Domenica la Coppa d’Oro. I consigli di Fedrizzi, vincitore 2024

09.09.2025
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Torna domenica la Coppa d’Oro per allievi, l’appuntamento di Borgo Valsugana che festeggia i suoi 60 anni. Una gara che da sola vale una stagione, basta guardare l’albo d’oro dell’evento: chi vince in terra trentina ha poi la strada spianata verso la categoria juniores, alla quale accede con molte aspettative. In pratica, la Coppa d’Oro è uno dei due eventi (insieme al campionato italiano di categoria) che da soli definiscono le gerarchie e nei quali si “assaggia” già quel che sarà, l’importanza della vittoria, anche se ci si arriva in maniera ben diversa che in qualsiasi gara junior.

Il vittorioso arrivo di Fedrizzi nel 2024, battendo Viero e il croato Zibert (foto Mosna)
Il vittorioso arrivo di Fedrizzi nel 2024, battendo Viero e il croato Zibert (foto Mosna)

Un albo d’oro quanto mai prestigioso

L’ultimo a iscrivere il suo nome nell’albo d’oro della prestigiosa competizione è stato Brandon Fedrizzi, che è succeduto ad Alessio Magagnotti. Nomi che sono i primattori ora fra gli juniores e che già hanno in tasca il passaporto per il ciclismo che conta. Il corridore altoatesino ha ancora ben presente quella magica giornata del 2024, dalla quale molto è dipeso della sua attuale realtà.

«E’ stata una grande giornata – racconta – una gioia anche personale perché essendo io di quelle zone ci tenevo in maniera particolare. Poi per me aveva anche un sapore molto particolare perché l’ha corsa anche mio padre, quindi per me era un evento diverso da tutti gli altri e volevo vincerla a ogni costo».

Alla Coppa d’Oro partecipano sempre più di 500 ragazzi, un paio d’anni fa fu sfondato il muro dei 700
Alla Coppa d’Oro partecipano sempre più di 500 ragazzi, un paio d’anni fa fu sfondato il muro dei 700
Che tipo di corsa è? Perché dicono tutti che sia più difficile di quello che si pensi?

Perché si parte in tanti, c’è sempre un elevato rischio anche di foratura o d’incidente. L’anno scorso siamo partiti in 500 e quindi c’era tanta confusione come normalmente non succede in nessun’altra gara ciclistica. Io però ho corso meno rischi perché avevo vinto il titolo italiano ed essendo con la maglia tricolore sono partito avanti, evitando ogni problema, ma chi era nel gruppo faceva inizialmente fatica a emergere.

Proprio a questo proposito è una gara diversa da tutte le altre: passando junior ti sei trovato a gareggiare in corse molto diverse da quella, con un numero di partenti definito e ben inferiore, quanto cambia nell’evoluzione della corsa?

Sicuramente tutti sono più nervosi perché tutti vogliono stare davanti proprio per evitare incidenti e intoppi. Ecco quindi che la prima salita si prende sempre a tutta fino in cima, è come una lunga volata finché non si rimane in pochi, almeno l’anno scorso c’è stata una grande selezione e siamo rimasti in una trentina, poi sotto in pianura sono rientrati altri, ma alla fine era quel gruppo che si giocava la corsa. Quindi bisogna stare molto attenti perché già nella primissima parte ci si gioca tanto, dopo neanche 200 metri si comincia già a salire e bisogna spingere.

Fedrizzi sul podio con il suo tecnico. Alla Coppa d’Oro si vince per il proprio direttore sportivo (foto Instagram)
Fedrizzi sul podio con il suo tecnico. Alla Coppa d’Oro si vince per il proprio direttore sportivo (foto Instagram)
Quanto conta come evento e che peso ha nell’evoluzione di un corridore giovanissimo?

Nella categoria allievi è un riferimento importante, per certi versi è la gara più prestigiosa che c’è, anche più del campionato italiano, almeno per me. Secondo me è una corsa storica che per la categoria è fondamentale, è il primo vero grande test che ci si trova ad affrontare, una sorta di passaggio dal punto di vista tecnico ma non solo, una porta verso il ciclismo che conta. E poi è anche bella da correre, c’è tanto tifo, molto più che in altre gare, con così tanta gente sulle salite.

Che cosa consiglieresti a chi la affronta? Soprattutto a chi è primo anno allievo e quindi non la conosce…

Direi di guardarla con attenzione il primo anno, di non pensare troppo al risultato ma di studiarsela e poi guardare le proprie caratteristiche e vedere col proprio allenatore come interpretarla al meglio.

La prova di Borgo Valsugana impone una dura selezione sin dalle sue prime battute (foto Mosna)
La prova di Borgo Valsugana impone una dura selezione sin dalle sue prime battute (foto Mosna)
Qual è la parte più importante del percorso, secondo te, quella che poi risulta decisiva?

Premesso come ho detto la partenza per le difficoltà di cui accennavo, io direi dall’inizio dell’ultima salita a fine della discesa. Lì ci si gioca tutto, è stato così anche per me. E’ lì che io ho vinto la Coppa, rientrando sulla fuga che era nata per poi conquistare il successo in volata.

Da lì hai preso l’abbrivio verso questa stagione che finora è stata positiva…

Sì, è andata bene, a dispetto di qualche problema anche col cuore che mio ha tolto parte dell’annata agonistica. Un po’ di risultati sono arrivati, ma adesso penso di più al prossimo anno, a raccogliere quanto ho seminato. Il primo anno è sempre una prova, il secondo si punta a vincere. E’ proprio quel principio che ho imparato fra gli allievi.

Anche quest’anno la prova sarà anticipata dalle gare per esordienti (foto Mosna)
Anche quest’anno la prova sarà anticipata dalle gare per esordienti (foto Mosna)
Il fatto di avere già in tasca il contratto per il devo team della Wanty Reuz per il 2027 quanto ti aiuta?

Sicuramente molto perché è qualcosa che è già iniziato, infatti sono seguito dal loro preparatore. Mi dà lui gli allenamenti proprio in funzione di quel che sarà. Ho già conosciuto lo staff e fatto anche un ritiro con loro. Posso pensare al prossimo anno senza assilli, ma sono io che voglio far fruttare questa situazione il più possibile.

Gualdi, il bilancio della Due Giorni di Vertova e non solo…

09.09.2025
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La Due Giorni Ciclistica Internazionale Juniores di Vertova si è confermata uno degli appuntamenti più prestigiosi del calendario giovanile italiano. Una gara che mette a confronto i migliori talenti nazionali con alcune delle squadre più forti d’Europa, diventando un banco di prova fondamentale per misurare il livello del movimento juniores (in apertura foto Zanetti).

Con Patrick Pezzo Rosola grande protagonista, Mirco Gualdi – organizzatore della corsa – traccia un bilancio della manifestazione, analizzando le differenze con il ciclismo straniero e riflettendo sul futuro dei giovani in Italia.

