Stella subito vittorioso. Un talento sbocciato al Caneva

04.04.2025
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Il ruolino di marcia tenuto da Davide Stella in questo inizio stagione è di quelli importanti: in 18 giorni di gara 2 vittorie condite da 3 Top 5. Il suo ingresso del team UAE Gen Z è stato subito fragoroso. Parliamo d’altronde di un corridore che su pista è considerato un autentico talento, uno di quelli destinato a fare la storia e alle porte del compimento dei suoi 19 anni (lo farà il 14 aprile) sta riuscendo nel suo intento, dimostrare che ha valide carte da giocare anche su strada.

Nel team Gottardo Giochi Caneva Stella è rimasto ben 4 anni, fondamentali per la sua crescita
Nel team Gottardo Giochi Caneva Stella è rimasto ben 4 anni, fondamentali per la sua crescita

Chi conosce bene chi è Davide e quello che può fare è Michele Biz, suo presidente alla Gottardo Giochi Caneva: «Con noi è rimasto quattro anni, da quando è diventato allievo fino all’accesso nel devo team. Io non lo conoscevo ma me ne avevano parlato molto bene. Chiesi informazioni a Roberto Casani, il nostro tecnico e avute ampie garanzie su di lui abbiamo investito».

Che cosa ti aveva detto per convincerti?

Lo aveva tenuto d’occhio nel secondo anno da esordiente. Non sono stati i risultati a solleticare la sua attenzione, quanto il suo comportamento, in gara ma soprattutto fuori. Abbiamo visto il suo inserimento in famiglia, l’appoggio di questa alla sua attività, anche il fatto della tradizione nel suo territorio, il Goriziano, ha avuto il suo peso, abbiamo anche parlato con qualche amico della sua zona. C’erano tutti i presupposti per vedere quel che poi abbiamo visto e continuiamo a vedere.

Davide Stella insieme a David Zanutta, quando conquistarono il titolo italiano allievi 1° anno nella madison
Davide Stella insieme a David Zanutta, quando conquistarono il titolo italiano allievi 1° anno nella madison
Dal punto di vista tecnico?

Potrà sembrare strano ma da esordiente non aveva vinto titoli particolari, ripeto non è stato quello il lato che abbiamo preso in considerazione. Le sue caratteristiche tecniche sono rimaste inalterate, si vedeva subito che era molto veloce e che aveva qualità che andavano sfruttate. Aveva solo bisogno di essere seguito, indirizzato, fatto crescere nella maniera giusta. Da noi ha iniziato subito a vincere, ricordo che quando conquistò il titolo nazionale nella madison, al primo anno da allievo, era strafelice. Questo è il primo vero ricordo che ho di lui in gara.

Che cosa ti colpì di quel ragazzino?

Dopo averlo visto all’opera, eravamo andati a casa sua per parlare con la famiglia e chiudere l’accordo per prenderlo nel nostro team. Questa è un po’ una nostra tradizione, vogliamo che la scelta sia condivisa da tutta la famiglia, è importante conoscersi. La cosa che mi colpì fu la sua grande determinazione, il fatto che parlò subito non delle sue ambizioni personali, ma legate alla squadra, la volontà di dare un contributo alla crescita di tutto il gruppo. E questa determinazione la colsi anche in un episodio successivo.

Il friulano ha subito mostrato la sua predisposizione per la pista, dove da junior vanta ben 7 titoli vinti
Il friulano ha subito mostrato la sua predisposizione per la pista, dove da junior vanta ben 7 titoli vinti
Quale?

Era l’inverno e organizzammo una grande riunione con tutti i nostri ragazzi, allievi e juniores insieme. Si parlava di obiettivi da raggiungere nel corso della stagione. Lui consegnò un post.it che mi lasciò di stucco, c’era scritto “diventare campione del mondo”. Gli chiesi davanti a tutti se si rendeva conto di quel che aveva scritto, se l’aveva preso sul serio e lì si mostrò risoluto, disse che il percorso con noi doveva portarlo a quello. Ha avuto ragione…

Stradista o pistard? Voi avete appoggiato sempre la sua doppia anima tecnica, ma dove lo vedete meglio?

Noi abbiamo Nunzio Cucinotta che segue i nostri ragazzi su pista e mi disse subito che quel giovane aveva una particolare predisposizione per le specialità su pista, per questo sono convinto che non la debba mai lasciare e che sia quella la via maestra per raggiungere i suoi sogni. Su quel talento di base abbiamo lavorato tanto e tanto ancora Davide deve lavorare perché non vada disperso. La passione è rimasta, Davide sa bene che quella è una porta aperta verso la partecipazione olimpica, già a Los Angeles 2028, deve solo seguirla.

Su strada Stella si è messo in mostra da junior come un ottimo velocista. Ora ha già 2 vittorie in maglia UAE (fotobolgan)
Su strada Stella si è messo in mostra da junior come un ottimo velocista. Ora ha già 2 vittorie in maglia UAE (fotobolgan)
Sei rimasto sorpreso dal suo inizio di stagione alla UAE?

No, anzi devo dire che i suoi successi sono stati per me e per noi di tutto il gruppo la classica ciliegina sulla torta. La vittoria alla Volta ao Alentejo è arrivata proprio prima della presentazione della nostra attività per quest’anno, tenutasi sabato scorso. Abbiamo parlato di lui, di come si possano perseguire i propri sogni. Stella ha qualità innate, ha fatto un ingresso nel mondo dei grandi che non è comune, considerando che ha già all’attivo due vittorie.

Siete rimasti in contatto?

So che tecnici e compagni di squadra lo sentono ripetutamente, io gli ho mandato messaggi di congratulazioni, sa che per lui ci sono sempre. La cosa che mi piace di lui è che è uno costante, lo vedi vincere a inizio stagione come anche alla fine, tiene sempre una qualità di prestazioni alta perché non smette mai d’imparare, di crescere.

Il corridore di Monfalcone insieme a Juan David Sierra agli ultimi europei. Una coppia molto promettente
Il corridore di Monfalcone insieme a Juan David Sierra agli ultimi europei. Una coppia molto promettente
Vedendolo ora da lontano, che impressione ne trai?

Quella di un ragazzo che è esattamente dove voleva essere. Come quando vince, hai sempre l’impressione che sia una corsa quasi naturale, che non lo sorprende, ma che lui prende con consapevolezza. Sta acquisendo l’abitudine a vincere che è una dote necessaria per continuare a crescere, per raggiungere i suoi obiettivi. Sta facendo i passi giusti: non nascondo che qualche piccolo timore ce l’avevo nel suo passaggio di categoria, è sempre un’incognita, ma ha iniziato col piede giusto, ora deve solo proseguire.

