Abruzzo, Puglia e Calabria: Argentin rilancia la sfida

06.08.2023
7 min
Salva

Moreno Argentin riparte dall’Abruzzo. La Adriatica Ionica Race ha visto la luce nei giorni scorsi a Roma, nella veste che già lo scorso anno fece della corsa l’ambasciatore dei territori su cui si snoda. L’hanno svelata alla presenza di Daniela Santanchè (Ministro del Turismo) e Ivana Jelinic (Amministratore delegato di Enit) e nel corso della mattinata sono stati snocciolati concetti molto cari a chi opera nel ciclismo, che finora erano rimasti fuori dalla porta dei Palazzi. Il legame fra una corsa e il turismo sta nel traino di immagine che l’evento sportivo esercita sull’utente: si va in vacanza per riposare, scoprire, mangiare, ma anche per vivere esperienze. Un evento sportivo fruibile come una corsa è fra queste ed è molto efficace: il Tour de France ne è la conferma più evidente.

La corsa di Argentin ha sposato questa filosofia, traendone nuova linfa. E per essere certa che la comunicazione non si limiti al racconto sportivo, ha coinvolto la Communication Clinic di Marco Pavarini, uno dei due fondatori di Extra Giro. Si occuperanno loro di curare la comunicazione legata ai territori e la valorizzazione delle iniziative enogastronomiche già messe in atto nel 2022.

Tre tappe per l’edizione numero 5 della Adriatica Ionica Race: al timone sempre Moreno Argentin
Tre tappe per l’edizione numero 5 della Adriatica Ionica Race: al timone sempre Moreno Argentin

Tre regioni, tre tappe

La Adriatica Ionica Race 2023, spiega Argentin, avrà tre tappe, dal 22 al 24 settembre: in Abruzzo, Puglia e Calabria. Prima tappa da Corropoli a Trasacco: 226,2 chilometri e 3.961 metri di dislivello. Seconda tappa da Conversano a Castellaneta: 184,4 chilometri e 1.774 metri di dislivello. Terza tappa da Cassano allo Ionio a Crotone: 193,6 chilometri e 2.296 metri di dislivello.

La riduzione dei giorni di gara (lo scorso anno erano 5) deriva dalla necessità di essere concreti e di operare con le spalle coperte: ci sono organizzatori che negli ultimi 2-3 anni hanno speso di tasca loro per avere, ad esempio, la copertura televisiva e sono alle prese con bilanci non proprio esaltanti.

Moreno, promuovere i territori permette di aprire altre porte ed è anche il modo per sostenersi, giusto?

E’ un bel modo per disegnare la corsa. L’Italia da questo punto di vista ha potenzialità pazzesche, non nascondo che la sto scoprendo io per primo, dopo anni a girarla con le mani sul manubrio e la testa fissa alla ruota di quello davanti. Quello che manca per programmare a lungo termine è un calendario che offra a tutti possibilità di lavorare, la capacità di attrarre squadre senza che vadano via per delle sovrapposizioni. Però la nostra formula funziona e da questa abbiamo deciso di ripartire.

La presenza del Ministro del Turismo acquisisce un’importanza particolare?

Per noi è stato un regalo e il riconoscimento per quello che facciamo. Abbiamo chiesto e ottenuto la sua presenza e dobbiamo ringraziare anche Marco Pavarini che si è impegnato a trovare la location e a mettere insieme il puzzle.

In ogni città, cucina del piatto tipico e degustazione di prodotti del territorio
In ogni città, cucina del piatto tipico e degustazione di prodotti del territorio
Turismo e corse: hai lanciato la suggestione di una corsa che si sposta in nave di mare in mare su una nave da crociera…

Spero che ci possa essere una buona collaborazione. L’idea pazza della crociera permetterebbe di unire turismo, cicloturismo e sport in una festa di sette giorni, in cui diamo al turista la possibilità di percorrere un pezzo di percorso. Il nome di Adriatica Ionica nasce dall’idea di unire i due mari: nulla vieta che si faccia sulle sponde di altre Nazioni che su essi si affacciano.

Nel 2022 si corse a giugno, questa volta a settembre. Cambia qualcosa?

Siamo andati a settembre perché a giugno eravamo insieme al Giro del Belgio, allo Slovenia e in parte anche al Delfinato. Dobbiamo crescere e trovare risorse, magari anche nei territori. Dobbiamo diventare sempre più efficaci e potenti dal punto di vista comunicativo. A settembre ci siamo trovati il campionato europeo e il Giro di Lussemburgo, per cui dovremo essere bravi a barcamenarci e trovare piano piano la data giusta. Se non la troviamo, non riusciamo a crescere e diventare sempre più importanti. 

Che cosa possiamo aspettarci dall’edizione 2023?

E’ una corsa che dà la possibilità a diversi tipi di corridori di mettersi in mostra, anche ai giovani. Forse la prima tappa era meglio posizionarla al secondo giorno, ma il territorio è questo e abbiamo dovuto adattarci. Non è detto che grazie all’improvvisazione, non si possano creare cose nuove: per questo abbiamo previsto abbuoni ai traguardi volanti e sui GPM, per costringere chi fa classifica a scoprirsi. La prima tappa è dura. La seconda comunque è nervosa, con l’arrivo in leggera salita e uno strappo di 2-3 chilometri ai 20 dall’arrivo, che potrebbe propiziare un’azione. Nella terza invece spazio ai velocisti. Insomma, non diamo per scontato che la prima tappa uccida la corsa.

Rimane il programma enogastronomico di ogni giorno?

Rimane e sarà potenziato rispetto al 2022. Vogliamo puntarci molto, facendo leva sulle esigenze dei Comuni e delle Regioni di far conoscere anche delle realtà più piccole, che non hanno la possibilità di andare sui grandi schermi. E anche il modo per scoprire la nostra cultura, per consolidarci e capire quanto valiamo. Io credo che su questo fronte, abbiamo un patrimonio inestimabile.

Lo scorso anno sul pul podio finale della corsa di Argentin, oltre a Zana c’erano anche Tesfatsion e Pronskiy
Lo scorso anno sul pul podio finale della corsa di Argentin, oltre a Zana c’erano anche Tesfatsion e Pronskiy
Ci sarà copertura televisiva?