Mirco Gualdi, ex iridato fra i dilettanti, ora nell’organizzazione della due giorni bergamasca
Mirco Gualdi, ex iridato fra i dilettanti, ora nell’organizzazione della due giorni bergamasca
Mirco, partiamo dalla tua gara: sei soddisfatto? Come è andata?

Allora, soddisfatto perché innanzitutto non ci sono stati incidenti e quindi nessuno si è fatto male. Questo è il primo risultato minimo. Non abbiamo avuto problematiche legate al traffico. Ci sono state delle cadute, ma solo piccole sbucciature, nulla di grave. Dal punto di vista tecnico e organizzativo è filato tutto liscio: avevamo più di 100 volontari sul percorso.

Quindi i presidi erano capillari?

Sì, praticamente in ogni comune avevamo qualcuno. A volte chiedo 15 persone e loro ne portano 20. Molti tornano ogni anno volentieri. A ottobre facciamo una cena con tutti i volontari e gli sponsor per ringraziarli pubblicamente. Rispetto a dieci anni fa i corsi e i vincoli burocratici sono raddoppiati, ottenere permessi è diventato complicato e sfiancante. Gli enti proprietari delle strade ti obbligano a farti carico al 100 per cento della responsabilità.

E l’aspetto tecnico delle gare?

Il sabato è stato velocissimo: più di 47 orari di media su un tracciato tortuoso a metà e scorrevole nell’altra. Il gruppo correva a oltre 50 orari, con tanti attacchi. Alla fine si è formato un quartetto e i due ragazzi della Team Grenke, Anatol Friedl e Karl Herzog, hanno giocato di squadra. Ha vinto un corridore che da poco è diventato campione europeo di mountain bike juniores, segno che la famosa multidisciplinarità paga.

Al sabato l’arrivo in parata dei due tedeschi Karl Herzog e Anatol Friedl (poi vincitore) del Team Grenke. (foto Zanetti)
Al sabato l’arrivo in parata dei due tedeschi Karl Herzog e Anatol Friedl (poi vincitore) del Team Grenke. (foto Zanetti)
E la domenica?

E’ stata ancora una gara tirata. Gli italiani hanno fatto una bella figura, correndo senza timori reverenziali. C’erano due delle migliori squadre danesi, altre formazioni straniere di altissimo livello, e diverse squadre del Nord Italia. Il secondo posto è andato a Patrick Pezzo Rosola, il quarto a Mattia Agostinacchio.

Abbiamo avuto cinque italiani nei primi dieci: un bel segnale…

Infatti eravamo contenti. Altrimenti diventa un monologo straniero e dispiace, visto che l’organizzazione è per tutti. Se gli italiani emergono, l’appeal della corsa cresce.

Come ti è sembrato il movimento juniores rispetto a qualche anno fa?

La differenza è che le squadre straniere crescono, mentre alcune realtà italiane faticano. All’estero i team juniores sono legati a strutture professionistiche: ad esempio la Grenke è il vivaio della Red Bull-Bora. Quest’anno non c’era la Decathlon-AG2R, ma il livello è quello. Sono ragazzi che corrono gare 1.2 e hanno già un approccio internazionale.

Il giorno dopo, Georgs Tjumins conquista il Trofeo Paganessi
Il giorno dopo, Georgs Tjumins conquista il Trofeo Paganessi
In cosa consiste questo approccio?

E’ diverso: all’estero vedono i ragazzi come uomini, non come bambini. Li lasciano crescere, sbagliare, maturare. In Italia hai procuratore, mental coach, preparatore, ma il giovane resta “solo un ragazzo” e al tempo stesso è sotto pressione per fare risultato a tutti i costi. Se non porti punti da juniores, rischi di non trovare squadra under 23. All’estero magari hanno meno, ma come detto vengono trattati da uomini.

Chiaro…

E poi servono direttori sportivi, ma non ce ne sono se vuoi fare una doppia attività. I genitori non possono accompagnare e di conseguenza qualche ragazzo deve rinunciare a correre quella domenica. Con Giuseppe Guerini e altri ex corridori giriamo a turno con i ragazzi, ma il legame tra chi dirige e la realtà sembra mancare. Il rischio è che, senza un cambio di mentalità, molte squadre spariranno.

Il discorso è davvero ampio….

Quali obiettivi ci poniamo? L’obiettivo di avere un vivaio rifornito o, se capita, qualche campione? Noi come UC San Marco Vertova facciamo promozione nelle scuole e nelle piazze, ma è tutto volontariato. Non esiste un sistema federale che sostenga queste iniziative, né tutele legali. Se un bambino si fa male provando la bici, la responsabilità è nostra. Se continua così, serviranno accademie federali provinciali. Intanto però chiudono le squadre più grandi, che garantivano rimborsi ai ragazzi.

Patrick Pezzo Rosola quest’anno è stato anche in Nazionale. Dal DNA offroad si sta spostando verso la strada con ottimi risultati
Patrick Pezzo Rosola quest’anno è stato anche in Nazionale. Dal DNA offroad si sta spostando verso la strada con ottimi risultati
Veniamo a Patrick Pezzo Rosola: come lo hai visto?

Non ho avuto modo di parlarci molto, ero preso dall’organizzazione. L’ho visto un po’ contrariato dopo l’arrivo. Bisogna capire se lo fosse perché deluso, o per il modo in cui è stato battuto. Nel finale c’era un’inversione a U, il campione lettone a cronometro, Georgs Tjumins , è entrato fortissimo e ha preso subito due metri. Che all’uscita della curva sono diventati, tre, quattro, sette… Forse Patrick pensava che con un approccio diverso avrebbe potuto cambiare l’esito.

Alla fine però ha fatto una grande gara…

Esatto, è stato il migliore sulla salita finale, non si è fatto riprendere dal gruppo. Dopo 130 chilometri durissimi, vuol dire avere gamba e carattere. Ma torno al punto: le squadre straniere hanno un programma internazionale incredibile, tra Germania, Belgio, Olanda e Francia. Gli italiani invece non sono stati nemmeno alla Parigi-Roubaix juniores quest’anno. Senza esperienze fuori, cosa pretendiamo?

E quindi il nodo resta quello delle corse internazionali?

Assolutamente. La Federazione dovrebbe dire: “La Due Giorni di Vertova diventa la nostra Coppa del Mondo juniores. Cosa vi serve?”. Noi ospitiamo 17 squadre straniere e 18 italiane, metà del budget va per vitto e alloggio. Quasi tutti gli altri sono volontari, appassionati ed amici che lavorano gratis. Serve una visione d’insieme: i ragazzi italiani devono correre di più all’estero e avere appuntamenti di riferimento anche in patria.

