Tour de France 2026, Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard

EDITORIALE / Gli show di Pogacar piacciono davvero a tutti?

13.07.2026
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A questo punto della storia, con Sinner che ha vinto piuttosto facilmente a Wimbledon e Pogacar che dopo sei tappe ha già ipotecato il Tour de France, la domanda che sorge spontanea è se questi eventi conquistati in forza di una supremazia mai in discussione siano davvero così irresistibili o non rischino di diventare a loro modo routine.

Lo diceva venerdì Angelo Mangiante su Sky Sport: «Mai come ora ci rendiamo conto di avere bisogno di Alcaraz». Perché Zverev (come Vingegaard con Pogacar) può mettercela tutta e impegnare Sinner per i primi due set, poi però deve pagare il conto allo sforzo eccessivo di quella opposizione ed è costretto ad arrendersi. Il braccio diventa pesante, la corsa faticosa, la lucidità viene meno e Sinner se ne va.

Perché lo spettacolo sia effettivo, servono rivali all’altezza. E’ meglio un successo combattuto in cui la vittoria abbia il sapore di una conquista oppure un trionfo già scritto perché quel rivale non ti ha mai battuto e probabilmente non comincerà questa volta?

Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due  (foto Facebook/WImbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)

Tra Pogacar e Vingegaard

Lo stesso discorso si è ripetuto sulle strade del Tour. Tra Pogacar all’attacco e Vingegaard in difesa, la differenza sul Tourmalet è stata di trenta secondi, poi però il danese ha pagato il conto allo sforzo eccessivo e nei chilometri successivi della sesta tappa è andato inesorabilmente a fondo (allo stesso modo in cui Zverev ha retto per i primi due set e poi si è andato spegnendo).

Qualche giorno prima, per mostrare i muscoli o ribadire non si sa quale concetto, Pogacar aveva prima sfinito gli uomini sul Montjuic, regalato infine la tappa a Del Toro, senza tuttavia aver staccato Evenepoel e Vingegaard, conquistando 3 secondi su tutti gli altri. Nel tennis devi vincere ogni volta, nel ciclismo non serve. La grandezza spinge sempre verso il trionfo o c’è sotto una qualche forma di irresistibile arroganza sportiva?

Identico discorso ieri verso Ussel, nel giorno vittorioso di Van der Poel. Se avesse voluto, Tadej avrebbe potuto vincere la tappa senza troppa difficoltà e forse avrebbe avuto anche senso che lo facesse, dato che ha fatto tirare la squadra per prendere una fuga di cui poteva disinteressarsi. Di colpo invece la UAE Emirates ha smesso di lavorare e viene da chiedersi se sia stata la conseguenza di un ragionamento fatto dall’ammiraglia o un’intuizione dello sloveno.

Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?

La castrazione tattica

Il dibattito non finirà certo oggi. Stiamo indubbiamente vivendo l’era di uno dei più grandi corridori di sempre e dovremmo essergli grati per il modo generoso con cui interpreta ogni corsa. E volendo essere ancor più onesti, probabilmente se fosse italiano tanti ragionamenti non li sentiremmo. Eppure, come anche per Sinner a Wimbledon, avremmo tanto bisogno di un Alcaraz che aiuti a definire meglio la dimensione di Pogacar. E avremmo bisogno però anche di direttori sportivi capaci di andare oltre la visione più scontata della corsa e con il coraggio di prendere in mano la situazione.

Perché nessuno attacca e si aspetta soltanto che lo faccia il campione del mondo? Voglia di accucciarsi ai suoi piedi oppure l’incapacità di immaginare uno sviluppo diverso? Persino Armstrong, il cui strapotere di quei Tour non aveva nulla da invidiare all’attuale di Pogacar, trovò sulla sua strada avversari capaci di attaccarlo: da Ullrich a Basso, passando per Beloki e Pantani. Non riuscirono a sortire gli esiti sperati, almeno non del tutto, ma quantomeno tentarono di abbattere il colosso texano e diedero alla corsa il brivido di una parziale incertezza.

Squadroni come la Visma Lease a Bike e la Red Bull-Bora contemplano in apparenza soltanto un correre fatto di testa a testa (in cui sono perdenti) e non hanno direttori sportivi capaci di inventare una tattica fuori dagli schemi. I tanti watt di Pogacar sono davvero una sentenza per i suoi avversari oppure l’alibi perfetto per ammiraglie incapaci di vedere oltre? Non è meglio morire con l’onore delle armi, piuttosto che andare al patibolo infilando da sé la testa nel cappuccio?

Armstrong e Ullrich sono nella fuga alle spalle di Pantani: l'americano tiene il ritmo molto alto. Il vento è contrario
Tour del 2000, nonostante Armstrong fosse dominante come oggi Pogacar, sulla sua strada trovò ugualmente molto coraggio
Armstrong e Ullrich sono nella fuga alle spalle di Pantani: l'americano tiene il ritmo molto alto. Il vento è contrario
Tour del 2000, nonostante Armstrong fosse dominante come oggi Pogacar, sulla sua strada trovò ugualmente molto coraggio

Impegno e lucidità

Stiamo indubbiamente vivendo l’era di uno dei più grandi corridori di sempre, dicevamo, che continua a lavorare e migliorare da sette anni (in barba a chi diceva che sarebbe durato poco) in un crescente inno al suo impegno. Ma sono anche gli anni di un solo atleta che svuota la tavola lasciando agli altri le briciole. Salvare una piccola porzione di cibo per gli altri significa non essere ingordi oppure sarebbe mancare di rispetto al talento che si è ricevuto?

Forse è questa la domanda su cui si potrebbe ragionare con il campione del mondo, che in assenza di rivali alla sua altezza ha tutto il diritto di correre e vincere come gli pare (nel ciclismo non ci sono Alcaraz all’orizzonte). E avrebbe paradossalmente anche il diritto di avere avversari più coraggiosi, come coraggioso è stato ieri Van der Poel.

Se ieri avesse vinto nuovamente Pogacar, a lui non avrebbe aggiunto tanto, all’olandese avrebbe portato via la ragione dello stesso andare avanti. Lo sport a questo livello è show e business: siamo certi che rimarrà attrattivo ancora a lungo per il pubblico e per gli sponsor, conoscendo il risultato prima dell’inizio e con avversari incapaci di farne parte in modo davvero convincente? Forse piuttosto che lagnarsi per lo strapotere di Tadej avrebbe più senso chiedersi se i suoi rivali siano guidati da team all’altezza.

Maratona dles Dolomites 2026, Vincenzo Nibali, Fabio Aru, Jorge Echevarria, Valerio Agnoli

Il nuovo Agnoli, una bella storia di amicizia, famiglia e lavoro

11.07.2026
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Valerio Agnoli stamattina era a Fiuggi per la corsa di suo figlio Luis Leon, che ha 10 anni e corre da G4. Nessuna pressione da parte dell’ex corridore ciociaro, che quando si parla dell’attività sportiva di suo figlio sta sempre un passo indietro per evitare di risultare invadente per il bimbo che ha una passione sconfinata per Pogacar. Più attento semmai è lo zio Vincenzo, che zio non è, ma ugualmente in certi giorni si mette lì e lo riempie di consigli.

«E’ venuto al Meeting dei Giovanissimi – racconta Agnoli –  si è messo là, ha visto la gara e subito dopo si è seduto insieme a lui. Si è messo a spiegargli come aveva fatto la volata, perché ha fatto secondo per tre centimetri. Gli ha spiegato che cosa eventualmente avrebbe potuto fare meglio. Gli ha comprato le ruote e le scarpe di Pogi. Tutte cose che io non faccio, io al massimo lo accompagno alle gare, lui invece si è invaghito della situazione.

«Negli ultimi anni Vincenzo si è dimostrato un vero fratello. Ha saputo darmi consigli, stimolarmi e più di qualche volta mi ha portato a riflettere. E’ fatto a modo suo, perché Vincenzo va capito. Facciamo delle cose insieme, siamo stati insieme alla Maratona delle Dolomiti, l’unica scocciatura – dice e scoppia a ridere – è che mi abita di fronte, quindi per forza di cose, mi tocca subirlo, che cosa ci posso fare? Mi pare che sia arrivato stanotte all’una, speriamo che domani non voglia uscire in bici…».

Lus Leon Agnoli corre attualmente da G4 in una squadra della provincia di Fiuggi
Luis Leon Agnoli corre attualmente da G4 nel Team Nereggi-Coratti, una piccola squadra nella zona di Fiuggi
Lus Leon Agnoli corre attualmente da G4 in una squadra della provincia di Fiuggi
Luis Leon Agnoli corre attualmente da G4 nel Team Nereggi-Coratti, una piccola squadra nella zona di Fiuggi

Ritorno alla XS

Vincenzo è ovviamente Nibali ed è stato Valerio – assieme a sua moglie Giovanna – a fargli conoscere Rachele. Questa idea di sentire cosa stesse facendo Valerio Agnoli è nata proprio vedendo le foto di loro due assieme e osservando il cambiamento del laziale. Perché Agnoli negli ultimi mesi ha dato una svolta alla sua vita per riprendersi quello che era e a sentirlo parlare si percepisce la sensazione di benessere e soddisfazione.

