Bagioli: la corsa rosa per capitalizzare il lavoro invernale

30.04.2024
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Andrea Bagioli si avvicina al suo primo Giro d’Italia nonostante i quattro anni di professionismo alle spalle. Non si tratta del suo primo Grande Giro, ha già corso due volte la Vuelta Espana e un Tour de France. La scelta della Lidl-Trek di mandarlo alla corsa rosa ha però il senso di voler continuare a sfruttare la sua condizione. I primi mesi nel team americano si sono conclusi con un trittico delle Ardenne fuori dalla lente d’ingrandimento. 

«Alle Ardenne Bagioli stava bene – ci dice il suo preparatore Aritz Arberas – ma alla Freccia Vallone il meteo è stato un disastro e alla Liegi è rimasto coinvolto nella caduta di metà gara. Non è riuscito a far vedere quanto sia buona la sua condizione, ma sta bene. Ora al Giro avrà più occasioni, la squadra dal mio punto di vista è strutturata in maniera evidente. Con Milan si andrà sulle volate, mentre “Juanpe” Lopez e Bagioli saranno liberi di andare a caccia di tappe». 

Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone sono rimasti nelle gambe di Bagioli
Il freddo e la pioggia della Freccia Vallone sono rimasti nelle gambe di Bagioli

Un passo indietro

Il talento di Andrea Bagioli è finito nelle mani sapienti di Aritz Arberas, coach della Lidl-Trek che ha avuto l’incarico di sfruttarlo al meglio. I due si sono conosciuti questo inverno e hanno iniziato subito a lavorare con grande volontà

«Ho conosciuto Bagioli – racconta Arberas – questo inverno negli Stati Uniti. E’ un corridore giovane, molto organizzato e altrettanto serio sul lavoro. La sensazione è che fosse molto più esperto rispetto alla giovane età. Ho visto che è in grado di allenarsi molto bene a casa e che sopporta carichi di lavoro elevati. In più è molto preciso e ha una grande capacità di recupero».

Consonni (sinistra) e Bagioli (destra) saranno al Giro, il primo in supporto di Milan, il secondo a caccia di tappe
Consonni (sinistra) e Bagioli (destra) saranno al Giro, il primo in supporto di Milan, il secondo a caccia di tappe
Che tipo di preparazione avete fatto?

La sua prima parte di stagione era un po’ “dispersa” nel senso che ha corso molto. E’ partito dal Portogallo a metà febbraio ed è arrivato fino al Giro. Ogni due settimane aveva una corsa, quindi l’obiettivo era fare una base buona durante l’inverno e ci siamo riusciti. Ci siamo concentrati tanto anche sul migliorare nelle salite medie, quelle da 25-30 minuti. 

Avete cambiato un po’ rispetto al suo recente passato.

Sì, più che altro l’idea era di ampliare il suo bagaglio tecnico. Fare degli step per farlo diventare un corridore più completo e adatto a diverse situazioni di gara. 

Ha corso tanto in supporto di vari compagni.

Si è messo a disposizione ma lo ha fatto con piacere. All’Algarve ha fatto tanto per Geoghegan Hart, mentre ai Baschi si è messo a disposizione di Skjelmose. Le Ardenne sono state tanto sfortunate, come detto prima. Il primo anno serve per prendere le misure, non c’è fretta, abbiamo tanto tempo da trascorrere insieme.

Bagioli è stato fondamentale per Geoghengan Hart ai Baschi
Bagioli è stato fondamentale per Geoghengan Hart ai Baschi
Ha un contratto a lungo termine, questo aiuta per lavorare con maggiore serenità?

Assolutamente. E’ un corridore giovane, che cresce e può ancora fare passi in avanti. Il 2024 diventa un anno dove ci si conosce e anche lui avrà modo di dirci cosa gli piace di più e su quali corse concentrarsi. Andrea è un ragazzo gentile, disponibile e che ascolta. E’ il prototipo del corridore moderno, sa cogliere le informazioni, elaborarle e dire la sua. Quando parla lo fa sempre con cognizione di causa. 

Lavorare sulle salite di media lunghezza è utile anche per arrivare pronto ad un Grande Giro?

Voler portare Bagioli al Giro è un segno del fatto che crediamo in lui e che avrà tanta libertà d’azione. Al Tour la squadra sarà incentrata tanto su Geoghegan Hart, mentre al Giro ci sono più battitori liberi. Aumentare la resistenza su salite da 30 minuti vuol dire resistere ai forcing delle altre squadre e giocarsi più chance di vittoria. L’obiettivo principale era quello di avere un corridore più completo, speriamo al Giro riesca a trovare le condizioni favorevoli.

Bagioli nel 2023 è andato forte nelle gare di fine stagione, l’obiettivo è replicare quelle prestazioni
Bagioli nel 2023 è andato forte nelle gare di fine stagione, l’obiettivo è replicare quelle prestazioni
Poi si passa alla seconda parte di stagione. 

Bagioli ha sempre fatto bene nelle gare di fine anno, nel 2023 è stato da 10 e vogliamo riportarlo a quei livelli. Dopo il Giro si fermerà un po’ e capiremo quale programma intraprendere insieme. E’ un corridore duttile, ci sono tante idee su di lui ma aspetteremo che finirà il Giro e tireremo le somme. Andrea ha tante qualità e riesce a fare tante cose diverse, sta a noi usarle nel modo giusto. Il primo anno insieme serve anche per determinare il calendario e per conoscere il corridore.

Damiani prepara una Cofidis d’assalto

30.04.2024
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Non solo Tadej Pogacar, il Giro d’Italia è anche quello di chi va a caccia di tappe. Di chi magari fa divertire il pubblico tutti i giorni. Il Team Cofidis potrebbe ricoprire questo ruolo. A guidarla sarà, come succede da ormai sette anni, Roberto Damiani.

E’ lui che ci presenta la “squadra rosa”. Damiani ci dice chi può fare bene e chi invece è chiamato a fare esperienza del suo team. Team che lo scorso anno alla fine si comportò benone, specie con Thomas Champion, spesso in fuga e vero lottatore. A Roma il tecnico ci disse: «Ce ne fossero di corridori coraggiosi come Thomas».

Roberto Damiani (classe 1959) in ammiraglia lo scorso anno a Roma
Roberto Damiani (classe 1959) in ammiraglia lo scorso anno a Roma
Roberto, che Team Cofidis vedremo?

