La Trek Madone di Simone Consonni: posizione e setup

07.09.2025
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MISANO ADRIATICO – E’ una delle bici più iconiche del gruppo e uno dei modelli di punta di Trek: la Madone. Sotto le gambe di Simone Consonni, velocista del Lidl-Trek, questo mezzo assume un valore particolare. Aerodinamica, guidabilità e sicurezza sono i pilastri di una bici pensata per correre a tutta velocità, ma anche per garantire stabilità nei tratti più tecnici.

In questa intervista, Consonni ci racconta i dettagli della sua Madone, dalle scelte di posizione ai materiali, dalle ruote alle coperture fino alle preferenze per rapporti e pedali. Un viaggio dentro la bici di un professionista (con il professionista) fatto di piccoli accorgimenti che possono fare la differenza quando la vittoria si gioca su pochi watt.

La Trek Madone di Consonni. Qui quella da allenamento con borracce tradizionali e anche la videocamera posteriore montata per l’occasione dell’IBF
La Trek Madone di Consonni. Qui quella da allenamento con borracce tradizionali e anche la videocamera posteriore montata per l’occasione dell’IBF
Simone, qual è la prima cosa che vuoi dalla tua bici?

Sicuramente la sicurezza. E’ un tema molto discusso ultimamente e con questo modello il miglioramento è evidente. A livello di guida e tenuta, anche in discesa, la bici è incredibilmente ferma e facile da utilizzare, soprattutto quando bisogna spingere forte. Noi la portiamo all’estremo, ma questo si riflette anche per chi la usa tutti i giorni sulle strade, che purtroppo sono sempre più pericolose. Per me questa è la caratteristica principale.

Da velocista, immaginiamo che il secondo punto cardine sia l’aerodinamica…

Esatto. Già la “vecchia” Madone era ottima, ma con questa abbiamo fatto un passo avanti. In più le borracce aerodinamiche sono una chicca che dà un vantaggio reale e grazie a Trek e agli altri componenti abbiamo una delle bici più veloci del gruppo. In un ciclismo che va sempre più forte, avere un mezzo così è fondamentale.

Per quanto riguarda la posizione, hai cambiato qualcosa negli ultimi anni?

Non ho stravolto molto a dire il vero. Ho solo accorciato leggermente le pedivelle: da 172,5 sono passato a 170. Il manubrio è da 37, abbastanza stretto, l’attacco da 120 negativo. La mia posizione è rimasta simile, ma mi sono leggermente avanzato e negli ultimi anni ho inclinato sempre di più la sella, anche questa in negativo per avere più stabilità quando spingo. Sono piccoli accorgimenti che aiutano a cercare quel watt in più.

Le selle inclinate, Simone, sono una tendenza che notiamo sempre di più ma la domanda è: non si scivola in avanti?

Secondo me dipende da persona a persona. Io devo dire che non ho troppo questa problematica e penso che sia un discorso legato non solo alla bici e alla posizione ma a tutto il “pacchetto” dei materiali. Mi spiego: con la sella Bontrager e i pantaloncini Santini non ho mai avuto problemi di stabilità di scivolamenti in avanti. Il materiale che abbiamo a disposizione è davvero al top, quindi posso permettermi un’inclinazione più decisa, più racing senza inconvenienti.

Più o meno qual è l’inclinazione della tua sella?

Meno 5°. E’ abbastanza inclinata, ma solo da un anno circa: prima la tenevo a meno 2°. Mi dà la sensazione di avere il bacino più libero. Sono dettagli che scopri anno dopo anno, cercando sempre di perfezionare la posizione. Lo ammetto però: i meccanici soffrono un po’, perché sono molto pignolo! Il mio meccanico di riferimento è Mauro Adobati e sono il suo incubo. Pensate che quando viaggio, nelle trasferte, mi porto sempre reggisella e sella da casa.

Il lombardo in azione nelle fasi che precedono lo sprint. La Trek Madone si adatta perfettamente anche alle sue doti di pistard
Il lombardo in azione nelle fasi che precedono lo sprint. La Trek Madone si adatta perfettamente anche alle sue doti di pistard
Parliamo di ruote: qual è il tuo setup preferito?

Fino all’anno scorso usavo quasi sempre le 51, perché il vecchio telaio Madone era più massiccio. Con questa nuova mi piace alternare le 51 con le 62, soprattutto nelle corse più veloci e con poco dislivello. Sui percorsi misti le 51 vanno benissimo, ma le 62 possono dare quel watt in più che fa la differenza. In questi ciclismo bisogna limare su tutto!

E per le coperture?

Uso quasi sempre le Pirelli da 28 millimetri. Quest’anno non ho fatto molto Nord, ma abbiamo a disposizione anche i 30 millimetri che si usano soprattutto per quelle corse. Con i 28 millimetri però copri la maggior parte delle situazioni, direi il 95 per cento delle gare. Per una Roubaix, chiaramente, serve un setup più particolare.

Cosa ci dici dei rapporti?

Grazie a SRAM uso la cassetta 10-36 con il monocorona. Mi piace molto il 54 denti davanti: con il 10-36 vai dappertutto. Anni fa le corse si affrontavano diversamente e nelle prime ore potevi risparmiarti con il “rampichino” per esagerare il concetto. Oggi se provi a salvare la gamba sei già fuori. Con questo setup invece hai sempre margine.

Le più utilizzate? Le gomme da 28 millimetri
Le più utilizzate? Le gomme da 28 millimetri
Capitolo pedali: da velocista prediligi un attacco molto stretto?

Sì, abbiamo i Time aero (gli XPRO 12 SL, ndr) ed uso la tacchetta fissa. Voglio il piede ben fermo sul pedale, per me è fondamentale. E’ una questione di feeling, di dispersione di energia ma anche si sicurezza.

Molti professionisti oggi prendono la bici con l’impugnatura alta sulle leve. Vale anche per te, Simone?

Sì, ormai mani alte per il 90 per cento del tempo. Si è visto che è anche più aerodinamico anche quando si spinge. Anche per questo si mette un attacco un po’ più lungo e puoi “simulare” tra virgolette la posizione da crono. La presa bassa ormai si usa solo nelle volate e in discesa.

Però con i tanti dossi che ormai s’incontrano soprattutto negli attraversamenti dei centri abitati non rischi di perdere la presa e di scivolare in avanti?

In parte è vero, ma con le nuove leve SRAM la situazione è migliorata molto. Sono più ergonomiche, rialzate in avanti e ti permettono di stare ore in comodità e in sicurezza in posizione aerodinamica.

Ultime corse di Puccio: grande professionista e uomo perbene

07.09.2025
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MISANO ADRIATICO – Il 31 agosto, nel giorno in cui alla Vuelta Vingegaard batteva Pidcock alla Estación de Esquí de Valdezcaray, Salvatore Puccio impegnato a Plouay annunciava il suo ritiro dopo 14 stagioni di professionismo. Il siciliano cresciuto in Umbria e padre di un bimbo di due anni e mezzo, è stato per anni la bandiera solida e discreta del Team Ineos Grenadiers, che quando ci entrò si chiamava semplicemente Team Sky. Quando lo incontriamo nei viali dell’Italian Bike Festival ha l’espressione rilassata di uno studente alla fine di maggio. Il suo percorso sta per finire, i compiti li ha fatti e nelle sue parole si percepisce la curiosità per la nuova vita che lo attende. Trentasei anni sono tanti per un corridore, molti meno per tutti gli altri.

Salvatore è abbronzato e tirato, pronto per correre. Occhiali da sole con le lenti tonde e grandi che gli danno l’aspetto più sbarazzino. La tuta nera e accanto Omar Fraile e l’addetta stampa della squadra che lo segue e scandisce i tempi tra un impegno e il successivo. Lo conosciamo dal 2010 e non c’è stato un solo giorno in cui non si sia dimostrato una persona perbene.

Giro d’Italia 2013, il primo di Puccio: il Team Sky vince la cronosquadre a Ischia e Salvatore veste la maglia rosa
Giro d’Italia 2013, il primo di Puccio: il Team Sky vince la cronosquadre a Ischia e Salvatore veste la maglia rosa
Quando hai cominciato a pensare di fermarti?

Gli ultimi due anni hanno avuto alti e bassi. L’età si fa sentire, i giovani vanno fortissimo quindi è stata una decisione naturale. Dopo le difficoltà del 2024, mi ero detto che in ogni caso questo sarebbe stato un anno di prova. Mi sono messo in testa di ripartire bene. Infatti quest’inverno mi sono allenato più che in tutti i quattordici anni da professionista. Purtroppo però già alla Tirreno non avevo delle buone sensazioni, per cui l’obiettivo è diventato fare il Giro e vedere cosa sarebbe venuto fuori nella prima settimana. Mi sono allenato al massimo, facendo il professionista al 110 per cento. Magari un altro anno potevo continuare, poi ho avuto l’infortunio al Tour of the Alps e lì ho pensato che fosse un segnale (sorride, ndr). Ho recuperato. Sono tornato alle gare e sto continuando ad allenarmi al 100 per cento, ma ho capito che è tempo di smettere.