La Coppi e Bartali dei ragazzi di Valoti. Una gara in prospettiva

04.04.2025
4 min
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Una squadra giovanissima, tanta grinta e tanta esperienza da maturare. Con Gianluca Valoti, diesse della MBH Bank – Colpack, parliamo della Coppi e Bartali dei suoi ragazzi. Non è certo la prima volta che una continental di under 23 prende il via a questa gara, ma l’idea che dei “dilettanti” si ritrovino in mezzo ai pro’ ha sempre il suo fascino.

Con il tecnico lombardo cerchiamo di capire cosa è stata per loro questa corsa e dove li può portare. Valoti ha parlato di prospettive, ma quali?

Gianluca Valoti (classe 1973) è uno dei diesse storici del team bergamasco (foto Instagram)
Gianluca Valoti (classe 1973) è uno dei diesse storici del team bergamasco (foto Instagram)
Partiamo un po’ dalla fine, Gianluca. Che bilancio fai dei tuoi ragazzi alla Coppi e Bartali?

La Coppi e Bartali è importante perché viene in un periodo abbastanza di transizione, cioè senza troppe gare importanti per noi, e proprio per questo è utile per preparare le corse di aprile. E’ una corsa a tappe impegnativa e il livello prestativo è molto alto e questo ci aiuterà.

Chiaramente la tua squadra in una corsa del genere sa che non può vincere, salvo rari casi come quando avevi Ayuso! Che tipo di formazione porti? Una squadra di “costruzione” o con il fine delle fughe per ottenere visibilità?

Noi in questi anni abbiamo cercato sempre di portare corridori e un team in prospettiva per costruire il mese di aprile e, per qualcuno, mettere in bagaglio una corsa a tappe in più in vista del Giro Next Gen. Tuttavia, quest’anno, con la prima tappa molto facile, abbiamo portato il nostro velocista: Samuel Quaranta. Purtroppo per una sbandata non è riuscito a sprintare. Per il resto abbiamo puntato su una squadra di scalatori.

Come uscite da questa Coppi e Bartali?

Soddisfatti, nel senso che più o meno tutti hanno raggiunto una condizione buona. Venivamo da 15 giorni di altura sull’Etna, quindi l’obiettivo era far crescere la forma. L’unico problema, se proprio vogliamo scavare, è stato il meteo: pioggia e freddo non ci hanno aiutato.

A ruota dei giganti (Majka nello specifico): grandi fatiche, ma anche grandi esperienze
A ruota dei giganti (Majka nello specifico): grandi fatiche, ma anche grandi esperienze
Fate dei test pre e post Coppi e Bartali per valutare la condizione dei ragazzi?

Abbiamo fatto qualche mini test, ma niente di specifico. Più che altro test su strada. E in effetti si sono visti risultati migliori dopo la corsa. La Coppi e Bartali aiuta, ma va anche detto che il periodo precedente non era il migliore per i nostri scalatori, quindi era normale vedere un miglioramento netto dopo la corsa.

Chi è andato più forte? Nell’ultima tappa siete stati autori di un gran bell’attacco…

Esatto, Luca Cretti ma anche Lorenzo Nespoli, che nell’ultima tappa ha mancato di poco il passo di Jay Vine. Se fosse riuscito a scollinare con loro, avrebbe potuto giocarsi la tappa o arrivare secondo, che per noi sarebbe stato come una vittoria. Anche Cesare Chesini si è fatto vedere, Diego Bracalente ha tentato qualche fuga, Pavel Novak ha sofferto il brutto tempo. Mentre Manuel Oioli ha faticato un po’ di più, essendo meno scalatore degli altri e corridore più completo.

Ci sono stati aneddoti particolari? Cosa dicevano i ragazzi la sera a tavola?

Parlavano molto di numeri, di KOM, di wattaggi. In questi casi, io cerco sempre di far evitare il confronto con i professionisti perché influisce molto mentalmente. E gli consiglio di nascondere i watt sul computerino. Perché quando vedi che una squadra WorldTour tira a 400 watt (e in gruppo sono ancora tantissimi, ndr) può essere demotivante per un under 23.

Chi li ha impressionati di più tra i professionisti?

Ovviamente chi ha vinto, ma anche i più esperti come Ulissi e Bettiol. Hanno grande ammirazione per questi corridori e questo, ammetto che mi ha fatto molto piacere. Mi ha colpito sentirli parlare di Ulissi o che lo hanno osservato in corsa.

Luca Cretti all’attacco nella 4ª tappa: per lui 115 km di fuga
Luca Cretti all’attacco nella 4ª tappa: per lui 115 km di fuga
E ti hanno fatto qualche domanda “strana”?

Sempre la stessa: la fuga partirà? La lasceranno andare? Arriverà? Io rispondo sempre che se fossi un mago non farei il direttore sportivo! Gli dicevo che le fughe oggi vengono tenute sotto controllo e difficilmente arrivano. Raramente gli lasciano più di 3′.

Li vedi più tesi rispetto alle gare di aprile?

Sì, inizialmente sì. E’ una corsa professionistica e il livello è alto. A volte vanno giù di morale perché prendono distacchi importanti, allora sta a noi tecnici motivarli, fargli capire che stanno affrontando un livello superiore, qual è per noi la Coppi e Bartali. Bisogna supportarli ancora di più rispetto alle corse dilettantistiche. Non è facile, perché qualcuno reagisce meglio, qualcun altro soffre di più. Sta a noi trovare il giusto equilibrio tra stimolo e supporto morale.

Gianluca, ora quali sono i prossimi obiettivi?

Come detto prima, le corse internazionali in Veneto ad aprile, poi il Giro di Reggio Calabria e Giro d’Abruzzo, per chiudere la prima parte di stagione. Poi avremo delle corse in Bretagna e il Giro Next Gen, anche se ancora non si sa quante squadre italiane saranno invitate…

Siamo tutti con Van Aert, un po’ meno con la Visma

04.04.2025
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Davanti a una corsa come la recente Dwars door Vlaanderen, ci sono due piani da far coincidere: il piano della tattica di corsa e il piano degli uomini che hai di fronte. E se l’uomo è un campione che fatica a ritrovarsi, allora il discorso si complica. Che cosa sta succedendo a Van Aert? L’esito della corsa belga sarà l’ennesimo chiodo sulla croce o se ne può dare una diversa lettura? E perché la squadra non ha voluto fargli da ombrello?

Abbiamo riletto i post di ieri, quelli dopo la sconfitta. Non i commenti dei tifosi, ma quelli degli addetti ai lavori che nella difficoltà del belga forse hanno riconosciuto anche un pezzetto della propria storia. Da Demi Vollering in avanti, nessuno di loro ha puntato il dito contro l’uomo, mentre alcuni si sono focalizzati sulla condotta della sua ammiraglia. Il piano della tattica di corsa, appunto, e l’uomo che si ha di fronte.

