Tour de France 2026, Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard

EDITORIALE / Gli show di Pogacar piacciono davvero a tutti?

13.07.2026
5 min
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A questo punto della storia, con Sinner che ha vinto piuttosto facilmente a Wimbledon e Pogacar che dopo sei tappe ha già ipotecato il Tour de France, la domanda che sorge spontanea è se questi eventi conquistati in forza di una supremazia mai in discussione siano davvero così irresistibili o non rischino di diventare a loro modo routine.

Lo diceva venerdì Angelo Mangiante su Sky Sport: «Mai come ora ci rendiamo conto di avere bisogno di Alcaraz». Perché Zverev (come Vingegaard con Pogacar) può mettercela tutta e impegnare Sinner per i primi due set, poi però deve pagare il conto allo sforzo eccessivo di quella opposizione ed è costretto ad arrendersi. Il braccio diventa pesante, la corsa faticosa, la lucidità viene meno e Sinner se ne va.

Perché lo spettacolo sia effettivo, servono rivali all’altezza. E’ meglio un successo combattuto in cui la vittoria abbia il sapore di una conquista oppure un trionfo già scritto perché quel rivale non ti ha mai battuto e probabilmente non comincerà questa volta?

Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due  (foto Facebook/WImbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)
Il duello di ieri fra Sinner e Zverev non ha avuto storia: troppo grande la differenza fra i due (foto Facebook/Wimbledon)

Tra Pogacar e Vingegaard

Lo stesso discorso si è ripetuto sulle strade del Tour. Tra Pogacar all’attacco e Vingegaard in difesa, la differenza sul Tourmalet è stata di trenta secondi, poi però il danese ha pagato il conto allo sforzo eccessivo e nei chilometri successivi della sesta tappa è andato inesorabilmente a fondo (allo stesso modo in cui Zverev ha retto per i primi deu set e poi si è andato spegnendo).

Qualche giorno prima, per mostrare i muscoli o ribadire non si sa quale concetto, Pogacar aveva prima sfinito gli uomini sul Montjuic, regalato infine la tappa a Del Toro, senza tuttavia aver staccato Evenepoel e Vingegaard, conquistando 3 secondi su tutti gli altri. Nel tennis devi vincere ogni volta, nel ciclismo non serve. La grandezza spinge sempre verso il trionfo o c’è sotto una qualche forma di irresistibile arroganza sportiva?

Identico discorso ieri verso Ussel, nel giorno vittorioso di Van der Poel. Se avesse voluto, Tadej avrebbe potuto vincere la tappa senza troppa difficoltà e forse avrebbe avuto anche senso che lo facesse, dato che ha fatto tirare la squadra per prendere una fuga di cui poteva disinteressarsi. Di colpo invece la UAE Emirates ha smesso di lavorare e viene da chiedersi se sia stata la conseguenza di un ragionamento fatto dall’ammiraglia o un’intuizione dello sloveno.

Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?
Tappa di ieri: a cosa è servito il gran tirare della UAE Emirates? Se Pogacar voleva vincere, perché non farlo?

La castrazione tattica

Il dibattito non finirà certo oggi. Stiamo indubbiamente vivendo l’era di uno dei più grandi corridori di sempre e dovremmo essergli grati per il modo generoso con cui interpreta ogni corsa. E volendo essere ancor più onesti, probabilmente se fosse italiano tanti ragionamenti non li sentiremmo. Eppure, come anche per Sinner a Wimbledon, avremmo tanto bisogno di un Alcaraz che aiuti a definire meglio la dimensione di Pogacar. E avremmo bisogno però anche di direttori sportivi capaci di andare oltre la visione più scontata della corsa e con il coraggio di prendere in mano la situazione.

Perché nessuno attacca e si aspetta soltanto che lo faccia il campione del mondo? Voglia di accucciarsi ai suoi piedi oppure l’incapacità di immaginare uno sviluppo diverso? Persino Armstrong, il cui strapotere di quei Tour non aveva nulla da invidiare all’attuale di Pogacar, trovò sulla sua strada avversari capaci di attaccarlo: da Ullrich a Basso, passando per Beloki e Pantani. Non riuscirono a sortire gli esiti sperati, almeno non del tutto, ma quantomeno tentarono di abbattere il colosso texano e diedero alla corsa il brivido di una parziale incertezza.

Squadroni come la Visma Lease a Bike e la Red Bull-Bora contemplano in apparenza soltanto un correre fatto di testa a testa (in cui sono perdenti) e non hanno direttori sportivi capaci di inventare una tattica fuori dagli schemi. I tanti watt di Pogacar sono davvero una sentenza per i suoi avversari oppure l’alibi perfetto per ammiraglie incapaci di vedere oltre? Non è meglio morire con l’onore delle armi, piuttosto che andare al patibolo infilando da sé la testa nel cappuccio?

Armstrong e Ullrich sono nella fuga alle spalle di Pantani: l'americano tiene il ritmo molto alto. Il vento è contrario
Tour del 2000, nonostante Armstrong fosse dominante come oggi Pogacar, sulla sua strada trovò ugualmente molto coraggio
Armstrong e Ullrich sono nella fuga alle spalle di Pantani: l'americano tiene il ritmo molto alto. Il vento è contrario
Tour del 2000, nonostante Armstrong fosse dominante come oggi Pogacar, sulla sua strada trovò ugualmente molto coraggio

Impegno e lucidità

Stiamo indubbiamente vivendo l’era di uno dei più grandi corridori di sempre, dicevamo, che continua a lavorare e migliorare da sette anni (in barba a chi diceva che sarebbe durato poco) in un crescente inno al suo impegno. Ma sono anche gli anni di un solo atleta che svuota la tavola lasciando agli altri le briciole. Salvare una piccola porzione di cibo per gli altri significa non essere ingordi oppure sarebbe mancare di rispetto al talento che si è ricevuto?

Forse è questa la domanda su cui si potrebbe ragionare con il campione del mondo, che in assenza di rivali alla sua altezza ha tutto il diritto di correre e vincere come gli pare (nel ciclismo non ci sono Alcaraz all’orizzonte). E avrebbe paradossalmente anche il diritto di avere avversari più coraggiosi, come coraggioso è stato ieri Van der Poel.

Se ieri avesse vinto nuovamente Pogacar, a lui non avrebbe aggiunto tanto, all’olandese avrebbe portato via la ragione dello stesso andare avanti. Lo sport a questo livello è show e business: siamo certi che rimarrà attrattivo ancora a lungo per il pubblico e per gli sponsor, conoscendo il risultato prima dell’inizio e con avversari incapaci di farne parte in modo davvero convincente? Forse piuttosto che lagnarsi per lo strapotere di Tadej avrebbe più senso chiedersi se i suoi rivali siano guidati da team all’altezza.