Direi una squadra simile a quella della passata stagione, ma con un velocista che, forse, sta un po’ meglio, anche se quello che avevamo l’anno passato era un nome di qualità, Simone Consonni. Il velocista in questione è Stanislaw Aniolkowski. Un buon corridore che arriva bene al Giro.

E poi c’è Stefano Oldani, il capitano. Al Giro ha già colpito…

Stefano ha avuto tanti acciacchi ad inizio stagione e in questa squadra da combattimento per tutti i giorni ci sta bene. Tanto più che non abbiamo un vero uomo per la classifica. Questi ultimi tra l’altro hanno dimostrato di andare davvero forte e non mi riferisco solo a Pogacar.

Oldani in azione. Stefano ha vinto al Giro nel 2022. Alla Cofidis avrà più spazio
Oldani in azione. Stefano ha vinto al Giro nel 2022. Alla Cofidis avrà più spazio
A chi altro ti riferisci?

Dico in generale. Penso a Geraint Thomas per esempio. Lui è un grande professionista, ha preparato bene il suo Giro e in generale si sa preparare bene. Ha puntato tutto sulla corsa rosa. Poi dico che già Oropa può fare subito la differenza e bisognerà vedere se Pogacar prenderà subito la maglia rosa ed eventualmente se la sua squadra la vorrà tenere, perché questo di conseguenza inciderà anche sulla corsa e per squadre come noi.

Cioè?

Se Pogacar decide di perderla e la maglia rosa va ad un team che al contrario la vuole difendere, magari ci sono più difficoltà per le fughe di andare in porto.

Torniamo ad Oldani, dicevamo dei suoi problemi…

Adesso li ha risolti. In questi pochi mesi che lavoro con lui ho trovato un professionista esemplare, un ragazzo che s’impegna per se stesso e che sa mettersi a disposizione della squadra. Diciamo che ho fiducia in quel che potrà fare.

Benjamin Thomas torna al Giro dopo 4 anni. E’ un altro pistard che ha preferito la corsa rosa al Tour in vista delle Olimpiadi
Benjamin Thomas torna al Giro dopo 4 anni. E’ un altro pistard che ha preferito la corsa rosa al Tour in vista delle Olimpiadi
Oldani è capitano: è un leader? Si sente un leader?

Non è ancora un leader. Per essere leader servono anche i risultati. Poi come persona direi che può esserlo. Si mette in gioco. Al Romandia è andato per il team, per esempio.

A Vendrame, per esempio, i diesse hanno chiesto le sue intenzioni per questa o quella tappa, tu con Oldani sei andato a vedere qualche tappa? Ne avete cerchiata qualcuna di rosso?

Non di persona. Tra l’altro con la tecnologia che abbiamo oggi si riesce a capire tanto: mappe, altimetrie, pendenze… Poi è mancato il tempo materiale, tanto più che con i problemi avuti abbiamo cambiato i programmi in corso d’opera e lo abbiamo mandato al Romandia. Credo che le prime due tappe siano un po’ complicate, la terza è in volata, ma già dalla quarta un buon Stefano Oldani può giocarsela.

Simon Geschke (classe 1986) quello che si appresta ad affrontare sarà il suo 19° grande Giro
Simon Geschke (classe 1986) quello che si appresta ad affrontare sarà il suo 19° grande Giro
E poi ci sono gli altri. Partiamo da Champion…

E’ al Giro per andare in fuga e cercare una vittoria di tappa. L’anno scorso, tappa dopo tappa emerse per un po’ anche l’idea di fare classifica: direi di no. Direi che deve andare in fuga con l’idea e la consapevolezza che stavolta può andare davvero all’arrivo. Insomma le sue non saranno fughe per la tv.

Andiamo avanti: in questa squadra di attaccanti, c’è Simon Geschke…

Il mio vecchietto e me lo tengo stretto! Lui resta un “cagnaccio”. Ha una grande esperienza e una forte motivazione, visto che questo sarà il suo ultimo grande Giro in carriera. Io gli dò fiducia. A proposito – riprende Damiani dopo una breve pausa – volete un nome?

Vai!

Nicolas Debeaumarché. E’ un buon nome per le fughe. E’ al suo primo grande Giro e un po’ come Champion lotterà per le tappe. Ecco, lui potrebbe essere una bella sorpresa.

Le parole di Capecchi. Risponde il presidente della Fci Umbria

30.04.2024
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L’intervista rilasciata qualche settimana fa da Eros Capecchi ha destato scalpore nell’ambiente ciclistico umbro e non solo. L’ex pro, referente del settore tecnico giovanile del comitato regionale ha affermato senza mezzi termini come i cali di budget da parte della federazione abbiano inficiato non poco il suo lavoro. Il presidente del Comitato Massimo Alunni non voleva lasciar sedimentare troppo i riferimenti del tecnico e ci ha chiesto di poter dire la sua. Un’occasione per parlare di come una struttura periferica, in una regione dalla tradizione poco legata al ciclismo su strada (l’Umbria è, anche per costituzione geografica, terreno ideale per la mtb) riesca a lavorare oggigiorno.

Capecchi ha espresso rilievi importanti sulle difficoltà nello svolgimento del suo incarico
Capecchi ha espresso rilievi importanti sulle difficoltà nello svolgimento del suo incarico

«I nostri risultati sono sotto gli occhi di tutti – esordisce Alunni – soprattutto se li raffrontiamo alle dimensioni del nostro movimento. I due titoli italiani nel ciclocross sono la punta dell’iceberg di una serie di ottimi riscontri e vorrei sottolineare i piazzamenti ottenuti su pista, considerando che non abbiamo un nostro impianto. Abbiamo ricevuto molti complimenti anche da altre realtà regionali e questo andamento è frutto del lavoro delle società e dei loro tecnici, noi possiamo solo dare possibilità di sviluppo a tutti i settori nelle nostre possibilità».

Quanto ha influito nell’evoluzione del settore giovanile in questo breve quadriennio, considerando che il covid ha tolto un anno di attività, l’apporto di Eros Capecchi?

Moltissimo, perché ha cambiato le aspettative dei ragazzi, sicuramente impressionati dall’avere a disposizione il prestigio e la sapienza di un ex professionista che ha chiuso l’attività da poco. E’ stato un valore aggiunto, come anche Monia Bacaille alla guida del settore pista. I risultati sono l’espressione del loro lavoro, è un vantaggio avere simili modelli da seguire. Non è un caso se abbiamo una leva 2004-2005 così valida e soprattutto numerosa considerando l’esiguità del movimento. Anche noi abbiamo avuto un calo, ma se ce l’ha la Lombardia con il suo bacino è un conto, per noi anche una minima percentuale pesa.

