Consonni, la paura, poi nove giri allo sfinimento

08.08.2023
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GLASGOW – Da sola contro tutte. A bocca aperta, cercando di far entrare più aria possibile. Prima per i sette giri in cui i giudici (un po’ sprovveduti) non hanno fermato la madison femminile, malgrado le due cadute. Poi quando si sono decisi e l’hanno fatta ripartire a 9 giri dalla conclusione, Chiara si è ritrovata sola nuovamente, perché Martina Fidanza non ce l’ha fatta a ripartire. Così Consonni ha stretto i denti e si è appiccicata alla ruota delle polacche: facendo la volata contro di loro avrebbe ancora potuto prendere il bronzo. Ma l’illusione è durata il tempo che le altre iniziassero a darsi i cambi. A quel punto, per lei si è spenta la luce.

Lo racconta con la carica dell’adrenalina ancora in corpo. Fidanza sta bene. Hanno detto che in un primo momento abbia rimesso e che inizialmente non riuscisse a bere. Poi gradualmente la bergamasca è tornata in sé e anche le preoccupazioni della bergamasca vincitrice dell’ultina tappa del Giro sono svanite.

Scoratata da Morini e dal dottor Angelucci, Fidanxa lascia la pista
Scoratata da Morini e dal dottor Angelucci, Fidanza lascia la pista
Come è stato da sola per nove giri?

Bruttissimo, giuro. Ho cercato di stare davanti, ma inseguire da sola, quando tutti si davano i cambi… Negli ultimi due giri sono crollata, non c’è la facevo più, però tutto sommato sono contenta, sto bene. Con Martina avevamo fatto la madison già due volte, siamo state campionesse europee under 23, quindi è stata un’emozione correrla con una compagna che è anche un’amica e la ringrazio. Ringrazio tutta la nazionale che ci ha seguito questa settimana.

Poteva venire una medaglia?

Lo speravamo, perché ci manca in questa trasferta. L’importante a questo punto è che Martina non si sia fatta niente di grave e per la prossima volta speriamo in qualcosa di meglio. Siamo tanto affiatate, oltre a essere compagne di squadra, siamo anche amiche. Ci vediamo fuori dalle gare, per me è qualcosa in più. In un lavoro come questo, il fatto che siamo tutte coetanee e condividiamo la stessa passione, è qualcosa in più che aiuta tanto.

Consonni e Fidanza sono state campionesse europee della madison: erano in lotta per il podio
Consonni e Fidanza sono state campionesse europee della madison: erano in lotta per il podio
Villa ha tirato le orecchie, senza fare nomi, per le poche presenze in pista…

Il calendario non ci ha permesso di avere tanto tempo libero. Anche questi mondiali sono capitati fra il Tour e i mondiali su strada, sono stati difficili da preparare. Quest’anno non abbiamo potuto fare un avvicinamento mirato come quello dell’anno scorso. Arrivavamo da traumi diversi, da infortuni diversi e siamo contentissime di essere qui a contenderci le medaglie. L’anno prossimo ci concentreremo sicuramente molto di più.

Se ne va ridendo. Giada Borgato, poggiata accanto sulla transenna, dice che in un gruppo in cui magari potrebbe esserci qualche musona, una come Consonni vale oro. La definisce un’artista e forse ha davvero ragione lei…

Viviani scrive il piano per Parigi: «Mi serve più pista»

08.08.2023
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GLASGOW – Se il vecchio leone manca la preda, prima o poi i giovani vorranno il suo posto. Forse anche per questo il bronzo di Viviani nell’eliminazione ha il sapore della conferma. Non certo quello della conquista, Elia è abituato a ben altre prede. Però un’altra volta, accanto a Ganna che stupisce, la sua presenza è quella del capo branco che non è ancora pronto per lasciare strada. Lo farà con un sorriso, ma quando deciderà lui. E per questo, al netto di tutto, lo disturba non poco che sia “solo” bronzo e non qualcosa di meglio. Questo lo firmo, sembra dire, per il futuro vedremo…

«Sicuramente sono contento della condizione – dice – però dobbiamo aggiustare il fatto che con una condizione così, sto raccogliendo poco. Nel senso che ieri potevo prendere una medaglia e oggi poteva essere una vittoria. Non è guardare il bicchiere mezzo vuoto, perché alla fine torno a casa con una bella medaglia di bronzo, però a pochi mondiali sono arrivato con una condizione così. Altre volte ho raccolto di più. Manca ancora la madison con Scartezzini e possiamo ancora fare una bella corsa e magari prendere una medaglia in una specialità olimpica. Eppure, il riassunto di questo mondiale da parte mia è che ho una condizione super e ad ora ho raccolto meno di quello che potevo».

Alla partenza si è visto un Viviani molto determinato: le imprecisioni nell’omnium gli hanno dato la carica
Alla partenza si è visto un Viviani molto determinato: le imprecisioni nell’omnium gli hanno dato la carica
Che cosa è mancato?

E’ stata sicuramente un’eliminazione subito pericolosa appena è partita (ci sono state due cadute fra l’olandese Buchli e Vernon che poi ha vinto, ndr) in cui però non ho preso rischi. Probabilmente invece, per vincere un mondiale, bisogna correrne qualcuno in più. Ho speso tanto e si è visto nelle ultime tre eliminazioni, nel senso che non ero brillante come Vernon, che ha preso più rischi, ma ha vinto il mondiale. Quindi diciamo che ho corso un’eliminazione come va corsa nell’omnium e non “one shot”, come per vincere il mondiale.

Hai speso troppo?

