Ciabocco, il primo Giro con la maturità nel taschino

29.06.2023
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Adesso si pensa al Giro e al ciclismo. L’ultima pietra sullo studio, almeno per l’estate, Eleonora Ciabocco l’ha messa il 26 giugno, lunedì. Il tempo di correre il campionato italiano a Comano Terme e ottenere il quarto posto fra le U23 (14ª assoluta) e la marchigiana è tornata a casa per gli orali della maturità. Le cose sono andate bene, meglio che in Trentino. Eleonora infatti è uscita col massimo dei voti dal Matteo Ricci di Macerata, dove ha preso il diploma in Chimica, Materiali e Biotecnologie con indirizzo sanitario.

«Scuola e ciclismo – spiega – sono riuscita a conciliarli bene. In squadra sanno che sono giovane, quindi mi hanno detto di stare tranquilla e quello che riuscirò a fare comunque sarà tutto positivo. Adesso comincia il Giro e l’obiettivo sarà finirlo e poi vedremo. Non avere più il peso della maturità mi permetterà di viverlo tranquillamente. Ho già fatto il Tour de Suisse prima degli scritti, è forse un po’ di pressione c’era, anche se ho cercato di nasconderla. Comunque ormai è fatta, guardiamo alle gare».

Alla vigilia degli scritti della maturità, Ciabocco ha corso il Giro di Svizzera: la pressione non è mancata
Alla vigilia degli scritti della maturità, Ciabocco ha corso il Giro di Svizzera: la pressione non è mancata
All’inizio dell’anno avevamo parlato di inserimento nel Team DSM e di scuola. Come sta andando con la squadra?

Molto bene. Ho avuto la possibilità di fare tante gare e mi aspetta un’estate piena di appuntamenti. Il passaggio di categoria si è sentito. All’inizio ho percepito che il carico di allenamenti è aumentato, però è stata una fase graduale. Sono stati bravi a farmi integrare, a farmi abituare a queste gare e quindi direi che va molto bene.

Fra corridori si parla molto delle regole ferree di questa squadra…

Non è come si dice, al Team DSM non sono squadrati come si pensa. Sono precisi, ma per il nostro bene. Quindi mi trovo bene e spero di continuare comunque con la stessa prospettiva.

In fuga a Cittiglio, settimo giorno di corsa del 2023: zero timori, ma che fatica… (foto Trofeo Binda)
In fuga a Cittiglio, settimo giorno di corsa del 2023: zero timori, ma che fatica… (foto Trofeo Binda)
Va bene affrontare il Giro d’Italia con gradualità, ma cosa c’è nella tua testa?

Il mio obiettivo sarà quello di entrare nelle fughe, cercare di farmi vedere perché anche questo potrebbe essere importante per la mia crescita. Una cosa per volta, me lo sono imposto.

Al via dei campionati italiani, pensavi alla corsa o alla maturità del giorno dopo?

Domenica al tricolore, lunedì alla maturità. E’ l’unico modo per avere tutto sotto controllo.

VdP piomba sul Tour: valori super e un pensiero iridato

29.06.2023
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Mathieu Van der Poel si appresta a correre il suo terzo Tour de France, ma il primo a mente libera come ha detto lui stesso. Una volta aveva le Olimpiadi in mtb per la testa, una volta ci era arrivato dal Giro d’Italia e quindi era già stanco. Adesso la Grande Boucle aspetta un VdP al 100 per cento e lui, chiaramente, vuol farsi trovare al meglio.

VdP ha vinto il Baloise Belgium Tour, conquistando anche una tappa
VdP ha vinto il Baloise Belgium Tour, conquistando anche una tappa

Dente “avvelenato”

L’olandese è rimasto deluso dal campionato nazionale. Aveva provato con quel mix tra follia e forza che lo contraddistingue, ma la Jumbo-Visma lo ha marcato bene e alla fine Mathieu si è dovuto arrendere: “solo” terzo. 

«Altre squadre – ha detto dopo la gara, l’atleta dell’Alpecin-Deceuninck – si sono presentate al via con molti più corridori, il che ha reso la gara difficile per me. Mi sono sentito abbastanza bene durante tutta la giornata. Sto anche affrontando meglio il caldo, ma perdere così è frustrante».

«Da parte mia però, penso di aver fatto tutto bene. A un certo punto devi iniziare a giocare d’azzardo e pensare a vincere. Dylan (Van Baarle, ndr) è un campione vero, hanno fatto bene la Jumbo-Visma a ingaggiarlo. Ora qualche giorno di recupero per me e poi andrò al Tour».

Van der Poel lo scorso anno alla Coppi e Bartali, al centro Christoph Roodhooft 
Van der Poel lo scorso anno alla Coppi e Bartali, con lui Christoph Roodhooft 

E con il suo manager e direttore sportivo, Christoph Roodhooft abbiamo parlato proprio in ottica Tour de France. Cosa aspettarci da VdP?

Christoph, come giudichi la performance di Mathieu VdP al Belgium Tour? In un’intervista dopo il Giro belga si era parlato addirittura di wattaggi tra i migliori di sempre per Mathieu?

Mathieu ha effettivamente raggiunto un livello elevato nel Baloise Belgium Tour. Dopo una breve pausa a seguito della Parigi-Roubaix, ha lavorato per essere in forma proprio per questo periodo grazie ad uno stage in Spagna, prima, e ad un ritiro in quota con la squadra a La Plagne, poi.

Con l’obiettivo del Tour…

Concentrandosi sul Tour ma anche sui Mondiali su strada. Intanto possiamo dire che è pronto per il Tour.

La Grande Boucle che sta per iniziare prevede molte tappe miste, collinari…. ne avete già individuate alcune?

Ci sono un certo numero di tappe in cui Mathieu può fare bene con le sue capacità. Penso sia alle tappe intermedie ma anche a quelle con un finale… incisivo, diciamo così. Ma prima di dire questa o quella frazione vediamo come si svilupperà la sua forma nell’arco delle tre settimane. Mathieu, inoltre, cercherà anche di aiutare Jasper Philipsen negli sprint.