Massimo Alunni, presidente del Comitato Regionale dal 2021
Massimo Alunni, presidente del Comitato Regionale dal 2021
Il problema però, come sottolineato da Capecchi, è il budget…

Lo sappiamo bene, la mia politica è investire quasi tutto quello che abbiamo verso la crescita dei ragazzi, ma se poi i soldi scarseggiano possiamo fare poco. A noi è venuto meno parte del contributo dell’Arpa che da 22 mila euro è passata a 7 mila. Considerando questi e i contributi federali, abbiamo poco margine di manovra e per questo io personalmente mi sono messo all’opera per trovare nuove risorse. Le spese dall’altra parte non mancano, noi ad esempio lavoriamo per la pista a Forano che condividiamo con il Lazio, ma non paghiamo solo l’affitto. Diamo anche un rimborso chilometrico alle società per fare attività lì e pensate quanto costa trasferirsi andata e ritorno da Città di Castello a Forano…

Il movimento umbro ha colto molti risultati positivi a livello giovanile
Il movimento umbro ha colto molti risultati positivi a livello giovanile
Capecchi nella sua intervista lamentava come i contributi per il suo settore siano diminuiti nel corso dei tre anni…

Purtroppo è vero, ma non è stato per mancanza di volontà. Faccio un esempio: avevamo guadagnato la possibilità di portare 25 ragazzi al Trofeo delle Regioni in Friuli, ma la trasferta tutto compreso sarebbe costata 4 mila euro, cifra che non potevamo permetterci così abbiamo dovuto a malincuore rinunciare.

A livello nazionale viene ascoltata la vostra voce?

Poco. Più volte io e altri colleghi abbiamo fatto presente ai vertici che c’è una sproporzione tra quanto si spende per il ciclismo di alto livello e per la base, quando invece è questa da cui tutto dipende e che avrebbe bisogno di maggiore sostegno. Anche alcune sovvenzioni che venivano date sulla base di progetti specifici sono scemate con il venir meno di sponsor. Io mi sono messo all’opera per trovare aiuti che certe volte non sono neanche quantificabili in soldi, ma anche avere acqua, latte, coppe per le premiazioni sono spese in meno per noi.

Il problema dell’attività in Umbria è legato anche alla scarsità di gare su strada
Il problema dell’attività in Umbria è legato anche alla scarsità di gare su strada
E’ anche vero però che per le società c’è un problema di attività, di calendario troppo asciutto soprattutto se confrontato con la mountain bike…

Lo sappiamo, ma questo è frutto della congiuntura generale. Le società sono in difficoltà, quelle che allestivano gare non ce la fanno considerando che anche l’evento più semplice parte da 4-5 mila euro. Ora siamo arrivati a una gara per categoria, troppo poco. Ricordo ad esempio un grande evento che si svolgeva a Foligno, gara nazionale, ma con la morte dell’organizzatore nessuno ha preso le sue redini e la manifestazione è scomparsa. Non è un problema solo nostro: con Abruzzo, Marche, Lazio dobbiamo fare squadra, ad esempio abbiamo agito nel calendario in modo da non sovrapporci.

A dispetto dei numeri esigui, ci sono in Umbria molte società che svolgono attività di primo livello
A dispetto dei numeri esigui, ci sono in Umbria molte società che svolgono attività di primo livello
Nella mountain bike esistono circuiti che mettono insieme prove proprio di queste regioni. Perché non si può fare lo stesso su strada, dando magari un contributo alle società per prendere parte alle tappe di una challenge di categoria disegnata in tutta l’Italia centrale?

Sarebbe una buona idea, se questo garantisse un numero di partenti adeguato per ogni prova. A proposito della mountain bike siamo finalmente riusciti a far inserire in ogni Granfondo una prova specifica per esordienti e allievi, un progetto che avevamo da anni e considerando che quasi tutti fanno doppia attività, questo è stato un grande aiuto al settore giovanile.

Passate le Olimpiadi però inizierà la campagna elettorale, vuole andare avanti?

Forse non personalmente, ma il nostro gruppo vuole continuare per ottenere altri risultati, adeguando alle difficoltà del momento un programma nuovo. E’ chiaro però che tutto passa dal reperimento di maggiori fondi.

Voeckler (come Bennati) conta i nomi per Parigi

30.04.2024
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Mancano poche ore al Giro, ma in questa primavera che annuncia l’estate e ne porta il calore, occorre tenere lo sguardo anche sullo scenario olimpico. Nei giorni scorsi abbiamo lasciato intravedere quel che potrebbe accadere nella squadra italiana a Parigi, con Viviani iscritto come stradista per consegnare un uomo in più a Villa. In questo modo Bennati, che ha da scegliere appena tre uomini, dovrà ridurre la selezione a due nomi. La causa olimpica viene prima, ma per l’Italia e la sua storia tutto ciò suona alquanto insolito.

Lenny Martinez è stato finora uno dei francesi più vittoriosi (4 successi), ma a Parigi non ci sarà
Lenny Martinez è stato finora uno dei francesi più vittoriosi (4 successi), ma a Parigi non ci sarà

Quattro nomi di Francia

In Francia le cose vanno diversamente, con i transalpini che hanno vissuto la stagione delle stranezze nel 2021 a Tokyo. Tre anni fa, Alaphilippe si rifiutò di andare alle Olimpiadi per l’imminente nascita di suo figlio Nino. Mentre Cavagna, convocato principalmente per la crono, neppure finse di essere interessato alla strada e si ritirò dopo appena pochi chilometri. Insomma, Thomas Voeckler dovrebbe essere tranquillo, invece fa fatica a individuare i quattro nomi (uno più di noi) con cui i francesi correranno a Parigi.

«La primavera – spiega il cittì transalpino (in apertura foto Instagram con Sagan) – non mi ha rassicurato. Abbiamo fatto delle ottime prestazioni, ma vista l’altimetria della corsa olimpica, non basteranno per vincere una medaglia. Lenny Martinez, che ha vinto tanto e bene, non ci sarà perché il percorso non è fatto per le sue qualità. Non saremo i migliori in partenza, perché per tutti i più grandi del gruppo i Giochi sono diventati una priorità. Van Aert era pronto a rinunciare al Tour per vincere l’oro: una cosa impossibile due o tre Olimpiadi fa. Correremo in quattro, ma non saremo nella lista dei favoriti».