«Dal 16 dicembre – racconta – ho perso 23 chili. Noi corridori conosciamo il senso della fame, quindi fondamentalmente non ho fatto sacrifici: per me è stato un ritorno alla normalità. Però quando passi da una taglia L alla XS, godi davvero e ti rivedi in quello che eri. Mi dava fastidio che quando andavo in giro la gente facesse le solite battutine sul fatto che avessi messo su qualche chilo. Purtroppo le persone non capiscono cosa succede quando smetti di correre.

«Adesso sto bene, invece Vincenzo ha storto il naso, dice che sono troppo magro. E io gli ho risposto che mi sono rimesso in linea anche per quando facciamo delle cose insieme e non può avere accanto qualcuno che non sia presentabile. Alla fine noi ex-corridori siamo l’immagine di noi stessi e il nostro aspetto è il primo biglietto da visita».

Alla 24 Ore Feltre Connection, Agnoli ha corso con il team C'è dDa Fare di Paolo Kessisoglu
Alla 24 Ore Feltre Connection, Agnoli ha corso con il team C’è Da Fare di Paolo Kessisoglu
Alla 24 Ore Feltre Connection, Agnoli ha corso con il team C'è Da Fare di Paolo Kessisoglu
Alla 24 Ore Feltre Connection, Agnoli ha corso con il team C’è Da Fare di Paolo Kessisoglu

Gli studi alla Bocconi

Ha portato a Basso e Contador la sponsorizzazione di Malta. Lo abbiamo visto introdurre il ciclismo in Vaticano, dove poche settimane fa ha portato Vinokourov. E’ sempre attivo sul suo territorio. Che cosa fa oggi Valerio Agnoli? In sottofondo si sente il rumore di un bar, la giornata è agli inizi e promette di essere nuovamente molto calda.

«Fondamentalmente giro il mondo – spiega – per cercare opportunità di sponsorizzazioni e collaborazioni all’interno del mondo ciclistico professionistico. Mi rendo conto che non ho doti da direttore sportivo o da coach, però sono abbastanza bravo nelle pubbliche relazioni e in questo mi sono specializzato. Durante il Covid ho studiato alla Bocconi Sport Marketing & Sponsorship, in modo da avere in mano un pezzo di carta per dimostrare che quello che faccio non è una mia invenzione.

«Non è facile andare in una multinazionale e chiedere milioni. Quando però cominciano a vedere i risultati e capiscono che la gente tifa per una squadra che porta il nome del loro brand, allora iniziano a capire l’opportunità. Ci sono delle attività su cui il nostro mondo potrebbe investire per guadagnare di più. Non c’è merchandising, non c’è attività di experience. Chi lavora molto bene è Andrea Agostini alla UAE Emirates. Ho conosciuto meglio anche Gianetti: hanno creato un ambiente professionale in cui è bello lavorare».

Il Turismo delle Radici è un programma del Governo pensato per gli italiani residenti all'estero. Qui il ministro Tajani
Il Turismo delle Radici è un programma del Governo pensato per gli italiani residenti all’estero. Qui il ministro Tajani e anche Beppe Incocciati

L’impegno sul territorio

Leggendolo in questa chiave, il ciclismo è un ottimo modo anche per raccontare i territori e ad Agnoli va riconosciuto di aver prestato la propria immagine per l’area di Fiuggi quando anni fa si decise di investire sul turismo lento.

«Con la Regione Lazio – ricorda – facemmo dei video promozionali post-Covid, mentre ora stanno lavorando per costruire una ciclabile sterrata e molto bella sul lago di Canterno e il progetto lo sta portando avanti Beppe Incocciati, l’ex calciatore che è Presidente dell’Ente Parco Naturale Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi.

«Invece martedì con Vincenzo faremo dei video per la Farnesina, inerenti alla promozione del Turismo delle Radici, su cui il Governo sta investendo, vedendo nel ciclismo una grande opportunità. Incocciati abita a tre chilometri da casa mia, a volte andiamo anche in bicicletta insieme».

Volo di andata verso il Giro de Rigo: Nibali, Aru e Agnoli
Volo di andata verso il Giro de Rigo: Nibali, Aru e Agnoli
Volo di andata verso il Giro de Rigo: Nibali, Aru e Agnoli
Volo di andata verso il Giro de Rigo: Nibali, Aru e Agnoli

La svolta in Colombia

In tutta questa storia di affari e l’amicizia con Vincenzo Nibali, la bicicletta resta una presenza discreta nella vita di Agnoli che se non altro, alla luce della ritrovata leggerezza, riesce a godersela ben di più di quanto gli capitasse lo scorso anno.

«Siamo andati a fare la Maratona delle Dolomiti – ride – solo che a metà Valparola gli ho chiesto di darmi due o tre gel, perché avevo i crampi anche alle orecchie. Sono onesto, in bici ci vado, ma farò due ore, due orette e mezzo al massimo. Era dal 2019 che non facevo 3.000 metri di dislivello. Ringrazio Madre Natura per la predisposizione, ma forse ho chiesto troppo. Invece a novembre, quando ancora pesavo quasi 90 chili, sono andato sempre con Vincenzo a fare la granfondo di Uran a Medellin.

«Non avevo mai visto 15 mila ciclisti vestiti tutti allo stesso modo. La sicurezza a prova di bomba, tutto perfetto. Dopo l’arrivo 15-20 minuti di massaggio per tutti, grazie a 150 fisioterapisti. In gara c’erano Rigo, ma anche Bernal e Oscar Sevilla. E appena hanno abbassato la bandierina, si sono messi a 50 all’ora e io ho pensato che sarei morto. Abbiamo fatto 150-160 chilometri con 1.600 metri di dislivello, però è stata un’agonia, non arrivavo più al traguardo. Ho trascinato il mio corpo e a quel punto mi sono detto basta e mi sono rimboccato le maniche».

Il piccolo Agnoli è tifosissimo di Pogacar: quando il Giuro ha fatto tappa a Roma, l'incontro è stato il regalo più bello
Il piccolo Agnoli è tifosissimo di Pogacar: quando il Giro 2024 ha fatto tappa a Roma, l’incontro è stato il regalo più bello
Il piccolo Agnoli è tifosissimo di Pogacar: quando il Giuro ha fatto tappa a Roma, l'incontro è stato il regalo più bello
Il piccolo Agnoli è tifosissimo di Pogacar: quando il Giro 2024 ha fatto tappa a Roma, l’incontro è stato il regalo più bello

Un figlio corridore

E’ tempo di andare alla gara di Luis Leon e lo lasciamo con una provocazione legata proprio a suo figlio. Sono tanti gli ex corridori che mettono le mani avanti e si augurano per i figli una vita lontana dalle due ruote.

«Con mia moglie ne abbiamo parlato – riflette Agnoli – ma alla fine ha scelto lui. Io non ho messo bocca, perché nella mia vita sportiva ho avuto tutto e non sono di quelli che cerca realizzazione nel figlio. Sto sempre da parte, lo accompagno e con Vincenzo aiutiamo la squadra del paese, il Team Nereggi-Coratti. La bici è dura, ma lui è convinto. L’altro giorno mi ha chiesto di uscire insieme e di portarlo a fare una salita, perché con la squadra si allenano due volte a settimana in un parcheggio. Così siamo andati su una salitella dietro casa e di colpo mi ha chiesto se fosse come il Tourmalet.

«Io gli ho detto che un po’ gli somigliava, ma sul momento non ci ho pensato. Poi quando nel pomeriggio sono tornato a casa, ho visto che il Tour faceva il Tourmalet e Pogacar ha fatto il vuoto. Nella sua camera ha il plaid di Tadej, il cuscino di Tadej… E’ malato di Pogacar. Passa delle ore a guardarlo su YouTube e il bello è che certi video tocca guardarli anche a noi. Però è bello vedere le passioni che crescono in un bambino. Sono felice di quello che fa, ma gli ho detto che io non gli chiedo nulla e inizierò semmai ad aiutarlo quando si tratterà di fare sul serio…».

Tour de France, 6 tappa, maglia gialla, UAE Team Emirates

Pogacar scava il primo solco: ipoteca sul Tour?

10.07.2026
6 min
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Tadej Pogacar scava il vero divario con il principale contendente alla maglia gialla, ovvero Jonas Vingegaard, nei diciassette chilometri che portano al traguardo dopo la discesa del Tourmalet. Due minuti e trentotto secondi sul danese della Visma Lease a Bike, il quale non ha potuto fare altro che pedalare nella stessa vallata del rivale sapendo di perdere secondi che sono diventati minuti. Una sentenza quella di Pogacar. Il campione del mondo, come ci ha già abituati, annienta gli avversari. Solo che questa volta lo ha fatto alla sesta tappa del Tour de France. Il condizionale sarebbe d’obbligo, ma come si fa ad avere dei dubbi quando le forze in campo sono così diverse?

A Gavernie-Gèdre lo sloveno del UAE Team Emirates si infila nuovamente la maglia di leader della classifica generale. Simbolo prestato al norvegese Torsten Traen, il quale ieri avrebbe fatto volentieri a meno delle attenzioni di tutti mentre, con dieci minuti di ritardo dai primi, veniva sottoposto alle cure dell’equipe medica del Tour de France a bordo strada dopo la rovinosa caduta nella discesa del Tourmalet.

