Lago Laceno: Evenepoel solo tra gli squadroni

09.05.2023
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Due corse in una ma con un elemento comune: la maglia rosa. La frazione di Lago Laceno ha visto il trionfo di Aurelien Paret-Peintre e il passaggio del simbolo del primato dalle spalle di Remco Evenepoel al norvegese Andreas Leknessund.

«Aurelien sta bene. E’ qui per fare bene e per la classifica», ci aveva detto il suo compagno Andrea Vendrame alla vigilia della crono della Costa dei Trabocchi. E il corridore della Ag2R-Citroen se l’è giocata bene.

Sgambettava da scalatore, agile. Ha colto l’occasione del compagno di fuga in cerca della maglia rosa, più generoso nel tirare, e si è portato a casa il successo più importante della sua carriera.

Soudal scricchiola

Ma Lago Laceno ci ha detto soprattutto una cosa: Remco Evenepoel c’è, la sua squadra un po’ meno. E’ vero che c’era pioggia. E’ vero che all’inizio la tappa è stata incredibilmente dura e incerta, ma sta di fatto che nel finale (e non solo) il campione del mondo è rimasto da solo.

Ad uno ad uno i suoi compagni si sono staccati: alcuni prima dell’ultima salita, il che era anche lecito perché avevano tirato parecchio, altri in precedenza.

«E’ stata una giornata durissima – ci racconta Giada Borgato che ha seguito la corsa in moto per la Rai – hanno fatto due ore “pancia a terra”. La prima parte era tutta un su e giù. Ho visto facce che non vi dico.

«Mi auguro che crescano i ragazzi della Soudal – va avanti Borgato – ma ho seri dubbi. Già sulla prima salita Van Wilder ed altri compagni erano in difficoltà. Ballerini è stato tra i primissimi corridori a saltare. Faceva fatica vera. Probabilmente ha pagato le due tappe precedenti, che comunque per loro sono state stressanti. Ma per assurdo ci sta che lui, più velocista, si stacchi presto anche se è strano. Magari era in giornata no. Il problema è che si sono staccati subito gli altri.

«Si è staccata gente come Cerny, Serry, Hirt e poi anche Van Wilder che dovrebbe essere l’ultimo uomo di Remco in salita e che, da quel che ho visto, lo avevano anche preservato. Fortuna per loro che è andata via la fuga, hanno rallentato e sono rientrati dopo il primo Gpm».

La Soudal schierata. Dopo che la fuga è partita, la squadra di Evenepoel si è ricompattata, ma nel finale si è sfaldata di nuovo
La Soudal schierata. Dopo che la fuga è partita, la squadra di Evenepoel si è ricompattata, ma nel finale si è sfaldata di nuovo

Serrare i ranghi

Il problema è che queste non sono ancora salite dure. Cosa accadrà quando ci saranno le scalate vere? Cosa succederà già fra tre giorni a Campo Imperatore? I dubbi di Lago Laceno sono ampi. E tutto sommato alimentano l’incertezza del Giro d’Italia.

Viene da pensare a Davide Bramati, diesse della Soudal-Quick Step, a quel che dirà questa sera ai suoi ragazzi nel “giro delle camere”. A come mantenere la calma. 

“Brama” ha parlato di una giornata no da parte dei suoi. Nulla è perduto sia chiaro. Anche perché se c’è un corridore forte e tranquillo in gruppo quello è proprio Evenepoel. Ma qualcosa va fatto.

Bisogna serrare i ranghi. Correre compatti e nascosti. In casa Soudal-Quick Step devono prendere atto della situazione. Cosa che hanno fatto le altre squadre. Hanno visto che qualcosa si può fare. Che Remco può restare solo. 

«Penso – va avanti Giada – che Brama abbia poco da dire ai suoi ragazzi. Alla fine hanno fatto il loro. Seppur faticando, hanno controllato la corsa nella prima parte. Hanno fatto andare via la fuga giusta. Poi sono le gambe che contano e se non ne hanno, non ne hanno…. 

«Brama era tranquillo. E lui lo conosciamo com’è quando è nervoso! Ma sa bene che corridori ha in mano. Per me oggi ha fatto bene a perdere la maglia».

E questo ormai è appurato. Il rischio è che a Campo Imperatore la maglia rosa gli ricaschi addosso, ma intanto è così. E un po’ di stress in meno non fa male.

Inoltre non va dimenticato – e questo lo ha saggiamente ribadito anche Borgato stessa in diretta tv – che la Soudal-Quick Step è storicamente una squadra per le classiche. Solo da un paio di stagioni sta virando sui grandi Giri. Ci vuole tempo per questa metamorfosi. Pensiamo solo alla UAE Emirates di Pogacar due anni fa…

Giada Borgato (ex professionista) commenta il Giro d’Italia dalla moto per la Rai (foto Mirror Media)
Giada Borgato (ex professionista) commenta il Giro d’Italia dalla moto per la Rai (foto Mirror Media)

Remco sereno

In tutto ciò viene da chiedersi come sta Evenepoel. Lui ci è sembrato rilassato. Attento. Prima del Gpm finale si è chiuso la maglia con la semplicità di chi non era a tutta.

«Remco è tranquillissimo – prosegue Borgato – aveva il viso disteso ed era bello in faccia. L’ho visto sereno, anche quando è venuto indietro alla macchina per cambiare le ruote e fare la pipì. Ha fatto tutto con i suoi tempi, con calma. Non aveva gli occhi sbarrati di chi stava perdendo tempo. E lo stesso quando è rientrato. Lo ha fatto senza stress. Sarebbe potuto rientrare da solo

«Remco parla in gruppo, scherza con gli altri. Anche oggi, quando era venuto dietro all’ammiraglia, ha scambiato due battute col mio pilota che è belga. Gli ha detto qualcosa del tipo: “Mamma mia che tappa”. Un po’ come Caruso: “Finito il trasferimento? Quando parte la fuga?».

La Venosa-Lago Laceno è stata dura anche per le condizioni del meteo
La Venosa-Lago Laceno è stata dura anche per le condizioni del meteo

Ineos più forte

Lago Laceno ci ha anche detto che la Ineos-Grenadiers è la squadra più forte. Oltre ai due capitani, Thomas e Geoghegan Hart, nella scalata finale c’erano tre gregari e un altro si era staccato solo a 4 chilometri dalla vetta. Mentre Puccio e Ganna si erano spostati ai piedi dell’ascesa e solo dopo aver concluso il loro lavoro.

Stando alle parole di Giada – Remco è rimasto solo già dopo la prima salita – viene da chiedersi perché non lo abbiano attaccato. Che sia stata un’occasione persa?

«Non lo hanno attaccato per più motivi secondo me – spiega Borgato – primo perché si era lontani dal traguardo. E poi anche la Jumbo-Visma traballa. Ma per loro il discorso è un po’ diverso. Hanno perso gente come Gesink e Foss per Covid, Tratink per incidente alla vigilia del Giro. Oggi ho visto benino Kuss, ma Oomen è rimasto attaccato per un pelo. Magari loro, che sono stati chiamati all’ultimo e sono scalatori, potranno crescere strada facendo.

«E non lo hanno attaccato perché siamo ad inizio Giro e per me fare certi sforzi può essere rischioso».

Con la Soudal in queste condizioni se corridori come Sam Oomen (in foto) troveranno una buona gamba sarà un doppio colpo per Roglic
Con la Soudal in queste condizioni se corridori come Oomen (in foto) troveranno una buona gamba sarà un doppio colpo per Roglic

Assalto sfumato?

