Pellizzari, Roglic e il Catalunya: 7 giorni all’università

02.04.2025
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Basta sbirciare tra i vari post Instagram di Giulio Pellizzari per rendersi conto di come il marchigiano si sia ben integrato nella Red Bull-Bora-Hansgrohe e abbia stretto un bel legame con Roglic. Il Catalunya lo ha mostrato nella veste di uomo di fiducia e considerando il fatto che lo sloveno si è aggiudicato la classifica finale, si può dire senza il rischio di essere smentiti che la collaborazione abbia dato ottimi frutti.

Quando ci risponde, Giulio è finalmente a casa. La stagione finora è vissuta sulle prime tre corse a Mallorca. Poi tre settimane di ritiro sul Teide. Il Catalunya. E ora, dopo questi pochi giorni a Camerino, ripartirà di nuovo per l’altura, in attesa di ricevere il resto del programma. Intanto fra i segnali da interpretare c’è che il Giro dei Paesi Baschi è stato tolto dal calendario, perché ritenuto troppo pesante dopo il Catalunya. Su tutto aleggia la suggestione del Giro d’Italia, che per ora tuttavia non è nei programmi.

Pellizzari è arrivato al Catalunya dopo le tre gare di Mallorca e tre settimane di altura
Pellizzari è arrivato al Catalunya dopo le tre gare di Mallorca e tre settimane di altura
Hai pubblicato un post in cui racconti della conoscenza con Roglic e di come adesso per te sia semplicemente Primoz.

Non posso dire che siamo amici, non andiamo a cena insieme. Però c’è un rapporto di stima. Vedendo tutte le attenzioni che ha quando è giù dalla bici, cerco di disturbarlo il meno possibile. Per me è una persona normale, forse mi ha preso bene perché lo tratto come se fosse uno qualunque. Ho tante domande, gliele faccio per curiosità. Mi racconta aneddoti, quindi è bello starlo a sentire.

Al Catalunya sei sembrato protagonista anche nel tuo ruolo da gregario, con uno scopo ben chiaro.

Sono arrivato con un po’ di timore, perché avevo corso pochissimo. Avevo fatto le tre gare di Mallorca, ma al Catalunya c’era un altro livello, quindi avevo qualche dubbio. Invece col passare dei giorni, sono andato sempre meglio. Sinceramente non mi aspettavo neanche io di andare così forte, ho fatto i migliori valori della vita, quindi si vede che prima ho lavorato bene.

Vuol dire che tanta altura ha funzionato. Come sono state quelle tre settimane?

Sono passate velocissime, non credevo. Eravamo tutti quelli del Catalunya, a parte Tratnik. C’erano Wandahl, Hajek, Nico Denz, Roglic, Aleotti, poi Meeus e anche Pithie. Sono state giornate piene. Sei lassù per allenarti, fai da 26 a 28 ore a settimana. Per cui rientri alle quattro, hai giusto il tempo di fare pranzo, massaggio, aspetti l’ora di cena. Dopo cena partita a FIFA con Jordy Meeus, chiamata alla mia ragazza e poi via a letto.

Chi vinceva a FIFA con Jordy Meeus?

Ha vinto sempre lui, ho perso 200 euro (ride di gusto, ndr)…

Il Teide prima del Catalunya e il Teide dalla prossima settimana: qui Pellizzari è con Jordi Meeus (immagine Instagram)
Il Teide prima del Catalunya e il Teide dalla prossima settimana: qui Pellizzari è con Jordi Meeus (immagine Instagram)
Come è stato vivere il Catalunya nella squadra del vincitore?

Finché ero alla Bardiani, magari c’ero io al centro e avevo addosso tanta pressione. Si potrebbe pensare che avendo un leader da aiutare, ce ne sia di meno, invece vuoi essere all’altezza del ruolo. Magari l’anno scorso arrivavo alle gare e, comunque andasse, la vivevo senza troppi pensieri. Ora invece riconosci i sacrifici della squadra. Pensi al ritiro sul Teide e al fatto che hanno prenotato le stanze per quattro mesi. Massaggiatori, meccanici, voli: per la squadra sono sacrifici. Per cui un po’ di pressione c’era ugualmente e sono stato contento quando dopo la prima tappa Ralf Denk (il general manager della squadra, ndr) mi ha abbracciato tutto contento e mi ha detto che ero stato bravo ed ero andato forte. Ho sentito la loro fiducia. Fino a quel momento avevo visto tante gare in televisione e mi era venuta voglia di dimostrare che anche io fossi forte.

Che effetto fa lavorare per un altro?

Un bagaglio di esperienza enorme. Mi hanno detto che il miglior capitano è quello che è stato gregario e io sono sicuro che arriverà anche il mio momento.

Sei sembrato anche più composto in bicicletta: c’è voluto tanto per abituarsi alla nuova posizione?

Pochissimo. Sono andato da loro a ottobre, mi hanno cambiato la posizione e mi hanno detto di andare. Sono partiti dalla vecchia posizione e hanno messo a punto la nuova. Una sera del Catalunya mi ha chiamato Wladimir Belli e mi ha chiesto se finalmente fossi diventato composto sulla bicicletta. Non so come sia successo, però anche in bici mi sento proprio bene. Sono un po’ più basso di sella, più corto di 5 millimetri e ho il manubrio più stretto.

Pellizzari e la sua Specialized: telaio più corto, manubrio stretto, sella più bassa
Pellizzari e la sua Specialized: telaio più corto, manubrio stretto, sella più bassa
Come ti trovi con la sella più bassa?

Sento che spingo meglio. Come quando uno è a tutta e va in punta di sella, anche a crono. Ora vado tanto in punta di sella, sento che spingo meglio così che da dietro. Lavoro più con il quadricipite, sento di fare più forza.

In quale momento del Catalunya ti sei sentito meglio?

Nella tappa in cui ho fatto decimo, mi pare la quarta. Sono partito male, ero imballato, avevo sensazioni bruttissime. Poi sono arrivate le montagne, mi sono sbloccato e sull’ultima salita non sentivo la catena. Volavo sulle ali dell’entusiasmo, ero proprio felice. Da quel momento ho cercato di fare quello che mi diceva la squadra e quello che mi chiedeva Primoz. Ho tirato. Ho fatto il gregario, però alla fine il lavoro pesante l’ha fatto tutto la UAE. Io ho tirato qualche salita, ma sono stato spesso accanto a lui. Ho preso le misure e nell’ultima tappa sono riuscito a capire quello che voleva senza che quasi dovessero dirmi nulla.

In tutto questo, Aleotti è il tuo maestro di vita nel team?

Al Catalunya eravamo in camera insieme e mi ha dato tanti consigli. Anche il giorno che io ho fatto decimo e ha vinto Primoz, io ero a ruota di Landa quando è partito Ayuso. Non sapevo se dovessi seguirlo, se tirare, che cosa volesse lui. Invece Aleotti dopo la tappa mi ha detto che in questi casi devo spostarmi sempre, perché Primoz ci pensa da solo. Consigli di questo genere. Lui ormai è nei meccanismi della squadra da tre anni. Mi ha detto di seguirlo nel giorno dei ventagli, però purtroppo non ci sono riuscito. Mi ha davvero aiutato tanto.

