Dati torna a vincere, con la forza della mente

08.05.2025
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Esattamente un anno fa avevamo già avuto modo di parlare con Tommaso Dati, dopo la sua vittoria al GP Industrie del Marmo e l’entusiasmo generato fra gli appassionati toscani. C’è voluto un anno perché il corridore di Camaiore tornasse al successo in occasione del Memorial Daniele Tortoli nella sua regione e nel corso di questi dodici mesi qualcosa è cambiato.

Intanto il toscano ha cambiato categoria, lasciando gli under 23. Ci si aspetterebbe un Dati disilluso, ma non è così e non dipende dal successo, ma da un atteggiamento mentalmente diverso nei confronti della sua attività.

Per Dati ritorno al successo al Memorial Tortoli disputato nell’aretina Montalto (foto Rodella)
Per Dati ritorno al successo al Memorial Tortoli disputato nell’aretina Montalto (foto Rodella)

«Non posso negare che il pensiero c’è, c’è sempre, ma lo vivo in maniera diversa. Lo scorso anno l’ho vissuto male, ero sempre stressato, vedevo il finale di stagione come una forca caudina, cercavo i risultati e questi non arrivavano. Alla fine ho capito che dovevo cambiare mentalità, affrontare quest’attività in maniera meno assillante e in questo è stato fondamentale il supporto della società che mi è stata vicino, i diesse mi hanno fatto vedere la loro fiducia e mi tengono tranquillo».

Pensi di essere cambiato molto dallo scorso anno a oggi?

Decisamente sì e non lo dico per la vittoria perché anche prima erano arrivati buoni risultati, in particolare anche nel confronto con i pro’, ad esempio al Giro d’Abruzzo. Io mi accorgo che fisicamente mi sono ulteriormente evoluto, ho maggiore esistenza, i numeri stessi sono cambiati. Ma anche mentalmente c’è stato un cambiamento, gestisco le cose in maniera differente, più tranquilla. Poi è chiaro che sono le prestazioni quelle che contano e mi dicono che vado molto meglio.

Il podio finale di Montalto con Dati fra Bagatin e Cipollini (foto Rodella)
Il podio finale di Montalto con Dati fra Bagatin e Cipollini (foto Rodella)
Torniamo alla tua stagione, com’era stata prima dell’apoteosi di domenica?

Era partita obiettivamente male, non come me l’aspettavo perché mi sono ammalato proprio prima dell’inizio ed anzi devo dire che qualche piazzamento era andato anche al di là delle mie aspettative. Poi sono andato sempre meglio, accumulando chilometri ed infatti quando sono stato chiamato in causa anche nelle prove contro i pro’ non sono andato male, ad esempio la top 10 nella tappa finale in Abruzzo mi ha dato molta soddisfazione. Ma è chiaro che una vittoria è tutta un’altra cosa.

Accennavi prima al team, effettivamente parlando con i responsabili, dicono di confidare molto nelle tue capacità…

La cosa che più mi era dispiaciuta lo scorso anno era stato proprio il non riuscire a ripagare tanta fiducia. Quest’anno è tutto diverso, riesco anche a districarmi da situazioni complicate, significa che vado molto meglio. Ho capito che quando è possibile gareggiare in tranquillità, si ottiene molto di più. Tutto dipende dall’approccio in corsa.

Il toscano si è ben disimpegnato anche fra i professionisti, centrando una Top 10 al Giro d’Abruzzo
Il toscano si è ben disimpegnato anche fra i professionisti, centrando una Top 10 al Giro d’Abruzzo
Com’è arrivata la vittoria al Memorial Daniele Tortoli?

E’ stata la dimostrazione di quanto ho detto. L’obiettivo iniziale era rimanere al coperto per i primi 100 chilometri ma già dopo 70 si è palesata una situazione favorevole e ho provato a forzare, portando via un gruppetto di 6 unità. C’erano tutte le squadre principali rappresentate, quindi abbiamo potuto gestire dandoci i cambi regolari. Poi nel finale siamo rimasti in 4: sul penultimo stappo avevo anche fatto il vuoto, ma gli altri sono tornati sotto nell’ultima salita, ma in volata avevo ancora più energie degli avversari.

E adesso?

Adesso si va avanti, mi attendono intanto una trasferta in Svizzera per domenica, la Radsport Fest Marwil dove ci sarà anche la nazionale di casa e la Tudor, oltre a molte squadre Continental europee. Poi ci saranno le classiche italiane come il De Gasperi. Io spero di non fare come lo scorso anno e continuare con le belle prestazioni e magari qualche altra vittoria.

Quest’anno il ciclista della Biesse ha colto anche due piazze d’onore e 3 Top 10
Quest’anno il ciclista della Biesse ha colto anche due piazze d’onore e 3 Top 10
Ma la speranza di passare ce l’hai ancora?

Quella è sempre dentro di me, ma non la vivo più come una questione di vita o di morte. E proprio per questo dico grazie al team, perché posso intanto continuare a fare la mia attività, magari poi i risultati potrebbero anche aprirmi qualche porta. Dipende tutto da loro e quindi dalle mie gambe…

Quattro tappe nel mirino, Vendrame e l’arte della fuga

08.05.2025
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DURAZZO (Albania) – Vendrame si fa attendere. Mezza squadra è già rientrata, ma il veneto della Decathlon-Ag2R ha preferito allungare assieme ad altri due compagni. Il Sol Tropikal Durres è il ritrovo di diversi team. Accanto ai mezzi dei francesi c’è la Tudor Pro Cycling, più in là vediamo la Jayco-AlUla, poi la Bahrain Victorious, la Alpecin-Deceuninck e la Israel-Premier Tech. Il clima è a dir poco mite. Guidando da Tirana fin qui abbiamo avuto la sensazione di spostarci da Catania verso Ragusa: sulla destra mancava soltanto l’Etna. Anche se poi, rientrando verso la Capitale, le montagne alle sue spalle hanno un che di… bassanino. Si fa fatica a decifrare i paesaggi, al primo impatto è meglio concentrarsi sulle dinamiche “fantasiose” del traffico albanese.

Poi arriva Vendrame, incontrato l’ultima volta alla Tirreno-Adriatico quando vinse la tappa di Colfiorito, che lo scorso anno lasciò il Giro con il gusto buono della vittoria di Sappada. L’avvicinamento ha avuto il piccolo intoppo di un malanno che gli ha impedito di correre il Romandia, ma adesso siamo qui e tutto sembra a posto. Chissà se ha allungato perché la prima tappa lo solletica o se aveva bisogno di fare più fatica…

«Non cambia niente – annuisce – quello che è fatto, è fatto. Sono consapevole di star bene e come diceva sempre mia nonna: l’importante è la salute. L’anno scorso eravamo arrivati con una squadra competitiva per la classifica generale per O’Connor. Quest’anno abbiamo cambiato la visione di corsa e avremo più occhi per gli sprint con Bennett. Poi ci saranno giornate in cui cercare la vittoria con me, magari nelle tappe con fughe a lunga gittata, e con gli scalatori come Prodhomme e Bouchard. Conosciamo abbastanza bene il Giro, siamo un gruppo esperto, non siamo vincolati a un capitano per cui correremo liberi».

Per Vendrame, nato a Conegliano nel 1994, si tratta del settimo Giro in carriera
Per Vendrame, nato a Conegliano nel 1994, si tratta del settimo Giro in carriera
Dopo la vittoria alla Tirreno e anche dopo Sappada dicesti che erano tappe che avevi segnato da prima. Ebbene, quante tappe di questo Giro potrebbero piacere a Vendrame?