Esatto. E a vedere come è andata, l’ho pagata cara nell’ultimo sprint. Era chiaro che la guerra fosse fra me e Bibic per l’argento. Così io avevo la testa alla volata con Vernon, sperando con quella di passare Bibic, arrivando all’ultima volata facendone una di meno. Invece Bibic ha resistito nell’ultima curva e sono saltato io. Dopo la pausa per la caduta eravamo rimasti in otto e rispetto a Vernon ho speso parecchio di più.

Per non rimanere chiuso nelle retrovie, Viviani ha commesso l’errore di restare troppo a lungo in testa
Per non rimanere chiuso nelle retrovie, Viviani ha commesso l’errore di restare troppo a lungo in testa
Hai parlato di aggiustare qualcosa, a cosa ti riferivi?

Devo correre di più. Probabilmente l’anno prossimo faremo un calendario solo pista, nel senso che devo correre tutte le Coppe del mondo e le corse internazionali. Nelle prime tre prove dell’omnium ho corso male e, se voglio vincere, non posso permettermi di correre male alle prossime Olimpiadi. L’avvicinamento a questi mondiali non è stato dei migliori, con gli uomini e con le donne.

Lo dicono i risultati?

Nel maschile stiamo raccogliendo meno dello scorso anno, perché avvicinandoci alle Olimpiadi ovviamente la qualità di tutti si alza e non ci possiamo permettere di arrivarci zoppi o comunque con i meccanismi non allineati. Quest’anno ho fatto poche corse di livello internazionale, quindi non ho colto gli attimi giusti nello scratch e nell’eliminazione dell’omnium. Ho provato a rimediare nella corsa a punti buttandola sulle gambe. Benjamin Thomas ha corso come me, ma nelle prime tre prove ha fatto meglio ed è arrivato all’ultima prova con i 16 punti in più che mi hanno impedito di prendere la medaglia.

Una pacca sulla spalla dal vincitore Vernon, che quest’anno ha già vinto anche tre corse su strada
Una pacca sulla spalla dal vincitore Vernon, che quest’anno ha già vinto anche tre corse su strada
Quindi servono più corse?

Quindi devo correre. E correre vuol dire guardare a tutte le gare internazionali, che possono essere la Champions League, le Coppe del mondo del prossimo anno, ma anche gli europei di gennaio, per arrivare all’Olimpiade con più esperienza.

Questo vuol dire che metterai da parte la strada?

Ho fatto tanta pista prima di arrivare a questo mondiale. Tuttavia i campionati italiani o la Sei Giorni di Fiorenzuola sono certo bellissimi eventi, ma non sono Coppe del mondo e non sono su pista di 250 metri contro avversari così. Quindi è ovvio che quello manca. Devo fare più pista e meno strada: forse l’anno più difficile per me era proprio questo, a metà fra due terreni in cui provare a ottenere risultati. Il prossimo anno ci sono le Olimpiadi e quindi per me non sarà un problema sacrificare la strada per la pista.

Mondiale dell’eliminazione a Ethan Vernon (GBR, Soudal-Quick Step), 22 anni. Secondo il canadese Bibic
Mondiale dell’eliminazione a Ethan Vernon (GBR, Soudal-Quick Step), 22 anni. Secondo il canadese Bibic
Cosa si può dire dell’oro di Ganna ottenuto con quella rimonta pazzesca?

Abbiamo detto qualche anno fa che Pippo doveva raccogliere il testimone. Quindi è lui che deve portare la maglia iridata e salvare la trasferta. Ha vinto per 54 millesimi, una rimonta super con addosso tantissime pressioni. Gli auguro di rivincere la crono, che sarebbe un altro step importante di questa stagione. Comunque è il capitano che trascina l’Italia, l’abbiamo visto dall’anno scorso. E ha le gambe e il carattere per farlo. 

Il bronzo e le fatiche del Giro: Milan riparte da Glasgow

07.08.2023
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GLASGOW – La medaglia di bronzo al collo non manda riflessi, ma resta pur sempre una bella conquista. Anche Ganna è passato per quel colore e se ne è servito come rampa per tornare all’oro. In una stagione come quella di Milan, molto complicata da maggio in avanti, aver chiuso al terzo posto il torneo dell’inseguimento ai mondiali è un bel risultato.

«Quello che gli ho detto stamattina – raccontava ieri sera Marco Villa commentando la serata – quando si aspettava di fare la finale con Filippo, invece c’è rimasto un po’ male. I periodi dove pensi di aver fatto tutto giusto, ma poi le gambe non girano come pensi possono capitare. E a questi livelli si emerge di più colmando il piccolo gap che manca. Ci eravamo accorti che non fosse il solito Milan, probabilmente le grosse fatiche del Giro, il suo primo Giro, le sta ancora recuperando. Deve prendere insegnamento da Filippo che due o tre anni fa, proprio mentre Jonathan era in finale per il primo e secondo posto, stava facendo la finale per il terzo. Ganna è risorto, aspettiamo anche Milan».

Finale per il terzo posto, Villa lo incoragga. Dall’altra parte c’è Oliveira
Finale per il terzo posto, Villa lo incoragga. Dall’altra parte c’è Oliveira

Il primo Giro di Milan è stato una chiamata a sorpresa, che ha portato a una vittoria di tappa, quattro secondi posti e la maglia ciclamino, impegnativa per le strade e la pressione che porta con sé. La “scaldata” subita nel giorno delle Tre Cime di Lavaredo è il boccone che ha fatto fatica a mandare giù, anche se la sensazione è che sia stato ormai digerito.

Come vogliamo interpretarlo questo bronzo?