Perché?

L’età è quella giusta. Ho sempre visto maluccio chi continuava dopo una certa età, trascinandosi. Non mi piaceva lasciare il ciclismo pensando che mi avrebbero visto come un… cadavere. Ci sta che negli ultimi anni di contratto non rendi più, non puoi sapere come starai l’anno dopo. Per cui ho fatto una scelta decisa. Sono contento, non ho nessun rimpianto, rifarei tutto allo stesso modo. Forse mi sarebbe piaciuto andare una volta al Tour, ma ho fatto per tanti anni il Giro in cui sono stato sempre molto rispettato.

Colle delle Finestre al Giro del 2018: Puccio tira nel tratto asfaltato. Dietro Froome prepara l’attacco che gli darà la maglia rosa
Colle delle Finestre al Giro del 2018: Puccio tira nel tratto asfaltato. Dietro Froome prepara l’attacco che gli darà la maglia rosa
Tanti fanno fatica a smettere, tu sembri molto deciso.

Quanto potrei fare ancora? Uno o due anni per allungare l’agonia? Gli anni importanti, quelli in cui molti corridori fanno un po’ “i vagabondi” perché tanto hanno il contratto, io li ho fatti al 100 per cento. Fortunatamente nella mia carriera non ho mai avuto tanti infortuni, quindi ho corso sempre. Alcuni colleghi restano attaccati all’ultimo contratto per mettere via ancora qualche soldino, perché prima si sono presi degli anni sabbatici. Io sono stato professionale al 100 per cento. Quando era necessario ho lavorato e adesso ho tutto il tempo per andare alle feste. Ho 36 anni, per la vita normale sono giovanissimo.

La prima svolta c’è stata quando hai lasciato Monaco per tornare a Petrignano?

Quello era stato più per la famiglia. Era nato mio figlio e con mia moglie c’era un accordo iniziale. Anche a lei piaceva vivere lì, ma sempre con un occhio al paese. Quando è nato il bambino avremmo comunque dovuto cambiare casa anche a Monaco e poi sinceramente avrei voluto che mio figlio Tommaso crescesse con i nonni, dargli una famiglia vera. Noi corridori viaggiamo 200 giorni l’anno e il bambino sarebbe cresciuto solo con sua madre. Invece così è a casa, i suoceri abitano sotto, i miei genitori sono a 6 chilometri. Ci sono gli zii, è tutta un’altra vita. E’ una famiglia e a me piaceva che crescesse con una famiglia. Monaco è una piccola città, ma è anche grande. Non conosci neanche quello che ti abita accanto.

Puccio ha chiesto di conservare una sola bici: la Pinarello celeste del mondiale 2017 a Bergen
Puccio ha chiesto di conservare una sola bici: la Pinarello celeste del mondiale 2017 a Bergen
Quando tuo figlio ti chiederà che corridore è stato suo padre Salvatore Puccio, che cosa gli racconterai?

Che è stato un professionista. Nel suo ruolo, ma un professionista. Non mi sono mai lamentato, non sono mai stato male. Ho visto molte volte corridori, anche miei compagni, non presentarsi alle corse dicendo che stavano male. Mi sembra di essermi ritirato solo una volta in Australia, perché stavo male. Non ho mai chiamato il giorno prima perché avevo la febbre o un virus. A 36 anni inizi a valutare anche queste cose. Questo è il periodo dell’anno in cui ci si ammala, a me non è mai successo.

Hai detto che quest’inverno ti sei allenato tantissimo: adesso che lo hai annunciato hai ancora voglia di allenarti?

E’ duro partire, però ieri ho fatto distanza, visto che per venire qui a Misano non sarei andato in bicicletta. Due giorni fa ho fatto una doppia uscita, perché queste sono le nuove tipologie di allenamento. A 20 giorni dalla fine carriera potevo anche scrivere all’allenatore e dirgli che non avevo voglia, oppure la mattina potevo inventarmi che stavo male. Invece mi sono fatto due giorni pieni di lavoro. La mattina con blocchi di un’ora e mezza e 40 minuti al medio. E la seconda uscita fuori soglia. E’ roba da pazzi per uno che tra due settimane smette. Mancano tre gare, ci posso andare in scioltezza, ma voglio essere serio sino all’ultimo. Ho chiesto solo di fare le ultime corse in Italia, è la sola cosa che ho chiesto.

Per gli italiani del Team Ineos Grenadiers, Puccio è stato per anni un riferimento. Qui con Ganna all’Etoile de Besseges 2021
Per gli italiani del Team Ineos Grenadiers, Puccio è stato per anni un riferimento. Qui con Ganna all’Etoile de Besseges 2021
Quanto è cambiato l’allenamento da quando sei passato?

Quello che fa impressione sono gli allenamenti sui rulli tutti vestiti. Quest’anno l’ho fatto anche io. All’ultimo anno da professionista, mi sono dovuto vestire dentro il garage col termico, la cuffia e sudare per avere vantaggio dall’heat training. Quest’anno mi sono iscritto anche in palestra, andavo due volte a settimana alle sei me mezza del mattino. Un’ora e mezzo di palestra e poi andavo in bici.

Sei passato professionista dopo aver vinto il Giro delle Fiandre U23, ma non hai mai avanzato pretese…

Quando sono arrivato qui, la squadra era forte. C’erano Cavendish e Wiggins, in tutte le gare in cui andavo c’era un capitano. Non è come oggi, che arriva il diciottenne, gli dici di andare a tirare e ti risponde di mandarci un altro, perché lui fa classifica. Poi ho visto che facendo quel tipo di lavoro, ero rispettato in squadra. Ho guadagnato bene, almeno per il mio ruolo. Quando fai il capitano c’è molto più stress, devi rimanere ad alto livello. Quindi ho detto che andava bene così.

Puccio ha lavorato con tanti leader. Qui è con Carapaz, che nel 2022 perderà la rosa nel finale sul Fedaia
Puccio ha lavorato con tanti leader. Qui è con Carapaz, che nel 2022 perderà la rosa nel finale sul Fedaia
Qual è il capitano più in gamba per cui hai lavorato?

Capitani ne ho avuti diversi, ma il più maniacale era Froome. In gara faceva da corridore, allenatore, direttore. Lui vedeva tantissimo la gara. Poi ce ne sono stati tanti. Thomas poteva partire anche con un’altra bici, perché non se se sarebbe accorto. C’è stato Bernal, c’è stato Tao. Ho vinto il Giro con Froome, Bernal e Tao, poi la Vuelta con Froome. E devo dire che in quella Vuelta del 2017 stavo bene. E’ stata una delle gare in cui sono stato meglio. Ero stato in altura, avevo fatto una settimana a Livigno e una sullo Stelvio. Avevo uno stato di forma pazzesco, in confronto alle altre gare, dove soffri sempre. Lì soffrii, ma il giusto. Adesso invece ho solo tanto mal di gambe.

Ci sarà ancora la bicicletta nella vita di Salvatore Puccio?

Per fare passeggiate da caffè. Tutt’ora quando vengono con me gli amici che fanno quattro ore con me, io poi mi ritrovo morto sul divano il pomeriggio e mi chiedo come facciano.

Salvatore Puccio, classe 1989, è pro’ dal 2012. Ha sempre corso nel gruppo Ineos Grenadiers, prima Team Sky
Salvatore Puccio, classe 1989, è pro’ dal 2012. Ha sempre corso nel gruppo Ineos Grenadiers, prima Team Sky
Hai deciso insieme a tua moglie che avresti smesso?

No, l’ho deciso da solo. Mia moglie mi diceva di smettere già da diversi anni (ride, ndr). E adesso c’è da organizzarsi una vita. Sono ancora giovane, stare tutto il giorno in casa è anche negativo. Mi sono iscritto al corso di direttore sportivo, mi piacerebbe rimanere in questo sport. Ho fatto la prima corsa che avevo sette anni. Ho fatto gli ultimi allenamenti, anche ieri, facendo strade che forse poi non vedrò più. Addirittura mi sono lanciato su una strada sterrata e ho pensato che se avessi bucato, mia moglie non sarebbe venuta a prendermi.

Cosa terrai della tua carriera?

Una maglia per ogni stagione e la bici azzurra dei mondiali di Bergen del 2017. Ho conservato anche tutti i dorsali dei Grandi Giri. Dieci Giri e sette Vuelta. Sono stato per 14 anni nella stessa squadra perché mi hanno valorizzato. Non ho vinto nemmeno una corsa, ma ho due secondi posti: una al Giro e una alla Vuelta. Ho avuto poche possibilità e ho perso da Cummings e De Marchi, due esperti delle lunghe fughe. Si vede che era destino che non vincessi.