In effetti per un colpo “alla Torino 2022” servivano squadre forti e compatte e al di fuori della Ineos sembra non ce ne siano in gruppo per ora. La stessa Bora-Hansgrohe, che tutto sommato si è mostrata in buona condizione, per fare un attacco del genere avrebbe dovuto sacrificare il suo secondo leader, Kamna. 

«Konrad va bene, ma cerchi di preservarlo. Mentre Jungles l’ho visto spesso in difficoltà. Denz come arriva una salita si stacca e anche Benedetti è più per la pianura. E ancora: le salite di oggi erano pedalabili, salivano fortissimo. Credo serva qualcosa di più per staccare Remco».

Vuelta Femenina, dietro le olandesi spunta Realini

09.05.2023
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Chi meglio la conosce sa che, sul podio finale della Vuelta Femenina, Gaia Realini si è chiesta cosa ci facesse accanto a Van Vleuten e Vollering. Lei si è limitata a godersi il magnifico stupore, mentre gli altri hanno iniziato a ragionare sulla sua prestazione. Se a 21 anni hai la forza per tenere testa alla campionessa del mondo e all’astro nascente del ciclismo femminile, il terzo posto nella corsa spagnola significa qualcosa di importante.

«Ho pensato proprio a questo – sorride Realini col gusto di raccontarlo – cosa ci faccio qui? Non riesco a realizzare dove sono arrivata e dove posso arrivare. Proprio non lo so. La vittoria di tappa e il terzo posto sono stati inaspettati. Quando domenica sono arrivata al traguardo e ci siamo messi a guardare i distacchi, la ragazza che era lì con me mi fa: “Guarda che sei terza in generale!”. Le ho detto che non era possibile. Dopo le prime tappe ero a dir tanto cinquantesima. Poi sono diventata quindicesima e adesso sarei stata terza? Io ero incredula di tutto, lei prendeva i tempi e alla fine ha avuto ragione. Ai Lagos de Covadonga sono volati distacchi pesanti. Ma è stato davvero inaspettato…».

Il viaggio di Gaia alla Vuelta è iniziato dopo il terzo posto alla Freccia Vallone e il settimo alla Liegi: altre anticipazioni di futuro da cogliere con discrezione e mettere da parte. Da qui a dire che sia andata in Spagna per puntare alla generale ce ne vuole, ma il bello del suo stupore è che le impedisce di porsi limiti.

Sei andata sapendo di stare così bene?

Sicuramente la preparazione era buona, però sono andata senza nessuna pretesa, con l’idea di godermi la mia prima Vuelta. Per imparare e mettermi a disposizione della squadra.

Prima Vuelta, ma avevi già esperienza di Giro d’Italia. Ci sono tante differenze?

Molta differenza non c’è stata, perché comunque le ragazze sono le stesse. Forse cambia il modo di correre, dato che in Spagna ci sono solo sette tappe e al Giro invece sono dieci. Con tre giorni in meno, si combatte subito, c’è più bagarre. Ci si risparmia meno.

Siete partite con il terzo posto nella cronosquadre.

Ce la siamo cavata benissimo. Poi sapevamo che la seconda e la terza tappa sarebbero state completamente piatte, senza aspettarci la batosta così dura per i ventagli nella terza. Abbiamo preso il buco, io per prima. Dietro di me Amanda Spratt ha bucato, quindi tutto il team è rimasto nel secondo gruppo. E’ stata una giornata difficile da mandar giù (a La Roda, il distacco della Trek-Segafredo all’arrivo è stato di 2’41”: lo stesso che sul podio la dividerà da Van Vleuten, ndr). 

Parlando a febbraio con Larrazabal, capo dei preparatori alla Trek, si ragionava sui ventagli e ci avvisò che quelli del UAE Tour in cui ti eri mossa benissimo fossero più semplici di quelli belgi o spagnoli…

Le strade erano molto più strette. Siamo sempre 150 ragazze, un conto è metterle su una strada immensa come quelle nel deserto, che di lato c’è la sabbia, altra cosa in Spagna, che a lato ci sono l’erba, le buche e le scarpate. Hai quasi paura, è molto più pericoloso.

Vos sugli scudi: prima vince la cronosquadre con la Jumbo-Visma, poi porta a casa la 3ª e la 4ª tappa
Vos sugli scudi: prima vince la cronosquadre con la Jumbo-Visma, poi porta a casa la 3ª e la 4ª tappa
Dal giorno dopo è scattata la rabbia?

Non abbiamo perso la concentrazione, siamo rimaste sempre noi stesse e super motivate. Sapevamo che la classifica si poteva comunque ribaltare nelle tappe di montagna. Ho dei rimorsi legati a quel giorno, però fino a un certo punto. Sono ancora giovane, devo imparare molto da questo lavoro. Non è scattata la rabbia, semplicemente sapevo che iniziavano le tappe adatte a me. Quindi testa bassa e non mollare. Non voltarsi indietro e guardare avanti. E alla fine, grazie anche al team e al bellissimo clima che c’è, abbiamo portato a casa un bellissimo risultato.

A Laredo ti sei trovata davanti con Van Vleuten, scatti e controscatti e poi l’hai battuta. Come è stato?

Mi sono vista al primo anno in una WorldTour insieme alla campionessa del mondo. Emozione tanta, ma nessuna pressione, perché ero fuori classifica, quindi non dovevo fare chissà cosa. Qualcuno mi ha criticato perché non ho dato mai il cambio, ma io non avevo pretese, non dovevo prendere io la maglia rossa, quindi non avevo niente da perdere. Poi in volata ce la siamo giocata e vedendo il fotofinish, ho vinto davvero per poco.

Van Vleuten ha fatto il forcing perché voleva guadagnare su Vollering, compreso l’attacco mentre Demi si era fermata per fare pipì. Tu cosa hai capito di questa storia?

Van Vleuten sa bene quello che vuole, è molto concentrata e la squadra la asseconda. Non so bene come siano andate le cose. Ho sentito dire che Vollering si è fermata per un pit stop e la Movistar si è messa davanti ad attaccare. Non lo vedo come una cosa molto rispettosa, non c’è stato un grande fair play. Tutti abbiamo necessità fisiologiche.

Van Vleuten ha detto che quello era il punto in cui avevano deciso da tempo di attaccare. Ha sbagliato Vollering a fermarsi proprio lì?

In quel punto c’era molto vento, era molto aperto. Si capiva che potesse succedere qualcosa, però è anche vero che stavamo andando piano, quindi forse Demi ha valutato di potersi fermare. Ma non so davvero bene come sia andata.

Si rivede anche Marta Cavalli: 10ª nell’ultima tappa e 13ª in classifica finale
Si rivede anche Marta Cavalli: 10ª nell’ultima tappa e 13ª in classifica finale
Il tuo calendario prevede anche il Giro d’Italia?

Sì e sarò a disposizione della squadra. Quello che mi diranno di fare si farà senza pretese né pressioni. Non mi sarei aspettata che a 21 anni mi sarei trovata così bene, ma bisogna rimanere sempre coi piedi a terra, perché oggi può andare bene e domani può andarti male. Tutto questo è il punto di partenza per migliorare. Ecco, io almeno la penso così.