Sono abbastanza soddisfatto. Ovvio che, come ho già detto negli scorsi giorni, si punta sempre più in alto, ma alla fine si regola il tiro con le energie che ci sono e già in mattinata non mi aspettavo di fare delle grandi qualifiche, perché non avevo delle buone sensazioni. Speravo e puntavo a fare meglio, ma ho raggiunto questo bronzo. E devo dire che in finale stavo meglio che in qualifica. Questo era ciò che avevo da offrire.

Il primo Giro fa crescere il motore, ma nell’immediato rischia di scaldarlo molto…

Ho avuto un momento un po’ difficile dopo il Giro. Ero semplicemente stanco e ho fatto fatica a recuperare. Il motore s’è scaldato parecchio, però è vero che qualcosa cambia. Anche la fiducia che si ha in se stessi, vedere dove puoi arrivare. E’ ovvio che anche questo è stato tutta una scoperta, perché non sapevo quanto in fretta il mio corpo avrebbe recuperato da questo grandissimo sforzo. Perciò sono contento. Adesso pensiamo a rimetterci in sesto, poi continuiamo con la stagione su strada.

Milan ha sofferto in qualifica, mentre è cresciuto nella finale ed è arrivato il bronzo
Milan ha sofferto in qualifica, mentre è cresciuto nella finale ed è arrivato il bronzo
Ecco, quale dovrebbe essere il programma?

Adesso dovrei andare subito ad Amburgo, poi Benelux, Plouay, Canada e poi forse gli europei, che sono il 24 settembre a Drenthe, in Olanda. Ma vediamo in che condizioni ci arrivo, sarebbe bello farli, però devo meritarmeli.

Cosa ti è parso della gara su strada?

L’ho vista, anche se a un certo punto mi sono anche appisolato. Non perché fosse noiosa, dato che hanno iniziato a scattarsi in faccia a 140 chilometri dall’arrivo, ma perché ero stanco. Van der Poel ha fatto davvero una grande cosa, è anche caduto ma si è rialzato come una molla. Ha fatto una stagione impressionante. Veramente bravi, anche Bettiol. Penso che anche noi abbiamo fatto un mondiale molto bello.

Mosca: la fuga e quella (quasi) maglia a pois…

07.08.2023
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KRAKOW – “Una vita da mediano, lavorando come Oriali. Anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali”, così cantava Ligabue parafrasando il calcio. Il mediano del ciclismo è il gregario e la lista sarebbe molto più lunga rispetto all’Oriali della situazione. Al Tour de Pologne c’era forse il gregario perfetto, Salvatore Puccio, ma c’era anche Jacopo Mosca.

Il corridore della Lidl-Trek stavolta non vestiva i soliti panni. Aveva un altro ruolo. Stava conquistando la maglia dei Gpm con voglia, gambe, intelligenza. Era sempre entrato nella fuga buona. Poi nel giorno del tappone, la quinta frazione, che metteva in palio più punti dell’intero Polonia, succede che la fuga la prende, ma non è quella buona. E i sogni svaniscono.

Jacopo Mosca (classe 1993) in maglia a pois blu al Tour de Pologne
Jacopo Mosca (classe 1993) in maglia a pois blu al Tour de Pologne

Sogno sfumato

Tornando a Ligabue, lotti e le botte magari le dai anche, ma se il destino dice che tu non devi vincere, non vinci. Lottatori e “dannati”: alla fine sono questi i corridori che più piacciono. A Mosca restano tre giorni sul podio e una maglia da guardare con orgoglio e piacere una volta a casa. Cosa che ci aveva detto lui stesso.

Il secondo giorno, aveva concluso la frazione con cinque punti, come Lucas Hamilton. Erano leader entrambi.

«Magari mi danno la maglia a pois per simpatia», ci aveva detto Jacopo dopo il traguardo.

Il giorno successivo prima del via ci fa: «Ohi, forse non gli sono stato simpatico! Non me l’hanno data!». Ma mentre scherzava era già in prima linea. Voleva tornare in fuga. Aveva riassaporato dopo parecchio tempo quelle sensazioni di libertà. Aveva un progetto chiaro in testa.

E il progetto stava andando bene. L’unica consolazione è che quella maglia è rimasta in casa Lidl-Trek. Markus Hoelgaard in teoria doveva difenderla dagli attacchi, ma una volta fiutato il pericolo di perderla giustamente ha affondato il colpo. Meglio lui, della Lidl, che un altro.

Il piemontese è stato spesso in fuga, poi quando i sogni sono sfumati nell’ultima tappa ha aiutato il velocista della squadra
Il piemontese è stato spesso in fuga, poi quando i sogni sono sfumati nell’ultima tappa ha aiutato il velocista della squadra

Quasi come Ciccone

Mosca era un po’ il Ciccone del Polonia. E come Cicco a gestito le energie. Attaccava quando era il momento, si staccava per risparmiare negli altri frangenti.

«Sì – commenta Mosca con ironia – ma Cicco era al Tour! La differenza era che i puntini qui erano blu e in Francia sono rossi. La sua era più bella. Un po’ come Instagram versus realtà! Sul social è bellissima, nella realtà decisamente meno… Lui aveva quella grossa, io quella più piccola! A parte tutto ci abbiamo provato. Spesso il gruppo non ci ha lasciato troppo spazio, ma va bene così». 

«Quella maglia a pois la porterò a casa e me la guarderò», ha scherzato Mosca qui poco prima di indossarla per la prima volta
«Quella maglia a pois la porterò a casa e me la guarderò», ha scherzato Mosca qui poco prima di indossarla per la prima volta

Capitano per un giorno

Sentirsi leader. Una sensazione insolita per Mosca. Lui è uno dei gregari più apprezzati. Sa fare bene il suo lavoro. Poi è arrivata questa opportunità.