Senza calcoli

Mancavano poco più di 43 chilometri all’arrivo quando nello scalare il Tourmalet il piano della UAE Emirates ha preso forma. Un allungo di Del Toro, dopo che avevano lavorato Grossschartner, McNulty e Yates. Il messicano accelera, dietro gli rimane il solo Tadej Pogacar. Gli altri si disperdono. L’unico che sembra tenere botta è Jonas Vingegaard che perde terreno ma rimane con gli occhi puntati sulla maglia iridata, che intanto detta il ritmo e si gira a cercare riferimenti. 

Il danese rimane con un distacco minimo di nove secondi per un paio di chilometri, poi dopo una curva tarda ad arrivare a favore di telecamera. Si apre un buco che diventerà voragine al termine della tappa. 

«L’altro giorno sul bus – racconta Pogacar dopo l’arrivo – mentre tornavamo dalla tappa di Pau, c’era già un’atmosfera di grande entusiasmo mentre parlavamo della tappa del Tourmalet. Tutti i ragazzi erano davvero carichi, avevo già capito che sarebbe stata una buona giornata. Abbiamo semplicemente corso come se non avessimo nulla da perdere».

Tour de France, 6 tappa, Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Met, Col du Tourmalet
Col du Tourmalet, Pogacar allunga dopo l’azione di Del Toro, nessuno gli resta a ruota e il pubblico si infiamma
Tour de France, 6 tappa, Tadej Pogacar, UAE Team Emirates, Met, Col du Tourmalet
Col du Tourmalet, Pogacar allunga dopo l’azione di Del Toro, nessuno gli resta a ruota e il pubblico si infiamma

Cercarsi rivali

Le parole di Tadej Pogacar, che torna a vestire la maglia gialla del Tour de France, sono una sentenza quasi più delle sue gambe. Pensare di correre come se non ci fosse nulla da perdere già dalla sesta tappa della corsa più importante al mondo è qualcosa che difficilmente si è visto. Attaccare a poco più di quaranta chilometri dal traguardo senza preoccuparsi delle conseguenze o degli avversari è un segnale che ha la forza di uno schiaffo ben assestato a tutti i contendenti alla vittoria del Tour de France. 

«Non mi immaginavo di ottenere tutto questo vantaggio nei confronti di Vingegaard – prosegue Tadej Pogacar – nella mia testa avevo lasciato tutto nelle mani del caso, qualunque cosa fosse successa. Non stavo calcolando secondi o minuti, né chi avrebbe vinto o altro. Volevo solamente dare il massimo fino al traguardo».

Quello che potrebbe rivelarsi come un altro colpo difficile da digerire per il morale degli avversari è il terzo posto di Isaac Del Toro. Il messicano nella volata del gruppetto si mette tutti alle spalle e fa capire che anche l’ultimo gradino del podio rischia di essere terra di conquista del UAE Team Emirates. 

Un altro livello

La differenza delle forze in campo è racchiusa nelle parole di Pogacar e nei gesti. L’ultima borraccia lo sloveno la prende quando mancavano sei chilometri alla fine, non la beve ma se la versa addosso. Prima le spalle, poi la schiena e infine il volto. Sbuffa, si rimette in posizione e aggiunge altri quaranta secondi tra sé e gli altri. 

Da quando è uscito sconfitto l’ultima volta dal Tour de France, era il 2023, Tadej Pogacar sembra aver fatto quel salto di qualità e di prestazione possibile solo per lui. Quello stesso anno la Grande Boucle era passata sul Tourmalet, sempre dopo aver scalato il Col d’Aspin, e il tempo impiegato da Pogacar e Vingegaard per arrivare in cima era stato di 45’ e 37”. Tre anni dopo il campione del mondo ha impiegato 43’ e 14”. 

La resa della Visma

Jonas Vingegaard ha tentato di percorrere un’altra strada nel suo cammino di avvicinamento verso il Tour de France. La sua partecipazione al Giro, vinto senza grandi problemi, era volta a trovare una condizione migliore e tentare di avvicinarsi a Tadej Pogacar. Al momento i frutti del lavoro del danese sembrano lontani dall’essere raccolti e le parole di Marc Reef, Leading Race Coach della Visma Lease a Bike non lasciano molte speranze. 

«Il risultato di oggi è davvero deludente – ha detto in una nota rilasciata nel post tappa dal team – ma abbiamo visto un Jonas che ha lottato fino al traguardo e ha fatto tutto il possibile per limitare il distacco da Pogacar, respingendo al contempo il gruppo che lo inseguiva alle spalle, cosa in cui è riuscito bene.

«Volevamo inserire un nostro uomo in fuga – continua – ma non siamo riusciti, adattando così la strategia di gara. Sul Tourmalet quando Pogacar ha attaccato, Jonas ha proseguito al proprio ritmo rimanendogli vicino per un bel po’ di tempo. Tuttavia, a circa due chilometri dalla vetta, ha dovuto rallentare leggermente. Da lì in poi ha lottato fino al traguardo, ma non è bastato per ridurre ulteriormente il distacco».

Se anche il principale rivale, al termine della sesta tappa, inizia a guardarsi alle spalle vuol dire che le tattiche e le gambe per fronteggiare il gigante sloveno potrebbero non esserci. Il Tour rischia davvero di diventare una rincorsa alle piazze d’onore.  

Tadej Pogacar, Dmt, Pogi's Superlight

Dmt e Pogacar insieme per sempre: l’estensione del contratto è a vita

08.07.2026
4 min
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Ci sono partnership che nascono per motivi commerciali e altre che, con il passare degli anni, diventano parte integrante della storia di uno sport. E’ il caso di quella tra Dmt e Tadej Pogacar. Il marchio italiano di calzature tecniche e il fuoriclasse sloveno hanno difatti annunciato un accordo destinato a fare notizia: un contratto a vita che legherà il campione del mondo all’azienda veronese per tutta la sua carriera agonistica e anche dopo il ritiro dalle competizioni. Una scelta che va ben oltre il classico rinnovo di sponsorizzazione. E’ il riconoscimento di un rapporto costruito nel tempo, fondato sulla fiducia reciproca, sull’innovazione e sulla continua ricerca della massima performance.

La collaborazione tra Dmt e Pogacar è iniziata nel 2019, quando il corridore sloveno affrontava la sua prima stagione tra i professionisti. All’epoca era considerato uno dei giovani più promettenti del panorama internazionale, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato uno degli atleti più dominanti della storia recente del ciclismo.

Dmt, invece, decise all’epoca di puntare subito su quel talento emergente. Una scommessa che negli anni si è rivelata vincente sotto ogni punto di vista. Mentre Pogacar collezionava successi nelle più importanti corse del calendario mondiale, anche il marchio italiano cresceva, consolidando la propria presenza ai massimi livelli del ciclismo professionistico.

Da sinistra: Federico Zacchetto, Tadej Pogacar e Philippe Zecchetto

L’evoluzione

Il percorso condiviso ha avuto un ruolo importante anche nello sviluppo dei prodotti. L’esperienza diretta del campione sloveno ha difatti contribuito all’evoluzione delle scarpe Dmt, permettendo all’azienda di affinare soluzioni tecniche sempre più avanzate.

Uno degli esempi più significativi è rappresentato dall’introduzione delle scarpe con chiusura a lacci, una scelta controcorrente rispetto ai tradizionali rotori micrometrici. Un progetto sviluppato insieme a Pogacar e perfezionato stagione dopo stagione fino ad arrivare alle attuali Pogi’s Superlight, il modello top di gamma realizzato sulle esigenze del campione del mondo. Leggerezza, calzata precisa, comfort e trasmissione della potenza sono diventati gli elementi distintivi di una scarpa che ha accompagnato lo sloveno in alcune delle vittorie più prestigiose della sua carriera.

Pogi's Superlight, Pogacar, scarpe
Le Pogi’s Superlight che celebrano i maggiori successi italiani di Tadej Pogacar
Pogi's Superlight, Pogacar, scarpe
Le Pogi’s Superlight che celebrano i maggiori successi italiani di Tadej Pogacar

Un nuovo capitolo

L’annuncio dell’accordo arriva in un momento particolarmente significativo. Proprio in questi giorni Pogacar è impegnato nella caccia al suo quinto successo al Tour de France. Un traguardo che gli permetterebbe di raggiungere autentiche leggende del ciclismo come Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain, tutti vincitori di cinque edizioni della Grande Boucle.

«Con Dmt – ha dichiarato lo sloveno – ho cominciato a vincere e continuerò a farlo. E’ la scarpa perfetta per me. Abbiamo lavorato insieme per migliorarla e portarla al massimo livello possibile. Hanno creduto in me fin dall’inizio e proseguire questo percorso con loro è stata una scelta naturale».

Parole che confermano come il rapporto tra atleta e azienda non sia limitato alla semplice fornitura tecnica, ma rappresenti una vera collaborazione nello sviluppo del prodotto.

Anche i vertici di Dmt sottolineano il valore umano dell’intesa raggiunta.

«Non è un semplice rinnovo di contratto – ha affermato Federico Zecchetto, il fondatore del Gruppo Zecchetto – questo accordo rappresenta molto più di una sponsorizzazione. E’ la conferma di un percorso condiviso che va ben oltre una partnership. Il lavoro quotidiano, il coraggio di mettersi in gioco e la volontà di costruire qualcosa che lasci un segno nel tempo sono valori che appartengono sia alla nostra azienda sia a Tadej. Siamo legati al campione, ma ancora di più alla persona».