Tra podi e vittorie, De Pretto sta cambiando pelle

09.05.2023
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Se si vanno a leggere i resoconti ciclistici di ogni fine settimana, il nome di Davide De Pretto c’è pressoché sempre. Persino sabato, al Giro di Castiglion Fiorentino, il portacolori della Zalf ha scortato verso la vittoria il compagno Manlio Moro esattamente come aveva fatto lo scorso anno. Eppure si sa che nel ciclismo tanti piazzamenti non fanno una vittoria e il sapore di questa a Davide mancava, finché al Trofeo General Store non è toccato il suo turno (in apertura, foto Rodella) e la stagione ha preso un’altra piega.

Il fatto è che il corridore di Thiene è un altro della generazione dei Pogacar: non parte mai per essere una semplice comparsa, ogni corsa a prescindere dal suo valore deve vederlo protagonista, possibilmente nell’ordine d’arrivo. Non è un caso se tra gare nazionali e internazionali su 12 giorni di gara (tutti di corse d’un giorno) è nella Top 10 ben 7 volte con la perla del podio conquistato alla Liegi-Bastogne-Liegi.

Il podio del Trofeo General Store, dove De Pretto ha preceduto il russo Gonov e Epis
Il podio del Trofeo General Store, dove De Pretto ha preceduto il russo Gonov e Epis

Quella vittoria però ha un po’ cambiato il suo modo di vedere le cose: «Non posso certo dire che non fossi contento visto il mio rendimento generale, ma vincere ci voleva dopo tanti podi. Nel ciclismo è così, quando finisci su quei gradini che non sono il più alto, qualcosa in fondo all’anima ti rimane…».

Sei stato sul podio al Piva, al Belvedere e alla Liegi considerando solo le gare più prestigiose. Qual è quella che ti ha lasciato con più rammarico?

Probabilmente il Belvedere perché quel giorno stavo particolarmente bene, ma mi sono trovato contro una vera armata della Jumbo-Visma. Erano in 3 contro di me, magari con due potevo giocarmela… Al Piva ho sbagliato la volata, lo ammetto, mentre alla Liegi obiettivamente non potevo fare molto di più, quel podio ha un grande valore. Il Giro del Belvedere era la gara di casa per il nostro team e volevo onorarla con il risultato migliore.

Il veneto con la maglia azzurra sul podio della Liegi U23, vinta da Busatto sul francese Huby
Il veneto con la maglia azzurra sul podio della Liegi U23, vinta da Busatto sul francese Huby
Tu stai acquisendo sempre più esperienza nel correre contro i migliori elementi stranieri, anche all’estero. C’è davvero una tale differenza con i nostri?

Sì, è innegabile, nelle classiche fine a se stesse forse si vede meno, ma quando ce ne sono a stretto giro te ne accorgi. Faccio un esempio: Belvedere e Recioto si corrono a distanza di 24 ore, lì mi sono accorto che mentre molti dei nostri mostravano le scorie del giorno prima, i team “devo” avevano invece la stessa brillantezza e questa deriva dall’abitudine a correre gare a tappe, che ti danno un’altra gamba.

A proposito di gamba, il tuo rendimento è cambiato rispetto allo scorso anno?

Sì, indubbiamente, mi sento molto meglio in gara. L’anno scorso quando arrivavo ai -50 pensavo “oddio, non finisce mai…”. Oggi no, sono più tranquillo e arrivo più fresco, anche mentalmente e questo pesa nella gestione della corsa. Ora la lunghezza non mi pesa, anche i 200 chilometri non mi fanno paura e questo significa che ormai sono da questo punto di vista pronto per il mondo professionistico.

Come nel 2022, De Pretto ha fatto da scorta a Manlio Moro sul traguardo di Castiglion Fiorentino (foto Scanferla)
Come nel 2022, De Pretto ha fatto da scorta a Manlio Moro sul traguardo di Castiglion Fiorentino (foto Scanferla)
Quando si parla di De Pretto, emerge sempre il discorso ciclocross legato al tuo passato. All’estero la doppia attività viene vista molto più favorevolmente che in Italia. Un impegno nel ciclocross anche solo come preparazione per la strada è contemplabile?

Obiettivamente lo vedo difficile. So che serve per avere una buona condizione per l’inizio della stagione su strada, anche senza pensare di tornare ai livelli di quand’ero junior. Io penso che dopo una stagione lunga e stressante come quella su strada ci sia bisogno di staccare la spina e riprendere gradatamente. Poi molto dipende da quella che sarà l’impostazione dell’attività in seno alla squadra (a fine anno De Pretto dovrebbe passare definitivamente al Team Jayco, ma non c’è ancora l’ufficialità, ndr).

De Pretto con i ragazzi del Team Jayco nel 2022. Uno stage che gli ha insegnato molto
De Pretto con i ragazzi del Team Jayco nel 2022. Uno stage che gli ha insegnato molto
Che tu sia un grande prospetto per il movimento italiano per le classiche è ormai chiaro, ma la tua dimensione nelle corse a tappe qual è?

Dipende dalla condizione e dalla mia crescita. Attualmente si potrebbe pensare a me come a un cacciatore di tappe, ma sono convinto che se miglioro ancora in salita posso dire la mia anche in qualche classifica generale, in base al tipo di gara e alla sua lunghezza.

Che cosa ti ha lasciato l’esperienza alla Liegi?

Bellissima. All’estero si corre in modo diverso, attaccano tutti, sembra più una corsa delle categorie inferiori, ma bisogna saper interpretare quello che c’è dietro, perché le squadre fanno sentire la propria presenza e il proprio controllo. Il livello è più alto, si corre a un altro ritmo, è chiaro che facendoci l’abitudine la condizione cresce.

Per De Pretto, bronzo europeo lo scorso anno, ora i fari sono puntati sul Giro d’Italia di categoria
Per De Pretto, bronzo europeo lo scorso anno, ora i fari sono puntati sul Giro d’Italia di categoria
Tu hai già fatto un’esperienza alla Jayco, c’era tanta differenza rispetto a quel che si fa qui?

Ci si allena di più. Mi sono ritrovato a fare anche più di 6 ore e mezza in bici, qui è impensabile. Si fanno normalmente tre blocchi di allenamento, di 4, 5 e 6 ore, poi c’è lo scarico. Quando si fa distanza non ci sono particolari tipi di lavori mentre nelle altre giornate si fanno più richiamo di forza e lavori in soglia. E’ un’impostazione diversa.

Che cosa vorresti ora?

Vincere almeno una tappa al Giro e magari andar bene nella generale, poi guadagnarmi la convocazione per il mondiale che si corre su un tracciato che sento molto mio come caratteristiche. Se riuscissi a strappare una maglia vincendo una gara all’estero sarebbe ancora più bello…

Huising, che mazzata a Stavelot! Ma Busatto c’è…

09.05.2023
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Italiani ancora protagonisti al Nord con Busatto, questa volta secondo nella Fleche Ardennaise, e i ragazzi della Green Project-Bardiani. Nello stesso giorno in cui i corridori del Team Colpack erano in Francia per la Roubaix, in Belgio si è corsa un’altra piccola Liegi. Partenza e arrivo a Stavelot, nella valle fra la Cote de Stockeu e la Cote de Haute Levée. Distanza di 175,3 chilometri con 16 cotes, ultimo scollinamento sullo Stockeu e arrivo sul pavé che i conoscitori della Liegi ben ricordano.