Ho studiato il percorso, sinceramente di tappe ce ne sono. Ne ho adocchiate quattro, non voglio individuarne di più. Fin da quando sono professionista, cerco di individuare le quattro tappe più adatte in un Grande Giro e poi strada facendo cerco di portarle a casa. E così sono quattro anche quest’anno.

Ovviamente non ce le dirai neanche sotto tortura, giusto?

Sono sempre stato un po’ scaramantico nel non rivelare niente, magari la più evidente è quella con le strade bianche che farà gola a molti. Comunque sono dalla metà del Giro in avanti. La mia fortuna è nel recuperare bene, la dote di uscire man mano che il Giro avanza. Le tappe target quest’anno sono nella seconda settimana, la terza purtroppo è veramente impegnativa, quindi presumo che sarà di più una lotta fra gli uomini di classifica. Però, mai dire mai, lasciamo le porte sempre aperte.

Che cosa potrebbe accadere di diverso?

Non si sa ancora come si metterà, se il Giro avrà un padrone come Tadej l’anno scorso, che magari guadagna tanto nella prima parte e dopo amministra. O se lasceranno la maglia a un’altra squadra perché la gestisca, come successe con noi lo scorso anno alla Vuelta e in quel caso si crearono più opportunità per le fughe. Fatto sta che negli ultimi anni ho visto un trend del Giro d’Italia, del Tour de France e della Vuelta in cui di fughe ne arrivano ben poche.

La vittoria di Sappada al Giro dello scorso anno, dopo quella a Bagno di Romagna nel 2021
La vittoria di Sappada al Giro dello scorso anno, dopo quella a Bagno di Romagna nel 2021
Le hai contate?

E’ sempre più difficile. L’anno scorso ho fatto un calcolo e di fughe all’arrivo ne ho viste solo quattro. Togliendo le cronometro e gli sprint, capite bene che ne rimangono ben poche.

Guarda caso, quattro è anche il numero delle tappe che hai cerchiato…

Ma non è facile, anche perché ormai il gruppo conosce questa mia capacità di andare a segno quando sono in fuga e inizia a essere pesante, perché magari i direttori sportivi invitano a non collaborare, per fare un esempio. Mi ricordo che dei telecronisti che hanno fatto una sorta di paragone con De Gendt, che quando era in fuga, al 90 per cento arrivava. Magari non sarò a quel livello, ma questo è il mio target in una corsa come il Giro.

Una volta individuate le quattro tappe, si continua a studiarle oppure si mettono via e poi si vive alla giornata?

Il mio rapporto col percorso è sempre uguale. Preferisco studiarlo a fondo qualche giorno prima della partenza, dopodiché vivo tappa dopo tappa. Anche perché in un Giro di 21 tappe, la condizione può cambiare. Magari capita il giorno che il tuo fisico risponde bene e dei giorni che risponde male. Preferisco vivere alla giornata. L’anno scorso mi ero prefissato la tappa di Rapolano Terme vinta da Pelayo Sanchez su Alaphilippe. Ero in fuga anche io, però ho iniziato a stare male e alla fine non ho ottenuto nessun risultato. Ne avevo prevista un’altra, però stavo combattendo con una bronchite e anche quella è sfumata. E alla fine ho puntato tutto sull’ultima tappa disponibile, che era Sappada, la quarta che avevo cerchiato. Quindi è bello studiare tutti i giorni, ma stando attenti a non lasciarsi influenzare dalla condizione del momento.

Così dopo la vittoria di Colfiorito alla Tirreno. Vendrame è pro’ dal 2017. E’ alto 1,68 e pesa 60 chili
Così dopo la vittoria di Colfiorito alla Tirreno. Vendrame è pro’ dal 2017. E’ alto 1,68 e pesa 60 chili
Una volta in fuga, le tappe cerchiate vanno come te le eri immaginate?

Quasi mai, per questo la cosa migliore è improvvisare. Faccio riferimento alla tappa di Sappada. Non avevo previsto che la fuga ci mettesse così tanto ad uscire. Pensavo che partisse subito, non che andasse via a San Daniele del Friuli dopo 50 chilometri. Quindi per forza di cosa ho dovuto cambiare i piani nel mio cervello e resettarmi. Ho realizzato che non partiva e che a quel punto bisognasse aspettare San Daniele. Sapevo che era un altro momento strategico e infatti la fuga è nata lì. A volte ti fai tanti piani, ma non si avverano mai. Quindi preferisco improvvisare e lasciare tutto in mano al destino.

Stupore, campioni e tanta gente: il Giro è sbarcato in Albania

07.05.2025
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TIRANA (Albania) – «Ho saputo che venivo al Giro dopo la tappa più dura del Catalunya – sorride monello Pellizzari – quando mi hanno detto che non sarei andato al Giro dei Paesi Baschi».

La sfilata dei team davanti ai microfoni precede la presentazione vera e propria delle squadre. I corridori hanno lasciato le bici fuori, hanno posato per le foto ufficiali e mentre i più rappresentativi sfilano davanti ai microfoni, gli altri si guardano intorno e parlano fra loro. E’ davvero il villaggio che si ricompone e ci si racconta quel che si è fatto nelle ultime settimane, dall’ultima corsa in cui ci si è visti.

Van Aert è uno dei più gettonati e dice che è una vergogna debuttare al Giro soltanto quest’anno. Pare che negli ultimi giorni non sia stato benissimo, ma la pressione dei media lo vorrebbe dichiarare la prima maglia rosa. Lui non abbocca e sorride, cedendo volentieri il posto a Primoz Roglic con cui ha condiviso trionfi, cadute e risalite.

Van Aert sembra sereno e motivato: di certo la voglia di rifarsi non gli mancherà
Van Aert sembra sereno e motivato: di certo la voglia di rifarsi non gli mancherà

Tanta Italia

Il cielo è limpido, la serata sta rinfrescando. I palazzi attorno sono scintillanti e nuovi. La città ci ha accolto con due facce diverse e siamo qui da troppo poco per poter dire altro. Annotiamo l’imbarazzo per il clima da mercato all’uscita dall’aeroporto, in fase di imponente ristrutturazione, con gli autonoleggi come bancarelle ai bordi di una piazza piena di gente. Annotiamo però anche il volto inatteso della grande capitale: Tirana è bella. La gente per le strade è bella. I taxi sono elettrici. I locali invitano a sedersi e se non avessimo avuto da scrivere questa storia, lo avremmo già fatto.

E’ evidente la spinta verso la crescita, nella forma di cantieri, negozi occidentali e supermercati di gusto italiano. C’è tanta Italia e c’è tanto verde. Ma c’è anche un traffico da Palermo nei giorni più caotici e abitudini di guida da studiare prima di gettarsi nella mischia. Il Giro d’Italia è presente nelle bandiere e nelle transenne che lasciano intuire un evento in arrivo, ma per averne esattamente il polso bisognerà attendere la prima tappa.

La cultura albanese è antica e nobile: il Giro toccherà località di grande storia
La cultura albanese è antica e nobile: il Giro toccherà località di grande storia

Il caso White

Direttori sportivi giovani fanno capannello davanti alla porta. Pellizotti parla con Cataldo, al primo Giro da tecnico. Sull’ammiraglia della Lidl-Trek ci sarà anche Paolo Sangalli, al debutto dopo gli anni da tecnico delle donne. Chissà se ha incontrato Marco Velo, che lo ha sostituito nell’incarico federale ed è qui come direttore di corsa, mentre le ragazze sono alla Vuelta.