La Vuelta di Garofoli, 553 chilometri di fuga. Poi il colpo di scena

09.09.2025
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Gli ultimi quattro giorni della Vuelta, hanno visto Gianmarco Garofoli col segno del vento in faccia. 109 chilometri di fuga giovedì, nella tappa di Los Corrales de Buelna. 174 chilometri venerdì, nel giorno dell’Angliru. 108 chilometri sabato, andando verso La Farrapona. 162 chilometri, infine, nella tappa di Monforte de Lemos. Dato che l’obiettivo del marchigiano è provare a vincerne una, c’è da scommettere che ci proverà ancora e le occasioni arriveranno presto. Già oggi la tappa di Mos.Castro de Herville potrebbe essere quella giusta.

Giro d’Italia 2025, dopo il settimo posto di Asiago, Garofoli è in lacrime (foto Soudal-Quick Step)
Giro d’Italia 2025, dopo il settimo posto di Asiago, Garofoli è in lacrime (foto Soudal-Quick Step)

Fermato dal Covid

Parliamo con lui sul finire del riposo di Pontevedra. La Vuelta è il secondo Grande Giro della sua stagione, come mai gli era capitato in precedenza. Il Giro d’Italia lo ha visto protagonista con il settimo posto di Asiago e il quarto ben più consistente di Sestriere. Per la Vuelta Garofoli aveva aspettative superiori, ma il Covid si è messo di mezzo. E anche se siamo nel 2025 e qualcuno potrebbe storcere il naso, i giorni in cui Gianmarco ha dovuto restare fermo lo hanno portato in Spagna con la condizione il ritardo, che però sta tornando.

«Non ho avuto grandi sintomi – spiega – l’unico sintomo è che andavo piano in bicicletta. Ho fatto San Sebastian e Burgos e andavo piano rispetto ai miei standard e a quanto mi aspettassi. Avevo fatto una bella preparazione, vedevo determinati numeri, mentre in gara le cose non andavano. Tornato a casa ho fatto il tampone, perché avevo sentito che tanti avevano il Covid ed è venuto fuori che ero positivo. Visti i miei trascorsi con il Covid (nel 2022 Garofoli fu uno dei primi ad essere operato per una miocardite, ndr), ho fatto riposo assoluto per cinque giorni e ho ripreso dal giorno in cui sono stato certo di essere negativo. E’ sempre meglio prendere un giorno in più, perché quando inizi troppo in fretta rischi la ricaduta. Così ho preferito guarire bene e partire per la Vuelta un po’ meno pronto, puntando a trovare la condizione strada facendo. La cosa mi ha fatto girare le scatole, non ci voleva. Anche perché avevo investito tanto tempo per trovare la condizione».

La Vuelta è il terzo Grande Giro di Garofoli, dopo la Vuelta 2024 e il Giro 2025
La Vuelta è il terzo Grande Giro di Garofoli, dopo la Vuelta 2024 e il Giro 2025
Senti che sta arrivando?

Credo di sì. Se guardate come sta andando, si vede che sono in crescita, anche se le ultime 4 tappe sono state molto dure. Ho speso tanto e, anche se ho raccolto poco, mi sono divertito. Questa settimana le tappe papabili per me sono domani (oggi, ndr), mercoledì e sabato. Per il resto ci sono una crono, una volata e domenica a Madrid che è piatta.

Qualcuno dice che domenica si potrebbe non correre per evitare guai con i manifestanti pro Palestina.

In gruppo di questo non si è parlato, però il tema di queste proteste è molto sentito, perché sta condizionando tutta la Vuelta. Non è una cosa negativa, ovviamente manifestano per una giusta causa, però condizionano anche la nostra sicurezza. Invadono le strade. Domenica eravamo in fuga e c’è stata l’invasione da parte di uno che si era nascosto in un cespuglio, c’è anche il video su Eurosport. Il tipo ha attraversato la strada e per evitarlo sono caduti Romo e il mio compagno Planckaert, non è proprio il massimo. In Spagna il tema palestinese è molto sentito. La gente partecipa molto a queste iniziative, soprattutto nel Nord della Spagna.

Nel frattempo il tuo primo anno alla Soudal Quick Step sta andando alla grande?

Mi trovo molto bene. Mi hanno rilanciato dopo tutte le sfortune che ho avuto e qualche anno sotto tono. Sono di nuovo ad alto livello nelle gare che contano. La campagna acquisti fa capire che la Soudal Quick Step vuole essere nuovamente molto forte nelle classiche, mentre punterà un po’ meno sulle corse a tappe. A fine anno andrà via Remco e questo forse a livello personale non è neanche tanto male, perché magari ci sarà più spazio, anche se finora non ho mai corso con lui.

Nel 2022 rientrato dopo i problemi cardiaci, Garofoli vince la Coppa Messapica in Puglia
Nel 2022 rientrato dopo i problemi cardiaci, Garofoli vince la Coppa Messapica in Puglia
Dopo queste prestazioni, potresti andare al mondiale oppure all’europeo. Poi il programma è già deciso?

La maglia azzurra sarebbe un bel traguardo, ci terrei. Se davvero si vuole costruire una nazionale giovane perché i prossimi tre mondiali saranno duri, potrei farne parte anche io. Poi dovrei chiudere con il calendario italiano. Di solito dalle tre settimane di gara, esco in crescendo. Dopo il Giro d’Italia stavo benissimo, ma ho dovuto fare un intervento a un occhio e non ho potuto correre. In più, visto che avevo nei programmi la Vuelta, la squadra mi ha frenato. Speriamo di uscire bene anche da qui. Se vinco una delle gare che farò da qui a fine stagione, penso che potrebbe cambiarmi la vita, perché non sono di poco conto.

Da quanto tempo non vinci?

Dal 2022, quando rientrai dopo l’intervento al cuore e Amadori mi portò in Puglia con la nazionale U23. Una vittoria mi manca, è tanto che non vinco. Mi piacerebbe alzare le braccia al cielo.

P.S. Il ciclismo è uno sport a volte crudele. La notte non ha portato consiglio e nemmeno salute. Stamattina Garofoli non riparte. Dall’annuncio della Soudal Quick Step non si evince nulla più di questo. Attraverso un rapido scambio di messaggi, il marchigiano ci ha raccontato di avere la febbre e di una notte alle prese con problemi intestinali. La sua Vuelta purtroppo finisce qui.

Magagnotti pistard fa sognare. Bragato traccia il profilo

08.09.2025
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Apeldoorn ha aggiunto non solo due ori e un bronzo al suo curriculum, ma anche un altro tassello all’altissimo profilo che Alessio Magagnotti si sta disegnando nel mondo del ciclismo fin da quando era ragazzino, quando andò a cogliere un argento agli Eyof. Da lì è stata una cavalcata, tra gli allievi prima che tra gli juniores e il suo destino è già tracciato, attraverso un contratto già firmato con un devo team.

