Pogacar, le gambe e la testa per vincere il Lombardia

06.10.2021
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Il problema è la testa, diceva ieri Pogacar sorridendo. La Tre Valli Varesine gli ha ridato morale, in una ripresa dopo le Olimpiadi che, fatto salvo il quinto posto agli europei, lo ha visto faticare più del solito. E ci sta, il mito degli uomini inscalfibili e sempre al massimo richiede di una revisione quanto mai necessaria.

«La gamba è buona – ha spiegato lo sloveno – e la condizione cresce, ma in certi giorni la mente va girando nei campi lungo le strade e le giornate possono essere molto buone o davvero pessime. Il Giro dell’Emilia, (vinto dall’amico Roglic, ndr) è capitato in una giornata bruttissima. Ieri, nella Tre Valli Varesine di De Marchi, le cose sono andate decisamente meglio. Alla fine di una stagione così lunga, sono cose che possono succedere».

Alla partenza dagli stabilimenti Eolo di Busto Arsizio, con la voglia di fare la corsa
Alla partenza dagli stabilimenti Eolo, con la voglia di fare la corsa

Corsa d’attacco

A Varese lo sloveno ha attaccato, ci ha messo la faccia anche se la giornata era pessima. Forse per abituarsi a un clima di fine stagione che non promette grossi miglioramenti.

«E’ stata una giornata davvero dura – ha commentato dopo l’arrivo e dopo essersi infilato nei panni finalmente asciutti – ha piovuto per tutto il giorno e come squadra abbiamo cercato di renderla dura. Avevamo Formolo davanti, abbiamo fatto secondo e terzo. Ma per come è andata la corsa, possiamo essere soddisfatti».

Al Giro dell’Emilia le gambe c’erano, non così la testa. Per Pogacar, corsa da dimenticare
Al Giro dell’Emilia le gambe c’erano, non così la testa. Corsa da dimenticare

Test a fondo

L’autunno in arrivo sta mettendo a dura prova i ragazzi fenomenali della primavera e dell’estate. Lo stesso Pogacar, come Van Aert e Van der Poel, inizia a pagare la fatica, ma come loro non tira i remi in barca. Quello che colpisce di lui, al di là dei modi gentili di cui ha parlato nei giorni scorsi Gilbert, sono la lungimiranza e la professionalità.

La prima messa in mostra ad esempio con la partecipazione ai mondiali della crono: non perché avesse velleità di vittoria, al netto del sensazionalismo, ma per mettere a punto le fasi di un esercizio che gli tornerà utile nelle corse a tappe. La seconda messa in mostra anche ieri, con un correre senza risparmiarsi.

«Ci siamo messi alla prova – dice riferendosi a tutto il team – ho dato il meglio, sapendo di avere davanti ancora la Milano-Torino e poi il Giro di Lombardia. Sabato spero di stare bene e che sia una giornata buona. Dovrò concentrarmi perché la testa sia al suo posto. Davvero ci sono giorni che va per i fatti suoi. La stagione è stata impegnativa, è più difficile tenere la concentrazione che la condizione».

Meglio in fuga

Anche lui si è accorto, essendo peraltro uno dei principali artefici di tanti attacchi, che le corse si decidono sempre più spesso con azioni da lontano.

«In parte è vero – ha detto Pogacar prima di andare – anche se sulle strade di ieri alla Tre Valli, piene di su e giù e tante curve e soprattutto col bagnato, era più sicuro stare in fuga che restare in gruppo a sentire freddo e correre rischi. In ogni caso la tendenza ad attaccare da lontano c’è ed è molto interessante».

Difficile immaginare come correrà al Lombardia, che con il nuovo percorso strizza effettivamente l’occhio ad attacchi garibaldini. Si può essere certi che se quel giorno la testa sarà forte al pari delle gambe, prima di andare in vacanza, Tadej un ultimo colpo proverà a darlo.

Da professore ad alunno. Covi a lezione da Valverde

30.09.2021
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Dal dare lezione alla Nove Colli, al prenderla da Valverde al Giro di Sicilia: è la strana settimana di Alessandro Covi, che in questo intermezzo ha anche compiuto gli anni. Il simpaticissimo corridore della Uae, a Caronia, terza frazione della corsa siciliana, è arrivato secondo ad un passo dall’eterno spagnolo.

Alejandro Valverde in testa al gruppo: appena 40 giorni fa il murciano si fratturava la clavicola destra alla Vuelta
Alejandro Valverde in testa al gruppo: appena 40 giorni fa il murciano si fratturava la clavicola destra alla Vuelta

A lezione da Valverde

«Alla fine Valverde è un campione – ha commentato Covi – si sa…. E’ quasi un onore arrivare secondi dietro di lui, ma io voglio il mio primo successo da professionista e mi spiace essere arrivato ancora secondo. Magari ci riesco da qui a fine stagione».

Alessandro è già alla terza piazza d’onore dopo quella della tappa di Montalcino al Giro e quella del Giro dell’Appennino. Ma lui non molla, non perde grinta e sorriso. E almeno si può consolare con la maglia di miglior giovane.

«Io ero designato per fare la volata, nonostante l’ultima salita fosse difficile. Avrei dovuto risparmiare energie. Mi hanno detto di stare a ruota di Valverde e… ho rispettato le consegne fino alla fine. Non l’ho passato neanche sull’arrivo!».