Quando arriva Piva con la Jayco-AlUla, non può sottrarsi alla battuta sull’aver lasciato a casa De Marchi dall’ultimo Giro della carriera. E se la motivazione della scelta è stata quella di preferire i corridori australiani, suona singolare il tweet delle 15,42 con cui la squadra (con singolare scelta di tempo) annuncia la fine della collaborazione con l’australiano Matthew White. Il responsabile del performance group potrebbe aver spinto per non portare il friulano. Negli anni del Covid sono state fatte sostituzioni anche il giorno prima, ma sembra difficile che la squadra ci ripensi: lasciamo a Zana e De Pretto il compito di far sventolare il tricolore. Sarebbe bello svegliarci con la notizia dell’arrivo del Rosso di Buja.

Battute e abbracci fra il dottor Daniele e Ciccone
Battute e abbracci fra il dottor Daniele e Ciccone

Il sorriso di Ulissi

I corridori che passano alla spicciolata si fermano a salutare. Ciccone posa per una foto con il dottor Daniele, che poi chiede di mandargliela. Cattaneo e Garofoli parlano italiano. Il bergamasco conferma che per lui ci sarà anche il Tour, il marchigiano sorride al pensiero che domani arriverà in Albania anche suo padre.

Landa parla con Pellizotti, con cui ha corso e da cui è stato guidato. Bardet è sempre più magro. Bernal sfoggia una maglia da campione colombiano stupenda e quando lo fermiamo per un breve video, veniamo inceneriti dallo sguardo dell’addetto stampa sudafricano. Lui fa il suo lavoro, noi facciamo con orgoglio il nostro.

C’è Oldani che finalmente s’è ripreso dalle brutte fratture della prima corsa e solo adesso rivede la luce. C’è la XDS Astana, che ha trovato nella crisi nera le motivazioni per risalire la china. Ulissi sorride sornione: l’anno scorso gli toccò saltare il Giro per cedere il passo a Pogacar e per farlo ancora ha scelto di passare nella squadra kazaka. Se fosse rimasto alla UAE Emirates, non l’avrebbe fatto nemmeno quest’anno: solo Baroncini nel loro organico, sebbene Covi stia andando benissimo.

Bernal torna al Giro dalla sola volta in cui l’ha corso in precedenza, vincendolo…
Bernal torna al Giro dalla sola volta in cui l’ha corso in precedenza, vincendolo…

Pazzi per Van Aert e Roglic

Per la presentazione delle squadre è stata scelta Piazza Skanderbeg, la più popolare della città. E’ dedicata a Gjergj Kastrioti, un nobile albanese che guidò la rivolta contro l’Impero Ottomano liberando dai turchi questa parte di mondo. Ai piedi del palco ci sono tifosi italiani, ma l’interesse del pubblico albanese ci sorprende.

Il boato per i grossi nomi non manca. Per Van Aert, come pure per Roglic. Leggermente più timida l’accoglienza per Ayuso, che è giovane e deve fare breccia nei cuori. Però intanto annuncia che il Giro comincia venerdì e nessuno si sogni di poter stare alla finestra. Ciccone ammette che la tappa che preferisce è quella del Colle delle Finestre, ma la sensazione è che questa serata sia riservata alla festa e ai saluti, perché poi per parlare di tappe e strategie ci saranno tre settimane di fuoco.

Un’osservazione è sacrosanta: visto che il solo modo di vincere è evitare Pogacar, nelle corse in cui lui non c’è, le squadre arrivano col meglio. La Red Bull-Bora ha due vincitori di Giro e quello che è arrivato secondo lo scorso anno: il livello è altissimo.

Roglic ha vinto il Giro nel 2023, punta decisamente al bis
Roglic ha vinto il Giro nel 2023, punta decisamente al bis

Ancora un giorno al via

I corridori si allenano da due giorni fra Durazzo e Tirana. I report sulla presenza di cani randagi e sullo stato delle strade si ferma sulle rassicurazioni di Marco Della Vedova, ispettore di percorso, che garantisce che le strade di gara saranno perfette. Il resto potrebbe lasciare a desiderare, ma la Polizia è vigile e presente e stamattina si è prestata per scortare la Lidl-Trek su strade più tranquille.

Quando si va in posti così diversi dal solito, si deve avere capacità di adattamento e fiducia nella divina provvidenza. E’ lo stesso Della Vedova a raccontarci che al Giro d’Abruzzo, visto che il problema del randagismo non è solo albanese, avevano previsto un furgone in testa alla corsa deputato al controllo della presenza dei poveri animali. Nessuno fra quelli con cui abbiamo parlato è mai stato in Albania prima d’ora. In attesa che il Giro cominci, forse l’idea di farci una vacanza non sarebbe tanto peregrina.

Zanatta: «Contento se… Torniamo dal Giro con una tappa»

07.05.2025
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Stefano Zanatta e i corridori della Polti VisitMalta sono arrivati ieri sera in Albania, i mezzi e il personale era già lì da qualche giorno come ci ha raccontato Maurizio Borserini, creatore delle immagini per il team. Il tempo di prendere dimestichezza con l’asfalto albanese non è tanto, oggi la sgambata sarà nel primo pomeriggio, poi domani (giovedì, ndr) si dovranno trovare i ritagli di tempo per fare tutto. Il Giro d’Italia parte per la prima volta della sua storia ultracentenaria dall’Albania. Ci si accorge della grandezza di un evento del genere solamente quando deve “traslocare” dall’Italia. La carovana è immensa e tutto deve essere coordinato al meglio

Aurum ha pensato ad una livrea speciale per il Giro, realizzata da Lechler

Voci da Tirana

Questa mattina alle ore 10, a Tirana, c’è stata la riunione delle squadre. Il meteo è buono a differenza di quello che ci accompagna in questo inizio maggio nel nostro Paese. 

«In queste ore i ragazzi hanno visionato alcuni punti della prima tappa – dice Zanatta – come la salita finale che si andrà a ripetere due volte, mentre domani cercheremo di andare sul percorso della cronometro e della terza frazione. Il tempo a disposizione non è molto».

Piganzoli è chiamato a fare uno step in più rispetto al 2024, vincere una tappa al Giro sarebbe un modo per affermare il proprio talento
Piganzoli è chiamato a fare uno step in più rispetto al 2024, vincere una tappa al Giro sarebbe un modo per affermare il proprio talento

Da cinque edizioni

Per il team di Ivan Basso e Fran Contador sta per iniziare il quinto Giro d’Italia, da quando la squadra è diventata professional ha sempre partecipato alla Corsa Rosa. I risultati sono arrivati fin da subito: al primo anno, nel 2021, Lorenzo Fortunato ha vinto in cima allo Zoncolan. Successo bissato due anni dopo da Davide Bais a Campo Imperatore. 

«Lo spirito con il quale affrontiamo questo Giro – racconta Stefano Zanatta – è lo stesso delle stagioni passate. Portiamo corridori che sanno lottare e andare in fuga. L’obiettivo che mi pongo è quello di vincere una tappa, è una cosa che abbiamo nelle nostre corde. Con Davide Piganzoli daremo un occhio alla classifica ma la squadra non sarà a sua disposizione tutto il giorno. Anche lui dovrà essere bravo nel crearsi le occasioni per vincere una tappa. Va bene fare una bella classifica, ma vincere una tappa al Giro ti fa cambiare status». 