Laporte è campione europeo in carica, ma finora non è parso in grande spolvero
Laporte è campione europeo in carica, ma finora non è parso in grande spolvero

Corridori spenti

Non sono poi molti i nomi dei grandi corridori francesi, quantomeno quelli in grado di giocarsi una corsa come quella olimpica. E le due carte migliori – Laporte e Valentin Madouas ai Giochi – escono da un periodo non proprio fortunato.

«Dobbiamo capire che questa corsa olimpica – ha aggiunto Voeckler a L’Equipe – sarà unica. Non sarà una classica, una tappa del Tour, un sesto Monumento o un’altra Coppa del mondo. Sarà speciale. Avremo quattro corridori in un gruppo di 90 per oltre 270 chilometri. Nulla sarà impossibile, ma è scontato che non vincerà uno scalatore. Sento molte critiche sulle dimensioni ridotte del gruppo, ma la cosa mi diverte. Questi sono i Giochi, non vuole essere una gara normale. Ho la mia idea di come affronteremo questa gara olimpica. Montmartre sarà un divertimento, ma arriverà dopo oltre 200 chilometri di corsa, come il Poggio alla Milano-San Remo, ma senza una squadra a proteggerti. Sono già stato a vedere il circuito diverse volte e lo farò ancora, perché è difficilissimo capire la difficoltà di questo circuito finale».

Madouas è stato terzo al Fiandre del 2022: se in forma può essere una carta importante per Voeckler
Madouas è stato terzo al Fiandre del 2022: se in forma può essere una carta importante per Voeckler

Corsa imprevedibile

L’ultima medaglia olimpica italiana su strada resta quella di Bettini ad Atene 2004. Paolo vinse dodici anni dopo Fabio Casartelli a Barcellona, quando curiosamente si corse ugualmente in tre. L’ultima volta che la Francia conquistò medaglie, furono quella d’oro a squadre e quella d’argento di Geyre, a Melbourne 1956 quando l’oro in linea andò a Baldini.

Parigi con il nuovo volto imposto dal CIO al ciclismo sarà una parentesi anomala nello scenario internazionale. Questo farà sì che la corsa possa risolversi al primo attacco deciso o aspettare l’ingresso nel circuito di Montmartre. Nessuno potrà controllarla, per questo i tecnici si prenderanno tutto il tempo possibile. Si tratterà di pescare i più vincenti, metterli insieme e sperare che si riconoscano l’uno con l’altro.

Piganzoli: il primo Giro d’Italia tra obiettivi e sogni

29.04.2024
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Il conto alla rovescia per l’esordio al Giro d’Italia di Davide Piganzoli sta quasi per terminare. Oggi (lunedì) rientrerà dall’altura, farà una breve tappa a casa e poi via verso Torino insieme altri compagni della Polti-Kometa. L’azzurro classe 2002 è, insieme a Pellizzari, il futuro dell’Italia nelle corse a tappe. Nessuna pressione, ma la consapevolezza che nel percorso di crescita si è arrivati al punto di guardare nel ciclismo dei grandi e provare a metterci piede. 

«Oggi – racconta da casa Piganzoli – ho fatto le ultime quattro ore e mezza di allenamento prima di partire per il Giro. Una bella sessione di allenamento dura, con tanti intervalli e dietro motore. Il miglior modo per caricare un po’ e fare tanto ritmo corsa. Da dopo il Tour of the Alps mi sono messo sotto per cercare brillantezza e il giusto colpo di pedale».

Piganzoli ha in mente il Giro fin dalla preparazione invernale
Piganzoli ha in mente il Giro fin dalla preparazione invernale

Rincorsa finita

Le voci da inizio anno si sono inseguite per arrivare fino ai giorni tinti dal rosa del Giro. Piganzoli era uno dei papabili nomi che la Polti-Kometa avrebbe potuto portare al via di Torino. Il valtellinese è pronto, il 2023 gli è servito per prendere definitivamente le misure con il professionismo. Mentre questo inizio 2024 è stato utile per avere le ultime certezze.

«E’ dall’inverno – continua – che mi sto allenando in vista di questo grande appuntamento. Tutto è stato calcolato per arrivare al massimo della condizione al mio primo Grande Giro. Abbiamo fatto dei buoni periodi di preparazione in Spagna e tutte le gare disputate fino ad ora erano mirate per presentarmi al meglio al Giro».

In Antalya è arrivata la prima vittoria da professionista
In Antalya è arrivata la prima vittoria da professionista
Hai già messo alle spalle 23 giorni di corsa, con un calendario importante.

Vero. Anche in Turchia, dove ho vinto la mia prima gara da professionista, sono andato forte. Non bisogna guardare il livello della corsa, ma la prestazione in generale. Infatti ho fatto registrare buoni numeri e ne sono uscito molto motivato. 

Poi sei passato alla Tirreno-Adriatico, prima corsa a tappe WorldTour. 

Anche in quel caso mi sono mosso bene e le sensazioni erano incoraggianti. Il livello era più alto, ma io ho mantenuto le prestazioni che avevo fatto registrare in Turchia.

Dopo la Tirreno sei “sparito” per un mesetto, fino al ritorno all’Alps, che hai fatto?

Ho messo alle spalle un bel blocco di lavoro insieme alla squadra in vista del Giro. Siamo stati in ritiro sul Teide con l’obiettivo di scendere pronti e con una buona gamba. Al Tour of the Alps non ho brillato, ma è giusto così. In Trentino l’obiettivo era mettere nelle gambe ritmo gara e trovare il colpo di pedale giusto in vista della rifinitura di questi giorni. 

La Tirreno-Adriatico è stata la sua prima corsa a tappe WorldTour per Piganzoli
La Tirreno-Adriatico è stata la sua prima corsa a tappe WorldTour per Piganzoli
Le sensazioni com’erano?

In tutti questi mesi sono sempre state positive, non ho avuto contrattempi nella preparazione e la gamba è cresciuta giorno dopo giorno. Arrivo pronto. 

Il primo Giro d’Italia, che emozioni provi nel correrlo?

Grande, anzi grandissima. Non vedo l’ora della presentazione delle squadre, ma non ho pressioni addosso. Sono uno che è sempre stato abituato a correre sereno e tranquillo, voglio farlo anche al Giro. 

Cosa ti spaventa di più?

