Prima maglia gialla, la verde e i ventagli: inizia il Tour di Milan

04.07.2025
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Il primo italiano a indossare la maglia gialla fu Vincenzo Borgarelli nel 1912: oltre un secolo fa. L’ultimo è stato Giulio Ciccone nel 2019. Successivamente non ci sono state tante occasioni perché un altro ci riuscisse, per questo la prima tappa del Tour a Lille rappresenta un’occasione da non perdere. Jonathan Milan lo sa. Ha studiato il tracciato della gara ed è tornato a farlo anche ieri, prima di schierarsi alla presentazione delle squadre.

Il primo Tour è un’emozione. E anche se il friulano della Lidl-Trek è ormai abituato a calcare palcoscenici anche più importanti come quelli olimpici, di certo al fascino della Grande Boucle non resta indifferente. E così si racconta, a metà fra il tecnico e il sentimentale. Milan è allegro, passa agevolmente dall’inglese all’italiano.

La presentazione delle squadre si è svolta ieri nel cuore di Lille, davanti a una folla notevole (foto A.S.O./Aurélien Vialatte)
La presentazione delle squadre si è svolta ieri nel cuore di Lille, davanti a una folla notevole (foto A.S.O./Aurélien Vialatte)
Due anni fa il debutto al Giro fu fonte di parecchia emozione: come si arriva al Tour?

Quel debutto fu qualcosa di indimenticabile, anche per come andò. Mi sto avvicinando al Tour come al Giro dello scorso anno, con più consapevolezza. So che la condizione è buona, il team è ottimo e tutto ciò mi tranquillizza. Vedremo come andrà domani, cerchiamo di dare il massimo. C’è questa grandissima possibilità di indossare la maglia gialla il primo giorno, ma bisogna stare attenti al percorso. Nei chilometri precedenti l’arrivo, potrebbe esserci un po’ di vento e si potrebbero formare dei ventagli. Qualcuno ci proverà. Insomma, la prendo come qualsiasi altra gara.

Cosa rappresenta per te il Tour de France?

Il Tour era una di quelle corse che guardavo durante l’estate, quando ero piccolo, sul divano con i miei genitori. Una corsa che ho sempre sognato e il fatto di essere qua è molto bello. Pochi anni fa ero molto tifoso di Peter (Sagan, ndr), mi ricordo le sue imprese ed essere qui anche io mi fa pensare che il lavoro ha funzionato.

Ecco, il lavoro. E’ stata una preparazione impegnativa? E cosa puoi dire del passaggio al Delfinato?

In realtà non me la sento di dire che sia stata particolarmente dura. Abbiamo lavorato molto e il Delfinato è stato molto, molto impegnativo: devo ammetterlo. Ho sofferto tanto sulle salite. Però poi, una volta rientrati a casa, ho iniziato subito a sentirmi un po’ meglio, a fare dei buoni valori anche per quanto riguarda lo sprint e gli altri lavori e le sensazioni sono iniziate a crescere. Insomma, mi sento pronto. Credo di aver fatto una preparazione ottima.

In giallo al delfinato, Milan saluta Van der Poel in verde: al Tour i due colori sono entrambi nel suo mirino
In giallo al delfinato, Milan saluta Van der Poel in verde: al Tour i due colori sono entrambi nel suo mirino
Sei passato in Friuli, dicevi, dove l’attesa per il tuo debutto al Tour è notevole: te ne sei reso conto?

E’ un grande supporto. Ho passato un po’ di giorni a casa, ho avuto la bellissima emozione di correre i campionati italiani quasi sulle strade di casa e mi sono reso conto dell’attesa per la grande partenza. Questa cosa mi dà energia in più.

Hai sofferto sulle salite del Delfinato, sai qualcosa di quelle del Tour? E quante sono le tappe in cui si potrebbe arrivare in volata?

Per quanto riguarda le salite, ne conosco ben poche. Di sicuro non sono uno che va a provarle. Abbiamo fatto qualche recon, ma per i percorsi che mi si addicono. Per cui già parecchio tempo fa siamo andati a vedere la tappa di domani. Abbiamo provato gli ultimi 90 chilometri, abbiamo visto bene il finale e anche ieri abbiamo ripassato gli ultimi 20 chilometri. Gli arrivi in volata dovrebbero essere sei, ma si spera di poterne tirare fuori anche qualcuno in più. Posso dire che ogni giorno in ritiro guardavamo i video degli ultimi 15-20 chilometri di ogni tappa. Insomma, sappiamo come sono fatti gli arrivi, più o meno li abbiamo in testa.

La maglia verde può essere un tuo obiettivo?

E’ certamente un obiettivo, però sarà semmai la conseguenza dei buoni risultati. Vedremo con il passare delle tappe se potrà essere un obiettivo concreto.

E’ un peccato che la tappa di Parigi non sia più il classico volatone dei Campi Elisi? 

Mi spiace molto. Era una volata sicura, invece lo strappetto di Montmartre renderà tutto un po’ più interessante, ma meno alla portata dei velocisti. Ho parlato con Stuyven, che l’ha fatto l’anno scorso alle Olimpiadi. Mi ha detto che già con 90 corridori, la gara era abbastanza nervosetta. Immagino che fra tre settimane sarà anche più pericolosa, perché la strada è piccola e con 150 corridori a fine Tour ci sarà anche più tensione. Ci saranno sicuramente molti attacchi, sarà imprevedibile e penso che noi velocisti cercheremo di tenere la corsa più chiusa possibile e poi vedremo come andrà.

Milan ha chiuso il tricolore di Gorizia al settimo posto. Qui è con Velasco e Vendrame
Milan ha chiuso il tricolore di Gorizia al settimo posto. Qui è con Velasco
Al Delfinato abbiamo visto vari cambiamenti di ruolo nel tuo treno: sono soluzioni che si provano o si improvvisano?

Avete visto bene, sono cose che proviamo molto in allenamento. Cerchiamo di cambiare i ruoli ed è qualcosa che caratterizza il nostro treno. Se qualcuno sta male oppure ha avuto un problema deve potersi scambiare con chi sta meglio. Al Delfinato è successo che Simone (Consonni, ndr) aveva già fatto un grandissimo lavoro per riportarmi in gruppo e ha detto semplicemente di aver speso tanto. Così si è scambiato con Theuns, andando a fare il terzultimo uomo e curando il posizionamento per l’ultimo chilometro. Penso che questo sia un valore aggiunto per il mio gruppo.

Hai anche detto che ti è piaciuto aver corso il campionato italiano in Friuli: che cosa ti è parso della vittoria di Conca e di come è andata a finire?

Personalmente sono contento della mia performance. E’ stato un italiano difficile da gestire perché eravamo solamente in tre alla partenza (con Milan c’erano Consonni e Mosca, ndr). In ogni caso, Jacopo ha fatto un grandissimo lavoro, mi hanno supportato molto bene. Abbiamo cercato di fare il massimo, ma bisogna dire che c’è stato qualcun altro che ha fatto meglio di noi. Quando si vince, non è mai per caso. Questo lo dico sempre.

Consonni e un Delfinato in crescita, per sé e per le volate di Milan

17.06.2025
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Il Critérium du Dauphiné è finito da appena due giorni e Simone Consonni ha già rifatto le valigie, direzione altura. Le fatiche in terra francese hanno lasciato qualche scoria e hanno allegato le prime risposte dopo il periodo di preparazione a Sierra Nevada. La Lidl-Trek è tornata a casa con una vittoria di tappa siglata da Jonathan Milan. Il velocista friulano è riuscito a mettere le ruote davanti a tutti nella seconda tappa, mentre nella quinta non è riuscito a bissare il successo. Simone Consonni e Jonathan Milan sono tornati a correre insieme dopo più di due mesi, l’ultima volta che si erano ritrovati insieme era stato alla Classic Brugge De Panne. 