Questa volta la rappresentativa italiana era più consistente, al punto che il primo ad attaccare è stato Alessio Nieri della Green Project-Bardiani, che ha poi piazzato Pellizzari e Tolio al quarto e quinto posto, con Vergallito sesto in maglia Alpecin-Deceuninck Development ed Ermakov, che non è italiano ma russo e corre con il CT Friuli, al tredicesimo posto dopo essere stato in fuga con Nieri.

Ermakov e Nieri sono stati i primi attaccanti di giornata (foto Arnaud Guillaume)
Ermakov e Nieri sono stati i primi attaccanti di giornata (foto Arnaud Guillaume)

Il bilancio di Rossato

La vittoria è andata all’olandese Menno Huising, classe 2004 della Jumbo Visma Development, che si è lasciato dietro Busatto anche grazie a una migliore entrata nell’ultima curva. Ma prima di entrare nel vivo della corsa, vale la pena annotare le parole di Mirko Rossato, in Belgio con la Green Project-Bardiani, sulla durezza della corsa.

«Sono soddisfatto di questo risultato – ha detto il padovano – potevamo fare qualcosa di meglio, ma finire con due corridori nei primi cinque è quello che conta. La nostra strategia all’inizio della gara era quella di mettere un uomo davanti. Così abbiamo fatto con Alessio Nieri. Poi siamo stati tranquilli. Abbiamo potuto aspettare fino alla fine che la selezione avvenisse in modo naturale. Per un attimo Alessio è stato addirittura solo in testa con Ermakov, ma sospettavo che il gruppo sarebbe arrivato da dietro. Gli inseguitori erano ancora troppo numerosi».

La Circus-ReUz, squadra di Busatto ha fatto corsa parallela con la Green Project di Rossato (foto Arnaud Guillaume)
La Circus-ReUz, squadra di Busatto ha fatto corsa parallela con la Green Project di Rossato (foto Arnaud Guillaume)

Busatto un po’ deluso

L’azzurro cresce, si capisce dal piglio che mostra in corsa e dalle parole dopo l’arrivo, che seppure sconfitto lo mostrano sicuro di sé. 

«Sono arrivato quassù – ha detto Busatto – dopo tre settimane che non correvo, dalla Liegi praticamente, quindi non ero proprio sicuro della mia condizione. Vedevo che nei giorni precedenti stavo bene però essendo anche una corsa dura, se non si è al 100 per cento è difficile arrivare davanti. Quando a 50 chilometri dall’arrivo sulla Haute Levée si è spezzato il gruppo e siamo rimasti davanti in venti, ci ho creduto. Non volevo che ci prendessero, perché in 20 corridori è tutto molto più facile, ma sono arrivati e la corsa alla fine si è fatta sullo Stockeu. Ho subito cercato di tenere il ritmo degli scalatori più forti, ma ho visto che era troppo alto e sarei saltato presto, così ho cercato di andare su del mio passo e alla fine sono rientrato proprio sul Gpm».

Pellizzari e Tolio hanno chiuso in 4ª e 5ª posizione: un ottimo risultato per la Green Project-Bardiani
Pellizzari e Tolio hanno chiuso in 4ª e 5ª posizione: un ottimo risultato per la Green Project-Bardiani

Attacco in discesa

La vittoria nella Liegi gli ha dato le conferme che cercava, perciò quando è scattato in salita ed è stato ripreso, ha trovato comunque lo smalto e la fiducia per giocarsi la corsa in discesa e poi in volata.

«Quella discesa l’avevo fatta anche alla Liegi – ha spiegato – l’avevamo provata alla vigilia e l’avevo anche rivista su su Veloviewer, quindi la conoscevo e ho provato ad anticipare. Mi hanno ripreso in tre, poi si è rimischiato tutto. Sapevo di poter contare sulla mia velocità, ma quando siamo entrati nel centro del paese sul pavé, si è fatto il buco in curva davanti a me e sono rientrato all’ultima curva, ma era tardi ormai per passare il corridore della Jumbo

«La condizione è buona, sto lavorando bene e il morale è alto in vista del Giro U23. Adesso avrò due corse con i professionisti che sono il Circuit de Wallonie e la Rund um Koln e vedremo che ruolo mi verrà assegnato, ma se la gamba è buona, cercherò comunque di fare una bella corsa. E poi avrò la Orlene Nations Cup U23 che sarà un bell’obiettivo».

Sul podio dopo la corsa, Busatto non è riuscito a nascondere una punta di delusione (foto Arnaud Guillaume)
Sul podio dopo la corsa, Busatto non è riuscito a nascondere una punta di delusione (foto Arnaud Guillaume)

Una vittoria inattesa

E adesso il vincitore, Menno Huising di 19 anni, un metro e 86 per 75 chili, che sul traguardo di Stavelot (foto Arnaud Guillaume in apertura) ha ricordato nelle movenze e nella grinta il compagno di colori Wout Van Aert. Nella sua sagoma Busatto quasi spariva, tanta era la differenza di stazza.

« Dallo Stockeu – ha raccontato – un corridore della Quick Step e altri due fuggitivi erano scomparsi. Avevo paura di non vederli più, ma mi sentivo benissimo. Me ne sono reso conto quando uno dei corridori della Bardiani ha accelerato e ho colmato il distacco senza essere ancora al mio limite. Non me lo aspettavo, credo di aver corso alla perfezione e di aver fatto un bell’attacco in cima allo Stockeu. Sfortunatamente, il gruppo degli inseguitori si è organizzato bene con il vento contrario e mi hanno ripreso. Alla fine però è andato tutto bene, serve anche fortuna, ma penso di aver fatto uno sprint da manuale».

Sul podio, accanto al vincitore Menno Huising, l’azzurro Busatto e il francese Lecerf (foto Arnaud Guillaume)
Sul podio, accanto al vincitore Menno Huising, l’azzurro Busatto e il francese Lecerf (foto Arnaud Guillaume)

Più forte della iella

Come Busatto corre nel “devo team” della Intermarché, Menno indossa la maglia del vivaio della Jumbo-Visma, in cui sente di crescere un po’ ogni anno.

«Già durante l’inverno – ha spiegato – avevo notato che stavo molto bene, ma poi con qualche malanno e qualche caduta, ho avuto una battuta d’arresto e ho dovuto riabituarmi alle gare più lunghe. Sono migliorato ogni settimana e il team si fida di me, quindi ho buone opportunità e la strada aperta per crescere. Ho mostrato di migliorare ogni settimana e finalmente ho vinto.

«Sono stato sorpreso dalle mie stesse gambe, perché all’inizio non mi sembrava una giornata eccezionale, ma ho notato sullo Stockeu e nelle ultime due salite ripide che stavo davvero bene. In cuor mio spero che non sia stata una giornata super, così potrò farlo più spesso».

De Plus, signori: l’asso nella manica della Ineos

09.05.2023
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Nel backstage di queste primissime tappe del Giro d’Italia, il nome di Laurens De Plus ricorre spesso. Dicono sia l’arma in più della Ineos Grenadiers. Il luogotenente che dovrà supportare i capitani del team Thomas e Geoghegan Hart appena la strada si rizzerà sotto le ruote e magari, insieme a Dennis, permettere loro di mettere in crisi Evenepoel e Roglic. La curiosità sta nel fatto che questo, se da una parte gratifica il belga da molti ritenuto il migliore in questo ruolo, dall’altro non è ciò per cui era passato professionista.

