Volata a due Bennati, Giro Danimarca 2016

Volata a due: questione di fondamentali, vero Bennati?

27.06.2026
8 min
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Nel calcio si parla spesso di fondamentali: lo stop, il tiro ‘esterno, il mestiere nel proteggere il pallone o nel conquistare una punizione. Anche il ciclismo ha i suoi fondamentali. Non basta avere grandi gambe: servono tecnica, esperienza e capacità di leggere ogni situazione. E poche situazioni racchiudono tutti questi aspetti quanto una volata a due.

Lo spunto arriva dal finale del Giro di Svizzera, dove il duello tra Jhonatan Narvaez e Xandro Meurisse ha acceso il dibattito. Più che il risultato, infatti, in quella volata a due hanno colpito alcune scelte tattiche del corridore belga, che hanno riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato. Ne abbiamo parlato con Daniele Bennati. Il toscano non ha disputato tanti sprint a due nel corso della carriera, ne faceva di gruppo, ma di esperienza ne ha accumulata parecchia. E soprattutto conosce alla perfezione quei dettagli che fanno la differenza tra una vittoria e una sconfitta.

Tour de Suisse. Narvaez batte Meurisse... col gruppo che rinveniva forte da dietro
Tour de Suisse. Nella volata a due, Narvaez batte Meurisse… col gruppo che rinveniva forte da dietro
Tour de Suisse. Narvaez batte Meurisse... col gruppo che rinveniva forte da dietro
Tour de Suisse. Nella volata a due, Narvaez batte Meurisse… col gruppo che rinveniva forte da dietro

Da Commesso a Narvaez

Sia chiaro: non si tratta di un processo a Meurisse, al quale va riconosciuto il merito di aver portato fino in fondo una fuga di altissimo livello. Quella da lui vissuta è semplicemente una situazione esemplare da cui partire per analizzare i meccanismi di una volata a due. Un’analisi che, magari, può tornare utile anche ai corridori più giovani.

Il belga ha affrontato l’ultimo chilometro in testa, ha sostenuto gran parte dell’andatura e ha lanciato la volata restando al centro della carreggiata. Si è voltato da una parte e Narvaez che ne sa una più del diavolo gli è scattato dall’altra. Probabilmente avrebbe perso comunque contro Narvaez, ma alcune scelte hanno certamente facilitato il compito dell’ecuadoriano.

Una volata a due è uno degli esercizi più affascinanti del ciclismo. Non è mai scontata, a meno che il confronto non metta di fronte due atleti dalle caratteristiche completamente opposte. Philipsen e Hindley, giusto per dirne due. Entrano in gioco tattica, sangue freddo, condizione fisica e conoscenza dell’avversario.

Uno degli esempi più celebri resta quello di Salvatore Commesso al Tour de France 2000. Nella diciassettesima tappa beffò un giovane Alexandre Vinokourov con un’autentica giocata di mestiere: nell’ultimo chilometro rallentò quasi fino a fermarsi. Fece uno scarto frenando forte. Roba da pistard. Il kazako si ritrovò, suo malgrado, davanti. Da quel momento Vinokourov fu obbligato a impostare la volata, mentre Commesso poté sfruttare la sua posizione e vincere con astuzia.

Volata a due
La volata a due più recente e importante è stata quella tra Pogacar e Van Aert all’ultima Roubaix. Pogacar davanti guardava spesso dietro
Volata a due
La volata a due più recente e importante è stata quella tra Pogacar e Van Aert all’ultima Roubaix. Pogacar davanti guardava spesso dietro
Daniele, partiamo proprio dalla posizione di Meurisse. Il suo errore più evidente è stato quello di restare al centro della strada?

La volata a due è sempre molto complicata. Sembra una banalità, però alla fine, quando non c’è il problema di conquistare la posizione come accade negli sprint di gruppo, tutto si riduce all’esperienza. Detto questo, penso che anche con un approccio diverso Meurisse avrebbe perso. Contro Narvaez, probabilmente, perderebbe dieci volte su dieci.