Ai mondiali su pista di categoria Magagnotti ha prima trascinato il quartetto al quarto oro consecutivo (e lui c’era anche lo scorso anno), poi ha vinto anche la prova individuale e subito sui social sono partiti paragoni importanti con chi questa doppietta l’ha fatta al massimo livello come Filippo Ganna. Attenzione però, perché con i paragoni bisogna andarci piano, per non schiacciare il ragazzo con troppe pressioni.

Alessio con gli altri iridati del quartetto, Colombo, Cornacchini, Matteoli e Saccani
Alessio con gli altri iridati del quartetto, Colombo, Cornacchini, Matteoli e Saccani

I paragoni possono anche schiacciarlo

Diego Bragato era ai mondiali di Apeldoorn non solo come responsabile della squadra femminile, ma anche come titolare del Team Performance che segue tutta l’attività ciclistica italiana e chiaramente ha avuto un occhio attento sul ragazzo, ma ci tiene innanzitutto proprio a chiarire perché fare paragoni significa non aiutarlo.

«I paragoni lasciano sempre il tempo che trovano, secondo me lui deve ancora avere la possibilità di cimentarsi in quello che a lui piace e quello che si sente di fare. Senza legami, libero, puntando anche a divertirsi. Etichettarlo magari può essere un freno, si rischia di ingabbiarlo in un quadro in cui magari non prova a fare delle cose che gli altri non si aspettano. Invece un ragazzo di quest’età, con la forza e il potenziale che ha può provare ancora a stupire chi lo segue perché ha i valori per farlo. E comunque, se proprio dobbiamo trovare un riferimento, io vedo sicuramente molto più contatti con Milan che con Ganna».

Diego Bragato, tecnico delle ragazze e titolare del Team Performance che segue tutto il ciclismo azzurro
Diego Bragato, tecnico delle ragazze e titolare del Team Performance che segue tutto il ciclismo azzurro
Secondo te che corridore è e che corridore può essere?

A me piace molto perché incarna quello che secondo me è un po’ il percorso ideale di un atleta. Un ragazzo forte che ha lavorato finora più sulla qualità piuttosto che sulla quantità e questo lo dimostra essendo molto competitivo nell’inseguimento a squadre, ma anche in quello individuale fino al chilometro da fermo. Quindi i ventagli degli aspetti di forza e metabolici e di pura qualità li sta allenando tutti molto bene con risultati evidenti.

Questo cosa significa?

Che ha rispettato le tappe giuste finora, ha fatto vedere di essere forte come picco di potenza, infatti anche su strada in volata fa la differenza. Ha ottimi valori di potenza e capacità lattacida e questo si vede nelle prove individuali contro il tempo. Ma ha anche quelle qualità di gestione e di cambio di ritmo che nell’inseguimento a squadre servono. Credo che dal punto di vista della forza delle componenti esplosive è pronto e maturo per avere anche risultati in competizioni più importanti. Ora è arrivato a un’età di maturazione fisiologica e può iniziare a lavorare sulla parte più di quantità.

Jonathan Milan, per caratteristiche, è più assimilabile a Magagnotti, su pista come su strada
Jonathan Milan, per caratteristiche, è più assimilabile a Magagnotti, su pista come su strada
Proiettiamo tutto questo discorso sulla strada. Alessio è un corridore molto veloce che va forte anche in certi tracciati di classiche, ma non è un uomo da cronometro…

Per questo dico che non è assimilabile a Ganna. Come tipologia di atleta per me adesso è giusto che si dedichi più a gare come le classiche di categoria, perché sembra che le sue qualità di forza lo portino più da quella parte lì. Un domani con la maturità e con il fondo, magari potrebbe anche far bene anche le cronometro, ma secondo me ad oggi le sue caratteristiche sono diverse. Più esplosive, lo vedo molto più velocista.

Lo stesso Salvoldi diceva che come tipologia di corridore è più vicino a Milan, infatti occupa il suo stesso ruolo nel quartetto…

Dino ha ragione, le caratteristiche sono quelle anche se uno come lui, con le capacità che ha, può coprire più ruoli, perché uno che fa il chilometro da fermo così forte potrebbe potenzialmente fare anche la partenza e infatti con Milan in partenza, al lancio abbiamo vinto un mondiale, non dimentichiamolo… In un quartetto Magagnotti è un elemento preziosissimo perché come potenza generale, come picco, come resistenza ti consente di schierarlo in più posizioni.

Magagnotti sul podio del chilometro, vinto dal britannico Hobbs, anche lui inseguitore (foto UCI)
Magagnotti sul podio del chilometro, vinto dal britannico Hobbs, anche lui inseguitore (foto UCI)
Nelle altre specialità dell’endurance può emergere?

Ne abbiamo parlato con Salvoldi. Per questioni di tempo non ci si è potuto lavorare ma siamo convinti entrambi che sarebbe bellissimo vederlo nelle prove di gruppo, potrebbe essere un ottimo elemento per l’omnium, restando in un discorso legato alle gare del programma olimpico. Ma bisogna lavorare nel tempo anche dal punto di vista tecnico e tattico, provare, fare esperienza all’estero e un atleta come lui che inizia a correre in squadre importanti fatica a trovare il tempo necessario. Non nego però che come caratteristiche non mi spiacerebbe vederlo anche nelle prove endurance di gruppo. Farebbe faville…

Rosato: un terzo posto che vale il mondiale e i passi verso il 2026

08.09.2025
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Nella nostra ultima intervista Giacomo Rosato aveva definito il Giro della Lunigiana il vero esame per conquistare una maglia azzurra ai mondiali in Rwanda. Con le prestazioni messe insieme durante i quattro giorni tra Liguria e Toscana lo scalatore veneto ha convinto il cittì Salvoldi a convocarlo per la trasferta a Kigali. Giacomo Rosato si aggiunge così a Roberto Capello e Mattia Agostinacchio, manca solo il biglietto dell’aereo, ma a breve arriverà.

«Sono tornato a casa ieri – ci dice il ragazzo nato a Montebelluna – insieme ai miei genitori, mi hanno seguito per tutto il Giro della Lunigiana. Mi fa sempre piacere quando riescono a venire alle corse. Il terzo posto è un bel regalo per loro, ma anche per me. Direi che ci voleva. Era da inizio anno che avevo messo il mirino sul Lunigiana, per arrivarci al meglio sono andato in altura per due settimane. Sono sceso che avevo buone sensazioni».

Podio Giro della Lunigiana 2025: Seff Van Kerckhove, Anatol Friedl, Giacomo Rosato (foto Ptzphotolab)
Podio Giro della Lunigiana 2025: Seff Van Kerckhove, Anatol Friedl, Giacomo Rosato (foto Ptzphotolab)
Com’è stato preparare questo obiettivo come fanno i grandi?