Le sue ambizioni erano ben altre, ma quando si passa una stagione dopo l’altra a fare i conti più con gli infortuni che con le corse, quando il tuo curriculum di vittorie inizia a languire, devi saperti adattare. De Plus lo ha fatto, pagando anche un prezzo.

Al Tour of the Alps sono state fatte le vere prove generali per il Giro. De Plus ha lavorato tantissimo
Al Tour of the Alps sono state fatte le vere prove generali per il Giro. De Plus ha lavorato tantissimo

La discesa del Sormano

Era il 2017 quando al Lombardia, nella discesa dal Sormano, De Plus volò oltre il guardrail fratturandosi un ginocchio. Neanche il tempo di riprendersi che nel ritiro prestagionale della Quick Step in Sud Africa un camion andò addosso al loro gruppo. Vakoc ci rimise la spina dorsale e un anno intero di dolori e fisioterapia, lui “se la cavò” con la frattura di bacino e osso sacro, ripartendo solo a maggio.

Può bastare? Macché. Nel 2019, passato nel frattempo alla Jumbo-Visma che voleva investire su di lui come uomo di punta, aveva vissuto un’ottima stagione vincendo il Benelux Tour e dando un grande supporto a Kruijswijk nella conquista del podio al Tour, ma ecco che nel 2020 un’infezione lo mette completamente a terra. Com’era avvenuto con la Quick Step, anche il team olandese non ha la pazienza di aspettare.

De Plus spesso ci ha ripensato e facendo appello al suo ottimismo, quando ne parla cerca di guardare il bicchiere mezzo pieno: «Era una stagione assurda, con tutto concentrato in tre mesi, io sono riuscito a tornare in gara proprio alla fine e perlomeno ho avuto la soddisfazione di condividere la vittoria di Roglic alla Liegi. E’ stato un bel modo per andarmene».

La terribile caduta nella discesa del Sormano. L’inizio di un calvario segnato dalla sfortuna
La terribile caduta nella discesa del Sormano. L’inizio di un calvario segnato dalla sfortuna

Il giusto peso alle cose

Tante traversie che non potevano non avere qualche influsso sul corridore belga. Lui stesso ammette che è una persona profondamente diversa da quella che nel 2016 si affacciò nel mondo dei professionisti.

«Ho imparato a dare il giusto peso alle cose – ha raccontato a Cyclingnews – a mettere le priorità al loro posto. Ad esempio non so neanche esprimere il piacere che provavo, quando mi sono ripreso dalle fratture, nello stare con la mia famiglia senza avere l’incombenza della visita del dottore… Ho capito che ci sono valori che prevalgono. Amo questo mestiere, non avrei continuato altrimenti, ma lo guardo in maniera disincantata, pensando a fare il mio dovere per favorire gli altri».

Due anni per il belga in casa Jumbo-Visma. Approdato con ben altre ambizioni, non ebbe possibilità
Due anni per il belga in casa Jumbo-Visma. Approdato con ben altre ambizioni, non ebbe possibilità

Il periodo dell’isolamento

Paradossalmente, più che gli incidenti e le fratture, è stato il virus del 2020 a metterlo in crisi. Era diventato un altro: isolato da tutti, non rispondeva neanche ai messaggi. Comunicazioni laconiche quanto necessarie con il team, pochi che avevano notizie delle sue condizioni.

«Non avevo niente da dire – ricorda – questa è la verità. Forse sono sembrato supponente ed egoista, non è da me, ma quello era un periodo particolare. Dopo tante sofferenze, dopo tanta sfortuna avevo bisogno di isolarmi e stringermi alla mia famiglia, tanto è vero che sono tornato a casa dei miei genitori. Sentivo che il corpo mi richiedeva tempo, riposo, stasi. Psicologicamente allora era molto difficile vedere che gli altri viaggiavano, correvano, vincevano e io ero fermo, ma non poteva essere altrimenti, dovevo dare tempo al mio fisico di riprendersi».

Quel periodo però gli ha dato una nuova dimensione di sé che gli è servita nell’approdo alla Ineos, della quale è diventato una colonna portante e vuole dimostrarlo al Giro, la prima grande corsa a tappe affrontata da quattro anni a questa parte. Nelle ore di vigilia De Plus ha rivelato un particolare importante, che si poteva anche desumere dalle starting list delle varie gare primaverili, ma nelle sue parole si va molto oltre.

De Plus ha rivelato che il team al Giro è stato costruito con molto anticipo. Qui è con Sivakov e Thomas
De Plus ha rivelato che il team al Giro è stato costruito con molto anticipo. Qui è con Thomas

Un team cementato da mesi

«La squadra del Giro è stata costruita nel tempo – ha raccontato De Plus – abbiamo fatto il ritiro insieme a Sierra Nevada ed eravamo insieme al Tour of the Alps. E’ servito per cementare il gruppo, abbiamo un team equilibrato fatto di gente che si conosce nel profondo e che ha passato tanto tempo insieme, non solo in corsa. Io posso e voglio dare una mano quando servirà, sulle Alpi ho acquisito fiducia, sono stato molto soddisfatto delle mie prestazioni.

«Alla Ineos ho trovato la mia dimensione – prosegue il ventisettenne di Aalst – d’altronde qui aveva già lavorato mio fratello e c’è un amico che opera come meccanico. Tante piccole cose che mi hanno convinto della mia scelta. E comunque, sarò anche luogotenente, ma ho licenza di colpire quando si può. Mi piacerebbe farlo in una gara di casa, in Belgio, ma se capita al Giro perché no?».

Con Zana, lampo tricolore nella vittoria di Matthews

08.05.2023
4 min
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Secondo sprint a ranghi ristretti (per salita questa volta, non per caduta) e vittoria di Michael Matthews che davvero questa volta la vittoria è proprio andato a cercarsela. Se diversa è la dinamica del finale, identica è l’intensità degli abbracci, anche se il contesto non è quello assolato ed effervescente di ieri a San Salvo, ma quello più duro e bagnato di Melfi.

Zana ha lavorato sodo in salita, come il resto della squadra, per la vittoria di Matthews
Zana ha lavorato sodo in salita, come il resto della squadra, per la vittoria di Matthews

Un po’ di tricolore

Quando Matthews si ritrova davanti Filippo Zana, l’abbraccio col tricolore veneto è ad altissima intensità. Il lavoro dell’altro “Pippo nazionale” sulla salita è stato encomiabile. E anche quando il campione italiano non ce l’ha più fatta, prima di mollare ha stretto ancora i denti, risultando decisivo per il compagno australiano.

«Siamo partiti per fare esattamente quello che avete visto – ha detto – e tutto è filato per il meglio. Sono contentissimo che abbia vinto Michael, anche per il grande lavoro di squadra che abbiamo fatto ed è stato ripagato. Prendere così tanto vento se poi si vince è davvero bellissimo».

E in queste ultime parole c’è la differenza fra correre il Giro in una WorldTour con uomini capaci di finalizzare e in altre squadre in cui il risultato devi portarlo tu, contro avversari che sembrano sempre più grandi di te.

