C’è un’altra Borghesi che emerge sempre di più…

02.05.2024
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Un padre come Giuseppe che è stato un ottimo dilettante, vincitore della Trento-Bondone nel 1989 e della Torino-Valtournenche, fermatosi alle porte del professionismo per problemi fisici. Una sorella come Letizia che è una colonna portante dell’EF Education Tibco SVB. Poteva Giada Borghesi non seguire le orme di famiglia? Lei ci ha provato, si è dedicata a tennis e atletica, ma poi il richiamo della bici è stato troppo forte.

Il successo nella prima tappa del Giro Mediterraneo in Rosa, chiuso poi terza (foto Ossola)
Il successo nella prima tappa del Giro Mediterraneo in Rosa, chiuso poi terza (foto Ossola)

Cambio di alimentazione

Il suo amore per le due ruote è stato talmente forte da superare momenti davvero difficili ed è la stessa ciclista trentina a raccontare la sua odissea che ha trovato il suo “approdo a Itaca” solamente in questa stagione.

«A dicembre 2020 – racconta – ho preso il Covid. L’anno dopo dovevo esordire nell’Aromitalia Basso Bikes Vaiano, ma non sono mai stata bene e gareggiavo pochissimo. C’è voluto tanto tempo per capire che cosa avevo, si pensava fossero i postumi del covid, ma non era così. A marzo 2022 ho avuto la risposta: sono celiaca. Ho cambiato alimentazione, ma per ritornare quella di prima c’è voluto tempo e intanto un’altra stagione era passata. Nel 2023 ho fatto qualche buona gara nazionale e intanto iniziavo a emergere anche nel gravel».

Una delle rarissime apparizioni della Borghesi nel 2021, il suo annus horribilis
Una delle rarissime apparizioni della Borghesi nel 2021, il suo annus horribilis
Poi sei approdata alla BTC City Ljubljana

E finalmente ho potuto mostrare quel che so fare. Ho potuto lavorare bene d’inverno e avere una buona stagione nel ciclocross.

Che cosa ti accomuna a tua sorella Letizia e che cosa avete di diverso?

Caratterialmente siamo all’opposto, lei è più timida e introversa, io sono molto più esuberante. Dal punto di vista ciclistico è più difficile dirlo, anche perché abbiamo 4 anni di differenza e di esperienza, considerando anche che io, saltando due anni, posso considerarmi ancora alle prime battute. Lei comunque è una passista che va bene anche in salita, io nelle ascese forse ho qualcosa in più, ma devo ancora dimostrare tutto. Letizia poi ha una predilezione per le corse belghe, per le classiche e in questo vorrei imitarla.

Giada con sua sorella Letizia (a sinistra), della quale vuole seguire le orme anche nel WorldTour
Giada con sua sorella Letizia (a sinistra), della quale vuole seguire le orme anche nel WorldTour
La sensazione vedendo la tua stagione è che il successo nella Worthersee Gravel Race, la tappa austriaca delle World Series, ti abbia un po’ sbloccato: dopo non sei quasi mai uscita dalla top 10…

E’ che in quella gara ho finalmente potuto iniziare a raccogliere i frutti del mio lavoro. Alla Ponente in Rosa avevo un virus intestinale come altre del mio team e non sono riuscita a emergere, ma già al Trofeo Binda ero andata bene. Ero con le prime fino a una trentina di chilometri dal traguardo. Alla gara gravel le cose hanno iniziato a girare bene e da lì sono state tutte giornate positive.

Passare indifferentemente dal gravel alla bici su strada non è però molto semplice…

E’ vero, serve un periodo di adeguamento, come per ogni tipo di bici. Dopo la vittoria in Austria sono tornata a gareggiare su strada una settimana dopo, in Francia, sono andata bene ma un po’ di contraccolpi in quella settimana li ho sentiti. Ormai poi per emergere bisogna guardare ogni dettaglio.

La vittoria in Austria è stata uno sblocco per la Borghesi. Unica a rimanerle vicina la Schreurs (NED) a 4″
La vittoria in Austria è stata uno sblocco per la Borghesi. Unica a rimanerle vicina la Schreurs (NED) a 4″
Cosa rappresenta per te il gravel?

Un’opzione importante. Avrei gareggiato anche nella prova di Orosei, ma c’era il Liberazione e la squadra voleva la mia partecipazione. A fine giugno agli italiani comunque ci sarò e spero che dal gravel arrivi anche una convocazione in azzurro, anche come sorta di compensazione per non essere riuscita a coglierla nel ciclocross.

A proposito di Liberazione: sia lì che precedentemente al Giro Mediterraneo in Rosa sei stata l’unica vera alternativa alla Uae.

Mi sono sentita circondata, soprattutto sulle strade romane. Essere allo stesso livello di un team del WorldTour è una grande soddisfazione. Contro ragazze così hai la sensazione di non poter gestire la corsa. Al Giro del Mediterraneo, dopo che nella prima tappa avevo preso la maglia, ho capito subito che non c’era possibilità di difenderla. Infatti Gillespie è andata via e non ho potuto fa nulla. Essere riuscita comunque a salire sul podio finale è stata una grande soddisfazione al termine di una bella esperienza. Per me era la prima vera corsa a tappe disputata nel pieno delle mie possibilità.

Giada Borghesi al Liberazione, attorniata dalle ragazze della Uae
Giada Borghesi al Liberazione, attorniata dalle ragazze della Uae
E a Roma?

Ero io contro di loro… A cinque giri dalla fine scattavano a turno e io rispondevo sempre, unica a farlo. Ero contenta di quel che facevo, ma sapevo anche che non potevo continuare così. Infatti quando sono andate via in tre, non sono riuscita ad agganciarmi e chiaramente Venturelli non poteva aiutarmi nell’inseguimento. Alla fine quel 5° posto è stato di grande valore.

Chiaramente la tua squadra non è a quel livello, ma come ti ci trovi?

Molto bene, apprezzo soprattutto il fatto che sia un team che fa attività di un certo livello, con molte prove all’estero. E’ un team italiano, anche se collegato a una struttura slovena. E’ un bel gruppo, certamente contro una squadra del WT c’è troppa differenza. Ora siamo in Francia, per le corse di Morbihan del fine settimana, sarà un altro bel test contro team più accreditati.

In maglia azzurra nel ciclocross. Ora l’aspirazione è fare lo stesso su strada e nel gravel
In maglia azzurra nel ciclocross. Ora l’aspirazione è fare lo stesso su strada e nel gravel
Che cosa ti aspetti da qui alla fine dell’anno?

Tanto. Innanzitutto continuare a sentirmi così o anche meglio, in modo da conquistare la vittoria giusta per ottenere magari una convocazione in azzurro. In definitiva quel che vorrei è raccogliere più risultati possibili per meritarmi un palcoscenico più grande…

Trevigiani in Francia per la prima corsa a tappe della stagione

02.05.2024
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L’Uc Trevigiani si trova in Francia, precisamente sulle strade de la Ronde de l’Isard, corsa a tappe under 23 (foto apertura Florian Frison/DirectVelo). Ieri si è disputata la prima tappa con arrivo a Trie-sur-Baise, con vittoria dello svedese Lovidius, il secondo posto dell’azzurro Sierra (Tudor U23) e il quarto proprio di Perani della squadra veneta. Oggi si arriva invece a Bagneres de Luchon, città che ha ospitato parecchie volte il Tour de France. Un viaggio lungo, che ha portato i ragazzi della Trevigiani fino al dipartimento dell’Alta Garonna, al confine con la Spagna. Tanti chilometri per trovare la prima corsa a tappe della stagione: non un bel segnale se un team italiano deve attraversare un intero Paese per far correre ai suoi ragazzi un appuntamento di alto livello. 

«Questo – dice Filippo Rocchetti diesse del team – rappresenta il primo passo di avvicinamento al Giro Next Gen. Siamo arrivati nella giornata di lunedì 29 aprile: due massaggiatori, un meccanico, i sei corridori ed io. I ragazzi hanno pedalato su queste strade per prendere le misure e noi abbiamo fatto tutte le verifiche e i controlli prima di iniziare la corsa».