Stiamo puntando a una differita di 70 minuti come l’anno scorso, chiamata tecnicamente Silver Plus, quindi con l’elicottero. Però non vi nascondo che stiamo lavorando per passare alla diretta, che è il prodotto più richiesto a livello internazionale. Questo ci permetterebbe di arrivare a 100-150 Paesi e spero che il Ministro si sia resa conto che la RAI deve aiutarci. Forse non l’abbiamo capito, ma l’Italia deve vivere di questa economia. Quindi è anche nell’interesse della Rai fare il possibile per darci la diretta. Stiamo cercando una coproduzione, perché se non andiamo in diretta, facciamo fatica a trovare collocazione.

Squadre al via?

Qualche WorldTour, per ora ci hanno confermato Astana e Intermarché, con la speranza di avere la Soudal Quick Step. Le professional, certo anche le italiane, e qualche continental davvero all’altezza. Tre tappe sono una bella formula, c’è modo di raccontarle bene. Abbiamo in progetto di inserire itinerari cicloturistici nel Marco Polo – il libro di corsa, da veicolare con gli organi di informazione – se non quest’anno, il prossimo. Le idee ci sono e vengono fuori dalla passione. Questo mi pare che il Ministro l’abbia ben compreso.

Remco furioso, Mathieu gasato, Wout roccioso

06.08.2023
4 min
Salva

GLASGOW – «La mia concentrazione non è stata disturbata – ha detto Remco Evenepoel prima di partire – ma personalmente penso che tutti dovrebbero stare zitti e lasciarmi fare le mie cose. So abbastanza bene a me ciò che è e ciò che non è possibile. Sia mio padre che Patrick farebbero meglio a stare zitti».

Evenepoel al via con quella che sembra essere la nuova Tarmac Sl8 di Specialized
Evenepoel al via con quella che sembra essere la nuova Tarmac Sl8 di Specialized

Remco: «Buono per attaccare»

La voce secondo cui Remco potrebbe passare subito alla Ineos Grenadiers per avere tutte le carte in regola in vista del Tour è deflagrata come una bomba, con un tempismo che lascia di stucco, pensando che l’ha messa in giro suo padre Patrick alla vigilia del mondiale. La reazione di Lefevere non è tardata ed è stata piuttosto dura nei confronti della famiglia Evenepoel, accusata di avere i violini scordati, visto il diverso tenore delle dichiarazioni. Insomma, in questa mattina mite sull’Atlantico, in casa Belgio speravano tutti di dover e poter fare altri ragionamenti.

«Può essere anche un percorso da specialisti del cross – ha proseguito Remco cambiando decisamente discorso – ma tutti sappiamo andare in bicicletta. Sarà un lungo finale, quasi undici giri. Sarà abbastanza difficile, ma siamo pronti. Siamo più forti insieme che da soli su questo percorso. Cosa ho imparato dalle gare juniores? Che non è necessariamente uno svantaggio se l’attacco viene da lontano. E questo per me è un bene».

Van der Poel ha scherzato sulla vigilia dello scorso anno. Il Tour sarà una buona base?
Van der Poel ha scherzato sulla vigilia dello scorso anno. Il Tour sarà una buona base?

Mathieu: «Non si vince in curva»

Il rivale numero uno, Mathieu Van der Poel, arriva al giorno del mondiale sicuramente meglio dello scorso anno, quando passò la notte in una centrale di Polizia, per l’accusa di aggressione dalla quale fu successivamente assolto.

«Se ho dormito meglio dell’anno scorso? Sì – ha scherzato – non poteva andare peggio. E’ un mondiale che aspettavo da tempo, un percorso che avrei sempre voluto affrontare. Quindi spero di avere anche delle buone gambe. E’ un po’ difficile stimare a che punto è la mia condizione, perché è la prima volta che continuo ad allenarmi per un obiettivo dopo un grande Giro. Sul fatto che la mia capacità di guida mi avvantaggerebbe sugli altri, non è che gli altri non sappiano fare le curve. E poi non credo che il mondiale si vincerà in curva. E’ un percorso molto difficile in cui sarà importante stare davanti. Non guarderemo solo i belgi, anche francesi e danesi hanno un blocco fortissimo».

Van Aert sente che il giorno è speciale, l’avvicinamento è andato benissimo
Van Aert sente che il giorno è speciale, l’avvicinamento è andato benissimo

Wout: «Un giorno speciale»

Sull’altra sponda belga, quella della Jumbo-Visma, Wout Van Aert è arrivato alla partenza con la calma dei giganti e insieme l’occhio laser, consapevole di avere una buona occasione e dopo un avvicinamento meno fragoroso dello scorso anno. La famiglia al seguito gli ha dato serenità, dopo che nei giorni del Tour era stato impossibile.

«Sono molto emozionato – dice – è sempre elettrizzante svegliarsi in una giornata del genere. Mi sono alzato abbastanza presto e mi sono reso conto che non sarà una giornata qualunque. E’ un circuito molto tecnico, resta da vedere cosa significherà. Di certo, non siamo più abituati a certi percorsi. Dalle corse di ieri si è capito che basta distrarsi un attimo e i distacchi si dilatano, mentre dietro è molto stressante e difficile restare nel gruppo. C’era il fuggitivo davanti e, dopo che ciascuno aveva terminato il suo turno a tirare, nessuno aveva le gambe per chiudere il buco. E’ un percorso speciale.

«Abbiamo studiato bene le nostre tattiche, ma ovviamente fare un piano è sempre facile. Ci sono molti altri corridori, quindi è particolarmente importante rispondere bene a tutte le situazioni che andranno a creare».

Basso e quel messaggio su Linkedin da cui tutto è partito

06.08.2023
6 min
Salva

Dal giorno di Longarone, quando la Eolo-Kometa raccontò al mondo la necessità e il desiderio di trovare sponsor più grandi, sembra passato un secolo. Eppure proprio il Giro d’Italia fu galeotto, anche se Basso non poteva ancora saperlo.

Nel giorno in cui la corsa rosa prendeva il via con la crono dei trabocchi, Francesca Polti pubblicò un post su Linkedin. C’era la squadra sul podio del Giro 1998 e il testo che la accompagnava parlava del profondo amore di famiglia per il ciclismo. Ivan rispose con un messaggio privato e, a distanza di due mesi e mezzo, l’accordo che ha preso forma è stato annunciato al mondo.

Che cosa questo significhi e come ci si è arrivati ce lo facciamo raccontare proprio dal varesino, che cammina sull’asse d’equilibrio fra quello che si può e quello che non si deve dire e soprattutto che non si può ancora scrivere. Eppure tanto si capisce, a partire dalla passione che ci mette e che indubbiamente condivide con i nuovi amici.