Come va con l’inglese?

Meglio! All’inizio avevo paura di parlare, adesso invece parlo e sbaglio. E quando sbaglio, mi metto a ridere e loro ridono assieme a me, questo è positivo. In corsa invece, sull’ammiraglia c’era Patxi Vila. Lui è spagnolo, quindi il suo inglese è simile al nostro per cui lo capivo bene.

Prossima altura nuovamente sul Teide?

Esatto, già dalla prossima settimana. Se lo avessi saputo, avrei lasciato su la valigia. Molto meglio tenerla in hotel che andare in giro con un bagaglio di 40 chili. Qua piove e fa freddo, non mi dispiace tornare al caldo. Di quello che verrà non so ancora. Si sta parlando di varie ipotesi, però è meglio aspettare e non crearsi false attese.

Pedivelle corte e scienza. Storia di un pro’ al Centro MapeiSport

02.04.2025
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Spesso gli atleti, anche se professionisti, cambiano abitudini e soluzioni tecniche per imitazione o per sentito dire. E spesso queste scelte pagano in virtù di un effetto placebo. Nello specifico, parliamo di pedivelle corte, che comunque dati alla mano hanno apportato benefici. Ma è davvero per tutti così? E quanto incide realmente?

Queste domande se le è poste un professionista di alto livello, rivolgendosi al Centro MapeiSport di Olgiate Olona per effettuare dei test approfonditi. Questo atleta ha voluto valutare scientificamente quanto cambiasse la sua resa variando la lunghezza della leva.

Pur rispettando la privacy del corridore e la sua scelta di rivolgersi a un service esterno alla squadra in cui corre, il tema resta valido e interessante. Un argomento che analizziamo con il dottor Andrea Morelli, figura di riferimento del Centro Mapei, per comprendere l’impatto reale delle pedivelle corte.

Andrea Morelli, del Centro Studi di Mapei Sport
Andrea Morelli, del Centro Studi di Mapei Sport

Pedivelle corte e scienza

Il tema delle pedivelle corte è di grande attualità, anche se controverso. Negli ultimi anni alcuni atleti di punta hanno dichiarato di utilizzarle più corte rispetto agli standard, trasformando questa scelta tecnica in una moda.

«Tuttavia – spiega Morelli – non è semplice generalizzare: ogni atleta ha caratteristiche diverse e andrebbero fatti studi ad hoc per identificare la soluzione ottimale. In passato, si utilizzavano quelle più lunghe per la bici da crono rispetto alla strada, puntando su un braccio di leva maggiore per ottenere più forza. Con quelle corte, invece, si privilegia l’agilità e una cadenza più alta, ma si riduce la velocità periferica.

«Gli studi sembrano dimostrare che le pedivelle standard, con un range di +/- 5 mm intorno ai 170 millimetri, siano efficaci per la maggior parte degli atleti. Tuttavia, la scelta definitiva dipende dalle necessità specifiche di ogni ciclista».

A dare un push alla diffusione delle leve più corte è stato Pogacar. Ma vanno davvero bene per tutti?
A dare un push alla diffusione delle leve più corte è stato Pogacar. Ma vanno davvero bene per tutti?

Un pro’ al Centro Mapei

Il professionista in questione si è presentato di sua spontanea volontà al Centro Mapei con un quesito chiaro: dimostrare scientificamente se le pedivelle corte siano davvero vantaggiose. Va detto che lui le aveva già usate ed era propenso per questa tesi.

Ancora Morelli: «Voleva sapere se le pedivelle corte, molto corte, da 155 millimetri, fossero migliori per lui. Questo atleta ha ottenuto risultati significativi in salita e su percorsi misti, nonostante non sia un puro scalatore o passista. Cambiando squadra, però, si è trovato a dover rinunciare a quelle pedivelle, non disponibili presso il nuovo sponsor tecnico».

Per rispondere al suo quesito, il Centro Mapei ha messo a punto un protocollo di studio personalizzato, con la simulazione di diversi scenari e pedivelle di lunghezza variabile, tenendo conto anche delle necessarie modifiche alla posizione in sella.

«Si è trattato di un vero e proprio single case study. Ad esempio – spiega Morelli – accorciare la pedivella richiede di alzare la sella per mantenere costanti gli angoli articolari, operazione che può avere effetti significativi sul comfort e sulla biomeccanica».

Durante il test è stata usata anche la mascherina per il consumo di ossigeno (immagine Mapei Sport)
Durante il test è stata usata anche la mascherina per il consumo di ossigeno (immagine Mapei Sport)

La metodologia del test

«Il protocollo – spiega Morelli – prevedeva test in doppio cieco, vale a dire che alternavano pedivelle lunghe e corte senza che l’atleta sapesse quale stesse utilizzando. In sostanza questo serviva per evitare un effetto “placebo”. Anche se certamente l’atleta salendo in bici poteva percepire in quale condizione fosse. Comunque, scendeva dal cicloergometro ogni volta di spalle.

«Ogni sessione includeva tratti da cinque minuti con misurazioni precise: consumo di ossigeno, lattato ematico, elettromiografia muscolare e percezione della fatica. Le prove sono state condotte a due livelli di carico: uno basso, simile alla zona aerobica, e uno alto, vicino alla soglia anaerobica».

Il fatto che non fosse un test massimale è molto importante, in quanto non era influenzato dalla volontà dell’atleta di spingersi “oltre”, di performare, come in un test “all out”. «E’ stato comunque un modo per cercare di mantenere oggettività.», ci ha tenuto a sottolineare Morelli.

Inoltre sono stati raccolti dati biomeccanici come gli angoli articolari di ginocchio, caviglia e anca, insieme ai parametri fisiologici. L’obiettivo era capire se e come la lunghezza delle pedivelle influenzasse il rendimento, soprattutto a carichi elevati.

Shimano propone pedivelle da 165 mm, Sram (in foto) è scesa fino a 160
Shimano propone pedivelle da 165 mm, Sram (in foto) è scesa fino a 160

Risultati e implicazioni

I test hanno mostrato che, al carico più alto, l’atleta produceva leggermente meno acido lattico – con una differenza statisticamente significativa – con le pedivelle corte. Anche la percezione della fatica era inferiore, seppur di poco. Tuttavia, al carico basso, le differenze erano trascurabili. Questi risultati suggeriscono che le pedivelle corte potrebbero offrire un vantaggio specifico in situazioni di alta intensità.

«Una possibile spiegazione – dice Morelli – risiede nella biomeccanica: le pedivelle corte riducono l’escursione articolare, migliorando l’efficienza energetica. Tuttavia, la letteratura scientifica sottolinea che variazioni di 5-10 mm nella lunghezza delle pedivelle hanno un impatto limitato sui parametri di performance. La scelta della pedivella ottimale resta quindi altamente individuale».

E’ corretto il percorso intrapreso da questo professionista: affidarsi alla scienza per ottimizzare la propria resa. Test più ampi, magari con l’uso di tre lunghezze di pedivelle, potrebbero fornire ulteriori dati utili per una comprensione ancora più approfondita.

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Kopecky cambia pelle pensando a Liegi e Tour?