Le tre settimane di corsa. Non ho mai affrontato gare così lunghe, ma abbiamo lavorato molto bene per arrivare in forma con tanto fondo messo alle spalle soprattutto sul Teide. 

Nel mese di marzo ha fatto un periodo di preparazione insieme alla squadra sul Teide
Nel mese di marzo ha fatto un periodo di preparazione insieme alla squadra sul Teide
Invece il maggior stimolo?

Esserci. E’ il sogno che avevo fin da bambino quindi non sento di dover trovare altre motivazioni. Voglio solamente fare bene. 

Si passa anche vicino a casa tua, nella tappa di Livigno, che sorride ad uno scalatore come te. 

Verranno a vedermi tanti amici, la mia famiglia, la mia ragazza e molte altre persone. Non vedo l’ora di sentire il loro calore. Sarà una giornata difficile, ma non mi nascondo: l’obiettivo in questo Giro è provare a puntare a qualche tappa. 

Vincere a inizio anno ti ha dato maggiore consapevolezza?

Sì, ma so che sono due gare tanto diverse. Al Giro per vincere serve andare forte e avere anche tanta fortuna. Anzi, serve non avere sfortuna e rimanere lucidi nei momenti cruciali. Dai miei compagni posso imparare tanto, c’è chi ha già vinto al Giro e mi può dare ottimi consigli. Siamo un bel mix tra giovani ed esperti. 

L’ultima corsa prima del Giro è stato il Tour of the Alps
L’ultima corsa prima del Giro è stato il Tour of the Alps
Ora rotta verso Torino?

Il primo maggio raggiungerò la squadra lì e entreremo nel clima. Si partirà molto forte con la prima tappa che sarà tanto nervosa, mentre nella seconda si sale già. L’arrivo ad Oropa potrà fare male a tanti. 

Correre contro grandi scalatori come Pogacar e tanti altri come ti fa sentire?

Mi gasa tanto, potermi confrontare contro corridori di questo calibro è un grande onore speriamo di ben figurare.

Allora in bocca al lupo e ci si vede sulle strade del Giro. 

Crepi! E a presto. 

Carapaz vince in Svizzera e prenota un’estate a cinque cerchi

29.04.2024
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Sarebbe perfettamente in linea con la preparazione per il Giro d’Italia. Invece Richard Carapaz, che la maglia rosa la vinse nel 2019 e la perse il penultimo giorno nel 2022, se ne va dal Romandia e mette nel mirino il Tour de France. Lascia la Svizzera con una vittoria di tappa che vuol dire tanto e si somma ai due successi di inizio stagione nel campionato nazionale e poi in una frazione del Tour Colombia.

L’effetto benefico

Sull’arrivo di Leysin, il campione olimpico di Tokyo è rimasto freddo fino ai 2,2 chilometri dall’arrivo, lasciando sfogare persino Egan Bernal. E poi, quando è partito, nessuno dietro è riuscito a contrastarlo. Ci ha provato il sorprendente Lipowitz, che lo ha quasi preso, ma non è riuscito a passarlo.

«Sapevo che la tappa era importante – ha detto – e che avevo molte opzioni. Alla fine ho colto l’occasione e ci ho provato fino al traguardo. Conoscevo le strade e aspettavo il momento giusto per partire. Sono molto felice dopo questa prima parte di stagione in Europa, penso che la squadra abbia dimostrato di che pasta sia fatta. Ma sta per arrivare la parte più bella della stagione».

Subito dopo il successo, forse il più contento di tutti è parso il direttore sportivo Charly Wegelius, che lo ha seguito dall’ammiraglia.

«Richard – dice – ha avuto un inizio di stagione davvero difficile, con alcune battute d’arresto. Ma si è allenato bene, sappiamo che è bravo, ora deve continuare così. Penso che abbia fatto un ottimo lavoro, senza arrendersi. Ha aspettato fino al momento giusto e poi è andato. Avere intorno un corridore del suo livello è motivante per l’intero gruppo».

La vittoria di Carapaz a Leysin rilancia la sua stagione, non proprio fortunata
La vittoria di Carapaz a Leysin rilancia la sua stagione, non proprio fortunata

Il Tour verso Parigi 2024

La scelta del Tour per una volta non è figlia del prestigio della corsa francese, ma di un programma che dovrebbe portare Carapaz di nuovo in gran forma per la sfida di Parigi. L’oro olimpico che simbolicamente porta appeso al collo merita di essere difeso. Anche nel 2021 passò per il Tour e lo chiuse al terzo posto, dietro Pogacar e Vingegaard e poi in Giappone staccò tutti quanti, resistendo anche al fuso orario e a complesse vicende federali che dopo la vittoria lo spinsero a un attacco inatteso.

«Alla fine – dice quando lo incontriamo – penso che sto facendo una buona stagione. Non ho avuto sempre fortuna durante le gare di quest’anno, ma penso di essere molto felice e questo lo trovo la cosa più importante. Questi tre anni da campione olimpico sono stati un periodo molto bello. Ci sono stati molti cambiamenti e penso in meglio. Mi sono divertito molto a essere conosciuto grazie a questo titolo e per lo stesso motivo del 2021 quest’anno è molto importante per me e per il mio Paese. Sto bene, penso che voglio affrontare le Olimpiadi nel migliore dei modi».

Le beghe politiche

La sua partecipazione al Tour dello scorso anno è durata circa 160 chilometri. Poi la stessa caduta che ha messo fuori uso anche Enric Mas ha tolto di mezzo anche lui. A 22 chilometri dall’arrivo della tappa di Bilbao, lo spagnolo si è ritirato, mentre Richard è arrivato fino al traguardo e poi ha deciso di non ripartire. Le radiografie avevano infatti evidenziato una microfrattura della rotula che sconsigliava di insistere.

«Torno in Francia anche per questo – sorride – e penso che ho ancora le carte in regola per dire la mia. Le Olimpiadi si terranno la settimana successiva e ripeteremo lo schema di Tokyo, che per me ha funzionato benissimo. Ho una possibilità e voglio giocarmela. Rispetto ai problemi dell’ultima volta molte cose sono cambiate anche in Ecuador. Nella federazione sono arrivate persone nuove e credo che avremo tutto il supporto di cui abbiamo bisogno per questa avventura».