Il contatto con Polti è nato da questo post pubblicato a maggio da Francesca Polti su Linkedin e dal successivo messaggio di Basso
Il contatto è nato da questo post pubblicato da Francesca Polti su Linkedin e dal successivo messaggio di Basso
Torniamo a Longarone: che cosa è successo dopo quella lettera aperta?

Durante il Giro d’Italia, il 95 percento delle interviste che facevo era concentrato sulla ricerca di nuovi sponsor. Non parlavo tanto del rendimento, che fortunatamente era buono, ma della situazione della mia squadra. Avevamo buone garanzie di continuità da parte degli sponsor, tanto è vero che continueranno tutti. Eppure nella mia testa c’era che questa squadra avesse bisogno di più stabilità economica e per un periodo più lungo, per creare un nuovo ciclo, potenziare la struttura e allinearci alle migliori professional europee.

Come arriva Polti?

Sicuramente c’è una parte legata all’aver colto l’occasione, ma in parte lo dobbiamo anche al lavoro che era stato fatto. Siamo riusciti a piazzare il primo colpo importante – sorride Basso – che ha affiancato e potenziato il mio pensiero. Il ritorno di Polti sarà inevitabilmente in grande stile, Francesca Polti è una dirigente di altissima qualità, con competenze e determinazione che mi hanno lasciato di sasso. Ci saranno annunci ufficiali, ma ormai lo hanno detto in tanti: la squadra si chiamerà Team Polti e avrà accanto altri nomi che potrebbero essere Visit Malta o addirittura un altro con cui stiamo trattando. Abbiamo chiuso un accordo per tre anni, con cifre importanti incrementali nel triennio che ci permettono di lavorare in modo programmatico sia a livello di struttura sia a livello di corridori.

Basso e Contador hanno avviato la squadra nel 2018, prima continental, ora professional
Basso e Contador hanno avviato la squadra nel 2018, prima continental, ora professional
Un colpo che vale sia in termini economici che di soddisfazione?

Molta soddisfazione, perché ha dato ulteriore credibilità al progetto e la credibilità attira nuovi potenziali investitori. Avevamo buone garanzie da parte di tutti, soprattutto da Eolo e da Kometa. Non si possono ancora dire le cifre precise e aspettiamo il loro annuncio, perché ogni azienda ha le sue dinamiche, ma continueranno entrambe. E’ tutto in divenire. Dopo il Covid, il mondo è cambiato.

In che senso?

Una volta ad agosto si fermava tutto, adesso non si ferma niente. E chi va in vacanza lascia semmai spazio agli altri. Abbiamo ancora in ballo le bande laterali, le spalle, il posteriore del pantalone e anche alcuni spazi sulla parte frontale della maglia, per mantenerla bella e pulita. Ci sono ancora aperte almeno 8 trattative importanti per sponsor non tecnici, che invece hanno già confermato. Questo fa sì che mentre non abbiamo potuto muoverci nella prima ondata del mercato, sicuramente saremo attivi nella prossima. Per ora abbiamo preso Restrepo, ma abbiamo sei posti a disposizione, fra chi smette e chi va via…

Si pensa al grosso colpo?

Manteniamo un mix tra giovani e corridori di esperienza. E se il budget lo permetterà, proverò a vedere se c’è sul mercato qualche corridore di categoria un po’ più alta.

L’avvento di Polti cambierà il colore della maglia?

La maglia inevitabilmente cambierà, perché prenderà i colori degli sponsor, come succede dovunque, ma per questo siamo ancora in fase di studio. Sarà più chiara, però manterrà la nostra identità di squadra riconoscibile al pubblico. Ci sono altre aziende con cui stiamo parlando, non è ancora maturo il tempo per definire la maglia.

Hai parlato di budget vicino alle continental europee: siete vicini?

Non in questo momento, però abbiamo spazi per arrivarci ed è quello che conta. Grazie a questo rapporto triennale, abbiamo la possibilità di programmare e offrire una prospettiva ai corridori e allo staff. Così si lavora bene. Abbiamo un gruppetto di giovani che secondo me l’anno prossimo faranno il definitivo salto di qualità, unito a un mix di corridori già esperti. Essere riusciti a tenere Bais e confermare Piganzoli, Tercero e Martin per noi è come averli presi sul mercato.

Potevano andare via?

Ragazzi come loro, che arrivano davanti al Tour de l’Avenir, sarebbero potuti andare in una WorldTour in qualsiasi momento. Il fatto che abbiano scelto di restare per noi è importante. Tanti in passato sarebbero rimasti volentieri, ma sono andati via perché non potevamo proporgli un progetto a lungo termine, ma se avessimo tenuto “Juanpe” Lopez, Oldani e Moschetti che squadra avremmo adesso?

Il progetto…

L’obiettivo, quando si parla di crescita della squadra, non è solo avere 8-10 milioni di budget, ma anche avere la struttura che supporta i 20 corridori, organizzati per fare un certo calendario e tutto quello che serve fra ritiri in altura e il resto. Il budget serve per crescere e il fatto che un nome come Polti abbia scelto di essere al nostro fianco è importante perché, come dicevo, dà credibilità a tutto il resto. Ad esempio con Malta siamo già in fase di rinnovo, nonostante ci sia già un contratto in essere. E’ una soddisfazione che devo condividere con le altre 60 persone della squadra. E soprattutto questa è l’unica strada percorribile per allinearci alle migliori d’Europa. Lavorare e costruire, lavorare e costruire.

Due ore e si parte, ultimi appunti prima del via

06.08.2023
4 min
Salva

GLASGOW – Gli azzurri sono tornati sul percorso ieri mattina, fra la gara delle juniores e i colleghi maschi. Sono riusciti a fare due giri e sono tornati in hotel con una convinzione in più: non si riesce a fare le curve affiancati. Il gruppo sarà per forza lunghissimo. Ce ne siamo accorti nelle gare dei più giovani e lo toccheremo con mano a breve. Mancano due ore e mezza alla partenza della gara dei pro’, da Edimburgo a Glasgow. Quello che vi raccontiamo è successo ieri sera, nella fase degli ultimi progetti.