Un lungo viaggio

L’Alta Garonna si trova all’interno del Parco Nazionale dei Pirenei, da queste parti il ciclismo e la salita sono due certezze. Per certi versi l’idea degli organizzatori è la stessa di quella che hanno avuto al Giro della Valle d’Aosta. Una corsa a tappe breve ma impegnativa, sempre con la catena in tiro e la faccia che guarda al cielo. 

«E’ stato un viaggio davvero lungo – continua Rocchetti – dieci ore e mezza di macchina, per fortuna non abbiamo trovato traffico. Lungo, ma scorrevole (ride, ndr). Partiamo da qui per arrivare nel migliore dei modi al Giro Next Gen. Il percorso sarà impegnativo e i ragazzi si devono preparare, per molti di loro la Ronde de l’Isard è la prima corsa a tappe da U23. La Trevigiani da queste parti era già venuta qualche volta, per me, invece, rappresenta il debutto da diesse in terra francese».

Tanta Italia ieri nella prima tappa con 5 atleti nei primi 10 (foto Florian Frison/DirectVelo)
Tanta Italia ieri nella prima tappa con 5 atleti nei primi 10 (foto Florian Frison/DirectVelo)
Come siete organizzati?

Abbiamo portato un furgone officina, una macchina e un furgone per trasportare i ragazzi. I trasferimenti sono comodi, al massimo ci saranno da coprire 45 chilometri tra l’arrivo di una tappa e la partenze di quella successiva. Ci siamo attrezzati con il minimo indispensabile, con sei ragazzi una macchina va ancora bene. Poi comunque ci sono gli altri a casa che saranno impegnati nelle attività nazionali. 

Hai parlato di preparazione al Giro Next Gen, quindi questi sei sono gli stessi che vedremo in azione alla corsa rosa per U23?

Praticamente saranno questi, al Giro i corridori che si potranno schierare saranno sei. Però i nomi usciranno da qui. La Ronde de l’Isard è una gara davvero dura, con cinque tappe che non danno mai respiro. 

Nella zona dei Pirenei la primavera non si è affacciata in maniera decisa (foto Florian Frison/DirectVelo)
Nella zona dei Pirenei la primavera non si è affacciata in maniera decisa (foto Florian Frison/DirectVelo)
Come mai diventa una tappa importante per preparare il Giro?

Perché è la prima corsa di più giorni dell’anno, per prima cosa. Poi è dura e quindi si mette tanta fatica nelle gambe. Spero di uscire da qui con i ragazzi in crescita. La corsa prevede tante salite lunghe, cosa che in Italia nelle gare U23 facciamo fatica a trovare.

Hai detto che molti ragazzi sono alla prima esperienza in una gara a tappe. 

Sì, sembra strano ma è così. In Italia ne abbiamo poche e per di più il Giro Next Gen è la prima. Portare ragazzi a fare esperienza è importante per far capire loro come ci si muove in gruppo e come si gestiscono certi sforzi. Se penso al fatto che siamo arrivati fino al confine con la Spagna per fargli fare un’esperienza così

In questo giorni in Francia il corridore di punta della Trevigiani sarà Zamperini (in secondo piano)
In questo giorni in Francia il corridore di punta della Trevigiani sarà Zamperini (in secondo piano)
Il parterre è importante.

Ci sono altre due formazioni italiane: Technipes e CTF. Poi c’è la Visma Development al completo e tante squadre di sviluppo. Il livello è alto, noi punteremo a difenderci e a raccogliere qualche risultato. La nostra punta è Zamperini, sta bene ed è in condizione, il suo mese di aprile lo ha dimostrato. Vedremo cosa farà da qui in avanti.

Nibali, Pogacar, il Giro e i ricordi di un altro Grappa

02.05.2024
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Vincenzo Nibali sta guidando. Provando a seguire i puntini dei suoi tragitti, si capisce perfettamente che il siciliano sia davvero a tutta. Gli ultimi tempi poi sono particolarmente convulsi, fra il Giro d’Italia che inizia, i 100 giorni alla partenza del Tour, varie inaugurazioni e probabilmente la prima del docufilm sui suoi inizi, girato a Messina fra gli amici della sua infanzia.

Al Giro con Vegni

Il Giro d’Italia di quest’anno si deciderà o probabilmente appenderà il cartello fine sulla salita che per lui fu l’inizio: il Monte Grappa. Scollinò per primo e si lanciò come una furia nella discesa verso Asolo. Era il 2010, il Giro doveva ancora affrontare lo Zoncolan e il Mortirolo, ma per Vincenzo arrivò la prima vittoria di tappa. Ed è così che dopo qualche passo nel presente, è semplice e fantastico scivolare nel passato, ricordando quel ragazzo di 25 anni, che si affacciava sulla porta dei grandi e ne reggeva lo sguardo e il passo.

«Vediamo un po’ cosa combina Pogacar al Giro – dice – i primi giorni non sono proprio robetta semplice. Bisogna essere belli pronti e poi avere una condizione da portare avanti sino alla fine. Io vi seguirò a puntate. Ho rinnovato la collaborazione con RCS, per cui in alcune occasioni sarò accanto a Vegni e anche ad altri. Il ruolo di direttore di Mauro è molto importante e forse per certi versi sottovalutato da chi è fuori. Ho avuto modo di seguire qualche tappa con lui e ti rendi conto del lavoro che c’è. Il suo e di tutto il gruppo che lavora per la sicurezza. La prima volta che l’ho visto, ho ammesso che non mi aspettavo ci fosse dietro tanto impegno.

«L’atleta pensa a correre e vincere, di tutto il resto non ha un’idea. Ho proposto di fare una riunione solo con i corridori, per spiegare come si muovono le staffette. Si potrebbe fare quando vengono per la presentazione delle squadre. Magari perdi un’ora in più, però a livello di sicurezza gli daresti delle informazioni molto preziose. Sono andato in auto con Longo Borghini a vedere i primi pezzi della strada, a mettere a posto dettagli in apparenza banali: le strisce, le transenne, i cartelli. A segnare cose che magari durante le prime ricognizioni non erano state annotate e che si vedono meglio quando la strada è chiusa e senza macchine. Oppure i finali d’arrivo più pericolosi».

22 maggio 2010: il Grappa è iniziato, la selezione è stata dura: restano Scarponi, Basso, Nibali ed Evans
22 maggio 2010: il Grappa è iniziato: restano Scarponi, Basso, Nibali ed Evans
A proposito di finali ad alta tensione, si torna sul Monte Grappa e alla picchiata su Bassano del Grappa. Tu arrivasti più avanti, ad Asolo, ma il versante è lo stesso…

La mia prima vittoria al Giro d’Italia. Era una tappa che puntavo. Il giorno prima, anche a tavola, l’avevo dichiarata. Ridendo e scherzando, dissi a Ivan: «Domani, quando si scollina lassù in cima, in discesa scansati perché attacco!». Un po’ se la prese, non era spiritoso al riguardo, ma devo essere sincero al di là delle battute: mi diede una bella mano a vincere quella tappa. Ero un giovane che voleva mettere subito “i puntini sulle i”, ma da lui ho appreso molto.

Era il famoso Giro della fuga dell’Aquila, per cui vi toccò tirare ogni santo giorno…

Ero andato forte in quel Giro d’Italia. Sostanzialmente avevo fatto lo stesso percorso di avvicinamento di Ivan Basso, con l’eccezione del Romandia. Non dovevo farlo il Giro, toccava a Pellizotti. Dopo la Liegi ero andato in Sicilia e avevo, come dire, le orecchie basse perché in Belgio non ero andato benissimo. Soffrivo di allergia e mi ricordo che facevo fatica a respirare. Mi sentivo strano, un po’ debole. Ricordo che un giorno mi arrivò la chiamata, ero giù da neanche una settimana. Mi chiamò Zanatta e mi disse che avevano pensato di portarmi al Giro d’Italia. Aveva parlato con Slongo (il preparatore che lo ha seguito per quasi tutta la carriera, ndr) e avendo fatto lo stesso programma di Basso, erano certi che avessi le carte in regola.