Sulla stessa linea anche Philippe Zecchetto, CEO di Dmt, che ricorda come il rapporto con Pogacar sia cresciuto insieme ai risultati ottenuti sulle strade di tutto il mondo.

«E’ incredibile vedere quanta strada abbiamo fatto insieme – ha ribattuto Philippe Zecchetto – Tadej ha sempre mantenuto la stessa umiltà e la stessa disponibilità dei primi giorni, nonostante sia diventato uno dei più grandi corridori della sua generazione. La sua classe ci ha spinto ad alzare continuamente l’asticella dell’innovazione. Sapere che continuerà a far parte della famiglia Dmt per sempre ci rende estremamente orgogliosi».

Il contratto a vita rappresenta una scelta rara nel panorama del ciclismo professionistico. E’ la dimostrazione di quanto un rapporto costruito sulla fiducia, sulla condivisione degli obiettivi e sulla continua ricerca dell’eccellenza possa trasformarsi in qualcosa di molto più duraturo di una semplice sponsorizzazione. 

Per Dmt significa legare definitivamente il proprio nome a uno dei corridori più vincenti dell’era moderna. Per Tadej Pogacar è la conferma di aver trovato un partner tecnico capace di accompagnarlo in ogni singola fase della sua carriera.

Dmt

Tadej Pogacar, Les Angles

Un altro sprint e Tadej sfila la maglia gialla a Vingegaard

07.07.2026
7 min
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Poco più 200 metri al 6,7 per cento. In piedi sui pedali, una cadenza e un rapporto insostenibile per tutti gli altri. Così Tadej Pogacar si prende la tappa e la maglia gialla. A Les Angles continua la liaison d’amicizia tra Tadej Pogacar e Isaac Del Toro. L’altro ieri lo sloveno ha lanciato il messicano verso la vittoria, ieri è successo esattamente il contrario. Ma la cosa che più colpisce è la supremazia assoluta dei due atleti della UAE Emirates. E colpisce non soltanto il modo in cui finalizzano il lavoro, ma soprattutto come interpretano la corsa. La prendono in mano quando vogliono e la gestiscono esattamente come vogliono.

Alla fine succede che, dopo appena tre tappe, abbiano già conquistato due vittorie e siano anche al comando della classifica generale. Per carità, i distacchi sono ancora minimi, anzi Tadej e Jonas sono alla pari, e tutti i grandi rivali sono lì. Ma in entrambe le occasioni, quando hanno deciso di alzare il ritmo, hanno trasmesso la sensazione di poter fare la differenza in qualsiasi momento. Ed è proprio questa, probabilmente, l’arma più potente per mettere a tacere le ambizioni degli avversari. Tutti aspettano una loro azione.

«Non vediamo l’ora che Pogacar scatti. Fino a quel momento siamo in asfissia dal ritmo imposto dalla UAE. Invece dopo che è partito Tadej per tutti noi inizia un’altra corsa»: queste le testuali parole di Jordan Jegat, della TotalEnergies qualche giorno fa. Parole che rendono molto bene l’idea.

Vingegaard (con Jorgenson) nel momento in cui gli comunicano che ha perso la maglia
Vingegaard (con Jorgenson) nel momento in cui gli comunicano che ha perso la maglia
Vingegaard (con Jorgenson) nel momento in cui gli comunicano che ha perso la maglia

Orgoglio Vingegaard

La UAE Emirates continua a dettare legge, ma il Tour de France è tutt’altro che deciso. Jonas Vingegaard esce dalla prima vera tappa di montagna senza la maglia gialla, ma con la consapevolezza di aver risposto presente nel momento più importante. Il danese sa che il terreno più favorevole deve ancora arrivare e non fa drammi per aver ceduto il simbolo del primato.

«Come ho detto anche dopo il Montjuic, questi arrivi così esplosivi non sono quelli che mi si addicono di più. A questo punto del Tour ci aspettavamo anche di essere un po’ più indietro. Ovviamente mi dispiace perdere la maglia, ma nel complesso sono contento anche di come abbiamo gestito una tappa che è stata davvero molto dura».

Il capitano della Visma-Lease a Bike ha poi spiegato come la squadra sperasse in un epilogo diverso. «Saremmo stati ben felici se la fuga avesse lottato per la vittoria di tappa oggi. E’ emerso piuttosto presto, durante la frazione, che la UAE voleva puntare al successo. In uno sprint del genere è sempre difficile battere Tadej. In classifica generale ora siamo perfettamente alla pari».

La sensazione è che la sfida sia soltanto all’inizio. La Visma non sembra avere alcuna intenzione di scoprirsi troppo nelle prime giornate. Se nella passata stagione il team olandese parlava continuamente del famoso piano per battere Pogacar, stavolta preferisce lavorare nell’ombra, senza proclami. Ma certo al momento attaccare Tadej Pogacar e la UAE sembra più un sogno che una concreta realtà.

Tuttavia anche il direttore sportivo Marc Reef guarda il bicchiere mezzo pieno: «E’ stata una tappa molto impegnativa, con temperature elevate. Una lunga battaglia per la fuga rappresentava uno scenario favorevole per noi, ma la corsa ha preso una piega diversa. Successivamente siamo stati bravi a mantenere Jonas nella posizione ideale, con Matteo Jorgenson e Sepp Kuss che hanno svolto un lavoro eccellente fino alle fasi conclusive. Jonas ha poi piazzato uno sprint davvero potente. Ne siamo molto soddisfatti».

Tadej, tutto sembra facile

Nel frattempo Tadej Pogacar si è ripreso la maglia gialla quasi con disarmante naturalezza. Sorride, è soddisfatto, ma l’impressione è che il successo ottenuto abbia avuto un sapore diverso rispetto alla vittoria conquistata il giorno precedente da Isaac Del Toro. A Barcellona lo sloveno sembrava divertirsi quasi più per il trionfo del giovane messicano che per i propri risultati: scherzava con i tifosi, si lasciava trascinare dall’entusiasmo della folla e condivideva ogni momento con i compagni.

E anche stavolta, il primo pensiero è stato proprio per Del Toro. «E’ tutto merito di Isaac Del Toro – ha detto Pogacar – Io nel finale avevo un po’ più di potenza. Lui ha dato ben oltre il cento per cento sull’ultima salita. Ma lo ha fatto tutta la squadra. Più o meno a metà tappa abbiamo deciso di puntare alla vittoria. Sono davvero felice che stiamo iniziando questo Tour in questo modo. Il finale di oggi è stato incredibile

Il campione sloveno ha poi scherzato anche quando gli è stato chiesto se la sua fame di vittorie fosse tale da impedire alla fuga di giocarsi il successo.

«In realtà no, non ho mai così tanta fame… Prendo soltanto un gel ogni 30 minuti!». E’ anche da queste battute che ormai anche noi abbiamo imparato a conoscere Tadej. Se si diverte è perché sta bene. E sta bene perché si diverte. L’anno scorso era palese che nelle tappe alpine c’era qualcosa che non stava funzionando. All’improvviso i suoi occhi si erano spenti. Non attaccava, pur essendo palesemente il più forte. Era meno disponibile coi media. E infatti poi venne fuori il grosso problema al ginocchio… che per poco non lo fece ritirare.

«Si è presentata l’occasione – riprende Pogacar – e l’abbiamo sfruttata. La squadra stava bene e abbiamo vinto. Indossare la maglia gialla è il sogno di ogni ciclista. Ogni volta che posso averla sulle spalle mi sento speciale. Non so per quanto tempo riuscirò a tenerla, ma me la godrò finché sarà così».

Con uno sprint breve ma intenso Tadej Pogacar scava un piccolo gap e va a prendersi la sua 122ª vittoria
Con uno sprint breve ma intenso Tadej Pogacar scava un piccolo gap e va a prendersi la 122ª vittoria in carriera
Con uno sprint breve ma intenso Tadej Pogacar scava un piccolo gap e va a prendersi la sua 122ª vittoria
Con uno sprint breve ma intenso Tadej Pogacar scava un piccolo gap e va a prendersi la 122ª vittoria in carriera

Chi gioisce e chi soffre

Con quella conquistata nella terza tappa, Tadej Pogacar ha indossato per la 55ª volta la maglia gialla al Tour de France. Davanti a lui, nella classifica di tutti i tempi, restano soltanto Eddy Merckx, Bernard Hinault, Miguel Indurain e Chris Froome, con gli ultimi due a portata di mano. Per lo sloveno è arrivata anche la 22ª vittoria di tappa alla Grande Boucle, un bottino che gli permette di raggiungere una leggenda come André Darrigade e di portarlo al quinto posto assoluto tra i corridori più vincenti nella storia della corsa. Numeri impressionanti, che però sembrano interessare relativamente il campione della UAE, da sempre più attento alle emozioni del momento.

«Oggi le emozioni – ha detto Pogacar – hanno sicuramente giocato un ruolo importante. Dopo la vittoria di Isaac ieri, le cose si sono davvero sbloccate per noi come squadra. Un ulteriore passo avanti, un cambio di marcia. E’ bello vincere per una squadra così forte, c’è un bel clima. Sono i tuoi compagni che lo vogliono, che ti chiedono di vincere».