Il Giro di Sicilia sta attraversando paesaggi unici
Il Giro di Sicilia sta attraversando paesaggi unici

Niente scuse

«Il discorso – riprende Covi – è che nel finale c’erano molte curve e questo stando dietro non mi ha agevolato nella rimonta. Valverde è partito lungo ed è stata la cosa giusta da fare. Io non sono riuscito a spingere al massimo per rimontare. Sapevo che c’erano delle curve, certo non conoscevo esattamente il percorso, ma neanche Alejandro lo conosceva. E’ stato più bravo. Peccato perché la gamba c’era».

Covi parla di una buona condizione psicofisica. Dice che da dopo il Giro la sua forma non è mai calata. Ha avuto qualche occasione per cogliere un risultato personale e altre in cui ha lavorato per il team. Ma dice anche che di testa c’è eccome.

«Sì la testa c’è, per me fino all’ultima gara è come se fosse la prima. Correre non mi pesa, non sono stanco. Finito il Giro di Sicilia farò: Bernocchi, Tre Valli, Gran Piemonte e le due gare in Veneto».

Un pro’… “prof”

Ma prima di chiudere torniamo sulla Nove Colli. Davvero in qualche modo Covi lì ha dato, seppur indirettamente, lezione. Era con il gruppo di testa e mentre loro erano lì a scornarsi lui faceva i video e le storie per i social.

«Facevo i video ma faticavo! Devo dire che i primi andavano forte. Differenze? Beh, non sono abilissimi nell’andare in bici, ma a livello di potenza non solo così lontani. Diciamo che il primo degli amatori in salita può tenere un velocista.

«Cosa mi ha colpito della Nove Colli? Una bella festa: 11.000 e passa persone, basta questo a farti capire di che cosa si tratta. Io mi sono divertito!».

Valerio Conti: «Il Matteotti? Non bisogna attendere»

18.09.2021
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Pensate, domani il Trofeo Matteotti festeggia la sua edizione numero 74. E’ un’altra delle classiche storiche del nostro Paese. Si corre nel cuore dell’Abruzzo, a Pescara, un lungo “ping-pong” tra mare e colline. Un circuito non facile.

«E quando c’è di mezzo la parola circuito non è facile a prescindere. Basta un po’ di salita e un po’ di discesa per renderli complicati», ci dice il campione uscente, Valerio Conti. E proprio con il laziale andiamo a “scoprire” questa gara, che quest’anno vedrà davvero un bel parterre. Al via infatti ci sarà gente del calibro di Sonny Colbrelli e Diego Ulissi.

Conti vince l’anno scorso precedendo Rubio e Savini
Conti vince l’anno scorso precedendo Rubio e Savini

Serve intelligenza

«Il Matteotti è una grande classica italiana. E prima lo era ancora di più – spiega Conti – Oggi purtroppo ha perso qualcosa come tutte le altre nostre gare di un giorno, ad eccezione di Sanremo e Lombardia. E proprio l’anno scorso venne fuori una corsa tosta, perché si fece in piena estate e faceva caldissimo. Quest’anno dovrebbe essere un po’ più agevole, almeno da questo punto di vista. Non è una gara per velocisti, anche se su carta non è durissima. E’ adatta ai colpi di mano e ogni momento può essere decisivo. Serve intelligenza. Devi capire il momento giusto per partire.

«Per me non puoi attendere. Ci sono tanti scatti e ognuno potrebbe essere quello buono, quindi meglio stare davanti, sempre davanti… che dover rincorrere. Io l’anno scorso per esempio ho giocato d’intelligenza. In un tratto in discesa, mentre nessuno si sarebbe mosso perché si aspettava la salita finale, sono scattato. Ho anticipato. Poi sono stato bravo a tenere in salita».

Il circuito pescarese misura 15 chilometri e sarà da ripetere 13 volte
Il circuito pescarese misura 15 chilometri e sarà da ripetere 13 volte

Circuito nervoso

Il percorso misurerà 195 chilometri per 1.950 metri di dislivello. E’ il classico circuito di Montesilvano, quindi due “strappate” in successione e planata su Pescara.

«Non c’è una salita vera e propria – riprende Conti – sostanzialmente c’è uno strappo di un paio di chilometri seguito da una breve discesa, ma davvero corta. Poi altri 500 metri di salita con un tornante a destra molto impegnativo. Se fosse una tappa di un Giro, magari con i team che controllano e un certo modo di correre, si potrebbe anche pensare ad un arrivo in volata, ma in una gara di un giorno e senza squadre che hanno lo stesso obiettivo, la vedo dura. Di solito si creano tanti gruppetti ed è una di quelle poche corse in cui il team non è così fondamentale, ma sei tu che devi stare attento. La corsa si può decidere già a 50 chilometri dall’arrivo».

I gruppetti di cui parlava Conti…
I gruppetti di cui parlava Conti…

Tra passato e futuro

Mentre parlavamo, Conti si trovava al Giro del Lussemburgo. Ieri aveva finito da poco la sua cronometro e buttava un occhio su quel succedeva. Per esempio ci aveva raccontato in diretta della caduta di Mollema.