E tu?

Io ero onestamente un po’ dubbioso. Il Giro del 2010 partiva dall’Olanda e lassù piovve per tutto il tempo e questo mi cambiò la vita. Iniziai a sentirmi un’altra persona. Con la pioggia si erano abbassati tutti i polini e giorno dopo giorno iniziai a stare meglio. Infatti andai subito bene, forte già dalle prime tappe. E’ lo stesso Giro in cui presi la maglia rosa nella cronosquadre di Cuneo, sotto un bel diluvio, e la persi nel fango di Montalcino. Quando arrivammo al Monte Grappa, la maglia rosa ce l’aveva Arroyo e l’aveva presa appunto all’Aquila. Dovevamo ancora recuperargli sette minuti.

Manca poco allo scollinamento, Evans si appesantisce: è l’occasione che Nibali aspetta
Manca poco allo scollinamento, Evans si appesantisce: è l’occasione che Nibali aspetta
Il Grappa lo conoscevi? Ci avevi messo mai le ruote sopra?

No, era la prima volta. Ne avevo fatto qualche pezzettino negli anni precedenti quando ero in quelle zone ad allenarmi, però in cima non ero mai arrivato e in gara ovviamente era tutt’altra cosa.

Cosa ricordi di quel giorno?

La presero forte quelli del Team Sky, che erano al primo anno: mi ricordo che c’era anche Wiggins. Subito dopo però calarono un po’ l’andatura e così dalla metà in poi prendemmo in mano noi le redini della corsa. Iniziammo a tirare con il solito protocollo di azione per la salita. Per cui c’era prima Kieserlowski, poi Agnoli, quindi Sylvester Szmyd che era l’ultimo. Quando finì lui, vidi che eravamo rimasti in pochi. Finché nell’ultimo pezzettino, quando eravamo proprio in cima, ci accorgemmo che Cadel Evans (uno degli avversari più pericolosi di Basso, ndr) aveva scollinato leggermente staccato. Così una volta in cima, scollinai insieme a Basso, presi la discesa e andai via.

Era quello lo schema di cui avevate parlato a cena la sera prima?

Esatto, anche se a metà discesa mi arrivarono un po’ di crampi. C’era un pezzettino in cui dovevi pedalare di nuovo (da Ponte San Lorenzo a Il Pianaro, ndr) e le gambe picchiavano. Però fu il modo per farle ripartire gradualmente e a farle girare piano piano, i crampi mi passarono. Feci l’ultima parte della discesa e poi gli ultimi 7-8 chilometri per andare all’arrivo. Arrivai con 23 secondi di vantaggio, mi sembra.

Planata dal Grappa e arrivo solitario ad Asolo. Per Nibali la prima tappa vinta al Giro
Planata dal Grappa e arrivo solitario ad Asolo. Per Nibali la prima tappa vinta al Giro
Se ci pensi adesso con tutta la carriera che hai avuto dopo, quel giorno resta un po’ importante?

E’ stato importante, perché io ero andato al Giro pensando di provare a vincere qualche tappa, non avevo obiettivi di fare la classifica. Per quella c’era Ivan Basso, io già qualche Giro l’avevo fatto e quell’anno avrei dovuto fare il Tour de France, ma lo scambiai con il Giro d’Italia. Venne stravolta tutta la mia stagione. Arrivai terzo al Giro e poi andai alla Vuelta, che vinsi: il mio primo grande Giro. Quindi il giorno di Asolo è stato un passaggio importante, la prima vittoria, la svolta della carriera. Quell’anno mi ero messo in testa di avere l’asticella sempre più alta…

Una salita come il Grappa nel gruppo di oggi come la vedi?

E’ sempre una salita che si fa rispettare e se viene fatta forte, fa parecchio male. Anche la prima parte della discesa è bella impegnativa. Quando l’ho fatta io, era pure bagnata. E’ stretta, in cima l’asfalto era viscido. E’ una tappa che se qualcuno decide di farla forte da sotto fino a sopra, fa dei danni. Ovviamente con l’aiuto della squadra, non da soli…

Cosa ricordi degli ultimi metri: quando sei lì senti lo speaker che urla il tuo nome? Ti viene la pelle d’oca?

Senti il boato della gente, quello sì. La pelle d’oca, quella vera, ti viene però quando pedali in cima ai passi di montagna in mezzo a quelle due ali di folla, sperando che tutto vada bene. C’è la gente che ti incita e che ti urla, quello per me è sempre stato il massimo dell’adrenalina. Quel giorno là in cima non c’era tanta gente, forse anche perché pioveva, ma all’arrivo di Asolo c’era un mare di tifosi: questo me lo ricordo veramente, ad Asolo c’è sempre gente. Il giorno dopo provai a entrare nel villaggio, ma non riuscii perché venni… asfaltato dai tifosi (ride, ndr). Io poi io con quella città ho sempre avuto un buon rapporto.

Nibali ha ancora 25 anni, la prima tappa al Giro inaugura il 2010 della vittoria alla Vuelta
Nibali ha ancora 25 anni, la prima tappa al Giro inaugura il 2010 della vittoria alla Vuelta
Come mai?

Perché ci vinsi anche un campionato italiano juniores. Le persone si ricordavano anche di quel ragazzino in maglia tricolore. In Veneto ho avuto dei bei trascorsi, da quando andai a correre con la Fassa Bortolo e poi con la Liquigas.

Ci vediamo al Giro, quindi?

Certo. Faccio le prime tre tappe, poi vado a Genova perché intitolano una ciclabile a Michele Scarponi. Poi rientrerò più avanti , magari in qualche tappa vicina e poi per il gran finale. A Livigno non ci sono, però penso che salirò il giorno dopo, per il riposo. Nel frattempo esce anche il mio docufilm e non so se vogliono fare una prima visione proprio quel giorno.

E’ vero che l’avetre girato tutto in Sicilia?

Tutto giù, esatto. L’ha girato Marco Spagnoli, che ha fatto docufilm anche su Franco Battiato, Pino Daniele, Sofia Loren e Dino Zoff. Il mio sarà concentrato sulle origini, il luoghi da dove sono partito. Ci sono un po’ di racconti della famiglia, siamo andati a vedere il paese dove sono cresciuti i miei genitori. Ci sono un po’ di miei amici, qualche racconto di mio cugino Cosimo e quelli che sono riusciti a venire. Carlo Franceschi non ha potuto per la distanza, invece Malucchi ha tirato fuori ricordi che riguardavano suo papà. Non so ancora dove sarà trasmesso, ma la produzione un po’ è della Regione Sicilia e un po’ di RAI. Vediamo quando ci sarà la prima. Intanto ci si vede a Torino…

Intergiro, Zazà l’ultimo eroe: «Non è sfida solo per velocisti»

02.05.2024
4 min
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Fabrizio Guidi, Mariano Piccoli, Dimitri Konyshev, Stefano Zanini… I più esperti o quelli dotati di miglior memoria, chiudendo gli occhi ricorderanno questi atleti al Giro d’Italia vestiti di blu. Quello era il blu della maglia dell’Intergiro, una speciale classifica della corsa rosa. 

Nato nel 1989 per volontà di Carmine Castellano, l’allora direttore del Giro, l’Intergiro aveva lo scopo di movimentare ulteriormente la corsa.

Il primo a vincerlo fu lo sloveno Jure Pavlic, Guidi ne vinse bene tre edizioni, mentre l’ultimo a conquistarlo fu Stefano “Zazà” Zanini, nel 2005. E qui va fatta una precisazione. Una classifica denominata Intergiro risulta anche nel 2006 e a vincerla fu Paolo Savoldelli, ma era già diversa. Si trattava di una classifica mista che non ebbe molto successo e infatti non fu più riproposta.

All’epoca Zanini era un atleta della Quick Step-Innergetic, oggi è uno dei direttori sportivi dell’Astana Qazaqstan. E proprio lui ci racconterà qualcosa di più in merito a questo premio speciale.