A Van Aert vogliamo tutti bene e abbiamo tutti la sensazione che qualcosa non vada come deve. Per cui abbiamo ripreso alcune di queste voci e siamo andati più a fondo, cercando di capire se la nostra sensazione di una squadra incapace di gestire il finale di corsa e ancora meno di proteggere il suo leadeer sia condivisa da altri. Oggi Van Aert e la Visma-Lease a Bike incontreranno la stampa alla vigilia del Fiandre, con quale stato d’animo ci arriverà il belga?

Powless davanti a tutti e dietro i tre Visma sconfitti
Powless davanti a tutti e dietro i tre Visma sconfitti

La Visma e Van Aert

Adriano Malori ha scritto un post puntando il dito su squadre sempre più legate ad un approccio scientifico al ciclismo e sempre meno capaci di gestire situazioni che richiedono esperienza.

«Condivido che sia sbagliato fare una crociata contro Van Aert – spiega ora Malori – che purtroppo si trova in un momento psicologicamente molto delicato. Lo testimonia anche il fatto che sia in sovrappeso, lontano parente del Van Aert che al Tour 2022 era stato capace di staccare Pogacar in salita. Viste le cose, non avrei tenuto chiuso il finale dando a lui la responsabilità di finalizzare la corsa. Se anche avesse avuto le gambe migliori, poteva saltargli il cambio o rompere la catena. Se volevano risollevare Van Aert, secondo me l’hanno fatto nel modo più sbagliato.

«Volevi farlo vincere e fargli riprendere un po’ il sorriso in vista del Fiandre? Allora si facevano scattare i compagni in modo… morbido, facendo in modo che Powless ogni volta rientrasse, lasciando poi a Van Aert il compito di dare la botta finale per staccarlo definitivamente. Invece Wout ha dimostrato poca lucidità nel chiedere di tenere la corsa chiusa, ma l’ammiraglia ha dimostrato di non avere gli attributi per dirgli di no. Io ho la sensazione che alla Visma di Van Aert importi poco. Lo hanno sempre usato per fare il gregario in lungo e in largo. L’hanno sfruttato senza considerazione, mentre il suo rivale di sempre, Van Der Poel, si è gestito come un cecchino mirando l’appuntamento, e ci è sempre arrivato più pronto di lui. Mercoledì dovevano tutelarlo mettendosi davanti e dicendo che è stata la squadra a sbagliare la tattica. Vederlo così prostrato nella conferenza stampa a me ha fatto veramente paura».

Il secondo posto in volata è stato un colpo troppo duro per Van Aert
Il secondo posto in volata è stato un colpo troppo duro per Van Aert

Ammiraglia anestetizzata

«Il post che ho fatto ieri – dice invece Angelo Furlan – non è nel mio stile, perché sono sempre per le cose costruttive. Mi ricordo sempre quando ero corridore e le critiche da divano mi piacevano fino a un certo punto. Si capisce che Van Aert stia passando un momento difficile e che la squadra voleva farlo vincere, ma hanno sbagliato. Il fatto di non aver provato a staccare Powless quando mancava tanto all’arrivo non è stato responsabilità dei corridori: il senso del mio post era questo. Non voleva essere un’accusa, ma cosa diciamo agli esordienti e agli allievi?

«Già abbiamo tattiche che vengono stravolte da corridori che partono da lontano perché sono dei fuoriclasse. Cosa imparano i ragazzini da un finale come quello di mercoledì? Questo è il problema. Doveva arrivare un ordine dall’ammiraglia. Ci sono watt predittivi, i kilojoule predittivi, GPS, telecamere, riproduzione predittiva in 3D dell’arrivo e cosa stai facendo sull’ammiraglia quando si decide la corsa, guardi il tablet? Lo so che vuoi far vincere Van Aert, ma prova a giocartela. Gli altri due che avevano lì sono due vincenti, due punte di diamante, invece chi li guidava è parso quasi anestetizzato. Si sono dimenticati che basta fare delle cose semplici, applicare una tattica semplice e avrebbero vinto. Non vorrei essere nel povero Van Aert che ha tutta la solidarietà ed è un corridore per cui io faccio il tifo e ammiro tantissimo. Dopo l’arrivo è stato fin troppo un signore ad assumersi tutte le colpe».

Pedersen si è inchinato alla forza della Visma, ma ora conforta Van Aert
Pedersen si è inchinato alla forza della Visma, ma ora conforta Van Aert

Programma da capire

«C’è un problema Van Aert – dice Bennati – e mi dispiace tantissimo. Ci sta il fatto che la squadra voglia far vincere Wout, come quando il capitano vuole far segnare il goleador, non passa la palla agli altri attaccanti e la squadra avversaria fa goal in contropiede. Mercoledì volevano metterlo nelle condizioni di vincere la corsa, ma se in questo momento Van Aert non riesce a battere Neilson Powless in volata, allora il problema c’è davvero.

«Facciamo un passo indietro – prosegue Bennati – un campione come lui non si può gestire così. Dopo gli incidenti dello scorso anno, non doveva fare la stagione del cross e non credo che alla Visma qualcuno lo abbia costretto. Aveva la grande opportunità di recuperare al 110 per cento e prepararsi per la stagione su strada, riazzerando tutto. Avrebbe dovuto fare un programma classico, passare attraverso Parigi-Nizza o Strade Bianche e Tirreno. Un corridore come lui deve fare quel tipo di calendario, con la Sanremo e la Gand, non andare tre settimane in altura per preparare queste gare, perché obiettivamente non ne ha bisogno.

«Secondo me giocarsi solo la carta della volata è sempre sbagliato, anche se sei nettamente più forte. E se anche non avesse vinto lui perché magari Benoot andava via, dal punto di vista mentale era sempre meglio che vincesse un compagno di squadra, che avere questa grande delusione perdendo con Powless sull’arrivo. Questo episodio va sempre più a complicare la situazione di Van Aert. A meno che non abbia un carattere talmente forte che da questa grande delusione riuscirà a tirare fuori il meglio di sé, vincendo il Fiandre e la Roubaix».

Powless è incredulo, Van Aert è più incredulo di lui
Powless è incredulo, Van Aert è più incredulo di lui

Tifosi di Wout

«Mercoledì in tanti abbiamo criticato la tattica della Visma – scrive Giada Borgato – non certo Van Aert. Il campione non si discute e sono sicura che il mondo del ciclismo era lì a fare il tifo per lui. A fine corsa, da campione qual è, frustrato, deluso e amareggiato, si è dichiarato “colpevole” ai microfoni di mezzo mondo. Sentire quelle parole mi ha fatto male e mi sono chiesta perché gli sia stato permesso di prendersi una responsabilità cosi grande. Credo che in questo momento Wout non debba prendersi responsabilità per il semplice fatto che non ha bisogno di ulteriori pesi sulle spalle.