L’Italia del Lunigiana: Magagnotti esulta, Pavi Degl’Innocenti quasi

06.09.2025
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FIVIZZANO – Il sabato/spezzatino del Giro della Lunigiana regala gioie ai colori del nostro ciclismo. La semitappa del mattino se la prende Alessio Magagnotti, quella del pomeriggio va al francese Johan Blanc su Giulio Pavi Degl’Innocenti. La maglia verde Seff Van Kerckhove rafforza la propria leadership guadagnando qualche secondo sui diretti rivali.

Esulta Magagnotti

Dopo le prime due frazioni con tante salite, la semitappa del mattino della terza giornata del Giro della Lunigiana diventa teatro per i velocisti. Sul lungomare di Marina di Massa e sotto lo sguardo di “Ale-jet” Petacchi, Magagnotti inscena una volata magistrale che non lascia spazio ai rivali a quasi 50 chilometri orari di media. Dietro al 18enne trentino chiudono Brandon Fedrizzi (Rappresentativa Bolzano) e Christian Pighin (Friuli-Venezia Giulia) per una top 10 molto italiana con otto nostri ragazzi (sette nelle prime altrettante posizioni).

«Oggi ci tenevo a vincere – dice Magagnotti subito dopo l’arrivo – visto che a Chiavari nella prima tappa ci ero andato molto vicino. In quella circostanza avevo perso l’attimo. I tre fuggitivi hanno dimostrato di aver avuto una marcia in più in discesa. Forse ho sbagliato a non accorgermene subito che avevano allungato. Comunque ci sta perché sapevano che se fossimo arrivati in volata sarei stato avvantaggiato».

Alle spalle di Magagnotti ci sono Fedrizzi della Rappresentativa Bolzano e Pighin del Friuli-Venezia Giulia (foto Ptzphotolab)
Alle spalle di Magagnotti ci sono Fedrizzi della Rappresentativa Bolzano e Pighin del Friuli-Venezia Giulia (foto Ptzphotolab)

L’anno prossimo lo junior della Autozai-Contri passerà alla Red Bull Bora Hansgrohe Rookies, però la sua mente non è ancora proiettata alla nuova categoria. «Finito il Lunigiana – continua Alessio – tornerò da queste parti per il Trofeo Buffoni, poi dovremo delineare il calendario. Al momento sto solo pensando di finire bene la stagione. A quello che verrà ci penserò più avanti».

Vittoria nata da… un video

Quello di Marina di Massa è l’undicesimo successo stagionale su strada di Magagnotti, oltre all’oro europeo e i due mondiali in pista. Un curioso antefatto allo sprint vincente ce lo svela proprio Alessio mentre rende merito ai compagni.

«Ho dovuto fare una volata di potenza – ci dice riferendosi ad un aneddoto – perché ero restato un po’ troppo indietro e un po’ troppo all’aria. Devo ringraziare la squadra che ha fatto un ottimo lavoro nel finale per permettermi di essere della contesa. Non conoscevo gli ultimi chilometri della tappa, ma ieri sera un mio amico mi ha girato un video fatto da lui proprio degli ultimi cinque chilometri, dove era presente una complicata rotonda in fondo ad un cavalcavia.

«Quello poteva essere il punto decisivo – conclude Magagnotti – per non restare imbottigliato e stare nelle prime posizioni poteva essere un vantaggio. Ho cercato quindi di fare così, solo che essendoci transitato in quarta ruota mi sono accorto che forse ero davanti troppo presto. Ai tre chilometri era ancora lunga e mi sono lasciato sfilare, forse anche troppo. A quel punto ho fatto la volata che vi ho detto prima. Comunque sì, quel video mi ha aiutato tanto per vincere».

Pavi Degl’Innocenti protagonista

A Fivizzano negli ultimi tre anni ci hanno vinto Widar, Magnier e Martinez e la lista viene allungata da Johan Blanc, un altro francese, che nel prossimo biennio correrà nella devo team della Groupama-Fdj. Questo passista-scalatore che arriva da Rodez (alla quinta vittoria stagionale), che si era presentato al Lunigiana con una forma non ottimale e che punta ai prossimi obiettivi con la sua nazionale, è stato uno dei tre promotori dell’attacco decisivo quando mancavano tremila metri alla fine. Nella sua scia ha chiuso Giulio Pavi Degl’Innocenti, figlio di Dimitri ex pro’ a cavallo degli anni ‘90/2000. Col ragazzo di Montelupo Fiorentino, che durante l’anno difende i colori della Vangi-Il Pirata ci siamo fatti raccontare la sua giornata.

«Siamo rimasti soli fino al triangolo rosso – dice Giulio in zona premiazioni – e sull’ultimo tornante ho provato a partire sul pavè, tuttavia senza fare la differenza e venendo superato da Blanc allo sprint. E’ stata una volata lunga perché non volevamo farci riprende dal gruppo (nel terzetto c’era anche Frigo, poi quarto al traguardo, ndr). Peccato perché oggi sono andato vicino a fare una giornata quasi perfetta.

«Al mattino – prosegue – ho fatto sesto in volata nonostante ai 200 metri mi si sia rotta la tacchetta sotto la scarpa. Non avrei vinto sicuramente, però magari avrei fatto un podio anche in quel caso. L’anno prossimo passo U23, ho avuto contatti con qualche formazione, ma ancora nulla di concreto. Voglio fare bene nelle prossime gare, però anch’io come ha detto Morlino ieri, spero che questi bei piazzamenti servano per attirare ulteriormente l’attenzione».

Giulio Pavi Degl’Innocenti è figlio di Dimitri, ex pro’ anni ’90/2000. E’ un passista-scalatore con un bello spunto veloce
Giulio Pavi Degl’Innocenti è figlio di Dimitri, ex pro’ anni ’90/2000. E’ un passista-scalatore con un bello spunto veloce

Come papà, ma più veloce

Guardando l’ordine dei partenti tanti nomi di questi giovani saltano all’occhio perché evocano quelli già sentiti attraverso i loro padri. E’ il caso proprio di Giulio.

«Non se ne sentono tanti di cognomi del genere – racconta sorridendo – e quindi avevate immaginato giusto. Ho iniziato a correre praticamente da G1 (giovanissimi, ndr) seguendo le orme di mio padre e grazie a lui. Ho le sue caratteristiche da passista che tiene bene su strappi e salite corte, però sono decisamente più veloce (sorride ancora, ndr). Non ho un vero e proprio idolo, diciamo che mi piace molto Van Aert».

Van Kerckhove col terzo posto a Fivizzano ha rafforzato la sua leadership, ma teme l’ultima tappa
Van Kerckhove col terzo posto a Fivizzano ha rafforzato la sua leadership, ma teme l’ultima tappa

Ultima tappa

Domani il Giro della Lunigiana propone la chiusura in grande stile per una frazione che non sarà una passerella finale come si potrebbe pensare. La generale è ancora aperta. Van Kerckhove ha 8″ su Friedl, 19″ su Haugetun e 29″ su Rosato, primo dei nostri corridori. «Siamo tutti vicini – dice il belga che vive in Spagna a Cambrils e che capisce anche un briciolo di italiano – e la top 10 è racchiusa in meno di un minuto. Sarà molto dura l’ultima tappa, lo so già».

Partenza dallo stadio “Picco” di La Spezia ed arrivo a Terre di Luni dopo 100,7 chilometri. Nel mezzo ci saranno da affrontare tre “gpm”: l’hors categorie al Passo del Termine, il più semplice di La Foce ed infine l’impegnativa ascesa di Fosdinovo (9,6 km al 6,4% medio con punte al 15%). Nonostante quest’ultima salita sia posizionata a poco più di 20 chilometri dalla fine (di cui gli ultimi 12 in pianura), potrebbe solleticare le idee di chi vorrà provare a rivoluzionare o rafforzare la propria classifica.

Parla Oss: bravo Soler. Vingegaard concreto e Pellizzari…

06.09.2025
5 min
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MISANO ADRIATICO – A La Farrapona, Lagos de Somiedo, la UAE Emirates ha dominato ancora una volta, tirando dietro e vincendo davanti con Marc Soler. Dopo l’Angliru, la Vuelta regala un’altra frazione breve ma durissima, che ha visto il team emiratino conquistare la settima vittoria in 14 tappe: un dato impressionante, il 50 per cento delle frazioni corse.

Oltre alla vittoria, resta la sfida per la classifica generale, con Jonas Vingegaard e Joao Almeida al centro del confronto. In tutto questo, Giulio Pellizzari continua a stupire. Ne abbiamo parlato con Daniel Oss, incontrato all’Italian Bike Festivaal, che ha analizzato la doppietta Asturie e gli equilibri di questa Vuelta.