«Andare in altura – racconta Simone Consonni – serve un po’ per rigenerarsi sia fisicamente che mentalmente. Sapete, quando si è a casa è difficile staccare, si è sempre indaffarati a fare tante cose. In questo modo riesco a prendere i miei ritmi e posso fare ancora quale passo in più per migliorare alcuni parametri, come il recupero. Se il Tour de France sarà impegnativo e tirato come queste otto tappe al Delfinato, meglio avere qualche globulo rosso in più».

Simone Consonni e Jonathan Milan non correvano insieme dalla Brugge-De Panne del 26 marzo scorso
Simone Consonni e Jonathan Milan non correvano insieme dalla Brugge-De Panne del 26 marzo scorso

Sui passi giusti

Aver trovato il successo nella prima gara dopo il ritiro in altura è stato importante, soprattutto se questa è anche l’antipasto di quello che si troverà al Tour de France. Ora che il percorso in preparazione alla Grande Boucle è stato completato è il momento di capire se la condizione trovata è quella giusta oppure no. 

«Personalmente – riprende Simone Consonni – la gara è andata bene, mi sono sentito sempre meglio giorno dopo giorno. Ho avuto un paio di giorni complicati, ma arrivando dall’altura sapevamo che sarebbe potuto succedere. In particolare nella seconda tappa, quella vinta da Johnny (Milan, ndr) non sono riuscito a fare il lavoro di ultimo uomo. Sapevamo che il Delfinato sarebbe stata una gara difficile, bastava guardare la lista dei partenti per capire che avremmo sofferto. Oltre a noi, solamente la Israel Premier Tech ha portato un velocista».

La Lidl-Trek di Milan e la Israel di Stewart si sono occupate di tenere chiusa la corsa nelle tappe con arrivo in volata
La Lidl-Trek di Milan e la Israel di Stewart si sono occupate di tenere chiusa la corsa nelle tappe con arrivo in volata
Che passaggio è stato per voi?

Abbiamo avuto la conferma di avere un gruppo veramente solido. C’erano tre occasioni in volata, nella prima siamo riusciti a resistere agli attacchi degli uomini di classifica riportando Milan nel gruppo dei migliori. Già il fatto di essere riusciti a rientrare è stata una risposta positiva. 

La vittoria del giorno dopo è stata una conferma ulteriore?

Assolutamente. La seconda tappa era comunque molto impegnativa con quasi 3.000 metri di dislivello e tanti chilometri. Rientrare, riuscire a sprintare e vincere non è banale. Peccato perché è coincisa con la mia giornata “no” però sono comunque riuscito a dare il mio contributo. Con il passare delle ore ho parlato con Theuns e Stuyven, ho detto loro di invertire i ruoli nel treno e sono stati loro a lanciare Milan. 

Per Milan e la Lidl-Trek è arrivata una vittoria di tappa durante il Delfinato sul traguardo di Issoire
Per Milan e la Lidl-Trek è arrivata una vittoria di tappa durante il Delfinato sul traguardo di Issoire
Come mai hai avuto queste difficoltà?

Un po’ per il lavoro in altura, poi ne ho parlato con la squadra perché avevo i crampi e facevo davvero tanta fatica. Ci siamo messi a guardare un po’ di file e ci siamo resi conto del fatto che era da un po’ che non facevo una gara così impegnativa. Ho iniziato la stagione alla Valenciana, dove il ritmo e il percorso erano davvero esigenti. Al UAE Tour le due tappe di montagna sono state fatte in maniera davvero blanda. Alla Tirreno-Adriatico sono stato male e ho saltato le Classiche.

Insomma, ti mancava il ritmo gara?

Sì. Anche perché in primavera ho corso, ma tutte gare piatte e senza particolari difficoltà. Da lì mi sono fermato un mese e ho corso a Francoforte, più per esigenze di squadra. Mi hanno chiamato all’ultimo a causa di alcune assenze in squadra. E’ stato un ritorno estemporaneo, infatti mi sono fermato ancora per un mese per preparare il Tour

Il successo di Milan è stata una conferma nel processo di avvicinamento al Tour de France
Il successo di Milan è stata una conferma nel processo di avvicinamento al Tour de France
Anche per Milan il Delfinato è stato un passaggio importante?

Lui arrivava con più gare rispetto a me. Ha finito la Tirreno e ha fatto il blocco delle Classiche, che sicuramente ti lascia qualcosa in più nelle gambe. Però dopo l’altura correre è un bene, alla fine non abbiamo preparato il Delfinato, ma questo è stato un passaggio lungo il cammino per il Tour. 

Come avete lavorato in altura?

Abbiamo messo insieme tanti chilometri. Quando si va in ritiro ci si concentra su questo aspetto, con tanti allenamenti lunghi e molti metri di dislivello. Le volate si allenano in gara. Con il senno di poi direi che il lavoro fatto è stato giusto. Al Tour troveremo tanta salita, come al Delfinato, quindi allenarsi in quota e poi venire a fare una corsa così dura è stato utile. E’ importante avere i cinque o sei minuti di sforzo ma bisogna anche arrivare con i primi nel finale, serviva costruire una base solida. 

Le occasioni per gli sprinter sono state poche al Delfinato, nella seconda volata Milan è arrivato quinto
Le occasioni per gli sprinter sono state poche al Delfinato, nella seconda volata Milan è arrivato quinto
Dopo due maglie ciclamino al Giro con quali ambizioni arriverete al Tour, la maglia verde è possibile?

Andremo al via di Lilla con l’obiettivo di vincere quante più tappe possibile. La maglia verde sarà una diretta conseguenza, se andrà bene potrebbe arrivare. 

Tornerai al Tour dopo cinque anni, la tua esperienza potrà essere utile?

Non saprei. Quando ho corso alla Grande Boucle era il 2020 ed è stata un’edizione strana visto che c’era il Covid. La corsa era blindata, non c’era tanto pubblico. Da questo punto di vista direi di no. Per quanto riguarda l’esperienza in gara penso che la corsa la facciano i corridori. Sarà difficile perché avremo i migliori atleti al mondo al via. Però ripeto, questo Delfinato ci ha dato fiducia. 

Consonni: «Quando sprinta Jonny, la bici si contorce»

26.02.2025
6 min
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«Alla Valenciana dopo che mi sono spostato ed è scattato Jonathan, prima che passasse il secondo ho dovuto contare fino a cinque. Sapevo che avrebbe vinto». Appena uscito da una sessione dall’osteopata, in seguito ad caduta a suo dire fantozziana in un rifornimento dell’UAE Tour, Simone Consonni ci porta con sé dentro lo sprint. E’ Simone l’apripista, oggi leadout, di Jonathan Milan.

E proprio con il recente UAE Tour possiamo ufficialmente dire che si è aperta anche la stagione delle grandi volate. Nella prova emiratina infatti c’erano tutti i migliori sprinter del pianeta. E tra questi ha brillato proprio Jonathan Milan. Per il velocista della Lidl-Trek due vittorie, altrettanti podi e la maglia a punti, merito anche della sua spalla fedele e sempre più valida: Simone Consonni appunto.

Consonni e Milan: i due oltre che essere compagni sono anche amici. Per Simone avere un buon feeling di squadra è fondamentale per gli sprint
Consonni e Milan: i due oltre che essere compagni sono anche amici. Per Simone avere un buon feeling di squadra è fondamentale per gli sprint
Al netto di questa caduta, come stai Simone? Che ti è sembrato di queste prime corse dell’anno?