Bennati li ha ascoltati e preso nota, in questa fase di condivisione e crescente consapevolezza. Nella riunione di ieri dopo cena, fatta sul pullman Vittoria dopo che gli azzurri hanno seguito insieme le finali del quartetto, anche questi elementi sono stati utili. Parole se ne sono scambiate in tutti gli ultimi giorni, ma la riunione è un momento sacro, da preparare a puntino. Per questo il toscano si è appartato nella sua camera e con la gara degli juniores come sottofondo, ha scritto gli ultimi appunti con la stilografica ricevuta in dono dalle figlie di Alfredo Martini.

«Ho aspettato a dire altro – ha spiegato il tecnico degli azzurri – perché avevo piacere che i ragazzi toccassero con mano il percorso. Quando sono venuto a vederlo, con il traffico ancora aperto, non avevo avuto le stesse sensazioni loro, che sono riusciti anche a provarlo in velocità. E’ un percorso atipico. Fra tutti quelli che ho corso, quelli che ho visto e gli ultimi che ho seguito a vario titolo, io un mondiale così non me lo ricordo».

Chi l’ha detto che Evenepoel non possa andarsene ancora una volta da lontano: secondo gli azzurri, le sue quotazioni crescono
Chi l’ha detto che Evenepoel non possa andarsene ancora una volta da lontano: secondo gli azzurri, le sue quotazioni crescono

Tanti asfalti diversi

E’ un bel casino, a tutti i livelli. Per le federazioni che devono assistere atleti di centomila discipline diverse. Per gli staff. E anche per gli atleti e i giornalisti, costretti a correre da un punto all’altro in questa insolita corsa a ostacoli che durerà fino al 13 settembre.

«E’ difficile da interpretare – ha proseguito Bennati, chiaramente tornando sul percorso – nessuno si immagina cosa potrà accadere quando entreremo nel circuito finale. Non è prevista pioggia, quindi avremo una certa pressione nelle gomme. Ma se comincia come per le ragazze, allora si complica tutto. Ci sono varie tipologie di asfalto. Nuovo e vecchio, sporco e liscio. Il pavé, i tombini. E poi è tutto arrotolato attorno alla stessa piazza, sembra di essere sempre nello stesso punto e invece non è vero. Ci si confonde, ma in corsa la concentrazione dovrà essere al massimo».

Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo
Il famoso allungo di Van der Poel sull’ultimo muro a 1,5 chilometri dall’arrivo

Ammiraglio al box

Se è così difficile per i corridori, immaginarsi per chi deve seguirli sull’ammiraglia. Quando venerdì sono andati a fare il primo assaggio, la macchina della nazionale è partita tre minuti dopo i corridori e ha impiegato un giro per riprenderli: come immaginare si seguire la corsa su un simile toboga?

«Il gruppo da dietro – ha confermato Bennati – non lo vedi mai. Allo stesso modo, devi sperare di bucare in zona box, altrimenti rientrare diventa un bel problema. E io credo che dopo i primi 2-3 giri, mi fermerò ai box e darò da lì le mie istruzioni. Credo che nel tratto in linea non succederà niente, mentre credo che l’approccio al circuito sarà come andare al primo Qwaremont al Fiandre: una rincorsa abbastanza selvaggia».

Van Aert aspetterà l’arrivo in volata o attaccherà a sua volta da lontano?
Van Aert aspetterà l’arrivo in volata o attaccherà a sua volta da lontano?

Pasqualon riserva

Ci saluta con la spiegazione del ruolo di riserva affidato a Pasqualon, arrivato venerdì sera dal Tour de Pologne, dopo aver scortato Mohoric alla vittoria della corsa.

«Ero d’accordo con lui e con la squadra – ha spiegato – che si ritirasse un paio di giorni prima, per venire in ritiro con noi e recuperare bene. Invece giustamente è rimasto in corsa ed è stato decisivo per il compago che ha vinto. Molto bello e capisco che a 36 anni sarebbe stata una bella occasione, ma non sarebbe stato rispettoso verso gli altri azzurri che sono venuti in ritiro e hanno fatto le loro scelte in funzione di questo. Magari Andrea avrebbe fatto ugualmente una gran corsa, perché è uno che sa limare, ma arrivando venerdì sera tardi, il dubbio che una corsa a tappe non si recuperi in così poco tempo, lo avevano tutti. Per questo avevamo chiesto che si fermasse un po’ prima».

Quartetto, l’argento va bene. Ma per Parigi serve di più

05.08.2023
6 min
Salva

GLASGOW – Se si volesse comporre un’antologia di questi mondiali su pista, dopo il disastro della qualificazione, l’argento del quartetto degli uomini andrebbe raccontato come una grande impresa. E in fondo lo è. Solo che ci siamo abituati così bene, da non ammettere alternative all’oro. Anche se la Danimarca non ha preparato altro per mesi e i nostri ci sono arrivati leccandosi le ferite di un Giro d’Italia che li ha segnati tutti.

Italia e Danimarca continuano nel braccio di ferro: prossima tappa le Olimpiadi di Parigi
Italia e Danimarca continuano nel braccio di ferro: prossima tappa le Olimpiadi di Parigi

Superman non è bastato

Ganna ci ha provato. E quando a tre giri dalla fine è passato in testa, abbiamo tutti sperato che potesse recuperare il gap aperto dai danesi. Ma superman stasera non è riuscito nell’impresa e il verdetto accumulato giro dopo giro, è rimasto scolpito sul tabellone: 3.45.161 per i danesi, 3.47.396 per i nostri. Un passivo forse più pesante del vero, ma che resta consegnato agli annali del mondiale.

«L’ultima volta nell’anno preolimpico – dice Pippo – avevamo fatto terzi, quest’anno abbiamo fatto secondi. A Montichiari avevamo fatto un tempo simile dopo tanto lavoro, ma questo è un velodromo un po’ strano. Tutti parlano di traiettorie particolari, di certo bisogna provarlo, bisogna usarlo. Alla fine arrivati quassù tanto tardi, il livello è questo. Certo due secondi di differenza sono tanti, ma lavoreremo per colmarli. Di certo a Parigi con 3’45” non si vince. Intanto domani farò l’inseguimento individuale. Ero dubbioso, ma una prova in più non fa tanta differenza. Non so come andrà nella crono, ci penseremo da lunedì».