Ho rischiato un po’ perché era la prima volta che andavo in altura, ne ho parlato con il mio preparatore, Mattia Gaffuri, e abbiamo trovato la via migliore. Siamo stati sulle venti ore settimanali, non volevamo esagerare per non stressare il fisico. Sono andato a Livigno, per i primi cinque giorni da solo, poi è arrivato Dino Salvoldi insieme agli altri quattro ragazzi selezionati. 

Facciamo un gioco, visto che avevi definito il Lunigiana come un esame finale, che voto ti dai?

8, anzi 8,5. Quel mezzo voto in più è per il podio che sono riuscito a conquistare ieri. Il Lunigiana è una corsa difficile, un terno al lotto costante. Devi farti trovare pronto in ogni momento, nella prima tappa ero davanti ma non ho voluto rischiare in discesa. Mentre il giorno dopo ero partito con l’idea di provarci, ho attaccato per provare a vincere. Forse mi sono mosso troppo presto, ma è arrivato un buon quarto posto.

Nella seconda tappa del Lunigiana Rosato (sullo sfondo) ha corso con in testa la vittoria e provando ad attaccare (foto Ptzphotolab)
Nella seconda tappa del Lunigiana Rosato (sullo sfondo) ha corso con in testa la vittoria e provando ad attaccare (foto Ptzphotolab)
Nella giornata di ieri, invece, il podio…

E’ stata una tappa difficile, la più impegnativa e anche quella con maggior dislivello. Sulla salita di Fosdinovo ho avuto un piccolo problema perché il norvegese Haugetun si è staccato poco dopo un tornante. Il gruppo era allungato e lui era davanti a me, mi ha fatto il buco nel momento in cui davanti hanno attaccato. Sono rientrato solamente a un chilometro dalla vetta, è stato uno sforzo incredibile. 

Salvoldi ha detto che si sarebbe aspettato qualche iniziativa in più dai suoi ragazzi.

Si andava forte ogni giorno, era difficile fare un’azione. Io nella tappa più adatta alle mie caratteristiche ci ho provato, magari avrei potuto attaccare anche nella seconda semitappa ma era uno strappo esplosivo non troppo adatto a me. Mentre ieri il ritmo era altissimo, attaccare quando sei in classifica è rischioso. Non ne valeva la pena.

Le qualità del corridore del team Fratelli Giorgi sono adatte al percorso iridato (foto team)
Le qualità del corridore del team Fratelli Giorgi sono adatte al percorso iridato (foto team)
Perché?

C’era in ballo un podio al Lunigiana, poi i primi due (Friedl e Van Kerckhove, ndr) andavano molto forte. Corro sempre per provare a vincere ma non è facile, quando sei in classifica ti guardano e sei costantemente marcato. Il francese Blanc, che ha vinto le ultime due tappe, era molto più libero perché ormai era fuori classifica. 

Che cosa ha detto di te questo Lunigiana?

Sono cresciuto molto, soprattutto se mi paragono con gli stranieri. A inizio anno mi sentivo un gradino sotto rispetto a loro, ora penso di essere allo stesso livello. Al mondiale in Rwanda si dovrà avere la giusta mentalità, provare a giocarci le nostre chance. La squadra è competitiva, si deve provare a fare qualcosa. 

Nel frattempo a inizio agosto hai avuto modo di correre con i colori che ti accompagneranno nel salto tra gli under 23…

Sono andato in Belgio, alla Aubel-Thimister-Stavelot, con la Cannibal Victorious, team juniores del Bahrain Victorious. Il prossimo anno passerò U23 con il loro devo team ed è stata una bellissima esperienza. Ora penso al mondiale e a conquistare un posto per l’europeo, poi guarderò al 2026. Ci sarà da lavorare tanto ma credo di essere pronto.

EDITORIALE / Sicurezza, il nuovo strumento del potere

08.09.2025
4 min
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Dopo le lettere e le proteste, sulla nuova normativa tecnica dell’UCI è sceso il silenzio, ma non sono spariti i punti di domanda e neppure l’indignazione (in apertura il presidente Lappartient). Si ottiene così la vera sicurezza? E’ confermata l’entrata in vigore per il 2026? Si parla della limitazione all’altezza del cerchio. La larghezza del manubrio. Il limite allo sviluppo metrico dei rapporti, per cui chi ha il 10 deve metterci una vite per impedire alla catena si scendere. I GPS sulle bici e la squalifica delle squadre che non si sono piegate a regole inesistenti e non condivise. Al di là delle implicazioni industriali e della noncuranza con cui le regole sono state diffuse e imposte, restano la perplessità sulla competenza di chi le ha pensate e il silenzio di chi avrebbe potuto quantomeno aprire il dibattito e ha preferito restare in silenzio.

E’ mai possibile che Gaia Realini e Jonathan Milan debbano sottostare alla stessa regola per la larghezza de manubrio? Perché si è disposta la serie delle misure per le bici da crono basandosi sulla statura degli atleti e non si è fatto lo stesso per i manubri? E soprattutto qual è stato il reale coinvolgimento delle parti coinvolte?

Il range di larghezza per i manubri non tiene conto delle misure degli atleti: Gaia Realini avrà esigenze diverse da Milan?
Il range di larghezza per i manubri non tiene conto delle misure degli atleti: Gaia Realini avrà esigenze diverse da Milan?

La bandiera della sicurezza

La bandiera della sicurezza sta diventando il nuovo strumento di potere, solo che questa volta la sventolano in tanti. L’UCI si è mossa sul fronte dei materiali e delle regole di gara, imponendo multe per il gregario che esulta, ma non dicendo nulla sui percorsi borderline che mettono a repentaglio la salute stessa degli atleti. Sul fronte interno si organizzano convegni con gli stessi attori di sempre, che difficilmente porteranno a qualcosa, e contestualmente si viene a sapere che il presidente Pella ha depositato una proposta di legge, facendola scrivere – così ha spiegato – agli ex corridori che ha coinvolto nella Lega del ciclismo professionistico.

In entrambi i casi manca completamente la condivisione. E se è vero che a proporre una legge può essere soltanto un parlamentare, sarebbe stato e sarebbe ancora auspicabile che la stessa fosse scritta dagli attori che da anni si battono – con esiti incerti – per il tema sicurezza. La capacità di aggregare e prendere il buono dalle proposte altrui è quello che potrebbe fare la differenza.

Il Comitato regionale toscano della FCI con il supporto di Neri Sottoli può vantare sui dispositivi di sicurezza Boplan
Il Comitato regionale toscano della FCI con il supporto di Neri Sottoli può vantare sui dispositivi di sicurezza Boplan

Il fronte spaccato

Dalla Toscana, è rimbalzata la notizia che Neri Sottoli e il Comitato regionale della FCI hanno portato in Italia i dispositivi di sicurezza Boplan. Nel resto nelle gare giovanili si continua invece a inciampare e cadere sui piedini delle transenne che sporgono di 15 centimetri.