Stiamo abbastanza bene. L’abbiamo dimostrato già alla prima tappa della Valenciana con la crono a squadre: prestazione incredibile della squadra, dove abbiamo rifilato un bel gap alla seconda. Abbiamo fatto la ricognizione a gennaio, ci puntavamo e l’abbiamo vinta con 46″ di vantaggio. Questo ci ha dato grande morale per la settimana, culminata con la vittoria di Jonathan nell’ultima tappa.

Ma la prova del nove c’è stata al UAE Tour, dove la concorrenza era spietata…

Esatto. Abbiamo fatto tante cose belle, anche se c’è stato qualche dettaglio da rivedere, specie nelle ultime due volate. Non tutte le ciambelle escono col buco. Nelle ultime due volate la ciambella non ci è proprio riuscita. Noi comunque ci poniamo l’asticella sempre alta, anche quando la competizione è di livello mondiale.

Tu hai un ruolo cruciale nei successi di Milan. E quali sono gli aspetti da migliorare per rendere perfetto il treno?

Io sono l’ultimo uomo, ma il mio lavoro dipende molto da chi mi precede. In tutta la struttura che stiamo costruendo, la cosa fondamentale è il lavoro dei compagni che mi portano nella posizione giusta. Per esempio, il lavoro che fa Edward Theuns è cruciale: ci prepara l’entrata nell’ultimo chilometro e mi lascia in una posizione ideale.

Chiaro: è una catena, in cui il tuo lavoro non dipende solo da te…

E’ così. Se guardiamo la volata della Valenciana, mi hanno portato a 500 metri in testa, io non dovevo pensare a nulla: solo sprintare vicino alle transenne, lasciare spazio a Jonathan e poi lasciar fare lui. Ed è andata bene. Però qual è il problema: è che più ci avviciniamo al traguardo, più ogni errore è difficile da correggere. Ma se arrivi ben preparato a quel momento, anche un piccolo errore si può recuperare. Per arrivarci bene, tutto deve funzionare come si deve prima.

Un occhio avanti e uno indietro: Consonni deve spingere forte ma anche scortare Milan. Spesso comunicano con urlo o con uno sguardo d’intesa
Un occhio avanti e uno indietro: Consonni deve spingere forte ma anche scortare Milan. Spesso comunicano con urlo o con uno sguardo d’intesa
Simone stiamo entrando sempre di più nel discorso dello sprint: raccontaci il momento in cui lanci la volata. E magari capisci se Milan la vincerà, il suo modo di pedalare, la cadenza…

Jonathan ha uno stile inconfondibile. Non è armonioso, ma vedendolo da vicino capisci quanto spacchi la bici a ogni pedalata. Ogni colpo di pedale sembra far male alla bici, ma è proprio questo che lo rende così efficace. Lui è così. A 24 anni ormai è un corridore fatto. Sì, potrà limare qualcosina, ma è quello ormai. Qualcuno dice che dovrebbe cambiare stile, secondo me invece deve rimanere così: quello è il suo modo di essere veloce.

Quando ti sposti cosa succede: cosa vedi? Cosa pensi?

Alla Valenciana, quando mi ha passato ho contato fino a cinque prima di vedere sfilarmi il secondo. Lì ho capito che avevamo vinto. Al UAE Tour invece, con gente come Merlier e Philipsen, fino alla linea del traguardo non potevi mai essere sicuro. Io vedo le volate da una posizione privilegiata. Quando mi sposto, vedo la bici di Jonathan che si contorce. Che le fa male. Ed è bello, fa impressione. Capisci perché lo chiamano il Toro di Buja!

Dal modo in cui sprinta, magari un certo rapporto, certe cadenze, riesci a capire prima se vincerà o meno?

Dipende dalle situazioni. Lui sprinta con cadenze alte, questo gli viene molto dalla pista. Il movimento della testa è sempre quello, non ci sono volte in cui lo fa di più e altre in cui lo fa meno.

Gli sprint sono sempre molto concitati, riuscite a parlare mentre si arriva alla volata? C’è comunicazione tra voi?

Ci parliamo, ci urliamo. Nell’approccio all’arrivo ci diciamo se ci siamo, se bisogna aspettare. Però lui e io siamo diversi. Io sono più razionale, ragiono di più. Lui è più istintivo. A volte ha ragione lui, a volte io. Per esempio, nella seconda vittoria al UAE Tour (vinta per 7-8 centimetri, ndr), lui voleva partire prima, io ho aspettato un po’ di più. Alla fine è andata bene e ho avuto ragione io. Jonny era lungo. Invece nell’ultima volata, quando Merlier ha anticipato, lui voleva che uscissi prima, io ho aspettato e abbiamo perso l’attimo. In quel caso ha avuto ragione lui.

Consonni deve fare uno sprint vero e proprio. Poi si sposta, entra in gioco Milan e a quel punto Simone di gode la scena da dentro (screenshot a video)
Consonni deve fare uno sprint vero e proprio. Poi si sposta, entra in gioco Milan e a quel punto Simone di gode la scena da dentro (screenshot a video)
Come hai detto tu: è un gioco di squadra…

Penso che il nostro lavoro nello sprint sia come una piramide: ognuno che lavora da più lontano. Io sono il penultimo pezzetto della piramide, Jonathan l’ultimo e quando riesce a finalizzare è importante per tutti. Milan è esigente, vuole sempre vincere. Aveva vinto due tappe al UAE Tour, ma voleva anche la terza e la quarta. Questo atteggiamento si trasmette a tutta la squadra e ci spinge a dare sempre di più.

Tu sai sempre quando lui è dietro di te?

Più o meno sì, ma torno al discorso di prima. Molto conta anche come è stata preparata la volata e anche da chi c’è. Con il livello del UAE Tour non è facile neanche se sei messo bene. Io alla fine quando parto devo tenere i 63 all’ora o più, per dire, e fare uno sprint vero e proprio. Ma dietro c’è gente che quella tua botta la tiene bene, che è ancora al 60-70 per cento della propria potenza massima. Perché è così: gente come Milan, Philipsen, Merlier hanno questi margini, quei wattaggi per fare certe volate e alzare ancora la velocità. E quindi anche se lo lanci bene e ti sposti al momento giusto non è detto che si vinca.

Qual è il tuo prossimo impegno, Simone?

Farò la Tirreno-Adriatico. Non farò le classiche di apertura in Belgio: come l’anno scorso del resto. Quando hai in squadra frecce come Pedersen, Stuyven, Simmons e Vacek, è normale. E neanche la Sanremo. Lì il team magari porta Jacopo Mosca, che tira 200 chilometri. Io non sarei utile nel finale. Mi piange il cuore non fare la Sanremo, da italiano mi piacerebbe aiutare Milan, ma bisogna essere onesti con se stessi. Me la guarderò da casa… e spero di poter stappare una bella bottiglia di champagne per la vittoria di Jonathan o di qualche mio altro compagno.

Non solo ultimo uomo. Consonni ha un sogno nel cassetto

24.01.2025
5 min
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Non sarà più la 6 Giorni di Brema di un tempo, oltretutto si gareggia su sole 4 giornate di gara, ma la prova tedesca resta uno dei capisaldi dell’attività su pista durante l’inverno e anche per questo Elia Viviani e Simone Consonni hanno accettato l’invito a parteciparvi. Una presenza dai significati diversi per i vicecampioni olimpici della madison: Consonni in preparazione per le prime corse dell’anno, Viviani ancora alla ricerca di una squadra per vivere quella che potrebbe essere la sua ultima stagione su strada.

In pista, i due ci hanno messo davvero poco per ritrovare la sintonia, cosa che avviene solamente se alla base c’è un’amicizia cementata negli anni. Simone sa bene le difficoltà del compagno, che proprio sulla base della sua delicata situazione contrattuale ha preso molto sul serio la 6 Giorni e lo si evince anche dal risalto che gli ha dato sui suoi seguitissimi social.