«In condizioni normali avrebbe vinto con due biciclette su Powless, ma si è visto che non è il solito Van Aert e credo che lui lo sappia. Il campione ha nell’indole di provarci, vuole vincere, ma la squadra conosce i valori dei suoi atleti e in teoria dovrebbe anche sapere come stanno a livello mentale. Allora forse sarebbe servita un po’ di freddezza da parte dei direttori sportivi che avrebbero dovuto dirgli: “No, decidiamo noi. E se sbagliamo, sbagliamo noi, non tu”. L’ammiraglia avrebbe dovuto tutelarlo e prendersi la responsabilità di scegliere cosa fare. Le critiche sono state rivolte per lo più alla squadra e non al corridore. Perché in fondo siamo tutti dalla parte di Wout».

Direttore sportivo: per Martinelli un mix fra carisma e conoscenza

03.04.2025
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RICCIONE – C’era un uomo in borghese alla Coppi e Bartali che ogni giorno ha osservato quello che è stato il suo mondo da un altro punto di vista. Giuseppe Martinelli in Romagna si è ritrovato nei panni dello spettatore privilegiato in mezzo agli appassionati che, riconoscendolo, gli chiedevano foto e impressioni.

L’occhio di “Martino” è di quelli allenati, di quelli che vedono sfumature dove una persona normale vede solo tinta unita. E il ciclismo sta andando verso una direzione sempre più variopinta per la moltitudine di figure che ne fanno parte. Prima di un foglio firma, abbiamo domandato a Martinelli, ospite della MBH Bank Ballan CSB, cosa ne pensa del diesse di questa epoca.

«Mi hanno invitato Valoti e Rossella Di Leo che hanno dei progetti in evoluzione – ci racconta l’ex tecnico di Carrera, Mercatone Uno, Saeco, Lampre e Astana – sono qua a vedere come si muove il mondo dei dilettanti, che poi sono ormai semi-professionisti. La Coppi e Bartali è una gara dove ci sono formazioni WorldTour, con un livello molto alto. Mi piace vedere da esterno pur essendo dentro all’evento. L’impatto è molto bello, ma diverso dal WorldTour dove sei sempre concentrato sull’obiettivo o sul dovere di vincere. In una squadra come la Colpack si pensa a far crescere i giovani e proiettarli in categorie superiori o posizioni migliori negli anni successivi».

Non solo la tattica, ma conoscenze approfondite di altri aspetti: Davide Martinelli e Antonio Bevilacqua, due scuole a confronto (foto MBH Bank Ballan)
Non solo la tattica, ma conoscenze approfondite di altri aspetti: Davide Martinelli e Antonio Bevilacqua, due scuole a confronto (foto MBH Bank Ballan)
Prendendo spunto dal figlio Davide diesse, papà Giuseppe con la sua esperienza come vede questo ruolo in generale ora come ora?

Parlavo di questo in questi giorni con Valerio Piva della Jayco ed altri colleghi del WorldTour. Praticamente è cambiato il ruolo del direttore sportivo. Adesso ti devi confrontare con figure all’interno del team che non dico facciano il tuo lavoro, però ti obbligano ad essere concentrato. Tutti ruoli che non c’erano quando ho iniziato io. All’epoca era tutto basato sul rapporto diesse-corridore.

Come si deve comportare il diesse con queste figure?

Con loro devi mediare. Bisogna trovare un compromesso, un equilibrio. Non è sempre facile se il diesse non ha un suo “io”. Credo che il direttore sportivo debba avere ancora la capacità di gestire un team. Che poi si debba confrontare con il responsabile della performance, col procuratore del corridore, col preparatore o col nutrizionista è ormai un aspetto quasi imprescindibile.

Per Giuseppe Martinelli il ruolo del diesse deve restare centrale nella gestione della squadra, confrontandosi con altre figure
Per Giuseppe Martinelli il ruolo del diesse deve restare centrale nella gestione della squadra, confrontandosi con altre figure
Nel mondo delle continental o dei cosiddetti “dilettanti” invece c’è ancora un rapporto più diretto.

Certamente. Ovvio che però se vuoi crescere o se vuoi fare veramente qualcosa di buono nel futuro, secondo me devi già avere una tua identità da portare avanti. Quello che ad esempio vorrei trasmettere a Davide o altri che me lo dovessero chiedere è proprio questo aspetto. Quella del diesse deve essere la figura centrale, soprattutto per convincere il corridore a fare una cosa anziché un’altra.

Facendo una provocazione, c’è il rischio che un diesse venga messo da parte e si ritrovi solo a guidare l’ammiraglia?

Sarebbe un punto di non ritorno. Secondo me dipende molto dal soggetto in questione e da cosa tu vuoi fare della tua carriera. Se vuoi fare veramente il direttore sportivo in prima persona e pensi che sia davvero il tuo ruolo, allora devi avere il carisma o maturarlo. Quello che decide non solo la strategia in corsa, ma anche le dinamiche in seno alla squadra. Se invece vuoi essere la persona che si fa le cento o duecento giornate di corse senza avere responsabilità, è un altro discorso, però cambia la prospettiva.

Chiaro…

Il diesse deve saper prendersi le sue responsabilità e mi è sempre piaciuto fare quello. Non dico che mi piacesse fare il leader, però alla fine visto che mi hanno sempre insegnato e dato quel ruolo, io lo mettevo in pratica nel miglior modo possibile.

Davide Martinelli ha ottimi insegnanti per il ruolo di diesse. Non solo papà Giuseppe, ma anche Gianluca Valoti (foto MBH Bank Ballan)
Davide Martinelli ha ottimi insegnanti per il ruolo di diesse. Non solo papà Giuseppe, ma anche Gianluca Valoti (foto MBH Bank Ballan)
Il diesse attuale deve comunque saperne di tutti questi aspetti. Per Giuseppe Martinelli è facile o meno?

Vent’anni fa o prima, per dire, ne sapevamo anche noi perché ognuno di noi aveva la propria idea di allenamento o di nutrizione che era data essenzialmente dall’esperienza fatta sul campo. Adesso invece il diesse si basa su dati molto più “scientifici” se mi passate il termine e deve trovare la quadra. E di conseguenza deve essere molto più preparato, lo vedo in Davide. Prima il corridore arrivava ad un appuntamento importante attraverso le prime gare in preparazione. Ora deve essere competitivo dal momento in cui si mette il numero sulla schiena, non esistono più le corse per entrare in forma. Per questo ci deve essere dietro un grande lavoro di equipe tra diesse sempre sul pezzo, corridore e le altre figure.

BMC Mpc, cos’è e cosa significa, cosa rappresenta e perché

03.04.2025
4 min
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MASSA MARITTIMA – Perché un’azienda come BMC propone un progetto, una bici di qualità e fattura artigianale? Oltre alle considerazioni di Stefan Christ, espresse durante la presentazione ufficiale della BMC Teammachine R Mpc, abbiamo chiesto altre informazioni a David Heine.

Heine è il responsabile marketing del marchio svizzero e ci offre una visione ad ampio spettro, anche commerciale e ci spiega perché questa bici è stata fornita a soli 3 corridori del Team Tudor.