02.04.2025
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Dopo averla vista rinunciare alla Sanremo e alla Gand-Wevelgem in favore della compagna Lorena Wiebes ed esserci chiesti come faccia a sembrare così soddisfatta, sono le parole della stessa Lotte Kopecky a far capire che questa sarà una stagione diversa.

«Mi sono allenata meno sull’intensità – dice la campionessa del mondo a Het Nieuwsblad – e ho fatto allenamenti lunghi di resistenza. Ciò potrebbe avere un’influenza sulla mia prestazione al Fiandre e alla Roubaix, perché finora non ho fatto sforzi del genere in gara. Ma in ogni caso, ho voluto battere una nuova strada per puntare alla classifica generale del Tour de France».

Dalla Sanremo alla Gand, Kopecky è stata artefice delle volate di Wiebes
Dalla Sanremo alla Gand, Kopecky è stata artefice delle volate di Wiebes

In rotta sul Tour

Alla SD Worx-Protime hanno il fortunato imbarazzo di potersi dividere i traguardi più importanti. E con Vollering che è partita e Van der Breggen che per ora resta un passo indietro, il Tour de France Femmes era diventato di colpo figlio di nessuna.

Per questo Kopecky non si è fatta pregare: ha già vinto due Fiandre e una Roubaix ed è già stata seconda nel Tour del 2023. Perché non accettare la sfida? Del resto lo scorso anno è arrivata seconda in un Giro d’Italia che soltanto la caparbietà e la classe di Elisa Longo Borghini sono riuscite a sottrarle. Ce n’è abbastanza per farci sopra una ragionata approfondita.

Al Tour del 2023, Kopecky ha perso la maglia gialla solo sul Tourmalet finale, spodestata dalla compagna Vollering
Al Tour del 2023, Kopecky ha perso la maglia gialla solo sul Tourmalet finale, spodestata dalla compagna Vollering

Dal Fiandre alla Liegi

Si spiega così l’inizio di stagione rallentato, con il debutto alla Sanremo del 22 marzo, mentre di solito negli ultimi anni era previsto per a febbraio. Se l’obiettivo è il Tour che viene a fine luglio, spostare tutto in avanti è una necessità comprensibile, che però non fa passare in secondo piano le grandi classiche in arrivo.

«Dopo una stagione intensa come l’ultima – prosegue – il mio corpo reclamava un lungo periodo di riposo. Ho iniziato la stagione più tardi, semplicemente perché ne avevo bisogno. Ma intanto la forma è buona e i segnali in allenamento sono positivi. Questo dà fiducia. Mi avvicino alle prossime gare con l’intenzione di vincerle. Ho già conquistato per due volte il Fiandre, ma ammetto che mi piacerebbe avere su una parete di casa la foto della vittoria con la maglia iridata. E poi ci sarebbe anche la Liegi, che non ho mai vinto, ma scegliere è troppo difficile, perciò proverò a vincerle tutte».

Correva per Wiebes, ma l’accelerazione di Kopecky sul Kemmel alla Gand ha fatto male
Correva per Wiebes, ma l’accelerazione di Kopecky sul Kemme alla Gand ha fatto male

Il tempo di vincere

Sembra di capire che il rodaggio sia ormai agli sgoccioli e che dalla Dwars door Vlaanderen di oggi ci sarà un cambio di priorità e la sagoma da inquadrare sarà quella iridata e non più quella della campionessa europea.

«Lorena (Wiebes, ndr) è sempre molto grata per il mio lavoro – dice – e nelle ultime gare è stata semplicemente la migliore opzione per la squadra. Quindi mi piace lavorare per lei. A tutti piace vincere, ma contribuire alla vittoria di una compagna è anche molto bello. E nel frattempo, sacrificandomi per lei, ho acquisito anche il ritmo gara».

Roubaix 2024 vinta con la maglia iridata: il Fiandre invece le manca…
Roubaix 2024 vinta con la maglia iridata: il Fiandre invece le manca…

Quale altura?

Dopo la Liegi, la campionessa del mondo si dedicherà a un ritiro in altura, durante il quale effettuerà allenamenti più lunghi in salita. Come ha raccontato il team manager Stam, la sua preparazione per la Sanremo si è svolta in Spagna, simulando l’altura all’Hotel Syncrosphera, grazie alle sue camere ipobariche. Sarà così anche a maggio o sarà montagna?

«Ho adottato un approccio diverso per non avere rimpianti dopo – dice Kopecky – ma se va male, potrei non ripeterlo più».

Come dire che va bene un anno da fachiri inseguendo la maglia gialla del Tour de France, ma la sensazione è che la campionessa del mondo non voglia farne una malattia.

Vingegaard sta male, la Visma lancia “super” Brennan

02.04.2025
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Matthew Brennan è tornato a casa da poche ore. Con in valigia il trofeo per la vittoria al GP de Denain, una prova del Pro Series: terza gara in Francia, terza vittoria. A un certo punto il telefono squilla, dall’altra parte ci sono i vertici della Visma-Lease a Bike.

«Matthew, sei stato convocato per il Catalunya. Non ci sarà Vingegaard e tu prenderai il suo posto. Ossia sarai tu la punta del team».

«Ma il Catalunya è una corsa per scalatori, che cosa ci vado a fare? ». La sua domanda resta senza risposta. Anzi, la risposta la darà lui…

In Francia l’inglese è sbocciato vincendo tre classiche consecutive e guadagnandosi il viaggio per la Catalogna
In Francia l’inglese è sbocciato vincendo tre classiche consecutive e guadagnandosi il viaggio per la Catalogna

Una crescita prepotente

Prima tappa della corsa iberica e ci si avvia verso una volata di un gruppo anche abbastanza corposo. C’è gente veloce, molto veloce come Groves o l’iridato di ciclocross Del Grosso, ma il britannico li mette tutti in fila. Quarta vittoria consecutiva e i vertici della Visma si sfregano le mani di fronte a tanto talento.

«Sono davvero rimasto sorpreso – racconta Franz Maassen, il diesse che di esperienza ne ha da vendere (la sua Amstel ai danni di Fondriest nel 1991 resterà negli annali) – quando lo abbiamo portato pensavamo potesse far bene, anche magari lottare per una tappa, ma farlo in maniera così prepotente ci ha lasciato senza parole. Quando l’ho visto agganciarsi alla ruota di Del Grosso non ho potuto trattenere il mio entusiasmo per quel che stava accadendo. E non si è fermato lì».

Già, perché Brennan ha poi chiuso al 2° posto la tappa successiva e dopo un paio di frazioni vissute come aiutante degli altri se n’è presa ancora un’altra, al punto da spingere i responsabili a fermarlo, evitandogli lo sforzo delle due tappe finali, le più dure. Un simile gioiello va maneggiato con cura…

Prima tappa del Catalunya, Brennan beffa Groves in volata. Due fisici totalmente opposti…
Prima tappa del Catalunya, Brennan beffa Groves in volata. Due fisici totalmente opposti…

La storia della “paghetta”…

De Groot era stato chiaro a inizio stagione, parlando di questo diciannovenne britannico di Darlington come di un talento puro. «Sapevamo che aveva fatto la sua trafila nello Stockton Wheelers, un club della sua città e poi era passato sotto le abili mani di Giles Pidcock, il papà di Tom. Lo vidi nel 2023 e mi accorsi che aveva un gran potenziale nelle crono brevi come negli sprint ristretti, così decisi che meritava un’occasione».