Anche il fatto di decidere la tattica in corsa, come dicevamo all’inizio, denota una grande sicurezza. Uno strapotere, se vogliamo. Una volta partita la fuga e la corsa assestata, i gregari dello sloveno hanno mangiato, respirato e poi si sono messi dapprima a tenere la fuga a 3′ e poi a chiudere.

Ancora Pogacar: «E’ stato un finale piuttosto complicato. C’è stata molta lotta per stare davanti fino agli ultimi due chilometri. Isaac aveva tutto sotto controllo fino agli ultimi 800 metri. Ha respirato un attimo e quando mancavano ancora 500 metri, ha dato un’altra sgasata potente. A quel punto sono partito io e sono arrivato al traguardo da solo». Facile, no? Da come descrive il finale della corsa Tadej sembra stessero giocando alla Play Station, mentre dietro erano tutti col collo tirato.

E a proposito di gente che ieri ha faticato e non ha passato dei bei momenti, chiudiamo parlando di Arnaud De Lie. Come al Giro d’Italia il belga si è fermato dopo pochissime tappe. Ancora un calvario per questo talento che proprio non riesce a ritrovarsi.

«Mi ero preparato per mesi per arrivare pronto a questo Tour. Sognavo di potermi giocare gli arrivi in volata – ha dichiarato De Lie a RTBF – Purtroppo l’infezione gastrointestinale mi ha debilitato parecchio. Non avevo più le gambe per andare avanti. Sono rimasto per un po’ in un gruppetto, a ruota del mio compagno Veistroffer, ma poi gli ho detto di andare, altrimenti sarebbe finito fuori tempo massimo. E’ una delusione enorme».

Del Toro, Pogacar, Montjuic

Il buco di Pogacar, la gioia di Del Toro, la festa messicana

05.07.2026
6 min
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BARCELLONA (Spagna) – Qualche giorno fa con Daniele Bennati abbiamo parlato dei fondamentali del ciclismo. Fare il buco è uno di quelli. Solo che certi buchi di solito si fanno quando parte una fuga oppure durante una volata di gruppo, qualora il leadout abbia un certo margine. Ma su uno strappo così intenso e breve, tra gente che si sta giocando il Tour de France e con la possibilità di mettere nel mezzo un paio di secondi preziosi, non te lo aspetti. Per farlo ci vuole giusto Tadej Pogacar.

Se Isaac Del Toro affonda il colpo, il resto dello sprint lo gestisce tutto il campione del mondo. Segue, controlla, rilancia, si allarga, lascia andare il compagno e infine trova anche il tempo di raggiungerlo e festeggiare. Ah, tutte queste azioni le ha fatte nell’arco di dieci secondi. Mentre gli altri erano in apnea. E forse, in quel momento, non sapevano neanche come si chiamassero.

Del Toro, Pogacar, Montjuic
L’abbraccio sincero di Pogacar a Del Toro. Tadej oggi era veramente soddisfatto dopo il traguardo
Del Toro, Pogacar, Montjuic
L’abbraccio sincero di Pogacar a Del Toro. Tadej oggi era veramente soddisfatto dopo il traguardo

UAE padrona, Tadej leader

Appena si entra nel circuito del Montjuic, la UAE Emirates prende in mano la corsa e inizia a frantumare il gruppo. Dietro c’è uno sparpaglio mostruoso, che dalla televisione è impossibile vedere. I corridori passano a minuti gli uni dagli altri e spesso sono da soli. Purtroppo, tra gli staccati e in solitudine, al suono della campana c’è anche Antonio Tiberi. Ieri bravissimo e oggi a 5’44” da Del Toro.

Dicevamo, la UAE prende in mano la corsa, la distrugge, ma non affonda il colpo. Tutti si aspettavano la botta di Pogacar sul penultimo strappo. Ma questa non è arrivata. Gli uomini della UAE hanno fatto tutto nel finale. E McNulty, soprattutto, aveva iniziato a tirare già prima dell’ingresso a Barcellona.

«McNulty è l’MVP del giorno – dice un Matxin al limite della commozione – è stata una giornata fantastica. Le cose sono andate come volevamo. Non pensavamo di prendere la maglia gialla e neanche di non prenderla… Oggi volevamo vincere la tappa.

«In questo momento davvero mi godo la vittoria e i ragazzi. Sono stati tutti bravissimi. Guardate come si abbracciano. E Tadej oggi ha dimostrato di essere un vero leader. Perché è, tra virgolette, facile prendere tutti campioni, ma poi è cosa diversa renderli una famiglia. E loro lo sono. Si aiutano tutti come fratelli».

In effetti tutti si abbracciano. Pogacar stesso, mentre fa il defaticamento, appare quasi più contento del successo di Del Toro che di un proprio trionfo. Lo dimostra da come gioca con i tifosi messicani e da come ha abbracciato Del Toro dopo l’arrivo.

Eppure non proprio tutto è andato come volevano. C’è stato un piccolo brivido durante la tappa. E ha riguardato proprio Del Toro. Matxin ci ha raccontato che a un certo punto si è toccato con un altro corridore e con una macchina. Nel caos della corsa e con la folla a bordo strada non lo avevano visto. Per questo ha dovuto attendere la seconda ammiraglia, perdendo tempo prezioso.

Del Toro sogna

«E’ stato un momento intenso nel finale – ha detto Del Toro, sempre molto stringato quando ha il microfono sotto al mento – Ho cercato di fare al meglio il mio lavoro e poi è successo quello che è successo, con Tadej che mi ha lasciato andare. E lo ringrazio. Con una squadra così è stupendo correre».

Del Toro racconta lo sprint nel dettaglio. Spiega come l’attacco di Skjelmose abbia allungato il gruppo. Di come gli sia passato sulla destra. Che per un attimo, con il danese in mezzo, non avesse visto Tadej. Ma appena lo ha ritrovato con la coda dell’occhio abbia ripreso a spingere. E aggiunge: «Era previsto di fare forte tutta la discesa finale e non solo la salita. E poi spingere a fondo».

«Il gesto di Tadej non era del tutto previsto. Siamo al Tour e siamo qui per lui, ma quando un campione fa queste cose ti rendi conto ancora di più di quanto sia grande. Per me è tutto davvero bello. Sto vivendo un sogno. Anche tutti questi messicani a bordo strada… Sono l’unico della mia Nazione in gruppo, pertanto sono tutti per me. Voglio ricambiarli al meglio. La comunità messicana è immensa veramente. Anche più di quella slovena. Probabilmente in Spagna ce ne sono molti. E il loro tifo è super caloroso. Anzi, caliente.

«Che cosa rappresenta questa vittoria? È incredibile. È qualcosa che ricorderò per tutto il resto della mia vita».

La pressione c’è. E stamattina si percepiva anche in partenza. E anche se non lo ammette nessuno c’è anche tra i big: Vingegaard, lo stesso Pogacar, Evenepoel. Seixas, per esempio, prima del via era andato nel panico perché la guarnitura non trasmetteva il segnale al computerino.

Oppure la questione raffreddamento corporeo. Tutti avevano il ghiaccio dietro la schiena e altro ne chiedevano a meccanici e massaggiatori per abbassare la temperatura. Ma lo facevano con un misto di tensione e paura di sbagliare qualcosa. Come se i loro corpi fossero ormai delle Formula 1. Con l’idea che se sbagli mezza regolazione, salta tutto.

Vingegaard, sempre molto attento in quanto a mascherina e pulizia delle mani, è ancora in giallo. Ora ha 6" su Pogacar, 15" su Remco (oggi terzo) e 16" su Del Toro
Vingegaard, sempre molto attento in quanto a mascherina e pulizia delle mani, resta in giallo con 6″ su Pogacar, 15″ su Remco (oggi terzo) e 16″ su Del Toro
Vingegaard, sempre molto attento in quanto a mascherina e pulizia delle mani, è ancora in giallo. Ora ha 6" su Pogacar, 15" su Remco (oggi terzo) e 16" su Del Toro
Vingegaard, sempre molto attento in quanto a mascherina e pulizia delle mani, resta in giallo con 6″ su Pogacar, 15″ su Remco (oggi terzo) e 16″ su Del Toro

Maglia sì, maglia no

Come all’inizio di ogni Grande Giro emerge il discorso sul tenere la maglia di leader e tutto quello che comporta: interviste, controlli, meno tempo per recuperare. Oppure lasciarla andare? Si dice che la UAE non abbia voluto lanciare Pogacar prima per non fargli prendere la maglia a pois. E le maglie devono comunque passare in mixed zone. Certo, giocoforza Del Toro ha preso la bianca e la verde. Ma almeno non deve attendere la conferenza stampa, che è quella che arriva per ultima.

Al contrario Vingegaard fa buon viso a cattivo gioco. O forse buon viso a buon gioco. «Ho già detto ieri – ha spiegato il danese – che ogni giorno che passo con questa maglia sulle spalle è un buon giorno. E il sogno è tenerla il più a lungo possibile. Di oggi sono comunque soddisfatto. Queste non sono le mie salite. Richiedono sforzi anaerobici che non sono il mio punto di forza. Semmai forse dovevo essere un po’ più pronto alla loro accelerazione. Ma in ogni caso le sensazioni sono buone».