Consonni e Viviani hanno chiuso a Brema al 3° posto a un giro da Havik e Politt (foto Arne Mill)
Consonni e Viviani hanno chiuso a Brema al 3° posto a un giro da Havik e Politt (foto Arne Mill)

E’ chiaro però che la situazione di Elia ha un peso e Simone ci mette tutta la delicatezza possibile: «Non mi sento di parlare di questa vicenda, credo che sia Elia a dover essere chiamato in causa. Io posso dire che in quei giorni il suo morale è stato sempre in salita: appena entrato in pista ho rivisto l’Elia che conosco, carico e determinato, scherzoso ma ultraprofessionale. Era concentrato sulla gara, questo è certo».

Quella di Brema è stata gara vera? Si dice sempre che le 6 Giorni siano un po’ “pilotate” per lo spettacolo…

No, è stata vera, intensa, nella quale tutti hanno dato il massimo. L’avevamo scelta anche per questo, per effettuare quei lavori che in questo periodo sono importanti, quelli impostati sulla velocità che ti servono per le prime gare del calendario. Di 6 Giorni ne faremmo anche di più se fosse possibile inserirle nel calendario senza contraccolpi, per fortuna questa occasione è capitata e l’abbiamo presa al volo.

Un Viviani concentrato e scherzoso, così nei 4 giorni tedeschi a dispetto della situazione (foto Arne Mill)
Un Viviani concentrato e scherzoso, così nei 4 giorni tedeschi a dispetto della situazione
A febbraio ci saranno gli europei su pista, prima gara della nuova stagione nella quale i tuoi compagni di quartetto Ganna e Milan hanno detto di passare la mano. Tu che cosa farai?

A me la pista piace da morire e questo tutti lo sanno, ma conciliarla con il calendario su strada è sempre più difficile. Gli europei ad esempio mi sarebbe piaciuto molto farli, ma sono già stato selezionato per Valenciana e Uae Tour e quindi non se ne parla. Oltretutto ci sono i problemi con la Nations Cup e quindi non ci saranno altre occasioni. E’ chiaro che a Montichiari andrò quando possibile per allenarmi, per i mondiali per ora non saprei che cosa rispondere, sono troppo in là con la stagione.

Nel 2024 non hai conquistato alcuna vittoria, come influisce questo sulla tua nuova stagione?

Io non giudicherei male quella passata, perché mi ha dato maggiori certezze. Mi ha fatto prendere confidenza con il gruppo, che so essere davvero forte, mi ha consentito di fare un ulteriore passo avanti. Con Milan abbiamo fatto bei lavori, quel rapporto costruito su pista si sta sviluppando anche su strada e soprattutto sta venendo fuori la necessaria sinergia tecnica e mentale per ottenere i massimi risultati. Sappiamo che c’è da migliorare ma è normale. Ora abbiamo tanta carne al fuoco, tanto lavoro da fare per tutto il treno per le volate e questo ci dà entusiasmo.

Con Milan, Simone ha costruito grandi vittorie all’ultimo Giro, ora vogliono fare lo stesso al Tour
Con Milan, Simone ha costruito grandi vittorie all’ultimo Giro, ora vogliono fare lo stesso al Tour
Milan quest’anno affronterà il suo primo Tour de France. Tu hai esperienza in tutti e tre i grandi Giri: lo stai già consigliando, illustrandogli le differenze fra Giro e Tour?

Tantissime differenze non ci sono, l’importante è sapere che ogni tappa è a sé, che va costruita sul posto, vedendo come si evolve la corsa. Il Tour ha una carica di stress molto superiore alle altre corse, la percepisci da subito e sarà quindi importante abituarsi. Entrare nello spirito giusto. Sicuramente ci sarà da lavorare anche extrabici, ossia studiare con cura i percorsi, analizzare ogni tappa alla perfezione, anche sulla base di quel che è successo il giorno prima. Al Tour ci sono 200 ragazzi al via e tutti aspirano a qualcosa d’importante, oltretutto si viaggia sempre molto veloci. Sono tutti fattori da considerare.

Seguirai sempre il calendario di Johnny?

Per la sua gran parte, ma nel periodo delle classiche no, perché nel team ci sono corridori più adatti a quel tipo di corse. Siamo una squadra ampia e fatta di campioni, bisogna anche avere la consapevolezza di quel che si può realmente fare per il bene del gruppo. Lì serve gente fortissima sul passo, anche fisicamente con una struttura. Anche per il Tour sono in tanti ad ambire a un posto, quindi tutto è in divenire, non c’è nulla di certo.

Per Simone tanta esperienza al Tour, qui la volata di Lione 2020 chiusa al terzo posto
Per Simone tanta esperienza al Tour, qui la volata di Lione 2020 chiusa al terzo posto
E’ anche vero però che, senza i tuoi compiti per Milan, potresti avere mano libera per poter ambire a qualche vittoria…

Se capiterà l’occasione, sia in gare a tappe che nelle corse di un giorno non mi tirerò certo indietro. Il doppio ruolo di aiutante o finalizzatore non è certo una novità per me. Anche nel 2024 non ci sono andato lontano, ad esempio la quarta piazza alla Bredene Koksijde Classic dopo essere stato in fuga per 68 chilometri mi è ancora indigesta. Se arriverà l’occasione mi farò trovare pronto: non nascondo che regalare la prima vittoria nella mia carriera vestendo la maglia della Lidl-Trek sarebbe qualcosa di grandioso.

Viviani da Brema guarda agli europei su pista e al futuro su strada

14.01.2025
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Si è conclusa ieri la Sei Giorni di Brema, nella quale ha corso la coppia formata da Elia Viviani e Simone Consonni. Il duo che ha conquistato l’argento a Parigi 2024 è tornato sul parquet e ha rispolverato un’intesa ormai consolidata negli anni. Quando intercettiamo Elia Viviani sono le 11 di lunedì mattina (ieri), per completare la gara manca solamente una giornata (in apertura foto Arne Mill). La coppia azzurra arrivava con il secondo posto in classifica, il morale è alto e la consapevolezza nei propri mezzi anche. 

«Stiamo bene – racconta Viviani – oggi (ieri per chi legge, ndr) c’è la parte finale di questa Sei Giorni, correremo in serata e finiremo verso mezzanotte. Arriviamo come secondi, anche se al termine della giornata più dura eravamo riusciti a conquistare il primo posto. Questa sera le prove saranno impegnative, quella che giocherà un ruolo chiave sarà un’americana da quattro ore, a sfinimento. Siamo tre coppie che si giocano la vittoria, quindi il podio è abbastanza certo, gli altri sono abbastanza lontani».

La Sei Giorni di Brema ha preso il via venerdì 10 gennaio (foto Arne Mill)
La Sei Giorni di Brema ha preso il via venerdì 10 gennaio (foto Arne Mill)

Competitivi

Viviani e Consonni sono arrivati a Brema pronti a gareggiare ad alti livelli. L’appuntamento principe della prima parte di questa stagione su pista saranno gli europei, che si correranno tra un mese esatto a Zolder. 

«Mi aspettavo di essere già competitivo qui in Germania – dice anche Viviani – il primo giorno è sempre uno shock però superato quello si entra a regime. La pista di Brema è corta, quindi bisogna prendere le misure con i rapporti e con l’agilità. A Montichiari, in questi mesi di preparazione, non ho lavorato molto con Simone (Consonni, ndr) ma l’affiatamento tra noi è forte. La grande differenza la fa sempre il primo giorno, superato quello si va avanti».

Elia Viviani e Simone Consonni godono di un grande affiatamento in pista (foto Arne Mill)
Elia Viviani e Simone Consonni godono di un grande affiatamento in pista (foto Arne Mill)
Cosa vuol dire correre su una pista corta come questa?