Se dovesse vincere a Bilbao, per Mathieu non sarebbe la prima maglia gialla della carriera. L’aveva già conquistata nella 1ª tappa del Tour 2021
Se dovesse vincere a Bilbao, per Mathieu non sarebbe la prima maglia gialla della carriera. L’aveva conquistata nella 1ª tappa del Tour 2021
Lo scorso anno la maglia rosa al Giro, che partiva dall’estero, quest’anno anche il Tour parte oltreconfine: la maglia gialla nella prima frazione è un obiettivo concreto?

Vedremo come si evolverà la corsa a Bilbao. È una tappa adatta sia ai combattenti che ai corridori di classifica. Difficile fare una dichiarazione in merito in anticipo. Ma se si presenterà l’occasione, Mathieu di certo non se la farà scappare.

Mathieu ha detto che sarà al Tour per la prima volta “a mente libera”. Quanto è importante questo fattore per te? 

In effetti, ha una mente libera. Ma non credo che questo sia il fattore più importante. Mathieu ha detto che vuole finire il Tour per la prima volta nella sua carriera. Ma allo stesso tempo, sta correndo “con il mondiale nella parte posteriore della sua mente”».

Quindi al mondiale ci pensa. Tutto questo, può aumentare la pressione?

Riguardo alla pressione: Mathieu inizia ogni gara con la pressione di chi deve provare a vincere. Può farcela sempre, ma questo non ha nulla a che fare fare con una mente libera.

Il Tour, il mondiale, la maglia gialla… e quella verde può essere un obiettivo?

No, in più occasioni ha già detto che la maglia verde non è un obiettivo per lui. Semmai questo è un obiettivo a cui può aspirare Jasper Philipsen… se tutto va bene.

Sempre al Giro del Belgio, Mathieu si è messo anche a disposizione di Philipsen, cosa che secondo Roodhooft vedremo anche in Francia

Da Parigi a Glasgow

E’ centrale il passaggio in cui Roodhooft parla anche del mondiale, che tutto sommato sì il Tour è l’obiettivo, ma VdP ci va anche pensando alla corsa iridata in Scozia. Magari l’obiettivo arcobaleno lo porterà a correre un po’ meno alla garibaldina di quanto ha fatto al Giro d’Italia lo scorso anno.

Ci saranno da dosare benissimo le energie. Il percorso della Grande Boucle è particolarmente duro quest’anno. E tra il gran finale di Parigi (23 luglio) e la corsa iridata (6 agosto) ballano giuste, giuste due settimane.

Lo stesso Roodhooft, in un’intervista rilasciata al giornalista olandese Raymond Kerckhoffs, aveva detto: «Non c’è alcuna possibilità di migliorare durante quel periodo. Dopo il Tour probabilmente Mathieu penserà solo a recuperare».

Vedremo, come andranno le cose. Ma sapere di un VdP che al Giro del Belgio era sui valori migliori di sempre fa già drizzare i peli.

Il tricolore di Cosma, fra i pro’ con Pippo nella scia

28.06.2023
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A un certo punto, in un tratto di discesa del campionato italiano, Cosma Gabriele Rausa ha sentito un tifoso che lo incitava. «Forza Pippo! Forza Pippo!». I compagni di squadra alla D’Amico-UM Tools, ma anche i pochi tifosi giù a casa lo chiamano così, perché è alto quasi 1,90 e ricorda Ganna se non altro per le misure. Però quel tifoso era troppo agitato, ha pensato il diciottenne pugliese, così si è voltato e alle sue spalle, spianato sulla bici come un jet da caccia, ha riconosciuto il vero Pippo. E gli è venuto un colpo.

«Era un tratto in cui spingeva abbastanza – sorride – e mi è venuta un po’ di tremarella. Era vicinissimo. E ho pensato che se per caso fossi stato la causa di una caduta, non avrei potuto perdonarmelo. Così sono stato super attento. E poi, quando la corsa si è un po’ calmata, sono andato a presentarmi. Ci siamo scambiati un saluto, lui non ha fatto mezzo problema, poi si è rimesso a parlare con Affini e io sono tornato dietro. Non volevo disturbarlo».

Avendolo avuto accanto per qualche chilometro, hai capito il segreto di tanta forza?

La postura della schiena in bici era quasi orizzontale, parallela al telaio, quindi per questo era molto aerodinamico. In bici tagliava il vento in una maniera impressionante, nonostante la sua stazza. E poi ho notato anche la cadenza che in salita era abbastanza elevata, ma allo stesso tempo la pedalata era molto rotonda. Anche in pianura si distingueva facilmente rispetto agli altri proprio per la cadenza di pedalata.

Maturità in corso

Cosma Gabriele Rausa compirà 19 anni il 16 luglio, mentre il 4 (martedì prossimo) avrà l’esame orale della maturità. Studia da ragioniere, ma da quest’anno il suo sogno è diventato fare il corridore. Prima no, almeno non così tanto. Aveva anche smesso.

Il pugliese di Casarano, cittadina di 20 mila abitanti nel cuore del Salento, si è ritrovato a correre il tricolore dei professionisti. Il suo team manager Ivan De Paolis ha scelto così, nel pieno di una stagione che lo ha visto anche al Giro di Sicilia e all’Appennino. Cosma era arrivato in Abruzzo per accompagnare un amico e si è ritrovato con una maglia sulle spalle.

Perché dunque il tricolore con i pro’ a 18 anni?

Abbiamo deciso così con la squadra. Perché alla fine correre con i professionisti è un’emozione e anche un’esperienza che ha più senso fare adesso che da grande. Quando mi sono ritrovato sulla linea di partenza, avevo accanto i ragazzi della Mg.KVis e anche Davide Ballerini che si era messo all’ombra e armeggiava con un sacchetto pieno di ghiaccio.

Con che spirito si parte per un campionato italiano pro’, sapendo di avere alle spalle una storia ciclistica così breve?

Si parte con grande grinta. Devi essere sicuro di te stesso, fare il possibile, anche sapendo che non otterrai mai risultato. Però se parti con la forza di andare in fuga o fare qualche azione, facendo il possibile per metterti in mostra, allora è un’esperienza che vale.

In Puglia, Cosma pratica ciclocross, che nella sua regione ha grande tradizione (foto Instagram)
In Puglia, Cosma pratica ciclocross, che nella sua regione ha grande tradizione (foto Instagram)
E come è andata?