Il vento poteva essere un’insidia, ma non lo è statt. La corsa si è accesa negli ultimi 50 chilometri
Il vento poteva essere un’insidia, ma non lo è statt. La corsa si è accesa negli ultimi 50 chilometri

Maledetta primavera

Matthews ha vissuto una primavera maledetta. Il suo primo obiettivo sarebbe dovuto essere la Milano-Sanremo, ma il ritiro dalla Parigi-Nizza per positività al Covid ha portato con sé la rinuncia alla Classicissima. Tornato in condizioni precarie per il Giro delle Fiandre, la caduta nella corsa dei muri fiamminghi ha compromesso la partecipazione alle classiche delle Ardenne e ha determinato un avvicinamento scombinato al Giro d’Italia.

«Sono senza parole – commenta mentre rivede le immagini – dopo tutto quello che ho passato in questi mesi per aver trovato con una vittoria con la squadra. Nelle ultime settimane non sono andato bene come speravo a causa dell’infortunio. Abbiamo lavorato tutto il giorno e i compagni si sono impegnati a fondo con me per farmi vincere la tappa. Non ho parole, la stagione è stata un ottovolante e la vittoria è arrivata già al terzo giorno, più di quanto potessi sognare».

L’uovo di Remco

Intanto passa accanto un sorridente Remco Evenepoel, che domani dovrebbe lasciar andare la maglia rosa. Tuttavia, visto il lavoro della sua squadra sulla salita, il pensiero che gli convenga e preferisca correre davanti un po’ ti assale.

«Eravamo a dieci chilometri dal traguardo – spiega – e volevamo fare la discesa davanti perché la pioggia rendeva la strada bagnata e insidiosa. Ho visto che andando verso il traguardo volante, Roglic era dietro di noi. Non ci è costato molta fatica stare lì davanti e prendere qualche secondo fa sempre piacere. E’ stata una buona giornata, soprattutto dopo una giornata abbastanza tranquilla e un finale frenetico».

Poi Remco si è soffermato per commentare con una risata l’episodio dell’uovo che alla partenza gli ha regalato Velasco. «Non ho idea di cosa significasse – ha scherzato il campione del mondo – forse è umorismo italiano? Ora mi pento di non aver testato sul suo casco se fosse un uovo sodo o crudo».

Con quella di Melfi, il bottino di Matthews al Giro sale a tre tappe, dopo quelle del 2014 e del 2015
Con quella di Melfi, il bottino di Matthews al Giro sale a tre tappe, dopo quelle del 2014 e del 2015

Volata su Pedersen

Ancora due risate e poi Matthews ha completato il racconto della sua giornata, svelando che malgrado il ritmo dei primi chilometri non sia stato esaltante, la sua intenzione è sempre stata quella di vincere una tappa, avendone cerchiate otto a suo vantaggio nel percorso del Giro.

«Ho sentito che Pedersen si era staccato in salita – dice – quindi ho immaginato che sarebbe stato un po’ stanco allo sprint. Sapevo comunque che avrei dovuto anticiparlo, facendo la volata su di loro e ha funzionato. Sono venuto qui da questo Giro solo per divertirmi, per andare in bici su strade molto belle e stare con i miei compagni di squadra. Oggi abbiamo fatto un tale sforzo di squadra che la vittoria è tutta per loro».

Per Milan una volata da pistard? Risponde Martinello

08.05.2023
5 min
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Silvio Martinello di volate sull’asfalto e sul parquet ne ha fatte un’infinità e pochissimi come lui possono dare un giudizio sull’imperioso sprint di Jonathan Milan sul rettilineo di San Salvo.

Il gigante della Bahrain-Victorious ha scavato un solco proprio negli ultimi metri e ha disputato uno sprint con una cadenza pazzesca, ben oltre le 120 rpm. Una volata così ci è parsa molto da pistard. Pensieri che abbiamo condiviso con Martinello appunto.

Sappiamo che il friulano aveva un 55-40 anteriore e un 11-30 al posteriore. Jonathan non ha fatto la volata con l’11 al posteriore, almeno fino al momento in cui gli si è aperto il varco e ha iniziato a spingere a tutta. Ma ci dicono che a fine gara avesse l’11 in canna, pertanto è lecito pensare che lo abbia inserito negli 50 metri (probabilmente, quando abbassa la testa per l’ultima volta).

La cosa bella è che pur con un dente in più mantiene quella cadenza. Ma al netto di queste congetture ponderate, partiamo da quel che c’è di concreto.

Il solco che ha scavato Milan negli ultimi metri è pari ad una bici
Il solco che ha scavato Milan negli ultimi metri è pari ad una bici
Silvio, rivedendo la volata dall’alto Milan fa una differenza pazzesca negli ultimi 30-40 metri. In quel frangente dà una bicicletta di vantaggio a tutti…

Vero, quella differenza che Jonathan è riuscito a fare negli ultimi metri è perché ha mantenuto la frequenza di pedalata molto elevata. La stessa che era riuscito ad esprimere fin dal momento in cui ha deciso di partire. Gli altri invece non ci sono riusciti.

Una volata di personalità…

Si è scoperto un velocista importante. Per carità, Milan le sue volate le aveva già vinte, ma in contesti completamente diversi. Quello del Giro d’Italia è un palcoscenico di maggiore rilevanza, con sprinter di grande spessore. Credo che questo successo lo proietti in una nuova dimensione. Ora chiaramente dovrà riconfermarsi perché il ciclismo è così.

Spiegaci meglio…

Il giorno dopo si riparte e si rimette in gioco tutto. Siamo di fronte ad un atleta che se conferma queste belle cose potrà offrire qualcosa di molto, molto interessante. E cosa non secondaria, ieri per me ha acquisito grande consapevolezza.

Torniamo al discorso della cadenza, l’elemento che più ci ha colpito del suo sprint… Sembrava quasi che spingesse un dente in meno degli avversari…

Non ho informazioni sul rapporto che ha utilizzato. Ma teniamo in considerazione che quello di ieri era un rettilineo senza difficoltà quindi da potenza, da forza pura. Senza contare che lo sprint è stato disputato leggermente controvento. La Alpecin-Deceuninck ha fatto un ottimo lavoro e Jonathan è stato abilissimo a sfruttarlo in qualche modo.

Cioè?

Per me, lui la la volata l’ha vinta in due frangenti. Il primo: all’ultima curva, grazie anche al lavoro di Pasqualon, quando è riuscito a portarsi sulla ruota di Kaden Groves, il quale aveva due compagni di squadra che lo hanno lanciato. Il secondo: è stato bravo/fortunato, nel momento in cui è partito lo sprint. Si è dato qualche spallata con Bonifazio che ha perso il duello fisico. Questo poteva indurlo ad andare sulla destra (alle transenne, ndr) e restare chiuso.

Milan invece si è buttato al centro…

Esatto, ma soprattutto in quel modo si è aperta la strada davanti a lui. In quell’istante ha scaricato tutta la sua potenza e ha fatto la differenza (ed è vero, dall’inquadratura aerea si vede un netto cambio di ritmo, ndr). Ieri era indubbiamente il più forte. Ripeto: mi auguro che questo successo gli dia quella consapevolezza nei propri mezzi che serve molto… soprattutto al velocista. E lo stesso alla sua squadra. Merita fiducia anche per i prossimi traguardi.

Martinello (a sinistra) impegnato con Villa nella madison. Silvio si augura che Milan possa portare avanti questa disciplina della pista
Martinello (a sinistra) impegnato con Villa nella madison. Silvio si augura che Milan possa portare avanti questa disciplina della pista
Parliamo invece dello stile di Milan. Facendo un’analisi quasi estetica, non è ancora compostissimo. Per esempio al suo fianco c’era Groves che era schiacciato sul manubrio. Jonathan invece era più alto e muoveva moltissimo le spalle. Forse c’è ancora qualcosina da migliorare?