Cosa significa Mpc per un’azienda come BMC?

Mpc è l’apice della tecnologia che può essere raggiunto in ambito ciclistico. Per BMC in particolare rappresenta il momento in cui la parte ingegneristica e di sviluppo mette in campo ogni risorsa possibile e dove gli eventuali limiti commerciali passano in secondo piano.

Limiti commerciali, cosa significa?

Significa che, commercialmente parlando, un prodotto dalle caratteristiche come quelle che si presentano con Mpc, ha poco senso. E’ costoso per noi e per il consumatore finale, si possono produrre pochi pezzi. E’ una sorta di azzardo.

David Heine è il responsabile marketing di BMC
David Heine è il responsabile marketing di BMC
Allora perché lo fate?

Perché BMC può permettersi di farlo e non è presunzione. E’ uno stimolo, è una fase delle nostre ricerche. E’ un biglietto da visita e un punto di arrivo. Una BMC Mpc è un vanto e non è una bici da museo, ma un qualcosa sopra le righe perfettamente utilizzabile e ultra performante.

Quanti pezzi si possono produrre?

Per un kit telaio Mpc ci vogliono all’incirca 10/12 ore. Realisticamente 4 pezzi a settimana, molto pochi se consideriamo i canoni attuali di una grande azienda.

Dove è prodotta una BMC Mpc?

Solo in Germania da artigiani selezionati che non possono veicolare nulla all’esterno di tutto quello che è un progetto Mpc.

Quanto vi costa fare un telaio Mpc?

Più del doppio rispetto alla versione standard, anche se è difficile quantificare in modo preciso. A parità di versione e taglia, tra una standard e una Mpc ci sono 130 grammi di differenza in termini di peso. La Mpc pesa meno ed è più rigida.

La prima Mpc è stata una Roadmachine, la endurance. Come mai siete partiti da un segmento del genere?

Per una semplice prova legata ad una questione temporale. In quel periodo era previsto il lancio della Roadmachine e abbiamo utilizzato quella piattaforma per provare una Mpc. Poi c’è stata la SLR e ora la Teammachine R.

Quante Mpc al Team Tudor?

Solo tre bici per tre corridori, una a testa e solo la versione Teammachine R. Hirschi il primo ad usarla, Alaphilippe che l’ha utilizzata alla Sanremo, Storer che non l’ha ancora utilizzata anche se alla Parigi-Nizza ha vinto sulla versione standard.

Avete previsto altre Mpc al team?

Per ora no, ovviamente valuteremo.

I corridori la chiedono?

Tutti. BMC ha fatto una scelta e non è solo una questione di costi. Mpc è un prodotto talmente esclusivo che deve rimanere tale per qualsiasi tipologia di utilizzatore.

Nuovo quadriennio: per gli juniores è ora di cambiare passo

03.04.2025
5 min
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Da quando ci sono state le nuove elezioni federali gli impegni di Dino Salvoldi sono triplicati, anzi si è perso il conto di quanto lavoro ci sia da fare. Il tecnico azzurro, che ha mantenuto l’incarico con la categoria juniores, sia su strada che su pista, si è visto aggiungere anche la gestione di under 23 ed elite, sempre su pista. Per capire il calibro dei suoi impegni basta sapere che ieri mattina è andato a Trieste insieme a Marco Velo per vedere il percorso dei campionati italiani juniores. Nel pomeriggio, invece, era a Montichiari per lavorare con gli under 23 su pista.

Intercettiamo Salvoldi mentre da Trieste si sposta a Montichiari, il tratto di strada ci dà il tempo di parlare della categoria juniores. La stagione è appena iniziata ed è arrivato anche il primo impegno per la nazionale. 

«Siamo stati alla E3 Saxo di categoria – racconta il cittì – prima prova di Nations Cup a cui prendiamo parte riservata agli juniores. E’ stato un bel test, nel quale ho portato ragazzi al secondo anno nella categoria. Una scelta dettata dal fatto che la stagione sia appena iniziata e non ho ancora avuto tanti riscontri. La gara è stata bellissima, interamente svolta sul percorso dei professionisti: 140 chilometri con dieci muri».

La E3 Saxo Nations Cup riservata alla categoria juniores si è svolta sugli stessi muri della gara dei pro’ (foto E3 Saxo)
La E3 Saxo Nations Cup riservata alla categoria juniores si è svolta sugli stessi muri della gara dei pro’ (foto E3 Saxo)
Che gara è stata?

Molto controllata e veloce. Nonostante il percorso impegnativo, non c’è stata selezione, nemmeno sui muri. Sul finale due atleti si sono avvantaggiati con una bella azione. Il gruppo ha esitato un attimo di troppo e la corsa è andata via. 

Dei tuoi ragazzi cosa ci dici?

E’ arrivato un quinto posto di Riccardo Colombo, che ha iniziato bene la stagione e questo risultato lo premia pienamente. Ci sono state un paio di cadute che hanno escluso alcuni pretendenti come Magagnotti e Segatta. Avevo chiesto loro di correre in maniera spregiudicata, visto che era la prima prova e che ci si giocava una gara importante ma non un titolo. 

La corsa è stata molto controllata e con poca selezione, complice anche il bel tempo (foto E3 Saxo)
La corsa è stata molto controllata e con poca selezione, complice anche il bel tempo (foto E3 Saxo)
Come riparte il movimento dopo il 2024 e i suoi tanti successi?

Una cosa su cui ragionavo nei giorni scorsi è proprio questa. La E3 Saxo è impegnativa ma ho visto i nostri ragazzi molto vicini alle prestazioni degli atleti di riferimento della categoria. Se negli anni passati c’erano delle eccellenze, che erano dettate dal talento, ora vedo un livello migliore. 

Frutto delle prestazioni fatte nel 2024, tra cui la vittoria del mondiale?

Tante squadre hanno fatto uno step in avanti, per questo dico che la vittoria di Finn potrebbe aver invogliato molti team a lavorare in maniera diversa. Ai ragazzi ora non puoi più nascondere nulla, i numeri e le prestazioni per fare risultato li conoscono alla perfezione. 

Questo che anno può essere per il movimento juniores?

Il sistema si è dovuto adeguare, anche chi si basava sulle proprie esperienze ha cambiato metodo. Le novità prima o poi arrivano, non le puoi tenere nel cassetto. 

Si può fare qualcosa per abbracciarle?

Mi piacerebbe avere meno dispersione. Se non si alza il livello generale è difficile creare i presupposti per il futuro. I ragazzi più forti e talentuosi emergono, ma c’è una grossa fetta di movimento che va tutelata. Mi riferisco a quei ragazzi che in questo momento tendiamo a perdere. La categoria juniores si evolve e se non si trovano i risultati diventa difficile avere un futuro nell’immediato. 