Il britannico approdò così alla squadra olandese e all’inizio non mancava anche un po’ di scetticismo. Di ragazzi nei devo team ne approdano tanti, quelli che brillano davvero però non sono molti. «Gli parlai chiaro – ricorda De Groot – gli dissi “vediamo se in due anni riusciamo a fare di te un professionista”. Gli parlammo di allenamento e alimentazione, di approccio mentale alle gare come alla sua attività in genere, di tattiche di corsa. La cosa che mi colpì è che non fece riferimenti allo stipendio: molti a quell’età si sentono già in diritto di nominarlo, vedono le cifre e ti parlano di “paghetta”. Non era il suo caso: lui pensava a lavorare».

Tante vittorie hanno scatenato l’attenzione dei media sul britannico. Il team vuole proteggerlo
Tante vittorie hanno scatenato l’attenzione dei media sul britannico. Il team vuole proteggerlo

Un ragazzino più maturo della sua età

Proprio il lavoro è la chiave di volta, non solo nel suo rendimento ma soprattutto nella considerazione che nel team acquisiscono su di lui e lo stesso De Groot, all’indomani dei suoi successi in terra iberica, lo ha raccontato a Rouleur: «Già dopo i primi esercizi non potevamo credere ai nostri occhi. Abilità fisica, una capacità di guida impressionante probabilmente mutuata dalla pista, ma anche il saper stare fuori dalle gare: il riposo nella maniera giusta, il saper stare nel team, pochi fronzoli e tanta concretezza. Abbiamo capito lì che avevamo un altro gioiello fra le mani».

Era il 2024 e sin dalle prime gare si capiva che non era un corridore comune. Due vittorie in Slovenia, poi altri piazzamenti lungo la primavera. Già a maggio il suo destino era segnato, portandolo nel team maggiore per il 2025 mentre lui continuava a collezionare risultati (anche la vittoria nella tappa finale del Giro Next Gen). Niente però in paragone a quest’anno.

Yates e Kuss a fare da scudo al diciannovenne britannico. Un vero onore per lui…
Yates e Kuss a fare da scudo al diciannovenne britannico. Un vero onore per lui…

Avere Kuss per gregario…

In casa Visma-Lease a Bike hanno quasi paura ad avere un atleta simile, a doverlo gestire. Dopo i suoi successi iberici lo hanno riportato in fretta e furia a casa, limitando al massimo i contatti con i media. Una scelta loro, non sua, infatti quando gli si chiede se tanta pressione lo mette in difficoltà lui risponde serafico: «Non è diverso da quando esco di casa a Darlington…». Segno di grande maturità e di  una visione ancora un po’ bambinesca del suo mestiere, il che probabilmente è anche la sua forza.

Lo si capisce anche da come racconta le sue vittorie in terra catalana: «Per me è stato un grande onore aver potuto correre con certi nomi, averli al mio fianco dopo che ero abituato a vederli in tv. Ma la corsa che mi sono portato via con più emozione da lì è un ricordo: eravamo nella seconda tappa e in salita stavo soffrendo il ritmo degli avversari. Si è messo vicino a me Sepp Kuss, ha iniziato a incitarmi, si è messo a tirare per me, riportandomi in gruppo. Capite? Sepp Kuss, il trionfatore della Vuelta. E’ qualcosa di speciale».

Brennan è anche un ottimo pistard, con medaglie da junior a europei e mondiali
Brennan è anche un ottimo pistard, con medaglie da junior a europei e mondiali

E ora? Quasi solo WorldTour…

Dopo questi risultati il programma di Brennan cambia. Ora farà solo gare WorldTour e Pro. E’ come uno di quei ragazzi prodigio americani che vanno al college quando alla loro età sarebbero ancora alle medie… De Groot ha ben chiaro il suo impiego: «Romandia, Norvegia e campionato nazionale, poi riposo». E a chi, in patria, inizia a indicarlo come erede di Cavendish il tecnico neerlandese ribatte quasi con fastidio: «Avete mai visto Cav vincere uno sprint di una corsa con 3.000 metri di dislivello? Matthew l’ha fatto, ma lui non è un velocista, pesa 67,5 chili, è un altro corridore. I paragoni non stanno in piedi».

Una curiosità: la seconda tappa del Catalunya, Brennan l’ha persa da Ethan Vernon, un altro britannico con radici nella pista. Magari un domani saranno compagni nel quartetto e forse proprio la decisione se continuare a fare pista è una delle grandi scommesse del futuro del ragazzino britannico. Un altro dei candidati ad entrare nell’olimpo dei giovani fenomeni del ciclismo, sempre più popolato…

Sram 1×13, qualche piccolo segreto dietro la scelta di Pedersen

01.04.2025
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La scelta di passare alla trasmissione Sram 1×13, monocorona anteriore e 13 rapporti posteriori di natura XPLR non è una mattata dell’ultimo istante. I test sul pavé con questa configurazione risalgono allo scorso ottobre e alla fine di gennaio, quando Pedersen e Kirsch hanno passato 3 giorni sulle pietre del Belgio.

Un rapporto dello staff Lidl-Trek evidenzia alcuni vantaggi derivanti dal pacchetto Sram 1×13 XPLR. Riduzione dei rischi di caduta della catena in fase di deragliata ed estrema stabilità del bilanciere. Resistenza agli impatti e range di rapporti pienamente sfruttabile, al pari di una trasmissione 2×12 (contestualizzato a competizioni come la Gand e la Roubaix). E’ comunque d’obbligo ricordare i numeri della Gand-Wevelgem di Pedersen, 250 chilometri con poco meno di 1.400 metri di dislivello positivo. Entriamo nel dettaglio.

La trasmissione 1×13 usata da Pedersen sulla Trek Madone (foto Lidl-Trek/Twilcha)
La trasmissione 1×13 usata da Pedersen sulla Trek Madone (foto Lidl-Trek/Twilcha)

La Trek Madone di Pedersen

Trek Madone SLR generazione 8 in taglia large. Questa misura ha un carro posteriore lungo 41,1 centimetri, cifra importantissima ai fini del calcolo per la lunghezza ottimale della catena. In ottica corona singola e 13 rapporti è una delle variabili più importanti da considerare. Presumibilmente la catena è stata tarata con 124 maglie in totale. Corona da 56 denti per l’anteriore e guidacatena (pedivelle da 172,5 e power meter Quarq), 13 pignoni posteriori 10-46 con deragliatore XPLR. I comandi della trasmissione? Quelli Red normalmente utilizzati per la trasmissione standard. Un altro requisito fondamentale è un telaio che supporti pienamente la soluzione UDH per il bilanciere posteriore.

Profilo differenziato per le ruote: 51 millimetri per la ruota davanti, 62 per la posteriore, entrambi con tubeless da 30 (Pirelli P Zero RS). Pedersen utilizza il manubrio integrato specifico per la Madone con una lunghezza di 13 centimetri ed una larghezza di 37/40 (rispettivamente per sezione superiore e limite inferiore della curva). Il danese non utilizza una sella corta. Il modello scelto è la Bontrager Verse Pro lunga 270 millimetri e con un setting piuttosto arretrato. Non ci sono dati ufficiali in merito al valore alla bilancia della Madone con questa configurazione.