Quello che dal nostro modesto punto di osservazione facciamo fatica a capire è se l’obiettivo sia davvero la sicurezza o ottenere il primato di aver raggiunto per primi un risultato. Nel convegno che si è tenuto giovedì scorso alla vigilia dell’Italian Bike Festival si sono ritrovati attorno a un tavolo attori che non hanno mai condiviso molto e hanno continuato a ribadirlo, col sorriso ma senza arretrare di un metro.

Mentre Paola Gianotti rivendicava la legge sul metro e mezzo, le bike lane e i cartelli all’ingresso dei comuni, l’avvocato Santilli si è affrettato a dire che la sua utilità sia prossima allo zero. Allo stesso modo si è preso atto che le modifiche auspicate del Codice della strada non siano servite a migliorare le cose, né sul piano della circolazione né su quello delle dotazioni tecniche previste per le bici. E mentre si diceva che la politica non riesce a recepire le istanze del ciclismo, l’onorevole Pella ribadiva che non è vero, che Salvini e Piantedosi sono sensibili al tema e che comunque una legge intanto l’ha presentata lui.

Il metro e mezzo è una conquista? Il tavolo di Misano era spaccato anche su questo. Qui Marco Cavorso, Paola Gianotti e Fondriest
Il metro e mezzo è una conquista? Il tavolo di Misano era spaccato anche su questo. Qui Marco Cavorso, Paola Gianotti e Fondriest

Nessuna reazione

Riassumendo. Facendo leva sulla scarsa partecipazione – indotta o colpevole – si va riformando il ciclismo stabilendo arbitrariamente norme e criteri non sempre condivisi. Chi è stato escluso giustamente protesta. Le cose non cambiano. E sulle strade e a volte nelle corse si continua a morire. Il bello è che nessuno si arrabbia davvero. Si subiscono leggi e gabelle senza mettersi di traverso, come si subirono squalifiche e angherie senza il minimo cenno di protesta.

Nella Formula Uno cambiano regole su regole: impongono marca e misura delle gomme, delle centraline elettroniche, il tipo di motore e la sua potenza, ma lo fanno con il dovuto anticipo. Nel tennis si oppongono ai verdetti dell’antidoping tutelando i loro atleti (non serve neppure fare nomi). Nel ciclismo non si arriva neppure a pensarlo. Nel ciclismo si punta a farsi dire grazie, probabilmente, per avere un’altra leva da tirare.

La stagione (solida) di Balsamo. L’analisi tecnica di Larrazabal

08.09.2025
6 min
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Anche ieri al Simac Ladies Tour Elisa Balsamo ha strappato un podio, anzi due. Uno nella generale e uno nella tappa. Rispettivamente è arrivata seconda e terza. Questo ennesimo buon piazzamento, ma non ancora una vittoria, ci porta ad analizzare la sua stagione. Una stagione che non si può non scomporre senza tenere presente un punto cruciale: l’incidente occorsole la passata stagione, quella della terribile caduta che mise in discussione persino le Olimpiadi. Il rientro rapido, il Giro Women e poi Parigi… Ma da lì in avanti non è stato facile. Oggi è comprovato che un atleta di vertice impiega oltre una stagione intera e senza intoppi per tornare al proprio livello.

Altro aspetto che può essere fuorviante: da sempre la carriera di Balsamo è accostata in parallelo a quella di Lorena Wiebes. E il fatto che l’olandese si trovi in stato di grazia può portare a un giudizio distorto. Per questo, per avere il quadro reale della situazione, ne abbiamo parlato con il capo dei coach della Lidl-Trek, Josu Larrazabal.

Josu Larrazabal è il capo dei preparatori in casa Lidl-Trek
Josu Larrazabal è il capo dei preparatori in casa Lidl-Trek
E quindi, Josu, partiamo facendo un quadro generale di Elisa Balsamo…

Alla fine la crescita di Elisa è costante e direi anche più solida. E’ più forte anche in salita. Come avete già accennato voi, non bisogna dimenticare l’incidente della passata stagione, che qualche intoppo poi lo ha portato nel corso dei mesi. No, no… per me la stagione di Elisa è solida.

E ieri ha concluso il Simac Ladies Tour al secondo posto…

Ecco, prendiamo proprio il Simac Ladies Tour: vedendo la classifica e gli ordini d’arrivo delle tappe, vinte quasi tutte dalla Wiebes, può sembrare sia stata una corsa di sole velociste e invece non è stato affatto così. Sì, alcune tappe erano veloci, ma non sono mancati strappi, brevi salite, ventagli, cronometro. Posso dirvi che Elisa non ha sbagliato un ventaglio. E’ sempre stata nel vivo della corsa.

Volendo fare la parte del diavolo, però la vittoria manca da un po’. E siamo abituati a vederla vincere con maggior frequenza…

La stagione è iniziata bene. La Balsamo ha vinto subito un paio di tappe e nella stagione delle classiche è stata bravissima. Ha vinto il Trofeo Binda, che non è affatto una corsa facile. E’ arrivata settima alla Milano-Sanremo, ha fatto podio a De Panne, Gand-Wevelgem e ha vinto la Scheldeprijs. Chiaro, non è a livello di vittorie del 2022, ma quella fu una stagione da record. Nel mezzo c’è stato un incidente importante, è di nuovo caduta al Tour de France Femmes e contestualmente c’è stato un grande salto di livello della Wiebes. E non è tutto.

Al Simac una Balsamo di grande sostanza, competitiva anche a crono
Al Simac una Balsamo di grande sostanza, competitiva anche a crono
A cosa ti riferisci?

Anche in squadra abbiamo avuto cambiamenti importanti, che non sono affatto da trascurare quando devi battere la Wiebes e la sua squadra, che è formidabile. Mi riferisco al fatto che abbiamo un treno nuovo, che deve ancora essere messo a punto. Sta anche a noi riuscire a darle il giusto supporto. Non siamo ancora al massimo sotto questo punto di vista, ma ci stiamo lavorando. Se una sprinter non vince uno sprint sembra sempre che manchi qualcosa, mentre noi tecnici valutiamo tutto anche sotto altri aspetti. Sappiamo che lei può ancora crescere. La Wiebes non so, altrimenti vince il Tour Femmes!

Prima hai accennato al fatto che Balsamo sia più forte anche in salita. C’è in corso una trasformazione fisica dovuta anche al fatto che quest’anno non ha fatto pista?

Dal momento che cambi approccio perché non fai pista è chiaro che qualcosina cambia. Se parliamo di trasformazione fisica nel senso che è più leggera, direi di no: il peso è più o meno quello. Ma con il coach e marito Davide Plebani stiamo facendo un ottimo lavoro. Il problema è che anche la Wiebes è più forte in salita e lo si è visto per come ha superato il Poggio e gli strappi di tante altre classiche.

