Ranking UCI: il punto sulla lotta fra team

10.05.2025
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L’inizio del Giro d’Italia fa da spartiacque della stagione. Chiude definitivamente quella delle classiche e lancia quella dei grandi Giri. E come spesso avviene in queste fasi, è tempo di bilanci. Ma quali? Quelli della classifica UCI per team. Una graduatoria che appare sempre più al centro dei dibattiti. E trasversalmente emerge anche nei nostri articoli.

Quante volte abbiamo scritto di quel corridore mandato a una corsa con il preciso obiettivo di fare punti? E lo stesso vale per la composizione delle formazioni. In poche parole, stare nel WorldTour è fondamentale o quantomeno estremamente importante. Anche se poi bisogna avere le spalle larghe per restarci (spalle sia economiche che tecniche): guardate cosa sta passando l’Arkéa-B&B Hotels. E’ molto probabile che a fine anno chiuderà i battenti. «Servono 25 milioni di euro», ha detto il patron del team bretone, Emmanuel Hubert. Tuttavia, c’è un ciclismo anche oltre il WorldTour.

Lorenzo Fortunato conquista la tappa al Romandia. Unico successo WT per ora della XDS-Astana
Lorenzo Fortunato conquista la tappa al Romandia. Unico successo WT per ora della XDS-Astana

XDS sul podio nel 2025

E allora qual è la foto ad inizio maggio? Partiamo col considerare l’anno, il 2025. Okay, scontato dire che a dominare è la UAE Team Emirates di sua maestà Tadej Pogacar. La squadra emiratina guida con oltre 13.000 punti. Circa un terzo (4.385) li ha portati lo sloveno, che da solo sarebbe la decima squadra dell’anno!

Alle spalle della UAE c’è la Lidl-Trek: Pedersen, Ciccone, Skjelmose, Nys… per loro ottime prestazioni nelle classiche monumento e tanti punti messi in cascina. E terza? E’ questa la vera notizia: la XDS-Astana.

Per i ragazzi di Vinokourov il discorso è diverso. Ricordate cosa ci disse Mazzoleni a inizio anno? La volontà di costruire un calendario alternativo proprio per risalire la china nel triennio. Ebbene, gli XDS ci sono riusciti in pieno. Hanno vinto 13 corse e sono stati sempre regolari. Sempre piazzati e con più corridori anche nelle gare “minori”, ammesso che oggi esistano davvero gare minori. Lo stesso discorso infatti lo fanno anche altri team in difficoltà nel ranking WT, solo che loro ci stanno riuscendo.

Chi invece non ha brillato nei primi cinque mesi del 2025 sono la Decathlon AG2R La Mondiale, ben più pimpante nel 2024, la Team Jayco-AlUla e la Picnic–PostNL. Mentre va segnalato il crollo verticale della Lotto: 24ª “senza” De Lie.

SQUADRANAZIONESTATUSPUNTI
1. UAE EmiratesEmirati Arabi UnitiWT82.195
2. Visma-Lease a BikeOlandaWT56.328
3. Lidl-TrekStati UnitiWT43.644
4. Soudal-QuickStepBelgioWT42.200
5. Ineos GrenadiersRegno UnitoWT39.075
6. Red Bull-Bora GermaniaWT35.018
7. Alpecin-DeceuninckBelgioWT35.004
8. Groupama-FDJFranciaWT30.943
9. Bahrain-VictoriousBahrainWT29.799
10. Decathlon-AG2RFranciaWT28.796
11. LottoBelgioPRO28.705
12. EF-EasyPostStati UnitiWT27.510
13. MovistarSpagnaWT26.155
14. Israel-PremierTechIsraelePRO24.803
15. Jayco-AlUlaAustraliaWT24.623
16. Intermarché-WantyBelgioWT23.531
17. CofidisFranciaWT21.801
18. Picnic-PostNLOlandaWT21.287
19. XDS-AstanaKazakhstanWT21.167
20. Uno-X MobilityNorvegiaPRO19.651

E il triennio WT?

E passiamo a guardare la classifica del triennio 2023-2025, che decreta la permanenza nel WorldTour. Le prime 18 restano o entrano nella prima categoria, le altre sono (o diventano) professional. Una WT che retrocede, se resta nelle prime venti (cioè se è 19ª o 20ª), può usufruire del paracadute: ha il diritto partecipare ai grandi Giri.

La classifica vede ancora saldamente in testa la UAE Emirates, con quasi 30.000 punti di vantaggio sulla seconda, la Visma–Lease a Bike. Terza, la Lidl-Trek, che dopo la bella primavera sorpassa la Soudal–Quick-Step. Per il resto, posizioni quasi congelate, salvo la discesa della Lotto, che ne perde a vantaggio di Bahrain-Victorious e Decathlon AG2R.

Ma di nuovo è interessante vedere cosa succede in zona retrocessione. E ancora una volta a rendere il tutto vibrante è la risalita della XDS-Astana. Lo scorso anno, i punti di distacco dal 18° posto erano oltre 2.000: un’impresa disperata, anche perché questi team hanno meno occasioni di beccare il “pesce grosso”, quando in giro ci sono squali come Pogacar, Pedersen, Van der Poel, Vingegaard, Roglic… che si prendono le corse più importanti e remunerative.

La XDS è 19ª, ma dista solo 150 punti dal 18° posto della Picnic–PostNL. La partita è del tutto aperta. E poco più avanti c’è la Cofidis. Ventunesima e non certo con vita facile è l’Arkéa, ultima WT del ranking.

Per la Solution Tech 9 vittorie, di cui 4 firmate da Rajovic (foto Instagram). La squadra toscana è la migliore italiana dell’anno
Per la Solution Tech 9 vittorie, di cui 4 firmate da Rajovic (foto Instagram). La squadra toscana è la migliore italiana dell’anno

Le italiane

Chiudiamo con le squadre italiane, che sostanzialmente sono tre: VF Group-Bardiani, Polti–VisitMalta e SolutionTech-Vini Fantini. Qui la “zona salvezza”, e forse in questo caso nel vero senso del termine, è il 30° posto. Sappiamo infatti che solo restando nelle prime 30 del ranking UCI si ha diritto alla Wild Card per un grande Giro.

Guardando alla stagione in corso, la migliore è la squadra toscana, la SolutionTech, che è 29ª, proprio davanti alla VF Group. Mentre è 32ª la Polti. Va detto, però, che queste ultime due squadre sono al Giro d’Italia e avranno modo di riscattarsi. Senza contare, e non ce ne voglia nessuno, che hanno organici un po’ più strutturati.

Se invece facciamo la foto del triennio, la situazione è dura in termini di posizione, ma meno guardando i punti. La VF Group infatti è 26ª, ma ha un tesoretto di 3.600 punti sul 30° posto, occupato dalla Unibet–Tour de Tietema. La Polti è 29ª, ma anche lei ha un margine di sicurezza: 2.000 punti sul team belga e non sono pochi.

Mentre è 31ª, e ha diritto di sperare in una risalita, la SolutionTech. La squadra di Conti e Sbaragli è ad appena 96 punti dalla Unibet. Tutto è da vedere.