Zanini con Bettini, uno in maglia ciclamino e uno in maglia blu al Giro del 2005 (foto Getty Images)
Zanini con Bettini, uno in maglia ciclamino e uno in maglia blu al Giro del 2005 (foto Getty Images)

Rispetto ad un semplice traguardo volante che assegna punti, l’Intergiro assegnava punti e soprattutto fermava i cronometri. Era infatti una classifica a tempo. C’erano gli abbuoni per gli sprint e il leader portava una maglia, quella blu appunto. Era come un piccolo Giro nel Giro. 

Stavolta l’Intergiro sarà un po’ diverso. Non prevederà una maglia, ma un premio in denaro e un corso di guida sicura. E’ sostenuto da Sara Assicurazioni e Polizia di Stato, come abbiamo scritto anche qualche giorno fa.

“Ogni traguardo Intergiro – si legge nel regolamento – uno per tappa ad esclusione delle tappe a cronometro, assegna ai primi tre classificati abbuoni di 3″ – 2″ – 1″ validi per la classifica generale individuale e ai primi otto classificati punti 12 – 8 – 6 – 5 – 4 – 3 – 2 – 1” . Da qui si stila una classifica di tappa e una generale dell’Intergiro stesso.

La maglia Intergiro di Zanini. Zazà la vinse davanti proprio a Bettini
La maglia Intergiro di Zanini. Zazà la vinse davanti proprio a Bettini
Stefano, torna una classifica e tu sei l’ultimo dell’albo d’oro…

Un bel ricordo. Fu bello indossare quella maglia e portarla a casa. Festeggiai con una grigliata e autografai, a dire il vero anche un po’ inaspettatamente, tante maglie. Me le chiesero amici, parenti…

Come si conquista un primato simile? Ci si parte o viene strada facendo?

Per me venne strada facendo, in partenza non ci avevamo pensato. Però intuimmo presto il potenziale. Se ben ricordo era già alla seconda tappa. Eravamo in fuga col “Betto” (Paolo Bettini, suo compagno di squadra, ndr) verso Tropea e feci la volata per prendere degli abbuoni… In quel momento entrai in classifica e iniziai a tenerla d’occhio. Mentre Paolo andava a caccia della maglia rosa. Poi strada facendo, appunto, è divenuto un obiettivo a cui badare con più concretezza.

Ma non la prendesti subito…

No, però col discorso della classifica a punti di Bettini, nei traguardi parziali eravamo spesso davanti e in lotta. Alla fine presi la maglia blu alla 17ª tappa, quella verso Limone Piemonte… una tappa di montagna!

Cosa dà una classifica così?

Dà visibilità. Consente di distinguerti ogni giorno in una corsa tanto importante come il Giro d’Italia. Sei tutti i giorni sul palco, ti riconoscono. Non ti cambia la carriera, è chiaro, ma è senza dubbio una soddisfazione personale.

Non solo velocisti. Chi vorrà conquistare l’Intergiro dovrà sudarselo. Guardate dov’è posto il traguardo nella penultima tappa
Non solo velocisti. Chi vorrà conquistare l’Intergiro dovrà sudarselo. Guardate dov’è posto il traguardo nella penultima tappa
Secondo te oggi con i grandi team che fagocitano tutto e si fa lo sprint per l’ennesimo piazzamento, assume più valore? Ci sarà più lotta magari tra i team più piccoli?

Ci può stare. Ritorniamo al discorso della visibilità, anche sui media, i giornali e non solo per la tv. Penso ad un team piccolo e qui immagino che nel finale del Giro quando la classifica è più assestata ci sia anche una lotta per l’attacco o per la difesa del primato tra i contendenti. Ma penso anche ad un giovane. Per questo profilo l’Intergiro potrebbe essere un buon banco di prova. 

Cioè?

Cioè provare a tenere duro. Può vedere come ci si gestisce nel rientrare in hotel più tardi in quanto hai le premiazioni e forse i controlli. Può imparare a difendersi… Sono tutte cose che un giorno ti serviranno per una maglia rosa o una maglia ciclamino.

Ecco, Stefano, hai tirato in ballo la maglia ciclamino. L’Intergiro è a tempo e spesso i suoi traguardi sono posizionati dopo una lunga salita. Pensiamo a quello di Semonzo tra una scalata e l’altra del Monte Grappa…

Non è detto infatti che vada ad un velocista, in passato l’ha vinto anche Indurain. E’ un bell’impegno. Bisogna studiare bene il posizionamento dei traguardi intermedi appunto. Mentre la maglia ciclamino, con gli arrivi in volata è più probabile finisca sulle spalle di uno sprinter… A meno che Pogacar non vinca dieci tappe!

De Lie e Germani, le corse e il lavoro a casa: scelte diverse

01.05.2024
6 min
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L’intervista di Lorenzo Germani pubblicata qualche giorno fa è emerso un particolare interessante. Il giovane frusinate alla domanda se avesse aumentato i carichi di lavoro a casa ha risposto così: «Nella fase invernale sì. Quando sono iniziate le corse e il virus preso al Provenza ha scombussolato un po’ i piani facendomi perdere qualche giorno di allenamento. Poi, visto il fitto calendario, il grosso del lavoro è stato fatto in corsa».

Un discorso simile è stato fatto dalla Lotto-Dstny con De Lie. Visto che la sua condizione è stata ritenuta inadeguata dopo la Gand-Wevelgem, il giovane belga è stato fermato perché tornasse ad allenarsi. Rientrato in gruppo domenica scorsa alla Lotto Famenne Ardenne Classic, che ha vinto (foto di apertura), Ardnaud ha ripreso il suo percorso verso il Tour de France, con una raccomandazione da parte dei suoi tecnici: correrà e osserverà dei periodi di allenamento, non ci arriverà di certo cercando la condizione di corsa in corsa.

Germani si è trovato a rincorrere la condizione a causa delle tante corse fatte (foto Getty/Instagram)
Germani si è trovato a rincorrere la condizione a causa delle tante corse fatte (foto Getty/Instagram)

Tutto al limite

La domanda che ci è saltata in mente è stata: può un virus, preso nella parte iniziale della stagione scombussolare tanto i piani? Quel che si capisce continuando a leggere l’intervista di Germani è che può, eccome. Nel ciclismo sempre più attento al dettaglio tutto pesa e se non sei uno dei top pesa anche di più. Il nostro spunto è passato direttamente a Claudio Cucinotta, preparatore dell’Astana. Non per parlare del caso Germani e di De Lie, non avrebbe senso visto che non sono suoi corridori, ma per ampliare il discorso. Quanto è importante curare l’allenamento a casa in un ciclismo che non permette più di allenarsi in gara?

«Dipende da tante cose – dice Cucinotta – perché le variabili da tenere in considerazione sono diverse. Sicuramente in gara non si può più arrivare al 70 per cento, questo però vale in particolare per i capitani. Loro possono rinunciare ad un appuntamento se non sono al massimo della condizione e la squadra viene loro incontro: guardate De Lie. I gregari, invece, se devono tappare un buco lo fanno anche se la condizione non è sufficiente. Insomma, se sei uno dei tanti, vai a correre in qualsiasi condizione». 

Dopo una gara di un giorno di media lunghezza il recupero è di un paio di giorni
Dopo una gara di un giorno di media lunghezza il recupero è di un paio di giorni
Con il rischio, come successo a Germani, di rincorrere lo stato di forma ideale. 

Spesso corridori di seconda fascia oppure giovani si sacrificano in corsa e lo fanno anche in queste situazioni. La squadra sa che non è al massimo, ma ti fa correre comunque, perché magari si rischia di partire con un uomo in meno. Poi se è una corsa di un giorno ancora si può fare, stringi i denti, lavori all’inizio e ti ritiri. Ma in una gara a tappe devi anche sforzarti per finirla o comunque arrivare il più avanti possibile. 

Al di là dell’esempio di Germani, curare l’allenamento a casa però è fondamentale, soprattutto tra una gara e l’altra.