E’ stata una corsa un po’ travagliata, perché sono arrivato senza avere la forma migliore. La settimana scorsa non ho fatto dei grandi allenamenti, ho avuto dei problemi, quindi sono arrivato in Trentino senza essere al 100 per cento. Ho provato a fare qualcosa all’inizio, ma l’andatura era abbastanza elevata. Sono rimasto nel gruppo il più possibile per cercare di aumentare il mio ritmo gara. Soffrire il più possibile per migliorare la mia capacità di prestazione.

Da quanto tempo corri in bici e come mai hai scelto il ciclismo?

Ne avevo 12, quindi sono circa 6 anni. In famiglia non ho ciclisti e soprattutto in Puglia c’è poco. Ricordo qualche amico che faceva gare al mio paese, li ho visti e alla fine ho iniziato anche io. Per i primi tempi è sempre stato un gioco, l’anno scorso mi sono messo anche a fare il bagnino. Adesso invece mi ha preso parecchio. Pensavo che diventare professionista fosse un obiettivo impossibile da raggiungere, però ormai ci sto credendo di più. Sto lavorando molto meglio. 

Con chi ti alleni quando sei a casa?

Purtroppo vado sempre da solo, qui ci sono veramente poche persone. A volte incontro un compagno pugliese, ogni tanto ci incontriamo con lui e il preparatore e andiamo insieme, ma solamente la domenica se non ci sono gare.

Cosma Gabriele Rausa è alto 1,88 e pesa 75 chili. Compirà 19 anni il 16 lulgio. Nel 2022 ha corso il Lunigiana (foto D’Amico)
Cosma Gabriele Rausa è alto 1,88 e pesa 75 chili. Compirà 19 anni il 16 lulgio. Nel 2022 ha corso il Lunigiana (foto D’Amico)
Fare il campionato italiano durante la maturità ti ha convinto?

Se hai la capacità di distribuire i giorni di studio, non c’è problema. E’ lo stesso per l’allenamento di tutti i giorni. Sono abituato, non è un impegno grosso. Però ad esempio ho saltato i due giorni in cui avevo gli scritti e questo può avermi tolto qualcosa alla preparazione per il campionato italiano. Quei 2-3 allenamenti magari potevano essere importanti prima della gara.

Come è stato il viaggio da Casarano a Trento?

E’ durato un’eternità, ho impiegato 13 ore. Quando sono arrivato in Trentino, ho avuto la sensazione di essere in capo al mondo. Sono partito in treno, poi sono sceso a Bologna dove mi ha preso la squadra. E al ritorno ho preso il treno sabato sera e sono arrivato la domenica mattina alle 10 a Lecce, viaggiando tutta la notte. E’ stato un po’ pesante, però almeno non ho perso una giornata di studio. Da qui agli esami non corro. Era previsto un periodo di riposo, che adesso viene benissimo.

Cosa ti piace del ciclismo?

Il fatto di spingersi oltre quando in salita sei veramente al limite, oltrepassare la soglia della fatica. Questo ne fa uno sport bellissimo.

Salice Vento, aerodinamica e freschezza Made in Italy

28.06.2023
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COMANO TERME – Un nome emblematico che rappresenta l’anima e la propensione di questo casco. Il Salice Vento è infatti un concentrato di velocità e aerodinamica rivolto alle massime prestazioni. Non a caso lo abbiamo incontrato sulle strade dei campionati italiani di Comano Terme. A indossarlo erano gli atleti del Team Biesse Carrera. In particolare abbiamo chiesto a Michael Belleri di raccontarcelo. 

Ci sono 11 fori dedicati all’aereazione
Ci sono 11 fori dedicati all’aereazione
Da quanto usi questo modello?

Da un anno, l’anno scorso avevamo il Levante in colorazione bianca. Quel modello in particolare era un po’ più chiuso.

Da quanto utilizzi invece Salice?

Ormai sono quattro anni. Devo dire che mi sono sempre trovato bene e ho notato una notevole cura dei dettagli.

Parlando di dettagli cosa hai notato in questo modello Vento?

Mi piace il colore nero. E’ un casco leggero e compatto, mi piace molto questa sensazione. 

E’ un casco fresco?

Sì. Sempre paragonandolo al modello precedente devo dire che ho notato una migliore aerazione in condizioni di caldo vero, sopra i 30 gradi specialmente. Certo, il Levante è più chiuso e ha pregi aerodinamici evidenti.

Ti trovi bene con il sistema di chiusura?

Sì assolutamente. Lo metto e trovo subito la regolazione ideale. Durante la corsa mi capita di aggiustarmelo ma più che altro perché sono abituato a farlo, non per altro. Sono regolazioni che si fanno facilmente grazie al rotore posteriore. 

I cinturini invece, che riscontro hai in merito?

Sono molto comodi. Non svolazzano alle alte velocità perché sono rigidi al punto giusto. Mentre sotto il mento il cinturino è imbottito. Io lo lascio leggermente lento, ovviamente in sicurezza, per permettere maggiore comfort e mobilità durante la corsa. 

Quali sono le qualità di questo casco Vento?

Beh, direi sicuramente l’aerazione. I fori sono disposti molto bene e permettono alla testa di rimanere fresca. Un’altra qualità è la leggerezza. Come dicevo prima, la sensazione migliore è quella di avere un casco che non “pesa” e lascia piena mobilità. Questo è un aspetto molto importante durante gli allenamenti e le corse. 

Un sistema semplice e pratico per avere sempre saldi sul casco gli occhiali quando non si indossano
Un sistema semplice e pratico per avere sempre saldi sul casco gli occhiali quando non si indossano
Come valuti il comfort?

L’imbottitura è sicuramente comoda. Non mi dà mai fastidio ed è spessa al punto giusto. Ogni due o tre mesi la sostituisco per il sudore e le molte ore in sella, lo ritengo necessario. Però la lavo facilmente e non crea nessun tipo di scollamento

Il colore ti piace?

Sì molto. La bandiera italiana che si unisce a quella degli occhiali è il particolare che mi piace di più. 

Giusto, gli occhiali. Tu utilizzi i Salice 023. Formano una combinata ideale?

Sì, formano una linea continua non solo per il colore ma anche per la linea aerodinamica. Lasciano poco spazio tra casco e occhiali, circa 1 cm. In più il Vento ha due particolari fori per poterli inserire facilmente e far si che rimangano sempre fermi.