Giro d'Italia 2025, 1a tappa, Durazzo-Tirana,

Tirana incorona Pedersen: la tappa e la prima maglia rosa

09.05.2025
6 min
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TIRANA (Albania) – Avevate un piano ed è andata alla perfezione? Pedersen sorride, fasciato della maglia rosa ed è di ottimo umore. «Sai, quando vinci – dice – è il piano che funziona alla perfezione. Quindi sì, oggi avevamo un piano chiaro, volevamo fare la gara dura e tutto ha funzionato. La squadra ha lavorato bene ed è bello dare loro la vittoria».

Mads vs Wout

Il danese della Lidl-Trek ha vinto la prima tappa del Giro d’Italia, partita dalla spiaggia di Durazzo e arrivata nel cuore di Tirana. La sua squadra ha fatto un forcing notevole sull’ultima salita del circuito, con il contributo eccellente di Ciccone. E nella volata che lo ha visto protagonista, Pedersen ha anticipato di mezza ruota Van Aert. Ha cercato di staccarlo (vanamente) in ogni modo. In cima alla salita si è voltato per due volte, perché Vacek gli aveva dipinto il belga in difficoltà. Ma Wout è stato furbo e si è gestito bene per arrivare fresco alla volata. Solo che la freschezza non è stata sufficiente per battere il danese.

«Non ero sicuro che avrei vinto – dice Pedersen – non è mai scontato. Ci sono tanti corridori forti in questo gruppo e sono tutti qui in ottima forma. Quindi, potrebbe essere controproducente sentirsi sicuri di vincere al via della corsa. Devi affrontarla con rispetto, credere in te stesso e poi credere nella tua squadra. Ed è quello che ho fatto oggi. Volevamo mantenere un ritmo molto elevato perché nessuno scattasse ed è per questo che “Cicco” ha preso il comando. Perché quando lui va così forte, bisognerebbe togliersi il cappello di fronte a chiunque volesse attaccare. In più, i corridori della generale non avrebbero vinto il Giro oggi, per cui hanno lasciato fare. Ma davvero sarei stato sorpreso se qualcuno fosse riuscito ad attaccare».

Il lavoro di Ciccone in salita ha sfiancato i velocisti, mentre Pedersen stava bene a ruota
Il lavoro di Ciccone in salita ha sfiancato i velocisti, mentre Pedersen stava bene a ruota

La grinta di Ciccone

L’Albania ha accolto il Giro con inatteso calore, anche se a Tirana il traffico è impazzito. Ci hanno chiesto la differenza fra il pubblico italiano e quello di qui. Ci siamo guardati intorno e abbiamo risposto che i tifosi italiani, al passaggio chiamano i corridori per nome. Qui invece urlavano, incuriositi dall’evento. Stamattina alla partenza Paolo Mei intratteneva il pubblico spiegando come funzioni il Giro d’Italia, segno che si sta seminando in un terreno ancora incolto. Eppure anche il pubblico albanese ha applaudito quando in testa al gruppo è passato Giulio Ciccone e si è messo a fare il forcing.

L’abruzzese l’abbiamo fermato dopo il controllo sulla sua bicicletta. Un bel sorriso e il tono soddisfatto di quando le cose vanno nel modo giusto. La sensazione che abbia dovuto lavorare più del necessario resta nell’aria, ma era la prima tappa del Giro e le energie erano per tutti fresche e desiderose di esplodere.

«E’ stata tosta – ha detto pieno di orgoglio – però abbiamo visto subito che Mads oggi aveva una gamba super. E quando lui sta bene in salita, più la facciamo forte e più è contento perché i suoi avversari fanno fatica. Con Mads c’è un rapporto speciale, tante volte è lui il primo a mettersi a disposizione, per cui aiutarlo è stato il minimo. Quando ha smesso di tirare Carlos (Verona, ndr), sapevo che bisognava fare una progressione a tutta, fino in cima. Come ho detto non sono qui per nascondermi. La mia condizione è buona e vogliamo ottimizzare ogni tappa. Oggi eravamo qui con un obiettivo e l’obiettivo l’abbiamo raggiunto. Domani c’è la crono e voglio farla bene per testarmi un po’ e poi vedremo giorno per giorno».

Pedersen e la rosa

Mads Pedersen è uno tosto ed è un grande corridore. Ieri pomeriggio, poco prima della conferenza stampa dei migliori, Stefano Diciatteo – coordinatore dell’ufficio stampa del Giro – si è lasciato scappare una battuta: «Manca proprio quello che vincerà la tappa e prenderà la maglia rosa. Ma ci hanno detto di chiamare un corridore per squadra e abbiamo preferito portare Ciccone». Scelta giustificata, però mai previsione fu più azzeccata e oggi Pedersen ha presentato il conto.

«Quando inizi con una vittoria nella prima tappa – sorride – non puoi stare lì a goderti i 20 giorni successivi. Quindi siamo qui per continuare a impegnarci e vincere il più possibile. Abbiamo fame di altro e se mi chiedete chi ci sarà domani qui dopo la crono, vi rispondo che potrei esserci nuovamente io. Farò di tutto per onorare la maglia. Abbiamo lavorato duramente per essere in forma in questa gara, per cui una sola vittoria non ci basta. Non ero esattamente un bambino che guardava le gare in televisione, ma so che questa maglia rosa è speciale. Il Giro è una delle corse più importanti al mondo e per me essere qui è la ciliegina sulla torta».

Dopo l’arrivo, Ciccone soddisfatto per la vittoria del compagno e ambizioso per quanto riguarda sé
Dopo l’arrivo, Ciccone soddisfatto per la vittoria del compagno e ambizioso per quanto riguarda sé

Giorno per giorno

Anche Ciccone, come detto, vuole fare una bella cronometro e quando gli abbiamo chiesto in che modo si aspetta che continui il suo Giro, ha risposto con la solidità del campione navigato. Quello che di fatto ormai è.

«La mia condizione è buona – ha detto – era il primo giorno ed è difficile trovare subito le buone sensazioni, però devo dire che è andata bene. Non mi nascondo, l’ho già detto ieri che voglio fare quello che mi riesce meglio. Cioè vivere alla giornata, divertirmi, attaccare e vincere. E farò questo giorno per giorno, non voglio tirarmi indietro. Quando c’è da lavorare come oggi, lo faccio. E quando c’è da provare a vincere, ci proverò. Mads è un leader eccezionale, tra noi c’è molta intesa. Basta uno sguardo e sappiamo quello che dobbiamo fare».

Quarto nella volata, Francesco Busatto ha conquistato la maglia bianca. Un bell’incentivo, al primo Giro
Quarto nella volata, Francesco Busatto ha conquistato la maglia bianca. Un bell’incentivo, al primo Giro

Nibali non ha cent’anni

Il cuore, dice Pedersen, batte al Nord. Per cui il fatto di aver vinto la tappa e preso la maglia non è paragonabile alla gioia per aver vinto la terza Gand-Wevelgem. Eppure il rispetto che mostra nel parlare del Giro dipinge la sua umiltà e la sua concretezza.

«Le classiche sono qualcosa di completamente diverso – dice – e sapete che il mio cuore è lassù. Ma anche vincere in un Grande Giro è speciale e, come ho detto, quando indossi una maglia come questa, diventa ancora più bello. Quindi non starò qui a fare paragoni: sono due cose diverse e mi rendono entrambe orgoglioso».