Vero, la prima cosa che bisogna fare è recuperare bene. Le variabili delle quali tener conto sono davvero molte, a partire da quanto impegno ha richiesto tale gara. Se si è trattato di una corsa di un giorno o una gara a tappe e poi si valuta in base all’impegno successivo.

Una corsa a tappe come la Tirreno richiede un recupero più lungo: tra i 3 e 4 giorni
Una corsa a tappe come la Tirreno richiede un recupero più lungo: tra i 3 e 4 giorni
Facciamo un esempio: trittico delle Ardenne e poi Giro, come si fa?

Buon esempio, in tanti hanno fatto questo binomio. Il grosso della preparazione viene fatta prima delle Ardenne, magari con dell’altura. Poi si scende e si va a correre per una settimana, ma con sole tre gare. Una volta tornati a casa, il recupero è indicativamente di tre giorni, dal quarto si torna ad allenarsi.

E cosa si fa?

In una gara singola si corre ad un’intensità più elevata rispetto ad una gara a tappe. Il corridore quindi non avrà bisogno di fare sforzi brevi, ma lavori di fondo oppure di forza. Si inseriranno salite a lunga percorrenza fatte in Z2 o Z3. Dopo qualche giorno ci sarà solo un richiamo di intensità con lavori brevi sui 2 minuti massimo. Come ultimo allenamento si mette un’altra uscita lunga con tante ore ma senza lavori specifici. 

Al contrario se si esce da una corsa a tappe?

Dipende dov’è collocata, ma va fatto l’opposto. Una corsa a tappe, anche una di categoria 1.2, chiede un recupero più lungo, di quattro giorni magari. Si ritorna ad allenarsi dal quinto e si fanno tanti lavori specifici per allenare l’intensità. Comunque dopo cinque o sei giorni di gara, se non di più, il fondo lo diamo per assodato. 

A casa si sfrutta il tempo lavorando su aspetti che in corsa si sono trascurati
A casa si sfrutta il tempo lavorando su aspetti che in corsa si sono trascurati
Facciamo un altro esempio: un corridore che esce dalla Tirreno. 

Se ha come obiettivo il Giro allora potrebbe già avere una condizione buona e finita la gara recupera e torna a prepararsi per il grande obiettivo. Si va in altura e tutto procede secondo i piani. Se, al contrario, ha come obiettivo il Tour de France magari ha una condizione minore. La Tirreno è solo un passaggio per mettere gare nelle gambe ma senza cercare risultati. Guarda a corse del genere ma collocate più avanti nel calendario: Giro di Svizzera o Delfinato. 

Non c’è una ricetta vera e propria.

Concretamente no. Ogni preparatore segue corridori con obiettivi diversi e deve tenere conto di tante variabili. Certo è che se uno disputa una corsa a tappe a casa dovrà poi fare lavori ad alta intensità. Al contrario se un corridore esce da una serie di gare di un giorno andrà a curare più il fondo. 

Ad esempio dopo una serie di corse di un giorno si curano il fondo e la forza (foto Instagram Fortunato)
Ad esempio dopo una serie di corse di un giorno si curano il fondo e la forza (foto Instagram Fortunato)
Le gare di passaggio esistono ancora?

No. Ormai anche corse come Giro di Ungheria o Giro di Turchia hanno un livello alto. E’ praticamente impossibile mettersi nell’ottica che si va per migliorare, si deve già essere ad un buon livello. 

Se si hanno intoppi che impediscono di allenarsi a casa meglio rinunciare a correre?

Il ragionamento è giusto, ma in pratica se lo possono permettere solo i campioni. Sono loro che devono portare a casa i risultati quindi le squadre sanno che non possono farli rincorrere la condizione. Questo crea un circolo virtuoso: i gregari fanno quel che possono, mentre i capitani sono sempre, o quasi, al meglio della forma.

Questa la sintesi: Germani ha continuato a correre e stringere i denti. De Lie è stato fermato, ha recuperato e al rientro ha vinto.

I campioni e le Olimpiadi: entusiasmo raffreddato?

01.05.2024
5 min
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Quando Bettini vinse le Olimpiadi su strada, l’Italia corse con cinque uomini, al pari di Germania, Spagna, USA, Australia, Olanda, Danimarca, Polonia, Kazakhstan, Francia, Belgio, Svizzera, Russia e Ucraina. Ci favoriva il ranking UCI, nel quale spiccavamo per vittorie su strada di gran peso e il fatto che il CIO non avesse ancora deciso di snaturare il gioco.

Con cinque uomini si poteva ragionare di impostare una tattica e ben ricordiamo quale grande lavoro si sobbarcarono Pozzato, Paolini, Nardello e Moreni per portare Paolo nella giusta posizione al momento dell’attacco. Anche in quel caso Ballerini fu un mago e aprì il ciclo di Bettini, che di lì a tre anni avrebbe vinto anche due mondiali.

Bettini vinse l’oro olimpico ad Atene, davanti a Paulinho (Portogallo) e Merckx (Belgio)
Bettini vinse l’oro olimpico ad Atene, davanti a Paulinho (Portogallo) e Merckx (Belgio)

Villaggio svuotato

Come tristemente noto, a causa del ranking che ci vede indietro, l’Italia correrà le Olimpiadi di Parigi su strada con soli tre atleti, come a Barcellona 1992 quando però in gara c’erano i dilettanti. Per il ranking, certo, ma anche a causa di un ulteriore taglio che il CIO ha fatto delle quote degli atleti convocabili. Se accanto a questa esigenza di contenimento dei costi ci fosse stato uno studio conseguente del calendario, probabilmente non saremmo qui a importunarvi. Invece hanno ridotto all’osso il numero dei corridori e ammassato le prove in pochi giorni, impedendo partecipazioni… trasversali. Di conseguenza Ganna e Milan non possono correre su strada, avendo l’inseguimento a squadre due giorni dopo. Come loro Elisa Balsamo è alle prese con lo stesso dilemma. Mentre per dare al quartetto una riserva di sostanza come Manlio Moro, sarà necessario iscrivere Viviani come stradista, nonostante avrà testa soltanto per la pista (nella foto di apertura, ai piedi della Tour Eiffel in rosso il Pont d’Iena in cui sarà l’arrivo della gara su strada).

«La verità – dice il veronese – è che almeno una delle due considerazioni andrebbe fatta. Se dai poche quote e metti la strada come prima prova e la pista negli ultimi tre giorni delle Olimpiadi, allora funziona. Ma se vuoi tenere questo calendario, allora devi dare più quote. Le cose stanno cambiando, le Olimpiadi non sono più come una volta. Noi e anche altri non alloggeremo nel Villaggio, andremo in hotel. Quindi se il problema sono i posti, non c’è bisogno che il Villaggio Olimpico sia gigantesco. In questo caso, cosa cambia al CIO avere più quote? Lasciaci portare il corridore in più, non significa avere più costi. Oppure fate un calendario che permetta di organizzare bene gli atleti».

Questo il rendering del Villaggio Olimpico di Parigi 2024 sulla Senna: i lavori sono quasi ultimati
Questo il rendering del Villaggio Olimpico di Parigi 2024 sulla Senna: i lavori sono quasi ultimati

I dubbi dei campioni

Un aspetto che discende direttamente da questa riorganizzazione è anche lo scetticismo dei campioni davanti alla sfida olimpica su strada. Non si può pianificare molto: come ha detto di recente il cittì francese Voeckler, si tratta di una sfida che lo diverte, ma fuori da ogni logica del ciclismo. Come fai a gestire senza compagni una corsa di 270 chilometri e un gruppo di appena 90 corridori? Non a caso, lo stesso Pogacar che avrebbe tutte le carte in regola per puntare alla medaglia d’oro, ha ammesso che ci andrà, ma di ritenere molto più concreto e programmabile il mondiale di Zurigo.