Sei i colori disponibili in versione lucida oppure opaca
Sei i colori disponibili in versione lucida oppure opaca

Misure e struttura

Il Salice Vento è stato studiato a Gravedona, in provincia di Como, ed è un casco dall’aggressività moderna e con un design pulito. La calotta, con la tecnologia costruttiva In-moulding, lo rende leggero e resistente agli urti. Dotato di sistema “antiscalzamento”, è regolabile in altezza con luce Safety sul rotore di regolazione. Undici fori per l’aerazione. La proposta colori spazia tra tonalità lucide e opache. Vento è disponibile nelle misure S-M (51-58 cm) e L-XL (58-61 cm). Il prezzo consigliato al pubblico è di 129 euro.

Overtraining in altura (e la non-menata di Ganna)

28.06.2023
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Altura, caldo e allenamento: argomento che attira sempre, specie d’estate. Oggi i corridori salgono in quota praticamente tutto l’anno, ma la stessa altura può anche essere controproducente se non la si fa a dovere. Il rischio di overtraining è dietro l’angolo.

In tempi più o meno recenti ci sono stati casi di corridori che, scesi dall’altura, non sono andati come ci si aspettava per sospetto di overtraining. Un paio di corridori italiani all’ultimo Giro, per esempio. Oppure la Zalf al Giro U23 di due anni fa e persino i corridori della Ineos Grenadiers qualche stagione addietro dopo una lunga permanenza in altura e il successivo Giro di Colombia. Per approfondire questo argomento abbiamo interpellato il preparatore Pino Toni.

Le squadre, almeno quelle più importanti, ormai si allenano spesso insieme in quota. Un bene, ma se qualcuno non è al top potrebbe pagare dazio (foto Instagram)
Le squadre ormai si allenano spesso insieme. Un bene, ma se qualcuno non è al top potrebbe pagare dazio (foto Instagram)
Pino, altura e overtraining come è possibile che le due cose coincidano?

In teoria non ci sono le condizioni per l’overtraining in altura. Quelle sono condizioni fisiologiche e non di performance e oggi i corridori in overtraining in altura non ci arrivano, almeno i top rider che sono ben seguiti, che si allenano con criterio. Poi ci può stare che non si ottengano i benefici che ci si aspettava.

Eppure il caso degli Ineos di qualche tempo fa fu eclatante…

Attenzione, non sbagliarono l’altura, trovarono chi andava più forte di loro. Adesso non conosco i valori precisi di quel ritiro, ma non erano bassi. Semplicemente per la prima volta (o quasi) avevano trovato qualcuno che andava più forte di loro.

Si era alzata l’asticella nel frattempo… eravamo a cavallo del Covid.

Esatto. Io ricordo sempre le parole di Inigo San Millan, il preparatore della UAE Emirates, quando disse che se non hai una base di 5,8 watt/chilo non vai da nessuna parte. Col tempo questa soglia si è alzata. Disse così perché in pochi ancora non avevano fatto meglio. Quest’anno, per esempio, nelle salite del Giro in cui hanno deciso di fare la corsa non sono mai scesi sotto i 6 watt/chilo, prima della selezione, degli attacchi. Magari chi era davanti andava a 6,2 watt/chilo e chi era coperto a 5.8 e anche nella terza settimana: in ogni caso parliamo sempre di valori alti.

Se ben fatta, l’altura può dare enormi benefici. Anche per il recupero passivo. Qui Filippo Conca a Livigno, in una vecchia foto
Se ben fatta, l’altura può dare enormi benefici. Anche per il recupero passivo. Qui Filippo Conca a Livigno, in una vecchia foto
E allora Pino, giriamo la questione: come si può lavorare male in altura tanto da finire in overtraining? Pensiamo per esempio ai fuorigiri prolungati, agli scatti…

Sostanzialmente vai in overtraining in altura, o lavori male, quando non ti sei adattato alla quota, quando non hai rispettato tempi e intensità. Per me un rischio grande è dato dal gruppo. Mi spiego: se ci sono più corridori con uno stesso programma, qualcuno che non si è ancora ben adattato o è un po’ più indietro di condizione, potrebbe esagerare nello stare con gli altri. Magari fa più fuorigiri, lavora ad intensità che non sono le sue in quel momento. E non recupera. Un altro aspetto sono i feedback dei corridori.

Cioè?

Siamo sicuri che i corridori diano sempre i feedback giusti ai loro coach? Spesso gli atleti ti dicono: «Sto bene», invece magari non è del tutto così. Forse credono di stare bene, ma queste cose oggi non dovrebbero più accadere in quanto ci sono degli strumenti fisiologici per misurare questi aspetti.

Quali?

Per esempio la varianza cardiaca (l’Hrv) o gli strumenti che rilevano la qualità del sonno… Questi dati, se incrociati con quelli degli allenamenti ti dicono molto sullo stato del corridore e del suo recupero in particolare. E poi bisogna vedere se i ragazzi sono in altura da soli o con il preparatore.

Cambia molto la presenza del coach?

Parecchio. Al netto dei valori riportati dagli strumenti, che il preparatore può vedere anche da remoto, l’allenatore sul posto vede in faccia i suoi atleti. Ci parla in modo più diretto. Nota i suoi comportamenti anche dopo le uscite. Se un ragazzo dopo pranzo scende in hotel, guarda magari una corsa in tv, parla e scherza con gli altri, è attivo… e un altro resta buttato sul letto in camera e scende solo a cena, qualcosa vorrà dire.

L’altura ormai si fa sempre: inverno ed estate. Il rischio di overtraining è lo stesso?

Dipende tutto da quello che si fa. Solitamente l’altura d’inverno è più di costruzione, di preparazione. Quella estiva di ristorazione… A parte per chi punta a Vuelta e mondiale. Nella maggior parte dei casi, chi sale in quota a luglio è gente che ha staccato a giugno, dopo il Giro, le classiche…

Restiamo sempre in tema di altura, ma più che in ottica overtraining di gestione dello sforzo. Qualche giorno fa Filippo Ganna, dopo la vittoria al tricolore crono ha detto: “Nella parte centrale potevo fare la differenza, ma con questo caldo non è mai facile. Devi fare quasi come in altura: devi abbassare di tanto i valori”. Cosa intendeva?