«Se penso all’albo d’oro di chi ha vinto il Matteotti è incredibile – conclude il romano – Lo vincevano i più forti, anche stranieri. E’ una corsa che conoscevo molto, anche per nome. Anche più di un Pantani o di una Coppa Sabatini e sono stato molto contento di averci preso parte e di averla vinta».

E a proposito di storia e di passato, queste sono le ultime gare di Conti con la maglia della UAE. A fine stagione infatti lascerà questo team con il quale di fatto ha militato sin dal suo passaggio tra i pro’, nel 2014, quando il sodalizio si chiamava ancora Lampre. Ma Valerio è comunque sorridente, perché ha già un contratto in tasca e resterà nel WorldTour. La sua destinazione sarà svelata ai primi di ottobre.

Manta Mips, il casco di Met dedicato alla velocità

16.09.2021
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Met presenta il suo casco, il Manta Mips, pensato per l’utilizzo su strada, triathlon e per l’inverno. L’azienda, ormai da anni insieme al UAE TEAM Emirates e guidata dai consigli dei suoi atleti, ha prodotto un modello adatto a tutti i ciclisti. Le aree di interesse sono molteplici: aerodinamica, sicurezza, vestibilità ed ultimo, ma non meno importante, lo stile.

Dettaglio del casco Manta nella versione nera con sfumature rosse, le aperture posteriori sono studiate per evitare l’effetto drag
Dettaglio del casco Manta nella versione nera con sfumature rosse, le aperture posteriori sono studiate per evitare l’effetto drag

Sicurezza maggiore

Il casco è il primo accessorio a cui si pensa quando si nomina la parola sicurezza e Met lo sa bene. Infatti, il Manta Mips è dotato dei migliori sistemi di protezione per il ciclista. La Mips-C2 è una tecnologia che permette al casco di scivolare in caso di caduta reindirizzando la forza di rotazione, principale causa dei traumi cranici. Infatti, l’atleta non rotolerà, esponendo la parte della testa non protetta dal casco, ma scivolerà via sull’asfalto.

Solamente due aperture anteriori per avere il miglior coefficiente di penetrazione alare possibile.
Solamente due aperture anteriori per avere il miglior coefficiente di penetrazione alare possibile.

Aerodinamica all’avanguardia

Il Manta Mips è un casco molto più estremo dei predecessori in quanto è studiato per avere un taglio molto aerodinamico. Ha pochissime prese d’aria ma estremamente funzionali, soprattutto quelle frontali che sono chiamate a fendere l’aria. Infatti se ne contano solamente due frontali e una superiore che serve per mantenere stabile la temperatura interna del casco.

Il disegno del casco è molto lineare poiché delle geometrie troppo aggressive aumenterebbero l’effetto drag: un disturbo aerodinamico derivante dalle correnti d’aria che, se tagliate in maniera troppo netta, creano dei vortici producendo così un maggiore attrito.

Pratico e comodo

Il casco di Met ha una chiusura migliorata con un cinturino a 360 gradi che toglie punti di pressione dal cranio prolungando l’indossabilità. Inoltre, dispone di una fibbia metallica per facilitare l’allacciatura e due fori per facilitare il posizionamento degli occhiali.

La colorazione di lancio è un rosso metallizzato ispirato alla livrea del UAE Team Emirates. Disponibile in altre cinque colorazioni: nero con inserti rosso lucido, nero con inserti gialli e nero con inserti blu, bianco con inserti neri e total black.

met-helmets.com

Marcato 2021

Marcato chiude dopo 17 anni, ma ha molto da dire

05.09.2021
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Il 2021 di Marco Marcato è stato davvero un calvario. Io suo ruolino di marcia dice che aveva iniziato anche in maniera sostenuta, con ben 6 gare nel periodo delle classiche del Nord, poi è arrivato il Tour of the Alps e dopo del corridore di San Donà di Piave si sono perse le tracce, fino a ritrovarlo al Giro di Polonia. Era giusto capirci qualcosa, ma le parole che Marco ci ha confidato vanno oltre quello che ci aspettavamo…

«Ad aprile ho avuto un episodio di aritmia e mi sono dovuto sottoporre a un piccolo intervento di ablazione per fibrillazione atriale – racconta Marcato – sono rimasto fermo oltre un mese per poi riprendere piano piano, alla fine ero tornato a “riveder le stelle” in Polonia ma ho avuto un altro caso e d’accordo con medico e società abbiamo deciso di chiudere la stagione e conseguentemente la carriera».

Marcato Nord 2021
Marcato alla Bredene Koksijde Classic 2021, chiusa al 27° posto. In Belgio il trevigiano vanta il posto d’onore al Giro di Vallonia 2010
Marcato Nord 2021
Marcato alla Bredene Koksijde Classic 2021, chiusa al 27° posto. In Belgio il trevigiano vanta il posto d’onore al Giro di Vallonia 2010
Quindi non ti vedremo più in giro?

Non come ciclista professionista, ma non è una decisione causata dai problemi fisici, avevo già detto a inizio stagione che sarebbe stata l’ultima, ho fatto 17 anni di professionismo e credo possano bastare… certamente non avrei voluto chiudere così, non era il finale che mi aspettavo, ma bisogna anche saper accettare quel che arriva, la salute viene prima di tutto, solo che avrei voluto chiudere bene, magari partecipando al Giro del Veneto che passava sotto casa mia. Lo guarderò…

Il problema che hai avuto al cuore che conseguenze ha nella vita di tutto i giorni?