Chiaro, è riduttivo ormai parlare “solo” di velociste…

In certi momenti diventa uno scontro uno a uno, devi stare al vento ma su questo vedo che Elisa è pronta. Vincere tre volte il Binda, che è una gara dura, non è cosa da semplici sprinter. Lo stesso fare seconda alla Parigi-Roubaix Femmes. Per questo sono convinto che arriverà anche il giorno in cui vincerà la Sanremo. Lo dico perché stiamo andando in quella direzione. Poi ripeto, se parliamo di vittorie aggiungo che in certi sprint non puoi fare tutto da sola: il supporto della squadra è vitale.

Balsamo è sempre più una leader del team e questo contribuisce alla sua crescita (foto Instagram)
Balsamo è sempre più una leader del team e questo contribuisce alla sua crescita (foto Instagram)
E’ previsto un ritorno in pista per Balsamo da qui a breve, a fine anno?

Non ne abbiamo parlato. I piani si fanno a dicembre anche con la federazione. Per quest’anno posso dire che non farà gare. Poi per i prossimi anni ci tornerà sicuramente, anche a noi fa piacere. Siamo abituati anche con altri atleti a stendere programmi misti, sono progetti importanti, ma ci sono certe pause da rispettare. Anche perché non si tratta solo di fare questa o quella gara, ma di programmare tutto: fasi di preparazione, gare su strada e su pista, ritiri, altura, fasi di recupero.

Quindi quale sarà il programma di Elisa Balsamo da qui a fine stagione?

Correrà fino alle ultime gare WorldTour in Cina. Prima farà Stoccarda, GP Wallonie, Tre Valli ed è in lista per il Giro dell’Emilia anche se in ogni caso non sarebbe al via per puntare, ma come avvicinamento alla Tour of Chongming Island che è una corsa a tappe sempre in Cina prima del Tour of Guangxi. Fare tante corse, specie WorldTour, per noi quest’anno è importante, non solo per il ranking a squadre, dove siamo quarte.

Con Copponi (in maglia verde) e Norsgaard un treno valido ma da migliorare ancora secondo Larrazzabal
Con Copponi (in maglia verde) e Norsgaard un treno valido ma da migliorare ancora secondo Larrazzabal
E anche per cos’altro?

Perché come detto siamo in una fase di transizione. Per il treno dobbiamo lavorare su certi automatismi. Emma Norsgaard, Clara Copponi e poi Balsamo. Ma in generale lo scorso anno avevamo due atlete come Gaia Realini, che quest’anno si è dovuta riprendere, e una certa Elisa Longo Borghini che in determinate corse facevano un certo lavoro. Non sono due atlete banali. E per dire quanto sia cresciuta Elisa: a Durango, corsa molto dura, ha aiutato molto il team. Una gara del genere nel 2024 con Longo e Realini l’avremmo controllata più facilmente.

Chiaro…

Elisa è stata la chiave della vittoria anche se personalmente, guardando l’ordine d’arrivo, non era davanti. Una vera donna-squadra. Si staccava, rientrava, tirava… Per questo dico che è solida. Alla fine le vittorie sono le stesse dell’anno scorso ma con tanti secondi posti in più. Basta che tre di quei secondi posti fossero vittorie e già sarebbe cambiato tutto.

Kigali, la conferma di Valverde: sarà la Spagna di Ayuso

08.09.2025
4 min
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MISANO ADRIATICO – Valverde non ha mai manifestato particolari tensioni alla vigilia di una gara importante. Eppure con l’avvicinamento del primo mondiale da tecnico spagnolo, il murciano ammette che un po’ di nervosismo sta arrivando. Detto questo, Alejandro non è un tecnico che assilli i corridori, seguendoli passo dopo passo. E’ andato alla Vuelta nel giorno di riposo. Ci tornerà di certo, ma da corridore ancora (quasi) in attività, sa che a questo punto della stagione c’è poco da programmare. Il lavoro s’è fatto all’inizio dell’anno e poi con l’estate: adesso si tratta solo di raccogliere le sensazioni e comporre il puzzle. Le vittorie di Ayuso e Soler alla Vuelta mettono di buon umore il commissario tecnico, invitato all’Italian Bike Festival da Canyon, di cui è testimonial.

«Dimmi una cosa – fa sorridendo – ti sei vaccinato? Io no e non lo farò. I corridori sono liberi di scegliere. Non ho ancora la lista definitiva, ma credo che arriveranno al punto giusto. Quasi tutti quelli che porterò sono in gara alla Vuelta. Ci tornerò, ma ci sono già stato a Pamplona per il giorno di riposo. Ma soprattutto li seguirò in televisione e parlerò con loro al telefono».

Valverde è stato invitato a Italian Bike Festival da Canyon, di cui è testimonial
Valverde è stato invitato a Italian Bike Festival da Canyon, di cui è testimonial
Da noi si parla della difficoltà di fare squadre diverse per mondiale ed europeo. La Spagna porterà gli stessi uomini?

Alcuni vogliono farli entrambi, perché gli impegni sono compatibili. Forse la crono è un po’ troppo ravvicinata alla strada, ma quelli sono due percorsi diversi. La crono del mondiale è molto dura, 40 chilometri veramente impegnativi. La crono degli europei invece è veloce e più corta: sono 24 chilometri.

Che cosa ti sembra del percorso dei mondiali su strada?

E’ pazzesco, molto duro, molto esigente. Lo è per il percorso, per l’altitudine e per il dislivello. Si passa tante volte sul traguardo, penso che ci saranno pochissimi corridori all’arrivo, ma chi finisce sarà il migliore. E’ un mondiale dove si dovrà arrivare con tanta voglia di correre.

Sarà la Spagna di Ayuso o ci sono anche altri?

Penso che la squadra sia abbastanza completa, ma in finale l’uomo più forte è certamente Ayuso. Andiamo con parecchi sogni e tanta voglia.

Sabato alla Farrapona la vittoria di Soler ha rallegrato (non poco) Valverde
Sabato alla Farrapona la vittoria di Soler ha rallegrato (non poco) Valverde
Che cosa pensi della scelta di Ayuso di lasciare la UAE?

E’ una decisione sua, io non ci posso entrare. Non è buono che la notizia sia venuta fuori durante la Vuelta, perché ha coinvolto tutti. Non solo Juan, anche la UAE e Almeida, anche se non si nota dai risultati, perché continuano a vincere. Però è chiaro che in qualche modo ha inciso.

Sarebbe stato un percorso adatto a un corridore come Valverde?

Credo che lo sarebbe ancora (ride, ndr). Potrebbe essere adatto a me perché non ci sono salite molto lunghe e il finale è su uno strappo, con il pavé a due chilometri dall’arrivo.

Come si batte Pogacar?