L’atteggiamento estetico è relativo. Che Milan si muova parecchio è vero, ma comunque ha un ottimo stile. Nello sprint viene abbastanza naturale scomporsi, soprattutto quando – come lui ieri – ti stai rendendo conto che stai vincendo e subentra anche un po’ il timore di essere rimontato. Pertanto vai a cercare tutte le energie che hai a disposizione, utilizzando anche la parte superiore del corpo. Quando prima parlavo di consapevolezza nei suoi mezzi, mi riferivo anche a questo aspetto: le volate gli diventeranno più naturali e resterà più composto. Ma alla fine quello che conta nel ciclismo è passare per primo sulla linea d’arrivo!

Milan nei mesi scorsi in pista in via non ufficiale ha fatto anche delle madison, che richiedono un altro colpo di pedale rispetto ai più “statici” inseguimenti siano essi a squadre o individuali: secondo te gli hanno dato questa brillantezza ulteriore?

Sicuramente sì e mi auguro che continui su questa strada. Le madison lo aiuteranno a migliorare aspetti che negli sprint di gruppo sono determinanti: come la velocità, il momento in cui partire, il colpo di pedale… 

Ti ricorda qualche velocista del passato? Anche per il suo stile?

Mi ricorda un po’ Marcel Kittel. C’è anche una certa somiglianza nella struttura fisica. Ma è anche vero che ha vinto con una tale differenza che col tempo potrei paragonarlo anche a Petacchi e poi ancora a Cipollini. Loro due vincevano con questi margini. Nel ciclismo è bello e curioso fare accostamenti, però sono accostamenti che possono anche diventare ingombranti, quindi aspettiamo un po’.

EDITORIALE / Caro Fabretti, riduciamo le dirette?

08.05.2023
6 min
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Raccogliamo la palla lanciata ieri da Cristiano Gatti su Tuttobiciweb a proposito delle parole pronunciate da Alessandro Fabretti al Processo alla Tappa, sulla noia delle prime cinque ore della tappa di San Salvo, e la rilanciamo con altri argomenti.

Il Processo alla Tappa

Che cosa ha detto Fabretti, responsabile in Rai per il ciclismo, della cui bravura siamo certi e che ha giustamente lanciato il sasso nello stagno? Ieri durante il Processo eravamo assieme a Jonathan Milan, per cui non siamo riusciti a seguirlo. Ci siamo però messi in pari stamattina, dopo aver letto l’articolo di Gatti.

«Una tappa che ci ha ripagato della noia – ha detto Fabretti commentando la giornata – io la definisco così, delle prime cinque ore. Praticamente fino a quattro chilometri dalla conclusione, è successo poco o niente (…), fino a quella caduta che ha acceso la miccia. Insomma, una tappa veramente noiosa, classico cliché degli ultimi anni».

La seconda tappa del Giro è partita da Teramo in un giorno tiepido e in un clima di grande calma
La seconda tappa del Giro è partita da Teramo in un giorno tiepido e in un clima di grande calma

«Una corsa – ha continuato – una tappa vista mille volte (…), ma noi dobbiamo avere rispetto anche degli spettatori. Caro Stefano Garzelli, mi dispiace ma lo spettatore per cinque ore ha guardato esattamente la stessa situazione. Certo, ci sono le meraviglie dell’Italia, ma per esempio (si potrebbero) limitare le tappe a un chilometraggio. Voglio dire, la prima tappa del Giro d’Italia era di 397 chilometri. I tempi sono cambiati. Il volley ha immaginato tempi televisivi e ha previsto il tie break all’ultimo set arrivando a 15. Il tennis ha messo il super tie break addirittura. Insomma, qui secondo me bisogna ridurre il chilometraggio, perché sennò veramente cacciamo i telespettatori dal ciclismo».

La nota stonata

Lo scambio di battute è andato avanti, coinvolgendo la postazione da cui Francesco Pancani ha stigmatizzato le fughe lasciate andare dal gruppo perché fanno comodo a tutti, senza un minimo di bagarre. E mentre il dibattito andava avanti e venivano alla mente le dichiarazioni del Giro 2022 in cui si spiegava l’incredibile difficoltà del prendere la fuga (fenomeno che si riproporrà certamente a breve), abbiamo avuto la sensazione di una nota stonata nelle parole di Fabretti.

Il Processo alla Tappa entra nel vivo con la provocazione di Fabretti sul ridurre le tappe (immagini Rai)
Il Processo alla Tappa entra nel vivo con la provocazione di Fabretti sul ridurre le tappe (immagini Rai)

Il bello di RaiPlay è che puoi mandare indietro e riascoltare, finché alla fine siamo arrivati al dunque: «Il volley ha immaginato tempi televisivi e ha previsto il tiebreak all’ultimo set arrivando a 15. Insomma, qui secondo me bisogna ridurre il chilometraggio, perché sennò veramente cacciamo i telespettatori dal ciclismo».

I tempi televisivi. Lo sport in mano al marketing. Il rispetto del telespettatore e sempre meno per l’atleta, che dovendo stare ai tempi televisivi e alle esigenze di spettacolo, viene additato se non fa ogni giorno fuoco e fiamme.

La diretta integrale

E’ giusto che il ciclismo cambi pelle per assecondare le esigenze televisive, nel cui nome ad esempio ha già spostato gli arrivi all’ora di cena, impedendo il miglior recupero degli atleti? E così, mentre eravamo qui a ragionare sul tema, col pensiero siamo finiti proprio sul tennis.

Quando iniziano i tornei più importanti, ad esempio quelli del Grande Slam, c’è tutta una prima fase che in televisione non viene mostrata: quella delle qualificazioni, in cui atleti in cerca di luce (come quelli andati in fuga ieri, in apertura tirati da Mattia Bais) lottano fra loro per approdare alle fasi finali e scontrarsi con i big. Durante quella fase, i campioni palleggiano, si allenano, passano il tempo. Nessuna diretta sui piccoli, semmai i risultati a fine giornata e i due scambi più belli in differita. Il vero torneo inizia dopo.

Torniamo al ciclismo. La diretta integrale di tappe del Giro, bellissima introduzione all’inizio degli anni 90, riguardava le frazioni più importanti (quelle con tante salite, spesso decisive per la classifica), anche per costi di produzione ben superiori rispetto a quelli attuali. Qual è invece il senso di proporre la diretta integrale di una tappa di 220 chilometri, piatta come il mare che costeggia?

Serve per contenere il maggior numero di spot pubblicitari? Serve per occupare la rete per tutto il pomeriggio e non dover ricorrere ad altri contenuti? Oppure serve per il pubblico del ciclismo?

Se è per loro, i veri tifosi sono perfettamente consapevoli del fatto che una tappa piatta di 220 chilometri potrebbe essere noiosa, per cui si organizzano e fanno altro in attesa della volata: difficilmente il vero tifoso parlerà di tappa noiosa. D’altra parte vogliamo supporre che in Italia esistano milioni di persone che passano ogni santo pomeriggio di maggio sul divano a guardare il Giro, senza null’altro da fare?

Se la tappa va per le lunghe, gli studenti studieranno togliendo il volume. Chi deve lavorare proseguirà nel lavoro, sapendo che certe corse si accendono solo alla fine. In ogni caso, Milan ha tagliato il traguardo alle 17,28, in linea con la tabella di marcia più lenta, quindi nei limiti previsti.