Soler sul maxischermo racconta le sue impressioni e in primo piano daniel Oss che ci dice la sua…
Soler sul maxischermo racconta le sue impressioni e in primo piano daniel Oss che ci dice la sua…

Soler congola

Intanto Soler ci mette la firma e lui è anche uno dei papabili spagnoli per il mondiale che vede, si dice, un Ayuso primo ed acerrimo rivale di Pogacar. 

«Sono davvero felice di aver conquistato un’altra vittoria per la squadra – ha commentato Soler –  Stavo seguendo le azioni più importanti e ho seguito Campenaerts quando ha attaccato per entrare in fuga e da lì ho fatto un’azione nella valle prima dell’ultima salita per andare in fuga. Poi ho mantenuto il mio ritmo in salita.

«Aspettavo istruzioni da dietro se Joao fosse andato in fuga e avessi dovuto rialzarmi, ma alla fine ho avuto il via libera per spingere e sono contento di aver conquistato la tappa. Buon compleanno a mia moglie, questa tappa è per lei».

Oggi Vingegaard ha ripreso 2″ ad Almeida grazie all’abbuono. Ora tra i due ballano 48″
Oggi Vingegaard ha ripreso 2″ ad Almeida grazie all’abbuono. Ora tra i due ballano 48″
Daniel, partiamo da ieri e da questa doppietta Angliru-Lagos de Somiedo. Cosa significa in termini di energie spese?

Dal punto di vista della performance e dell’economia complessiva della Vuelta questa doppietta ci dà valori reali in campo. La tappa di oggi ha messo in mostra dati importanti anche dal punto di vista tattico, perché la fuga è andata via dopo tanta bagarre. In quel gruppo c’erano super atleti, gente forte anche in salita.

Con Soler ancora in fuga…

Lui in fuga è una garanzia. Si è visto dalla voglia che aveva. Ma mi è piaciuto molto anche Giulio Pellizzari, che sta disputando un altro grande Giro di livello. Noto invece una situazione ancora ferma dal punto di vista della classifica generale.

Ecco, veniamo al nocciolo della questione: lo scontro è tra Vingegaard e Almeida. Come la vedi?

Che Jonas Vingegaard va come un tuono! Almeida, che ha una squadra incredibile, sta facendo il possibile: oggi ha provato, ha tirato, ha cercato di fare la differenza, ma fatica a guadagnare. Potrà approfittare solo di eventuali debolezze di Vingegaard, ma se Jonas resta così solido, la vedo dura.

Oggi nessuna protesta palese, ma la tensione per la querelle Israel-PremierTech resta alta
Oggi nessuna protesta palese, ma la tensione per la querelle Israel-PremierTech resta alta
Il punto è la terza settimana: uno ha il Tour sulle gambe e l’altro no?

Ci sta. Vingegaard non sta mostrando debolezze, si muove bene tatticamente, non fa colpi di testa e non spreca nulla. E’ molto concentrato sull’obiettivo Vuelta. Lo vedo consapevole. Almeida è uno scalino dietro e deve inventarsi qualcosa di speciale.

Da ex corridore, come leggi il fatto che sull’Angliru non abbia vinto? E’ una crepa per lui?

Ieri era stravolto al defaticamento. Dubito che qualcuno sia arrivato fresco sull’Angliru. Non ha staccato tutti, ma può essere anche interpretato come l’unico giorno di difficoltà della sua Vuelta. Vediamo i prossimi giorni: la terza settimana decide sempre tutto. E la Vuelta è famosa per il caldo e le salite dure. Però faccio fatica a immaginare un Almeida superiore a Vingegaard.

Quindi se Daniel Oss dovesse puntare 10 euro li punterebbe sul danese?

Esattamente.

Pellizzari ha lavorato per Hindley. Suo il forcing decisivo di giornata
Pellizzari ha lavorato per Hindley. Suo il forcing decisivo di giornata
Daniel, aiutaci a interpretare la tattica della UAE Emirates: tiravano dietro e davanti c’era Soler.

E’ sembrata una tattica strana, ma la tappa è stata super tirata. In fuga c’erano più di venti corridori. Soler è stato furbo, ha aspettato e sulla salita finale ha avuto via libera dalla squadra, perché il vantaggio era alto. Ha colto l’occasione al meglio. Dietro, la UAE ha proseguito col piano del mattino: mettere in difficoltà Vingegaard e preparare un eventuale attacco di Almeida. In tutto ciò, Soler ha superato ogni aspettativa. Secondo me non se lo aspettava neanche la squadra.

Ne hai accennato prima, ma quanto ci piace questo Pellizzari?

Molto. E’ un ragazzo positivo, leggero ma non in senso superficiale. Ha serietà nel lavoro e professionalità. E’ già proiettato verso una grande carriera. E’ uno dei pochissimi italiani che può darci speranze per la classifica generale. Riesce a gestire la pressione. Al Giro d’Italia ha avuto qualche inciampo, ma solo perché era la prima volta. Nel complesso, bene. Tra l’altro lo vedo relativamente spesso perché si sta spostando verso il trentino (la sua compagna è valsuganese proprio come Oss, ndr) e ogni tanto lo vedo in bici per un caffè o per una cena.

In questi caffè valsuganesi gli hai dato qualche consiglio?

No, consigli tecnici non credo di poterne dare. Eventualmente di vita. In bici ha già la direzione giusta e la giusta testa. Deve solo sfruttare questo momento e crescere al meglio.

Milesi svetta in Friuli. Un successo partito dalla Francia…

06.09.2025
5 min
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Vincitore a Teor, nella seconda tappa del Giro del Friuli per U23, Nicolas Milesi prosegue su quella scia che ha inaugurato al Tour Poitou Charentes in Francia. Parlando con lui al ritorno dalle strade transalpine si sentiva che quella gara, quel secondo posto finale rappresentava qualcosa che andava al di là del puro risultato, era come un punto di ripartenza. E la successiva prestazione friulana ne è la dimostrazione.

La vittoria di Milesi a Teor, precedendo il gruppo di 8″. La maglia di leader al Giro del Friuli U23 è sua (foto Facebook)
La vittoria di Milesi a Teor, precedendo il gruppo di 8″. La maglia di leader al Giro del Friuli U23 è sua (foto Facebook)

Il corridore dell’Arkea aveva preso spinta dalla prova transalpina che per il team era un appuntamento molto sentito: «Era una gara dove il livello non era affatto male. C’era questa lunga cronometro che sapevo che si addiceva alle mie caratteristiche. Vedendo il percorso, la squadra mi ha dato fiducia, facendomi partire come secondo capitano dietro Thibault Guernalec. Poi nella cronometro ho avuto veramente buone sensazioni e ottime gambe chiudendo al secondo posto e da lì la squadra vista la classifica ha appoggiato e abbiamo costruito tutti insieme il terzo posto finale».

Come ti eri avvicinato a questa fase della stagione?

Dopo il campionato italiano ho fatto un buon calendario, prima all’Ethias-Tour in Vallonia e poi all’Arctic Race che sono serviti per accrescere nella condizione. Il team ha visto i miei risultati ma soprattutto i miei progressi e per questo mi ha dato fiducia.

Il secondo posto a cronometro ha lanciato il ciclista di Clusone verso il podio francese
Il secondo posto a cronometro ha lanciato il ciclista di Clusone verso il podio francese
Nell’ultima tappa come hai provato a giocartela?

Nelle prime due tappe ho dovuto correre al servizio di Démare, come è giusto che sia, perché la priorità della squadra era curare la sua volata e infatti Arnaud ha colto due piazze d’onore. Dopo la crono, l’ultima tappa non era scontata, c’era un po’ di maltempo e vento nella prima parte, ma devo dire che è stata abbastanza controllata dalla TotalEnergies, che aveva Leroux, il leader della generale. Nel circuito finale ho cercato di rimanere bene attento insieme a Mozzato, che devo ringraziare, mi ha dato veramente una grande mano perché ha veramente molta esperienza e mi ha aiutato a muovermi in gruppo.

Come è andata alla fine?

Nel finale lui ha lanciato l’attacco e io ero appena dietro. L’arrivo, con gli ultimi 800 metri al 5 per cento di pendenza non era per Arnaud. Io sono salito forte, sono arrivato undicesimo e devo dire che alla fine ero molto contento, avendo oltre al podio la vittoria nella classifica dei giovani.

Terzo posto per il bergamasco al Tour Poitou Charentes, dietro Leroux e Godon
Terzo posto per il bergamasco al Tour Poitou Charentes, dietro Leroux e Godon
Com’era stata la prima parte di stagione?