«Eravamo venuti al Polonia per aiutare Edward Theuns nelle volate – ha detto Mosca – io ed Otto Vergaerde dovevamo supportarlo nel finale. Poi c’è stato un po’ di spazio e questo, per noi che lavoriamo sempre, è bello. Ti dà la carica.

«Mi ero “inventato” questo obiettivo della maglia dei Gpm, ma sapevo che la tappa numero cinque sarebbe stata decisiva». E così è stato…

Mosca entra poi anche nel dettaglio tecnico. Andare in fuga, lottare quando mancano tanti chilometri all’arrivo, comporta anche un approccio differente.

«Nei primi anni da pro’ – va avanti Mosca – facevo solo quello: ero sempre in fuga. A me piace attaccare, chiaramente oggi con il gruppo che va sempre più forte è anche difficile andarci e una volta che ci riesci sicuramente spendi di più. 

«E il discorso è semplice: per stare fuori da solo, o in pochi, prendi più aria e per fare velocità fai più watt. Quindi spendi di più e di più devi mangiare. Ma devo dire che tra App, riunioni e soprattutto esperienza ti gestisci alla grande».

Alla fine Jacopo è stato in testa alla classifica dei Gpm per tre giorni
Jacopo ha indossato la maglia a pois per tre giorni

Studiando Elisa…

Mosca è ottimista, propositivo. Più o meno scherzando gli chiediamo se in questo Polonia, in cui è stato più libero, ha chiesto qualche consiglio alla sua compagna, Elisa Longo Borghini.

«Ah – ride Mosca – semmai dovrei essere io a darle dei consigli su come andare in fuga. Lei ci va di gambe. Io me la devo guadagnare. I suoi attacchi non contano come fughe! Sono sono le azioni di quelli forti!

«Scherzi a parte, andare in fuga è bello. Ma è interessante vedere i suoi approcci alle corse, agli attacchi. In questo modo anche io vedo come affronta la gara un leader. Lo vedo da un’altra angolazione. E quando ho a che fare con i miei compagni che puntano a qualcosa penso ai sacrifici che devono fare, alle pressioni che hanno addosso…

«Non è detto che essendo nati più forti, tutto gli venga facile, così come per noi che “andiamo più piano”. Alla fine loro hanno gambe migliori, sono stati più fortunati, ma su certi aspetti siamo uguali. Tutti e tutte facciamo i ciclisti al 100 per cento, altrimenti coi tempi di oggi non vedremmo neanche la coda del gruppo».

EDITORIALE / Forza, talento e determinazione non si insegnano

07.08.2023
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GLASGOW – Quando si trattò di distribuire i suoi doni, madre natura diede a Mathieu Van der Poel talento, forza fisica e determinazione. A Van Aert una testa da schiacciasassi, tanta forza e meno talento. Infine a Pogacar diede indiscutibilmente talento e testa, ma meno forza rispetto agli altri due. Ovvio che ogni percorso faccia risaltare una caratteristica tecnica rispetto all’altra, ma la sintesi del mondiale di ieri è tutta qui. Quando le situazioni sono estreme o lo scontro è particolarmente elevato, vince chi ha tutte le doti al posto giusto. Van der Poel ha vinto a Glasgow perché più di Van Aert ha avuto il talento per indovinare l’attacco giusto e più di Pogacar, che un’azione del genere avrebbe potuto anche pensarla, la forza per realizzarla e portarla a termine.

Quando si dice che il podio del mondiale sia il più bello degli ultimi anni, forse ci si riferisce proprio a questo. Non tanto al palmares dei tre occupanti, quanto alle doti grazie alle quali li hanno riempiti di successi.

Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare
Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare

Gli azzurri di Bennati

Che cosa avrebbe potuto fare l’Italia di Bennati per infilarsi nel mezzo? Tentare la carta della superiorità numerica, come detto tante volte nell’avvicinamento al mondiale. Dato che anche i fenomeni a volte commettono qualche errore o si mostrano stanchi (anche Evenepoel ha dovuto alzare bandiera bianca), avere più uomini per approfittarne poteva essere il modo per portare qualcosa a casa. Altrimenti, nel confronto diretto chi dei nostri avrebbe potuto mettere sul tavolo talento, forza fisica e determinazione per battere Van der Poel, Van Aert e Pogacar?

Bettiol ha talento e forza fisica, ma si perde spesso dietro ai suoi ragionamenti. Trentin ha forza e testa, ma forse gli manca il guizzo risolutore o gli anni se lo sono portato via. Bagioli ha talento e una serie di altre fragilità che speriamo vengano superate dal passare degli anni. Forse Baroncini potrebbe mettere sul tavolo doti all’altezza, ma è troppo giovane per pretendere che possa già farlo.

Allora bene ha fatto Bettiol, perso il supporto di Trentin, a giocare la carta solitaria. Sarebbe arrivato ugualmente decimo, staccato inesorabilmente quando Van der Poel avesse deciso di partire. Attaccando, ha se non altro inseguito il sogno di vincere.

Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva
Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva

Il miglior Nibali

Una cosa però è certa: corridori come quelli che stanno dominando la scena saranno anche il prodotto di una scuola che funziona, ma sono essenzialmente delle splendide eccezioni. Quei watt nelle gambe li ha messi la natura.

Van der Poel è nato così forte magari anche per i geni di famiglia. Il Van Aert ragazzino non godeva di una grandissima considerazione: ricordano però tutti quanto fosse volitivo e capace di lavorare su se stesso. E Pogacar, corridorino già noto da junior, ha avuto la fortuna di essere gestito bene, ma tutto quello che scarica nei pedali viene da sua madre e suo padre.