E quando gli viene chiesto se la maglia rosa evochi in lui immagini del ciclismo del passato, che ha più volte ammesso di non conoscere, Pedersen risponde con l’arguzia che spesso mette in mostra nelle sue interviste.

«Non ho grandi ricordi di maglie rosa del passato – sorride – ho qualche memoria con Nibali, ma non è passato così tanto. Vincenzo non ha ancora 100 anni, quindi era ancora ai miei tempi. Ho anche corso con lui e non ricordo che sia accaduto così tanto tempo fa…».

La corsa rosa, la numero 108 della serie, deve salutare Mikel Landa, caduto in una curva a 5 chilometri dall’arrivo, e Bouchard. Il basco della Soudal-Quick Step è stato portato all’ospedale per accertamenti. Domani la crono, il Giro d’Italia è finalmente iniziato.

Il cammino tortuoso di Oldani: al Giro con la grinta di sempre

09.05.2025
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Il Giro d’Italia di Stefano Oldani parte con le buone certezze portate dal settimo posto di Francoforte poco più di una settimana fa. La vigilia della Corsa Rosa per il milanese del team Cofidis è passata con una sgambata, un pranzo veloce e gli ultimi preparativi che il Giro porta con sé. Uno sguardo alla bici, i ritocchi con i meccanici, il colloquio con il nutrizionista e altre piccole cose. La sera arriva presto e quasi non ci si accorge che sta per iniziare la corsa più importante dell’anno, almeno per Oldani. 

«Fin da dicembre il Giro è stato evidenziato come obiettivo principale della stagione». Racconta dall’altra parte della cornetta mentre la linea va e viene, la partenza dall’Albania è anche questo. «Insieme alla squadra avevamo inserito delle tappe intermedie ma l’infortunio di inizio anno ha richiesto tanto tempo per essere riassorbito al meglio».

Stefano Oldani alla partenza della prima tappa del Giro, il sorriso è tornato sul suo volto dopo un periodo difficile
Stefano Oldani alla partenza della prima tappa del Giro, il sorriso è tornato sul suo volto dopo un periodo difficile

Frattura, ancora

Alla fine del 2023 avevamo raccontato della voglia da parte di Stefano Oldani di mettersi in gioco in una realtà diversa. Lasciare la Alpecin per la Cofidis aveva il sapore di una scommessa su se stesso e sulle proprie qualità. La caduta e la frattura dello scafoide qualche mese dopo aveva rallentato il processo, che però non si è fermato. 

«Questo gennaio però – racconta ancora Oldani – la cattiva sorte ci ha messo ancora lo zampino. Alla prima gara della stagione, il 25 gennaio, sono caduto in coda alle ammiraglie e mi sono dovuto fermare ancora. E’ stato uno stop lungo che ha richiesto tanta pazienza e un po’ di freddezza. In prima battuta sembrava un infortunio più semplice, la diagnosi iniziale recitava: frattura del radio».

Ma così non è stato…

La sera stessa della caduta ho scritto al chirurgo che mi ha operato lo scorso anno (il dottor Pegoli, ndr). Appena ha visto la lastra ha capito che non si trattava solamente di una frattura del radio, ma l’osso era rotto in tre punti diversi. Inoltre, come se non bastasse, si è notata anche una frattura dell’ulna e dello scafoide. Praticamente cinque fratture al posto di una

Già avevi capito la gravità dell’infortunio?

Sì. Il decorso post operatorio è stato difficile e ha aggiunto ulteriore consapevolezza che non sarebbe stata una passeggiata. Nonostante fossi sotto antidolorifici mi svegliavo in piena notte in preda al dolore. Lo scorso anno con la frattura dello scafoide non avevo sofferto così tanto. 

Il rientro in corsa è arrivato due mesi dopo al GP Indurain prima e al Giro dei Paesi Baschi poi
Il rientro in corsa è arrivato due mesi dopo al GP Indurain prima e al Giro dei Paesi Baschi poi
Anche perché in gruppo ti abbiamo rivisto a inizio aprile.

Sono stato completamente fermo per tre settimane, dovevano essere due ma appena ho cominciato a fare i rulli ho avuto un virus gastrointestinale forte. Sono stato anche una notte in ospedale. Insomma, sono risalito in bici con costanza praticamente un mese dopo l’infortunio. Nel frattempo facevo tutto con il tutore.

Una ripresa davvero lenta, come mai?

La frattura dell’ulna non permetteva di inserire una placca. Quindi i legamenti dovevano rinforzarsi in autonomia e per farlo ci vogliono, in media, sei settimane. Sono tornato in gara al Gran Premio Hindurain e poi al Giro dei Paesi Baschi. Il mio allenatore (Luca Quinti, ndr) è stato bravo a capire come resettare tutto in vista del Giro d’Italia. Dopo le corse in Spagna sono stato due settimane in altura a Sierra Nevada.

Prima della Corsa Rosa un passaggio alla Eschborn-Frankfurt con un settimo posto a dare morale e fiducia
Prima della Corsa Rosa un passaggio alla Eschborn-Frankfurt con un settimo posto a dare morale e fiducia
Sei sceso ed è arrivato il settimo posto di Francoforte, quanto conta quel risultato?

Dal punto di vista pratico non troppo, mentalmente tanto. Non partivo con l’obiettivo di fare bene ma di capire come stessi. E’ stato un periodo difficile dove per tanti giorni ho avuto una routine delicata: allenamento e poi cure e fisioterapia. Mi alzavo presto la mattina e tornavo a casa alle 21. 

Il Giro lo guardi da dicembre, hai segnato qualche tappa?

Non mi piace pensare troppo a lungo termine, specialmente in corse a tappe di tre settimane. Ho visto che ci sono tante tappe miste e questo mi fa pensare che di occasioni ne avrò. Guarderò giorno per giorno l’evoluzione della corsa. Essere al Giro è sempre bello, mi torna in mente la vittoria di Genova ed essere qui in buona forma mi trasmette tranquillità. 

Facciamo anche a te la stessa domanda fatta a Zanatta: torni dal Giro felice se…

Vinco una tappa.

La Tappa Bartali, la nipote Gioia racconta nonno Gino

09.05.2025
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Il prossimo 18 maggio il Giro d’Italia affronterà la Gubbio-Siena, nona frazione. Sarà questa la Tappa Gino Bartali. L’immenso, l’Intramontabile, come veniva chiamato, ha una tappa a lui dedicata dal 2000. Quest’anno ricorrono 25 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 5 maggio di quell’anno.

Bartali è stato uno dei giganti del pedale. Un mito in carne ed ossa. Partendo da questa frazione, abbiamo voluto parlare di lui con sua nipote Gioia, per ricordare l’uomo, il nonno, oltre che il campione. E sapere cosa rappresenta per lei questa commemorazione così speciale.