Un po’ come fatto da Fortunato quattro anni fa…

In un certo senso sì, la cassa di risonanza di quella vittoria in cima allo Zoncolan ha lanciato Fortunato nel ciclismo dei grandi. Sono corridori diversi, Piganzoli è molto più completo. Sa difendersi bene a cronometro e mentalmente arriva per lottare. I risultati lo dicono, al Gran Camino ha mostrato ottime qualità. 

Piganzoli è arrivato al punto di potersi giocare la vittoria con i migliori o deve andare in fuga?

Penso abbia fatto vedere che è capace di stare con i più forti. Al Tour of the Alps ha colto un bel piazzamento nella seconda tappa. Deve imparare a gestire meglio il finale ma ha fatto passi importanti in questo senso. E’ un atleta che ha il colpo di mano, il guizzo per spuntarla in uno sprint ristretto. 

L’ultima vittoria di tappa al Giro, la seconda nella storia di questa squadra, l’ha firmata Davide Bais nel 2023 a Campo Imperatore
L’ultima vittoria di tappa al Giro, la seconda nella storia di questa squadra, l’ha firmata Davide Bais nel 2023 a Campo Imperatore
Ha mostrato anche di avere la solidità sulle tre settimane…

Senza dubbio. Il fatto principale è che il Giro è lungo, molto lungo. Può succedere di tutto. Comunque Piganzoli al suo primo Giro ha sfiorato la top 10, non è una cosa da poco. 

Parlaci degli altri sette corridori…

Non avremo nessun debuttante, questo credo sia un vantaggio in termini di esperienza e recupero. La squadra è più matura rispetto a un anno fa. L’uomo squadra, sembra scontato dirlo, sarà Maestri. Ha esperienza, forza e sa dare l’anima in bici. 

Ci saranno anche i fratelli Bais, Mattia e Davide. 

E’ il loro terzo Giro d’Italia insieme. Davide ha già vinto una tappa, mentre Mattia ci ha mostrato una crescita incredibile. Sa tenere in salita e inoltre è un attaccante nato. Non dimentichiamoci Pietrobon. Lui lo scorso anno ha sfiorato la vittoria a Lucca e ha vinto la classifica del più combattivo con quasi mille chilometri di fuga. 

Lonardi, in maglia verde, ha vinto la classifica a punti in Turchia ed ha mostrato un’ottima costanza nei risultati in questo 2025
Lonardi, in maglia verde, ha vinto la classifica a punti in Turchia ed ha mostrato un’ottima costanza nei risultati in questo 2025
C’è anche il nuovo innesto Tonelli

Nuovo per il nostro team ma di esperienza al Giro ne ha da vendere. Nelle edizioni precedenti è andato vicino al successo di tappa in due occasioni: una nel 2022 con un terzo posto e nel 2023 ha fatto quarto nella tappa di Rivoli. 

In tanta Italia c’è spazio per uno spagnolo: Munoz.

Lui è il nostro jolly, è in grado di rimanere accanto a Piganzoli, ma è capace di dare un ottimo contributo per le volate, nelle quali avremo Lonardi. Lui fa fatica a vincere, tuttavia da un anno e mezzo ha trovato una costanza incredibile. Ha colto dodici top 10 e ha appena vinto la maglia a punti al Presidential Tour of Turkiye.

Casa Garofoli, una storia di passione, lavoro e ciclismo

07.05.2025
6 min
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Questa è una storia di famiglia, lavoro e ciclismo. Ha come protagonista la famiglia Garofoli di Castelfidardo, in provincia di Ancona. Quella di Gianmarco, per capirci, che sabato inizierà il suo primo Giro d’Italia con la Soudal-Quick Step, ma anche quella di suo padre Gianluca e del nonno Fernando, che per primo fu corridore (immagine Instagram in apertura).

Ce la racconta proprio Gianluca, che nel weekend vorrebbe raggiungere suo figlio in Albania e per questo si sta sottoponendo ai lavori forzati. L’azienda produce porte, armadi e pavimenti coordinati. Iniziò tutto nel 1968. Operavano nel settore del legno, producendo cornici per quadri e mobili e sub fornitura per antine da cucina. Finché negli anni 80 fu Fernando Garofoli, poi insignito del titolo di Commendatore della Repubblica, a creare un prodotto tutto suo e con un marchio tutto suo, dedicandosi alle porte, che gli mancavano, e industrializzando il lavoro di falegnameria.

«Adesso stiamo ritornando sull’interior design – prosegue Gianluca Garofoli – quindi alle porte abbiniamo armadi, cabine armadio, cucine. Facciamo un total look. Chi sceglie la porta Garofoli ha una scelta di complementi abbinabili».

Gianluca e Gianmarco Garofoli, padre e figlio: un selfie dalla Vuelta del 2024, ancora in maglia Astana
Gianluca e Gianmarco Garofoli, padre e figlio: un selfie dalla Vuelta del 2024, ancora in maglia Astana

Ciclismo, un affare di famiglia

Se qualcuno pensasse di essere capitato in una rivista di architettura, vogliamo tranquillizzarlo. Questo è infatti il momento in cui entra in scena il ciclismo, che per ora è rimasto sullo sfondo e invece in tutta questa storia ha un ruolo molto importante.

«Mio padre da piccolino ha corso anche lui – racconta Gianluca – all’epoca fece gli esordienti e gli allievi. Quando ho compiuto tre anni, mi ha comprato la prima bici, ma non era come quella degli altri bambini. Aveva le rotelle, ma anche il manubrio ricurvo, perché era una biciclettina da corsa. E così, finché ero piccolino, mi portava a fare le passeggiate con lui. Poi ho iniziato a correre da esordiente e subito dopo ha iniziato mio fratello Giacomo e alla fine di tutto è toccato a Gianmarco. Anche se a un certo punto ha dovuto scegliere fra calcio e ciclismo, perché d’inverno giocava a pallone ed era anche bravo».

Dalla bici all’azienda

Gli juniores, poi qualche corsa fra i dilettanti e alla fine lo slancio di Gianluca si arresta. Oggi va ancora in bici e talvolta si infila nei gruppi degli amatori, partecipa a qualche gran fondo e a Pasqua è stato a Tenerife con suo figlio e hanno pedalato insieme, almeno per la prima ora dell’allenamento.

«Così ho cominciato a lavorare – prosegue – e per fortuna non dovevo partire da zero. Fin da piccolino, mio padre mi portava con sé al lavoro e ho scoperto che tutto quello che avevo imparato con la bici era prezioso anche in azienda. Il sacrificio, lo stringere i denti sino alla fine, non mollare fino alla riga anche se la riga è dietro l’angolo e non la vedi. Secondo me qualsiasi lavoro fai, se sei stato uno sportivo, quella dedizione ti rimane attaccata addosso. Ti fa fare le scelte giuste al momento giusto. Facendo uno sport duro come il ciclismo, è come se iniziassi a lavorare prima. Una persona normale inizia a capire il valore del sacrificio a vent’anni, chi ha corso in bici lo conosce già da quando ne ha 12».

A Castelfidardo il Fan Club è super attivo, al punto da aver seguito Gianmarco anche al Tour of Oman
A Castelfidardo il Fan Club è super attivo, al punto da aver seguito Gianmarco anche al Tour of Oman

Un piccolo imprenditore

Per lo stesso motivo, anche Gianmarco Garofoli – lo stesso che sabato debutterà al Giro d’Italianei sei mesi in cui è rimasto fermo per far passare la miocardite, ha frequentato l’azienda e seguito suo padre per lavoro.