Lo ribadiamo: non è un processo a Meurisse, ma un modo per capire meglio i meccanismi di una volata a due…

Mi viene in mente una tappa al Tour de France in cui arrivammo in quattro. La volata ristretta, che sia a due, tre o a quattro corridori, è sempre molto particolare. Certo, se uno è nettamente più veloce degli altri spesso vince lui, ma quando i valori sono simili prevale chi interpreta meglio la situazione. Conta la scelta del momento in cui partire, il rapporto utilizzato, ma anche con quali gambe si arriva allo sprint. La storia del ciclismo insegna che non sempre vince il più veloce: spesso vince chi è riuscito a gestire meglio le energie durante la fuga.

Le energie contano più delle caratteristiche fisiche?

Contano molto. Le volate a due, ma anche quelle a tre o quattro, cambiano molto a seconda del contesto. Se sei nella prima settimana di un grande Giro oppure nella terza le differenze possono essere enormi. Però il fattore tecnico rimane fondamentale. E chi arriva dalla pista o ha maturato una buona esperienza in pista parte sicuramente avvantaggiato. La scelta del tempo, soprattutto se si va piano, è determinante. Ed è importante avere il rapporto adeguato.

Volata a due
Fiandre 2020. Ancora Van Aert stavolta con VdP. L’olandese vinse (al fotofinish) partendo davanti. Fece l’ultimo chilometro tutto su un lato guardano praticamente sempre dietro (foto Getty Sport)
Volata a due
Fiandre 2020. Ancora Van Aert stavolta con VdP. L’olandese vinse (al fotofinish) partendo davanti. Fece l’ultimo chilometro tutto su un lato guardano praticamente sempre dietro (foto Getty Sport)
Però almeno la scelta di stare da un lato delle transenne…

Sì, scegliere un lato della carreggiata è sempre meglio, perché chi è davanti deve controllare soltanto da una parte. Quello è davvero l’Abc. E vale anche nelle volate di gruppo. Ancora oggi, invece, si vedono errori piuttosto grossolani. Magari non esistono più i treni organizzati di una volta, però capita spesso di vedere squadre che prendono l’iniziativa e restano in mezzo alla strada negli ultimi due chilometri. Se ai tempi di Cipollini ci fossimo comportati così, saremmo stati rimproverati ancora prima della partenza. Sono fondamentali che oggi, secondo me, vengono trascurati. Viviamo in un’epoca in cui le squadre dispongono di budget enormi e poi commettono certe leggerezze. Mi domando se ci sia davvero qualcuno che insegni questi aspetti. Anche se, a essere sinceri, un ragazzo dovrebbe arrivare al professionismo conoscendoli già.

Chi sta dietro è davvero avvantaggiato?

Dal punto di vista tecnico direi di sì, ma poi torniamo al discorso di prima. Se stai a ruota e sbagli comunque l’approccio allo sprint, parti troppo presto oppure con un rapporto troppo lungo, hai già compromesso gran parte delle tue possibilità. Allo stesso modo, chi è davanti può vincere anche partendo in una posizione teoricamente sfavorevole. Tutto dipende da chi hai di fronte. Se i due corridori hanno una punta di velocità simile, allora sì, chi sta dietro parte con un vantaggio.

Perché?

Perché chi è in seconda posizione ha la situazione sotto controllo a 360 gradi. Può decidere se anticipare oppure aspettare la mossa dell’avversario. Ha semplicemente più informazioni a disposizione per la volata.

Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, Tom Pidcock
Altra volata a due che ha fatto molto discutere è stata quello della Sanremo 2026. Pogacar, in testa, non era troppo vicino alle transenne e per un soffio non si è fatto infilare da Pidcock
Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, Tom Pidcock
Altra volata a due che ha fatto molto discutere è stata quello della Sanremo 2026. Pogacar, in testa, non era troppo vicino alle transenne e per un soffio non si è fatto infilare da Pidcock
Chi è davanti dovrebbe scegliere un rapporto leggermente più agile per essere pronto a scattare? Oppure uno più duro per evitare poi di cambiare?

Dipende dalla velocità con cui si imposta la volata. Un corridore molto esplosivo può permettersi di partire anche da un’andatura relativamente bassa. Ha una tale capacità di accelerazione da riuscire quasi a impedire all’avversario di prendere la scia. Oltre all’aspetto tecnico bisogna valutare anche le proprie caratteristiche e quelle dell’avversario. Se sei particolarmente veloce puoi anche rimanere davanti e costruire uno sprint a bassa velocità. Se invece non possiedi quella stessa esplosività, allora devi cercare di mantenere un’andatura sostenuta, sperando di limitare la capacità di accelerazione di chi ti segue.