Lamon ha disputato un torneo di inseguimento a standard altissimi: il lavoro ha pagato
Lamon ha disputato un torneo di inseguimento a standard altissimi: il lavoro ha pagato

Orgoglio Lamon

Lamon esce da questo mondiale con l’armatura lucida. Dopo le critiche di qualche passaggio a vuoto, il veneziano ha tenuto su il quartetto con prestazioni che non si vedevano da un po’ e fanno pensare che per arrivare qui abbia lavorato davvero tanto. Tanto per fare un esempio, era l’unico del quartetto di Tokyo in ritiro con la nazionale a Noto durante l’inverno.

«Si era è visto già dal primo turno che i danesi avevano qualcosa in più, quindi abbiamo cercato di portare a casa il miglior risultato possibile, sapendo qual è il nostro margine di miglioramento. Abbiamo visto che siamo riusciti a migliorare molto dalle qualifiche. Oggi abbiamo cercato di partire molto più forte, in modo da contrastarli nei primi chilometri, solo che poi sono venuti fuori forte. E’ vero che ho un orgoglio particolare dopo queste giornate. Io in primis non ero soddisfatto di come andavo in certe prove, quindi ho cercato di rimboccarmi le maniche e ora so come si arriva a questa condizione. L’ho fatto al meglio, sono contento di aver dimostrato di essere stato di aiuto per i miei compagni, sono contento di questo».

Milan è arrivato ai mondiali con una sola corsa nelle gambe. Domani correrà l’inseguimento
Milan è arrivato ai mondiali con una sola corsa nelle gambe. Domani correrà l’inseguimento

Milan e la strada

Milan è stato il primo a passare, gigantesco e calmo. Lui è uno di quelli che ha pagato il Giro a caro prezzo e forse l’avvicinamento correndo solo a San Sebastian non è stato il passaggio migliore e lui se ne è reso conto. Bennati lo avrebbe volto fortemente su strada, visto il percorso che gli strizza l’occhio, ma le scelte sono state diverse.

«Sapevamo che la Danimarca era un team molto forte – racconta – non l’abbiamo mai sottovalutata. Siamo saliti in pista per dare il 100 per cento e l’abbiamo dato. Si punta sempre al gradino più alto, non sempre si riesce. Forse siamo partiti un po’ troppo forte e ci è rimasto nelle gambe, ma abbiamo un anno per rifarci a Parigi. Domani intanto faccio l’inseguimento. Penso a recuperare e domani vedremo. Sinceramente sono un po’ stanco, ma penso che sarò pronto, per sfidare me stesso e i tempi che ho già fatto e cercare di battere gli avversari che mi troverò di fronte. Se domani fossi dovuto partire su strada, sarebbe stata dura. Sono bello stanco. Partirei e penso che sarei in grado di aiutare, ma non di essere capitano. Mio parere personale, più sincero possibile».

Moro ha peccato di troppa foga? E’ quello che dice Villa: peccato di inesperienza
Moro ha peccato di troppa foga? E’ quello che dice Villa: peccato di inesperienza

Moro che cresce

Se Ganna, Milan e Consonni (di cui parleremo in un articolo a parte, per la grandezza della sua scelta) sono arrivati a Glasgow passando dal Giro e Lamon lavorando in pista, Manlio Moro lo ha fatto correndo su strada con la Zalf, a un livello per forza più basso. Per questo le sue prove sono una porta aperta su futuro.

«Da questo quartetto – dice – ho imparato che devo cercare di rimanere più concentrato, più tranquillo. Ho le mie capacità e se riesco a rimanere più concentrato, riesco a fare molto meglio. In certi allenamenti vado più di quanto sia andato oggi e secondo me è una questione di testa, di tranquillità. Devo imparare a partire tranquillo, essere concentrato quando faccio le mie tirate, quando vado a ruota. Comunque ho i mezzi per stare nel quartetto e visto che il prossimo anno passerò anche io professionista, speso di riuscire a fare il salto di qualità che mi manca».

Il velodromo era strapieno di gente, la temperatura interna era prossima ai 30 gradi
Il velodromo era strapieno di gente, la temperatura interna era prossima ai 30 gradi

Il bilancio di Villa

Villa tira i fili. E se si è già espresso sulle ragazze, che hanno chiuso al quarto posto con Chiara Consonni che ha preso il posto di Elisa Balsamo, su questi quattro uomini ha cose da dire.

«Volevamo arrivare – sorride – ma non dobbiamo abbatterci. Abbiamo perso contro la Danimarca, segno che le nostre due scuole arriveranno a giocarsi le Olimpiadi. Sappiamo cosa ci può mancare, siamo arrivati con delle emergenze. Simone Consonni non sta benissimo e abbiamo trovato un giovane come Manlio Moro che si è confermato dall’europeo. E’ stato un po’ troppo esuberante e proprio questo ci ha portato a passare troppo forte al terzo giro e, avendo ormai preso quell’andatura, abbiamo provato a portarla fino all’arrivo. L’abbiamo pagata e l’ha pagata soprattutto lui. Sono errori di inesperienza, ma non gliene faccio assolutamente colpa, perché partire da secondo non è da tutti. 

Villa è consapevole del lavoro fatto con il quartetto per arrivare a Glasgow e guarda a cosa si può migliorare
Villa è consapevole del lavoro fatto per arrivare e guarda a cosa si può migliorare

«Credo che per vincere a Parigi bisogna andare più basso di 3’45”. Siamo arrivati qua con 3’46” facendo due allenamenti. Due che arrivavano dal Vallonia, uno da San Sebastian, non ci siamo mai quasi incrociati. Abbiamo assemblato il quartetto negli ultimi giorni, quindi non c’è niente da recriminare. Dovremo lavorare di più e meglio. Sappiamo che l’anno prossimo fino al Giro d’Italia la strada sarà più importante, poi però li avremo in pista. E sappiamo di poter fare meglio…».

Sierra, un “legno” che fa male. Salvoldi aveva visto giusto

05.08.2023
5 min
Salva

GLASGOW – «Mi dispiace – dice Salvoldi – peccato per tutti. Per il movimento e per il ragazzo. Perché quest’anno veramente ho visto uno step e un tentativo di cambio di mentalità, di atteggiamento e di ammodernamento nel ciclismo di questa categoria e sarebbe stato un bel premio per tutti. Ci rimane che abbiamo fatto vedere di non essere comprimari, ma protagonisti. Rispetto all’anno scorso c’è stato un passo in avanti».