Per ora la UAE resta guardinga. Sa che i suoi ragazzi stanno bene. Che sono compatti e che la classifica è cortissima. Pogacar e Del Toro sono pronti a mordere. Per dire: noi eravamo a bordo strada e dopo il suono della campana tutti erano col collo tirato, loro due erano affiancati e parlottavano. Dalla loro hanno la leggerezza di non avere obblighi rispetto alla corsa. In poche parole, senza maglia gialla non spetta a loro controllarla. In ogni caso da domani si sale già sui Pirenei. Non è un arrivo impossibile, ma con questi due corridori è lecito attendersi davvero di tutto.

Barcellona, presentazione team

Barcellona abbraccia il Tour, sotto gli occhi di Indurain

03.07.2026
6 min
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BARCELLONA (Spagna) – E poi spunta lui. Tra i tanti vip, dirigenti e ospiti eccolo troneggiare con la stessa classe che aveva in bici: Miguel Indurain. In un’area sotto al palco delle presentazioni, all’ombra, nel vero senso della parola, della Sagrada Familia, Miguelon si gode lo show con una birra in mano. Che sorseggia tra una richiesta di selfie e un’altra ancora.

Barcellona si offre al Tour de France che è venuto qui come al solito portandosi dietro, e forse persino preceduto, dalla sua grandeur. Tutto è gigantesco, tutto è caotico, tutto è organizzato: passaggi, transenne, controlli. Ma una cosa resta piccola: la mixed zone. Per fare le interviste si sgomita neanche fosse una volata.

I corridori iniziano a sfilare sul palco e poi a scendere nell’area dei giornalisti. Di buono c’è che siamo all’ombra. Anche a Barcellona fa un caldo tremendo. Man mano che arrivano le squadre più importanti si alzano i decibel della piazza. Va detto che qui il pubblico è molto competente e gli applausi sono per tutti. Ma quando arriva lui, Tadej Pogacar, viene giù il mondo. E proprio Pogacar potrebbe raggiungere Indurain pareggiando il numero dei Tour de France vinti: cinque.

Barcellona, presentazione team, Indurain
Miguel Indurain (classe 1964): il Navarro, ha vinto cinque Tour de France. Pogacar potrebbe eguagliarlo
Barcellona, presentazione team, Indurain
Miguel Indurain (classe 1964): il Navarro, ha vinto cinque Tour de France. Pogacar potrebbe eguagliarlo
Miguel, al Tour ci sono sempre i migliori corridori del mondo, ma quest’anno il livello sembra incredibile.

Sì, veramente. Si migliora ogni anno. Peccato che in Spagna non abbiamo un livello altissimo al momento e che manchino corridori come Carlos Rodriguez, Enric Mas e Mikel Landa.

Però c’è Ayuso e lui può fare molto bene…

Questo è vero. Ayuso ha cambiato squadra e può essere uno stimolo in più. All’inizio dell’anno è caduto e, secondo me, quell’incidente ha rallentato il suo percorso di avvicinamento. Gli manca ancora qualcosa per essere al livello dei migliori, ma è un vero lottatore. Sarà lì.

E poi, Miguel, lo hanno presentato poco fa: ci sarà un altro vincitore di cinque Tour de France a Parigi?

Eh… (ride divertito Indurain, ndr). Pogacar sta bene. Lo abbiamo visto tutti quello che ha combinato nelle gare disputate finora. Ha il morale alto, una squadra fortissima e davvero potrebbe entrare nel club dei cinque Tour.

Barcellona, presentazione team,
Tadej Pogacar è parso molto sereno. Curiosità: tantissimi corridori si sono presentati a Barcellona con i capelli a zero o quasi. Sicuramente per via del caldo
Barcellona, presentazione team
Tadej Pogacar è parso molto sereno. Curiosità: tantissimi corridori si sono presentati a Barcellona con i capelli a zero o quasi. Sicuramente per via del caldo
Ma chi è il vero rivale di Pogacar, secondo te?

Il suo rivale è il Tour. Completare un Grande Giro, un Tour poi, è sempre difficile. Possono esserci inconvenienti: una caduta, momenti di gara che non vanno come vorresti, complicazioni dettate dal meteo. La strada è lunga. E poi c’è Vingegaard, ma non soltanto lui. Ci sono corridori fortissimi e molto attenti che, se Pogacar dovesse avere qualche problema, sarebbero prontissimi ad approfittarne.

Cosa ti piace di Pogacar? Ammesso che ti piaccia…

Sì, Pogacar mi piace. Mi affascina la sua mentalità, questo suo essere sempre in forma e sempre combattivo. Questo è importante, anche per il pubblico.

L’altro faro del Tour, almeno dal punto di vista mediatico, è Paul Seixas. Pensi che sia troppo giovane oppure è giusto che sia qui?

E’ giovane, ma ormai lo sport è così. Mi spiego: stiamo vedendo quello che succede nel tennis, nel calcio e nella Formula 1. Oggi i giovani arrivano prestissimo. A volte forse troppo presto… ma prima di parlare dobbiamo vedere come andrà. Se Seixas saprà reggere mentalmente e moralmente, allora è giusto che sia al Tour de France anche se ha questa età.

Barcellona, presentazione team
Paul Seixas (classe 2006) è la grande e attesa incognita di questo Tour. Barcellona lo ha accolto con un grande fragore
Barcellona, presentazione team
Paul Seixas (classe 2006) è la grande e attesa incognita di questo Tour. Barcellona lo ha accolto con un grande fragore
Cosa ti è sembrato il Tour de France nella tua Spagna?

E’ una cosa incredibile, davvero. Ho vissuto tutto questo nel 1992 quando la Grande Boucle partì da San Sebastián e io ero corridore. Poi l’ho rivisto a Bilbao qualche anno fa e ora a Barcellona. In Spagna l’affetto e l’interesse per la bicicletta sono sempre stati importanti. Qui forse è diverso perché le altre partenze erano in città più piccole, nei Paesi Baschi, mentre Barcellona è una città del mondo. In ogni caso, in Spagna il ciclismo si vive intensamente.

E si vede… Invece, Miguel, cosa ci dici del ciclismo italiano? I tuoi rivali erano quasi tutti italiani…

Chiappucci, Bugno… ma non solo loro. C’erano tante squadre italiane e tante gare in Italia. Cosa dire? Che oggi, come in Spagna, mancano sponsor forti. E’ un momento di crisi. I giovani vanno nelle squadre più grandi, che ormai sono internazionali. Va detto anche che oggi non esiste più il ciclismo di poche Nazioni: ormai è un ciclismo mondiale e i giovani corrono nelle squadre di tutto il mondo.

Torniamo al presente. Dove si deciderà questo Tour de France?

Difficile dirlo. Ci sono così tanti punti decisivi… Io lo seguirò dalla televisione! Senza dubbio è un Tour difficile. Inizia subito con la montagna, con i Pirenei, e c’è un finale molto duro. Potrebbe succedere come una volta: chi arriva troppo in forma rischia di calare nel finale, mentre chi arriva un po’ più tranquillo potrebbe avere più energie nelle ultime tappe.

Come hai detto, Miguel, il finale è durissimo. Si va due volte sull’Alpe d’Huez. Che ricordo hai di quella salita?

Che mi ha battuto due volte Bugno! Non ho mai vinto lassù. E quando non c’era Bugno ci ha pensato Marco Pantani a staccarmi. Tutti italiani…

Barcellona, presentazione team
A Barcellona tifosi da ogni parte del mondo. Qui Andres Johannessen
Barcellona, presentazione team
A Barcellona tifosi da ogni parte del mondo. Qui Andres Johannessen

Del Toro, un fan ti cerca

La festa intanto continua. I sudamericani sono tra i più rumorosi, come nel loro DNA del resto. E’ incredibile il calore che riscuote ancora Egan Bernal, convocato all’ultimo momento in sostituzione di Onley. Ma anche Carapaz viene accolto con grandissimo entusiasmo. Va detto, però, che anche i norvegesi si sono fatti sentire.

Proprio nella mixed zone c’è stato un bel siparietto con alcuni corridori della Uno-X. Quando sono arrivati i “vichinghi”, il drappello di tifosi ha fatto partire la coreografia ormai diventata celebre ai Mondiali di calcio: il gesto della remata accompagnato da un urlo potente. Anders Halland Johannessen si è avvicinato e l’ha eseguito insieme a loro.

Barcellona, presentazione team
Il mondo del ciclismo in festa. Barcellona ha regalato un vero spettacolo
Barcellona, presentazione team
Il mondo del ciclismo in festa. Barcellona ha regalato un vero spettacolo

Ma c’è una scena che vogliamo assolutamente raccontarvi. C’erano tantissimi messicani per le vie di Barcellona. Uno di loro era un bambino di sei o sette anni, carnagione olivastra e una somiglianza incredibile con Isaac Del Toro. Sventolava un cappellino della UAE Emirates mentre sedeva sulle spalle del papà. «Torito, Torito…» urlava in continuazione. La sua voce acuta riusciva a farsi sentire sopra il frastuono della folla. Fino a trasformarsi in un vero grido quando davanti a lui è passato il suo idolo. Del Toro, però, non si è fermato. Vogliamo pensare che, nella bolgia, non lo abbia visto.

Il volto del bambino è cambiato in un istante. Gli occhi pieni di gioia e di speranza per un cenno del suo beniamino, si sono spenti. E ha iniziato a piangere. Il papà, forse spinto anche dall’incoraggiamento della gente attorno che ha visto la scena, ha provato a inseguire Del Toro, sempre restando fuori dalle transenne. Non sappiamo come sia andata a finire perché poi i due si sono persi nella folla di Barcellona e Isaac è scomparso lungo la passerella riservata ai corridori. Ma ci piace pensare che, in qualche modo, quel bambino sia riuscito ad avere il momento che sognava.