La Tappa Bartali del prossimo 18 maggio: Da Gubbio a Siena, 181 km
La Tappa Bartali del prossimo 18 maggio: Da Gubbio a Siena, 181 km
Gioia, quante cose ci sarebbero da raccontare su suo nonno. Iniziamo parlando della Tappa Bartali del Giro…

Mi ricordo che qualche anno fa a premiare la tappa Bartali ci fu Vittorio Adorni, che conoscevo già ed era una persona bravissima. Gli scrissi un messaggio, una battuta come per dire: ci sei tu, non ci sono io! Io ho avuto il privilegio di premiare la tappa Bartali nel 2018, a Gerusalemme. Quando il Giro partì da Israele ci furono grandi onori per il nonno. Fu una grandissima emozione, anche per il contesto.

Ricordiamo che Gino fu nominato Giusto tra le Nazioni per il suo impegno durante la Seconda Guerra Mondiale…

Per me fu un privilegio e mi auguro che presto ci sia l’opportunità di presiedere nuovamente a questa premiazione. Portare il ricordo e la memoria di mio nonno non è il mio lavoro. E’ qualcosa che faccio per la passione che mi lega a lui.

Come è nata l’idea della Tappa Bartali?

Come si suol dire, l’abbiamo scoperto dai giornali. Non c’è stata una comunicazione ufficiale alla famiglia, ma credo sia comunque bellissimo.

Quest’anno la tappa Bartali è in Toscana, come è successo spesso. C’è un criterio per sceglierla o dipende solo dalla geografia?

Sinceramente non conosco la dinamica con cui viene stabilita la tappa Bartali, ma è indubbio che una tappa in Toscana significa celebrare il suo amore per la sua terra. Nonno Gino era innamorato di Firenze. Aveva anche una casa a Siena. Magari non mi immagino una tappa Bartali in Piemonte a casa di Coppi! Ricordo un’intervista in cui disse: «Io sono e mi sento italiano, quindi preferisco pagare più tasse, però voglio restare qui». Firenze era il suo mondo, la sua storia, le sue origini.

Gioia indica il nome di Gino nella lista dei Giusti a Gerusalemme
Gioia indica il nome di Gino nella lista dei Giusti a Gerusalemme
Ha nominato Firenze, da dove è partito il Tour de France l’anno scorso. Abbiamo parlato con Prudhomme e sembrava colpito dalla figura di Bartali. I francesi l’hanno celebrato più di noi?

E’ andata sicuramente benissimo per quanto riguarda la figura del nonno, un po’ meno per quanto riguarda il coinvolgimento. Ho comunque fatto un intervento a piazzale Michelangelo dove ho detto che il nonno ha ancora tanto da dare. Sono passati 25 anni dalla sua scomparsa, ma il suo ricordo è in crescendo. Prima era mio padre Andrea, figlio primogenito, a portarlo avanti…

Chiaro…

E nel tempo questa memoria è cresciuta. C’è gente che mi dice: «Ho la foto di tuo nonno». «Ho l’autografo di Bartali». Chi mi invia poster… Il tramandarsi continua, di generazione in generazione. Una memoria che ha avuto un inizio, ma non vedo una fine. Mi parlano spesso anche della foto dello scambio della borraccia.

E lei cosa risponde?

Che tra i due c’era un enorme rispetto e una grande amicizia anche fuori dalla bici. Nonno diceva che lo sport senza solidarietà era inutile. Quella foto li ritrae con la borraccia tra le mani, ma mi ha detto che tante volte se l’erano scambiata. Non importava chi la dava a chi. Diceva che Fausto era una delle persone più corrette. Nonno soffriva molto gli sgarbi, le cattiverie… anche quelle scritte dai giornali. Leggeva tutto. Quando partì per il Tour del ’48 i titoli dei giornali scrivevano: Gino il vecchio.

Che poi quel Tour lo vinse…

Ha subito certe cose e da toscanaccio verace ci stava male. Riguardo a Coppi va detto anche che la stampa ha enfatizzato tanto quella rivalità. Bisognava tenerla viva, specie con due personaggi così grandi. Di buono c’è che anche noi, nipoti e figli, siamo diventati amici. Ho un bellissimo rapporto con Faustino e Marina Coppi, e anche con la pronipote di Girardengo, Michela.

Maggio 2018, Gioia Bartali premia Tom Dumoulin, per la prima volta è lei a celebrare la tappa dedicata a suo nonno
Maggio 2018, Gioia Bartali premia Tom Dumoulin, per la prima volta è lei a celebrare la tappa dedicata a suo nonno
Quando si è resa conto da bambina di avere un nonno così importante? C’è un momento preciso?

Sono cresciuta con la consapevolezza del suo personaggio. L’ho toccata con mano. Magari si andava in un ristorante e la gente lo salutava, gli stringeva la mano, o tutto il locale si alzava per applaudirlo. Per una ragazzina queste cose fanno effetto. E io ero un po’ vergognosa!

E ora continua a portare avanti il suo ricordo…

Quando partecipo a eventi dedicati al nonno, parlo da nipote. Non porto mai un testo scritto. Il Gino Bartali corridore lo conoscono. Io porto l’uomo, il nonno. Racconto il mio affetto.

Le è mai capitato che le raccontasse di una corsa?

No, però per caso, all’inizio degli anni ’90 sono andata a trovare lui e mio padre che seguivano il Giro d’Italia. C’era una tappa da Porto Sant’Elpidio a Sulmona e mi sono ritrovata in macchina con il nonno a percorrerla. La gente lo salutava ovunque. Mi disse: «Guarda ti faccio vedere come facevo le traiettorie in discesa». Quel giorno mi disse anche un’altra cosa: «Di me parleranno più da morto che da vivo».

E lei?

Mi misi a ridere, non capivo bene. Secondo me lui aveva la consapevolezza di aver fatto del bene, mi riferisco chiaramente al periodo della Guerra. Lo fece senza nulla in cambio, rischiando la vita per salvare persone che non conosceva. Era un cattolico fervente, un cristiano vero. Devoto a Santa Teresina del Bambin Gesù. Era un terziario carmelitano. Il suo progetto era quello di arrivare in paradiso. E’ stato seppellito solo con il mantello dei Terziari Carmelitani, senza tasche. Come a dire che non possiamo vivere solo per arricchirci, per accumulare.

Sarà uno spettacolo anche tra gli sterrati quello della prossima Tappa Bartali. Qui Pidcock alla Strade BIanche in una cornica di pubblico di altri tempi
Sarà uno spettacolo anche tra gli sterrati quello della prossima Tappa Bartali. Qui Pidcock alla Strade BIanche in una cornica di pubblico di altri tempi
A suo nonno sarebbe piaciuto questo ciclismo di oggi? Ci sono corridori che fanno imprese d’altri tempi…

Non so, lui ha vissuto un ciclismo del tutto diverso. Non credo si sarebbe rivisto in quello attuale. Era un altro mondo: c’era gente che faceva 100 chilometri in bici solo per raggiungere la gara. So però che ha dato consigli a tantissimi corridori, anche a Bugno e Chiappucci. Ma ripeto: era un ciclismo diverso. Mio nonno anche quando si allenava, scriveva a mia nonna, Adriana, il suo grande amore.

Che storie…

Circa 200 lettere, stupende. Mia nonna le ha conservate con cura. Lui le scriveva quando era via per le gare o per allenarsi. Attraverso quelle lettere ho conosciuto un lato di mio nonno che ignoravo: un Gino romantico, uomo di fede. Scrisse anche una lettera al cardinale Elia Dalla Costa per dirgli che avrebbe smesso di correre. In quella lettera diceva che la bicicletta era ciò che più lo avvicinava alla preghiera. Io penso sempre che mio nonno fosse un piccolo contadino che ha seminato. E noi oggi stiamo raccogliendo i suoi frutti.