Nessuna ed anzi vorrei ringraziare il Dott.Alessandro Zorzi e tutto lo staff dell’Ospedale di Padova per tutto l’appoggio che mi hanno dato. E’ frutto dello stress psicofisico della mia attività, abbassando i livelli tutto torna alla normalità. Anche adesso non è che ho smesso di andare in bici, ma fatto in tranquillità.

E ora, che cosa succede nella vita di Marco Marcato?

Continuerete a vedermi in giro, questo è sicuro… Sono già d’accordo con il team (la Uae Team Emirates, ndr) che mi ha supportato in tutto e per tutto e che mi ha offerto di continuare a lavorare nella struttura. Si apre un altro capitolo, tutto da scoprire.

Marcato Uae 2021
Alla Uae dal 2017, Marcato resterà nello staff della squadra in un ruolo da definire
Marcato Uae 2021
Alla Uae dal 2017, Marcato resterà nello staff della squadra in un ruolo da definire
Che cosa vorresti fare?

Mi piacerebbe molto lavorare con i giovani: ho visto negli ultimi anni come la mia esperienza sia stata sempre fonte di consigli da parte dei ragazzi, degli ultimi arrivati in squadra e vorrei continuare su questa strada, rendermi utile per agevolare chi fa il passaggio di categoria che non è sempre facile.

Dovendo fare un consuntivo di 17 anni di attività?

Posso ritenermi più che soddisfatto, avendo preso tanto da questo mondo al quale spero di aver restituito. Ho iniziato con tante aspettative, correndo anche da leader e prendendomi le mie soddisfazioni, soprattutto nelle corse del Nord che esaltavano le mie caratteristiche, poi ho capito che potevo ritagliarmi un ruolo più stabile stando nell’ombra e alla fine devo dire che chiudo in ampio attivo.

Quanto è cambiato il ciclismo in questi 17 anni?

Enormemente, due mondi completamente differenti. Io passai che non sapevo neanche che cosa fossero cardiofrequenzimetro e watt, oggi invece vedi ventenni che arrivano subito al top, lavorano come professionisti. Io posso dire di aver trovato la vera maturazione intorno ai 27-28 anni, adesso i tempi sono enormemente abbreviati. Si va sempre di più verso un ciclismo specialistico nel quale si va sempre a tutta, tanto che ci si comincia ad allenare già a metà ottobre quand’io cominciavo a metà dicembre…

Marcato Tours 2012
La vittoria più prestigiosa di Marcato, la Parigi-Tours 2012. L’anno prima era giunto secondo
Marcato Tours 2012
La vittoria più prestigiosa di Marcato, la Parigi-Tours 2012. L’anno prima era giunto secondo
Malori parlava di vietare il consulto dei watt in corsa, per rendere le gare un po’ più soggette all’inventiva. Sei d’accordo?

E’ come con l’introduzione dell’elettronica nella Formula 1. Dà grossi vantaggi, ma viene meno l’istinto del campione, è così anche nel ciclismo, ma non solo per i watt, anche per le radioline, che sicuramente sono utili per la sicurezza, ma appiattiscono un po’ le corse. Io sarei per togliere i potenzimetri e utilizzare le radio solo su un canale a disposizione dell’organizzazione per comunicazioni legate alla sicurezza. Credo che così ci sarebbe molto spettacolo in più e si vedrebbero azioni diverse.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera?

Dal punto di vista personale la vittoria alla Parigi-Tours del 2012, iscrivere il mio nome in un albo d’oro così prestigioso è stato qualcosa di magico, ma come emozioni, quello che mi è rimasto nel cuore è stato l’arrivo ai Campi Elisi dello scorso anno, con Pogacar in maglia gialla. Per com’era arrivata, per tutto il lavoro che avevamo sostenuto in squadra, l’abbiamo sentita tutti un po’ nostra, mi sono sentito parte di quell’impresa.

Trentin, l’ultima imboscata prima degli europei

01.09.2021
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Forse per fare un regalo a Jakobsen che compiva 25 anni, ieri quasi tutte le squadre si sono rassegnate all’arrivo in volata. Non che le alternative fossero infinite, ma quando il UAE Team Emirates ha aperto il gas, si poteva provare a dargli una mano. Una bella imboscata e via. La Deceuninck-Quick Step era rimasta indietro e con un po’ di collaborazione si poteva se non altro appesantire le gambe del velocista più forte del gruppo.

Trentin ci ha provato ed è per questo che in serata non aveva poi troppi rimpianti, se non quello per la vittoria che ancora non arriva e che alla vigilia degli appuntamenti più caldi come europei e mondiali, gli darebbe le sicurezze necessarie. 

Terzo nella volata di ieri e tanti auguri a Jakobsen che compiva 25 anni. L’imboscata nel finale è andata male
Terzo nella volata di ieri e tanti auguri a Jakobsen che compiva 25 anni. L’imboscata nel finale è andata male
Stai facendo delle prove generali o volevi davvero battere Jakobsen in un testa a testa?