Tour 2026 numeri

Grande Boucle al via: numeri, curiosità e statistiche

02.07.2026
6 min
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Questa sera inizia il Tour de France. Non quello pedalato, ma quello dei corridori. Dalle 18,30, infatti, davanti alla Sagrada Familia, andrà in scena la presentazione delle squadre. Sarà un grande bagno di folla. A Barcellona sono attese quasi 500.000 persone in più rispetto alla normale affluenza. Numeri da capogiro. E questo grazie a un parterre de roi… è proprio il caso di dirlo.

E sbirciando, studiando e ristudiando questo parterre abbiamo notato numeri e statistiche curiose, alcune delle quali meritano anche riflessioni più approfondite. Al via, sabato sera, con la cronosquadre ci saranno 184 atleti in rappresentanza di 23 team. Da questi due numeri ne nascono tanti altri… scopriamoli.

Tour 2026 numeri
Il podio finale del Giro. Vingegaard e Hindley ci saranno, mentre Gall è il primo del ranking UCI a non partire da Barcellona
Tour 2026 numeri
Il podio finale del Giro. Vingegaard e Hindley ci saranno, mentre Gall è il primo del ranking UCI a non partire da Barcellona

Parterre de roi

Se Sanremo è Sanremo, il Tour è il Tour! Il parterre è stellare e non è certo una novità, ma quest’anno lo è ancora di più. Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard, Paul Seixas. E poi Remco Evenepoel, Mathieu Van der Poel, Tom Pidcock… mentre Wout Van Aert ha dovuto dare forfait.

Perciò, scorrendo la classifica UCI, sulle strade di Francia sono presenti ben 15 dei primi 20 corridori al mondo. Già numeri importanti. Ed è un dato in qualche modo fuorviante, perché, a esclusione di Van Aert, fermato da un infortunio, gli assenti sono coloro che hanno disputato il Giro d’Italia e che sono risaliti in classifica grazie ai punti conquistati nella corsa rosa.

Perché, se si estende la graduatoria, la qualità sale ancora. Facciamo un esempio: Lenny Martinez è 24° nel ranking UCI e, con ogni probabilità, dopo la Grande Boucle supererà almeno alcuni dei rivali più vicini che non sono presenti. A proposito, i cinque atleti assenti sono, nell’ordine: Felix Gall (6°), Van Aert (11°), Tobias Lund Andresen (13°), Paul Magnier (14°) e Christian Scaroni (17°).

Tra i numeri più strabilianti di questo Tour c'è la qualità dei giovanissimi al via. Tra questi figurano anche Del Toro e Seixas
Tra i numeri più strabilianti di questo Tour c’è la qualità dei giovanissimi al via. Tra questi figurano anche Del Toro e Seixas
Tour Auvergen-Rhone-Alpes 2026, Paul Seixas, Isaac Del Toro
Tra i numeri più strabilianti di questo Tour c’è la qualità dei giovanissimi al via. Tra questi figurano anche Del Toro e Seixas

Giovani semidei

E restiamo sempre in termini di qualità e di numeri. E’ a dir poco curioso, quasi inquietante, come sei dei migliori giovani del gruppo siano già autentici fuoriclasse. Tre di loro potrebbero addirittura salire sul podio di Parigi.

Il più giovane in assoluto, con quasi tre anni in meno rispetto al penultimo, Robbe Dhondt della PicNic PostNL, è Paul Seixas. Il francesino sta scuotendo gli animi come, forse ancora più di quanto fece Thibaut Pinot ai suoi esordi. In questa lista figurano anche Joshua Tarling, che per pochi giorni precede Isaac Del Toro. Poi Lenny Martinez e Romain Grégoire. Juan Ayuso, invece, è quasi un veterano in confronto, visto che occupa soltanto (tra virgolette) la dodicesima posizione tra i più giovani.

Ma questo è lo specchio del ciclismo attuale. I giovani, come ci diceva Mattia Cattaneo ieri, dispongono di strutture, metodologie e informazioni a 360 gradi che consentono loro di raggiungere il massimo rendimento molto prima rispetto al passato. E se vai forte le squadre ti portano subito al vertice. Non possono fare altrimenti nel ciclismo dei numeri.

Poi subentrano altri elementi: tattica, gestione della pressione e, in una parola, esperienza. Ma quella ha un solo giudice: la strada.

Tour 2026 numeri, Matteo Trentin
Fra i 12 italiani al via Trentin è l’unico ad aver vinto al Tour. Per Matteo tre successi, qui l’ultimo, a Gap, nel 2019
Tour 2026 numeri, Matteo Trentin
Fra i 12 italiani al via Trentin è l’unico ad aver vinto al Tour. Per Matteo tre successi, qui l’ultimo, a Gap, nel 2019

Italiani su, francesi giù

Il barometro dell’Italia indica ancora maltempo, ma quest’anno la lancetta segna forti piovaschi e non tempesta, come accadde due edizioni fa: 7 italiani nel 2023 e 6 nel 2024. Al via schieriamo 12 corridori: Filippo Ganna, Davide Piganzoli, Edoardo Affini, Antonio Tiberi, Stefano Oldani, Matteo Trentin, Damiano Caruso, Mattia Cattaneo, Marco Frigo, Simone Velasco, Davide Ballerini e Lorenzo Germani.

Tre di loro saranno certamente votati alla causa dei rispettivi leader in lotta per la maglia gialla: parliamo dei due uomini della Visma-Lease a Bike, Edoardo Affini e Davide Piganzoli, e di Mattia Cattaneo, preziosissimo gregario della Red Bull-Bora-hansgrohe.

Gli altri, invece, potrebbero avere ottime possibilità di andare a caccia di un successo di tappa. Già Filippo Ganna, per esempio, potrebbe conquistare una parte importante dell’eventuale vittoria nella cronosquadre di sabato. La Ineos ha portato anche Tarling e ha lavorato moltissimo proprio in funzione di questo obiettivo.

Davide Ballerini, invece, potrebbe sfruttare il suo spunto veloce oppure inserirsi nella fuga giusta, immaginando uno sprint a ranghi ristretti. Certo, tornare a vincere come accadde lo scorso anno con Jonathan Milan non sarà semplice, ma la speranza non può mancare ancora prima del via.

Sempre parlando delle nazioni rappresentate, va segnalato che, per la prima volta, la Francia non è il Paese con il maggior numero di corridori al via. Ne schiera otto in meno rispetto allo scorso anno e così il Belgio la supera: 31 atleti contro 30. Guarda caso, l’Arkéa-B&B Hotels è scomparsa e squadre come la Decathlon-CMA stanno diventando sempre più internazionali. ai numeri non si comanda.

Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi
Sono 64 i corridori senza contratto in questa Grande Boucle. Tra loro anche Evenepoel
Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi
Sono 64 i corridori senza contratto in questa Grande Boucle. Tra loro anche Evenepoel

I senza contratto

Dei 184 partenti di Barcellona, oltre un terzo, 64 per la precisione, è privo di un contratto per la prossima stagione. Questo può voler dire tutto e niente. Ma quale migliore vetrina del Tour de France per mettersi in mostra?

Una volta si diceva che il corridore senza contratto andasse più forte, che era in caccia. La maggior parte di questi atleti occupa posizioni intermedie nella classifica UCI. Molti non sono né velocisti né uomini di classifica e viene naturale pensare che possano rendere ancora più spettacolari le tappe mosse, andando a caccia di fughe e risultati importanti sia per la squadra sia per il proprio futuro.

Anche qui, tuttavia, non manca qualche pesce grosso. E uno è gigantesco: Remco Evenepoel. Si sa che il belga ha un accordo di massima con la Red Bull-Bora-hansgrohe, ma tecnicamente il suo contratto è depositato fino al termine della stagione. E proprio la Red Bull è uno dei team che guarda con maggiore interesse anche a Paul Seixas…

Se poi il corridore senza contratto è uno come Edoardo Affini, cambia relativamente poco sotto il profilo tattico. E’ un pilastro della Visma-Lease a Bike. Certamente il mantovano lavora sempre al massimo, ma questa situazione potrebbe rappresentare un piccolissimo stimolo in più. Sia chiaro: abbiamo preso Affini soltanto come esempio. La sua professionalità e la sua lealtà non sono minimamente in discussione.

Altri nomi illustri senza contratto sono Richard Carapaz, Egan Bernal, Quinn Simmons e Arnaud De Lie.

I numeri di Soren Waerenskjold sono piuttosto estremi...
I numeri di Soren Waerenskjold sono piuttosto estremi…
I numeri di Soren Waerenskjold sono piuttosto estremi...
I numeri di Soren Waerenskjold sono piuttosto estremi…

Il corridore prototipo

Secondo le statistiche, il partecipante medio al Tour de France è alto 181 centimetri, pesa 68 chilogrammi e ha 29 anni. Numeri praticamente identici a quelli del Giro d’Italia, dove però l’età media è inferiore di circa sei mesi. Cambiano invece leggermente alla Vuelta: 27 anni, 180 centimetri e 66 chilogrammi. Evidentemente in Spagna gli scalatori incidono ancora di più.