Non facile, vista la frattura della clavicola alla Roubaix, Devo ammettere che in questa stagione puntavo molto sulla prima parte, sulle classiche in Belgio. La Roubaix è una gara che mi piace molto, l’avevo preparata, ero arrivato nelle mie migliori condizioni. Mentre eravamo in un gruppo di 10, in uno degli ultimi settori sul Carrefour dell’Arbre sono caduto e mi sono rotto la clavicola. Ho perso quel mese in cui c’erano tutte gare di categoria adatte a me, dove potevo giocarmi le mie carte e raccogliere qualcosa. Ho lavorato per tornare in tempo per l’italiano a cronometro e per la terza volta consecutiva sono finito secondo. Da lì sono andato in altura a Livigno per azzerare tutto.

Tu sei al secondo anno all’Arkea, come ti trovi?

Devo dire che il primo anno non è stato facilissimo. Il cambio della lingua era un ostacolo, poi il calendario era molto diverso da quello a cui ero abituato. C’è stato bisogno di un periodo di assestamento. Quest’anno sento la differenza, intanto perché me la cavo bene con il francese. In squadra ho iniziato un po’ più a conoscere tutto lo staff e i compagni, anche quelli del WorldTour visto che comunque ho corso abbastanza anche con la prima squadra. Quindi sono abbastanza ottimista per il futuro.

Dopo le iniziali normali difficoltà, Milesi ha trovato spazio e fiducia nell’Arkea-B&B Hotels
Dopo le iniziali normali difficoltà, Milesi ha trovato spazio e fiducia nell’Arkea-B&B Hotels
Che atmosfera c’è nel team, sia per la situazione ranking che per le voci circolanti sulla stessa sopravvivenza della formazione francese?

Noi non prestiamo molto fede a tutte le chiacchiere, cerchiamo di dare il massimo in ogni gara e poi vedremo il futuro che cosa ci riserverà. Io penso che queste prestazioni e comunque anche la continuità che ho avuto nei miei tre anni da under 23, anche se con parecchi problemi visto che mi sono rotto la clavicola due anni consecutivi, spero che possa aprire anche a ad altre opzioni per il prossimo anno e i prossimi a venire. Poi vedremo anche quale sarà il futuro del team.

Il Giro del Friuli ti sta dando ulteriore spinta, poi che cosa ti attende?

Io spero di trasferire questo momento positivo anche salendo di categoria, perché successivamente sarò al Giro del Lussemburgo con la prima squadra e so essere una corsa molto qualificata. Successivamente dovrei essere all’europeo a cronometro che è un mio vero obiettivo.

Agli europei del 2024 Milesi aveva chiuso 9°. Fare meglio è l’obiettivo minimo
Agli europei del 2024 Milesi aveva chiuso 9°. Fare meglio è l’obiettivo minimo
Dove lo scorso anno avevi finito al nono posto. Facile immaginare che  la tua ambizione sia di migliorare…

Sicuramente voglio scalare la classifica e dico la verità, le gare di questa parte di stagione mi dicono che posso anche ambire a qualcosa d’importante. Tra l’altro penso che il calendario di avvicinamento sia perfetto visto che in Lussemburgo c’è una cronometro piuttosto lunga anche lì. Poi faremo il punto…

Petacchi: «Per il 2026 una Padovani rinnovata e più giovane»

06.09.2025
5 min
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MISANO ADRIATICO – La prima stagione della SC Padovani Polo Cherry Bank come team continental l’ha vista protagonista in tante corse, con un calendario ricco di appuntamenti sia tra i professionisti quanto all’estero. Il progetto portato avanti dal presidente Galdino Peruzzo insieme a Martino Scarso e Alberto Ongarato nato con l’intento di trovare il giusto mix tra esperienza e voglia di innovare ha messo una prima pietra importante per la sua crescita. La stagione 2025 sta volgendo al termine, e mentre alcuni dei ragazzi sono impegnati al Giro del Friuli si guarda già al futuro.

La SC Padovani Polo Cherry Bank ha corso anche con i professionisti, qui al Trofeo Laigueglia
La SC Padovani Polo Cherry Bank ha corso anche con i professionisti, qui al Trofeo Laigueglia

Tra Italia ed Europa

Allo stand di Dmt, nei giorni dell’Italian Bike Festival, è passato Alessandro Petacchi che della formazione veneta è il team manager. I suoi pensieri sono divisi a metà tra un bilancio del primo anno di attività e la voglia di crescere. 

«Siamo partiti poco più di un anno fa – ci racconta Petacchi – era il mese di agosto del 2024. Siamo riusciti a mettere in piedi un bel progetto e creare un organico interessante, con dei buoni corridori. Abbiamo anche preso le misure con un calendario che ci ha messi a confronto con i professionisti, ad esempio alla Coppi e Bartali e al Giro d’Abruzzo, dove abbiamo anche vinto la classifica dei GPM con Federico Guzzo».

Al Giro d’Abruzzo Federico Guzzo ha conquistato la maglia blu dei GPM (Photors.it)
Al Giro d’Abruzzo Federico Guzzo ha conquistato la maglia blu dei GPM (Photors.it)
Una squadra nata in poco tempo…

Non è stato semplice, perché quando ti trovi a prendere dei corridori e non hai nemmeno una maglia da mostrare loro diventa difficile convincerli. Ci siamo trovati a scegliere tra pochi atleti, ma per il prossimo anno la selezione diventerà più complicata. Per il 2026 stiamo lavorando al fine di avere una rosa giovane con corridori selezionati insieme al nostro futuro preparatore. 

Selezione mirata?

Siamo riusciti a trovare corridori di qualità che vanno forte in salita, cosa che un po’ ci è mancata quest’anno. Penso che dal prossimo anno saremo ancora più competitivi da questo punto di vista. La stagione ci sta vedendo attivi con qualche corridore che sta raccogliendo buoni risultati. 

Nella seconda tappa del Giro Next Gen Mirko Bozzola ha trovato un terzo posto alle spalle di due atleti dei devo team (Photors.it)
Nella seconda tappa del Giro Next Gen Mirko Bozzola ha trovato un terzo posto alle spalle di due atleti dei devo team (Photors.it)
Avete ufficializzato, nei giorni scorsi, tre nuovi innesti dalla categoria juniores…

Uno di loro sta correndo ora al Giro della Lunigiana (Riccardo del Cucina, ndr) e nella prima tappa si è comportato molto bene. Lui e Matteo Scofet hanno caratteristiche simili, mentre Kevin Bertoncelli è un passista e cercheremo di far emergere le sue qualità. 

Del Cucina lo hai visto correre giovedì al Giro della Lunigiana?

E’ stata la prima volta che sono riuscito a guardarlo dal vivo e mi è piaciuto veramente molto. E’ un ragazzo inquadrato e molto determinato, ha fatto tutto il mese d’agosto in altura prima di andare al Lunigiana. Nonostante avesse già preso un impegno con noi per il prossimo anno, ci teneva a far bene in quest’ultima gara. 

Marco Palomba sta trovando continuità e risultati, sarà uno degli atleti elite della SC Padovani del prossimo anno (Photors.it)
Marco Palomba sta trovando continuità e risultati, sarà uno degli atleti elite della SC Padovani del prossimo anno (Photors.it)
Dopo aver fatto uno stage con la Tudor poche settimane fa ha poi firmato con voi.

Ha fatto questa esperienza, però abbiamo parlato con lui, in presenza del padre e del suo procuratore (Matteo Roggi, ndr). E’ stato lo stesso Del Cucina a non volere la Tudor perché il calendario non gli piaceva, ha preferito il nostro. Posso capire che si tratta di una scelta in controtendenza, perché per un ragazzo di 18 anni vestirsi e utilizzare i mezzi dei professionisti è un sogno. Però noi abbiamo presentato il nostro progetto, dal prossimo anno avremo due nuove figure tecniche nello staff, un preparatore e un nutrizionista, che collaborano anche con un team WorldTour. 

Quanto è difficile approcciarsi alla categoria juniores per una continental?

E’ evidente che i ragazzi sono attratti dai devo team e lo capisco. D’altro canto ho qualche esperienza con ragazzi che arrivano da quelle realtà e non si sono trovati bene. Il rischio è di correre con meno rispetto dei ruoli per la voglia di emergere, perché spinti dal voler dimostrare che possono passare professionisti. 

Un profilo sul quale Petacchi crede molto è Ursella, caduto alla Popolarissima e non ancora tornato in gruppo (Photors.it)
Un profilo sul quale Petacchi crede molto è Ursella, caduto alla Popolarissima e non ancora tornato in gruppo (Photors.it)
Alla fine i devo team sono formazioni continental, la dinamica dell’egoismo rischia di emergere anche da voi?