Che bisogna avere gambe ma anche le giuste tempistiche. Le prove sono tutte impegnative, nella giornata più corta abbiamo fatto 85 chilometri, in quella più lunga ben 140. Sono tante ore, minimo due nella giornata meno impegnativa, a ritmi folli. Su una pista corta come questa si prendono subito le misure. Si utilizzano dei rapporti più leggeri, ora pedaliamo con un 58 sulla corona anteriore e 17 nel pignone posteriore.

Alte velocità e tanta agilità?

Le medie sono comunque elevate, stiamo parlando di 55/57 chilometri orari a serata. Con questi rapporti vuol dire girare a 120 pedalate al minuto

Ogni sera, mettendo insieme le diverse prove, i corridori percorrono tra gli 85 e i 140 chilometri (foto Arne Mill)
Ogni sera, mettendo insieme le diverse prove, i corridori percorrono tra gli 85 e i 140 chilometri (foto Arne Mill)
Vi siete preparati in maniera particolare per questa Sei Giorni?

Su strada si fa sempre tanto fondo. Insieme a Marco Villa, nel classico ritiro in pista a Montichiari, abbiamo lavorato sempre allo stesso modo. L’unica differenza è stata nel dietro moto dove abbiamo alleggerito il rapporto di un dente per aumentare le pedalate al minuto. In genere su pista si gira tra le 105 e le 110 pedalate al minuto. 

Appena finito l’impegno di Brema mancherà meno di un mese agli europei su pista, come li preparerai?

Andrò a correre ancora sul parquet. Sarò a una gara di classe .1 ad Anadia il 25 e il 26 gennaio. Poi dovrei andare alla Sei Giorni di Berlino, che si correrà il fine settimana tra il 31 gennaio e l’1 febbraio. 

Viviani sta preparando gli europei su pista di Zolder, dove correrà nell’eliminazione
Viviani sta preparando gli europei su pista di Zolder, dove correrà nell’eliminazione
Che europeo sarà visto che molti dei protagonisti della pista non ci saranno?

Nella preparazione a Montichiari capiremo bene come agire. Il cittì Marco Villa sicuramente guarderà al futuro e lancerà un quartetto giovane. A mio modo di vedere non andiamo con tante ambizioni di medaglia, anche se poi abbiamo corridori in grado di fare buone prestazioni. Sarà un europeo rivolto al futuro, e con questo intendo a Los Angeles 2028, ovvero la prossima Olimpiade. 

Tu sarai uno dei riferimenti di questo gruppo…

Sì, ma non ci sono soltanto io. Abbiamo anche Lamon e Scartezzini come punti saldi. Se pensiamo al quartetto questo è in mano a Lamon, sia per il suo ruolo in gara che per la gestione del gruppo. Quando si parla di Olimpiadi bisogna guardare al quartetto, all’omnium e all’americana. Il primo come detto è in buone mani con Lamon. Mentre per l’omnium il riferimento sarà Simone (Consonni, ndr) lui a Los Angeles vorrà esserci e raccoglierà il mio testimone. 

L’ultima corsa su strada in maglia Ineos è stata la CRO Race a ottobre del 2024
L’ultima corsa su strada in maglia Ineos è stata la CRO Race a ottobre del 2024
Il quartetto rimarrà la disciplina di punta?  

Sì, ma allo stesso tempo quando si riparte bisogna farlo dalle basi della tecnica. Quindi saranno importanti tutte le discipline come lo scratch, l’eliminazione, l’omnium e la madison. Corse che insegnano a stare in pista e muoversi sul parquet. Magari all’inizio non va tutto bene, ma sono passaggi utili per crescere e prendere la mano con questa disciplina. 

Quali discipline correrai agli europei?

Avrò la conferma a breve, ma dovrei fare l’eliminazione. Poi mi piacerebbe disputare la corsa a punti, ma decideremo insieme a Marco Villa. Certo che sarebbe bello farla, non essendo prova olimpica non ci sono molti momenti in cui mettersi alla prova in questa gara. 

Una volta finite le vacanze ha partecipato, come ogni anno, all’evento Beking Monaco (foto Instagram)
Una volta finite le vacanze ha partecipato, come ogni anno, all’evento Beking Monaco (foto Instagram)
Com’è stato il tuo inverno, vista anche la scadenza del contratto e l’addio alla Ineos?

Uguale a tutti gli altri. Mi sto allenando come tutti gli anni, ho fatto uno stacco di tre settimane, sono andato in vacanza con Elena (Cecchini, ndr) e ho ripreso a pedalare a Monaco. Ci sono delle cose che si stanno evolvendo, comunque sono pronto per correre. 

La tua preparazione non ne ha risentito quindi?

Assolutamente no. Comunque avrei fatto lo stesso programma di gare su pista e la stessa preparazione. Ora appena rientrerò da Brema farò un po’ di allenamenti su strada per non perdere il volume fatto in precedenza. L’avvicinamento agli europei prenderà la svolta decisiva negli ultimi dieci giorni. Una volta tornato da Berlino (che dovrebbe essere l’ultima gara prima della prova continentale, ndr) farò specializzazione in pista con allenamenti sul ritmo gara, studio dei rapporti e tutto il resto.  

De Vylder, è tutto vero: l’oro scaccia il fantasma di Parigi

27.10.2024
5 min
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Lindsay De Vylder non ha mai vinto una corsa su strada. Ha 29 anni e dopo le categorie giovanili nella Quick Step continental, ha indossato e non ha più dismesso la maglia del Team Flanders-Baloise. Eppure per lui la strada non è mai stato un obiettivo e tantomeno un cruccio. Questo perché il corridore belga di Wetteren, comune belga subito fuori Gand, ha sempre ribadito il fatto di essere un pistard. E forse per questo, quando ai mondiali di Ballerup ha conquistato la maglia iridata dell’omnium davanti a Consonni, è parso prima incredulo e poi è scoppiato in lacrime.

Gli ultimi mesi non erano stati facili per lui. Era andato alle Olimpiadi per una medaglia e ne era uscito con un malinconico undicesimo posto. Non si sa se per il carico mediatico crescente o altro, le ultime Olimpiadi sono state un boccone più faticoso del solito da masticare, mandare giù e poi digerire. Tutti, ma proprio tutti, hanno avuto un complicato periodo di decompressione. Per De Vylder è stato ancora più difficile perché vissuto con il senso di aver fallito.

«Quel giorno è andato tutto storto – ha raccontato dopo la vittoria iridata – nonostante mi fossi impegnato tanto per raggiungere l’obiettivo. Avevo persino lavorato con uno psicologo dello sport per gestire meglio lo stress. Ci si è messa anche l’allergia ai pollini di cui soffro sempre ad agosto, per la quale ho cercato per anni tutti i medici possibili. Ma non voglio trovare responsabilità al di fuori di me stesso. Ho fallito e, ancora una volta, la mia autostima ha subito una gigantesca ammaccatura. Ora quella fiducia l’ho recuperata».

La madison di Parigi è stata amara per De Vylder e Van den Bossche: solo l’11° posto
La madison di Parigi è stata amara per De Vylder e Van den Bossche: solo l’11° posto

Le grandi promesse

La pista, si diceva. Quasi tutti i protagonisti dei velodromi hanno una doppia vita: su strada e su pista. Alcuni riescono a brillare in entrambe, come Viviani, Ganna, Milan o Consonni. Come Morkov e anche Oliveira. Altri invece su strada si allenano e allenandosi mettono insieme anche una carriera da stradisti. De Vylder non lo ha mai contemplato ed è anche difficile capire come mai, dato che in Belgio la pista è importante, ma la strada è una religione. Per lui non è mai stato così, forse perché le vittorie da giovane in pista inducevano a sperare in una carriera differente.