Un altro sport

Che cosa accade invece se la tappa di 220 chilometri viene ridotta a 120? Succede che nelle gambe degli atleti va meno fatica. Che la volata di ieri magari non la vince Milan. E che alla lunga il recupero smette di essere la vera discriminante di un grande Giro. Si cambia pelle al ciclismo, finendo nello stesso binario di chi vorrebbe un Tour di tre settimane, Giro e Vuelta di due.

La maglia ciclamino è un altro premio per la prima vittoria di Milan al Giro
La maglia ciclamino è un altro premio per la prima vittoria di Milan al Giro

Noi non siamo d’accordo. Se invece la pretesa è che i corridori vadano sempre a tutta, allora il paradosso successivo è spingere ancora di più sul gas, con conseguenze che non vogliamo neppure immaginare. Il ciclismo non è la pallavolo, non è il tennis e soprattutto non è il wrestling.

Ecco la palla che rilanciamo a Gatti e a Fabretti: facciamo la diretta in base alle stelle di difficoltà che caratterizzano le singole tappe. Si tenga la rete pronta a intervenire in caso di attacco imprevisto e fuori dall’ordinario. E magari si dia spazio ad altre discipline che nel periodo del Giro subiscono il ciclismo, come il ciclismo per tutto l’anno subisce il calcio.

I valori tecnici dello sport ne risulterebbero rispettati e tutelati. Gli atleti sarebbero con mezzo piede fuori dal tritacarne. E le minori ore di diretta sarebbero più intense e piene di contenuti. Facciamo che a cambiare sia il palinsesto, insomma, non lo sport.

Maggio senza Giro. Andrea Bagioli tra paesini e tv

08.05.2023
4 min
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Maggio è il mese del Giro d’Italia, ma non tutti sono immersi nella corsa. C’è anche il maggio di chi è a casa per ricaricare le pile in vista di appuntamenti futuro. Uno di questi atleti è Andrea Bagioli.

Il giovane corridore della Soudal-Quick Step ha chiuso la sua campagna del Nord con la Liegi. Ma forse sarebbe meglio dire che ha chiuso la sua prima parte di stagione. Andrea ha messo nel sacco 23 giorni di corsa. Ha iniziato con le gare majorchine di fine gennaio. Poi dei buoni piazzamenti, su tutti il secondo posto in una tappa dei Paesi Baschi.

Ai Baschi Baschi Andrea si è messo a disposizione dei compagni, ma ha avuto anche carta bianca
Ai Baschi Baschi Andrea si è messo a disposizione dei compagni, ma ha avuto anche carta bianca
Andrea come va questo tuo maggio?

Dopo la Liegi ho fatto una settimana di riposo totale. Niente bici. Sono andato in Toscana con la mia ragazza nella zona di Montalcino… dalle parti della Strade Bianche insomma! Un tour rilassante ed enogastronomico… E dallo scorso lunedì ho ripreso a pedalare.

Com’è guardare il Giro da casa? Ammesso che tu lo guardi…

Lo guardo eccome! E’ un po’ strano perché in un certo senso vorrei essere lì anche io, ma so che nei programmi – anche se non è ancora ufficiale – c’è il Tour de France, quindi sono tranquillo. Però mi piacerebbe farlo, dopo quattro anni che sono professionista non l’ho mai fatto.

Com’è vedere invece i tuoi compagni in corsa e per di più vederli vincere, prendere la maglia rosa?

Bello! Ed è anche uno stimolo in più per me. Vedenre che sono forti e vanno bene ti dà qualcosa in più.

E poi tu stando dentro la squadra, fosse anche da una chat di gruppo, vedi cose che gli altri non vedono, conosci i retroscena…

Quello è vero. Sappiamo come gira tutto, cosa fanno prima di una crono. Vedi una cosa in televisione, un movimento e sai perché lo fanno. Per esempio quando nella crono ho visto che Mattia (Cattaneo, ndr) utilizzava la ruota alta, ho capito che l’avrebbe montata anche Remco.

Bagioli (classe 1999) è arrivato 6° all’Amstel Gold Race (in foto)
Bagioli (classe 1999) è arrivato 6° all’Amstel Gold Race (in foto)
Per quanto riguarda il tuo maggio a casa cosa farai? Hai detto che hai ripreso e poi?

Per ora sto facendo solo endurance e pochi lavori. Poi da giovedì andrò in altura con la squadra a Sierra Nevada e ci resteremo due settimane e mezzo. Poi scenderemo. Starò ancora una settimana a casa e quindi partirò per il Delfinato.

Nello specifico cosa stai facendo? Per esempio fai anche dei richiami in palestra?

No, richiami in palestra adesso no. Magari farò qualcosa in ritiro in altura, anche con dei pesi, ma leggeri. Mentre gli esercizi a corpo libero quelli li faccio, due o tre volte a settimana, come del resto tutto l’anno. Li faccio dopo gli allenamenti, nel pomeriggio-sera.

Prima hai parlato di endurance. Cosa intendevi?

Uscite di 3-4 ore, ma senza finirmi. Bisognava riprendere a fare ore. Dalla prossima settimana inserirò dei lavori più specifici. Ma più sulla forza e non cose ad alta intensità. Questa fase va considerata un po’ come fosse una sorta d’inverno. Poi man mano che ci avviciniamo alle gare inserirò anche quella. E credo che già in altura faremo questo tipo di lavori: soglia e fuorisoglia. 

Quindi non nella settimana tra altura e Delfinato?

Più in ritiro. In quella settimana quando torno a casa farò alcuni giorni di scarico e poi due, massimo tre giorni – con dei lavoretti più intensi… giusto per riportare a regime il motore in vista della gara. Per adesso l’obiettivo è non sfinirsi in allenamento, perché per arrivare al campionato italiano e al Tour, se lo farò, la strada è ancora lunga.

Gaggio Monastero, uno dei paesini in Valtellina “scoperti” da Bagioli in questi giorni di uscite meno intense
Gaggio Monastero, uno dei paesini in Valtellina “scoperti” da Bagioli in questi giorni di uscite meno intense
Visto che adesso devi solo fare ore si sella, in questa fase ti capita di fare percorsi diversi? Di andare a scoprire quel paesino fuori mano?

Sì, sì… Molto spesso. Quando abbiamo i lavori abbiamo i nostri percorsi e le nostre salite. So che quella salita ha la pendenza necessaria e che per scalarla impiego quel “tot” di tempo, per cui vado lì. Quindi alla fine fai sempre quelle due o tre salite. Quando invece si presentano delle uscite in cui devo andare “a spasso” ne approfitto per scoprire posti nuovi, paesini, strade.

L’ultimo che hai scoperto?

Si chiama Gaggio Monastero e sta in Valtellina. E’ una salita molto dura, infatti penso che in futuro non la farò molto spesso! Ma è stata davvero una bella salita e un bel panorama.

Regoli gli orari dei tuoi allenamenti in base alle tappe del Giro?

Non proprio, non è che cambio le mie abitudini, però cerco di regolarmi per essere sicuro di vedere almeno gli ultimi chilometri e magari parto un po’ prima la mattina. 

Andrea, si va al Tour per…

Per vincere una tappa! Qualcosa ho visto… Ripeto, non è ancora certo che ci sarò ma vediamo di fare il meglio possibile.