«Queste quote – conferma Viviani – hanno anche stravolto l’impostazione stessa delle gare. E’ questo, vi devo dire la verità, che secondo me smonta anche un po’ di stradisti. Uno che deve investire del tempo per fare un’Olimpiade, che è indubbiamente un appuntamento importante, ci riflette sopra. Pensa: “Ok, vado là, ma è una gara folle, perché ci sono solo 90 corridori e se perdo il controllo, non posso farci nulla”. Alla fine deve andarti bene e allora magari neppure la prepari in modo maniacale. Potrebbe andare via la classica fuga bidone, di quelle che ai mondiali stanno fuori per mezza giornata, ma non avendo uomini per tirare, la ritrovi al traguardo. Anche perché, lasciate stare che noi siamo solo tre per il ranking, da 5 siamo passati a 4 e tutte le nazionali dovranno sacrificare qualcuno. Sennò la corsa esplode e addio…».

Pogacar, terzo a Tokyo, ha detto più volte di considerare le Olimpiadi un appuntamento, ma anche una lotteria
Pogacar, terzo a Tokyo, ha detto più volte di considerare le Olimpiadi un appuntamento, ma anche una lotteria

Il ranking per Nazioni

Il ranking su strada è un oggetto da maneggiare con cura. I team sono molto attenti nel fare punti che li tengano avanti nella classifica loro dedicata, mentre il discorso si complica quando si devono sommare i punti di atleti della stessa nazionalità.

«La verità è che il ranking strada – dice Viviani – non è come quello su pista, che possiamo controllare. Non è facile dire ai ragazzi che bisogna far punti, perché comunque gestiscono tutto le squadre. Come Italia paghiamo qualche mancanza di risultati soprattutto nelle classifiche generali, che danno più punti. Mancandoci corridori da classifica, arranchiamo anche nel ranking. Dall’altra parte, secondo me bisogna pensarci a livello federale, su questo aspetto dobbiamo tenerci un po’ più l’occhio. Non so, col tempo guardare di fare delle gare di un giorno, provare come Federazione a non cadere più in fallo. Qualche nazione lo fa, ad esempio gli inglesi e gli australiani. L’anno scorso avevo in squadra Luke Plapp e lui mi diceva che se la giocavano ai punti con la Francia e mi spiegava i ragionamenti che facevano. In pista il programma è chiaro. Hai le coppe del mondo, l’europeo, il mondiale: sono tutte gare cui partecipi con la nazionale. Però col senno di poi per Los Angeles 2028 a livello federale dovremo stare attenti anche alla strada».

In questi giorni, Viviani è a Livigno per il primo blocco di lavoro in quota, preparando le Olimpiadi (immagine Instagram)
In questi giorni, Viviani è a Livigno per il primo blocco di lavoro in quota, preparando le Olimpiadi (immagine Instagram)

Lo salutiamo dicendogli di tenerlo bene a mente per quando sarà presidente federale, ma Viviani si fa una risata e allunga le mani come ad allontanare il calice. Eppure, per l’impegno che ci ha sempre messo, l’attaccamento all’azzurro e alla pista, la sua capacità di ragionare e il carattere deciso, noi un presidente federale come lui lo vedremmo davvero bene. Un passo per volta, tuttavia, la stagione è ancora lunga, la carriera pure…

Prima vittoria per Toneatti, ora sempre più stradista

01.05.2024
5 min
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Secondo in classifica generale alla Belgrado-Banjaluka, dopo aver vinto una tappa e essere stato due altre volte sul podio. Parliamo di una gara livello 2.2, certamente non una classica del calendario mondiale, ma serve per dare morale a uno come Davide Toneatti, venuto fuori a fatica da un 2023 davvero infausto. Sulle strade serbe il portacolori dell’Astana Development Team ha ritrovato soprattutto quel feeling con le due ruote che in certi momenti, lo scorso anno, sembrava perduto.

La sua voce, dopo la corsa in Serbia è evidentemente più rilassata, il risultato è la miglior medicina dopo le difficoltà affrontate: «So bene che il livello della corsa era quel che era – ammette – ma la partecipazione non era male, oltretutto è una gara che è nel calendario da anni e molte squadre la inseriscono sempre nella propria agenda. Era una corsa abbastanza varia, con la prima tappa piatta, poi una più mossa dove ho vinto in volata, la terza che era la più dura con 3.100 metri di dislivello e 180 chilometri da affrontare e ho fatto 3°, infine l’ultima ancora piatta e sono stato terzo anche lì».

Il friulano premiato sul podio di Vlasenica, per lui la corsa serba è stata quella della rinascita (foto Belgrado-Banjaluka)
Il friulano premiato sul podio di Vlasenica, per lui la corsa serba è stata quella della rinascita (foto Belgrado-Banjaluka)
Sei stato sempre protagonista, qualcosa che lo scorso anno sembrava a un certo punto diventata un’utopia…

Sicuramente sulla mia costanza a quel livello ha influito molto la voglia di rifarmi. Stare fermo per 8 mesi lo scorso anno non ha certamente aiutato la mia crescita, ma so che quest’inverno ho finalmente potuto lavorare bene mettendomi i problemi fisici alle spalle, sapevo che c’erano tutte le condizioni per uscire allo scoperto.

Nei 23 giorni di gara messi finora da parte, hai colto 8 presenze in top 10 oltre alla vittoria di Vlasenica. Ora si parla di te come di uno stradista, mettendo da parte quella dicotomia fra strada e ciclocross che ti contraddistingueva…

Questo per me è molto importante, significa che inizio ad assumere una piena identità su strada che è quello che voglio. Ho bisogno di trovare la mia dimensione, lo scorso anno sono stato quasi sempre a guardare gli altri, ora inizio a ritrovare un po’ di sicurezza nei miei mezzi.

Toneatti aveva già affrontato la trasferta con la prima squadra al Tour of Oman
Toneatti aveva già affrontato la trasferta con la prima squadra al Tour of Oman
Cominci anche a capire quali sono le situazioni di gara che più ti si addicono?

Io prediligo i percorsi impegnativi, quando le salite fanno la differenza e scremano il gruppo. Le salite medio-brevi sono quelle dove mi trovo meglio, su quelle lunghe mi manca ancora qualcosa anche se vedo che sono sempre più resistente e vado migliorando. I progressi ci sono, spero che ci siano anche nel prosieguo della stagione.

Ora che cosa ti aspetta?

La prima parte di stagione è finita, ora farò un paio di settimane in altura per essere al Giro del Giappone dove andrò per fare classifica considerando le caratteristiche delle tappe. Poi vedremo che cosa porterà il calendario.

Nel team Toneatti ha trovato il clima giusto per uscire dai problemi del 2023 (foto Nassos Triantafyllou)
Nel team Toneatti ha trovato il clima giusto per uscire dai problemi del 2023 (foto Nassos Triantafyllou)
Com’è l’atmosfera in seno al team, anche in considerazione dei cambiamenti in atto nel complesso dell’Astana, in piena trasformazione come caratteristiche?

L’atmosfera è buona, quello del devo team è davvero un bel gruppo, molto unito, fatto di amici che si sentono anche al di fuori della nostra attività. Questo poi aiuta tantissimo in gara perché tutti si lavora insieme per un unico obiettivo che è la vittoria di uno di noi.

Con la prima squadra, al di là delle chiamate com’è stato per te con la trasferta in Oman, ci sono contatti?

So che ci guardano costantemente, che c’è un contatto quotidiano fra i diesse dei due team. L’intenzione è quella di rimpolpare quanto prima il team del WorldTour con giovani, forze fresche per proseguire quell’opera di rinnovamento.

Insieme a Lutsenko al Giro d’Abruzzo, un’esperienza da gregario che è stata preziosa e vincente
Insieme a Lutsenko al Giro d’Abruzzo, un’esperienza da gregario che è stata preziosa e vincente
Tu hai corso anche il Giro d’Abruzzo con la prima squadra, che esperienza è stata?

Intanto devo dire che la squadra mi ha fatto correre senza pressione. E’ chiaro che tutti noi lavoravamo per Lutsenko e si è capito subito che aveva una buona gamba. Di partenza la nostra non sembrava una squadra all’altezza della Uae, con me e un altro ragazzo del devo team, invece alla fine, lavorando di concerto siamo riusciti a sovvertire i pronostici.