Prima il titolo europeo dell’omnium juniores ad Anadia 2013. Poi quello della madison U23 nel 2017, ugualmente in Portogallo. Qualche successo in tappe della Nations’ Cup. L’argento della madison agli europei di Grenchen del 2023, ma tutto sommato il senso del nuovo talento in arrivo si è andato affievolendo con il passare degli anni. Nulla sembrava funzionare per come sembrava scritto. Tanto che dopo un po’ e sommando le varie osservazioni, si è diffusa la convinzione che il problema non siano mai state le sue gambe, quanto la testa. Era scritto che De Vylder avesse i mezzi per un mondiale, non era così scontato che riuscisse a gestire le attese. E questo a Parigi lo ha fatto sprofondare al punto più basso della carriera.

Al via della 4ª tappa del Giro del Belgio, con Waerenskjold, Philipsen e Vacek c’è anche De Vylder
Al via della 4ª tappa del Giro del Belgio, con Waerenskjold, Philipsen e Vacek c’è anche De Vylder

La svolta di Ballerup

A Ballerup qualcosa è cambiato. Nella prima parte dell’omnium, De Vylder è parso ancora esitante. Poi come in una lenta risalita, il belga è arrivato all’ultima corsa a punti con il morale, le gambe e la convinzione di poter riaprire e subito chiudere il discorso.

«Domenica ho corso anche la madison – ha raccontato – che era il mio obiettivo principale ed è arrivato l’argento. Sapevo che mi aspettava in fondo ai mondiali, così per l’omnium sono riuscito a non far salire troppo la tensione. L’obiettivo era un altro, prima si trattava di fare bene, ma senza il peso di troppe attese. E alla fine ha funzionato e con mia grande sorpresa, ce l’ho fatta. Ho iniziato la corsa a punti in una buona posizione di partenza, il quinto posto. Con molti corridori vicino a me e piccole differenze. Sapevo che era impossibile per il leader tenere d’occhio tutti. Quindi ho attaccato: il mio allenatore mi ha detto di provarci e gli ho dato ascolto. Ci credete che non osavo fidarmi del tabellone? Mi sorprendo di aver vinto e ci sono riuscito perché per una volta tanto ho avuto il coraggio di osare. Dopo Parigi, non avevo più fiducia in me stesso. Chiamatela paura di fallire, vergogna, tutto. Mi sentivo quasi in colpa perché avrei dovuto correre io questo omnium e avrei fallito di nuovo. Invece guardate come è andata a finire…».

La ferita guarita

Per questo ha abbracciato a lungo il cittì De Ketele e chissà che ora la sua carriera non abbia trovato la svolta in cui ha sempre sperato. Mentre lo speaker di Ballerup continuava a chiamare il suo nome, De Vylder continuava a guardarsi intorno incredulo, mentre nel box azzurro Consonni probabilmente avrebbe preferito che il suo risveglio non fosse venuto quel giorno. E’ una delle tante storie del ciclismo. Quelle da cui si capisce che le gambe contano, ma la vera differenza si fa con la testa.

«Naturalmente ho di nuovo fiducia in me stesso – dice – ma resta un peccato il modo in cui sono finite le Olimpiadi. Questo oro guarirà la mia ferita».

Il Consonni di Alice Algisi, una moglie da medaglia olimpica

25.10.2024
6 min
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Una famosa frase attribuita alla scrittrice britannica Virginia Woolf recita che “dietro ad ogni grande uomo c’è una grande donna”. Ed anche ex ciclista nel caso specifico di Alice Algisi che vive in primissima battuta da tanti anni la professione di suo marito Simone Consonni.

Lo scorso 20 ottobre – il giorno dopo l’argento iridato nell’omnium di Simone – hanno festeggiato il primo anniversario di matrimonio, uno dei tanti traguardi importanti che hanno tagliato assieme in quindici anni di relazione. E assieme sono cresciuti sia in bici che nella vita quotidiana, col ruolo di Algisi, a tratti gregaria, a tratti capitana, che è diventato fondamentale per equilibrare tutto. Nella loro vita di coppia non c’è solo la spesa da fare o scegliere un mobile per la casa o un film da vedere, ma anche saper gestire vittorie e sconfitte sportive con i relativi umori. Alice sa il fatto suo e ne abbiamo parlato proprio con lei, per capire come affronta le stagioni sempre più intense di suo marito.

Algisi è stata elite dal 2012 al 2015. Il suo passato da ciclista la avvantaggia nel capire Simone, ma sa avere anche una visione esterna (foto Selva)
Algisi è stata elite dal 2012 al 2015. Il suo passato da ciclista la avvantaggia nel capire Simone, ma sa avere anche una visione esterna (foto Selva)
Com’è stata l’annata di Simone vista da sua moglie?

C’erano almeno cinque macro obiettivi a cui puntava. Europei in pista, Giro d’Italia, Olimpiade, europei su strada ed infine i mondiali in pista. Diciamo che è stata soprattutto una lunga estate, molto tosta. Dopo il Giro non ha staccato molto perché è partito per il ritiro in altura per Parigi. Non ci siamo visti molto a casa come altri anni, però lo sapevamo già e non è stato un grande problema. Adesso finalmente possiamo pensare alle vacanze. Faremo New York, Florida e poi un soggiorno mare ai Caraibi. Partiremo il 29 ottobre, appena Simone rientrerà dalla Tre Giorni di Londra in pista che farà con Elia (Viviani, ndr) da stasera a domenica.

E’ stata quindi una stagione pesante anche per te?

Questa è una stagione che non finisce mai (risponde ridendo, ndr), ma il ciclismo mi piace e mi piace stare al fianco di Simone mentre prepara i suoi appuntamenti oppure guardare le gare assieme a casa. Quest’anno ha cominciato presto a correre, già ad inizio gennaio, con risultati importanti. Bronzo col quartetto agli europei in pista. Uguale a Parigi oltre all’argento nella madison. Ed infine l’argento di Ballerup la settimana scorsa. Sono medaglie che valgono tanto contestualizzando il momento in cui le ha conquistate. Senza contare le vittorie ottenute guidando Jonny (Milan, ndr). Insomma, stagione lunga, ma piacevole da vivere anche per me.

Alice era presente ai mondiali in pista di Ballerup. Ha gioito da vicino per l’argento di Simone e il record di Milan
Il tuo trascorso da ciclista ti aiuta a comprendere meglio le complessità del lavoro di Simone?

Non so se sono più preparata rispetto ad un’altra moglie che non ha mai corso in bici. Come esempio noi vediamo Elia ed Elena (Viviani e Cecchini, ndr) che si capiscono tanto. Sicuramente parto avvantaggiata perché riesco ad immedesimarmi prima o meglio, anche se io ho smesso nel 2015, ormai tanto tempo fa. Tuttavia secondo me non c’è tanta differenza. Per me dipende sempre dal rapporto che hai con tuo marito o compagno. Ci sono pro e contro in una relazione come la nostra.

Quali sono?

Simone ed io ci conosciamo fin da quando correvamo nelle categorie giovanile e stiamo insieme dal 2010, ormai tanto tempo anche in questo caso (sorride, ndr). Fra di noi c’è complicità e intesa. Si può anche non parlare sempre di bici, basta avere regole. E’ vero che stiamo tanto tempo lontani, ma penso comunque che ci siano più aspetti positivi che negativi.

Consonni è l’ultimo uomo di Milan. Tante vittorie quest’anno assieme, ma dietro c’è un grande lavoro psico-fisico
Consonni è l’ultimo uomo di Milan. Tante vittorie quest’anno assieme, ma dietro c’è un grande lavoro psico-fisico
Immaginiamo che tu soffra o gioisca con lui. Come ti regoli in queste circostanze?