Questo per dire che se ieri nel gruppo ci fosse stato il miglior Vincenzo Nibali, l’ultimo italiano al top di gamma, sul piano del talento e della forza fisica avrebbe avuto poco da invidiare agli altri tre, della determinazione invece si sarebbe potuto parlare.

Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male
Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male

Lo sport dei social

La scuola italiana è in crisi, ha detto qualche giorno fa Bettini in un’intervista su Tuttobiciweb, ma sarebbe riduttivo ridurre il tutto a un problema del ciclismo. E’ la società italiana che ha perso l’orientamento e fa sembrare il ciclismo uno sport troppo faticoso rispetto al giocherellare sui social. Avete provato a chiedere a un ragazzo di 17 anni di aiutarvi a fare un lavoro minimamente faticoso?

I governi si fronteggiano su decine di temi, ma dello sport nelle scuole non si parla, dello sport come palestra di vita non si parla, di borse di studio per meriti sportivi non si parla. Lo sport è ai margini. Lo sport è il calcio, per il resto non c’è posto.

Siamo certi che da qualche parte in Italia non ci sia un Van der Poel o un nuovo Nibali? Nessuno dei presenti si sente di escluderlo. Dice Bettini che abbiamo solo Ganna e forse ieri Pippo, visto il quinto posto di Kung, avrebbe potuto fare la sua parte anche su strada. Ha preferito correre in pista e vincere il mondiale dell’inseguimento. Non ci pare che sia andata tanto male, insomma. Quanti hanno nelle loro bacheche quei titoli e quel campione? Ma a noi non basta, forse il problema in qualche modo ce l’abbiamo anche noi. Quanto alla strada, bene insistere sulle scuole, soprattutto per il reclutamento dei talenti. Ma scordiamoci che possa essere una scuola di ciclismo a tirar fuori certi mostri. Non si può dare a nessuno la colpa per il sole che tramonta né il merito per quando sorge.

Magnaldi: il suo Tour dopo le fatiche del Giro

07.08.2023
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Le scorie del Tour de France Femmes non sono rimaste solo nelle gambe delle atlete. Quella che ci accoglie è una solare Erica Magnaldi, accompagnata però da una tosse che scandisce la nostra intervista.

«Negli ultimi giorni – racconta l’atleta della UAE ADQ– ho preso un brutto raffreddore, probabilmente dovuto alla stanchezza ed alla discesa del Tourmalet». 

La tappa è terminata in cima ma, come in ogni frazione di montagna, i bus delle squadre erano sotto. «Cinque chilometri più in basso – conferma Magnaldi – faceva molto freddo ed era umido. In più bisognava scendere piano a causa dei tanti tifosi presenti». 

Magnaldi ha chiuso il Tour Femmes al 13° posto, dopo essere arrivata 5ª al Giro Donne
Magnaldi ha chiuso il Tour Femmes al 13° posto, dopo essere arrivata 5ª al Giro Donne

Stacco programmato

Dopo il Tour Femmes Erica Magnaldi si è fermata, lei è stata una delle ragazze che ha corso prima il Giro Donne e poi il Tour. Una pausa meritata insomma, nella quale questo malanno non porta a molti intoppi o contrattempi.

«Era già previsto uno stacco di tre o quattro giorni – spiega – tutti senza bici. Poi pian piano ho ripreso con gli allenamenti. Un mese senza gare lo farò tutto, prima però mi farò un periodo di altura al Sestriere. Questi giorni di vacanza me li sono goduti a metà, a causa del raffreddore, ma meglio ora che durante la preparazione».

Prima del Giro Donne la Magnaldi ha corso la Vuelta Femenina
Prima del Giro Donne la Magnaldi ha corso la Vuelta Femenina
Tu hai corso Giro e Tour, come è andata?

Bene. Il mio obiettivo principale, a livello di classifica, doveva essere il Giro Donne. Il Tour avrei dovuto correrlo in supporto alla squadra, infatti il mio programma prevedeva il picco di forma alla corsa rosa. 

Come ti sei sentita durante il Tour, hai risentito delle fatiche precedenti?

La stanchezza accumulata si è sentita maggiormente nel giorno del Tourmalet. Nelle prime tappe stavo bene e avrei dovuto supportare Olivia (Baril, ndr) che però è rimasta attardata fin da subito. Succede al Tour, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

Così hai curato ancora la classifica?

Sì, ho provato a tenere duro. Ho pagato tanta stanchezza accumulata al Giro. Non sono sicura fossero incompatibili, la Labous è andata bene in entrambi, così come la Santesteban e la Ludwig. Correre Giro e Tour al top non sarebbe stato possibile, ma fare il primo in preparazione dell’altro sì. Poteva essere la chiave giusta di lettura. 

Anche se il podio del Tour dice il contrario forse, no?

La mia preparazione prevedeva di arrivare al Giro al top e di quello sono molto contenta. Se si vuole puntare al Tour, probabilmente si deve fare un periodo di preparazione mirato e correre solo quello. 

Persico e Magnaldi si sono ritrovate a curare la classifica anche al Tour
Persico e Magnaldi si sono ritrovate a curare la classifica anche al Tour
Hai parlato di stanchezza che poi hai pagato sul Tourmalet, cosa ti è mancato?

Più che lo sforzo prolungato di un’ora (tempo della scalata del Tourmalet, ndr) direi che mi è mancata la freschezza. Non sono riuscita a tenere il ritmo altissimo che si è fatto sull’Aspin, quei cinque minuti di cambio di andatura. Mi mancava la brillantezza per resistere a quel cambio di passo, per soffrire e rimanere con le prime. Infatti mi sono staccata sull’aumento di ritmo della Van Vleuten. Silvia Persico ed io stavamo anche rientrando in discesa, ma davanti hanno spinto forte e non siamo riuscite a ricucire. 