A Leysin, per Carapaz 2,2 chilometri di attacco in apnea: alla fine era davvero provato
A Leysin, per Carapaz 2,2 chilometri di attacco in apnea: alla fine era davvero provato

Lo studio dei percorsi

Tornando brevemente alla tappa, Carapaz ha fatto capire quanto sia ormai importante conoscere bene i percorsi perché l’attacco sia efficace. Per cui, dopo aver approfittato del lavoro della Ineos per Rodriguez, Richard si è mosso proprio al momento giusto.

«Conoscevo la salita – dice – sapevo che nel finale era più veloce e avrei dovuto anticipare. Conoscere il finale è spesso decisivo. Quando a febbraio ho vinto la tappa regina del Tour Colombia, sapevo di avere una sola opportunità e l’ho sfruttata al meglio possibile. Conoscevo la salita, mi ero allenato da quelle parti. Avevamo studiato il profilo, l’altitudine, il fondo stradale. E alla fine ero riuscito a vincere. Qui in Svizzera è stata la stessa cosa. Ma adesso è tempo di tornare a casa e di rimboccarsi le maniche. Il Tour sembra vicino, ma non manca poi così tanto…».

EDITORIALE / Parità quasi raggiunta: i problemi sono già gli stessi

29.04.2024
5 min
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Serve una certa coerenza per essere italiani. E d’altra parte il ciclismo mondiale è organizzato secondo lo stesso standard, per cui era prevedibile che i nodi al pettine degli uomini arrivassero anche alle donne. Ed ecco qua che alla vigilia della scelta delle squadre per il Giro d’Italia Women, il movimento italiano è in fibrillazione. Il conto l’ha fatto di recente il cittì Sangalli.

«Al Giro correranno 22 squadre – ci ha detto al Gran Premio Liberazione – ci sono le 15 WorldTour, le 2 prime continental dell’anno scorso e poi altri 5 posti. Sicuramente il Giro d’Italia è una gara di livello altissimo e porteranno il meglio. La Federazione da anni cerca di tutelare le giovani che passano. Se non ci fossero le squadre continental italiane, tantissime ragazze che magari a 18 anni non sono ancora pronte, si perderebbero. Vanno tutelate, però i tempi cambiano e bisogna anche adeguarsi».

Il cittì Sangalli (qui con Barbara Guarischi) ha ben spiegato il delicato equilibrio fra i piccoli team italiani
Il cittì Sangalli (qui con Barbara Guarischi) ha ben spiegato il delicato equilibrio fra i piccoli team italiani

La frase di Bellino

Qualcuno resterà fuori. E dopo anni in cui erano tutti dentro, la scelta di RCS Sport (qualunque sarà) provocherà dei mal di pancia. Nel passaggio di mano, questo era un fattore di cui tenere conto. Alla presentazione del Giro Next Gen, Paolo Bellino ha ringraziato la Federazione per avergli permesso di unificare le tre organizzazioni e (a margine della gaffe passata inosservata) si è capito che il criterio di selezione sarà coerente fra i vari ambiti.

L’Italia delle donne, al pari di quella degli uomini, non ha squadre WorldTour. Il Team Corratec dovrà guardare il Giro d’Italia in televisione: se per le ragazze il tetto resterà a 22 squadre, due delle sette continental italiane rischiano di subire lo stesso destino

Lloyd, Ferguson e Cramer sul podio della Omloop Van Borsele juniores: Ferguson è già con il Movistar Team
Lloyd, Ferguson e Cramer sul podio della Omloop Van Borsele juniores: Ferguson è già con il Movistar Team

Il dominio degli squadroni

I malumori per l’eventuale esclusione dal Giro donne non avranno breve durata. La partecipazione alla corsa rosa è infatti (come per gli uomini) discriminante per alcune sponsorizzazione, ma il peggio deve ancora venire. Se l’UCI andrà avanti nel creare squadre professional anche fra le donne, che cosa ne sarà delle continental italiane?

Sangalli ha ragione. Queste squadre sono la sola garanzia di presenza sul territorio e di intercettazione del talento. Riusciranno a trovare le risorse per salire di livello? Riusciranno a fare fronte comune, unendosi e dando vita a gruppi più solidi? Sapranno rinunciare a qualche indivdualismo per fare fronte comune? Oppure, al pari delle continental maschili, si ritroveranno in una terra di nessuno con pochi soldi e alla mercé degli squadroni?

La prova di Nations’ Cup Juniores corsa dalla nazionale in Olanda, è stata dominata da ragazze già sotto contratto con team WorldTour. Qui non si tratta di fare gli uccelli del malaugurio, ma di pensare al futuro finché c’è ancora tempo per inventarsi qualcosa.

Gli juniores che partecipano alle Nations’ Cup sono il vertice, alla base si cerca la qualità (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Gli juniores che partecipano alle Nations’ Cup sono il vertice, alla base si cerca la qualità (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)

Le continental maschili

La situazione fra le continental maschili è piuttosto complessa. Come in ogni ambito dello sport, la differenza la fanno i soldi. Ci sono i devo team delle WorldTour che hanno vita relativamente facile. Le squadre di mezzo che all’estero ci vanno poco e vivono bene in Italia grazie al blasone delle conquiste passate. Infine le più piccole che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, per la carenza di sponsor e corridori, rastrellati dai team dei piani alti. A ciò si aggiunga la necessità di sottostare al sistema dei punti. Lo junior che sale in una continental U23 deve averne almeno 10: una simile dote al Sud si può mettere insieme partecipando a corse prive di grossa concorrenza o a gare di cross di fine stagione. In questo modo, ragazzi di talento, che invece corrono al Nord e quindi fanno meno punti, rischiano di restare senza squadra.

Se fra le donne si dovesse imboccare la stessa china, forse certe squadre non avrebbero la storicità e la solidità per andare avanti ugualmente. A meno che non si intervenga a livello federale con un progetto che in un solo colpo tuteli o provi a tutelare le continental maschili e le femminili. Occorre mettere mano al calendario e crearne uno riservato che permetta lo svolgimento di un’attività nazionale di base. Senza i costi troppo ingenti di un programma internazionale che sarebbe a quel punto appannaggio delle vere continental, delle professional e semmai della nazionale. Per farlo serve avere una visione e ci spiace prendere nota del fatto che al momento l’attuale gestione e per molti aspetti anche la precedente ne siano state prive.

Chiara Consonni, qui con Augusto Onori, è appena entrata nelle Fiamme Azzurre: dovrà rinunciare?
Chiara Consonni, qui con Augusto Onori, è appena entrata nelle Fiamme Azzurre: dovrà rinunciare?