Soluzione Sram mutuata dal gravel

L’idea di usare la trasmissione 1×13 arriva da Glen Leven, responsabile del supporto tecnico del Team Lidl-Trek, appassionato di gravel. Dopo aver percorso diversi chilometri (bici Trek Checkmate e cambio Sram XPLR) sul pavé tra Lussemburgo, Francia e Belgio, Leven analizza i dati da esporre ai corridori che affronteranno la campagna del nord.

Da questo spunto nasce l’interesse di alcuni corridori ed in primis Mads Pedersen, incline ad utilizzare le innovazioni e capace di customizzare la bici in base alle proprie caratteristiche.

Il rovescio della medaglia

Non ci sono 24 rapporti con sviluppi metrici diversi, quelli che si otterrebbero con una trasmissione 2×12, ma ci sono i 13 che corrispondono agli stessi pignoni. Il range di sviluppo metrico è inferiore, perché le combinazioni sono minori. E’ pur vero che la Gand-Wevelgem, come ad esempio la Parigi-Roubaix, non presenta un dislivello complessivo elevato, quindi è lecito immaginare che tutte le opzioni offerte da una trasmissione 2×12 non servano (o se ne possa fare a meno).

La scelta potrebbe subire delle variazioni in ottica Giro delle Fiandre, che presenta un dislivello positivo maggiore e pendenze più arcigne. Il lato positivo della questione, evidenziato da Pedersen ai tecnici del team, è quello di non dover alleggerire la pedalata nelle fasi di deragliata e risalita della catena, concentrandosi esclusivamente sul controllo del cambio posteriore.

Più scelte, maggiori opzioni

Le scelte tecniche di oggi sono figlie delle tante opzioni disponibili, un numero decisamente maggiore rispetto al passato. Il merito di Sram, ad esempio, è quello che di aver reso compatibile/abbinabile un’intera piattaforma di trasmissioni: road, gravel e mtb. Ci sono delle variabili minime da considerare, ma per i meccanici del WorldTour sono inezie.

Al pari delle note tecniche c’è un’apertura mentale (non banale) di alcuni corridori, portati ad una sperimentazione maggiore e a sfruttare tutte le soluzioni messe a loro disposizione. La sensazione è quella di essere ad un giro di boa, perché le nuove generazioni di corridori crescono in scia ai campioni di oggi, capaci di staccarsi in modo netto dalle convinzioni del passato.

Pogacar e la stoffa dei campioni, l’opinione di Claudio Gregori

01.04.2025
5 min
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Alla Milano-Sanremo di dieci giorni fa Tadej Pogacar ha messo in scena l’ennesimo capolavoro di forza e fantasia, attaccando lì dove da anni si diceva non fosse più possibile farlo: sulla Cipressa. Il fatto che poi sia arrivato terzo è quasi un dettaglio, perché quell’attacco ha deciso la corsa. Ancora di più ha fatto al mondiale, con un attacco (quella volta vincente) partito a 101 km dal traguardo, in quello che chiunque ha giudicato in prima battuta come un azzardo eccessivo perfino per lui.

Ma forse Pogacar è un campione epocale proprio per questo, perché rende possibili cose che fino al momento prima parevano impossibili. Come fosse questa, ancora prima della densità del palmares, la cifra dei grandissimi. Ne abbiamo parlato con Claudio Gregori, forse l’ultimo grande cantore del ciclismo, che nei suoi libri ha raccontato le vite e le imprese di corridori leggendari come Coppi e Bartali, Bottecchia e Merckx. L’ultimo suo lavoro è “Il fiore che vola” sui i primi 100 anni del ciclismo a Pavia dai pionieri alla Sanremo, edito da Univers Edizioni.

Claudio Gregori, tra i suoi libri sul ciclismo ci sono le fondamentali biografie di Merckx e di Bottecchia
Claudio Gregori, tra i suoi libri sul ciclismo ci sono le fondamentali biografie di Merckx e di Bottecchia
Claudio, per trovare paragoni con Pogacar dobbiamo davvero scomodare Coppi e Merckx?

Pogacar è un fuoriclasse assoluto, anche se non ha ancora raggiunto i livelli di loro due. Lo dice il palmares, anche se non si possono mai confrontare epoche diverse, e poi Pogacar può ancora vincere molto. Di certo è eccezionale perché corre in maniera spettacolare, questo è sempre stato molto importante e lo è ancora di più nell’era della televisione. Il vero protagonista della Sanremo è stato lui, non Van der Poel, è lui che l’ha accesa e ne ha fatto una delle più belle Classicissime della storia. Pogacar è la punta del ciclismo moderno per due motivi. Il primo è che quando parte c’è sempre spettacolo, il secondo è che vince da gennaio fino al Lombardia. Non è Vingegaard che esprime al massimo solo in un periodo dell’anno.

In effetti Pogacar con suo modo di correre ha fatto innamorare un po’ tutti fin dalla Vuelta del 2019

Una volta Saronni mi ha detto: «Guarda, con Pogacar non fai il piano prima della gara, lui inventa la tattica in corsa». Ed è così, lui si sente e attacca a 100 km dalla fine, sembra una follia e invece lo porta a termine. Questo ovviamente accende l’immaginazione delle persone. E’ un momento eccezionale per il ciclismo, non c’è dubbio. Il problema per noi italiani è che non abbiamo campioni davvero competitivi. Ora c’è Ganna che ha fatto una bellissima Sanremo, adesso però deve vincere la Roubaix, io lo sto aspettando lì da 5 anni.

Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno
Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno
Hai parlato della Sanremo, per molti anni abbiamo sentito dire che attaccare dalla Cipressa fosse ormai impossibile, invece il campione del mondo ci ha provato e ci è riuscito. E’ questa la cifra del campione?

Lui ha cambiato le regole imposte negli ultimi decenni, cioè quelle dei giochi di squadra, della tattica pilotata dall’ammiraglia, dove non c’era più spazio per la fantasia. Ecco, lui ce l’ha messa, vive il ciclismo come avventura. Mentre negli anni scorsi le ammiraglie quell’avventura la sopprimevano.

E’ solo una questione di gambe o anche di testa?

Prima semplicemente non c’erano talenti per fare imprese del genere. Ho detto che non ha raggiunto Coppi e Merckx, ma sto parlando di campioni unici nella storia. E magari Coppi a fine carriera potrebbe pure raggiungerlo. Comunque contano le gambe ma anche la testa: infatti all’inizio Pogacar, come anche Van der Poel, attaccava e perdeva. Poi sono migliorati e ora fanno un ciclismo bellissimo, incredibile. Sarò ottimista, ma credo siano anche campioni di un ciclismo più pulito, in cui non vediamo più ronzini diventare purosangue. Ora i campioni veri emergono di più, e non a caso vincono tutto l’anno.

Merckx è ormai, assieme a Coppi, il metro di paragone per Pogacar
Merckx è ormai, assieme a Coppi, il metro di paragone per Pogacar
Hai parlato dell’importanza della televisione nelle imprese di Pogacar. Cos’è cambiato rispetto al passato per quanto riguarda il racconto del ciclismo?