Van Vleuten secondo te ha pagato quel fuori giri?

Probabilmente non si aspettava una Vollering così forte e sperava di staccarla fin dall’Aspin. Ma lei arrivava da un periodo di preparazione specifica, mentre Van Vleuten no.

Poi le tappe prima del Tourmalet non erano semplici…

Di frazioni piatte ne abbiamo fatta una sola, per il resto era tutto un sali e scendi. Anche le volate che ci sono state sono arrivate dopo giornate intense e di grande fatica. Dovevi costantemente guardarti alle spalle, correre davanti e questo per tutti i giorni. Avrei preferito avere una compagna che curasse la classifica, così io avrei puntato ad una tappa. Invece ho dovuto sempre correre sul “chi va là” e in attesa del Tourmalet.  

A Erica Magnaldi è mancato quel pizzico di brillantezza per rimanere con le prime
A Erica Magnaldi è mancato quel pizzico di brillantezza per rimanere con le prime
Si è parlato molto dei 21 giorni tra Giro e Tour, tu come li hai gestiti?

Sono stata in altura, a Sestriere, è vicino a casa e mi è comodo andarci, ci impiego meno di due ore in macchina. Ho riposato bene, dormito al fresco e recuperato. Nei primi sette giorni ho fatto poco in bici, giusto una leggera ripresa. Nella settimana successiva ho “acceso” il motore con più intensità. 

Come ti sentivi?

Bene, però ero consapevole che 21 giorni sono pochi, non ho potuto allenarmi sul ritmo gara e l’intensità. Alla fine in corsa mi sono resa conto di avere quel due per cento di freschezza in meno per seguire le prime. Per quello che doveva essere però, alla fine è stato un buon Tour Femmes.

Ganna di nuovo iridato e a Villa per poco veniva l’infarto

07.08.2023
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GLASGOW – Proprio questa volta che la Chris Hoy Arena pregustava l’oro più bello, quello dell’inseguimento maschile con Bigham che prometteva di impallinare Ganna, il Pippo nazionale ha trovato il modo perfetto per guastargli la festa.

E’ partito piano o l’altro è partito più forte: Villa lo aveva avvisato, per cui ci sta che non ne fosse troppo preoccupato. Però quando ci si aspettava l’inversione della curva dei tempi, il britannico ha continuato a volare. Allo scoccare del terzo chilometro, Bigham viaggiava in 3’02”336, Ganna invece 3’04”504: 2”168 di differenza a favore dell’ingegnere.

Sul podio oltre ai due azzurri, anche Daniel Bigham, 31 anni, ingengere
Sul podio oltre ai due azzurri, anche Daniel Bigham, 31 anni, ingengere

Due secondi in tre giri

La pista di Glasgow misura 250 metri. Come sia che Ganna in tre giri abbia recuperato oltre 2 secondi e abbia superato Bigham di 0,054 è qualcosa che chi c’era fa ancora fatica a spiegarsi. Anche perché il grosso è andato via nell’ultimo giro: la tabella dell’analisi Tissot illustra tutto con dovizia di particolari. Fino a 125 metri dallo sparo, Bigham e la sua Pinarello erano ancora in testa.

«Pippo si è presentato stamattina in pista – dice Villa con un sorriso grande così – e ha detto di voler mettere un altro rapporto: il 62×14. Prima aveva 66×15, l’anno scorso il record lo ha fatto col 67×15. Ha chiesto di cambiare ed era così sicuro che lo abbiamo seguito. Gli avevo spiegato che Bigham avrebbe fatto i primi 9 giri guadagnando su di lui, mentre negli ultimi 7 avrebbe cominciato a perdere. Invece è arrivato a 1”900 di vantaggio e poi è cresciuto ancora fino a 5 giri dalla fine.

La prova di Ganna si è riaperta davvero negli ultimi giri di pista: un finale travolgente
La prova di Ganna si è riaperta davvero negli ultimi giri di pista: un finale travolgente

«Dopo 11 giri Bigham era ancora in crescita e a quel punto, anch’io non sapevo più cosa pensare. Pensavo che fosse difficile recuperare, invece Pippo ha fatto la differenza negli ultimi due giri. Mi aspettavo ormai che invece di vincere con pochissimo avremmo perso per pochissimo, invece ci ha stupito ancora. Probabilmente fa bene allo spettacolo, ma non tanto a me (dice ridendo e mimando l’infarto, ndr). Dicono che la coperta è sempre quella, però questa volta ha giocato proprio col limite».

Niente di facile

Ganna e Bigham si sono abbracciati in favore di telecamera, in questa sorta di staffetta che spesso li accomuna. Poi il piemontese ha fatto un passaggio nella postazione Rai, è salito sul podio con Milan arrivato terzo e alla fine… è sparito. Col resto dei giornalisti lo attendevamo nella zona mista, ma lui non c’è venuto. Averlo incontrato è stato un colpo di fortuna o un gesto da pirati, entrando laddove non si può senza il magico braccialetto verde.

L’abbraccio con Simone Consonni appena sceso di bici. I due sono amici sin agli anni negli U23
L’abbraccio con Simone Consonni appena sceso di bici. I due sono amici sin agli anni negli U23

«Raccontare come è andata? Dovreste farlo voi – ha risposto – io pensavo a fare il mio lavoro e basta. Non ho visto la rimonta che ho fatto, non sapevo neanche di essere in vantaggio, pensavo solo a fare il mio e seguire Marco alla lettera. Vincere è sempre una cosa emozionante, c’è sempre pressione perché la gente pensa che sali in pista e vinci facile, però forse dovrebbero provarci anche loro… L’inseguimento è una disciplina che devi preparare, io non l’ho preparata, quindi sono già felice per essere riuscito a vincere. Non guardavo le lavagne, cercavo di sentire Marco, ma guardavo il più basso possibile».