La macchina umana è un po’ come un motore termico e questo rende al meglio con determinate temperature d’esercizio, esattamente con la quantità di ossigeno, che in quota è minore. Pertanto la mancanza di ossigeno è paragonabile all’innalzamento della temperatura. C’è un calo prestazionale.

E se Pippo avesse insistito, si sarebbe “cotto”…

E ci sarebbe stato un calo prestazionale molto più sensibile. Bisogna pensare che con 1,5 gradi d’innalzamento della temperatura corporea interna l’organismo va in “standby”, con 2 gradi sorgono problemi molto importanti. Non a caso oggi si usa il “Core” (il sensore attaccato alla fascia del cardio, ndr) che ci dà questo valore. Personalmente non lo faccio usare molto, anche perché non avrei comunque modo d’intervenire.

Beh, con acqua addosso, maglia aperta…

Attenzione, parliamo di temperatura interna, non esterna. Tanto per restare nel paragone coi motori, se il corpo umano avesse un radiatore, okay… ma non c’è! Diciamo che Ganna è stato bravo a gestirsi, altrimenti avrebbe “fuso il motore”, sarebbe andato in blackout e di conseguenza più piano.

Carbon-Ti X-Rotor SteelCarbon 3, li vogliono i pro’

28.06.2023
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FRANCOFORTE – Nei giorni di Eurobike, Carbon-Ti ha presentato ufficialmente i dischi della famiglia X-Rotor SteelCarbon 3, ovvero quelli utilizzati da Pogacar e dai compagni del Team UAE-Emirates, molto ambiti e richiesti da diversi team di primissima fascia.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Marco Monticone, Product Manager dell’azienda bresciana, specializzata nella progettazione e produzione di componenti ultraleggeri, di altissima qualità e precisione.

In dotazione alle Colnago V4rS (foto Carbon-Ti)
In dotazione alle Colnago V4rS (foto Carbon-Ti)

SteelCarbon 3, leggerezza e sostanza

La versione 3 dei dischi di Carbon-Ti è la naturale evoluzione degli SteelCarbon 2, tanto utilizzati nella mtb e nati nel 2015. si tratta di un componente che al pari di un valore alla bilancia ridotto, fa collimare una tecnica costruttiva di precisione, materiali nobili e tanta sostanza.

«Il prodotto oltre che essere bello da vedere – spiega Monticone – deve anche durare e garantire la massima sicurezza. Non deve subire le alte temperature che si generano durante le frenate più lunghe ed essere efficiente nel tempo.

«La pista frenante è ricavata da un blocco unico di acciaio, non è un sandwich di materiali sovrapposti, un fattore che garantisce longevità e resistenza a temperature elevatissime. Rispetto alla versione 2, anche il design è stato rivisto, per dissipare meglio il calore e per ottenere la certificazione UCI. I bordi del disco sono arrotondati, proprio come è previsto dalla regolamentazione internazionale».

Si tratta di componenti che non arrivano ai 100 grammi di peso, 98 grammi (dichiarati) con il diametro da 160 e 86 grammi (dichiarati) per quelli da 140 millimetri (versione CenterLock, esclusa la ghiera di chiusura).

Rivetti in titanio

Tra lo spider in carbonio e la pista frenante in acciaio ci sono 6 rivetti in titanio della serie grado5, ma c’è anche dello spazio, considerando che i dischi non sono flottanti. Perché questa soluzione?

«Il materiale metallico è soggetto a dilatazione – continua Monticone – e raggiunge temperature altissime, si espande e nel momento in cui si raffredda torna alla forma originale quando è di ottima qualità ed è assecondato in modo corretto dalla struttura portante. Le spaziature che ci sono tra l’acciaio ed il carbonio hanno il compito di non bloccare l’espansione dell’acciaio durante le frenate più impegnative e prolungate.

«Abbiamo avuto modo di analizzare alcuni dei dischi utilizzati durante il Giro d’Italia, che anche per le condizioni meteo ha messo a dura prova i materiali dei corridori. Devo dire che siamo molto soddisfatti del comportamento dei dischi, così anche i tecnici ed i corridori del team UAE-Emirates. E’ stato un Giro d’Italia che ha messo a dura prova uomini e materiali».

Lo spazio che c’è dietro il rivetto in titanio
Lo spazio che c’è dietro il rivetto in titanio

Il carbonio non può mancare

Lo spider, ovvero la struttura portante del disco è in carbonio ed anche in questo caso adotta una lavorazione di precisione. Grazie ad un adattatore specifico, che prevede la piastra di contrasto in titanio, rispecchia le specifiche CenterLock, le più utilizzate per l’ingaggio ai mozzi.

«Lo spider in carbonio, così come tutto il disco nel suo complesso, nasce da un insieme di processi e di lavorazioni che richiedono tempo, pazienza e una precisione maniacale. Lo spider in carbonio – racconta Monticone – nasce con lo standard a sei fori, ma con il cambiamento di una regola imposta da Shimano, gli abbiamo cucito addosso un adattatore specifico che permette il montaggio sui mozzi di natura CenterLock. Lo abbiamo fatto con lo stile che contraddistingue Carbon-Ti, quindi con materiali di prim’ordine e senza lasciare nulla al caso».

Carbon-Ti

La valigia di Ciccone: computer, cuscino e tanti sogni

28.06.2023
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Che cosa c’è nella valigia di Giulio Ciccone, che ieri sera è partito per Bilbao e il terzo Tour della carriera? Per l’abruzzese fresco sposo e per i compagni della ex Trek-Segafredo, nella valigia c’è sicuramente un grande spazio vuoto. Le nuove maglie della Lidl-Trek hanno infatti viaggiato a bordo di un furgone, guidato da Stefano Devicenzi, del marketing Santini. Oggi è il giorno della presentazione ufficiale, che si svolgerà in un negozio Lidl di Bilbao.

«Conoscendo la mia paura per il volo – scherza Ciccone – ci sarei andato anche io in macchina fino ai Paesi Baschi. Comunque ormai si parte. Mi sono ripreso dal caldo del campionato italiano e da tutta la settimana. Sposarsi è stato bellissimo e anche un bell’impegno…».

Giulio e Annabruna si sono sposati il 21 giugno, quattro giorni prima del campionato italiano (foto Facebook)
Giulio e Annabruna si sono sposati il 21 giugno, quattro giorni prima del campionato italiano (foto Facebook)
Che cosa non manca mai dalla valigia di Ciccone che parte per il Tour?