Come ti sei trovato?

Devo dire che quei quattro giorni sono stati molto istruttivi, ho imparato tanto e anche nei frangenti quando sono stato chiamato in causa, come ad esempio nella prima fase della salita di Prati di Tivo dove dovevo un po’ pilotarlo, è stato esaltante. La sua vittoria è stata la vittoria di tutto il team, credo che poi abbia anche influito sui miei successivi risultati in Serbia.

Alaphilippe, Merlier, Vansevenant: Bramati affila le sue punte

01.05.2024
5 min
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«Non è stata un selezione facile, come immagino avvenga in tutte le squadre, perché in tanti vogliono venire al Giro d’Italia, ma questi sono gli otto uomini che abbiamo deciso di portare e cercheremo di ottenere il massimo con loro». Davide Bramati esordisce così parlando della Soudal-Quick Step.

Un po’ come abbiamo fatto ieri con Roberto Damiani per la Cofidis, scopriamo dunque gli otto alfieri del team belga: Tim Merlier, Mauri Vansevenant, Pieter Serry, Josef Cerny, Bert Van Lerberghe, Luke Lamperti, Jan Hirt e Julian Alaphilippe. Una squadra disegnata per dare assalto alle tappe, come del resto era nel suo Dna prima dell’esplosione di Remco Evenepoel.

Davide Bramati (classe 1968) è sull’ammiraglia della Soudal-Quick Step da 14 stagioni
Davide Bramati (classe 1968) è sull’ammiraglia della Soudal-Quick Step da 14 stagioni
Davide, come stanno i tuoi ragazzi?

Bene, sono tutti motivati e pronti a dare il massimo. Direi che ci presentiamo al Giro d’Italia con un’ottima squadra. Tim (Merlier, ndr) ha vinto tanto, Vansevenant ha dimostrato di andare forte nelle classiche delle Ardenne e Alaphilippe mi sembra molto motivato.

Partiamo proprio da Vansevenant…

Di occasioni per lui ce ne potranno essere molte. Viene da un quarto posto all’Amstel e un sesto alla Liegi. Alla Freccia, come molti altri, ha patito il freddo, ma sta bene.

Sta bene però ormai questo ragazzo (è un classe 1999) deve  anche far capire chi è davvero: scalatore, uomo da classiche, attaccante…

Come detto, esce bene dalle classiche. Alla Liegi mi è piaciuto, tenendo le ruote dei migliori sullo Stockeu e andando forte anche sulla Redoute. Si è preparato a puntino e credo che in questo Giro o meglio al termine di questo Giro, sapremo effettivamente qualcosa di più su di lui. Anche perché è la prima volta che veramente riesce ad arrivare ad un grande Giro in ottima condizione. Mauri tiene in salita, è veloce, sono certo che lo vedremo e, come detto, poi ne sapremo di più.

Vansevenant ha mostrato un’ottima condizione nelle Ardenne. Con Alaphilippe formerà una coppia d’attacco affatto banale
Vansevenant ha mostrato un’ottima condizione nelle Ardenne. Con Alaphilippe formerà una coppia d’attacco affatto banale
Capitolo velocisti: Merlier. Lui è un grande nome. Come sta?

E’ dalla Roubaix che non corre. Come da programma si è riposato bene. Viene da un’ottima prima parte di stagione e giustamente ha osservato il suo periodo di recupero. Arriverà oggi in Italia e ci parlerò per bene. Parlerò con lui ma anche con altri, per stabilire bene le strategie di questo Giro. Crediamo molto in Tim.

Chi sarà il suo ultimo uomo?

Bert Van Lerberghe, esperto e ideale per questo ruolo. Ma se avete visto abbiamo portato anche Lamperti. E’ al suo primo grande Giro, ma si è meritato questa convocazione. Io credo che un’esperienza simile gli potrà dare tanto e in chiave futura. Un grande Giro ti lascia sempre qualcosa. Lui sarà inserito nel treno per Merlier. E’ un velocista, ma tiene bene sugli strappi brevi. Credo che stare vicino a due corridori di esperienza come Bert e Tim gli farà solo che bene.

Per Tim Merlier già 7 vittorie in questa stagione tra cui la Scheldeprijs, nella foto
Per Tim Merlier già 7 vittorie in questa stagione tra cui la Scheldeprijs, nella foto
Squadra di attaccanti, ma poi c’è Jan Hirt che butterà anche un occhio alla classifica? Nel 2022 arrivò sesto nella generale…

Anche Jan ha fatto una buona prima parte di stagione, mettendosi in evidenza all’Oman soprattutto, e non facendo male al Catalunya. Ha preparato bene il Giro d’Italia: è già arrivato sesto e anche vinto una tappa… non dimentichiamolo (come a sottolineare che prima viene la tappa e poi la classifica, ndr) Per lui sarà importante essere subito pronto, visto che già dopo due tappe non dico che si saprà chi non lo vince, al netto di Pogacar, ma già si conosceranno bene i valori in campo e chi è in condizione. E’ una partenza del Giro differente rispetto agli ultimi anni.

E poi c’è il nome grande: Julian Alaphilippe…

E’ motivato veramente. Julian è alla sua prima partecipazione al Giro. Lo stuzzica l’idea di poter vincere una tappa anche qui visto che ne ha già conquistate sia al Tour che alla Vuelta. Le possibilità per lui ce ne sono, tutto sta a sfruttarle. Ha classe e già sabato, nella prima tappa, con il tanto tatticismo che immagino potrà esserci, Julian potrebbe avere una buona occasione.

Alaphilippe è al debutto al Giro. Al Romandia ha lavorato per la squadra e per la ricerca della forma migliore
Alaphilippe è al debutto al Giro. Al Romandia ha lavorato per la squadra e per la ricerca della forma migliore
E delle “altre occasioni” avete già parlato? O al contrario è stato lui a chiederti di una frazione in particolare?

No, come detto ancora non ci ho parlato bene. Avremo giovedì e venerdì per stilare una strategia più approfondita. In questi ultimi giorni tra Romandia e Giro ho preferito lasciarlo del tutto tranquillo a riposarsi. Di fatto è stato a casa solo tre giorni.

E’ motivato e Alaphilippe in Italia è amatissimo, una sua vittoria farebbe bene a tutti: a lui, alla squadra, al Giro, ai tifosi. Ma come sta veramente? Non viene da una super stagione…

Vi dico questa. Al Romandia, nel tappone di sabato, doveva aiutare Van Wilder. Nella prima salita, dura, erano rimasti in quindici e lui c’era. Alaphilippe si è preparato bene. Vedrete. 

La cartella per il Giro: Elisa Nicoletti e il debutto della Tudor

30.04.2024
7 min
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Nella Tudor Pro Cycling che esordisce al Giro d’Italia, c’è una debuttante che si affaccia sul palcoscenico rosa ed è Elisa Nicoletti, la loro addetta stampa. Venticinque anni, sempre sorridente: una persona piacevole con cui avere a che fare.

Il mondo degli addetti alla comunicazione è piuttosto complesso, almeno quanto lo è stare appresso alle richieste dei giornalisti. Ci sono gli addetti stampa… aguzzini: quelli che dell’impedirti di lavorare fanno la loro missione. E poi ci sono quelli che comprendono e ti vengono incontro, a patto che anche tu ne riconosca le ragioni. Per ciascuno di loro, l’avvio del Giro è una centrifuga. Fra domani e giovedì si svolgeranno le conferenze stampa di presentazione dei team, fra mille incastri e con la regia di RCS Sport. Poi il resto della corsa sarà un rendere conto e raccontare, facendo in modo che i corridori siano visibili anche quando non spiccano e gestendone semmai la popolarità in caso di conquista, grande o piccola.

Il primo giorno di Giro

Elisa è figlia di Dario Nicoletti, ex professionista, grande gregario di Franco Ballerini e ora direttore sportivo della Biesse-Carrera, che il 25 aprile ha sbancato il Gran Premio della Liberazione a Roma. Lei un Giro l’ha seguito già, ma dalla parte della carovana. Perciò, c’è venuto in mente di scoprire che cosa metta nella cartella un addetto stampa per il suo primo giorno di Giro e per quelli a seguire.