Il cuore dei campioni

L’applauso del pubblico di Glasgow ha tributato il meritato trionfo all’atleta azzurro e al suo sfidante dal sorriso simpatico, in questa pista che davvero è un’arena infuocata. Poi il programma è andato avanti, con Viviani entrato in azione e subito prima il quarto posto di Rachele Barbieri nell’eliminazione.

Milan sperava di andare per l’oro, ma ha resettato le ambizioni: ottimo il bronzo
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Difficile capire in che modo si manifestino le emozioni in questi grandi atleti. Dopo una vittoria ti aspetteresti la voglia di raccontare o condividere con chi t’è stato accanto, come ha fatto Bettiol che tutto sommato nel pomeriggio aveva da festeggiare una fuga promettente, andata poi male. Evidentemente non è così per tutti.

«Ora mi attende la crono – chiude – dopo tante settimane in ritiro lontano da tutto e tutti, quello è l’obiettivo principale che ho in testa. L’ho vinta due volte, mi piacerebbe il tris. La maglia tricolore non mi basta, ma avrò davanti dei grandi campioni. Farò il massimo per essere all’altezza».

Van der Poel li stronca tutti: è lui il campione del mondo

06.08.2023
6 min
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GLASGOW – Dice con gli occhi chiari che conosceva esattamente il punto in cui avrebbe attaccato. Non perché lo avesse provato prima, ma perché se ne è accorto col passare dei giri. Così Mathieu Van der Poel riconduce a una tattica apparentemente logica la sua vittoria che sfugge a ogni definizione. Ha saputo aspettare, diverso dal cavallo pazzo che alla Tirreno del 2021 rischiò di mandare tutto in malora a Castelfidardo, per la crisi di fame conseguenza di un attacco scriteriato. Ha lasciato che fossero gli altri a mettere nel mirino Bettiol. Van Aert, Pedersen e Pogacar: la crema del ciclismo mondiale. Evenepoel invece si era già staccato, come tutti gli altri, in questo giorno di battaglia strappo dopo strappo, curva dopo curva. Chi aveva valutato il mondiale di Glasgow come corsa per passisti veloci, davanti all’ordine di arrivo avrà i suoi begli spunti di riflessione.

Uno dei podi più belli degli ultimi anni: con Van Aert, il vincitore Van der Poel e Tadej Pogacar
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Il punto studiato

Mathieu ha fatto la sua parte e intanto studiava. Alla partenza aveva parlato chiaramente. Sapeva, lo sapevano tutti, che a meno di una clamorosa impresa, l’azzurro fosse destinato a spegnersi chilometro dopo chilometro. E quando finalmente se lo sono ritrovato nel mirino, non ci ha pensato due volte ed è partito secco in contropiede.

«Sapevo che il punto in cui avrei attaccato – racconta – sarebbe stato il punto più duro del mondiale, perché c’era subito la discesa e poi una nuova salita. Mi sentivo forte e ho notato invece che gli altri stavano soffrendo. Quando ho guardato indietro dopo il mio scatto e ho notato che non mi aveva seguito nessuno, mi sono spuntate le ali. Fino alla caduta, almeno. A quel punto ho davvero pensato che il bel gioco fosse finito…».

Caduta per caso

Quella curva a gomito verso destra aveva già tradito altri corridori. Ci si arriva velocissimi e si ha la pretesa di farla frenando il meno possibile. Pretesa impossibile anche per un mago della bici come l’olandese, che è finito pesantemente sull’asfalto. Il Boa dei suoi scarpini Shimano si è strappato via, per fortuna c’erano i lacci a tenergli chiusa la scarpa. E’ caduto, ha imprecato, si è rialzato, è ripartito. E degli altri non si vedeva ancora l’ombra. Quando li abbiamo visti passare ai piedi della penultima scalata a Montrose Street, avevano le facce spente e lo sguardo sbarrato.

«Non ho corso particolari rischi – ragiona – ma era super scivoloso. Non so ancora esattamente come abbia fatto a cadere, ero davvero furibondo con me stesso. Tutto quello che dovevo fare era restare sulla mia bici. Se quella caduta mi fosse costata il titolo mondiale, non avrei dormito per qualche notte».

Polemica Van Aert

La stretta di mano a Van Aert è stata più fredda di quella che lo stesso belga riservò al giovane Evenepoel lo scorso anno a Wollongong. Il grande belga ha fatto tutto alla perfezione, ma su quello strappo così duro ha dovuto arrendersi.

«Non faccio salti per la felicità – dice – ma devo dire che Mathieu è stato il più forte. Ero sulla sua ruota e non sono riuscito a tenerlo. Basta. Come ho conquistato il secondo posto? Ho notato che Pedersen non era molto sicuro in curva. Inizialmente avrei voluto prendere l’iniziativa sull’ultima salita e l’ho fatto, perché dopo c’erano solo curve fino al traguardo. Però non credo di averlo distanziato sullo strappo, quanto piuttosto nelle curve.

«Invece un aspetto su cui non riesco a restare tranquillo è l’assenza di comunicazioni nella corsa più importante dell’anno. Quando gli ambientalisti hanno fermato il gruppo, noi non sapevamo nulla. Eravamo lì su una strada in mezzo alla campagna, allo stesso modo in cui non ho mai saputo che Mathieu van der Poel fosse caduto».