Come detto, il momento è un po’ particolare. Arriva il nuovo sponsor, quindi dobbiamo avere praticamente tutto. In realtà, non siamo i soli. Per tanti ci sono divise che cambiano colore, ormai il Tour è il momento dell’anno in cui ti ritrovi un’altra valigia con tutte le divise nuove. Per cui riceveremo presto tutto il kit da gara.

Cos’altro c’è nella valigia?

Il mio cuscino c’è sempre e anche il tappetino per fare stretching. E’ un cuscino in “memory”, lo uso tutti i giorni a casa e quando vado via, lo porto con me, per dormire sempre comodo. Penso che anche al Tour cambieremo i materassi ogni giorno, per cui almeno il sonno è al sicuro (ride, ndr).

Hai parlato del tappetino per fare stretching, si riesce a farlo ogni giorno?

Porto il tappetino, la pallina e il rullo, in modo da fare tutti gli esercizi. Capitano delle giornate in cui hai gli orari super tirati, sia dopo la tappa che la mattina prima del via. In quei giorni non riesci a fare niente di più. Però su 21 tappe, ce ne sono 15-16 in cui riesco a fare stretching.

Ai tricolori di Comano, ha protetto la fuga di Baroncini
Ai tricolori di Comano, ha protetto la fuga di Baroncini
Per il resto cosa c’è in valigia?

Cose normalissime, abbigliamento da riposo e anche un completo non ufficiale per l’ultima sera a Parigi. Quello non può mancare.

Computer per vedere film?

Lo porto, ma non ho una serie che sto seguendo. Apro Netflix e scelgo quello che di volta in volta mi ispira. Ho iniziato a guardare la serie del Tour, credo di averne visti solo due episodi, dico la verità, poi ho smesso. Non perché non mi piacesse, ma solo perché sono iniziati i preparativi del matrimonio e mille altre cose, quindi non ho avuto più tempo.

Nella valigia hai messo anche dei buoni propositi?

La vittoria di tappa rimane sempre la ciliegina che mi manca. Sarebbe il proposito migliore. Poi c’è la maglia a pois, ma andrebbe bene anche… solo vincere una tappa, perché al Tour la concorrenza per la maglia a pois è altissima, per cui bisogna programmare dove prenderla, come difenderla. Non ho ancora studiato le tappe, il grosso si vedrà giorno per giorno. A prima vista non ce n’è una in particolare su cui ho puntato l’attenzione…

Al via dei campionati italiani, due chiacchiere fra il cittì Bennati e Ciccone
Al via dei campionati italiani, due chiacchiere fra il cittì Bennati e Ciccone
Volendo sognare in grande, la prima tappa ha 3.000 metri di dislivello e assegna la maglia gialla.

Sicuramente è dura. Dovrebbe arrivare un gruppettino ristretto, ma non mi va di espormi e dire cose esagerate (sorride, ndr).

Arrivi al Tour con la forma che volevi?

Parto con una buona condizione, che però può ancora migliorare. Ci arrivo bene, ho dei bei margini nell’immediato e ancora degli anni buoni per fare grandi cose. Quest’anno abbiamo iniziato bene, siamo sulla strada giusta. Ho cambiato il modo di allenarmi, sia per qualità che per quantità. Sostanzialmente faccio molta più fatica, mi alleno di più. Ma non ho modificato solo la preparazione fisica, abbiamo messo mano anche nell’alimentazione. E’ tutto diverso.

Quale il ricordo più bello del matrimonio che ti porti in Francia, a parte la fede?

Sicuramente l’attesa, perché la sposina si è fatta aspettare più di mezz’ora, poi lo stupore quando l’ho vista entrare in chiesa.

Ciccone ha dovuto saltare il Giro per Covid, ma nel 2023 ha vinto alla Valenciana, al Catalunya e al Delfinato (nella foto)
Ciccone ha dovuto saltare il Giro per Covid, ma nel 2023 ha vinto alla Valenciana, al Catalunya e al Delfinato (nella foto)
Che cosa dice adesso Annabruna, visto che le toccherà aspettarti per le prossime tre settimane?

Sa da un pezzo che lavoro e che vita faccio, conosce il mio programma ed è felice. E poi mi raggiungerà per il giorno di riposo.

Perché ti sei sposato a giugno e non a novembre o dicembre come fanno di solito i corridori?

Perché novembre per me è il mese più brutto dell’anno. Fa freddo, il cielo è grigio e brutto, mi mette tristezza. Invece io mi volevo sposare in un mese bello, felice, col sole, l’allegria e il mare meraviglioso. In realtà, il programma originale prevedeva che facessi il Giro e poi avrei staccato per preparare la Vuelta, quindi c’era tutto il tempo per il matrimonio. Invece il Giro non l’ho fatto e sono saltati fuori il Tour e prima il Delfinato e l’italiano. Insomma, ho avuto una piccola deviazione di percorso, ma niente che non abbia potuto gestire.

Rosita Zanchi, una sarta bergamasca al Tour de France

27.06.2023
6 min
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BERGAMO – Fra coloro che si apprestano a raggiungere il Tour de France, c’è anche Rosita Zanchi, di professione sarta. Bionda. Simpatica. Diretta. Dallo scorso anno, il maglificio Santini è sponsor della maglia gialla e fra i compiti più delicati c’è quello di fare gli adattamenti dell’ultima ora sui titolari delle maglie, quando devono indossare i body da crono. E’ un paradosso. Le squadre spendono un occhio in test e galleria del vento e quando poi i loro campioni si giocano la corsa più importante al mondo in una crono, devono usare un body diverso da quello su cui hanno lavorato. E’ perciò immediato capire quanto sia delicato il lavoro di Santini nel metterli nelle migliori condizioni possibili.

«La maglia gialla – racconta Rosita, da 36 anni in Santini – ha cambiato le cose, che si erano già accelerate quando abbiamo preso la Trek-Segafredo. Prima facevamo le maglie del Giro, ma erano altri tempi e non c’era tutta questa attenzione. Prima l’aerodinamica si limitava alla bici, adesso investe ogni dettaglio. Così con la squadra abbiamo iniziato a fare le lavorazioni personalizzate, che prima non si facevano tanto spesso».