Come dicevo prima, siamo una coppia nella vita di tutti i giorni e so quando devo motivare Simone o lasciarlo fare da solo nei momenti più difficili. Oppure prima di un grande evento. Lui è una macchina da guerra quando si prepara per un appuntamento. Ci arriva pronto, ma un mese prima tende a non essere più tale e inizia ad agitarsi. Ad esempio prima del Giro, in cui si sentiva responsabile delle volate di Milan, è stato così. Dopo le prime volate vinte non ci ha più pensato ed è tornato ad essere consapevole di sé. Uguale per le Olimpiadi. Appena inizia la gara Simone si trasforma, per fortuna.

E tu cosa gli dici in quei momenti?

Partiamo dal presupposto che anche a me viene l’ansia seguendo i suoi avvicinamenti, ma avendo già vissuto quelle situazioni in passato adesso lo lascio sfogare da solo. Può sembrare che non mi interessi, mentre invece so che a Simone basta poco per rendersi conto dei suoi mezzi. E’ vero anche però che ogni tanto ha bisogno di una spinta morale, se non addirittura di una piccola sfuriata da parte mia (ride, ndr). A Bergamo si dice “rampare fuori dalla crisi” ed io cerco di supportarlo e sopportarlo in questo. Lui si fida delle persone che reputa i suoi pilastri come posso essere io, il suo allenatore o il suo procuratore e quindi capisce il nostro intento.

Lo hai visto cambiato in questi anni sotto questo punto di vista?

Assolutamente sì e tanto. Nelle interviste lo vedo più sicuro. Oppure come per l’omnium al mondiale. Anni fa avrebbe detto “vediamo come va”, invece stavolta era convinto di poter andare a medaglia. Non voglio prendermi meriti, ma gli avevo consigliato di iniziare un percorso con un mental coach per avere quella maggiore consapevolezza di cui parlavo prima. Io gli ho sempre detto e glielo dico ancora ciò che penso rispettando i suoi tempi e i suoi stati d’animo, ma era giusto che avesse i pareri di un professionista esterno.

Simone e Alice si conoscono fin dalle categorie giovanili. Intesa e complicità sono sempre stati alla base del loro rapporto
Simone e Alice si conoscono fin dalle categorie giovanili. Intesa e complicità sono sempre stati alla base del loro rapporto
Dopo l’europeo su strada in Limburgo, come ha vissuto quel momento Alice Algisi con suo marito?

Quello è stato il punto più basso della stagione. Simone era molto deluso e ne ha sofferto quando è tornato a casa. Era sconfortato più per Jonny che per sé. Avendo accumulato tanta pressione durante la stagione, si sentiva responsabile per lui. Come lo pensava per il quartetto a Parigi. In molti sono stati poco teneri nei suoi confronti e di Milan tra giornalisti e commenti sui social. Personalmente ho imparato a non leggere più certe cose o quanto meno a leggere e considerare solo ciò che ritengo detto con cognizione di causa da gente per me credibile. Per Simone però ero preoccupata per il contraccolpo psicologico visto che c’erano ancora tante gare in cui fare bene.

Eri riuscita a parlargli subito?

No, ho dovuto aspettare che non fosse di fretta. Gli ho detto che doveva fregarsene di quello che diceva la gente e che doveva azzerare tutto. Gli ho ricordato che non era certo quella volata non riuscita che abbassava il suo valore. Sono cose che capitano. Rispetto ad altri sport, il ciclismo è bello perché ti dà subito una possibilità per rimediare anche se hai fallito un obiettivo importante. E infatti sia lui che Milan sono andati ai mondiali in pista in Danimarca riscattandosi alla grande. Ero presente anch’io ed è stato bellissimo vedere l’oro con record del mondo di Jonny e l’argento di Simone nell’omnium. Perché da moglie ed ex ciclista so perfettamente tutto quello che c’è dietro.

Un soffio fra l’argento e l’oro: il giorno dopo di Consonni

20.10.2024
6 min
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Il giorno dopo ha la pacatezza dell’adrenalina che si è depositata sul fondo e aspetta semmai di tornare su. Per Simone Consonni quest’ultima giornata dei mondiali pista di Ballerup (Copenhagen) significa dover ancora affrontare la madison con Elia Viviani, che ha appena colto l’argento nell’eliminazione. Ieri l’argento dell’omnium ha spalancato una finestra sul futuro della specialità che finora è stata appannaggio del veronese. I trent’anni di oggi, compiuti il 12 settembre, saranno 34 a Los Angeles 2028 e potrebbero consentirgli di puntare a un ultimo grande obiettivo su pista.

Nonostante si celebrino più spesso gli altri, nella sua bacheca brillano un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi. Un mondiale nel quartetto più altre nove medaglie fra argento e bronzo. Due titoli europei e otto medaglie fra argento e bronzo. Uno forte, niente da dire. Uno forte che non se la tira neanche un po’.

Simone è ancora in hotel, mentre si sta preparando per andare in pista. Ieri su Instagram sua moglie Alice ha scritto un post che la diceva lunga sulla tensione con cui dagli spalti si è vissuta la rincorsa alla medaglia: «Non so chi era più finito dopo 8h in pista… (forse io). Che dirti… Non c’è molto da dire, ti conosco troppo bene e so che appena passato il traguardo e guardato il tabellone hai avuto un momento di sconforto, avrai pensato a quella maglia lì sempre così vicina ma che pare veramente irraggiungibile, ma io sono sicura che tutto può arrivare per qualcuno che si impegna e ci prova come te!».

Questo argento nell’omnium può essere davvero un bel progetto su cui ragionare?

L’omnium mi è sempre piaciuto e quando non c’era Elia ho tirato fuori delle buone cose. Ai mondiali di Apeldoorn nel 2018 ho vinto il bronzo. Agli europei di Monaco e poi a Grenchen l’anno scorso ho preso l’argento, per giunta dietro Ben Thomas, che sappiamo tutti quanto valga. E quindi mi dico: «Perché no?». Non voglio non voglio pormi limiti, altrimenti perdi di sicuro. Voglio godermi tappa per tappa e cercare di fare il massimo possibile per me stesso. Insomma, si parla tanto di ricambio generazionale, ma finché riesco a portare la medaglia, vuole dire che posso andare avanti. Penso che alla fine uno che porta medaglie lo schieri anche se ha 50 anni.

Consonni era partito per vincere ed è stato in testa all’omnium, poi De Vylder ha azzeccato la mossa giusta
Consonni era partito per vincere ed è stato in testa all’omnium, poi De Vylder ha azzeccato la mossa giusta
Piano buttarsi giù, non sei fra i pensionabili…

No, però sono ormai nella metà… alta. Dopo Scartezzini e Viviani, arrivo io. Però vi ripeto: la carta d’identità non è un limite. Anzi magari, per come si è visto in questi ultimi tempi, per l’omnium e come si corre, serve esperienza. Ma io sono convinto che, indipendentemente che uno abbia 19 anni o 39, se porta medaglie e fa le prestazioni, l’età non conta.

Il mondiale dopo le Olimpiadi. Alcuni hanno rinunciato alla pista, è stato difficile tenere la concentrazione?

E’ stato facile! Mi diverto quando vado in giro con questo gruppo. Passatemi il termine: mi sembra di essere in vacanza. Non mi pesa minimamente, quindi ho voluto esserci. Ho parlato con Marco Villa della possibilità di concentrarmi bene sull’omnium perché volevo vincere questa maglia, che mi manca da singolo. Ho vinto medaglie olimpiche e mondiali nel quartetto o nella madison, sono sempre salito in compagnia di qualcun altro. Nella mia testa ora c’è la voglia di far vedere che posso conquistare una maglia iridata da me. Non tanto per farlo vedere agli altri o per dimostrare chissà cosa. E’ una cosa che voglio, cui tengo per me stesso.