«Quando era bambino – racconta Gianluca – ogni volta che potevo, lo portavo con me. Ma quando è stato fermo 6-7 mesi per il cuore, mi ha detto: “Papà, voglio stare accanto a te per capire meglio il tuo lavoro”. E così siamo andati spesso in giro dai clienti, nelle aziende e alle fiere. E comunque, per il livello dove è arrivato, Gianmarco è già un imprenditore. Ha vedute superiori rispetto a molti altri che hanno sempre studiato. Ha una marcia in più. Mi ricordo quando a 14 anni era stato investito e si era rotto la clavicola. Un giorno venne un signore a farmi i complimenti perché non aveva mai visto un ragazzino così sveglio. Lavorava in un’azienda di abbigliamento e Gianmarco aveva ordinato da sé i completini da campione regionale, mandandogli il file jpg con il logo della squadra e degli sponsor. A me diede il conto, mi pare 1.000 euro. Restava solo da pagare, il lavoro era tutto fatto».

La Garofoli ha sede a Castelfidardo, in provincia di Ancona
La Garofoli ha sede a Castelfidardo, in provincia di Ancona

Il ciclismo nel cuore

Garofoli nel ciclismo è presente con diverse sponsorizzazioni, dalla Due Giorni Marchigiana a tutti gli eventi cui offre il suo supporto. Più d’un manager li ha cercati per mettere il nome sulle maglie di qualche squadra, ma finora hanno preferito muoversi diversamente.

«Avevamo l’azienda davanti all’arrivo della Due Giorni Marchigiana – ricorda Gianluca – quindi il coinvolgimento è stato sempre abbastanza importante. Parecchie persone nel direttivo delle varie gare erano nostri dipendenti, quindi è sempre rimasto tutto in famiglia. Non ci siamo mai tirati indietro. Qualche anno fa abbiamo avuto la squadra dei giovanissimi più grande d’Italia, abbiamo vinto tre volte il campionato giovanile italiano, ci abbiamo investito tanto. Fare una squadra più grande sarebbe un impegno troppo grande. Quando sei troppo visibile vengono a cercarti. Ad ora investiamo sulla televisione, ma non è detto che un domani di fronte all’occasione giusta non si decida di fare di più».

Quando Giannmarco partecipò ai mondiali di Harrogate nel 2019, suo nonno fermò il lavoro e accese la tv
Quando Giannmarco partecipò ai mondiali di Harrogate nel 2019, suo nonno fermò il lavoro e accese la tv

La televisione e il Giro d’Italia

Gianluca con suo padre Fernando, Gianmarco con Gianluca. Il ciclismo come una scuola di vita e come un affare di famiglia. Ci viene da ridere nel chiederglielo, ma la risposta è perfettamente in linea con l’aria buona che abbiamo respirato finora. Con il Giro d’Italia l’azienda si ferma per seguire Gianmarco?

«Quando ha fatto il mondiale da junior nel 2019 – ride lui di gusto – mio padre ha messo la TV in azienda, ha fermato il lavoro e hanno visto tutti insieme la corsa. Certo sarebbe bello rifarlo col Giro, ma ho paura che sarebbero un po’ troppi giorni e il lavoro è tanto. Però vediamo come va Gianmarco. Se le cose si avviano nel verso giusto, farebbe piacere anche a me portare uno schermo di là e fare tutti quanti il tifo per lui».

Presa manubrio e inclinazione sella: la posizione di Pogacar

07.05.2025
7 min
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Questa prima parte di stagione non solo ci ha mostrato un favoloso Tadej Pogacar. Guardandolo con occhi più tecnici ci sono balzati all’occhio due aspetti riguardanti la sua posizione. E chissà se questi due dettagli sono collegati. Di cosa parliamo? Della presa sul manubrio e dell’inclinazione, molto accentuata, della sua sella.

Abbiamo notato che Pogacar è quasi sempre in presa alta, cioè impugna le leve anche quando sta spingendo forte in pianura, magari da solo in fuga. Una differenza emersa chiaramente alla Roubaix: nei tratti asfaltati Van der Poel era schiacciato sulla curva bassa del manubrio, mentre Tadej manteneva la presa alta. Apparentemente questo dovrebbe danneggiare l’aerodinamica. Apparentemente, però: perché oggi ogni dettaglio è frutto di uno studio accurato.

E poi c’è la sella: inclinata in avanti molto più rispetto all’anno scorso. Di questo abbiamo parlato con Mauro Testa, biomeccanico e responsabile scientifico di Biomoove Lab.

Il dottor Mauro Testa, responsabile scientifico del centro Biomove, è titolare di oltre 300 brevetti
Il dottor Mauro Testa, responsabile scientifico del centro Biomove, è titolare di oltre 300 brevetti
Dottor Testa, ci siamo accorti che Pogacar mantiene quasi sempre la presa alta, anche quando è da solo in fuga. Non si abbassa molto con i gomiti, a differenza per esempio di Van der Poel o Evenepoel. Perché?

Ci sono delle premesse da fare. Quando si scrive sulla posizione di un atleta, specie se così importante, bisogna rispettare chi lo ha messo in sella. Senza conoscere il lavoro dietro, si rischiano critiche inutili. Mi capitò anche con Sagan. Qualcuno disse che la sua posizione era sbagliata, ma io rispettai le sue caratteristiche morfologiche. E guarda caso, da quando lo mettemmo in un certo modo, tornò a vincere.

Qui però non si tratta di critica, ma di analisi. E chi meglio di lei può darci una lettura tecnica?

Capisco, ma quella premessa resta importante. La domanda vera è: cosa è stato fatto e quali misurazioni sono state prese dal biomeccanico prima di impostare quella posizione? Con Sagan, ad esempio, mi accusarono di averlo posizionato come un biker. In realtà lo feci perché nella fascia 8-12 anni, l’età d’oro dello sviluppo motorio, lui si era formato come biker. Era quindi giusto assecondare quello sviluppo. Non contesto mai il lavoro di un collega se non conosco da dove è partito. E comunque Pogacar sta vincendo, quindi è chiaro che il suo biomeccanico ha fatto un lavoro eccellente. Se la posizione non fosse efficiente, non riuscirebbe a ottenere queste prestazioni.

Ma quindi perché può preferire la presa alta?

Ci sono atleti che si trovano più comodi in presa alta. Può darsi che siano leggermente lunghi rispetto al telaio, oppure che la loro conformazione dal bacino in giù sia più favorevole a quella postura. Magari Pogacar ha le gambe lunghe e il busto corto, pertanto tende a essere “corto” nella parte anteriore della bici. Potrebbe sentirsi meglio in quella posizione. Sagan, ad esempio, chiedeva un attacco manubrio molto lungo per le volate, che faceva in presa bassa. Per evitare di sbattere le ginocchia, scelse un attacco più lungo rispetto a quello ideale per le sue misure.

La differenza più marcata è stata nei confronti di VdP spesso in fuga insieme: uno in presa bassa, l’altro in presa alta. Vedendo la foto l’olandese sempre più aero
Quindi una posizione dettata da un bilanciamento tra spinta, comodità e aerodinamica?