Rosita Zanchi lavora in Santini da 36 anni ed è oggi la sarta con più esperienza (foto Santini)
Rosita Zanchi lavora in Santini da 36 anni ed è oggi la sarta con più esperienza (foto Santini)
Cosa puoi dirci del viaggio al Tour 2022?

E’ stato un’esperienza bellissima, anche solo nel vedere quello che c’era fuori, la gente, l’ambiente. Era la prima volta che lo vedevo dal vivo. Invece per quanto riguarda il lavoro, abbiamo fatto il meglio per riuscire ad accontentare ogni corridore. Abbiamo trovato le macchine lì sul posto, nel laboratorio di una sartina…

Come l’avete trovata?

Tramite il nostro referente in Francia. Grazie a lui abbiamo trovato queste macchine simili alle nostre. Lavoravamo di notte, perché andavamo da lei finita la corsa, fra le 20 e le 21, e lei è stata gentilissima. Però a un certo punto è successa una cosa…

Che cosa?

E’ successo che il giorno dopo i corridori avevano l’hotel lontano e non facevamo in tempo a fare il fitting e poi tornare per cucire. Così le abbiamo lasciato un biglietto con le scuse, e alle 3 del mattino siamo usciti dal laboratorio con le macchine in mano. Qualcuno avrà pensato che le stessimo rubando, ma il giorno dopo gliele abbiamo restituite.

Vingegaard, spiega Rosita, ha il polso di 3 centimetri: esile come quello di un bambino (foto Santini)
Vingegaard, spiega Rosita, ha il polso di 3 centimetri: esile come quello di un bambino (foto Santini)
Non avevate portato le vostre?

Era il primo anno, dovevamo prendere le misure: ora ci siamo attrezzati. E così, per evitare critiche, magari sul fatto che possa esserci una piegolina sul body, quest’anno portiamo le nostre macchine.

Servono macchine speciali per i tessuti sottilissimi su cui lavorate?

Serve una tagliacuci. E’ difficile trovare una macchina industriale che sia anche portatile, così ho chiesto al mio fornitore e ci ha procurato una macchina professionale simile alle nostre, che sta in un trolley ben protetto e alla fine è abbastanza simile a quelle della sartina.

Cosa fate quando arrivate nell’hotel in cui alloggia il leader della classifica?

Siamo in tre. Monica Santini, il nostro capo. Raffaella, la modellista. E io, la sarta. Portiamo i body di tutte le taglie. I corridori sono magrissimi perché vestono XS, tranne Van Aert che è un adone. Glielo facciamo provare, chiediamo come lo preferiscono. Il polsino di Vingegaard sarà di 3 centimetri: penso che mia nipote di tre anni ce l’abbia uguale. Infatti cucivo e mi chiedevo come facciano a starci dentro. Ci vogliono due persone per riuscire a metterlo su, perché sono proprio pennellati. Il body è una seconda pelle.

Si va al Tour con la macchina per cucire, ma anche col vecchio metro: il lavoro è artigianale al 100 per cento (foto Santini)
Si va al Tour con la macchina per cucire, ma anche col vecchio metro: il lavoro è artigianale al 100 per cento (foto Santini)
Provano il body sui rulli?

Di solito nella stanza in cui facciamo le misure, troviamo già la bici montata. Ci spostiamo di albergo in albergo. Da Pogacar siamo arrivati che erano giù a fare colazione. Erano le 8. Abbiamo messo le macchine sui tavoli del ristorante, poco distante da dove mangiavano i corridori. Hanno portato i rulli e le bici. Pogacar è andato in bagno, si è messo il body, è venuto lì, abbiamo preso le misure che servivano, poi lui è tornato a colazione. E mentre finiva di mangiare, noi abbiamo fatto le sistemazioni. Credo che la scena la possiate vedere anche nella serie Netflix sul Tour

C’è da intervenire tanto?

Non troppo. Forse su Van Aert, perché ha una taglia in più rispetto agli altri. E’ alto, ha polsi e gambe più grossi. Se non ricordo male veste una L, ma considerate che le nostre taglie sono molto slim, per cui anche la L è molto stretta. Non devono esserci pieghe, il body deve essere davvero una seconda pelle.

Quanta manualità serve per fare certi interventi?

Ormai a me viene naturale perché lo faccio da trent’anni. Ma se mi avessero mandato al primo anno, se mandassimo ora una ragazza giovane, avrebbe problemi anche a regolare la macchina. Tutte le macchine cuciono, devi saper regolarle. E servono anche i fili adatti, infatti porto i miei. La lycra ha un’elasticità e il filo deve andargli dietro. Poi servono anche aghi sottilissimi e la capacità di fare punti ravvicinati, quasi continui.

Van Aert indossa un body taglia L, che è comunque strettissimo: servono tre persone per infilarlo. Davanti c’è Rosita (foto Santini)
Van Aert indossa un body taglia L, che è comunque strettissimo: servono tre persone per infilarlo. Davanti c’è Rosita (foto Santini)
Sono lavori veloci?

Per Pogacar sono bastati cinque minuti. E siccome nell’hotel c’era anche la Trek-Segafredo, abbiamo accontentato Mollema che voleva un aggiustamento sulla vita e sulle gambe. Non sembra, ma sono body così aderenti che ci si accorge della differenza quando i corridori perdono peso durante la corsa.

In 36 anni, avrai incontrato parecchi campioni che vestivano Santini: chi ti è rimasto impresso?

Uno che ho conosciuto anche personalmente, è stato Pantani. Venne in azienda a ritirare il kit per un evento che aveva a Milano. E’ stato lì, ha fatto il giro in azienda, ha dato la mano a tutti, proprio una persona alla mano, umile. Lo vedevi che era una persona buona. C’era il signor Santini che gli spiegava e noi che intanto gli preparavamo quel che doveva prendere. Qui funziona così. A volte si lavora davvero in tempi strettissimi.

Monica Santini e Rosita Zanchi al lavoro per eliminare ogni possibile piegolina: le leggi dell’aerodinamica non guardano in faccia nessuno (foto Santini)
Monica Santini e Rosita Zanchi al lavoro per eliminare ogni possibile piegolina: le leggi dell’aerodinamica non guardano in faccia nessuno (foto Santini)
Perché fai la sarta?