Iniziamo a ricordare che Coppi era un campione unico, ancora più puro di Merckx. Coppi ha fatto 10 assoli più lunghi di 100 km, Merckx uno solo. La grande differenza è che gli assoli di Coppi non avevano copertura televisiva. Immaginiamoci se avessimo potuto vedere in diretta i 192 km di fuga alla leggendaria Cuneo-Pinerolo, con Bartali all’inseguimento per 5 colli. Sarebbe stato uno spettacolo indimenticabile. Allora c’era solo la radio, con il conduttore che faceva sognare le persone con poche parole.

Quindi Pogacar ha un vantaggio sotto questo aspetto?

Certo, un vantaggio eccezionale. Per esempio alla Strade Bianche abbiamo potuto goderci tutta l’epopea della caduta, della resurrezione e della vittoria. Una grande impresa, ma resa ancora più grande dalla diretta, perché un conto è leggere alcune cose, un altro è vederle coi propri occhi. La televisione regala immagini calde che ti invogliano a seguire, quando lo vedi scattare partecipi, ti emozioni e ti entusiasmi. Cosa che non ti può dare la lettura, per quanto ben fatta, che è un entusiasmo freddo. L’aspetto mediatico poi non è importante solo per i tifosi ma anche per il corridore, che sa di essere visto.

Ma non c’è solo Pogacar, viviamo un momento zeppo di grandi campioni, come Van der Poel e Van Aert
Ma non c’è solo Pogacar, viviamo un momento zeppo di grandi campioni, come Van der Poel e Van Aert
Accennavi prima al grande momento che sta vivendo il ciclismo. Siamo davvero nell’età dell’oro come a volte sentiamo dire? 

Sì, la paragonerei al momento a cavallo degli anni ‘40 e ‘50 in cui c’erano Coppi, Bartali, Van Steenbergen, Magni, Bobet, un germinare di campioni assoluti. Ma è così anche oggi, quando oltre a Pogacar abbiamo la fortuna di vedere all’opera corridori spettacolari come Van der Poel e Van Aert, ma anche Evenepoel, che secondo me sarà il grande avversario dello sloveno per i prossimi anni.

Tra pochi giorni lo vedremo anche alla Parigi-Roubaix, un altro tassello per avvicinarsi ai grandissimi

Non so se ha il fisico adatto per la Roubaix, forse quel pavé così sconnesso è più adatto a corridori più pesanti e potenti come Van der Poel e Van Aert. I 64 chili di Pogacar per quelle pietre mi sembrano un po’ pochini, ma spero di sbagliarmi. Perché con i grandi campioni non si sa mai.

Il “nuovo” Sheffield è pronto a prendersi la Ineos

01.04.2025
5 min
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Leonardo Basso, da qualche settimana diesse della Ineos Grenadiers, ci risponde direttamente dalla Coppi e Bartali. La breve corsa a tappe che da Ferrara arriva a Forlì dopo cinque giorni insidiosi e pieni di ricche occasioni, golose prede per corridori coraggiosi. Uno di coloro che era chiamato a fare bene per confermare l’ottimo periodo di forma era lo statunitense Magnus Sheffield. Uscito con una vittoria di tappa all’ultima occasione buona alla Parigi-Nizza, nella quale ha conquistato anche un quarto posto nella generale. L’inizio di stagione dello spilungone di Coon Rapids, cittadina del Minnesota, ci ha mostrato un altro Sheffield, o così sembra. Ne parliamo con lo stesso Leonardo Basso, che in questi primi mesi del 2025 ha diretto tante volte dall’ammiraglia. 

«Arrivavamo da un mese abbastanza buono – racconta Basso – dopo la Parigi-Nizza, la Tirreno e il grande risultato della Sanremo volevamo fare bene anche alla Coppi e Bartali».

Alla Coppi e Bartali Sheffield ha perso la maglia di leader dopo una caduta in discesa nella quarta tappa
Alla Coppi e Bartali Sheffield ha perso la maglia di leader dopo una caduta in discesa nella quarta tappa

La giusta via

La stagione di Sheffield, che a quasi 23 anni (li compirà il 19 aprile) è al suo quarto anno nel WorldTour, è partita molto bene. L’americano sembra aver trovato il giusto equilibrio per riuscire a emergere dal pelo dell’acqua mostrando il suo talento e le sue doti naturali. 

«Ho avuto modo di conoscerlo bene – continua Basso – e devo dire che Sheffield è un ragazzo molto intelligente e sensibile. Non dico che lavorare con lui sia facile, però è uno che recepisce subito ciò che gli si vuole dire ed è in grado di fornire feedback accurati. E’ un corridore serissimo e molto dedito al lavoro. Nel 2022 da neo professionista aveva inanellato una serie di grandi risultati, poi nelle due stagioni successive ha faticato un po’ ma ci sta. Fa parte dell’essere giovani, non sempre è facile gestire il tutto».

Qualche giorno prima di correre in Italia aveva vinto l’ultima tappa alla Parigi-Nizza, conquistando il quarto posto finale
Qualche giorno prima di correre in Italia aveva vinto l’ultima tappa alla Parigi-Nizza, conquistando il quarto posto finale
Cosa hai potuto ammirare da quando lo segui in corsa?

Abbiamo iniziato con il Trofeo Laigueglia, che ha chiuso al sesto posto. Sheffield è un atleta al 100 per cento e lavora in maniera seria sempre. Il suo modo di fare è uno di quelli che prima o poi ripaga. Fisicamente ora si trova in una buonissima condizione e se contiamo che questo è il suo quarto anno in Ineos allora va da sé che ci sia stata anche una maturazione ulteriore. 

In che senso?

Nel ciclismo moderno i ragazzi sono chiamati a essere maturi prima rispetto agli anni passati. Un corridore di ventidue anni, o anche di venti, accelera determinati processi e questo porta ad avere maggiori responsabilità. 

Sheffield è uno specialista delle cronometro: qui al Giro 2024 durante la prova di Perugia
Sheffield è uno specialista delle cronometro: qui al Giro 2024 durante la prova di Perugia
Ora sembra aver trovato una maggiore solidità, è così?

Da fuori è più facile giudicare le carriere dei corridori, noi che viviamo tutti i giorni a contatto con questi ragazzi vediamo quanti sacrifici fanno. E’ più difficile emergere ora. Sheffield da quanto ho visto è uno che si impegna al 300 per cento su ogni fronte. Da quanto mi hanno detto è un corridore che ha sempre avuto questa grande dedizione al lavoro. Poi non tutti gli anni sono uguali, ci sono dei fattori esterni e si deve trovare la formula giusta.

Quali sono le sue qualità su cui si può puntare?

Sheffield è capace di leggere la corsa e impostarla. Con lui si riesce ad avere un confronto aperto, recepisce bene quelli che sono i segnali di noi diesse ed è in grado di offrire idee e opinioni utili ai fini della corsa. Riesce a seguire il piano tattico al 100 per cento e quando si trova nella situazione cruciale sa capitalizzare

Al Fiandre del 2024 l’americano è arrivato sesto dopo la squalifica di Matthews
Al Fiandre del 2024 l’americano è arrivato sesto dopo la squalifica di Matthews
Ci fai un esempio?