Sierra aveva indovinato la fuga giusta. Con Nordhagen e Philipsen erano in 7
Sierra aveva indovinato la fuga giusta. Con Nordhagen e Philipsen erano in 7

Un tecnico vincente

Salvoldi è tecnico vincente. E mentre mastica gli ultimi bocconi del panino che la tensione gli ha impedito di mangiare per tutta la corsa, nei suoi occhi non c’è il dolore per la sconfitta, ma la fiamma della possibile medaglia sfumata per uno stupido salto di catena. Ha vinto il più forte, ammette, ma potevamo giocarcela.

«A me sarebbe bastato che le cose andassero normalmente – dice Salvoldi – non chiedo fortuna, perché non l’ho avuta proprio mai nella mia carriera. Abbiamo perso subito Gualdi e su un percorso del genere una cosa del genere si poteva mettere in preventivo. Dietro anche Bessega ha fatto una grande gara, ma questo episodio capitato a Sierra ci ha privato di una medaglia che guardando in faccia i corridori nel finale, non mi pareva troppo lontana».

Percorso da scoprire

Sierra è rimasto a lungo per terra, ansimando, riprendendo fiato e maledicendo il ciclismo, come capita a chiunque vada in bici e ne abbia rigetto dopo una sconfitta, una fatica eccessiva, una delusione. Ma poi ha sorriso, ha tirato su col naso e si è diretto verso le interviste, sotto lo sguardo attento di Salvoldi.

«Avevamo individuato subito Sierra – spiega Salvoldi – come il più adatto dei nostri per questo tipo di percorso. Che poi onestamente, quando l’ho visto dal vivo per la prima volta, mi è parso subito molto più impegnativo e questo mi ha comunque rasserenato, perché sarebbe diventato un percorso molto adatto anche per Gualdi e Bessega. Però ha vinto il più forte, su questo non c’è nessuna discussione».

Un altro alloro per Philipsen, già europeo di mtb. In Danimarca ha vinto tutti i titoli (linea, crono, cross, mtb)
Un altro alloro per Philipsen, già europeo di mtb. In Danimarca ha vinto tutti i titoli (linea, crono, cross, mtb)

L’incidente meccanico

Sierra, tesserato per la Ciclistica Biringhello, sorride amaro anche adesso. Gli strappiamo un sorriso ricordandogli che nella prima intervista di qualche mese fa, aveva detto di sperare in una maglia azzurra per qualche prova di Nations Cup, mentre oggi è andato a un passo dal giocarsi il mondiale. Dice di aver messo la testa a posto, facendo la vita del corridore. E ovviamente quando si fa tutto bene, il fisico risponde bene e poi il resto lo fanno i sogni e la testa.

«Ho buttato giù la catena – racconta – dal 52 al 36 per fare il pezzo più duro dello strappo e la catena è caduta oltre il 36. Un passante mi ha spinto per riuscire a tirarla su, ma avevo perso quella trentina di secondi che non sono riuscito a recuperare. Sicuramente una medaglia ci scappava, sicuramente non oro, però l’avrei presa. Invece adesso mi ritrovo con la medaglia di legno.

«Mi sentivo a mio agio su questo percorso, volevo fare molto bene. Ovviamente la maglia iridata è sempre qualcosa di difficile, anche da sognare, però io ci credevo quando sono andato in fuga con i due più forti, Nordhagen e Storm. Da là ho cominciato a crederci un pochino, poi Philipsen è scattato e il suo compagno ha fatto il buco. Io ero appena dietro, non è scattato violentemente, però ha preso quei 5 metri che non sono riuscito a chiudere. Forse aveva una marcia in più e complimenti a Philipsen, ma qui si fatica a inseguire. Nelle curve non guadagni niente, negli strappi non guadagni niente, quindi diventa molto difficile».

Un altro talento danese

Philipsen spingeva come un diavolo, ma quando arriva al tavolo della conferenza stampa, ha la faccia di un ragazzino. Tutti biondi al tavolo del podio: un danese, un tedesco e un norvegese. Il ciclismo dei giovani si va spostando sempre più a Nord, la scuola di lassù evidentemente funziona bene. Il vincitore è un altro figlio della multidisciplina, avendo già vinto un europeo di mountain bike.

«E’ stata una corsa molto intensa – spiega – su un percorso bello, ma difficile. Sono andato in fuga presto, perché lo avevamo pianificato con la squadra da ieri sera per aprire la corsa. Al penultimo giro ho fatto un attacco sulla salita più dura e sono rimasto solo al comando. A quel punto si trattava di spingere e rilanciare, andando nei rilanci sempre al massimo della potenza. Solo quando ha piovuto, è diventato tutto molto più difficile.

«E’ stato pazzesco con tutti i fan sul percorso, ho avuto un grande supporto da amici e tifosi. Tutte le discipline che faccio hanno delle particolarità, difficile scegliere quale sia la più bella. Ma di sicuro il fatto di correre sempre davanti mi viene proprio dalla mountain bike e dalla minore esperienza che ho nello stare in gruppo. Le poche volte che sono caduto, ero nelle retrovie. Per cui se mi dicono di attaccare presto, io attacco. Solo poi mi volto a vedere come è andata».

Bego imprendibile, Venturelli a un passo dal bronzo

05.08.2023
6 min
Salva

GLASGOW – Quando si sono rese conto che la francese là davanti fosse imprendibile, dietro le ragazze hanno iniziato a cincischiare, pensando che toccasse alle inglesi chiudere il buco sull’imprendile Julie Bégo. Pioveva. La strada è diventata viscida, come sul ghiaccio. La stessa fuggitiva a un certo punto ha rischiato. Federica Venturelli a quel punto sentiva di avere gambe e voglia di allungare, ma da sola non si andava da nessuna parte e inesorabilmente la corsa si è chiusa. Dallo sprint per l’argento, l’azzurra è uscita con il quarto posto. E per questo, quando ce la troviamo davanti, non sa se essere felice.

«Non saprei darmi un voto – dice – però è stata un’esperienza positiva. Ci abbiamo provato fino alla fine, il risultato è mancato per poco. E’ l’ennesimo quarto posto di questa stagione (sorride con una punta di ironia, dopo due quarti posti agli europei in pista, ndr). Però direi che abbiamo condotto una buona gara, soprattutto nei primi tre giri. Siamo state unite, poi quando si è fatta la selezione purtroppo sono rimasta da sola. Ci stava su un percorso così impegnativo. Insomma, c’era da aspettarsi che non tutte riuscissero a reggere. E’ andata così, alla fine non siamo riuscite a chiudere sulla francese, che ha fatto un buon attacco. Io ho provato a prendermi un posto del podio. Però è andata male per pochi centimetri».