Esatto. Magari Pogacar ha un attacco leggermente lungo e sceglie la presa alta per compensare. E comunque la comodità, specie in gare lunghe, è parte della prestazione.

E la sella così inclinata in avanti? Potrebbe esserci un legame tra le due cose?

Sì, l’inclinazione può portare l’atleta a scivolare in avanti, e cercare appoggio sulle leve per sostenersi meglio. Una sella molto inclinata aumenta la curva della lordosi e porta il bacino in posteroversione. Questo può essere legato a rigidità articolari o muscolari. Bisogna tenere conto che nessuno è perfettamente simmetrico: una parte del corpo può essere più rigida. L’atleta cerca quindi una posizione che sia un compromesso specifico e personale.

Quindi l’approccio è sempre individuale?

Assolutamente sì. Due persone alte 175 centimetri possono avere caratteristiche diverse: uno può avere il tronco più lungo, l’altro le gambe. Le tibie e i femori possono variare. Per questo è importante che il biomeccanico lavori sulle misure antropometriche reali. Così l’atleta si trova in una posizione che gli consente di risparmiare energia.

Nell’analisi frontale l’impatto con l’aria di VdP appare maggiore per via della sua stazza, anche se è più piegato con i gomiti
La comodità quindi è un parametro primario nella prestazione?

Sicuramente. In uno sport di endurance la prima cosa da evitare sono i dolori dovuti a una posizione non confortevole. Bisogna rispettare le leve muscolari e articolari di ogni individuo. E serve conoscere le aspettative dell’atleta, anche dal punto di vista cognitivo e psicologico. Ecco perché la posizione deve farla il biomeccanico, non il semplice bikefitter: servono competenze fisiologiche molto approfondite.

Veniamo alla sella 3D che sta usando Pogacar. Rispetto all’anno scorso ha più grip. Questo può aver influito sull’inclinazione?

Capita spesso che gli atleti chiedano piccoli aggiustamenti in base a fastidi momentanei: una vescica, una ferita, un’irritazione. Molti parlano di prostata, ma è un falso mito. La zona sensibile è il perineo, che quando viene compresso causa problemi, anche nervosi. Il senso di impedimento che si avverte scendendo dalla bici non dipende dalla prostata, che è più in alto, ma proprio dal perineo.

Quindi Pogacar potrebbe avere un fastidio perineale?

Potrebbe. E potrebbe preferire quella posizione perché si sente più scaricato. Personalmente gliela sconsiglierei, ma sono certo che ne abbia parlato con il suo biomeccanico.

Perché la sconsiglierebbe?

Perché quella posizione lo porta a scivolare in avanti con il bacino e ad aumentare la lordosi. Questo incrementa la compressione a livello delle vertebre lombari: L3, L4, L5 e S1. Sono le prime a ricevere vibrazioni, e a lungo andare possono creare problemi.

Come si risolve un fastidio perineale?

Molto spesso basta cambiare fondello. Un fondello di qualità, magari in SEBS (stirene-etilene-butadiene), aiuta moltissimo. Io avrei cercato un compromesso tra il disturbo e il desiderio dell’atleta.

Ma l’inclinazione della sella migliora la circolazione sanguigna?

No, il sangue torna al cuore per gradiente di pressione, non per la posizione della sella. Quando sei in piedi, la pressione al piede è di circa 30 mmHg, 0 al cuore e -10 al cervello. Il sangue va da dove la pressione è maggiore a dove è minore. Nel ciclismo, sport antigravitario, non c’è una pressione sufficiente per favorire il ritorno venoso. Serve una buona contrazione muscolare che “spreme” la vena e aiuta il ritorno del sangue. Ecco perché non è utile scivolare indietro col bacino e bisogna avere libero il triangolo pelvico.

Triangolo pelvico e di Scarpa: cosa sono?

Il triangolo di Scarpa è l’area tra l’inguine e la coscia, dove c’è la piega anteriore della gamba. Si chiama così dal professor Scarpa che lo individuò nel ‘700. E’ importante perché, insieme ai diaframmi respiratorio e pelvico, crea pressioni negative e positive che facilitano il ritorno venoso. Il sangue che torna al cuore è venoso, viene poi ossigenato e rimesso in circolo per produrre ATP, l’energia del movimento. In bici da crono questo triangolo è chiuso, ma lì la durata è limitata. In una gara lunga e dura come la Roubaix, per esempio, invece è fondamentale preservarlo.

E’ un’analisi molto profonda. Quanto conta osservarla su strada?

E’ fondamentale. Serve guardare l’atleta in azione, su strada. Non basta un’analisi su rullo o in laboratorio. Con appositi sensori misuro l’emoglobina e l’ossigenazione nei vari distretti corporei durante lo sforzo. Questo consente di sapere con precisione dove e come circola l’ossigeno.

Il triangolo di Scarpa (o femorale) indicato da Testa. Pogacar lo chiude meno anche (ma non solo) per via dell’utilizzo di pedivelle più corte rispetto a molti altri
Il triangolo di Scarpa (o femorale) indicato da Testa. Pogacar lo chiude meno anche (ma non solo) per via dell’utilizzo di pedivelle più corte rispetto a molti altri

In conclusione

E’ evidente che la posizione di Pogacar è frutto di un lavoro accurato, costruito sulle sue caratteristiche morfologiche e sulle sue esigenze prestative. I due dettagli che abbiamo messo in evidenza, la presa alta sulle leve e la forte inclinazione della sella, potrebbero essere collegati tra loro, come ipotizzato.

Ma vanno interpretati alla luce di ciò che ci ha spiegato il dottor Mauro Testa: ogni atleta è un mondo a sé e la posizione in bici deve tener conto non solo dell’aerodinamica, ma anche della comodità, dell’efficienza muscolare e del ritorno venoso. In questo senso, la postura di Pogacar rappresenta forse un compromesso tra tutti questi fattori, e finché continuerà a vincere, sarà difficile dargli torto.

Ciccone: il cuore dice classifica, il cervello dice le tappe

07.05.2025
5 min
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Si fa presto a dire che vai al Giro per fare classifica. Se poi lo dicono e lo ripetono in televisione giorno dopo giorno, la gente potrebbe pensare che sia facile. Ecco perché spesso tanti si sono scottati: si era creata così tanta attesa, che l’insuccesso è diventato una sentenza inappellabile. Nello sport è così, nel ciclismo che cerca con assillo un nuovo Nibali è anche peggio. Per questo sentir dire in continuazione che se Ciccone non farà classifica quest’anno non potrà farlo mai più, inizialmente è parso un suono stonato. Poi però, volendo vederci chiaro, abbiamo intercettato Luca Guercilena che di Ciccone è il datore di lavoro e, da preparatore e direttore sportivo di lungo corso, è in grado di andare oltre i facili entusiasmi.

Luca Guercilena, classe 1973, è il general manager della Lidl-Trek
Luca Guercilena, classe 1973, è il general manager della Lidl-Trek
Ciccone farà classifica al Giro: adesso o mai più?

Secondo me, facendo un’analisi molto fredda, da ottobre a oggi Giulio ha dimostrato di essere molto competitivo nelle tappe e nelle corse di un giorno. Sappiamo tutti che vincere tappe o portare a casa la maglia della montagna per noi ha un valore importante. E’ anche chiaro che con questa conformazione di Giro, con delle belle tappe già all’inizio, nella nostra testa e anche nel cuore l’idea di riuscire a fare qualcosa in classifica c’è. Però è ovvio che stiamo parlando di una classifica da top 5, sennò non ha alcun senso. Le tappe sono molto più importanti e per come sta andando Giulio, per la condizione che ha, secondo me è fondamentale che come prima attenzione guardi a quelle.