Nello sprint per il terzo posto, Pogacar ha battuto Pedersen, non troppo a sorpresa
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Il malore di Pogacar

Pogacar è sfinito, durante le interviste è quasi svenuto e hanno dovuto portarlo via a braccia. Si aveva quasi paura nel pronosticarlo, pur sapendo che il biondino sia capace di tutto. E in effetti le sue accelerazioni si sono sentite. Proprio durante un suo scatto, si è verificata la caduta di Trentin, con il gruppo allungato allo spasimo.

«E’ stato uno dei miei giorni più difficili in bicicletta – spiega la medaglia di bronzo di Glasgow durante la conferenza stampa – e dopo l’arrivo, durante le interviste nella zona mista sono stato anche poco bene. Ho dovuto sdraiarmi e andare urgentemente in bagno, per fortuna ora le cose vanno meglio. Van der Poel è stato fortissimo, non siamo proprio riusciti a rispondergli. Aveva così tanto vantaggio, che la caduta non avrebbe potuto influire. Sul suo scatto, abbiamo dovuto tutti riprendere fiato. E’ sicuramente il giusto vincitore di oggi».

Mondiale cross, Sanremo, Roubaix e mondiale strada: il 2023 di Van der Poel è stellare
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Vendicata Wollongong

Mathieu ringrazia, ma chi l’ha seguita con attenzione ha capito che mai e poi mai gli inseguitori sarebbero riusciti a riprenderlo. A meno che, chiaramente, lui fosse rimasto più a lungo contro quella transenna.

«Diventare campione del mondo – dice – era uno dei grandi obiettivi che mi restavano. Riuscire a vincere questa maglia iridata è fantastico. Non vedo l’ora di andare in giro indossandola per un anno intero. Penso che la mia carriera sia quasi completa ora. A cosa pensavo in quegli ultini chilometri? Penso che sia stata la rivincita dell’anno scorso (quando fu coinvolto in una rissa, ndr) e per questo provo una soddisfazione incredibile».

Bettiol sfinito, ma alla fine gli ridevano gli occhi

06.08.2023
4 min
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GLASGOW – Bettiol così stanco non l’abbiamo mai visto. E anche gli altri che passano dopo l’arrivo sembrano superstiti di una tappa di montagna, con le facce nere e le gambe anche peggio, come i distacchi lasciano capire. Il mondiale si è consegnato a Mathieu Van der Poel, ma per una trentina di chilometri il toscano ci ha autorizzati a sperare che l’impossibile fosse a portata di mano.

Trema ancora, dopo essere stato buttato sull’asfalto per qualche minuto eterno. Eppure sotto il velo della fatica c’è incredibilmente un velo di divertimento. Meglio provare a vincere che aspettare, gli chiediamo appena arriva.

«Sì, mi sono divertito – risponde subito – sono emozionato dal lavoro dei miei compagni, della squadra, dei tecnici, dei massaggiatori, i meccanici. Sono fortunato a essere italiano, ci hanno messo nelle condizioni migliori. Io non avevo molte chance di vincere, ho provato a cogliere l’occasione sorprendendo i favoriti. Non bisognava stare nello stesso gruppo di Van Aert, Van der Poel e Pogacar, perciò ho provato ad anticiparli. Mi sono buttato dal burrone e sono caduto. Magari però una volta riusciamo a prendere il volo e a vincere una gara…».

Era questo il bagliore, il sogno che ancora non si è spento nello sguardo. Il senso di averli colti di sorpresa, andandosene anche se nessuno lo seguiva. Si è voltato una, due, tre volte: nessuno. Poi ha puntato il naso davanti, si è abbassato sulla bici ed è andato via da solo.

La caduta di Trentin ha rimescolato tutto?

Io sinceramente l’ho scoperto ora che è caduto, prima non sono riuscito a vedere niente. Guardavo solo avanti, cercavo di capire dove si poteva attaccare, perché comunque è stato un mondiale anomalo. A partire dalla protesta, che ci ha spezzato le gambe a tutti. Tante cadute, tanto stress, tanti rilanci, sono veramente stanco e sfinito.

Non ti abbiamo mai visto conciato così…

Ho veramente dato tutto. Oggi per me era il culmine di un intero anno. Io credevo in questo mondiale, non mi interessava se non era un mondiale adatto a me. Non mi interessava. Io volevo far bene, volevo ripagare il lavoro non solo dei miei compagni, ma di tutti. Di tutte le persone che ci sono dietro, che sono fantastiche e ci rendono orgogliosi. Secondo me abbiamo il miglior staff di tutte le nazionali e io… Io sono contento che vi siate divertiti.

Un salto dal burrone, bella metafora…

Sono molto provato. Avevo forse l’1-2 per cento di chance di riuscirci, ma ho preferito rischiare di vincere che provare a fare un piazzamento. Perché poi sinceramente, arrivare quinto, come pure decimo o undicesimo non mi interessava.

Che testa c’è voluta per continuare dopo che ti hanno preso?

A quel punto, non lo so. Non sapevo quanto avevo davanti, non sapevo quanto avevo dietro. Semplicemente mi son messo lì e ho provato a non pensare a dov’ero. Pensavo solo a finire questo mondiale, che è stato una roba assurda sotto tutti i punti di vista. Un mondiale così non era per me, però sono contento che vi siate divertiti. Ciao ragazzi.

Se ne va dondolando come un soldato ferito, un viandante stanco. Un guerriero, un sognatore che ci ha provato. E così adesso, aspettando Van der Poel subito prima di correre in pista per Ganna, ce ne andiamo anche noi con il senso che in qualche modo ce la siamo giocata.