E quella memoria infinita, no?

Esatto!

Il Giro di David Gaudu, partendo a fari spenti

09.05.2025
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Sono 18 anni che un francese non vince una corsa a tappe professionistica appartenente al WorldTour, l’ultimo fu Christophe Moreau nel 2007 al Delfinato. Se poi andiamo a guardare un grande giro, l’astinenza dura da trent’anni, con Laurent Jalabert alla Vuelta 1995. Al Giro addirittura bisogna risalire al 1989 e al compianto Laurent Fignon. A tutto questo spera di mettere fine David Gaudu, al via del Giro d’Italia, ma le premesse non sono certamente delle migliori.

A inizio stagione il leader della Groupama-FDJ era abbastanza fiducioso delle sue possibilità nella corsa rosa: «Mi hanno sempre parlato bene del Giro – aveva detto a Eurosport – quando sei leader di una squadra francese, tutti ti aspettano al Tour. Pinot e Bardet si sono costruiti una fama alla Grande Boucle prima di provare il Giro, io faccio un po’ la stessa cosa e non vedo l’ora di provarci».

Gaudu è partito al Romandia dopo l’operazione alla mano e 7 settimane lontano dalle gare (foto Gachet-DirectVelo)
Gaudu è partito al Romandia dopo l’operazione alla mano e 7 settimane lontano dalle gare(foto Gachet-DirectVelo)

Un inizio stagione dranmatico

Quello era a inizio stagione, ma poi le cose non sono andate molto bene: caduta a inizio stagione a causa di un cane randagio che gli ha attraversato la strada. Neanche il tempo di rimettersi in sesto ed altra caduta alla Strade Bianche, poi la peggiore, alla Tirreno-Adriatico che l’ha costretto a un’operazione alla mano e a sette settimane di stop. E’ chiaro che la condizione non può essere quella sperata, anche se David vuole provarci, anche per rispondere con i fatti a chi lo critica ritenendolo un’altra delle tante promesse francesi non mantenute.

Gaudu arriva al Giro dopo aver fatto le prove generali al Romandia. Corso senza grandi test precedenti, ripartendo di fatto da zero. DirectVelo lo ha seguito passo passo, per verificare la sua crescita fisica ma anche morale sempre con la corsa rosa sullo sfondo. Perché diciamoci la verità: non capita spesso che una grande corsa a tappe arrivi senza uno dei “tre tenori” al via, Pogacar, Vingegaard, Evenepoel, che già schiacciano tutti gli altri sul piano dell’attenzione mediatica e che poi impongono la loro legge in corsa. Al Giro i pretendenti alla vittoria sono parecchi, e il transalpino vorrebbe essere tra loro.

Una delle tante cadute che il transalpino ha subìto quest’anno. Alla Tirreno la più dolorosa
Una delle tante cadute che il transalpino ha subìto quest’anno. Alla Tirreno la più dolorosa

La difficoltà delle prime uscite

Gli inizi in Svizzera non erano stati semplici, perché il ventottenne di Landivisiau sapeva di non avere il serbatoio pieno, anzi: «E’ la corsa ideale per preparare il Giro – aveva detto – ma devo affrontarla senza prendere rischi, pensando solo ad accumulare chilometri, fatica e condizione. Devo ritrovare il ritmo gara, vedere come rispondono le gambe, il risultato non conta».

Le prime frazioni lo hanno visto correre sempre nelle retrovie: «Il livello è sempre più alto, si evolve ogni anno e se non sei più che pronto, paghi le conseguenze. Io avevo anche iniziato bene la stagione, al Tour of Oman avevo vinto una tappa, chiuso sul podio nella generale, c’erano tutte le avvisaglie per una buona primavera, ma mi accorgo, correndo ora in una prova WorldTour, che rispetto ad allora avrei dovuto andare molto più forte, per ottenere qualcosa».

Per il corridore della Groupama Fdj le prime tappe al Romandia sono state molto difficili
Per il corridore della Groupama Fdj le prime tappe al Romandia sono state molto difficili

Il cammino verso la rinascita

Ottantacinquesimo nella prima tappa, poi sempre intorno alla quarantesima posizione, ogni tappa finiva con lo sguardo di compagni e dirigenti con quell’aria interrogativa: «Non posso recuperare il tempo perduto, parto da una base molto più bassa di tutti gli altri. Posso solo sperare di crescere verso la partenza albanese».

Intanto Gaudu ripercorreva il cammino svolto dal punto più basso: «Dopo l’operazione sono stati 6 giorni senza pedalare e poi due settimane sui rulli. Sono uscito su strada per una settimana per accumulare ore poco per volta, poi ho cominciato a fare sul serio e quella è stata la parte che mi è piaciuta di più, una settimana a casa e una a Tenerife ma senza andare in altura. Un’altra settimana a casa e poi valigie pronte per il Romandia. E’ impossibile pensare che ciò possa bastare…».

Gaudu aveva iniziato bene la stagione, vincendo una tappa in Oman e finendo 3° in classifica
Gaudu aveva iniziato bene la stagione, vincendo una tappa in Oman e finendo 3° in classifica

In salita si è rivisto a sprazzi il vero Gaudu

Una situazione non semplice da gestire, anche psicologicamente: «La condizione non è la peggiore, vedo ogni giorno qualche miglioramento, ma non posso pensare di essere al livello degli altri. Ho solo la consapevolezza di aver fatto tutto quello che potevo, poi sarà la strada a dire se sarà stato sufficiente».

Poi è arrivato il giorno più importante, la prova del nove con il tappone di Thyon 2000 e a fine frazione Gaudu, finito 32° a 6’26” dal vincitore Lenny Martinez era felice quasi quanto lui: «Mi sento rassicurato perché sono andato meglio di quanto pensavo. Ho iniziato con sensazioni non buone, ho corso in difesa nelle prime tre tappe, ma qui ho ritrovato il piacere di pedalare e lottare, senza mai andare in difficoltà e non era scontato».

La conometro finale del Romandia. David ha pensato soprattutto a curare la posizione pensando al Giro
La conometro finale del Romandia. David ha pensato soprattutto a curare la posizione pensando al Giro

A cronometro, prove tecniche di Giro

Poi la cronometro finale, interpretata senza guardare il cronometro: «Non era assolutamente importante, guardavo altre cose, le sensazioni dopo un giorno faticoso, pensando soprattutto a curare la posizione in bici. Alla fine ho chiuso 30° in classifica e posso assicurarvi che per come stavo all’inizio, per quel che ho passato nelle settimane precedenti, non era assolutamente scontato».

Ciò però era il passato, ora il momento del via albanese è alle porte: «Devo guardare le cose obiettivamente: non riesco a reggere gli scatti, vado in difficoltà. Io confido nella struttura del Giro dove la prima settimana è abbastanza tranquilla, ci sono solo due tappe difficili dove dovrò limitare i danni, poi faremo il punto. Il Giro è davvero speciale quest’anno e io spero molto nel giorno di riposo dopo la tre giorni albanese per recuperare».