I corpi militari

Infine, ad arricchire il quadro, c’è l’imminente scadenza della convenzione voluta e rinnovata dall’ex presidente Di Rocco fra i corpi militari e la Federazione. Già alcune ragazze nel corso degli ultimi due anni sono uscite preferendo la via del professionismo. Altre ne fanno ancora parte e la fine della convenzione renderà insostenibile la loro posizione. Mentre non dovrebbero esserci problemi per gli atleti specialisti, l’avvento del professionismo femminile (in Italia per ora è stato riconosciuto quello del calcio) promette di dare un’ulteriore svolta.

Perché abbiamo iniziato parlando di coerenza? Perché si continua a vivere di rattoppi, secondo lo stile italiano, senza il coraggio di attuare vere riforme, ma cercando di accontentare tutti con rimedi posticci più simili a palliativi. E intanto all’estero crescono e si prendono i nostri spazi. L’innalzamento del livello rende meno efficaci le soluzioni posticce: chiunque vorrà candidarsi alle prossime elezioni federali sappia ciò che l’attende. Finora s’è tirato a campare, ma più passa il tempo e meno questo sarà possibile.

Adesso Morgado non ha più paura del pavé…

29.04.2024
5 min
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Vincitore del ritrovato Giro di Romagna e poi pochi giorni fa alla Vuelta Asturias, Antonio Morgado continua senza ostacoli la sua crescita nel “mondo dei grandi”. Sembra ieri quando lottava da pari a pari con i migliori della categoria juniores, poi lo scorso anno una veloce capatina fra gli U23 con risultati di peso come l’argento iridato a Glasgow e ora una carriera tra i grandi iniziata subito con i fuochi d’artificio, non solo con le due vittorie sopra citate, ma anche – anzi soprattutto – con il quinto posto al Giro delle Fiandre, sfatando quella che sembrava un’idiosincrasia per il pavé.

E’ su questi temi che il campione portoghese del Uae Team Emirates ha risposto direttamente dalle Asturie, dove ha concluso da poco la sua terza corsa a tappe di questa impegnativa stagione, nata però sotto una bellissima stella e che anche sulle strade spagnole l’ha visto svettare.

Morgado si diceva refrattario al Fiandre. I tecnici della Uae hanno avuto ragione…
Morgado si diceva refrattario al Fiandre. I tecnici della Uae hanno avuto ragione…
Come giudichi questo tuo approccio fra i professionisti?

Penso che buona parte delle gare sia anda bene. Mi sento sempre più a mio agio, ma cerco di non farmi condizionare troppo dai risultati pur positivi, so che ho bisogno di fare molta esperienza, è un cammino che è solo all’inizio.

Con quale stato d’animo ti eri avvicinato alle classiche belghe?

Il mio obiettivo quest’anno è imparare. Le corse in Belgio sono servite soprattutto per questo. Devo dire che nelle mie uscite mi sono divertito molto, cerco di godermi ogni corsa il più possibile. E questo mi aiuta ad essere sempre più a mio agio in qualsiasi situazione.

Per il portoghese alla Vuelta Asturias vittoria nella seconda tappa, battendo in volata Torres e Del Toro sotto la pioggia
Per il portoghese alla Vuelta Asturias vittoria nella seconda tappa, battendo in volata Torres e Del Toro sotto la pioggia
In passato avevi affermato di non essere molto a tuo agio sul pavé, eppure sei arrivato quinto al Fiandre. Quel risultato ti ha sorpreso?

Sì, decisamente. Perché è una delle gare più difficili al mondo e io la guardavo con diffidenza, invece mi sono trovato bene, ho saputo interpretarla. Come detto voglio imparare e quel quinto posto mi ha detto tanto in prospettiva. Certamente non me l’aspettavo, ma sono davvero felice per quel piazzamento, ha un grande valore.

Hai rivisto quindi il tuo giudizio sulle corse belghe e il pavé?

Direi di sì, alcune gare mi piacciono molto, altre un po’ meno. Cerco però di prenderle tutte con più leggerezza e questo spazza via ogni remora che mi portavo dietro.

Sul pavé il portoghese deve ancora crescere. La prima Roubaix non è stata degna di nota
Sul pavé il portoghese deve ancora crescere. La prima Roubaix non è stata degna di nota
Tu hai corso anche la Parigi-Roubaix. Pensi che sul pavé francese puoi ottenere grandi risultati come al Fiandre?

Mmh, è un altro tipo di gara, legata molto di più anche alla fortuna, alla tenuta tecnica del mezzo. La prima esperienza è stata senza squilli, ma almeno l’ho portata a termine (ha chiuso 87° a più di un quarto d’ora da Van Der Poel, ndr) e mi sono portato dietro tante nozioni per il futuro. Mi aspetto che un giorno andrò e sarò tra i migliori anche in questa gara, molto diversa dal Fiandre.

Al Romagna hai vinto per la prima volta in maglia Uae. Fra te e Del Toro chi era il capitano e la strategia era stata stabilita prima del via?

La strategia era semplice: siamo partiti per vincere la gara. Non c’era un capitano, ma l’obiettivo era centrare la fuga giusta per portarla all’arrivo, poi me la sarei giocata allo sprint e così è stato. Devo dire grazie ai compagni, anche a Del Toro che hanno lavorato in copertura, è bello quando un piano viene portato a termine. Non è certamente stato semplice, in Italia non lo è mai. E’ stata una gara dura, molto selettiva. Ma avevo buone gambe, che mi hanno supportato quando è stato il momento di fare la differenza.

Fuga e volata vincente al Giro di Romagna, davanti a Bou (ESP), poi Mattia Bais e Carboni
Fuga e volata vincente al Giro di Romagna, davanti a Bou (ESP), poi Mattia Bais e Carboni
Quella nelle Asturie è la tua terza corsa a tappe quest’anno: in questo tipo di prove pensi di poter anche puntare alla classifica?

No. In questo tipo di gare io lavoro per i miei compagni di squadra, per chi è maggiormente attrezzato per lottare per la classifica. Magari in futuro sarà possibile, ma per ora ci sono corridori più adatti e io devo fare gli interessi del team. Intanto però posso puntare alle tappe.

Il Portogallo ha due posti a disposizione per le Olimpiadi: ci stai pensando o ritieni che i Mondiali a Zurigo siano più adatti a te?