Lo sguardo di chi sta dietro deve essere rivolto più al traguardo o all’avversario?

Come dicevo, chi sta dietro controlla tutto. Guarda il traguardo, ma soprattutto osserva continuamente i riferimenti dei metri finali. I 200 metri possono essere una distanza ideale un po’ per tutti e per tutti i tipi di sprint, ma dipende sempre dalla velocità con cui si arriva. Se si procede a bassa velocità, tipo 25-30 chilometri orari, duecento metri possono diventare lunghissimi. In generale chi è a ruota è favorito sotto tutti gli aspetti. Chi sta davanti, invece, è costretto a voltarsi per controllare l’avversario e questo rappresenta già uno svantaggio. Però i più forti riescono a farlo senza perdere la traiettoria…

Cioè? Spiegaci…

Riescono a guardare dietro continuando ad andare perfettamente dritti. Penso, ad esempio, a Mathieu van der Poel. Gli è capitato spesso di arrivare con due o tre corridori nelle classiche ed è impressionante vedere come riesca a rimanere incollato alle transenne, mantenere la traiettoria e allo stesso tempo controllare gli avversari anche per 500 o 600 metri. Sono qualità che si affinano fin da giovani, ma in parte sono anche innate.

Volata a due Bennati
Giro delle Regioni 2001, il ricordo di Bennati che precede Scarponi e Popovych
Volata a due Bennati
Giro delle Regioni 2001, il ricordo di Bennati che precede Scarponi e Popovych
Ti ricordi una tua volata a due particolarmente significativa?

Sì, al Giro di Danimarca arrivammo in due con Mads Wurtz Schmidt. Lui era ancora giovane. La fuga era nata dopo un ventaglio e nel finale eravamo riusciti a rimanere da soli. Per esperienza cercai di tenerlo davanti per quasi tutto l’ultimo chilometro. Sapevo che era un cronoman, che correva in casa e che aveva interesse a guadagnare tempo in classifica. A un certo punto gli dissi chiaramente: «Se vuoi arrivare fino al traguardo, tira». Lui continuò a collaborare. L’arrivo era leggermente in salita e, quando partii, riuscii subito a fare il vuoto, vincendo addirittura con 3-4 secondi di vantaggio.

Quindi conoscere l’avversario è un altro dei fondamentali…

Assolutamente sì. Anzi, adesso mi viene in mente un’altra volata a cui sono molto legato. Non era a due, ma a tre, durante il Giro delle Regioni 2001, da dilettante. Con me c’erano Michele Scarponi e Yaroslav Popovych. Scarpa, scherzando, me l’ha rinfacciata fino agli ultimi giorni della sua vita.

A questo punto la devi raccontare, Daniele…

L’arrivo era a Riva Trigoso e nel finale c’era il Passo del Bracco. Scarponi e Popovych andarono via, prendendo una trentina di secondi. Io rimasi in un gruppetto di una quindicina di corridori che però non collaborava. In fondo alla discesa c’erano ancora cinque o sei chilometri di pianura e mi resi conto che, continuando così, non li avremmo mai ripresi. A un certo punto partii d’istinto, senza pensarci. Riuscii a chiudere agli 800 metri dall’arrivo. Mi ricordo ancora la faccia di Scarponi quando mi vide. Mi guardò e disse: «Nooo Benna, proprio tu no». Sapeva che in volata ero nettamente più veloce di loro. A quel punto loro, giustamente, smisero di collaborare. Io avevo appena concluso l’inseguimento, respirai per qualche secondo e poi lanciai lo sprint. Scelsi un lato della carreggiata, partii intorno ai 220 metri e, di fatto, loro non riuscirono nemmeno a replicare. Il giorno dopo Scarpa mi disse ridendo: «Benna, era l’unica tappa che potevo vincere contro Popovych, che in quegli anni staccava tutti. Sei arrivato proprio tu a rovinarmi la festa!».