Il migliore degli azzurri è stato Riccardo Colombo che ha iniziato alla grande il 2025 (foto E3 Saxo)
Il migliore degli azzurri è stato Riccardo Colombo che ha iniziato alla grande il 2025 (foto E3 Saxo)
In che senso?

Se un ragazzo non vince tra gli juniores fa fatica a entrare in una continental, figuriamoci in un devo team, per cui serve lavorare sui regolamenti. In altri sport anche tra i pari età si va a competere con chi è del tuo stesso livello. Se vedo che un ragazzo è forte e vince le gare regionali sarà interesse di tutti portarlo a confrontarsi a livello nazionale o internazionale. 

Gli argomenti sono tanti, ma serve una mano dall’alto. 

Si parla di prolungare la categoria juniores di un anno, oppure di anche di avere un aiuto dai Comitati regionali. 

La stagione passata ha sancito uno spartiacque importante per la categoria juniores, la vittoria di Lorenzo Finn al mondiale ha portato a dei ragionamenti sul movimento. Il 2025 sarà un anno a spese ridotte per la Federazione, che ha limitato le trasferte in tutte le categorie. Una mano possono darla i comitati regionali o le rappresentative miste. Portare i ragazzi a fare esperienze internazionali è diventato fondamentale per la loro crescita sportiva. Per non creare un divario tra le tante realtà si possono pensare diverse soluzioni, qualcuno deve muovere il primo passo affinché si possa costruire un quadriennio in cui ridurre ulteriormente il gap. Che in Italia manchi una realtà che investe in una formazione WorldTour e in tutte le sue squadre satellite è un dato di fatto, ma questo non deve diventare la scusa per passarsi la palla in attesa che qualcuno la metta a terra e inizi a giocare. 

La vittoria, il terremoto, la mente. La Thailandia di Quartucci

03.04.2025
4 min
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Il terribile terremoto che la scorsa settimana ha devastato il Myanmar ha avuto pesanti ripercussioni anche in Thailandia, come si è visto su tutti i media. In quei giorni si stava correndo il locale Giro, che solo due giorni prima del tragico sisma aveva visto l’italiano Lorenzo Quartucci sfrecciare vittorioso al Pang Sida National Park. Tornato in Italia, tutti gli hanno innanzitutto chiesto come abbia vissuto quei difficilissimi giorni, che chiaramente hanno ammantato la sua vittoria di una luce diversa.

I ragazzi del team presenti in Thailandia. Il toscano ormai è al suo terzo anno nella Solution Tech
I ragazzi del team presenti in Thailandia. Il toscano ormai è al suo terzo anno nella Solution Tech

Il venticinquenne di Sansepolcro, in provincia di Arezzo, non si stupisce delle domande, inizialmente poco riguardanti l’aspetto ciclistico. «Quando è avvenuta la scossa – racconta – noi non l’abbiamo sentita. Era il 28 marzo e noi eravamo a 200 chilometri da Bangkok che ho visto essere stata colpita pesantemente. Noi eravamo più lontani dall’epicentro, nella municipalità di Aranyaprathet. Dei suoi effetti ci siamo accorti soprattutto tornando nella capitale per prendere il volo di ritorno».

Quindi non avete avuto paura…

Personalmente no, abbiamo potuto rincuorare chi ci aspettava a casa. Siamo stati molto fortunati perché in televisione abbiamo visto come anche nella capitale i danni ci siano stati come in altre zone del Paese. Ma noi eravamo molto lontani.

La rimonta vittoriosa su Hopkins, Quartucci centra finalmente il successo in una corsa Uci
La rimonta vittoriosa su Hopkins, Quartucci centra finalmente il successo in una corsa Uci
Veniamo alla corsa, che hai concluso sul podio nella classifica generale. Facile però immaginare che esso sia poca cosa rispetto alla tua vittoria di tappa…

Effettivamente è così. Tenevo in maniera particolare a quel traguardo, anzi devo dire che con il team ne parlavamo da una settimana, era cerchiato di rosso nelle nostre agende e sapevo che la squadra avrebbe puntato su di me viste le caratteristiche del percorso. Le previsioni erano giuste, d’altronde già due giorni prima avevo sfiorato il successo, cedendo solo al danese Salby.

Era una vittoria che inseguivi da tanto?

Sì, è la mia prima da professionista in una corsa di buon livello. Ma devo dire che è dall’inizio della stagione che sto viaggiando forte: ho iniziato al Tour of Sharjah con un altro secondo posto, poi sono stato al UAE Tour dove il livello era massimo ma è servito per rodare la gamba. A Taiwan un altro secondo posto, poi l’inizio in Thailandia. Sentivo che la vittoria era matura, serviva solo che tutti i tasselli andassero al posto giusto.

Quartucci con Arashiro, il giapponese che gli ha dato una solida mano nella tappa vittoriosa
Quartucci con Arashiro, il giapponese che gli ha dato una solida mano nella tappa vittoriosa
Tante piazze d’onore e piazzamenti nella top 5, un bottino da velocista…

Ma io velocista non sono, anche se certamente posso giocarmela bene nei gruppi ristretti. Quella tappa l’avevamo scelta proprio perché aveva un percorso severo dove si poteva fare selezione, infatti siamo riusciti a ridurre il gruppo a una ventina di unità e poi ho trovato il giusto colpo di mano insieme all’australiano Hopkins, battendolo allo sprint.

Quanto influisce il fatto che sei al tuo terzo anno nel Team Solution Tech?

Molto, l’esperienza si accumula. Riguardo i miei tabellini e vedo un indubbio progresso, al Tour of Sharjah ad esempio lo scorso anno avevo colto un quarto posto, questa volta è andata molto meglio. Io dico che i chilometri macinati nelle strade sono come granelli che alla fine costruiscono il monumento, ma credo che soprattutto sia cambiato il mio modo di pensare, il mio approccio alle gare. Sull’aspetto psicologico ho lavorato molto e gli effetti si vedono…

Al Tour of Sharjah l’esordio stagionale con un secondo posto. Un inizio promettente da cui tutto è iniziato
Al Tour of Sharjah l’esordio stagionale con un secondo posto. Un inizio promettente da cui tutto è iniziato
Com’è avvenuto questo progresso, ti sei fatto aiutare da un mental coach?

No, diciamo che devo dire grazie a tutti coloro che mi sono vicini, in primis alla mia compagna Gaia che mi ha sempre spinto a credere nelle mie capacità, ad avere fiducia nel futuro e come lei la mia famiglia e chiaramente anche il team, nel quale mi trovo benissimo e circondato dalla fiducia. Sapevo che dovevo solo affrontare le gare con più positività e la differenza l’ho vista subito, infatti quando ho iniziato la stagione in Medio Oriente sentivo di essere in buona forma e ho affrontato la gara con più spavalderia. Da lì è venuto tutto di conseguenza.