Era sarta anche mia madre, ma farlo a livello industriale è un’altra cosa. Ho cominciato cucendo le etichette e poi ho girato tutti i reparti. Adesso sono un po’ il riferimento per le più giovani. Il ciclismo non sapevo cosa fosse, ma ormai ci vivo dentro da tutta la vita.

La sartina francese ha detto niente quando le avete riconsegnato le macchine?

No, nulla. Le ho rimesso i suoi fili e non l’abbiamo più sentita. Evidentemente è andato tutto bene anche con lei.

Due mesi di fuoco per Amadori, tra Glasgow e Avenir

27.06.2023
6 min
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«Per una volta la trasferta era vicino a casa – esordisce così il cittì Amadori in riferimento al campionato italiano under 23 – 30 minuti di macchina ed ero lì. Ho anche seguito la gara dalla moto, un modo per vivere la corsa da dentro. Il campionato italiano è uscito tecnicamente bello e impegnativo, tirato insomma. I ragazzi se le sono date per tutto l’arco della corsa, hanno gareggiato a viso aperto (in apertura il podio, foto Mario Zannoni). Come presumibile chi usciva dal Giro Next Gen aveva qualcosa in più, lo testimonia la vittoria di Busatto».

Alessio Martinelli è stato il miglio italiano al Giro Next Gen, sesto in classifica generale (foto Lisa Paletti)
Alessio Martinelli è stato il miglio italiano al Giro Next Gen, sesto in classifica generale (foto Lisa Paletti)

Un passo indietro

Il Giro Next Gen si è concluso da poco più di una settimana, Staune-Mittet ha vinto, e dopo la tappa dello Stelvio era già abbastanza chiaro il suo dominio. Il norvegese si è fatto carico degli oneri della maglia rosa custodendola fino alla fine. Gli italiani non hanno tuttavia sfigurato, il sesto posto di Martinelli ed i piazzamenti di tappa hanno dato al cittì del materiale su cui lavorare. 

«Ci siamo difesi bene – ammette – partendo dalla classifica direi che il sesto posto di Martinelli non è da buttare, anzi. La sfortuna ci ha privato di Pellizzari, il quale sulla carta era un ragazzo che poteva ambire al podio. Sarebbe stata la strada a parlare, ma una sua sfida con i grandi avrebbe fatto piacere.

«Se guardiamo tappa per tappa – continua – le cose sono andate molto meglio. I ragazzi hanno sofferto molto nella cronometro, l’unico buon risultato è stato quello di Busatto, sedicesimo. Per quanto riguarda le altre frazioni, non mi lamento. Sono andati molto bene con una vittoria di tappa e tanti piazzamenti. I due tapponi di montagna ci hanno visti in qualche modo protagonisti, con il quarto posto di Martinelli sullo Stelvio e di Cretti a Cansiglio. Non dobbiamo dimenticare che il parterre era di altissimo livello, questi atleti li vedremo anche al Tour de l’Avenir».

Due mesi di fuoco

Il tutto in vista degli impegni futuri, che saranno costruiti dal ritiro di Sestriere, per il quale si partirà il 9 luglio. Amadori passerà gran parte della sua estate in trasferta, il periodo si farà caldo non solo per il clima ma soprattutto per gli appuntamenti. 

«Dal 9 luglio – racconta Amadori – faremo un primo blocco di lavoro per il mondiale di Glasgow. Partiremo poi in direzione Francia per correre una breve gara a tappe e lì avrò le mie risposte. Il mondiale, che si correrà il 12 agosto, sarà il primo obiettivo. Senza dimenticare il Tour de l’Avenir, per il quale lavoreremo nella seconda parte del ritiro di Sestriere. Eccezionalmente questo evento è stato spostato al 20 agosto».

I giorni del Giro Next Gen hanno confermato al cittì della nazionale under 23 un fatto già noto: i devo team delle squadre WorldTour stanno scavando un solco

«Queste squadre giovanili – afferma – sono tanta roba. Programmano la stagione con obiettivi e allenamenti mirati. Hanno un modo di lavorare uguale a quello delle squadre superiori con l’obiettivo di far crescere i loro ragazzi con gare di un certo livello. Busatto ne è l’esempio più grande. Ma di ragazzi che si giovano di questo metodo ce ne sono altri, basti vedere come hanno corso il campionato italiano Belletta e Mattio, entrambi nel devo team della Jumbo-Visma».

Strade diverse

Mondiale e Tour de l’Avenir presentano tante differenze, difficile che corridori adatti come fisionomia al percorso di Glasgow possano essere protagonisti poi in Francia. Le strade da percorrere quindi sono divise, obiettivi diversi e quindi preparazioni differenti. Quello che si è notato nelle ultime gare, Giro Next Gen su tutti, visto anche il cambio di regolamento per i corridori da schierare, è che non ci sia più spazio per distinguere tra under 23 e professionisti

«Forse – dice Amadori – gli unici due che possono correre mondiale e Avenir sono Romele e Busatto. Il percorso di Glasgow si addice molto ai nostri ragazzi, su tutti loro due, ma penso anche a De Pretto o Bruttomesso. Poi c’è anche da fare un paragone su chi verrà a giocarsi la gara delle altre nazionali. Segaert è a tutti gli effetti un professionista, basta vedere cosa ha fatto ai campionati nazionali, sia a crono che in linea. Kooij è un altro corridore che potremmo avere come avversario. E’ chiaro che davanti a scelte simili noi ci adegueremo, il confine tra under 23 e professionisti è ufficialmente caduto. Noi abbiamo dei ragazzi under 23, che corrono già con i professionisti, che possono essere utili alla causa. Per il mondiale ho in mente Buratti e Milesi, per l’Avenir Piganzoli». 

Parentesi Stelvio

Sulle strade del Giro Next Gen il cittì Amadori era presente, ed ha assistito in prima persona al disastro dello Stelvio. Un suo parere è d’obbligo in situazioni delicate come questa. 

«La prima cosa che mi viene da dire – spiega – è che bisogna voltare pagina. E’ stata un’esperienza negativa che è servita a far capire a tutti che bisogna essere professionali a 360 gradi. Si è trattata di una concausa di errori e altre cose superficiali, reputo i ragazzi come ultimi nella fila delle persone che hanno sbagliato. Prima viene chi li ha messi in quelle condizioni».