Al Laigueglia, che è stata la prima gara in cui ero in ammiraglia al suo fianco, conosceva perfettamente il percorso e nell’avvicinamento sapeva cosa fare e cosa pretendere dai compagni. Anche alla Parigi-Nizza ha dato prova di grandi qualità. Avevamo una squadra di assoluto livello e quando si creano determinati meccanismi corri in maniera più aggressiva. Questo ha portato alla vittoria nell’ultima tappa. Quel giorno ho visto tanto lavoro di squadra e l’istinto del corridore, insomma tutto il bello del ciclismo. 

Tatticamente come lo hai visto?

Forte. Ha grandi qualità a cronometro (al Giro del 2024 a Foligno è arrivato terzo alle spalle di Pogacar e Ganna, ndr) e questo gli permette di essere costante sul passo. Inoltre il suo fisico gli permette di essere presente anche nelle Classiche del Nord. Lo scorso anno ha fatto sesto al Fiandre, mentre nel 2022 al suo primo anno nel WT ha vinto la Freccia del Brabante. Anche quest’anno ha in programma la Dwars Door Vlaanderen e il Giro delle Fiandre

Partenza lenta e mente al 2026, le scelte di Proietti Gagliardoni

01.04.2025
5 min
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Non solo Fedrizzi. Anche Mattia Proietti Gagliardoni sta correndo con in tasca il contratto che gli permetterà di entrare nel devo team della Wanty Nippo ReUs. Anzi, il corridore umbro lo farà un anno prima del suo avversario, in quanto è già alla seconda stagione da junior e non vede l’ora di affrontare quel che il destino gli metterà dinnanzi: senza paura, ma con grande curiosità.

A dispetto dei suoi 17 anni, Mattia è già da qualche tempo sulla cresta dell’onda, tanto che lo scorso anno la sua preparazione fu oggetto di un dibattito acceso con protagonisti Daniele Pontoni, cittì della nazionale di ciclocross che lo ha sempre voluto fra i suoi portacolori e Massimiliano Gentili, l’ex professionista che ancora oggi è il suo preparatore. L’attenzione che il team belga ha riversato su di lui cambia però un po’ la situazione

Per Proietti Gagliardoni quest’anno un 8° posto alla Piccola Liegi delle Bregonze
Per Proietti Gagliardoni quest’anno un 8° posto alla Piccola Liegi delle Bregonze

«E’ stata una sequenza molto veloce – racconta Mattia – a novembre ho contattato Carera come procuratore e già a dicembre mi ha chiamato proponendomi due settimane di ritiro con loro. Io non ero sicurissimo anche perché ero ancora nel pieno della stagione di ciclocross. Poi, visto che ai tricolori non sono andato come mi aspettavo e sapevo di non rientrare nella selezione per i mondiali, ho deciso di accettare e di partire per la Spagna. Da lì è venuto tutto naturale».

Nel tuo caso la domanda viene subito spontanea conoscendo il tuo valore in due discipline: con i dirigenti belgi hai già parlato se continuerai a fare ciclocross?

Ancora non ho affrontato il discorso. Mi atterrò comunque alle loro decisioni, qualsiasi esse siano. Io vorrei continuare, ma non mi dispiacerebbe neanche dedicare tutto l’inverno alla preparazione considerando quello che mi aspetta. Io non mi distaccherò dalle loro decisioni, intanto so che mi faranno avere a breve la bici da crono con la quale affronterò la Corsa della Pace.

Per il diciassettenne già pronta una maglia azzurra per la prossima Corsa della Pace (Photors)
Per il diciassettenne già pronta una maglia azzurra per la prossima Corsa della Pace (Photors)
Come sei d’accordo con loro, anche tu come Fedrizzi sei già seguito da loro? Hai il loro materiale?

No, per ora continuo con Gentili che mi segue da quand’ero allievo secondo anno e con il quale mi trovo benissimo, anche dal punto di vista umano oltre che professionale. La bici da strada resta quella del Team Franco Ballerini-Lucchini-Energy anche perché hanno un contratto con la Ktm per tutti i loro tesserati.

La chiamata del team belga ti ha sorpreso?

Più che sorpreso, per me rappresenta il raggiungimento di un obiettivo che mi ero posto sin dall’inizio della mia avventura. Volevo fortemente entrare in un devo team perché penso che sia decisivo per la mia crescita. Quando l’ho saputo, ero strafelice e chiaramente ho subito detto di sì, quasi a scatola chiusa.

L’esperienza ai tricolori di ciclocross a Faé di Oderzo, guastata da una caduta iniziale (foto Billiani)
L’esperienza ai tricolori di ciclocross a Faé di Oderzo, guastata da una caduta iniziale (foto Billiani)
Una notizia che ha addolcito anche il tuo inverno sui prati, non proprio felicissimo…

Sì, mi ha lasciato molto l’amaro in bocca perché non sono riuscito a centrare gli obiettivi che mi ero posto. Il problema principale è stato un edema al sottosella che mi ha tenuto fuori addirittura un mese, poi ho avuto un incidente stradale in allenamento e mi sono dovuto fermare altri 5 giorni, insomma riprendersi non è stato semplice. Durante le feste natalizie avevo anche recuperato la condizione, sono persino riuscito a centrare un podio in Belgio, che non è certamente cosa comune. Sapevo però che mi giocavo tanto ai tricolori, lì sono caduto nelle prime battute e ho corso tutta la gara in rimonta finendo quinto. Non è bastato…

Finora hai gareggiato abbastanza poco…

Ho affrontato solamente due gare, ma la cosa non mi dispiace. Mi concentro soprattutto sull’allenamento in vista della parte della stagione che più mi interessa, quella centrale dove ci sono gare più adatte alle mie caratteristiche. Io voglio essere pronto da maggio in poi, anche perché si comincerà a ragionare anche per le gare titolate. Alla Piccola Liegi delle Bregonze ho ottenuto un 8° posto correndo soprattutto in difesa.

Il podio del ciclocross di Dendermonde con l’umbro secondo dietro il tedesco Benz (Lucvdlphotography)
Il podio del ciclocross di Dendermonde con l’umbro secondo dietro il tedesco Benz (Lucvdlphotography)
Su quali gare hai messo gli occhi?

Non c’è un appuntamento specifico, diciamo che mi interessano soprattutto le prove a tappe perché amo gli arrivi in salita e credo che, considerando le mie caratteristiche di recupero, sono le corse più adatte a me. Considerando anche che sono molto sotto l’occhio degli osservatori esteri, ci tengo a far bene lì.

Che impressione ti fa andare a correre all’estero?

Mi fa estremamente piacere soprattutto come crescita personale, immergermi in una nuova cultura, con ragazzi di altre nazioni, trovando un linguaggio comune per confrontarci. Credo che sia  un’esperienza di vita importante e questo a prescindere dal discorso ciclistico.

Il corridore del Team Franco Ballerini-Lucchini-Energy ha già militato in nazionale all’Eroica 2024 (Photors)
Il corridore del Team Franco Ballerini-Lucchini-Energy ha già militato in nazionale all’Eroica 2024 (Photors)
Prima accennavi al discorso azzurro: tu dovresti essere già nel giro per le prove di Nations Cup, ma quest’anno sia europei che mondiali sono per scalatori. Che cosa ne pensi?