Bè dai, se riuscivo a batterlo non era male. E’ ovvio che se lo porti di in volata, poi diventa difficile. Stiamo parlando di uno di quelli che hanno più watt in assoluto. Ho preso la ruota di Meeus, ma più di un terzo posto non si poteva fare. Ci ha lasciati lì…

Forse si poteva provare ad anticiparlo…

Infatti siamo l’unica squadra che ci ha provato (quasi ringhia nel dirlo, ndr), gli altri se ne sono un po’ fregati. Abbiamo dovuto muoverci da lontano perché era l’unico punto dove si poteva fare. Poi però quando il vento è girato e ce lo siamo trovato in faccia, nessuno ci ha dato una mano. Magari si poteva fare qualcosa, lo si poteva stancare un po’. E infatti lui su quell’imboscata era rimasto indietro.

Come stai?

Sono stanco, ovvio, ma sto bene. Manca sempre la vittoria, però vedo che comunque sia di gambe che anche mentalmente sto sempre meglio. Vediamo il bicchiere quasi pieno, insomma…

Cassani ha dato i nomi per gli europei ed è chiaro che da te si aspetti qualcosa…

Vediamo, perché sicuramente a Trento la corsa viene molto dura, quindi bisognerà correre bene e riuscire a fare le cose come Dio comanda. E’ impegnativa per il circuito e perché prima c’è il Bondone, non ho mica capito qual era l’intenzione, però fa lo stesso. E c’è un sacco di salita prima, quindi comunque in generale verrà dura… 

Con Cimolai prima che si ritirasse: il friulano poteva essere un’ottima spalla per gli europei
Con Cimolai prima che si ritirasse: il friulano poteva essere un’ottima spalla per gli europei
Troppo dura per te, oppure per un buon Trentin è possibile fare bene?

Posso fare bene. Il circuito si farà sentire, perché la salita dura intorno agli 8 minuti, qualcosina meno. E poi ne hai altri 23-24 per fare il giro, quindi comunque ogni 20 minuti sei sotto e ricominci a salire. Sicuramente si farà sentire. La discesa è da spingere, quindi in realtà se stai a ruota recuperi…

Hai in testa più gli europei o il mondiale?

Il mondiale è molto più adatto a me e non a uno scalatore. Mentre all’europeo uno scalatore un po’ scaltro può far bene. Uno come Pogacar non aspetterà la volata, poco ma sicuro. Va sempre forte, ma a Plouay ha un po’ picchettato anche lui.

Siete compagni di squadra, vi allenate mai insieme a Monaco?

No, perché lui esce troppo tardi. Può permetterselo, non ha figli.

Il fatto di correre in casa cambia qualcosa, accende qualche lampadina in più?

Non lo so, ci tengo di sicuro. La salita la conosco parecchio bene, visto che era la strada che facevo due volte al giorno in pullman per andare a scuola. Quindi essendo vicino a casa, fa sempre piacere.

A Glasgow nel 2018, Matteo vince l’europeo con volata tirata da Cimolai, che finisce quinto
A Glasgow nel 2018, Matteo vince l’europeo con volata tirata da Cimolai, che finisce quinto
Ci sono altre tappe possibili alla Vuelta?

Adesso arrivano solo tapponi, domani e dopodomani (oggi e domani per chi legge, ndr) la vedo proprio dura. Poi c’è venerdì, una tappa in cui però dovrebbero allinearsi i pianeti in maniera importante. Diciamo che non la tiro fuori del tutto, ci provo. Poi se va, bene. Sennò pazienza. E’ stata la Vuelta con più volate in assoluto degli ultimi tempi e con più tappe piatte. Se togliamo quella che ha vinto Cort Nielsen, che siamo arrivati in pochi davanti, non ci sono state tante tappe da pensare che arriva il gruppetto. 

Nei prossimi giorni si lavora per la squadra o si salva la gamba?

Vediamo un pochino com’è la situazione. E’ ovvio che adesso parte un’altra Vuelta, perché nei prossimi 4-5 giorni c’è più salita che nelle due settimane precedenti. Tolti quelli di classifica, bisogna vedere che tipo di corridore sei e come stai. A me per esempio fa anche bene tenere duro sulle salite. E’ ovvio che non devo esagerare, bisogna sapere quel che si sta facendo, bisogna conoscersi. Non è detto neanche che faccia davvero bene stare sempre nel gruppetto per tutta la settimana, perché qua il tempo massimo è infinito e quindi il rischio è che fai anche poca fatica. Dipende da quello che stai cercando. Se sei messo come un aratro, è bene mollare prima. Altrimenti si può sempre pensare di migliorare.

A fine settembre, sul percorso dei mondiali, ritroverà invece strade che gli si addicono di più
A fine settembre, sul percorso dei mondiali, ritroverà invece strade che gli si addicono di più
Tu cosa cerchi?

Adesso come adesso sto bene, quindi mi serve tenere il fisico un po’ impegnato.

Dopo la Vuelta, vai diretto in Trentino o ti fermi a Monaco?

No, vado a casa, fatemi vedere i bambini qualche volta (ride, ndr). Si poteva pensare di portarli dai nonni, ma lunedì cominciano le scuole e il grande va alle elementari. Sono curioso, gli piace quando gli spiegano le cose. Fa la scuola in francese e lo parla già meglio di me.