Vero, però abbiamo uno staff qualificato e valido, gente esperta che sa come gestire i corridori. Uno su tutti è Dmitri Konychev, i ragazzi lo rispettano perché è capace di trasmettere loro molte cose e riesce a farli correre bene. L’obiettivo della Padovani è di portare i ragazzi al professionismo, quindi insegnargli come si corre e a gestirsi sin da quando passano da juniores a under 23.  

State puntando molto sui primi anni…

Si tratta di una scelta un po’ in controtendenza rispetto allo scorso anno, ma crediamo serva trovare il giusto equilibrio tra under ed elite. I grandi possono aiutare i compagni più giovani. Abbiamo deciso di costruire un calendario più equilibrato, che verrà deciso insieme al nuovo preparatore, per dare il giusto ritmo tra allenamenti e gare. Bisogna gestire gli impegni perché la stagione è lunga e le gare sono tante. Avremo quattordici ragazzi, riusciremo a fare la doppia attività, ma senza esagerare. 

Marta Cavalli, quale futuro? Un viaggio fra mille domande

06.09.2025
8 min
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MISANO ADRIATICO – Alle 12 ci aspetta Marta Cavalli allo stand di Prologo, con cui ha collaborato a lungo. L’atleta cremonese è a un passo dall’ultima corsa di stagione, il Tour de l’Ardeche. Il 2025 è stato l’anno del ritorno in gruppo, quando neppure lei credeva di meritarsi un posto. La giornata è calda, ma all’ombra si sta ancora bene e il momento va bene per fare quattro chiacchiere in libertà, spaziando dalla sua storia a quello che si sta muovendo sotto il cielo del ciclismo femminile. In tanti anni di incontri e interviste, raramente si è raggiunta la profondità di quando davanti c’è lei.

«E’ stata una stagione particolare – dice – che ha avuto il suo lato positivo, perché non mi aspettavo niente. L’avrei presa come fosse arrivata. E’ iniziata bene, meglio delle mie aspettative. Ripartivo da zero, dall’infortunio dell’anno scorso, e la costruzione della forma fisica è stata graduale. A differenza di tutti gli inverni, dove a un certo punto mi ammalavo perché facevo troppo, non ho avuto delle interruzioni quindi sono arrivata alle classiche bene e senza chiedere troppo al mio corpo. E’ stato un crescendo, con gli occhi puntati sul ritiro in altura che mi avrebbe aiutato a migliorare la condizione, ma qualcosa non è andato secondo il piano».

Abbiamo incontrato Marta Cavalli allo stand Prologo dell’Italian Bike Festival
Abbiamo incontrato Marta Cavalli allo stand Prologo dell’Italian Bike Festival
Che cosa?

Subito dopo l’altura sono andata in Svizzera e sono tornata un po’ malata e da lì non ho più recuperato, infatti ai campionati italiani non stavo benissimo. Al Giro ho fatto fatica sin dalle prime tappe e mi è spiaciuto veramente tanto doverlo abbandonare. Di conseguenza le cose non sono andate bene per il Tour, che sembrava una corsa troppo ambiziosa per la quale non ero pronta. Non mi sentivo di prendere la responsabilità di un posto in squadra e non essere al livello che avrei voluto. Quindi mi sono concentrata di più sulla preparazione. E adesso mi trovo con l’ultima gara della stagione, l’Ardeche. Ho dei bei ricordi dagli anni scorsi, quindi vediamo di fare qualcosa di buono e poi ci sarà tempo per pensare. Devo fare dei ragionamenti. Pensare un po’ e vedere cosa chiedermi e cosa aspettarmi per il prossimo anno. Adesso come adesso non lo so, vorrei solo concludere la stagione e prendere del tempo per estraniarmi e valutare quello che è stato.

Ti piace ancora il mondo delle corse, l’allenamento, l’adrenalina?

Diciamo che dopo un po’ di anni inizia ad essere la stessa cosa, la stessa routine, c’è sicuramente meno entusiasmo. La sensazione degli ultimi anni di non riuscire, di dover spingere di più ma non riuscirci mi sta mettendo alla prova. Il ciclismo è cambiato, è diventato tutto migliore e io sento di essere rimasta indietro. Mi sembra di essere sempre in rincorsa. Rincorro la mia miglior condizione, ma so che in questo momento la mia miglior condizione non è più sufficiente, quindi vedremo.

Marta Cavalli ha riscoperto il gusto di correre grazie al Team PicNic, che le ha permesso un rientro graduale
Marta Cavalli ha riscoperto il gusto di correre grazie al Team PicNic, che le ha permesso un rientro graduale
Si è fermato tutto con l’incidente del Tour 2022?

Lì c’è stata una brusca interruzione che non mi aspettavo e mi ha dato la scossa. Quasi come se mi avesse fatto crescere, uscire dalla sfrontatezza della gioventù. Mi ha dato qualcosa su cui riflettere sul fatto che si rischia tanto. Ho riconquistato fiducia, ma da lì è stato sempre più facile perderla. Ci sono stati altri infortuni, è stato un rincarare la dose. Mi hanno cambiato come atleta, ma anche come persona.

Come è stato assistere da fuori alla vittoria di Ferrand Prevot al Tour?

Avevo un piccolo sentore, perché lo capisci quando un’atleta è tanto concentrata. Dai messaggi che cerca di far trasparire sui social, per esempio. So che lei è un atleta forte e determinata, soprattutto l’ha dimostrato quando anni fa ha vinto tutti e tre i mondiali in un anno. Non è una cosa facile. Poi penso che anche lei abbia avuto un momento difficile, poi è riuscita a rivincere e a ritrovare la serenità. Me la ricordo benissimo alla Sanremo, poi molto bene alla Roubaix. E lì ho iniziato a pensare che facesse sul serio anche su strada. Quando poi ho visto tutte le storie della preparazione in altura per il Tour, ho pensato che avrebbe potuto davvero scuotere le gerarchie del gruppo.

Il Giro è stato un momento difficile per Cavalli, ritirata alla 4ª tappa
Il Giro è stato un momento difficile per Cavalli, ritirata alla 4ª tappa
Sentire quei commenti sul suo peso cosa ti ha fatto pensare? Addirittura Marlene Reusser si augurava che lei non vincesse…

Tifare che uno non vinca non mi è mai piaciuto. Ognuno nella propria vita sceglie cosa è giusto e cosa è sbagliato. C’è chi fa scelte di un tipo, chi fa scelte di un altro e vanno tutte rispettate, così come le idee e le opinioni. Non credo sia giusto giudicare quanto fatto da altri. Lo dico perché tante volte ho ricevuto giudizi su quello che facevo io, ma alla fine ognuno si prende la responsabilità per se stesso. Con l’attenzione che c’è adesso nelle squadre, credo che non sia stato fatto niente di troppo pericoloso. Sono d’accordo con l’altra sponda della corrente, perché noi atlete veicoliamo un messaggio. Però mi sembra che siano state prese le dovute precauzioni.

Quindi un limite esiste?

E’ giusto perdere peso, è giusto prepararsi. Questo definisce anche la mentalità e la determinazione di un atleta, la sua serietà. Se è sotto controllo di un medico non fa niente di sbagliato, anche perché poi ha fatto il suo periodo di riposo, di recupero e preparazione. L’importante è non finire in giri negativi, di cui risente la salute. Ci si prende cura della sicurezza per quanto riguarda caschi e attrezzature, si deve prendere molto a cuore anche la sicurezza fisica e della salute. Perché finito il ciclismo, poi c’è un’altra vita da affrontare. Ed è quello che sto facendo. Dopo anni in cui ho tirato la corda, adesso ho capito che è meglio lasciare un po’, mollare ogni tanto. E dire: «Okay, però per la Marta del futuro cosa è meglio? Continuare ad allenarsi forte o fare un passo indietro, riposare, recuperare e guadagnare di freschezza, di tranquillità e di poterlo spendere da altre parti?».

Tour de l’Ardeche 2023, l’ultima vittoria di Cavalli, che precede Erica Magnaldi e Anastasyia Kolesava
Tour de l’Ardeche 2023, l’ultima vittoria di Cavalli, che precede Erica Magnaldi e Anastasyia Kolesava
Si può dire, estremizzandola molto, che si smette di essere atleti a quel livello estremo quando si comincia a pensare al dopo?

Sì, certo. Quando sei fuori dal loop di essere sempre a gas aperto, inizi a dirti che forse sta arrivando un cambiamento. Ho iniziato a prendermi più cura di me. Mi rendo conto che anni fa andavo a tutta d’estate, inverno, in pista e strada. Poi inizi a capire che non puoi reggere quei ritmi e inizi a centellinare energie. Poi anche centellinarle non è più sufficiente. Cambiano le generazioni, arrivano altri più nuovi, con più forza.

Voler fare tutto accorcia le carriere?