Arrivando prima di lui (ride ancora, ndr). Bisogna sperare che abbia un giorno negativo, perché può succedere che abbia una giornata storta. Alla fine anche lui è umano, ma non possiamo certo impostare la nostra corsa su questo. Dobbiamo avere una strategia di squadra. Cercare di farlo lavorare al massimo, cose che vedremo durante la corsa.

La popolarità di Valverde non ha confini: al pari di Nibali, le richieste di foto e autografi è stata massiccia
La popolarità di Valverde non ha confini: al pari di Nibali, le richieste di foto e autografi è stata massiccia
Come è stata questa prima stagione come tecnico della nazionale?

All’inizio è stato tranquillo. Tutti lavorano con la loro squadra, hanno un calendario molto ricco, quindi non si possono disturbare. Ora è tutto più ravvicinato, molto più complicato. Non posso dire di essere emozionato, ma certo un po’ nervoso. Quando sei corridore, sei pure nervoso, ma ora è diverso. Ho sufficiente supporto, ma può anche capitare che delle cose sfuggano. In fondo il fatto che sia il primo mondiale significa anche che qualcosa devo ancora imparare…

Bilancio dal Lunigiana: per Salvoldi serve più coraggio

07.09.2025
5 min
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La tappa finale del Giro della Lunigiana porta con sé le ultime risposte in merito alla classifica generale, con un rimescolamento di carte per quanto riguarda il terzo e ultimo gradino del podio (in apertura foto Ptzphotolab). Giacomo Rosato scalza il norvegese Kristian Haugetun, mentre il francese Johan Blanc bissa il successo di ieri nella tappa del pomeriggio portando a due il bottino nella Corsa dei Futuri Campioni. Come sempre sulle strade della Toscana e della Liguria non è mancata la presenza di Dino Salvoldi, tecnico della nazionale juniores. Il suo sguardo sulla corsa ci permette di avere una chiave di lettura legata all’ultimo impegno della stagione che lancia i mondiali di Kigali. 

«Il Lunigiana – dice il cittì mentre rientra verso casa – ha insegnato a noi italiani che dobbiamo rimanere con i piedi per terra. Quando si hanno le gambe non si deve correre con in testa il piazzamento, correre per vincere è una cosa totalmente differente. E’ una sensazione che mi porto a casa, non legata a qualcuno, ma a un atteggiamento generico di volersi accontentare. Accetto che possa arrivare un piazzamento, ma se arriva dopo che si è dato tutto per provare a vincere. A mio avviso è mancata questa cosa in alcune occasioni».

Il cittì Salvoldi cerca maggiore coraggio nei suoi ragazzi in vista del mondiale in Rwanda (foto Ptzphotolab)
Il cittì Salvoldi cerca maggiore coraggio nei suoi ragazzi in vista del mondiale in Rwanda (foto Ptzphotolab)
Che bilancio fai di questo Lunigiana?

Il livello medio si è alzato, ma anche i nostri ragazzi sono più forti. Non ci sono più le eccellenze di questi ultimi due anni, serve maggiore caparbietà e lettura tattica, in particolare chi ha le gambe per cercare di vincere deve imparare a provarci. 

Ti aspettavi qualcosa di più dopo il lavoro in altura con i cinque ragazzi selezionati?

No, questo no. Le scelte di preparazione sono prioritarie al risultato. In altura a Livigno abbiamo lavorato per il mondiale in Rwanda, quindi è normale che alcune scelte non siano state funzionali al Lunigiana. Dai cinque ragazzi portati a Livigno (Davide Frigo, Roberto Capello, Giacomo Rosato, Mattia Proietti Gagliardoni e Mattia Agostinacchio, ndr) non mi aspettavo nulla di più. 

Il Giro della Lunigiana quest’anno è partito da Piazza de Ferrari a Genova (foto Ptzphotolab)
Il Giro della Lunigiana quest’anno è partito da Piazza de Ferrari a Genova (foto Ptzphotolab)
Avevi in mente di cercare i tre nomi del mondiale da questi cinque?

Avrei deciso la formazione del mondiale dopo il Lunigiana, e i nomi per l’europeo sarebbero usciti dopo il Buffoni (che si correrà domenica 15 settembre, ndr). I ragazzi lo sapevano, e il passato lo conferma. Lo scorso anno Consolidani e Remelli non sono venuti in altura a Livigno ma poi li ho portati a Zurigo. Anche perché la categoria juniores a breve scadenza propone nomi nuovi.

Però dei nomi li avevi?

Sicuramente Roberto Capello e Mattia Agostinacchio erano già due nomi che avevo in testa, per diversi motivi. Un posto libero c’era, vero che è poco ma andremo in Rwanda a ranghi ridotti. Tutti i ragazzi sapevano di potersi giocare una chance, ma ho visto ragazzi con gambe per poter vincere accontentarsi di un piazzamento. Le corse nel ciclismo moderno iniziano al chilometro zero e finiscono dopo la linea d’arrivo. 

Ti è dispiaciuto non riuscire a vedere Agostinacchio?

Sì ma l’ho sentito e ho visto che in questi due giorni ha raccolto due ottime prestazioni. Anche senza vederlo sono sicuro abbia dato tutto per fare del suo meglio. 

Da Capello ti saresti aspettato qualcosa in più?

No, anche perché è rimasto coinvolto in una caduta nella prima tappa del Lunigiana. Ha preso un distacco importante e il giorno dopo era parecchio nervoso. Però poi si è ripreso e nella tappa di oggi è stato tra i primi a muoversi

Johan Blanc oggi a Terre di Luni ha firmato il suo secondo successo di tappa (foto Ptzphotolab)
Johan Blanc oggi a Terre di Luni ha firmato il suo secondo successo di tappa (foto Ptzphotolab)
Questo posto libero per il mondiale chi lo prende?

Giacomo Rosato. Sia per la prestazione al Lunigiana, dalla quale è nato il terzo posto finale, ma anche per la continuità mostrata durante l’anno. Da lui mi aspetto tutto quello che abbiamo detto in precedenza, deve correre per provare a vincere, come ha fatto a Vezzano Ligure nella seconda tappa. 

Dei nostri avversari cosa dici?

L’Austria ha dimostrato di avere una squadra forte, oltre a tante individualità di spicco (uno su tutti è Anatol Friedl, ndr). Mentre la Francia non ha brillato molto durante l’anno, ma al Lunigiana ha ritrovato il suo modo di correre. Il Belgio, che ha vinto la corsa con Seff Van Kerckhove, si è mosso bene. 

Che mondiale ti aspetti?

Di difficile interpretazione. Ho qualche perplessità sul fatto che possa essere davvero duro, il dislivello c’è ma dipende sempre da come si distribuisce. Sicuramente non sarà una gara aperta alle sorprese. Credo che i nostri tre ragazzi possano provare a fare la corsa. Mentre l’europeo è impegnativo e molto vicino alle caratteristiche di uno scalatore puro. Ma per dire dei nomi voglio prima capire quanti corridori potrò portare.