Tu sei uno abituato a correre molto, lo scorso anno hai messo insieme 66 giorni di gara. E quest’anno?

Sono stato tre settimane in Estremo Oriente, ora sento che devo recuperare. Poi ricomincerò ad allenarmi e riprenderò le corse il 12 aprile a Reggio Calabria. Arriva una fetta di torta della stagione molto ricca di appuntamenti anche adatti alle mie caratteristiche. Chissà che, ora che ho rotto il ghiaccio, non si possa arricchire il bottino…

Longo Borghini, lo splendido assolo e la squadra in costruzione

03.04.2025
5 min
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Un assolo stupendo. Quel tricolore sul pavé, che scappava via al sole del Belgio, brillava ancora di più. Era il tricolore di Elisa Longo Borghini. La campionessa del UAE Team ADQ deve sentire l’aria del Fiandre per davvero e, dopo un anno, eccola con gli artigli di fuori, pronta a difendere il titolo nella Ronde di domenica.

Ieri a Waregem ha vinto la “Attraverso le Fiandre”, antipasto di quel che sarà domenica. Una vittoria importante che arriva dopo i guai della Strade Bianche, il colpaccio sfiorato alla Sanremo, la faticaccia della Gand. Elisa c’è sempre. Anche quando si trova in inferiorità numerica a lottare contro le grandi. Anche se di fronte ha dei mostri sacri, a partire da chi oggi le è arrivata a 29” con indosso la maglia iridata. Di tutto questo ne parliamo con Giada Borgato, ex pro’ e oggi commentatrice tecnica per Rai Sport.

Giada Borgato: dalla bici alle postazioni di commento tecnico per la Rai (foto Instagram)
Borgato: dalla bici alle postazioni di commento tecnico per la Rai (foto Instagram)
Giada, più che partire da ieri, partiamo da domenica scorsa alla Gand, la prima al Nord per Elisa Longo Borghini in questo 2025. Come la vedi?

La vittoria di ieri sicuramente le fa bene al morale. Era partita forte vincendo il UAE Tour. C’è da dire che lì non c’erano tutti i grandi rivali, però la vittoria le ha dato subito una bella iniezione di fiducia. Dopo ha avuto i problemi alla Strade Bianche, ma anche lì si è visto il carattere della Longo Borghini, perché ha voluto finire la corsa. Alla Sanremo ha dato spettacolo e per un pelo non le è andata bene. Ieri la vittoria, quindi sta andando forte. Anche al Binda era andata forte. Quando è sul suo terreno, lei ci prova. Ha sempre il carattere di sempre. Cresce di condizione e il suo modo di correre aggressivo lo mantiene. E’ quello il bello di Elisa.

Il marchio di fabbrica…

E penso che arrivi alle classiche più importanti con una grande condizione e una grande testa, soprattutto dopo la vittoria di ieri.

Abbiamo visto il caso di Van Aert che sicuramente non lo aiuta dal punto di vista del morale. Invece arrivare con questa vittoria e da campionessa in carica, quanto conta in vista del Fiandre? Da una parte c’è il buon morale, ma dall’altra anche le responsabilità aumentano.

Si sono accorte tutte che è una Longo Borghini fortissima. Arriverà col morale alto, quindi sarà sicuramente una delle grandi protagoniste, una di quelle che farà paura anche per il modo in cui corre. Ieri è partita a 30 dall’arrivo, mica è cosa da poco… Longo Borghini parte, non ha paura, può essere imprevedibile. E’ una di quelle che fa paura per il Fiandre, ma anche per la Roubaix e per tutte le corse che arriveranno. Ieri comunque c’erano anche Kopecky e altre atlete forti. Se le ha messe tutte dietro, significa che va.

Elisa Longo Borghini vince la Dwars door Vlaanderen dopo un attacco a 30 chilometri dall’arrivo. E’ il terzo successo stagionale
Elisa Longo Borghini vince la Dwars door Vlaanderen dopo un attacco a 30 chilometri dall’arrivo. E’ il terzo successo stagionale
Parliamo invece di squadre. Senza dubbio la SD Worx, quando mette giù la formazione top, è davvero imbattibile. La UAE Adq, la squadra di Elisa, non sembra essere così forte, anche alla Gand nei momenti clou Longo Borghini era sola. Che ne pensi?

C’è da dire una cosa. Elisa ha sicuramente rinforzato la UAE Adq, una squadra che vedo più pronta per i grandi Giri, mentre non lo è ancora per le corse di un giorno, specie così grandi. Io credo che Elisa ne fosse consapevole. Sapeva che si sarebbe dovuta un po’ arrangiare. Ora non so chi schiereranno domenica al Fiandre, ma lei si è portata Backstedt, che è una pedina importante. Sofia Bertizzolo ha fatto bene nelle classiche, anche al Fiandre in passato. Chapman e altre (Magnaldi, Persico, ndr) sono più scalatrici. La UAE ha dei limiti nelle classiche, cosa che non ha invece la SD Worx, che è fortissima anche nelle gare di un giorno.

La SD Worx ieri ha schierato una grande formazione, ma non iper come alla Gand e Kopecky è sembrata più vulnerabile. Magari c’è stata anche della pretattica?

Forse le sono mancate un po’ le gambe e non so quanta pretattica fosse. E comunque rivedendo la formazione non mi sembrava affatto una squadra debole, anzi. Se Kopecky comunque nel gruppetto inseguitore aveva Bredewold con lei. Secondo me è andata proprio forte Longo Borghini.

Dovendo lottare con uno squadrone quale la SD Worx, piena di campionesse, come dovrà fare Elisa nelle prossime classiche? Meglio tenersi vicine Backstedt e Bertizzolo, o rispondere di squadra?

Nel ciclismo femminile, quando c’è la selezione, alla fine rimangono sempre le solite. Anche la stessa Kopecky deve avere compagne che quel giorno hanno la giornata super per stare con lei. Se corrono insieme Wiebes e Kopecky, è più facile che siano davanti entrambe. Ma stiamo parlando di due fuoriclasse (e non abbiamo citato Van der Breggen, ndr).

Bertizzolo sarà un grande aiuto per Longo Borghini. Sofia quest’anno in Belgio è già stata seconda al GP Oetingen
Bertizzolo sarà un grande aiuto per Longo Borghini. Sofia quest’anno in Belgio è già stata seconda al GP Oetingen
Chiaro…

Elisa non ha due compagne forti come loro, quindi probabilmente si troverà da sola. Lì dovrà essere furba, dovrà correre con astuzia, provare ad anticipare. Se la SD Worx si troverà in tre davanti, proveranno ad attaccare. Non dimentichiamo che ci sarà anche Vollering. Elisa dovrà giocarsela bene e correre con intelligenza. E’ quindi importante che le stiano vicino il più possibile quando possono.