Il francese conta di superare indenne la prima settimana, poi deciderà se puntare alla classifica o a una tappa
Il francese conta di superare indenne la prima settimana, poi deciderà se puntare alla classifica o a una tappa

Tappe come obiettivo, ma basterà?

Con che progetti si parte, allora? «Noi partiamo guardando alle vittorie di tappa, come abbiamo fatto – e con costrutto – all’ultima Vuelta, poi vediamo come si mette la classifica. Io ho una buona squadra, ho un ottimo feeling con tutti, c’è poi Enzo Paleni che è un vero maestro in tutto a dispetto dei suoi 22 anni. Io parto con il cuore sollevato perché sono tutto intero, ho finito il Romandia senza cadere e divertendomi, per ora è già qualcosa. Vediamo ora che cosa possiamo costruire…».

Van Aert, la 1ª tappa per decifrare l’enigma della condizione

09.05.2025
4 min
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TIRANA (Albania) – E’ come se di colpo non gliene andasse bene più una. Anche l’avvicinamento al Giro d’Italia di Wout Van Aert è stato condizionato da un malanno che lo stesso belga ha raccontato sin dal primo impatto con i media alla presentazione delle squadre. E se è vero che a quelli che vincono non succede mai niente – dai problemi di salute alle più banali forature – bisogna riconoscere che al belga quest’anno le cose stanno andando parecchio storte. Così da vincitore predestinato della prima tappa e prima maglia rosa, Van Aert si trova ora alle prese con qualche dubbio di troppo.

«Sono stato molto malato – ha ribadito ieri a margine della conferenza stampaho avuto un’infezione virale e ho dovuto prendere molti antibiotici. Ecco perché ho dovuto apportare molte modifiche alla mia preparazione. Non è stato l’avvicinamento che speravo. Quindi inizio con un po’ di paura. La verità è che non sono riuscito ad allenarmi bene dopo l’Amstel, tranne al mio primo giorno qui in Albania. Quando è così, è difficile andare alla partenza con la fiducia necessaria».

«Per me Wout è più di un semplice corridore – ha detto ieri Roglic – avrà sicuramente le sue occasioni in questo Giro»
«Per me Wout è più di un semplice corridore – ha detto ieri Roglic – avrà sicuramente le sue occasioni in questo Giro»

Il sogno rosa

Il solo allenamento buono è un giro di 63 chilometri nei dintorni della capitale albanese, con una ricognizione del circuito che oggi verrà percorso per due volte nella prima tappa (foto Visma-Lease a Bike in apertura). La salita di Surrel, lunga 7 chilometri e con una pendenza di circa il 4,5 per cento, che a cose normali sarebbe stata per lui un trampolino verso la vittoria e la prima maglia rosa, parrebbe ora motivo di preoccupazione.

«E’ stato utile provare la salita – ha ribadito ieri durante la conferenza stampa riservata ai primi della classe – ma la mia impressione è che sia piuttosto difficile per me. L’inizio è ripido e dopo lo scollinamento sarà solo discesa fino all’arrivo. Vedo una possibilità per gli attaccanti di raggiungere il traguardo. Spero di non dover rinunciare al mio sogno rosa, soprattutto perché ho concluso la primavera con buone sensazioni».

L’obiettivo di crescere

Certo la partenza albanese sarebbe stata l’ideale per il miglior Van Aert, che con la prima tappa e poi la crono, avrebbe avuto il terreno ideale e la squadra giusta per conquistare la prima maglia rosa. Anche se è opinione comune che la tappa di Valona domenica sarebbe un osso troppo duro anche per la miglior versione del Van Aert 2025.

«E’ frustrante – ha spiegato ieri sollevando il velo sui suoi problemi – ma mi ammalo sempre nei momenti meno opportuni. La settimana scorsa avevo persino paura di non riuscire a partire. Ora che sono qui, è un sollievo. Spero di essere in forma, ma vedremo come andrà giorno per giorno. Qualcosa proverò a fare, sono qui per vincere. La cosa più importante ora è superare bene le prime tappe e vedere come reagirà il mio corpo. Di solito in un Grande Giro riesco sempre a crescere, quindi se non sarò al meglio fin dall’inizio, sono fiducioso di stare meglio con il passare delle tappe. Non ho mai avuto ambizioni di classifica, sarebbe bello vincere il maggior numero di tappe possibile».

Alla presentazione delle squadre, Van Aert (accanto ad Affini) ha ammesso come sia un peccato debuttare al Giro solo ora
Alla presentazione delle squadre, Van Aert ha ammesso come sia un peccato debuttare al Giro solo ora

Rompere il ghiaccio

Malattia o no, il belga ha così fugato ogni sospetto su quali siano i suoi obiettivi al Giro d’Italia. Si era arrivati a pensare che non avesse più la sua punta di velocità a causa di una preparazione mirata a fare meglio nelle corse a tappe, ma pare che non sia così.

«Non è mai stata mia intenzione- ha spiegato – vincere il Giro. Siamo qui per conquistare più tappe possibili, mentre il nostro uomo per la classifica generale è Simon Yates. Potrei anche fare una buona cronometro domani. Quest’anno ne ho fatta solo una di 19 chilometri in Algarve ed è andata piuttosto bene (Van Aert si è piazzato al secondo posto dietro Vingegaard, ndr). Ma a questo punto, con tutti i dubbi causati dalla malattia, dovremo aspettare e vedere come andrà il primo giorno. Poi potremo capire quali saranno i miei obiettivi più immediati».

Senza Pogacar, al Giro per vincere. Il punto con Nibali

08.05.2025
6 min
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TIRANA (Albania) – Vincenzo Nibali nei panni di ambassador ci sta davvero bene. Si muove con la sicurezza del leader, mai una parola di troppo e l’acutezza di sempre nel valutare le situazioni. Sta per iniziare il terzo Giro senza di lui e mai gli sentirete dire che si è portato dietro qualche rimpianto. A differenza di quelli che smettono per sopraggiunti limiti nervosi, il siciliano ha scelto la data e si è fermato dopo aver dato davvero tutto. Lo incontriamo nel quartier tappa mentre stanno per arrivare i protagonisti per la conferenza stampa di rito. Sta finendo di raccontare all’inviato di Marca l’importanza che il ciclismo ha avuto nella sua vita. Racconta che se non avesse sfondato nel ciclismo, avrebbe intrapreso la carriera del fisioterapista. E poi rivendica con orgoglio il suo ruolo nell’approfondire la ricerca in tema di allenamento e preparazione. Il ciclismo spaziale di questo tempo è iniziato nel suo e in qualche modo è bello tenerlo a mente.

La riflessione che gli proponiamo parte dall’assenza di Pogacar e dal fatto che quando lui non c’è, gli altri corridori sanno di poter vincere e vanno al via con idee ben più bellicose. Se oggi al tavolo dei contendenti ci fosse stato lo sloveno, avremmo assistito a una sfilata di omaggi e distinguo. Invece, pur non lanciandosi in proclami roboanti, per mezz’ora abbiamo avuto la sensazione di avere davanti un plotone di sfidanti con concrete possibilità di vittoria.