Il podio del Lombardia dello scorso anno ha cambiato la sua dimensione?

Purtroppo ha avuto degli infortuni e delle malattie piuttosto pesantucce, che hanno sempre minato la preparazione dei Grandi Giri. Quest’anno invece Giulio è riuscito a fare un avvicinamento molto lineare e sicuramente ha una stabilità personale importante. Per questo è riuscito a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati. E’ chiaro che il Giro è tutto un altro discorso. Da ottobre scorso ha dato una certa solidità a tutte le prestazioni, per cui sappiamo che siamo arrivati al Giro nella condizione giusta. Detto questo, lo vivremo tappa per tappa.

La squadra è forte, ma non sembra disegnata unicamente per supportare un leader.

E’ chiaro che, senza ipocrisia, andiamo con un occhio principale per le tappe. Questo è abbastanza evidente, però abbiamo cercato di pareggiare nel modo opportuno le opportunità per le tappe miste piuttosto che per le tappe di salita. Per cui abbiamo la possibilità che la squadra lo supporti, sia che punti alle tappe, sia che si trovi in classifica. Anche un corridore come Mads Pedersen al Tour ha dimostrato di essere importante quando c’era in ballo la maglia a pois e lo stesso Giulio ha lavorato per lui quando è servito. Come sempre siamo abbastanza bilanciati e compatti nell’aiutarci, credo al Giro ci sarà la stessa situazione.

Fra Ciccone e Pedersen c’è sempre stata un’ottima collaborazione: qui al Tour del 2023, difendendo la maglia a pois
Fra Ciccone e Pedersen c’è sempre stata un’ottima collaborazione: qui al Tour del 2023, difendendo la maglia a pois
Apriamo una parentesi italiana sull’assenza di Milan, che in questa squadra sarebbe stato bene, non trovi?

A livello di performance pura, probabilmente avrebbe potuto fare anche il Giro. Ma essendo partiti con l’idea del Tour, abbiamo preferito focalizzarci nel modo migliore. Dobbiamo arrivarci preparati nel modo giusto, anche perché non sarà un tentativo di vedere come andrà in Francia. Dobbiamo andare e fare risultato, quindi la preparazione dovrà essere assolutamente mirata. Al Giro ci sarà Pedersen, è giusto che ci sia un bilanciamento. Se vogliamo essere competitivi davvero, dobbiamo esserlo su tutti i fronti, quindi concentrare tutti nella stessa corsa sarebbe un rischio.

Con il tuo passato da allenatore, pensi che Ciccone arrivi al Giro con una condizione troppo avanzata o c’è ancora margine?

Vi dirò, se facciamo una valutazione attenta della performance, Giulio al Tour of the Alps è andato bene, ma era evidente che non avesse una condizione al 100 per cento. Alla Liegi ha fatto un altro passo, ma siamo consapevoli che la gara di un giorno e un’altra cosa. Siamo convinti che al Giro possa mantenere la condizione, perché si sta seguendo un avvicinamento molto mirato.

Come vivrete le due cronometro del programma?

Quest’anno nelle cronometro che ha fatto, Giulio è andato in modo molto solido. Chiaramente non è un cronoman rispetto a certi altri uomini di classifica, magari pagherà qualcosina. Però diciamo che il suo trend di miglioramento nella cronometro è abbastanza solido, per cui ci aspettiamo che sarà più competitivo e meno fragile degli anni passati.

I miglioramenti di Ciccone a crono si sono visti. Alla Tirreno ha pagato una trentina di secondi da Ayuso e Tiberi
I miglioramenti di Ciccone a crono si sono visti. Alla Tirreno ha pagato una trentina di secondi da Ayuso e Tiberi
Ciccone è l’uomo degli attacchi imprevisti: credi che l’assenza di un faro come Pogacar renderà la corsa più aperta?

Credo che sarà una corsa lineare, controllata da un paio di squadroni che ne hanno l’interesse. Penso alla Red Bull e anche la UAE Emirates, che ha il gruppo giusto per controllare i colpi di mano. Queste due squadre la faranno da padrone. Sulla strategia generale di gara, essendo in un ciclismo dove le sorprese arrivano abbastanza di frequente, proprio perché parecchi corridori hanno come unica chance quella di attaccare, bisognerà stare molto attenti.

Quindi, riepilogando, si parte per vincere le tappe e se poi la classifica dovesse venire di conseguenza, si proverà a difenderla?

Esatto, non sarebbe corretto dichiarare che partiamo per fare una top 5 e poi per puntare alle tappe. A mio parere in questo momento abbiamo la dimostrazione chiara e lampante che su un certo tipo di percorsi Ciccone può far bene. Dopodiché la classifica può anche diventare la conseguenza di giornate positive in serie. Il nostro approccio sarà questo qui.

Sorprendentemente comodo, provato il Vision Metron 5D Evo

06.05.2025
6 min
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Il Vision Metron 5D Evo è il risultato di un’evoluzione lunga oltre sette stagioni. Integrato sì, ma anche ergonomico, aerodinamico, oggettivamente bello e gratificante. Allo sguardo “completa” l’avantreno della bici, ma il suo marchio di fabbrica (in fatto di design) è l’arcuatura di 10° che volge in avanti. Immagine o soluzione tecnica?

Nasce come un fattore tecnico tutto da argomentare, diventa con il tempo parte del DNA di Vision. L’abbiamo provato e queste sono le nostre considerazioni.

Ben Healy usa il Metron 5D Evo large da 38. Qui all’ultima Liegi-Bastogne-Liegi
Ben Healy usa il Metron 5D Evo large da 38. Qui all’ultima Liegi-Bastogne-Liegi

I numeri del Vision in test

Abbiamo provato la versione L (large, ovvero con una sezione piatta larga 40/45 millimetri) con una larghezza superiore di 380 millimetri (stretto e moderno, se contestualizzato alle tendenze attuali). E’ un manubrio tutto in carbonio monoblocco, compatto, con 125 millimetri di drop e 80 di reach. I terminali della curva non sono corti, fattore molto apprezzabile e sfruttabile nell’ottica di un comfort inaspettato a questo livello di componenti.

Abbiamo rilevato un valore alla bilancia di 318 grammi (solo manubrio). Non in ultimo, rispetto alla versione precedente, il nuovo Metron 5D Evo ha ridotto di ben 15 millimetri lo stack superiore (misurato sul retro dell’attacco manubrio), riducendo ingombri e volumi, migliorando l’impatto frontale, che si traduce (visivamente) con un angolo positivo dello stem.

Perché l’angolo in avanti?

Lo abbiamo chiesto direttamente a Vision-FSA, nello specifico ad Alessandro Ghislandi, Media & Event Specialist dell’azienda. «L’apertura di 10° – spiega – è ormai una caratteristica ergonomica che, da parecchi anni, contraddistingue i manubri Vision. Permette al rider di mantenere a 90° l’angolo d’impugnatura in presa alta, quell’angolo che si crea tra manubrio ed avambraccio.

