzi, sin troppo per questo periodo. Infatti gli dicevo sempre: “Tranquilli ragazzi!”

Il CTF è una doppia casa per te: vieni da quel team e in più adesso è la giovanile della Bahrain. Ti hanno chiesto qualcosa su come funzionano le cose in prima squadra?

Qualcosa sul ritiro. So che i ragazzi adesso faranno un piccolo training camp a gennaio, ma non sono sicuro se verranno in Spagna nel nostro stesso hotel, anche se penso di sì. A me piacerebbe sinceramente, perché penso sia una cosa formativa per loro. Ripenso a quando ero io al loro posto. Vedono i ragazzi più grandi, vivono un ambiente differente, si confrontano con una realtà di alto livello che li vuole fare crescere. Cose che poi, è giusto ricordare, ha sempre fatto anche il CTF. Questo connubio con la mia squadra li porterà ad un livello più alto. E infatti devo dire che sono davvero contento che le mie due squadre si siano legate in qualche modo.

Secondo te quanto ha contato Jonathan Milan per questa unione?

Oddio, non saprei. Ma non penso più di tanto. Tanti ragazzi sono passati prima di me… E poi ci sono le persone del team, la voglia e l’amore che ci mettono per portare avanti la squadra. La passione… Perché è un grande impegno. Credo sia merito della loro competenza.

Invece a livello pratico come nasce un’uscita simile?

Abbiamo una nostra chat, ma comunque quando esco con loro non sono mai l’unico pro’. Spesso si aggiunge qualcun altro, tra cui il “Dema”, Alessandro De Marchi, che tra l’altro è uno di quelli che studia il giro da fare, gestisce l’allenamento… a lui chiedono i consigli! Comunque, ci sentiamo, in linea di massima sappiamo che loro partono dalla “casina” di Udine alle 9-9,30. Noi partiamo da Buja, più o meno alla stessa ora e ci veniamo incontro. C’è uno stradone che collega Buja ad Udine e li ci incrociamo. Io poi se non rispondo a questa chat, chiamo mio fratello e mi aggiorno tramite lui. 

In certi allenamenti capita di fermarsi… A sinistra Matteo Milan, a destra suo fratello Jonathan
In certi allenamenti capita di fermarsi… A sinistra Matteo Milan, a destra suo fratello Jonathan
La sosta Coca Cola si fa?

Nei giorni di scarico con loro l’ho sempre fatta. Altre volte meno. Poi spesso capita che esca da solo in quanto ho dei lavori totalmente diversi da fare. Magari ho la palestra al mattino o degli specifici. Quel giorno però abbiamo fatto, se ben ricordo, 147 chilometri e 2.800 metri di dislivello a un po’ più di 29 di media oraria. Almeno io sono tornato a casa con questi numeri.

Prima hai detto: «C’era anche mio fratello, è stato bello». Come funziona con lui? In quel caso ti ritrovi a fare la chioccia? Lo riprendi?

No, no… i ragazzi devono divertirsi. Sono io il primo che chiacchiera. Poi non mancano gli scattini qua e là. L’importante è che quando arriva il momento di fare il lavoro ci si impegni. Ci vuole serietà. E mio fratello, come gli altri ragazzi, è serio. Certo, se devo dire qualcosa a Matteo, dargli qualche dritta gliela do. E lui il più del più delle volte le accetta.

Marengo riparte col fuoristrada e un piccolo sogno

04.01.2023
5 min
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A fine novembre, l’ultima volta che lo avevamo sentito, l’umore di Umberto Marengo non era dei migliori. La Drone Hopper si stava ridimensionando drasticamente e lui, come altri suoi compagni, era ancora senza squadra. Tuttavia sul finire della telefonata, prima di salutarci, la sua voce aveva avuto un barlume di speranza.

«Non ho ancora il piano B ma valuterei anche un ingaggio in MTB», ci aveva confidato il 30enne torinese. Detto, fatto e accordo raggiunto sotto Natale con il Boscaro Racing Team. Così abbiamo richiamato Marengo per chiedergli come stia affrontando questa nuova fase della sua carriera. Piedi per terra, ma anche un piccolo desiderio forse non troppo impossibile da realizzare. Sentiamolo.

Non solo Mtb. Marengo punta anche alla qualificazione del mondiale gravel
Marengo punta alla qualificazione del mondiale gravel
Umberto come sei arrivato a questo ingaggio?

Mi hanno contattato i titolari della Cicli Boscaro. Hanno il negozio a Pianezza, a pochissimi chilometri da Collegno dove abito io. Loro sapevano della mia volontà di fare fuoristrada e così mi hanno proposto un progetto comprendente anche la loro attività commerciale. Per la verità avevano questa idea per il 2024, ma hanno anticipato di un anno. Spero che possa andare bene sia a loro che a me.