Non posso negare che mi piacerebbe, chi l’avrebbe detto solamente pochi mesi fa che a venti anni poteva esserci quest’eventualità, andare ai Giochi Olimpici? Io mi do da fare per essere sempre sulla breccia, aspettando che arrivi la chiamata, ora è diventato un obiettivo primario nella stagione.

Per il lusitano già una piazza d’onore a Le Samyn, dietro il belga Laurent Rex
Per il lusitano già una piazza d’onore a Le Samyn, dietro il belga Laurent Rex
Questo è il tuo primo anno da professionista, forse presto per un grande Giro: preferiresti esordire subito al Tour o fare esperienza al Giro o alla Vuelta?

Penso che per un grande Giro sia davvero presto. Se dovessi scegliere vorrei esordire al Giro d’Italia e non affrontare subito una corsa difficile come il Tour anche considerando il diverso periodo di effettuazione, il caldo e tutto quanto. Avrei modo per imparare. Ma non devo pensarci quest’anno, c’è già abbastanza carne al fuoco, mi pare…

Che ti aspetti da qui alla fine della stagione?

Con la gara spagnola chiudo la prima parte della stagione. Adesso mi prenderò una pausa, nella quale conto comunque di provare a perdere qualcosa nel peso per essere ancora più scattante, voglio poi allenarmi duramente per essere pronto per quanto tornerò in gara. Voglio ad esempio mettermi alla prova su salite lunghe, vedere se sono migliorato. E’ tutto un work in progress per il futuro, come detto il mio principale obiettivo è imparare, il tempo è dalla mia parte.

Quintana: 10 anni fa vinceva il Giro, ora spera in una tappa

29.04.2024
4 min
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Ormai ci siamo: è tempo di Giro d’Italia. Tra i suoi protagonisti ce n’è uno che figura dietro le quinte, ma che è stato un nome importante della corsa rosa, tanto da vincerla nel 2014. Avrete capito che stiamo parlando di Nairo Quintana.

L’asso colombiano dopo le controverse vicissitudini di doping è tornato quest’inverno alla corte di Eusebio Unzue, alla Movistar dunque. La squadra che lo lanciò nei pro’ ormai una dozzina di anni fa.

Nairo durante la presentazione della sua GF che si terrà a Quindío il 28-30 giugno prossimi. Eccolo col governatore di Quindio, Juan Miguel Galvis
Nairo durante la presentazione della sua GF che si terrà a Quindío il 28-30 giugno prossimi

Danni e dolori

Nairo non è più, almeno per ora, quello di un tempo. Vuoi per l’età, vuoi perché i giovani avanzano e vuoi per una caduta che lo ha fortemente rallentato in primavera, tanto da fargli saltare anche il Giro dei Paesi Baschi. Poche settimane prima infatti, al Catalunya, Quintana è finito in terra due volte, risultato: lesione di un tendine dello sterno e lussazione di una clavicola.

Danni che hanno messo in dubbio la stessa partecipazione al Giro d’Italia, specie dopo aver detto di no anche al Tour of the Alps. Anche perché come ha detto lui stesso oltre al dolore c’era l’incertezza. L’incertezza di un infortunio particolare, del quale non si conoscevano a fondo le tempistiche del recupero.

Quintana, in accordo col team, è così volato in Colombia. Lì almeno, pur stando a casa, poteva sfruttare l’effetto della quota e sempre lì si è potuto curare. Lo ha fatto con un medico della federciclismo colombiana presso la sede del club di calcio di “casa” a Tunja, il Boyacá Chicó, che milita nella prima divisione.

Per quel poco che si è visto sin qui la stagione di Quintana non è stata esaltante, ma al Giro potrà riscattarsi
Per quel poco che si è visto sin qui la stagione di Quintana non è stata esaltante, ma al Giro potrà riscattarsi

Anche in mtb?

Quintana non è nuovo al prepararsi da solo a casa, poi venire in Europa, correre e fare bene, ma a 34 anni è tutto più complicato, specie appunto dopo un infortunio. In più sembra che nei primi giorni dopo la caduta non potesse pedalare sulla bici da strada e abbia sfruttato una mtb, che gli consentiva una posizione del braccio più idonea per il suo problema. Non è il cammino ideale insomma.

Nairo è atteso in Italia pochi giorni prima della grande partenza da Torino. Lui stesso ha dichiarato di aver sofferto molto. «È stata dura – ha detto a Ciclismo a Fondo – arriverò al Giro d’Italia non come volevo o nelle migliori condizioni, ma correrò bene e sicuramente alla fine dell’ultima settimana starò molto meglio che all’inizio» .

Che potrà andare in crescendo ne siamo quasi certi anche noi. Nairo non è comunque un corridore banale. Il talento c’è e il motore resta di quelli potenti, anche se non è più pronto per la lotta per la classifica generale. 

Bisogna poi considerare altri due aspetti: nel 2023 non ha gareggiato e questo conta. E tra il Covid a fine febbraio e la caduta al Catalunya, ha messo nel sacco appena 15 giorni di corsa.

Nel 2014 Quintana vinse il Giro d’Italia su Uran e Aru
Nel 2014 Quintana vinse il Giro d’Italia su Uran e Aru

Per le tappe

Ma quindi cosa potrà combinare Quintana nella corsa rosa? «Punterò alle tappe», questa la summa del suo intervento in occasione della presentazione della sua Granfondo che si terrà a fine giugno.

Rispetto alla tradizione, la Movistar presenta una squadra non solo per la salita, ma anche per le volate, grazie alla presenza di un altro colombiano d’eccezione, Fernando Gaviria. Poi per le montagne ci saranno appunto Quintana e Rubio, senza dimentica Pelayo Sanchez.

«Io ed Einer Rubio andiamo al Giro d’Italia per cercare la vittoria nelle tappe di montagna – ha detto – daremo il massimo per farlo. Le due volte che sono venuto al Giro è andata bene. Se guardo dietro non mi sembra possibile che siano già passati dieci anni da quando ho vinto il Giro. Però ricordarlo oggi mi emoziona molto». Tra l’altro, curiosità, visto che Nairo ha parlato di condizione in crescendo per il finale, alla penultima tappa il Giro propone il Monte Grappa, dove vinse proprio dieci anni fa.

Mentre è storia recentissima che Quintana sia stato visto, e ripreso, durante una sessione di allenamento sulle salite della sua zona. Stava pedalando veramente bene, spingendo forte e alzandosi persino sui pedali, segno che anche la trazione con braccio, clavicola e sterno è a posto.