Il podio finale con da sinistra Ferguson, Bégo e Moors. Tre big della categoria, ma la Venturelli era all’altezza
Il podio finale con da sinistra Ferguson, Bégo e Moors. Tre big della categoria, ma la Venturelli era all’altezza

Buono in prospettiva

La zona dei bus è giusto alle spalle di George Square, il cuore della città e di questi mondiali sparsi per miglia e miglia nei dintorni. Dato che il pullman della nazionale l’hanno parcheggiato davanti al velodromo e da lì non si può muovere, per le corse di oggi è arrivato quello Vittoria e Daniele Callegarin, che lo guida, ha gli occhi dell’innamorato. Il ritorno ai mondiali ha un gran buon sapore.

Paolo Sangalli, tecnico delle ragazze, è vicino al furgone col meccanico Foccoli in attesa che le ragazze tornino tutte, per poter fare il punto.

«Il quarto posto – dice – è la medaglia di legno, la posizione più brutta in cui puoi arrivare. Però hanno fatto quello che hanno potuto. Nelle nostre previsioni, c’era di restare davanti in due, ma Eleonora La Bella non era in giornata. Se ci fosse stata lei, qualcosa di meglio avremmo fatto. Non ho ancora parlato con Federica Venturelli, mi dirà com’è andata. So solo che era un percorso molto, molto duro. Con la pioggia, ogni curva è diventata un pericolo.

«Sapevamo che la Francia avrebbe attaccato, ma io pensavo anche che la Gran Bretagna chiudesse, invece non hanno avuto gambe neanche loro. Diciamo che il quarto posto può essere una mezza delusione, ma in prospettiva di crescita è stata una buona esperienza. E ha confermato che il percorso, come si è sempre detto, è un percorso da classiche. Arriveranno davanti i corridori da classiche, fra le donne elite e anche gli uomini. A ruota fai fatica perché ad ogni curva devi rilanciare…».

Onore alle britanniche

Venturelli è come se avesse sentito, ma quando parla con noi deve ancora confrontarsi con il tecnico azzurro. Non ci sta a pensare che qualcuna delle avversarie abbia fatto la furba, ma è innegabile che le gambe di alcune siano mancate all’appello.

«Le inglesi – dice – hanno corso in modo più che onesto. Hanno chiesto anche il mio contributo per chiudere e io ho dato qualche cambio. Però alla fine quando hanno capito che ero da sola e che non avrei tirato come tutte loro messe insieme, non mi hanno detto più niente. Quindi, al contrario dell’omnium in pista, dove la Ferguson ha giocato d’azzardo stando sulla mia ruota, in questo caso hanno lavorato come una squadra e non hanno sicuramente ostacolato il mio risultato».

Per Federica un altro quarto posto, il quarto in gare titolate tra pista e strada
Per Federica un altro quarto posto, il quarto in gare titolate tra pista e strada

Rimpianti? Sì, no, forse…

L’ultima annotazione è sul percorso, mentre gli addetti dell’antidoping pressano perché la lasciamo andare. Dice che per lei asciutto o bagnato non è cambiato molto e che in questo la scuola del cross è preziosa.

«Però – sorride la Venturelli – penso che per alcune altre ragazze gli ultimi giri abbiamo fatto la differenza. Ho visto anche qualcuna ragazza che si è staccata, quindi la pioggia ha reso più insidioso un percorso che già di per sé era complicato da comprendere e su cui muoversi. Non ho rimpianti quando la francese ha attaccato, perché ero davvero tirata, davvero a tutta e quindi non sarei riuscita a starle a ruota. Nel finale, il progetto era quello di attaccare sull’ultimo strappo, però non mi sono sentita le gambe. Forse se fossi entrata in una delle tante fughe, mi avrebbe permesso di far andare la gara in un altro modo, però era troppo dura per correre dietro a chiunque. Sono stati 70 chilometri assolutamente impegnativi, anche senza fare attacchi inutili».

Francia, 13 anni dopo

Il mondiale delle donne junior è andato a Julie Bégo (18 anni), partita al penultimo giro, quando mancavano 22 chilometri al traguardo. La ragazza di Chambery, stagista alla Cofidis da appena quattro giorni, ha mantenuto un vantaggio di una quindicina di secondi in cima alla salita principale del circuito, Montrose Street, e ha finito per vincere da sola davanti alla britannica Cat Ferguson e alla belga Flower Moors. Per gli amanti delle statistiche, la Francia non vinceva un mondiale junior da 13 anni, dai tempi di Pauline Ferrand-Prevot.

Kwiatkowski, una volata da casa alla Scozia

05.08.2023
4 min
Salva

KATOWICE – Era il 2014 e un ventiquattrenne ben poco conosciuto, Michael Kwiatkowski, vinse il campionato del mondo. Quell’edizione si svolgeva a Ponferrada, in Spagna. La formazione degli spagnoli era ancora quella formidabile di Valverde, Purito, Luis Leon Sanchez… Basta pensare che lasciarono a casa, non senza qualche polemica, un certo Contador. Si diceva che il percorso non fosse abbastanza duro per lui.

In quegli anni, quando il Belgio non era così forte e l’Olanda non aveva Van der Poel, c’era ancora il giochino del “fiammiero” fra Italia e la Spagna appunto: Tirate voi! No, tocca a voi! E in questo giochino delle parti quel ragazzo semisconosciuto realizzò un’azione senza pari.

Kwiatkowski scattò a sei chilometri dall’arrivo. Apparentemente neanche troppo forte, ma spingeva un rapporto lunghissimo. Sembrava, all’epoca, un corridore attuale. Risultato: lo rividero all’arrivo.

Ebbene il mondiale che partirà fra qualche ora ricorda molto quell’edizione iridata, almeno nell’approccio per “Kwiato”. Anche se quel tracciato era più duro.

Ponferrada, il giovane Kwiatkowski si laurea campione del mondo davanti a Gerrans e Valverde
Ponferrada, il giovane Kwiatkowski si laurea campione del mondo davanti a Gerrans e Valverde

Tenere duro

Kwiatkowski è arrivato al Tour de Pologne con la gamba formidabile del Tour de France. Fino a metà gara il motore era era ancora settato “sui giri” della Grande Boucle.

Poi c’è stata una lenta, ma inesorabile inversione di rotta: la fase down, come l’hanno definita nel suo staff. La condizione non è infinita e Michael ha iniziato un po’ a calare. E lo si è visto nella quinta tappa, quella vinta da Van den Berg. E’ vero che l’olandese è un velocista, ma è stato nettamente più brillante.