Il quartier tappa del Giro 2025 a Tirana si trova nel Palazzo dei Congressi
Il quartier tappa del Giro 2025 a Tirana si trova nel Palazzo dei Congressi
Quando non c’è “Taddeo” si può pensare anche di vincere?

“Taddeo” è il cannibale del momento, è fantastico. Vince e stravince, non c’è niente da dire. Quando attacca da così lontano ti lascia a bocca aperta. Anche io a mio modo sono stato un precursore in questo senso. Magari non partivo a 100 dall’arrivo, però l’idea di attaccare da lontano l’ho sempre avuta. Quando non c’è Tadej, sono tutti più tesi e cercano di capire cosa potranno fare. Se Pogacar blocca la giornata sbagliata, allora magari qualcosa può cambiare. Sempre che quando ha la giornata sbagliata, fa secondo o terzo».

E allora che Giro sarà questo senza Pogacar?

Molto aperto, molto, molto complicato. Ci sono delle tappe che possono essere trabocchetti. Il Giro non è mai semplice, ho parlato anche con dei direttori sportivi. Con Bramati, con Tosatto che ha dei corridori molto interessanti. Quando si parla di Giro non è mai semplice, e l’ultima settimana è dura davvero.

E’ il terzo Giro senza di te, t’è rimasto qualcosa del corridore addosso oppure hai chiuso bene la porta?

Non ho rimpianti, veramente non ne ho. Ne ho avuti pochissimi in vita mia, perché quello che ho fatto l’ho sempre fatto con grande voglia e volontà. Ora vivo il ciclismo da un punto di vista diverso da quello dell’atleta. Lo vivo da fuori, ma sono sempre molto vicino ai ragazzi e ogni tanto pedalo anche con loro, come si può vedere anche dai social. L’altro giorno ero con Bettiol, capita di uscire con Ulissi, con Pippo Ganna e altri come Honoré. E’ bello scambiarsi opinioni con loro che ci sono ancora dentro.

In un duello ipotetico fra Roglic e Ayuso, il fatto che uno abbia già vinto il Giro sarà un punto a suo favore?

L’esperienza che ha Roglic è tantissima e lo può aiutare tanto, però è un atleta che gioca tanto in difesa. Ayuso invece è l’esatto opposto e quindi potremmo ritrovarci con un attaccante e uno che si difende e questo potrebbe rendere la gara interessante. Però sono certo che lungo la strada ne verranno fuori altri cinque o sei.

Ad esempio?

Non sottovaluterei Del Toro e nemmeno Yates. Tiberi ha preparato questo Giro nei dettagli e ha fatto dei sopralluoghi delle tappe già all’inizio dell’anno. Ciccone arriva con un’ottima gamba e bisogna capire se il suo orientamento sarà per la classifica o per le tappe, dove secondo me si può togliere tanti sassolini dalle scarpe.

Tiberi lo hanno spesso accostato a te, come valuti il suo percorso?

L’ho lasciato che era un ragazzino, quando eravamo in Trek. Da allora è cresciuto tantissimo e ha preso con decisione la strada delle corse a tappe. Io riuscivo a fare anche le gare di un giorno, però si sta muovendo nella giusta direzione.

Dici che si gioca davvero tutto nelle ultime tappe in Valle d’Aosta?

Io starei molto attento anche alle tappe qua in Albania, che sono molto pericolose. La tappa di Valona (la terza, domenica, ndr) è difficile. Mentre la prima, quella di domani, essendo la prima, non è affatto semplice. Se non sei pronto e non sei entrato nel mood del Giro d’Italia, è facile lasciare qualche secondo già sulle prime rampe. E’ una cosa vista e rivista, le prime salite hanno sempre fatto un po’ di danni.

Hai parlato di un Giro aperto e Red Bull assegna 6 secondi di abbuono a ogni tappa: possono diventare decisivi?

Spero di no! Ho fatto anche un’intervista dicendo che molte volte i corridori hanno appiattito la gara, spero non accada nuovamente. Non credo però che questi abbuoni recheranno disturbo alla classifica. All’inizio magari sì, poi non più. Sarebbe stato peggio se ci fossero stati degli abbuoni importanti all’arrivo per i primi tre. Mi ricordo di quando Joaquim Rodriguez perse il Giro del 2012 appunto per un gioco di abbuoni.

Stiamo vivendo un momento eccezionale di ciclismo, con prestazioni e guadagni decisamente importanti…

Il ciclismo ha raggiunto un livello molto alto ed è giusto e dovuto. Non è uno sport di serie B o di serie C, è uno sport di serie A. Tutto questo ce lo siamo meritati nel tempo, per la gente che ci ha tifato e per i corridori che hanno portato tanta aria fresca in questo mondo che era rimasto legato alle tradizioni. Oggi ci ritroviamo sicuramente uno sport fantastico che merita tutta l’attenzione. E mi piace pensare di aver avuto una parte nel suo sviluppo. E magari qualcosa posso fare ancora.

Ciccone e quel millimetro che può cambiare la testa

08.05.2025
5 min
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TIRANA (Albania) – Sono in un angolo in disparte rispetto al pullman e al resto dei meccanici. Li notiamo quasi per caso mentre stiamo parlando con Giuseppe Campanella e ci avviciniamo con discrezione. Ciccone sorride e saluta, Archetti molla la classica battuta di quando ci si incontra alle corse, ma in fondo anche lui è contento di vederci. Sono le nove del mattino, i corridori usciranno alle 10,30 e l’abruzzese approfitta del tempo libero per verificare la posizione della sella sulla sua Madone.

Archetti sta lavorando sull’avanzamento e gli chiede se vada bene. Ciccone prende il metro e misura dalla punta della sella al centro del manubrio. Poi lo fissa con lo sguardo impertinente e gli chiede se sia possibile spostarla avanti di mezzo millimetro. Mezzo millimetro?

«Oggi si fa tutto al limite – dice Giulio – comprese le misure. Andiamo sempre a tutta. E io so come funziona la mia testa. Se quando sono veramente a tutta, inizio a pensare di avere la posizione meno che al massimo, finisce che ne risento e non do davvero tutto. Lo so che è una mia malattia, ma sono così da sempre. I meccanici mi odiano…».

Una sella alla settimana

Archetti sorride e intanto lavora. Ciccone non sa che nella sua carriera il meccanico bresciano ha avuto a che fare con corridori ben più assillanti e meno educati di lui. Per questo lo asseconda e gli dice che non deve scusarsi e che anche questo fa parte del processo.

La sella della Madone è montata su un piccolo reggisella integrato che si infila nello svettamento del piantone. Si tratta di un segmento breve di tubo di carbonio, che forma un tutt’uno con la sella abbinata.

«Sai che facciamo? Ne cambio una ogni sette giorni – dice Ciccone – così evitiamo che ci siano dei cedimenti della sella che mi facciano abbassare troppo. Le abbiamo tre selle per fare il Giro? Non mi piace quando la sella perde la forma. E’ una questione mia personale. Per cui nelle tre settimane del Giro, cambieremo tre selle».

Archetti annuisce e per scrupolo gli chiede se voglia riscontrare le misure appena stabilite con un’altra sella, in modo da essere certo di avere due bici identiche. Ciccone acconsente, probabilmente non gli sembra vero. Il meccanico fa un segno sul piccolo reggisella e poi ci infila l’altro.