Com’è il tuo francese?

Lo parlo abbastanza. Diciamo che mi capiscono tutti a parte francesi, che come sempre ti rispondono storcendo il naso finché non gli dai la pronuncia perfetta. Adesso vado a riposarmi un po’, avete visto il profilo della prossima tappa?

Pogacar riaccende il motore, ma a Plouay è una faticaccia

30.08.2021
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Il bimbo d’oro ha riattaccato il numero sulla schiena ed è tornato a giocare con la sua Colnago. Lo ha fatto a Plouay con il sorriso sulle labbra e le gambe dure dopo un mese senza correre. Vedere Pogacar chiudere una classica come quella a sei minuti dai primi potrebbe suonare strano, ma il bello dei suoi 22 anni sta soprattutto nella schiettezza con cui spiega le cose.

«Sapevo di non poter avere una grande condizione – ha detto lo sloveno (in apertura alla partenza della gara di Plouay) – perché a casa ho festeggiato il Tour. Ho mollato la bici per una settimana, quindi ho ripreso ad allenarmi gradualmente. Un po’ ho pedalato e un po’ mi sono goduto l’estate».

Ha conquistato il secondo Tour a 22 anni, questa volta dominandolo per due settimane
Ha conquistato il secondo Tour a 22 anni, questa volta dominandolo per due settimane

Alla larga dalla fama

In questa sua dimensione di Re Mida che rende d’oro ogni corsa che tocchi, si percepiscono lo stupore e il desiderio di normalità, probabilmente l’unica difesa da una fama che gli è arrivata addosso come un treno.

«La gente mi riconosce – ha detto sabato durante una videoconferenza – ma io non mi ritengo una star dello sport, sono solo un corridore. Sto vivendo il mio sogno, che è fare quello che amo. Corro in bici e mi riesce bene. Ho un grande sostegno dalla mia ragazza, la mia famiglia e i miei amici. Abbiamo trascorso un bel periodo insieme e dopo le corse, è solo questo ciò di cui ho bisogno».

Prima di Plouay, l’ultima corsa erano state le Olimpiadi, corsa senza freni a disco. Alle sue spalle, Damiano Caruso
Prima di Plouay, l’ultima corsa erano state le Olimpiadi, corsa senza freni a disco

Obiettivo Giro e Vuelta

La squadra lo ha tolto dal mercato per i prossimi cinque anni, offrendogli un rinnovo principesco fino al 2027 con una clausola rescissoria così alta da provocare le vertigini. In questo panorama di pochi atleti capaci di vincere i grandi Giri, aver messo in cassaforte il talento di Pogacar permetterà a Gianetti e Matxin di costruire un UAE Team Emirates al limite dell’invincibile, se non altro nelle corse in cui potranno schierare il team migliore. Pogacar da parte sua vive tutto con la spensieratezza del ventenne e un esaltante senso di libertà.

«Per mia fortuna – ha detto – posso essere competitivo in tante corse diverse, alcune che ancora non ho mai provato. Voglio mettermi alla prova. Di sicuro mi piacerebbe vincere gli altri grandi Giri, specialmente il Giro e la Vuelta. Mentre per il resto della stagione, staremo a vedere. Andremo avanti di corsa in corsa, cercando di fare bene e di tirare fuori il meglio ogni volta».

Ha ripreso ad allenarsi poco prima di rientrare a Plouay, puntando a un bel finale (foto Instagram)
Ha ripreso ad allenarsi poco prima di rientrare a Plouay, puntando a un bel finale (foto Instagram)

Da Trento al Belgio?

Dopo Plouay, il suo programma prevede la partecipazione agli europei di Trento, il cui circuito in salita potrebbe strizzargli l’occhio. Invece non è dato di sapere se Pogacar faccia parte del contingente sloveno per il mondiale, su di un percorso che forse non gli si addice molto. In attesa che la federazione slovena comunichi il nome del nuovo selezionatore (che a detta del nuovo presidente Mardonovic potrebbe essere ancora il dimissionario Hauptman), è difficile pensare che un Pogacar in forma venga lasciato a casa.

«Mi piacerebbe correre i mondiali – fa sapere il diretto interessato – perché indossare la maglia della nazionale è sempre un privilegio».

Ha corso i mondiali di Imola in supporto di Roglic, ma la sua fuga ha fatto tremare il gruppo
Ha corso i mondiali di Imola in supporto di Roglic, ma la sua fuga ha fatto tremare il gruppo

L’anno scorso arrivò a Imola, su un percorso certamente più duro, per favorire Roglic (e forse sdebitarsi moralmente dopo la beffa del Tour) e per poco non gli riuscì il colpo a sorpresa. Il tracciato di Leuven non è così tenero, se è vero che tra i favoriti vanno inseriti gli uomini del Fiandre. Dipende tutto da lui. Se trova la gamba, anche quel giorno sarà un brutto cliente per Van Aert e compagnia.