Però questo non vuole e non può tarpare le ali a chi è abituato a lottare. A guadagnarsi con estrema fatica ogni risultato. E’ stato così in quel mondiale 2014, è stato così all’ultimo Tour de France quando ha vinto sul Grand Colombier… E tutto sommato anche nella crono di Katowice non è andato male.

«Per me contava molto questo Giro di Polonia – ha detto più volte il polacco – ho dato il massimo. Dopo il Tour non ho corso, chiaramente, visto quello che mi aspettava. Ho dedicato attenzione al riposo e alla dieta. Soprattutto ho cercato di dormire molto».

Czeslaw Lang con Kwiatkowski, volo raggiunto in tempo anche grazie al patron del Polonia
Czeslaw Lang con Kwiatkowski, volo raggiunto in tempo anche grazie al patron del Polonia

Sotto scorta

Il mondiale è un obiettivo. Ma questa volta il corridore della Ineos Grenadiers correrà da solo. La Polonia è scesa nel ranking per Nazioni, è trentunesima, e quindi può schierare un solo atleta.

«Kwiato – ci spiega Cioni – è motivato per il mondiale. Certo che ci pensa. Alla fine dopo il Tour e dopo questa corsa gli viene abbastanza naturale tirare dritto sin lì. Va in Scozia per fare bene. Non è facile certamente».

«Io sono “easy”, tranquillo – ci ha detto Kwiato la mattina prima della crono di Katowice – e lo sono sia per la crono che per il mondiale. Certo, sarà un po’ dura andarci. I tempi sono stretti. Il Polonia tra una cosa e l’altra finirà alle 19,30 e alle 21 ho l’aereo per andare in Scozia». 

Pensate che Kwiato, dopo aver parlato con Lang, il patron del Tour de Pologne, ha ottenuto una scorta della polizia per raggiungere in tempo l’aeroporto.

«Io credo di avere tutto sotto controllo. Sinceramente non vedo grossi problemi con questo brevissimo intervallo di tempo tra il Polonia e il mondiale. E’ una questione di atteggiamento mentale e fisico, basta solo pianificare tutto».

Al Polonia, al centro in maglia bianca. Kwiato si è arrabbiato nel giorno in cui ha vinto Majka, reo a suo dire di uno sprint non regolare
Al Polonia, in maglia bianca. Kwiato si è arrabbiato nel giorno in cui ha vinto Majka, reo a suo dire di uno sprint non regolare

A Glasgow da solo

Kwiatkowski è molto bravo a correre sulle ruote. In gara sa destreggiarsi bene. A proposito, la caduta nella tappa finale non sembra aver lasciato strascichi. Il suo staff, ma anche altri corridori, ci dicono che Michal è un senatore del gruppo. Stare da solo in squadra per lui non sembra un problema dunque.

«Non penso troppo, non mi stresso. Mi concentro solo su ciò che so fare meglio. Quindi dormo, penso al recupero, alla dieta… Vivrò questo sabato un po’ come il giorno di riposo di un grande Giro».

«Non ci saranno grandi tattiche. Vero, correrò da solo, ma magari questo mi permetterà di concentrarmi meglio su me stesso. Farò il massimo… come sempre. Credo che con un po’ di fortuna e la capacità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, si possa fare una bella gara». 

Sbaragli sicuro: i giganti si battono correndo uniti

05.08.2023
3 min
Salva

Sbaragli è la gentilezza fatta persona, eppure alla fine di giugno dal podio dei campionati italiani, tirò fuori un ruggito. Una rivendicazione, un gesto d’orgoglio e insieme di rabbia.

«Durante l’anno – disse piuttosto innervosito – nessuno si accorge mai che corro anche io. Faccio sempre il mio lavoro, però quando posso fare la mia gara penso di saper ancora andare forte, quindi sono contento della prestazione del campionato italiano. Oggi si poteva fare la volata, ma io non ho potuto farla perché, al pari di Trentin che come me partiva da dietro, mi sono trovato con la strada chiusa. E se non avessi frenato, sarei caduto».

Ce l’aveva con Rota, poi si sono chiariti e adesso sono compagni di nazionale, con il completo azzurro che per la prima volta non prevede le scritte degli sponsor sul pantaloncino (in apertura, da Instagram, una foto di Sbaragli in allenamento al Mugello nei giorni scorsi).

La Sanremo vinta dal compagno VDP festeggiata col figlio Lorenzo: per Sbaragli un giorno indimenticabile (foto Instagram)
La Sanremo vinta dal compagno VDP festeggiata col figlio Lorenzo: per Sbaragli un giorno indimenticabile (foto Instagram)
Pensi che questa convocazione sia il riconoscimento di quella prova e un premio per il tuo rendimento?

Penso che sia stato un segnale importante, in una corsa dove potevo lottare per fare un ottimo risultato. Anche il percorso del mondiale mi si addice, penso di avere le caratteristiche per essere di massimo supporto alla squadra. Naturalmente so quale sarà il mio ruolo e penso che in funzione di questo correremo e faremo il massimo. La squadra è molto unita, sono contento di far parte di questo gruppo.

Il tuo compagno di squadra Philipsen ha fatto scoppiare un bel putiferio dicendo che a Glasgow non si metterebbe di traverso a Van der Poel, che è vostro capitano, ma corre con l’Olanda…

In Belgio hanno abbondanza e i loro bei problemi. Vedo più pressante il problema interno che le parole di Philipsen. In quella nazionale ci sono tre leader assoluti e penso che questo, al contrario, dovrà essere la nostra forza per lottare uniti.

Al campionato italiano, Sbaragli ha corso libero da impegni di squadra ed è salito sul podio (terzo)
Al campionato italiano ha corso libero da impegni di squadra ed è salito sul podio (terzo)
Il fatto di correre in squadra con Van der Poel può essere un vantaggio?

Per contrastarlo bisognerà correre ognuno al 110 per cento senza alcun individualismo, lotteremo per fare arrivare una maglia azzurra il più in alto possibile. Magari in Belgio o in Olanda hanno individualità più forti delle nostre, ma forse non sono tanto uniti.

Tu come stai?

Sto bene, sto molto bene. Ho fatto un avvicinamento ideale per arrivare al massimo e quindi spero di poter dimostrare la condizione che ho.