Sicuramente. Sono anni che spingo, spingo, spingo. Invece ogni tanto ci sta prendersi un anno più tranquillo. Ora guardo un po’ fuori dalla mia bolla. Per quello mi è piaciuto quest’anno. Smettere dopo l’anno scorso sarebbe stata un’interruzione brutta e brusca, che mi avrebbe fatto lasciare con dei brutti ricordi. Non mi sarebbe piaciuto.

Che cosa ti ha convinto a riprovarci?

Tante persone, la squadra in primis. Mi hanno preso sotto braccio senza pressione e mi hanno invitata al primo ritiro, poi al secondo, poi mi hanno proposto di fare le prime gare e mi sono ritrovata con il numero sulla schiena. Non l’avrei mai detto, per questo non so che cosa avverrà nel futuro. Però ho avuto la soddisfazione di aver superato la paura. Gradualmente sono riuscita a godermi una nuova opportunità ed è stato bello. Ho vissuto sul lato umano le mie compagne, mentre prima ero più concentrata su di me. Anni di corse ne ho, quindi magari non mi sono resa utile in corsa, ma ho potuto dare dei consigli con l’esperienza che ho messo insieme. Mi ha fatto piacere condividerla.

Cavalli ha scoperto il gusto di mettersi a disposizione delle compagna: qui con Ciabocco
Cavalli ha scoperto il gusto di mettersi a disposizione delle compagna: qui con Ciabocco
Quindi ti è piaciuto di avere il numero sulla schiena?

Sì, ma proprio non me lo aspettavo. Per me era un no categorico e invece pian piano ci ho provato, l’ho vissuto, me la sono anche goduta. Mi è piaciuto, ha portato fuori una parte di me e spero di averla trasmessa. Spero che sia stata utile alle ragazze giovani della squadra, a cui auguro un bel futuro perché lo sport dà tante soddisfazioni. Sono convinta che se anche uno non arriva al top, è importante che abbia dato il massimo per se stesso. Di questo mi sono resa conto e ho imparato che lo sport non è solo eccellere, vincere ed essere perfetti. Esiste anche uno sport agonistico in cui hai dato il massimo. Sai quanto c’è voluto per arrivare lì. Non importa se le altre persone non lo sanno, ma è importante che tu sia convinto di aver fatto tutto quello che potevi. Mi rendo conto che negli anni ho fatto anche cose che io in prima persona magari non avrei mai fatto perché per me non erano essenziali. Però in quel momento per arrivare là serviva e sforzandomi l’ho fatto.

Hai davanti due porte. Cosa potrebbe convincerti a continuare?

A volte si va avanti per abitudine, ma a me quell’abitudine non è mai piaciuta. Per me deve esserci il vero fuoco dentro. Quando il fuoco si spegne, puoi tenerlo acceso soffiando, però sai che il grande falò non tornerà. Però il fatto di aver trovato un modo per essere di supporto e godersi ancora questo mondo potrebbe essere una spinta per continuare. Veramente, voglio vedere come va questa gara. Ho fatto delle buone settimane di allenamento, mi sono goduta paesaggi differenti. E’ una gara che mi piace, le mie compagne continuano a credere in me ed è bello. Mi piace così e poi vedremo…

Lunigiana, il vichingo Haugetun beffa Morlino sull’arrivo

05.09.2025
6 min
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VEZZANO LIGURE – «Yaaah, yaaah». Centocinquanta metri dopo il traguardo Kristian Haugetun si lascia andare tutto solo ad un urlo liberatorio che squarcia il tranquillo e piccolo centro abitato di Vezzano Ligure. La seconda frazione del Giro di Lunigiana ha un finale thrilling che giustifica l’emozione del norvegese e parallelamente mostra il rimpianto del piemontese Luca Morlino, superato in rimonta proprio sulla linea d’arrivo.

Gli stessi diametrali umori li vivono altri due protagonisti. Seff Van Kerckhove col terzo posto di tappa sfila la maglia verde di leader della generale ad Anatol Friedl (ottavo) per soli tre secondi. La giornata ha quindi mantenuto e forse superato le attese, complice un caldo intenso che ha acuito le difficoltà di un percorso duro e tecnicamente selettivo. Cinque “gpm”, di cui due passaggi dal traguardo (prima dell’ultima scalata) nei quali i ragazzi hanno potuto prendere punti di riferimento, come nelle relative discese. Tutto però si risolve negli ultimissimi metri, come racconteranno alcuni protagonisti.

Vichingo di Bergen

Già nella prima tappa Kristian Haugetun si era fatto vedere andando a conquistare la maglia a pois dei “gpm” prima di chiudere nel primo gruppo inseguitore ad una dozzina di secondi. Quel risultato deve avergli dato delle consapevolezze e con la spavalderia tipica della sua età (compirà 17 anni il prossimo 5 ottobre ed abita a Bergen, città dei mondiali 2017) nelle interviste prima del via aveva dichiarato che puntava al successo, non solo a rafforzare la maglia degli scalatori. Detto, fatto e come dice un vecchio adagio ciclistico, la vittoria dichiarata vale doppio.

«Questa è la prima vittoria dell’anno – ci dice Haugetun appena dopo aver abbracciato alcuni suoi compagni – e significa tutto per me. Stamattina avevo detto che avrei voluto fare una grande tappa perché mi sentivo molto bene, ma non è mai semplice mantenere le attese. In corsa ho cercato di stare calmo, senza strafare, poi sull’ultima salita ho aspettato gli ultimi trecento metri per attaccare. Finora è stata una stagione lunga e ho sempre cercato di fare un passo avanti. Devo ringraziare la squadra che è stata fantastica».

Per Hagetun è il primo successo stagionale e gran merito lo tributa ai suoi compagni di nazionale
Per Hagetun è il primo successo stagionale e gran merito lo tributa ai suoi compagni di nazionale

Presente e futuro

Il nome di Haugetun è uno dei più gettonati nella categoria, a maggior ragione essendo al primo anno nella categoria. La scuola norvegese sta sfornando talenti, quasi tutti destinati a ritagliarsi spazio e considerazione tra U23 e pro’. Kristian durante la stagione difende i colori della Jegg-Skil-Djr, società satellite olandese della Visma | Lease a Bike, e corre con una Cervelo. Oggi al Lunigiana ha usato una Ridley della Uno-X. Anche in questo caso, i rumors di ciclo-mercato dicono che ci sia già un braccio di ferro tra le due formazioni per prenderlo. L’impressione è che possa passare alla squadre del suo Paese, ma intanto lui ci dice che deve fare ancora un anno da juniores e tutto può succedere.

«Oltre al ciclismo – ci racconta Haugetun mentre mangia un panino prima delle premiazioni – ho fatto triathlon per tanti anni e in inverno faccio sci di fondo per tenermi in allenamento. Non ho un vero e proprio idolo, ma mi piace tantissimo Tobias Johannessen (vincitore dell’Avenir nel 2021 e quest’anno sesto al Tour de France, ndr). Mi piace la salita e voglio migliorare a crono, soprattutto perché mi sento un uomo da corse a tappe. Ora al Lunigiana indosso la maglia dei “gpm”, però non è lontana nemmeno quella verde della generale (terzo a 14”, ndr). Nelle prossime tappe farò come oggi. Se vedrò un’opportunità, cercherò di sfruttarla al massimo».

Hagetun forza il ritmo in salita al penultimo passaggio. Una prova generale per quello successivo in cui fa l’allungo decisivo
Hagetun forza il ritmo in salita al penultimo passaggio. Una prova generale per quello successivo in cui fa l’allungo decisivo

Vetrina per Morlino

Fino sulla riga ha accarezzato la vittoria che gli manca dal 2022 quando era allievo, ma Luca Morlino nonostante tutto può essere soddisfatto del suo secondo posto, il più importante dei tre ottenuti in stagione. Con questo piazzamento sale quarto in classifica (a 18”) diventando per il momento il capitano della rappresentativa del Piemonte, dove Capello sta ancora cercando di trovare la giusta brillantezza dopo essere sceso da tre settimane di altura a Livigno con la nazionale in vista del mondiale. Con Morlino riviviamo l’ultimo giro, buttando uno sguardo al salto tra gli U23.

«C’era in fuga il ceco Matejek – spiega il novarese che corre da sempre col GB Team Pool Cantù – e in discesa Frigo, Pascarella ed io ci siamo riportati su di lui, solo che eravamo tutti un po’ stanchi. Avevamo ancora una quindicina di secondi di vantaggio, ma ad un chilometro e mezzo dalla fine sono rientrati altri 5/6 corridori. Ai 300 metri, prima della strettoia, sono partito e fino ai 100 metri ero ancora tutto solo. Peccato perché sapevo di essere abbastanza veloce, ma mi sono mancate le gambe per resistere e non farlo passare. Però sono stato battuto da uno molto forte e va bene così».