Ardila vuole portare in alto il nome della Colombia… come Quintana

24.08.2021
4 min
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Come abbiamo visto al Tour de l’Avenir il livello era pazzesco. Al via tanti ragazzi che non solo hanno già assaggiato il professionismo, ma addirittura militano in squadre WorldTour. Su tutti i due spagnoli, Juan Ayuso e Carlos Rodriguez. Ma c’era anche un altro corridore che almeno fino a 70 chilometri dalla fine della “piccola Grande Boucle” era nella top ten della classifica generale, a tenere altissimo questo livello: Andres Camilo Ardila.

Ardila con Matxin al suo debutto con la Uae lo scorso anno alla Vuelta a Colombia
Ardila con Matxin al suo debutto con la Uae lo scorso anno alla Vuelta a Colombia

In bici a 9 anni

Andres è un piccolo scalatore colombiano. Viene dalla zona di Tolima, in un pueblo che si chiama Marequita, a 170 chilometri a Nord Est della capitale Bogotà. Come sempre a notarlo è stato il talent scout per eccellenza, Joxean Fernandez Matxin, meglio conosciuto come Matxin e basta. Ardila ha seguito le orme e la passione di suo papà, Camillo, ed ha iniziato a pedalare molto presto

«Bueno – dice Ardila – ho iniziato quando avevo nove anni. E’ stato mio papà a mettermi in sella, ma la mia prima corsa l’ho fatta quando avevo undici anni e sono arrivato al ciclismo professionistico in Colombia quando ne avevo 18. Poi dall’anno scorso sono entrato nel WorldTour. Ho firmato il contratto con la Uae al Giro d’Italia U23 del 2019 che ho vinto. Matxin ha creduto in me e mi ha dato l’opportunità di essere parte della squadra.

«Cosa mi piace del ciclismo? Mi sento di avere molta libertà. Ho l’occasione di girare il mondo, di conoscere luoghi nuovi e diversi. Conoscere gente e farmi nuovi amici, a prescindere della rivalità. Ma quando sono a casa mi piace stare con la famiglia e godermi gli amici».

Il suo idolo è Nairo Quintana. «E’ lui che mi motivava. Mi ricordo delle sue sfide con Chris Froome al Tour o quando vinse il Giro. Correre qui in Europa con lui, seguire i suoi passi e portare in alto il mio Paese come ha fatto Nairo è la storia più bella che posso realizzare».

Ardila (col dorsale 71) in azione all’Avenir. Lui e Umba erano i leader della Colombia
Ardila (col dorsale 71) in azione all’Avenir. Lui e Umba erano i leader della Colombia

Prestazioni okay, regolarità no

Come spesso accade i colombiani sono istintivi e generosi in corsa. Attaccano e contrattaccano. A volte vincono, altre rimbalzano. Ed è un po’ quel che è successo ad Ardila nell’ultima frazione dell’Avenir, la tappa regina con Madeleine, Iseran e Piccolo San Bernardo. Andres ha fatto lavorare i suoi connazionali salendo verso i 2.770 metri dell’Iseran. Era convinto di attaccare. Prima del via si fregava le mani. Aspettava questo “puerto”, come dice lui, ma in realtà la sua azione e quella dei suoi compagni ha spianato la strada allo spagnolo Carlos Rodriguez. Mentre lui è “naufragato”.

Ma ci sta, quando si è giovani ci sono questi passaggi a vuoto. E non bisogna poi guardare ai distacchi per giudicare. Un colombiano di 60 chili (forse anche meno) che resta praticamente da solo con 65 chilometri da fare, 35 dei quali in discesa, è normale che perda minuti a valanga.

«Oggi volevamo attaccare. La squadra ha fatto un ottimo lavoro per tutto l’Avenir. Ho pagato un po’ nei finali delle ultime due tappe di montagna ma erano corte e a me piacciono quelle più lunghe. Non è andata come speravo, però siamo sempre stati nel vivo della corsa ed è un orgoglio per me. E poi posso sempre continuare a lavorare pensando che la prossima volta potrò ottenere un risultato migliore».

Andres, classe 1999, prima del via dell’ultima tappa dell’Avenir: era abbastanza teso
Andres, classe 1999, prima del via dell’ultima tappa dell’Avenir: era teso, ma motivato

Corazzata Uae

In ogni caso la Uae può contare su un altro uomo di grande spessore tecnico, almeno per la salita. E se la punta non dovesse essere Ardila, lui stesso può essere uno dei giovani e preziosi vagoni per i suoi capitani, Pogacar in primis, ma anche Almeida (che arriverà il prossimo anno).

«Sì, nella Uae siamo molti giovani forti – riprende Ardila – Negli ultimi anni ci sono ragazzi che vanno già molto bene e nel caso della mia squadra ancora di più. Abbiamo Pogacar che è un gran “companero”. Tadej oltre che essere un grande corridore è anche una grande persona. E lo stesso Juan Ayuso, ha un grande talento. Quando è così sei molto motivato a crescere. Sono solo due anni che sto correndo in Europa e sto imparando moltissimo. Devo trovare il feeling con questi nuovi ritmi. I modi di correre sono nuovi per me e penso che stiamo facendo un buon lavoro con la squadra».