Ecco i porta borraccia che usano i massaggiatori della Lidl-Trek per preparare le borracce
Ecco i porta borraccia che usano i massaggiatori della Lidl-Trek per preparare le borracce

Il tesoro dei meccanici

Nello spazio di fronte, tra il pullman e il camion dei meccanici, i massaggiatori stanno preparando le borracce per l’allenamento e si servono di uno strumento che rende tutto più agevole. E’ una sorta di gabbia in cui le borracce vengono disposte una accanto all’altra senza il rischio che versandoci i sali e poi l’acqua si corra il rischio che cadano o che bagnino la superficie.

L’interno del camion è una sorta di paradiso della meccanica, con le dotazioni che farebbero la gioia di qualunque amatore. Ruote pronte, gomme da montare, pignoni, dischi. Glen Leven, che dopo essere stato meccanico è ora la figura di raccordo fra gli sponsor tecnici e la squadra, ci mostra la parete piena di ruote delle classiche. Sono già pronte per la tappa degli sterrati e perché devono ancora valutare cosa montare per le strade albanesi su cui ci sono ancora degli interrogativi.

«Credo che non tutti ci rendiamo conto del valore di questi materiali – ammette – perché semplicemente ne abbiamo bisogno, li chiediamo e arrivano. Una volta ho fatto dei test con Milan e c’era da cambiare delle pastiglie dei freni. Quando ho visto su internet il loro valore di mercato, mi è quasi venuto un colpo».

Il più pignolo

Nel frattempo Ciccone e Archetti hanno finito le loro verifiche. Giulio è lì che osserva la bici e poi approfittando della presenza di Glen, gli chiede informazioni sulle tacchette per gli scarpini.

«Sai cosa faccio?», dice Archetti rivolto verso il corridore che intanto fa per allontanarsi. «Ti monto la seconda sella sulla bici di scorta. Così siamo certi che siano identiche». Ciccone annuisce e si dirige verso l’hotel. Gli camminiamo accanto e il discorso prosegue.

«Sono super fissato e preciso su tutte le misure – dice – anche perché sono super sensibile, quindi in bici riesco a sentire anche il mezzo millimetro. Perciò il grosso del lavoro di biomeccanica lo faccio a inizio anno, però cambiando tantissimi materiali come le selle, prima di ogni gara preferisco ricontrollare tutto. Le tacchette invece, una volta messe, non le tocco più. Le cambio se si consumano o si rompono e anche bisogna ritrovare la posizione perfetta e precisa».

«E’ di gran lunga il più meticoloso della squadra – ha sorriso Archetti – ma almeno c’è una ragione e per questo lo aiutiamo volentieri. Ci sono quelli che sono pignoli senza motivo, solo per il gusto di fare e disfare le cose a oltranza e magari a loro vogliamo meno bene».

Ci allontaniamo, passando a salutare lo staff della Ineos e poi quello della UAE Emirates. Il grosso albergo si trova proprio di fronte all’aeroporto. Dicono che allenarsi qui sia davvero complicato. Domani si comincia a correre, ormai non resta che l’ultimo allenamento.

Che fatica stare a ruota di Remco. Effetto scia ridotto al minimo

08.05.2025
4 min
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«Dietro Tadej un po’ di scia la senti, ma dietro Remco, è pazzesco… Ha un corpo fatto per il ciclismo, la sua aerodinamica è semplicemente pazzesca. Penso a Skjelmose all’Amstel Gold Race o a Madouas alle Olimpiadi: è davvero un supplizio stargli a ruota. Al Brabante ha “ucciso” lentamente Wout. Mentre lui, a ruota, recuperava».

Parole forti quelle di Benoit Cosnefroy, rilasciate alla TV belga nei giorni delle classiche. Un tema tecnico interessante che abbiamo girato, così com’è, a Mattia Cattaneo, compagno di squadra di Remco Evenepoel alla Soudal-Quick Step e atleta da sempre molto attento alle dinamiche aerodinamiche, vista anche la sua vocazione da cronoman. I due si allenano spesso insieme: Cattaneo sa bene di cosa parlava Cosnefroy.

Mattia Cattaneo è uno dei compagni più esperti di Remco e anche uno dei suoi uomini di fiducia
Cattaneo è uno dei compagni più esperti di Remco e anche uno dei suoi uomini di fiducia
Mattia, insomma è vero quel che dice Cosnefroy?

E’ vero, è vero… Lui è l’estrema espressione di questa esposizione aerodinamica di livello. Quando gli sei a ruota ti chiedi come faccia ad andare così forte e in quella posizione.

Già, come fa?

Io credo sia principalmente una questione di spalle, strette (e con la testa incassata, ndr). Quando gli sei a ruota vedi proprio che lui sparisce sulla bici.

Okay, ma è studiata?

Chiaramente è studiata, ma è qualcosa che a lui viene naturalmente. Remco ci è proprio predisposto. Io per esempio ho una posizione discretamente aerodinamica, ma non riuscirei a stare in quella postura che ha lui.

E qual è?

Spianato sulla bici, con la schiena giù, le spalle strette e la testa in mezzo, i gomiti piegati… Madre natura gli ha dato davvero tanto in termini di impatto aerodinamico. Senza contare che è anche piccolo.

Mattia, immaginiamo che certi dati non siano né facili da stabilire né divulgabili, ma se dovessimo dare una stima, anche grossolana: quanto si spende in più stando a ruota di Remco rispetto ad altri corridori?

Certi numeri non li posso dire, sennò mi licenziano! Se uno potesse vedere i suoi valori di CDA in galleria del vento direbbe che non è possibile. Se dovessi stimare quanto si spende in più alla sua ruota, direi dai 35 ai 50 watt in più rispetto ad un altro corridore. Poi dipende…

Da cosa?

Velocità, altezza degli atleti… Faccio un esempio: Remco è alto 172 centimetri. Magari un Lenny Martinez, il primo dei “piccoli” che mi viene in mente, spende appena 15 watt in più della media. Io che sono più alto sprecherei già parecchio di più.

Esempio di fuga a due con l’ex iridato: Remco a ruota di Van Aert e viceversa. Van Aert si schiaccia molto per prendere meno aria quando è a ruota
Facciamo un esempio restando in casa Soudal-Quick Step, prendiamo un Vansevenant, alto 176 centimetri?

Se alla sua ruota risparmi 100 watt, a quella di Remco arrivi a 60-50… forse. Di conseguenza l’impatto è maggiore. E poi questo conta moltissimo se si è in due. Perché se si è in tre o più le cose cambiano.

Cioè? Spiegaci meglio…

Ipotizzando di stare sempre in linea, chi è in terza posizione prende meno, in quarta ancora meno. Solitamente dalla terza alla quinta posizione sono quelle in cui si spende meno, perché dopo subentrano le turbolenze. E’ un po’ come stare dietro a un camion: se gli sei a due metri è una cosa, se sei a 6-7 è un’altra.

Quindi se si sta da soli con Remco è un bello spreco di energie!

Esatto, se sei piccolo ti puoi salvare, ma se ci dovesse capitare un Jonathan Milan… farebbe una gran faticaccia!