Torniamo alla vittoria di ieri. Questo è un bel segnale ed è ovvio, tanto più che domenica ha faticato nei primi muri, probabilmente anche per via della caduta, ma ora Elisa sa di esserci…

Sicuramente sa di esserci e di aver lavorato bene. Elisa non ha sbagliato niente nella preparazione. Ha portato il suo coach, Paolo Slongo, in squadra per dare continuità al lavoro degli anni scorsi. Ha fatto tanta altura, è molto motivata e serena. Ho sentito che è molto contenta alla UAE. Il fatto che sia capitana unica le dà morale. I gradi da capitano non le pesano, li sa portare bene. Se dovesse trovarsi da sola nel finale del Fiandre, penso l’abbia già messo in conto e saprà gestirlo con intelligenza.

Il capolavoro e la beffa: Powless alle stelle, Van Aert al tappeto

02.04.2025
5 min
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La cosa bella di Van Aert è che si è sempre fermato a parlare con i giornalisti. Quando vinceva, rispondendo alle domande di tutti con la comprensibile leggerezza. E assai più spesso quando perdeva, riconoscendone il lavoro. Ed è così anche oggi, dopo una corsa perfetta e avendo incomprensibilmente regalato a Neilson Powless la Dwars door Vlaanderen, con una scelta che definisce egoistica e che racconta tutta la sua voglia di rialzare la testa.

«Se sei davanti con quattro uomini e tre di loro appartengono alla tua squadra – dice ai microfoni subito dopo la corsa – se non vinci, hai sbagliato qualcosa. Sono stato troppo egoista in finale, perché volevo tanto vincere. Soprattutto dopo tutte le critiche che ho ricevuto e tutta la sfortuna che mi è capitata».

Guardandolo seduto per terra, con la schiena sulla transenna, oggi Wout ricorda Franco Ballerini nella Roubaix del 1993. Sognava di aver vinto, invece se l’era presa a Duclos Lassalle.

Powless vince, Van Aert china il capo, Benoot dietro si mette le mani sulla testa
Powless vince, Van Aert china il capo, Benoot dietro si mette le mani sulla testa

Lo stupore di Powless

Neppure Powless si aspettava un esito del genere, dopo la fuga con i tre diavoli gialli e neri che hanno preso in mano la corsa e l’hanno spezzata a metà con il piglio dei tempi migliori. Il direttore sportivo Van Dongen aveva raccontato a tutti che avrebbero soltanto voluto correre e vincere da grande squadra. Purtroppo il piano si è infranto a 5 metri dalla riga bianca.

«Mi sentivo molto forte- dice il vincitore, 28 anni e già vincitore di San Sebastian nel 2021 – ma non pensavo che avrei potuto vincere. Pensavo davvero di correre per il secondo posto. In fuga è stata una lotta continua, non sapevo se continuare o rialzarmi e aspettare i compagni che ancora avevo nel gruppo. Però mi sentivo molto bene, quindi ho preferito non rischiare lo sprint in un gruppo più numeroso. Per questo ho collaborato, anche perché se non l’avessi fatto mi avrebbero attaccato e probabilmente mi avrebbero staccato. Sono orgoglioso del modo in cui ho corso».

Powless è nella morsa dei tre Visma, collabora, ma il finale sembra scritto
Powless è nella morsa dei tre Visma, collabora, ma il finale sembra scritto

Capolavoro all’ultima curva

La volata è stato un capolavoro di freddezza, per il californiano che nel 2017 si presentò a Negrar di Verona e vinse il Palio del Recioto senza che nessuno sapesse chi fosse. Questa volta la consapevolezza era leggermente superiore, ma nessuno dei tre corridori della Visma-Lease a Bike al comando poteva aspettarsi il colpo di mano. Solo Jorgenson, anche lui americano, alla fine ha ammesso che aver puntato solo sulla volata sia stata la scelta sbagliata, perché consapevole che Powless sia molto esplosivo.

«Sapevo che avrebbero scommesso su Van Aert – dice ancora Powless – ma non avrei mai pensato che sarei riuscito a batterlo in volata in questo tipo di gare. Sono uscito dall’ultima curva in ultima posizione, ma con grande velocità e l’ho mantenuta perché sapevo di dover lanciare subito lo sprint. Sono tornato al livello che mi appartiene e questa vittoria mi darà la fiducia per lottare anche domenica al Giro delle Fiandre».

Pedersen ha ammesso di non essere riuscito ad agganciarsi ai tre della Visma, poi ha fatto il diavolo a quattro
Pedersen ha ammesso di non essere riuscito ad agganciarsi ai tre della Visma, poi ha fatto il diavolo a quattro

La sfiducia di Van Aert

Una fiducia che invece in questo momento Van Aert fa fatica a riconoscere. Il guaio è che a Waregem lo ha battuto certamente un buon corridore, che però in altri tempi avrebbe sbranato senza troppi problemi. Il meccanismo perfetto stenta a rimettersi in moto e dalle sue parole trapelano delusione e sfiducia.

«Per una volta – dice – ho pensato a me stesso. Non volevo rischiare di saltare e far vincere uno dei miei compagni di squadra e questo è stato un grosso errore. Non sono fatto così e per questo sono molto deluso. Bisogna sempre massimizzare le possibilità di vincere la gara come squadra: non l’abbiamo fatto e ne sono responsabile. Ho preso la decisione di sprintare, ma non l’ho fatto come pensavo, quindi bisogna anche prendersi le proprie responsabilità ed essere duri con se stessi».

Un selfie per Powless con Benoot: uno al settimo cielo, l’altro ancora frastornato
Un selfie per Powless con Benoot: uno al settimo cielo, l’altro ancora frastornato

La tattica sbagliata

Il racconto fatto dai massaggiatori è che il grande belga abbia avuto un crampo durante lo sprint, ma lui non ne parla, forse perché non vuole che suoni come una scusa. La sensazione, vedendo e rivedendo lo sprint, è che abbia girato a vuoto su un rapporto troppo agile. Come già gli accadde al mondiale di cross a Hoogerheide qualche anno fa contro Van der Poel.

«La colpa – conclude – non è certo di Tiesj e Matteo (Benoot e Jorgenson, ndr). Gli sono parso così sicuro che hanno fatto quello che gli ho chiesto. Se avessimo attaccato Powless negli ultimi 10 chilometri e fosse andata ancora male, almeno non avremmo avuto nulla da rimproverarci. Quella sarebbe stata la tattica giusta. Non posso giustificare il nostro finale. Avrò bisogno di un po’ di tempo per fare il bilancio di questa corsa».

Purtroppo per lui il tempo è l’unica cosa che in questo momento non abbonda. Fra quattro giorni si correrà il Giro delle Fiandre, una delle due corse in nome delle quali ha sacrificato la Sanremo e tutte le altre corse di marzo. Venerdì pomeriggio nell’hotel di Deerlijk si terrà la conferenza stampa prima della Ronde. E c’è da scommettere che parlarne non sarà tutto rose e fiori.