E a proposito di Ayuso gli abbiamo chiesto qual è stato il suo rapporto in gara con lo spagnolo, anche lui della Uae. «No, all’Avenir non abbiamo parlato molto (anche per Juan si è ritirato dopo quattro frazioni, ndr). Eravamo in squadre diverse. E poi non c’è stato molto tempo visto quanto siamo andati forte!». Infine ha aggiunto una frase che la dice lunga sulla sua grinta e sul carattere dei ragazzi della Uae: «E poi ognuno è venuto qui con una mentalità vincente e ognuno voleva fare la sua corsa».

Richeze al bivio, lascia Gaviria ma continua a correre

20.08.2021
4 min
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L’appuntamento delle 15 è slittato alle 17,30, perché nel frattempo l’allenamento di Richeze e Gaviria è andato per le lunghe. A Monaco è un po’ meno caldo che da noi, ma il sole si fa rispettare ugualmente. I due sono entrambi reduci dal Tour de Pologne, dove il colombiano ha centrato la prima vittoria di stagione e da cui conta di ripartire per una seconda metà in cui riempire le bisacce di risultati. Ma in ogni caso, alla fine dell’anno la coppia si separerà. Una coppia rinata dopo che Gaviria lasciò la Quick Step nel 2019 e convinse l’amico a fare altrettanto nel 2020. I risultati non hanno tenuto troppa fede alle attese, ma la separazione è dovuta alla volontà di ringiovanire il gruppo e Richeze ha ormai 38 anni.

Nel 2018 vince a Konya in Turchia: con la Quick Step ottime stagioni
Nel 2018 vince a Konya in Turchia: con la Quick Step ottime stagioni

«Ma correrò ancora – sorride – e non so chi abbia messo in giro la voce che smetterò. Certo il piano era di continuare con Fernando, ma non è stato possibile. Perciò sono in cerca di una squadra per la prossima stagione, ugualmente come ultimo uomo. Stiamo parlando, ho dei contatti. Sono molto amico di Lombardi, che mi gira le informazioni che potrebbero interessarmi».

Richeze come Morkov

Quando lasciò la Quick Step, si divideva con Morkov la palma di miglior ultimo uomo, al punto che Gaviria lo volle fortemente con sé al UAE Team Emirates. E anche se non basta avere un ottimo “leadout” per vincere le volate (il bottino di Fernando sarebbe altrimenti più ricco), di certo si tratta di un ruolo molto importante, che però negli anni è cambiato radicalmente.

Il 2019 è stato l’ultimo anno da separati fra Gaviria e Richeze, ancora alla Deceuninck
Il 2019 è stato l’ultimo anno da separati fra Gaviria e Richeze, ancora alla Deceuninck
Che cosa è cambiato, soprattutto?

Il fatto che una volta ci fossero al massimo due treni, quello di Cipollini e quello di Petacchi. Adesso invece ogni squadra ha il suo e riuscire a portare fuori il tuo velocista diventa più complicato. Per uscire davanti da certe mischie, devi quasi essere al livello dei velocisti più forti.

Qualche giorno fa Malori ci ha detto che non ci sono più in giro velocisti puri e che anche per questo le volate sono cambiate.

Malori ha visto giusto. Lo stesso Gaviria ormai è forte anche in salita, ma non per scelta. E’ una necessità. Le corse facili non esistono più e per passare i 2.000 metri di dislivello dopo i quali ci si aspetta la volata, devi comunque tenere in salita. In questo modo il velocista deve rinunciare a una parte della sua potenza e di conseguenza le volate sono diverse.

TI sei mai pentito di aver lasciato la Quick Step?

No, mi trovo bene qui. Quella è la squadra con la migliore scuola per velocisti, di sicuro. C’è la cultura del treno, mentre alla UAE c’è la cultura dello scalatore. Più Pogacar ovviamente che Gaviria. Quindi è comprensibile che sia più difficile fare risultati. Non sono pentito perché ho scelto di seguire Fernando.

Può essere che le sue poche vittorie siano state decisive per il fatto di non confermarti?

Oddio, spero di no. Non credo. Mi hanno parlato di ringiovanimento. E poi non siamo mai andati nelle grandi corse con un treno di quattro uomini per tirare le volate e questo fa la differenza. La stessa cosa che è successa a Viviani. Vieni da una scuola di velocisti e ti ritrovi con meno uomini, che cambiano spesso e non sono abituati a fare un certo lavoro.

A quando la prossima corsa?

Il 26 e il 28 in Belgio, poi il Benelux Tour e poi chiuderò con il calendario italiano.

Quinta tappa del Polonia, all’arrivo con Gaviria e Sobrero: tappa dura
Quinta tappa del Polonia, all’arrivo con Gaviria e Sobrero: tappa dura
Sei soddisfatto della tua stagione?

Sinceramente non tanto. Oltre alle mie prestazioni, la mia soddisfazione è legata alle vittorie di Fernando e purtroppo finora ne è arrivata solo una, per cui devo pensare di aver fatto bene il mio lavoro poche volte. Se poi da qui a fine stagione facciamo il pieno, il bilancio cambia.

E se ti proponessero di fare il velocista?

Non sarei in grado. Il livello si è alzato tantissimo. Le ultime volte che ho corso per vincere fu con la Quick Step in Argentina o Turchia, dove il livello era inferiore. Adesso non saprei davvero da dove cominciare. Invece da ultimo uomo credo di poter ancora dire la mia.