Consonni in mezzo alle donne della sua vita: la moglie Alice, sua mamma Michela e la sorella Chiara
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Volevi vincere, il belga è stato più forte. Come è andata?

Nell’omnium, adesso come adesso, le gambe sono vicine per tutti. Nella corsa a punti, De Vylder è partito a 20 punti da me, quindi era il meno curato. In questa specialità si dice che forse è meglio partire un tantino indietro e cercare la fortuna così è stato. Lui è stato forte e bravo a cogliere le occasioni e si è meritato un bell’omnium, veramente incerto e chiuso.

Chiuso?

Si parlava anche con i ragazzi del fatto che solitamente il mondiale dopo l’Olimpiade è sempre un po’ più aperto, più tranquillo, vengono tutti un po’ più scarichi. Invece sia nei quartetti per i primi due posti, sia nell’inseguimento individuale si sono visti tempi da far paura. E’ stata una roba impressionante, quasi… schifosa, passatemi il termine anche in questo caso. La verità è che nelle varie prove, devi andare sempre forte uguale. Per questo dico che l’omnium è stato chiuso, perché eravamo molto vicini tra noi. Quindi è stato un peccato, perché per come si era messo, ci credevo.

Se davvero la pista non ti pesa, si può dire che questo sia il posto in cui Simone può venir fuori per sé, mentre su strada il ruolo ormai è un altro?

Sì, dai, si può dire. Nel ciclismo di oggi anche quello che sto ricoprendo su strada è un ruolo importante, mi piace quello che faccio. Mi piace aver trovato nuovi stimoli e per questo dico che il 2024 è stato una stagione positiva. Manca ancora una corsa per la quale partiamo senza stress. L’obiettivo è sempre far bene. L’omnium ieri è stato abbastanza faticoso, dopo le fatiche del quartetto. Partiamo senza stress con il tiro puntato in alto. Quindi andrò a Londra con Elia la prossima settimana e poi, ragazzi, poi finalmente si va in vacanza…

Da mercoledì mondiali su pista. Villa riparte, non da zero…

15.10.2024
4 min
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Quella che scatta mercoledì a Ballerup in Danimarca è un’edizione dei mondiali su pista abbastanza particolare. Intanto perché ha un programma di gare piuttosto ristretto, contenendo tutti i titoli in soli 5 giorni. Poi perché arriva al termine di una stagione che definire stressante è dire poco, con l’appuntamento olimpico che ha catalizzato ogni sforzo. Dalla Danimarca si riparte, con il mirino puntato verso Los Angeles 2028 e il cittì Villa lo sa bene.

L’impianto danese di Ballerup che ospiterà le gare iridate dal 16 al 20 ottobre
L’impianto danese di Ballerup che ospiterà le gare iridate dal 16 al 20 ottobre

Il tecnico pluriosannato per i suoi successi continui in sede olimpica riparte per un’avventura diversa rispetto a quella appena conclusa: «Sapevamo dall’inizio della stagione che c’era questo appuntamento, per me ha un senso come per la strada ci sono le classiche italiane come il Lombardia o le corse cinesi. Abbiamo preparato quest’appuntamento come facciamo sempre, a Montichiari con i ragazzi che sanno bene come sia l’inizio di un lungo cammino».

Che mondiali ti aspetti?

Un appuntamento che ha un valore, proprio perché per noi come per gli altri significa iniziare un percorso con un obiettivo lontano nel tempo. Per ora di Los Angeles non sappiamo nulla, neanche quale sarà il cammino di qualificazione e quando inizierà, quindi questi primi anni serviranno per far crescere i giovani, per rinnovare le squadre. Proprio quel che nel quadriennio precedente, accorciato per il Covid, è mancato. Molti protagonisti di Parigi hanno mollato, altri hanno scelto programmi diversi, noi possiamo dare spazio a chi ha tanto lavorato in sede di qualificazione olimpica non trovando poi spazio e a quei giovani che possono acquisire esperienza correndo con i big.

Jonathan Milan affronterà l’inseguimento individuale, dove vanta due titoli europei
Jonathan Milan affronterà l’inseguimento individuale, dove vanta due titoli europei
I protagonisti di Parigi ci saranno? Ganna ha già detto di voler mettere la pista un po’ da parte…

Filippo aveva già chiarito a inizio stagione come i mondiali non facessero parte dei suoi programmi. Si concentrerà sulla strada, ma siamo già d’accordo che quando si ricomincerà a parlare di Olimpiadi riaffronteremo il discorso. Milan ha chiesto di non partecipare al quartetto e concentrarsi sull’inseguimento individuale. Consonni farà l’omnium e la madison, Viviani le prove endurance non olimpiche come scratch, mentre l’eliminazione è lo stesso giorno della madison, vedremo come gestirci. Quindi daremo spazio nel quartetto a chi ha fatto le qualificazioni e tutto il percorso olimpico rimanendo poi fuori, come Boscolo, Galli, introdurremo Favero che ho visto molto bene in allenamento e altri giovani che inizieranno il loro cammino al massimo livello.

Il quartetto sarà rinnovato, permettendo a molti giovani di fare esperienza
Il quartetto sarà rinnovato, permettendo a molti giovani di fare esperienza
E fra le ragazze?

Fra loro ci saranno quasi tutte le reduci di Parigi, anche se la Guazzini l’ho vista molto stanca mentre non ci sarà la Balsamo con cui ho parlato a lungo. Elisa vuole cancellare l’esperienza di Parigi e ripartire direttamente nel 2025. Le altre ci saranno tutte con l’inserimento della Venturelli che torna alle gare dopo l’infortunio di luglio. Per lei non sarà facile, ma sarà utilissimo, è stato un vero peccato quell’infortunio molto più complicato del previsto. Non è certo al massimo, ma già essere nel gruppo le servirà.

Con Parigi alle spalle, un altro cammino che inizia è quello del settore velocità al quale ora si cominciano a chiedere passi in avanti…

E’ vero, puntiamo molto sui ragazzi di Quaranta. Parigi è arrivata troppo presto per il gruppo che è il più giovane del lotto internazionale, ora ci sarà anche la possibilità di inserire nuovi elementi come l’iridato junior Del Medico, il che comporterà concorrenza interna che favorirà ulteriori progressi. Hanno 4 anni davanti, ma soprattutto queste prime rassegne internazionali saranno importanti per cercare nuovi spazi sfruttando le assenze altrui. I risultati andranno presi con le pinze, è chiaro, ma devono fare il salto di qualità e su questo anche Amadio nella riunione con i ragazzi è stato chiaro, dando il giusto sprone per crescere.

Elisa Balsamo ha scelto di non esserci, tornerà su pista il prossimo anno
Elisa Balsamo ha scelto di non esserci, tornerà su pista il prossimo anno
Tu come affronti questa trasferta? Il quadriennio olimpico sta per scadere, sono in vista le elezioni e quindi tutto è in ballo come ogni 4 anni…

Io sono sempre tranquillo. Dopo Rio 2016 avevamo una medaglia, dopo Tokyo 2, ora veniamo da 3 medaglie olimpiche. Parlano i risultati, superiori a quelli del passato, ma se ero tranquillo allora, devo a maggior ragione esserlo adesso. E non parlo solo degli elite, a livello giovanile raccogliamo allori ogni anno, significa che abbiamo costruito un modello virtuoso di ricambio generazionale continuo. La possibilità di lavorare bene e fare ancora meglio c’è, poi vedremo quel che sarà.