«Spero di non dimenticare niente – dice ridendo –  ma nella cartella assolutamente devono esserci telefono, computer, hard disk, caricatori: i caricatori sono importanti. Il power bank, la macchina fotografica. E ieri mi sono arrivati tutti i vari attrezzini per la GoPro. L’avevo già, ma non gli accessori per usarla. Principalmente questo, direi, tutte cose elettroniche…

«Invece le informazioni sui corridori le abbiamo abbastanza catalogate, anche se al giorno d’oggi con siti come procyclingstats.com avere info e statistiche è davvero facile. Le informazioni più personali vengono fuori col tempo. Per cui ad esempio i nuovi di quest’anno li conosciamo un po’ meno, ma il Giro d’Italia è l’occasione migliore. Vengono sempre fuori storie interessanti, anche perché essendo il primo grande Giro della squadra e di alcuni ragazzi, scopriremo di certo cose nuove».

Finalmente nella Tudor del Giro vedremo all’opera la coppia Dainese-Trentin
Finalmente nella Tudor del Giro vedremo all’opera la coppia Dainese-Trentin
Scoprirai che aver fatto il Giro con la carovana probabilmente non è la stessa cosa…

Diciamo che avrò un ruolo un po più di responsabilità. La carovana è bellissima. Ci sono sempre momenti positivi, conoscere nuove persone, fermarsi nei paesi, vedere il pubblico che aspetta la gara. E’ un momento di festa. Con la squadra sarà diverso. Anche quando si vince, speriamo di vincere ovviamente, si pensa sempre al giorno dopo. Il ciclismo alla fine è fatto di momenti alti, ma sono pochi rispetto a quelli down e bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo vuoto. Puoi vincere, ma il giorno dopo è sempre un giorno nuovo. Come è successo per esempio al Romandia. Abbiamo vinto il prologo con Maikel Zijlaard e due giorni dopo è caduto, si è rotto il gomito e… ciao!

Come pensi organizzerai il lavoro?

Come squadra, rispetto ad altre che fanno il comunicato per ogni tappa, facciamo pezzi sul sito in caso di grandi risultati. Quindi una vittoria, un podio, cioè momenti molto importanti. Invece le dichiarazioni dei corridori tendiamo a prenderle e a mandarle nel gruppo whatsapp dei giornalisti. Poi le cose possono cambiare in base alle richieste. Siamo una squadra svizzera, quindi durante il Romandia c’è stato più movimento intorno a Yannis Voisard e abbiamo fatto di più perché c’erano tante aspettative. E’ ovvio che un podio di tappa al Giro d’Italia, come pure indossare una maglia di leader è più importante che vincere una gara di livello molto inferiore, per cui diciamo che valuteremo giorno per giorno.

La Milano-Torino del 2023 è stata la prima vittoria per il Tudor Pro Cycling Team
La Milano-Torino del 2023 è stata la prima vittoria per il Tudor Pro Cycling Team
Che rapporto hai con gli atleti della tua squadra?

Per come sono cresciuta io, nel ruolo che ho sempre avuto nel ciclismo con le squadre di mio papà, in passato dei corridori ero quasi amica. Adesso parliamo più di relazioni di lavoro, quindi capita veramente con pochi di sentirsi. Con parecchi ci si segue sui social, rispondiamo reciprocamente alle storie, ma direi che quasi con nessuno capita di sentirsi regolarmente. Con alcuni ci si vede anche poco. Per esempio l’anno scorso ho fatto 150-160 giorni di corsa, ma con Arvid De Klejn ho fatto una sola corsa: la Milano-Torino, che ha vinto. Quindi io praticamente l’ho visto in ritiro, l’ho visto in quella gara e poi l’ho rivisto al ritiro di ottobre. Anche per questo alla fine si tratta prevalentemente di rapporti di lavoro. Quest’anno l’obiettivo era anche quello di seguire Matteo e Alberto (Trentin e Dainese, ndr) rispetto ai vari media italiani. Dainese doveva iniziare all’Algarve ed è caduto. Doveva poi ripartire alla Tirreno, ma non ha ripreso. Quindi non lo vedo dal ritiro di gennaio. Però ci siamo sentiti parecchio, anche perché le richieste dei vari media arrivano principalmente a me o comunque mi occupo io di quelli italiani.

Si può dirlo? Una delle richieste meno simpatiche che capitano è l’addetto stampa che chiede di leggere l’articolo prima che venga pubblicato…

Capita anche a me di chiederlo, anche perché Tudor è una realtà importante che a certe cose bada molto. Il nostro obiettivo però non è tanto quello di controllare, di cambiare la storia come ho già detto varie volte, ma più essere sicuri che il nome sia scritto nel modo giusto, il ruolo della persona sia indicato nel modo giusto. E soprattutto, come è capitato quest’anno in vari articoli, essendo una professional che deve ricevere gli inviti, non possiamo anticipare di averlo ricevuto troppo tempo prima. Oppure al Giro d’Abruzzo abbiamo avuto una giornalista svizzera che è stata con noi per tutti i cinque giorni, raccontando l’avvicinamento di Voisard al Romandia. In quel caso, volevamo essere sicuri che uscissero informazioni corrette. Poi dopo un po’ si va sulla fiducia. 

Romandia, sul podio Zijlaard che ha vinto il prologo e dopo due giorni si ritirerà
Romandia, sul podio Zijlaard che ha vinto il prologo e dopo due giorni si ritirerà
Come è stato che Elisa Nicoletti è arrivata al ciclismo?

Mamma e papà erano entrambi ciclisti, ma anche i nonni erano appassionati. Perciò dai sei anni ho deciso di voler correre in bici e con mia sorella più grande ci siamo iscritte in una squadra locale. I primi mesi andavo alla partenza e non partivo, mi mettevo a piangere. Poi ho iniziato a correre. Ho fatto i giovanissimi, gli esordienti e gli allievi. Ma quando mia sorella ha smesso, l’ho osservata e mi sono accorta che si divertiva più di me e ho iniziato a farci un pensierino. Mi dividevo tra il liceo e la bici, era abbastanza tosta combinare tutto. E siccome alla fine mi piaceva quello che studiavo, ho pensato che talento non ne avessi tanto, che di certo avevo paura in discesa e a stare nel gruppo, così ho preferito focalizzarmi sugli studi. Ma non ho chiuso col ciclismo, dato che ho cominciato ad andare alle gare con mio papà e la sua squadra. Prima il VC Mendrisio e poi la Biesse-Carrera.

Quindi sempre in mezzo ai corridori?

Ho le foto di quando ero piccola e i corridori venivano a dormire a casa nostra il giorno prima delle gare. Abbiamo le foto di loro in piscina con mia sorella piccola in mezzo a loro. Avendo fatto il linguistico, quando ho iniziato a studiare inglese, francese e tedesco, parlare con loro mi servì anche a fare pratica e vincere la timidezza. Quando poi iniziai a lavorare a Livigno, ero diventata il riferimento delle mie colleghe dell’hotel quando arrivavano i corridori e c’era da dargli assistenza per il check-in e le varie richieste che potevano avere. 

Ti è mai pesato essere la figlia del direttore sportivo? 

No, per me era bello. Il weekend significava andare alle gare col papà, tanto che ho iniziato anche a litigare con le mie amiche perché loro volevano uscire e io dicevo di no, perché dovevo svegliarmi presto. Essendo in una squadra piccola, poteva permettersi di portarci preferendo che sviluppassimo questa passione, piuttosto che farci andare a zonzo la domenica senza sapere cosa fare.

C’è un oggetto portafortuna che avrei dietro con te al Giro?

No, però magari lo troverò durante la corsa e lo diventerà per i prossimi anni.

Quindi ci vediamo giovedì a Torino?

Direi proprio di sì. Ho ancora delle faccende da sistemare e poi sarà tempo di cominciare con le conferenze stampa…