A dir la verità Salvoldi me ne ha già parlato, so che sono percorsi adatti alle mie caratteristiche e anche per quello sto un po’ “nicchiando” per avere energie tra primavera ed estate. La strada è tracciata, io voglio farmi trovare pronto quando servirà. Anche perché in vista dell’approdo nel team multinazionale, vorrei avere dalla mia risultati di un certo peso da presentare al mio ingresso.

La Sanremo “spezzettata” di Ganna, ora in rotta sul Fiandre

01.04.2025
5 min
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Ganna che risponde ai primi scatti. Poi Ganna che si siede, li vede andare, ma non li perde di vista. Ganna che ritrova il battito e il passo. Ganna che fa la discesa del Poggio come un missile (foto di apertura). E ancora Ganna che nel tratto dell’Aurelia va più veloce di Van der Poel e Pogacar. Ganna secondo a Sanremo, dopo il secondo alla Tirreno.

Cioni racconta e intanto la stagione ha visto Pippo sul podio di Harelbeke e lo vedrà domenica inaspettatamente al Fiandre e la settimana successiva alla Roubaix. Quanto è stato bravo Ganna a gestirsi alla Sanremo e quando quel tipo di esercizio, che ha avuto solide basi nella profonda convinzione di poterlo fare, tornerà utile nelle prossime gare?

«E’ stato bravo a non mollare – dice Cioni – anche perché l’hanno portato abbastanza al limite. La Cipressa l’hanno fatta forte, non tutti allo stesso livello, però non sono andati a passeggio, finché Pogacar è partito secco. Avevamo ragionato di tenere duro per 5 minuti sul Poggio, ma visto l’attacco sulla Cipressa, i minuti sono diventati 9».

Lo scatto di Pogacar sulla Cipressa è stato il più duro da contrastare, ma in cima Ganna era in scia
Lo scatto di Pogacar sulla Cipressa è stato il più duro da contrastare, ma in cima Ganna era in scia
Dov’è che l’hanno messo più a dura prova, guardando il file della gara?

Probabilmente sul Poggio, perché hanno iniziato da sotto e sono andati forte. Anche il primo attacco, su cui fra l’altro ha chiuso Pippo, non è stato indifferente.

Ti aspettavi di trovarlo così forte?

La speranza è che questo sia il suo livello. Alla fine è un cammino di maturazione e penso che stiamo vedendo il miglior Ganna in assoluto. Un po’ più pesante del 2020, ma più asciutto. Il peso giusto per il periodo.

L’impressione è che lui sapesse esattamente quello che doveva fare per arrivare in volata con gli altri.

Secondo me era cosciente che il pericolo più grosso era rispondere scatto su scatto e quindi ha fatto la sua gara. Sappiamo anche che ha fatto la discesa del Poggio più veloce degli altri. Sicuramente è stato il più veloce anche dal fondo del Poggio fino al momento in cui è rientrato. Se avesse risposto agli scatti, probabilmente sarebbe esploso. Ha giocato le sue carte. Lo scatto più forte l’ha fatto sull’accelerazione più potente di Pogacar sulla Cipressa.

Alla partenza, Ganna sapeva esattamente cosa fare, con il percorso suddiviso in traguardi parziali
Alla partenza, Ganna sapeva esattamente cosa fare, con il percorso suddiviso in traguardi parziali
Poi li ha lasciati sfogare…

Esatto, non ha più risposto. Quando gli altri due scattavano, lui si staccava e veniva su al suo passo cercando di avvicinarsi al suo limite. Deve essere così per sperare di vincere, per questo aveva dei mini traguardi, che potevano essere l’approccio alla Cipressa, scollinare la Cipressa, scollinare il Poggio e poi l’ultimo chilometro. A un certo punto si è disinteressato di quello che stavano facendo gli altri due.

Ma non li ha mai persi di vista.

Nel non rispondere allo scatto c’è anche la consapevolezza di poter saltare e perdere molto terreno. Invece li ha lasciati fare, sapendo che se li avesse ripresi, avrebbe giocato la sua chance.

Ad esempio venerdì sul Qwaremont ha provato a rispondere, ma forse non poteva fare altrimenti per non perdere contatto, no?

Alla Sanremo invece c’era ancora la discesa e poi comunque il podio era assicurato. Magari sarebbe stato diverso se ci fosse stato un gruppetto più corposo. E poi conosceva benissimo il percorso, anche se il finale della Sanremo ormai lo sanno tutti a memoria, tra chi abita lì vicino e chi va per allenarsi. Il discorso è che lui da solo è riuscito a recuperare anche nella discesa, una cosa che per tutti era impossibile. Invece lo ha fatto e poi è rientrato, quindi la sua gestione era proprio volta ad arrivare.

Prima di Sanremo, secondo anche alla Tirreno grazie alla difesa di Frontignano, tenendo duro in salita
Prima di Sanremo, secondo anche alla Tirreno grazie alla difesa di Frontignano, tenendo duro in salita
Vuole anche dire che ha scollinato ancora lucido, altrimenti non avrebbe fatto quella discesa.

Questo forse l’ha imparato dal mondiale a cronometro, dove ha scollinato a tutta, però poi ha perso in discesa. A Sanremo sapeva di dover fare la discesa al massimo, ma anche che non avrebbe chiuso appena fosse finita. Per questo finita la discesa, ha fatto dei watt molto alti, probabilmente il finale è stato il settore in cui è andato più forte in assoluto. Non l’hanno aspettato, ha veramente spinto ancora e questo vuole dire che in cima al Poggio non c’è arrivato totalmente al gancio.

C’è differenza dal punto di vista del suo impegno tra questo secondo posto e quello di due anni fa?

Questo è un secondo posto nella Sanremo più bella degli ultimi anni, quindi è un secondo posto più consapevole, figlio anche di qualche aspettativa importante. L’altra volta quasi è venuto, questo è stato cercato. Si era partiti per far risultato e lo avevamo dichiarato.

Come mai il cambio di programma e la scelta del Fiandre?

Alla fine i programmi devono essere sempre un po’ flessibili. La condizione che ha non richiede che debba spingere più di tanto e fare dei blocchi particolari per migliorare. Avrebbe saltato il Fiandre per spezzare il programma, semplicemente abbiamo deciso di spezzarlo diversamente. Al momento è a casa perché domani si laurea sua sorella.

Sull’Oude Kwaremont, il passo migliore per non perdere di vista Van der Poel e Pedersen
Sull’Oude Kwaremont, il passo migliore per non perdere di vista Van der Poel e Pedersen
Fiandre e Roubaix sono diverse, saranno affrontate con obiettivi diversi?

Il Fiandre è un’aggiunta, l’obiettivo resta comunque la Roubaix. E’ chiaro se uno arriva bene al Fiandre, non ci sputa sopra. Però a livello di attitudine e percorso, sicuramente la Roubaix è più adatta. Va con delle aspettative, mentre al Fiandre vai sapendo di avere un’ottima condizione e vediamo cosa si può combinare. Poi resterà su. L’altro giorno non è riuscito a fare la ricognizione sul percorso della Roubaix e per questo lo farà la prossima settimana. La Roubaix è il grande obiettivo di aprile.