«C’è un duplice beneficio – prosegue Ghislandi – maggior comfort con le mani in presa alta, ad esempio in salita, aiutando a mantenere un assetto naturale delle braccia. E poi si può sfruttare una maggiore efficacia in fase di tiro, ovvero quando si tende a tirare il manubrio verso il corpo. Inoltre è da considerare una posizione in sella che è cambiata molto negli ultimi 5/10 anni. I corridori utilizzano dei setting in sella più corti/compatti, con un arretramento quasi negativo e braccia meno estese. Il disegno del 5D Evo segue esattamente le nuove tendenze».

Alessandro Ghislandi di Vision (foto Roofowler-BCA)
Alessandro Ghislandi di Vision (foto Roofowler-BCA)

Sagomato e con poco flare

Come accennato in precedenza, l’angolo di 10° che si apre in avanti è un marchio di fabbrica, ma non c’è solo questo. Tutta la parte superiore del manubrio è arrotondata, senza spigoli e le mani ringraziano anche quando si pedala per tanti minuti in salita con la presa alta. Vicino all’attacco il volume è maggiore. Man mano che l’angolo si apre il manubrio diventa più magro, fino ad arrivare alla curva. I due lati esterni adottano delle svasature piatte che agevolano il palmo delle mani quando si è in presa ribassata, mentre il flare è contenuto, solo 5 millimetri per lato. Di fatto il manubrio Vision Metron 5D Evo (la misura in test) raggiunge una larghezza massima inferiore di 390 millimetri.

Colpisce per le tante soluzioni che possono trovare le mani, i polsi ed i diversi gradi di estensioni delle braccia. In ogni punto del manubrio c’è sempre un alloggio ottimale, leve dei freni e pulsanti non risultano mai eccessivamente distanti e la connessione con la sezione superiore dei manettini offre tanto appoggio al polso. Ecco perché lo abbiamo definito comodo.

In conclusione

698 euro per un manubrio sono un bel gruzzolo ed a nostro parere è necessaria un precisazione. Il Vision Metron 5D Evo è ben oltre l’upgrade e la pura gratificazione personale, perché è al pari di uno Step3 in una vettura da rally. Il nuovo Vision è un manubrio integrato per specialisti, dedicato a chi vuole unire un “impatto estetico non convenzionale” ad efficienza e rigidità, senza sacrificare il comfort totale del mezzo meccanico.

A dispetto della sua ergonomia, che al primo impatto visivo risulta arzigogolata, il 5D Evo è immediato e tanto sfruttabile fin dalle prime ore di sella. Come tutti i componenti super tecnici, per poterlo sfruttare al pieno delle potenzialità è fondamentale scegliere la misura e la taglia corrette, rispettando le caratteristiche fisiche ed il proprio stile di guida della bici. E poi: un manubrio integrato di questa categoria che è disponibile in 22 misure differenti (tanta roba) ed è compatibile con tutti i telai di nuova generazione presenti in commercio. Non sono dettagli banali e ampliano l’utilizzo/sfruttabilità di questo componente ben architettato.

Vision

Romain Bardet: ultimi colpi al massimo, non è ancora un ex pro’

06.05.2025
4 min
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Non deve essere facile sentirsi dire ad ogni corsa in cui si presenta: «Romain, è la tua ultima gara qui». «Romain, tra poco termini la tua vita da corridore». E’ un po’ il destino di chi annuncia anzitempo il suo ritiro. E capiamo bene quando Alessandro De Marchi qualche giorno fa ci ha detto che prima di appendere la bici al chiodo c’è ancora tanto da fare.

Romain, era Bardet, chiaramente. Il francese del Team PicnNic- PostNL si appresta così a concludere la carriera. Ma vuol uscire dalla porta principale, con tutti gli omaggi del caso.

Romain Bardet (classe 1990) è pro’ dal 2012
Romain Bardet (classe 1990) è pro’ dal 2012

Ultimi assalti

La Liège-Bastogne-Liège è stata l’ultima Monumento per Romain Bardet. Il francese in qualche modo è stato preso d’assalto, tanto più che lui una Liegi l’ha sfiorata. Era proprio quella dell’anno scorso.

«La Doyenne è una corsa che mi piace molto, quindi è stato bello potervi partecipare un’ultima volta». Insomma il giro dei saluti è già iniziato. Ovunque vada il francese è ben voluto. In fin dei conti è stato un pezzo importante del ciclismo internazionale e francese soprattutto.

Lui, come Thibaut Pinot, ha portato il fardello dell’erede di Hinault e di chi doveva vincere il Tour de France a tutti i costi. Una pressione che assolutamente non li ha aiutati. Nonostante tutto parliamo di un corridore che ha messo nel sacco 11 vittorie, quasi tutte di peso, due podi alla Grade Boucle e per nove volte è entrato nella top dieci dei grandi Giri. Ma soprattutto ha fatto tutto questo da scalatore e gli scalatori che vanno forte trovano sempre uno spazio nel cuore dei tifosi.

Alla Liegi una caduta lo ha messo fuori dai giochi. Nonostante tutto ci ha tenuto a concludere la corsa
Alla Liegi una caduta lo ha messo fuori dai giochi. Nonostante tutto ci ha tenuto a concludere la corsa

Sotto col Giro

Ma torniamo all’attualità, a ben meno di una settimana dal via di Durazzo. Magari senza la caduta della Liegi poteva arrivare meglio al Giro, ma lui non si tira indietro.

«Per ora – ha detto Bardet – sto molto bene, non ho avuto i risultati che avevo sperato in questa prima parte di stagione, quindi ho ancora molto da fare. Ma anche per questo la motivazione non manca».

«Quali sono le risposte dopo il Tour of the Alps? Bene direi, stiamo ancora costruendo la condizione. Non sono ancora al top, ma c’è ancora un piccolo margine per crescere. Anche in squadra tutti seguono il proprio corso, quindi è positivo. Sono molto motivato all’idea di un grande programma come il Giro».

Il francese ha anche sottolineato l’importanza della terza settimana del Giro. «Attendo – ha detto il classe 1990 – particolarmente la terza settimana, con delle salite emblematiche. Voglio mostrare carattere e essere davanti in qualche modo per godermi la corsa, godermi la mia passione del ciclismo».

La prima vittoria al Tour. Era il 2015. Romain ha poi vinto anche una tappa alla Vuelta 2021. Manca all’appello quella del Giro
La prima vittoria al Tour. Era il 2015. Romain ha poi vinto anche una tappa alla Vuelta 2021. Manca all’appello quella del Giro

Sognando il tris

Quando gli facciamo notare che in Italia, soprattutto dopo le ultime stagioni in cui al Giro d’Italia è sempre stato presente, ha molti fan, lui annuisce e sorride. E’ il suo modo di ringraziare.

«Cosa puoi dire loro?», gli chiediamo. «Sono contento di poterli trovare al Giro – replica lui – in particolare la terza settimana, che si annuncia ricca di montagna. Sono contento che il mio ultimo grande tour sia il Giro e spero di raggiungere un livello molto alto. Tappe o classifica? Vedremo, sarà la strada a dircelo…»

«Di certo, abbiamo una squadra abbastanza forte per gli sprint (il riferimento è soprattutto Van Uden, ndr), e abbiamo due buone carte per la generale. Cercheremo di fare una gara piena sui 21 giorni che ci aspettano».

Stavolta neanche lo abbiamo toccato il tasto “vittoria di tappa”. E anche Romain (forse per scaramanzia) non ha detto niente in merito, ma è noto che il sogno più grande di Bardet sarebbe quello di vincerne una nella corsa rosa. E’ l’unica che gli manca dei tre grandi Giri e sarebbe un modo esaltante di chiudere la carriera.