«Le discese – prosegue – hanno fatto selezione quanto le salite, tanto che ad inizio tappa ci sono state diverse cadute. Personalmente ho cercato di non prendere rischi, tuttavia restando davanti in ogni frangente. Non voglio correre rischi nemmeno nella semitappa pianeggiante di domani, mentre in quella mossa del pomeriggio bisognerà attaccare subito visto che è una tappa molto corta».

Adesso c’è una generale da curare e dopo il Lunigiana correrà il Trofeo Buffoni per mirare poi ad altri obiettivi. «Mi sto sentendo con qualche team continental – conclude speranzoso Morlino – anche se di concreto non c’è nulla. Visto che l’anno prossimo salgo di categoria, spero che il secondo posto di oggi possa essere un buon biglietto da visita per me».

La terza giornata del Giro della Lunigiana, come anticipato, si dividerà in due. Al mattino semitappa da Equi Terme a Marina di Massa di 54,4 chilometri per una probabile volata. Al pomeriggio si va da Pontremoli a Fivizzano per 52,1 chilometri con un finale in circuito ed in leggera ascesa che chiamerà allo scoperto passisti e uomini di classifica. Non c’è da stupirsi se dovessimo assistere ad un colpo gobbo di qualche corridore.

Almeida si prende l’Angliru: Vingegaard sfinito

05.09.2025
5 min
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Purtroppo per lui, Jonas Vingegaard dovrà attendere ancora prima di regalare l’orsacchiotto al figlio. L’Alto de Angliru resta un tabù e, dopo il secondo posto nel 2023 dietro Primoz Roglic, stavolta deve inchinarsi a Joao Almeida.

Sul gigante asturiano trionfa il portoghese della UAE Emirates che forse mette nel sacco la vittoria più importante della sua carriera, per come è arrivata e per chi ha battuto. Una vittoria che lo consacra, semmai ce ne fosse stato bisogno, tra i grandissimi.

Bravo Garofoli (in coda) che in questa Vuelta si è fatto vedere ancora una volta
Bravo Garofoli che in questa Vuelta si è fatto vedere ancora una volta

La consacrazione di Almeida

La tappa scorre via secondo copione: fuga da lontano, dentro c’è anche Gianmarco Garofoli e un tentativo lo fa anche di Antonio Tiberi. Dietro Red Bull-Bora e UAE che chiudono. Poco ha contato il breve stop per la protesta pro Palestina: in gruppo andavano troppo più forte.

La scalata dell’Angliru si trasforma presto in una cronoscalata: Almeida contro tutti. Uno dopo l’altro li fa saltare. L’unico ad averlo messo in difficoltà, anche solo per qualche metro, è stato paradossalmente il compagno Felix Grossschartner. Dopo il grande lavoro di Vine, l’austriaco aveva cambiato ritmo e saggiamente Joao non lo ha seguito. Poteva essere un campanello d’allarme, tanto che in casa Visma-Lease a Bike, cioè lo stesso Vingegaard e Sepp Kuss, che su queste rampe si rigenera, si è subito confabulato. Magari l’americano aveva consigliato al suo leader di attaccare.

Almeida taglia in testa il traguardo dell’Alto de Angliru davanti a Vingegaard. Terzo Hindley a 28″ che nel finale ha recuperato parecchio
Almeida taglia in testa il traguardo dell’Alto de Angliru davanti a Vingegaard. Terzo Hindley a 28″ che nel finale ha recuperato parecchio

Vuelta riaperta

Jonas però non lo ha fatto. La domanda è perché. Troppo presto? Non ne aveva? Alla fine lo scatto che tutti si aspettavano non è arrivato. Nel chilometro finale di salita anche lui dava le spalle e allo sprint, nonostante fosse rimasto sempre a ruota, non è riuscito a sopravanzare il portoghese, abile anche a prendersi la posizione nelle curve conclusive.

Ma un aspetto ha colpito più di tutti: la faccia di Jonas dopo il traguardo. Quando è salito sulla bici da crono per i rulli defaticanti ha fatto un’espressione eloquente. Sollevare la gamba per montare in sella deve essere stato uno sforzo ulteriore e tremendo per il danese. Quella smorfia di dolore potrebbe dire molto.

In fondo il danese è l’unico dei big in classifica (assieme a Gall) ad aver corso il Tour de France a tutta. E le energie, lo abbiamo visto anche con Tadej Pogacar, in questo ciclismo si pagano eccome. Anche se sei un supereroe. In tal senso la tappa di domani, ancora in salita, dirà molto.

Ora i due sono separati da 46”, ma il morale di Almeida è in crescita e quello di Vingegaard forse scricchiola…

Vingegaard è parso davvero stanco dopo l’arrivo
Vingegaard è parso davvero stanco dopo l’arrivo

Quel chilometro finale…

Sembra strano dirlo dopo quanto accaduto con Juan Ayuso in settimana, ma la squadra di Matxin e Gianetti si è mostrata davvero unita. Ayuso escluso, tutti hanno fatto la loro parte. Come si lavora per Pogacar, lo stesso è stato fatto per Almeida.

«La squadra ha lavorato in modo perfetto – ha detto Joao – sono super felice di come sia andata. E’ una vittoria incredibile. Se sia la più importante della mia carriera? Io ho pensato solo a spingere, a fare il mio passo e nell’ultimo chilometro sono andato oltre il limite».

«Abbiamo fatto un ottimo lavoro di squadra – ha sottolineato Matxin a Eurosport – i ragazzi hanno corso al meglio e con la fuga non era facile controllare il distacco. La vittoria di Joao è speciale, questo è un traguardo prestigioso. Oggi volevamo vincere la tappa e ci siamo riusciti. Per radio gli dicevamo di spingere, di restare concentrato, che stava andando forte».

Anche oggi la protesta pro-Palestina lungo le strade della Vuelta si è fatta sentire
Anche oggi la protesta pro-Palestina lungo le strade della Vuelta si è fatta sentire

Marcato se la gode

Intanto i corridori arrivano alla spicciolata. L’Angliru è un giudice micidiale e spacca la corsa come poche salite al mondo. Marco Marcato, direttore sportivo della UAE, si gode il momento: «Questa vittoria vale per tre. L’Angliru è un’icona e un successo così dà tantissimo morale. Ancora di più perché hai battuto Vingegaard, il migliore al mondo su certi arrivi dopo Tadej. Siamo davvero soddisfatti. Joao l’ha presa di petto e chapeau a lui».

Con Marcato si parla anche di tattica. Durante la scalata ci si chiedeva se quel ritmo regolare impostato da Almeida non favorisse Vingegaard. Ma a quanto pare era tutto studiato.
«La tattica era questa – spiega Marcato – Joao è un regolarista e bisognava evitare che uno scalatore puro come Jonas potesse scattare, così abbiamo deciso di impostare un passo forte. Poco importava se l’altro restava a ruota, perché su quelle pendenze e con quelle velocità la scia conta poco. E’ stata una scelta che alla fine ha pagato.


«Vuelta riaperta? Per noi non era mai stata chiusa. Ora il distacco tra i due è di 46” e restano molte tappe dure fino a Madrid. Ci proveremo ancora, ma bisogna fare i conti con le energie rimaste».

Pellizzari intanto rafforza la sua maglia bianca (+32″ su Riccitello). E’ sesto all’arrivo e sesto nella generale
Pellizzari intanto rafforza la sua maglia bianca (+32″ su Riccitello). E’ sesto all’arrivo e sesto nella generale

Il bilancio delle energie

E con questa frase Marcato apre un altro capitolo: quello delle energie, che già avevamo accennato. In teoria il bilancio dovrebbe pendere a favore del portoghese, che ha lasciato il Tour quasi subito. Un dato però non va perso nell’analisi della scalata: il recupero di Hindley e Kuss nel finale, segno che davanti erano stanchi.

«Eh – sospira Marcato – l’idea è quella, ma finora non si è visto questo calo da parte di Vingegaard. E’ vero però che oggi anche lui ha faticato, altrimenti avrebbe attaccato. Bisogna stare attenti, perché una salita finale come quella di domani è più adatta a uno come Jonas.

«Noi andiamo avanti per la nostra strada. Voglio sottolineare il lavoro dei ragazzi, da Novak a Grossschartner, da Vine a Oliveira… tutti. Stamattina eravamo tutti per Joao. Pressione non ne avevamo: in classifica eravamo messi bene e avevamo già vinto cinque tappe. Però abbiamo fatto bene quel che dovevamo, in particolare prima dell’Angliru, quando abbiamo preso davanti la tecnica discesa del Cordal per portarlo al meglio ai piedi della salita. Poi il resto lo ha fatto Almeida, che ci ha messo gambe e cuore».