Cosa prevede questo progetto nel complesso?

Naturalmente farò la stagione da elite grazie alla affiliazione con la FCI. Mi hanno detto di pensare principalmente a fare il corridore, però nel nostro accordo c’è anche un lavoro in negozio. Per alcune situazioni potrei portare la mia esperienza, ma per tante altre dovrei apprendere tutto. Come i lavori meccanici ad esempio. Non sono un grande “smanettone” accanto alla bici, giusto l’indispensabile. Sono però sempre stato molto curioso e quindi potrei imparare quasi un mestiere.

Per Umberto la nascita del figlio Leonardo ha compensato un 2022 ciclisticamente difficile
Per Umberto la nascita del figlio Leonardo ha compensato un 2022 ciclisticamente difficile
E’ già un pensiero per il futuro per quando smetterai di correre?

No assolutamente. O meglio, mai dire mai. Quello che mi insegneranno sono certo che mi tornerà utile. In realtà non mi è mai piaciuto guardare troppo avanti, specialmente dopo questo 2022 che è stato ricco di batoste, anche sul piano personale. Ogni mattina mi svegliavo e mi ritrovavo a ricominciare tutto daccapo. Adesso vivo alla giornata pensando ad allenarmi e preparare una stagione in una disciplina che mi piace, ma nella quale incontrerò delle difficoltà.

C’è qualcosa che ti spaventa di questa nuova avventura?

Da molto giovane praticavo ciclocross e la Mtb l’ho sempre seguita. Sarà tutta una scoperta in cui mi tuffo con curiosità ed entusiasmo. So che troverò atleti molto più forti di me e pagherò l’inesperienza. Dovrò dimostrare di essere all’altezza. Spero di imparare in fretta e divertirmi, ma vorrei soprattutto ripagare la fiducia che Cicli Boscaro hanno riposto in me. Non è stato facile per me trovare una squadra e trovare una società di Mtb che scommette su uno stradista è stata una bella occasione, piuttosto insolita.

Che calendario farai?

Farò tutte le corse del fuoristrada, soprattutto le marathon. Per esempio, avrei sempre voluto partecipare alla Assietta Legend che si disputa al Sestriere, ma mi era impossibile vista l’attività su strada. Adesso potrò finalmente correrla. Cercherò di fare anche le gare di gravel. Nel 2022 ho fatto la Serenissima e quest’anno vorrei qualificarmi per il mondiale. Infine, per quanto possibile, cercherò di correre anche su strada. Al momento il calendario mi permette solo di partecipare al campionato italiano, ma avrei anche un sogno…

Quale?

Quello di poter correre qualche classica italiana con la nazionale. Nel 2022 i ragazzi della ex Gazprom hanno avuto questa giusta possibilità e mi piacerebbe poterla vivere a mia volta. Non conosco chiaramente i programmi del cittì Bennati e non ho la confidenza per chiamarlo e proporgli una cosa del genere, però se lo vedessi ad una gara non avrei timore ad accennarglielo. Magari potrei mettermi a disposizione degli azzurri più giovani. Ovvio che per entrare nei radar del cittì dovrò andare forte e continuare ad allenarmi seriamente anche su strada.

In questo ultimo periodo ti ha chiamato qualcuno della Drone Hopper per sapere se avevi trovato una squadra?

A parte qualche video-call per questioni solo burocratiche, l’unico con cui sono rimasto in contatto con una certa regolarità è Giovanni Ellena. Con lui mi sono sempre sentito e quasi sempre per parlare di altro, non di ciclismo. Comunque alla nostra ultima chiamata mi ha detto che ho fatto bene a scegliere la Mtb.

Marengo è passato pro’ nel 2019. Ha corso con Neri Sottoli, Vini Zabù, Bardiani e Drone Hopper
Marengo è passato pro’ nel 2019. Ha corso con Neri Sottoli, Vini Zabù, Bardiani e Drone Hopper
All’orizzonte, tipo a metà stagione, potrebbe esserci uno spiraglio per Umberto Marengo di tornare su strada?

In questi mesi nessuna squadra mi ha tenuta aperta mezza finestra. Tutti erano a posto. E dubito fortemente di poter ripetere il caso più unico che raro di Jacopo Mosca. Nel 2019 lui corse l’italiano con la D’Amico, una continental, ed un mese dopo era alla Trek-Segafredo nel WorldTour. Lui è stato bravo a meritarselo. Non voglio fantasticare però è ovvio che spererei di potervi dire il contrario magari quando ci sentiremo fra sei mesi. Mi mancano gli amici che ho avuto in gruppo e vi confesso che se una professional mi chiamasse domattina firmerei subito. Ma ripeto, resto con i piedi per terra. Mi voglio godere ed impegnare al massimo in ciò che mi aspetta.