E allora chi è, di fatto, il corridore tipo? Se non fosse per l’età, quello che più si avvicina al profilo statistico del Tour è Florian Lipowitz. Magari è proprio questo il prototipo del professionista del futuro: più alto, più pesante e, di conseguenza, più potente. Nell’era in cui il peso conta leggermente meno rispetto al passato, a vantaggio dell’aerodinamica, chissà…

Quanto ai più leggeri, continua il derby tutto francese fra Valentin Paret-Peintre e Lenny Martinez: entrambi dichiarano 52 chilogrammi, ma Valentin è alto dieci centimetri più di Lenny. Il più pesante, invece, è il norvegese Soren Waerenskjold: 1,95 metri per 92 chilogrammi. Pensate quando dovrà portare la sua stazza sull’Alpe d’Huez. Lì si che dovrà fare dei numeri… ma di altro genere!

TAdej Pogacar, Svizzera

Pogacar troppo in forma? Marcato assicura: «E’ in tabella»

29.06.2026
6 min
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Pochi giorni ancora e sarà Tour de France. Tadej Pogacar, neanche a dirlo, è il grande favorito e il recente Tour de Suisse non ha fatto altro che confermarlo. Sulle strade elvetiche il campione della UAE Emirates ha conquistato tre tappe e la classifica generale.

Fra i direttori sportivi che lo hanno seguito in Svizzera c’era anche Marco Marcato. Con lui abbiamo fatto il punto della situazione per capire se l’avvicinamento alla Grande Boucle sia stato davvero perfetto come è sembrato dall’esterno oppure se, paradossalmente, Pogacar rischi persino di essere già troppo avanti con la condizione.

Marco Marcato (classe 1984) è un direttore sportivo della UAE Emirates dal 2022
Marco Marcato (classe 1984) è un direttore sportivo della UAE Emirates dal 2022
Che tutto sia andato bene, Marco, lo abbiamo visto. Ma con Pogacar siete un po’ più avanti rispetto a quello che immaginavate oppure siete esattamente dove volevate essere?

Alla fine di Tadej sapevamo già tutto. Dopo le classiche si è fermato, ha lavorato in altura ed è rientrato alle corse come avevamo programmato. Lui è abituato a questo tipo di approccio: anche se resta senza gare per un periodo, quando torna è subito pronto. Lo ha dimostrato anche in Svizzera, nonostante arrivasse direttamente dall’altura. L’unico punto interrogativo poteva essere l’adattamento al caldo, invece abbiamo visto che non ha sofferto nemmeno sotto quell’aspetto.

Pogacar, poi, storicamente non ha mai amato particolarmente il caldo…

Esatto, ma è maturato molto anche sotto questo punto di vista. Nei primi anni lo pativa maggiormente, mentre oggi anche noi come squadra siamo cresciuti nella gestione di tutti gli aspetti legati all’idratazione e al raffreddamento del corpo. Secondo me è proprio questo il segnale più incoraggiante: nonostante il caldo e nonostante arrivasse dall’altura Pogacar è stato subito competitivo.

Si è parlato molto anche della sua trasformazione fisica. Pogacar è passato dalla versione da classiche a quella da Grandi Giri. E’ già nel pieno del formato Tour oppure c’è ancora qualcosa da rifinire?

No, da rifinire direi di no. Dopo il periodo in altura si è asciugato parecchio. Ha lavorato tanto, concentrandosi soprattutto sulle salite lunghe e sull’endurance. Magari gli manca ancora qualcosa, ma stiamo parlando davvero di due o tre etti, forse mezzo chilo. Lo perderà naturalmente in quest’ultima fase di altura.

TAdej Pogacar, Svizzera, Marcato
Pogacar al termine dell’ultima tappa. Un forcing in cui si è messo alla prova. Dopo il traguardo era stanco
TAdej Pogacar, Svizzera, Marcato
Pogacar al termine dell’ultima tappa. Un forcing in cui si è messo alla prova. Dopo il traguardo era stanco
Per curiosità, ma in quanto consiste questa trasformazione? Ha perso due o tre chili?

No, meno. Siamo nell’ordine di un chilo e mezzo. A questi livelli un chilo e mezzo, soprattutto sulle salite lunghe, si sente eccome.

Capitolo cronometro. Avete notato dei miglioramenti?

Abbiamo questa nuova bici da cronometro, la Colnago TT2, e i ragazzi sono molto contenti. Sulla posizione si cerca sempre di limare qualcosa, anche in funzione del nuovo mezzo. Il setup che abbiamo trovato sembra essere molto buono.

Siamo talmente abituati a vedere un Pogacar dominante che fa quasi impressione dire che abbia vinto la cronometro per pochi decimi su Van der Poel…

Ma lui è andato fortissimo e anche Tadej ha fatto una grande prova. Essere davanti su un percorso del genere è stato molto importante. Non era un tracciato perfettamente adatto alle caratteristiche di Pogacar. Nell’ultima parte si scendeva parecchio e Van der Poel, con la sua struttura fisica, era leggermente favorito. Senza dimenticare le curve del finale, dove sappiamo tutti quanto Mathieu sia bravo a guidare. No, quella cronometro ci dà fiducia. E’ la dimostrazione che il lavoro svolto contro il tempo è stato ottimo.

Tour de Suisse 2026, Tadej Pogacar, cronometro, TT2
Anche a crono piccoli aggiustamenti di setup che hanno dato buoni frutti
Tour de Suisse 2026, Tadej Pogacar, cronometro, TT2
Anche a crono piccoli aggiustamenti di setup che hanno dato buoni frutti
Si parla sempre di Pogacar, ma la squadra? Quella vista tra Svizzera e Auvergne-Rhone Alpes era già in formato Tour?

Si cerca sempre di curare anche gli aspetti legati alla squadra. Il Tour de Suisse e il Tour Auvergne-Rhone Alpes rappresentavano due test importanti per capire a che punto fossimo dopo i ritiri in altura. Anche sotto questo aspetto mi sento di dire che siamo pronti. I ragazzi stanno bene e lo hanno dimostrato, sia quelli che erano in Francia sia quelli impegnati in Svizzera. Tolto Tadej, che appena scende dall’altura vola subito, agli altri serviva uno o due giorni di gara per ritrovare il ritmo. E devo dire che hanno centrato l’obiettivo.

Tadej è un perfezionista. E’ rimasto soddisfatto di tutto oppure avrebbe voluto cambiare qualcosa?

Si sente perfettamente in tabella di marcia, è contento e sta bene. Faccio tutti gli scongiuri del caso, ma questo è stato uno dei migliori avvicinamenti al Tour che ricordi. Non ci sono stati intoppi. Noi siamo fiduciosi e lui lo è ancora di più. E’ motivato, consapevole delle proprie potenzialità e sa anche di avere attorno una squadra molto forte. Quando il gruppo è unito e l’atmosfera è quella giusta si creano automatismi per cui basta uno sguardo per capirsi. Tutti sanno cosa devono fare.

Forse noi ragioniamo da persone comuni. Ma vedendosi così forte, Pogacar non teme di essere troppo avanti con la condizione?

Io lo considero un ragionamento da persone normali. Lui vince e ogni anno riesce a ripetersi, ma finora ci ha sempre visto giusto nella gestione della preparazione. Al netto del problema che ha avuto la sua compagna Urska Zigart, adesso è tranquillo.

Marcato, Svizzera, UAE
Unico neo, se così si può dire, per la UAE, piccoli aggiustamenti tattici in vista del Tour, ma parliamo davvero del pelo nell’uovo
Marcato, Svizzera, UAE
Unico neo, se così si può dire, per la UAE, piccoli aggiustamenti tattici in vista del Tour, ma parliamo davvero del pelo nell’uovo
Insomma, Marco sembra andare tutto per il meglio. Ma cercando davvero il pelo nell’uovo, c’è qualcosa che può ancora essere migliorato?

Qualcosina sul piano tattico, ma parlo della gestione della squadra. Mi spiego. Il giorno in cui ha vinto Gregoire sono andati via quattordici corridori, tutti di ottimo livello. A quel punto era difficile chiudere, anche perché poi tutti aspettavano noi, ovviamente. Sono situazioni che cambiano tappa dopo tappa: dipende dalla classifica, da chi entra nella fuga e da tanti altri fattori. Sono dinamiche di corsa e, in certi momenti, prendere la decisione giusta non è così scontato. C’è stata anche una tappa nella quale siamo rimasti circa quindici minuti senza radiocorsa, per dire. Se non hai informazioni è impossibile dare indicazioni precise ai corridori.

Quindi bisogna essere ancora un po’ più attenti nella fase in cui nasce la fuga?

Esatto, ma siamo tranquilli. Abbiamo ragazzi con esperienza e sanno gestire anche queste situazioni. Quando ha vinto Narváez era giusto giocarsi anche carte diverse, senza costringerci ogni volta a controllare la corsa dall’inizio alla fine. Narváez è stato bravo e intelligente a inserirsi nell’azione giusta. Poi ha aspettato le mosse delle altre squadre prima di attaccare. Posso dirvi che quel giorno Tadej era quasi più contento della sua vittoria che di una propria. E’ un ragazzo molto attento a questi aspetti e questo lo aiuta a farsi voler bene dai compagni. Quando i tuoi gregari sono pronti a dare il 120 per cento per te, è lì che si costruiscono le grandi vittorie.