Tadej Pogacar e Wout Van Aert, Roubaix 2026

Ehi Moreno, l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Tadej?

16.04.2026
6 min
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Una Parigi-Roubaix così continua a tenere banco. Sono tanti i temi sollevati dall’Inferno del Nord: il ritorno di Van Aert, gli spunti tecnici, l’appeal in Belgio, le vecchie regole che restano valide. Ma c’è anche un’analisi più tattica.

Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?

Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?

Secondo me l’ha persa Van der Poel.

Partiamo col botto…

Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.

E Van Aert?

Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.

All’inizio hai citato anche Van der Poel…

Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.

Il primo inconveniente tecnico di Van Aert ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Forse più un pasticcio della Alpecin-Premier Tech

Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…

Resta il però…

In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.

Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…

Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.

Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?

No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?

Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!

Perché, dicci un po’?

Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.

In effetti è stato toccante…

Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.

Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?

Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.

Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?

Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.

E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…

Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.

Visma senza più Yates, cosa cambia? Il commento di Moreno Moser

16.01.2026
5 min
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Il ritiro di Simon Yates è stato un bel colpo per la Visma–Lease a Bike. Il suo addio fa sì che i gialloneri non perdano solo un uomo importante, che poteva essere leader da solo, ma anche un enorme gregario per Jonas Vingegaard. La foto in apertura (foto Instagram -Visma Lease a Bike) è stata scattata a pochissimi giorni dal ritiro di Yates. Era dicembre e in quello scatto c’erano i leader del team… anche Simon, tutto a destra. D’ora in poi ne mancherà uno.

Da qui molti interrogativi: il ritiro di Yates indurrà il team a rivedere i piani? Non potendo più fare grosse rotazioni, con che squadra verrà al Giro d’Italia pensando che poi c’è anche il Tour? E quale treno per Jonas in salita? Non che siano pochi: Kuss, Jorgenson, Kruijswijk, Kelderman, il quale però non è più lo stesso di qualche anno fa, ma non sono neanche tantissimi.
Tutte domande a cui in parte hanno risposto gli stessi tecnici della Visma in questi giorni di media day in Spagna e che abbiamo sottoposto al commento, sempre molto acuto, di Moreno Moser.

In Visma, e lo ha detto anche Vingegaard, si è parlato di esaurimento: ma forse dopo la conquista del Giro Simon Yates, a 34 anni, si sentiva appagato (foto La Presse)
In Visma, e lo ha detto anche Vingegaard, si è parlato di esaurimento: ma forse dopo la conquista del Giro Simon Yates, a 34 anni, si sentiva appagato (foto La Presse)

Visma spiazzata

Lo hanno sottolineato in questi giorni gli stessi dirigenti della squadra olandese. Partiamo dalle parole di Grischa Niermann, uno dei direttori sportivi. «Simon è irrimpiazzabile. Primo, perché al momento non possiamo sostituirlo nemmeno volendo visto che il ciclomercato è chiuso. E sinceramente non vedo chi possa essere come lui. Secondo, perché non credo si possa rimpiazzare Simon Yates come atleta e uomo squadra. Apparentemente non c’erano segnali del suo ritiro, ma durante il periodo natalizio è venuto da noi dicendo che voleva chiudere la sua carriera».

«Prima di tutto – dice Moser – lasciatemi dire la mia sul fatto che abbia lasciato e sulle critiche sui social, che non condivido, da parte del pubblico e persino di alcuni giornalisti che hanno speculato negativamente sulle ragioni del ritiro, suggerendo dubbi o problemi nascosti.

«Io invece, quando ho letto la notizia, l’ho apprezzato. Per me Yates a settembre-ottobre neanche ci pensava, poi quando ha ripreso ad allenarsi ha capito che qualcosa non andava più, che non c’erano gli stimoli necessari. Ha 13 anni di carriera da professionista, tutti tra l’altro con un ottimo stipendio. Sa che una stagione così non la rifarà più… e ha detto basta. Quindi, come dicevo, ho apprezzato questo coraggio di dire basta nel momento migliore. E sono contento per lui se ha scelto di fermarsi sentendosi sereno».

Kuss sarà ancora il punto fermo per Vingegaard…
Kuss sarà ancora il punto fermo per Vingegaard…

Come cambiano i programmi

E poi subentrano i discorsi tecnici. Quante cosa hanno dovuto rivedere in casa Visma-Lease a Bike. «Yates – ha detto Niermann – era nei nostri programmi in molte corse, programmi che sapeva sin da settembre. E alla Parigi-Nizza era addirittura il nostro leader. Questo ci costringe a rivedere molte cose». E qui emerge il vero dilemma: Yates non era solo un gregario, ma anche un leader.

«Dico che per Vingegaard la sua perdita è un bel problema – commenta Moser – la partenza di Yates indebolisce notevolmente la Visma. Mettiamoci che già non era più la “corazzata” di qualche anno fa, soprattutto per quanto riguarda gli uomini di salita. Questo inciderà sui piani e sulle formazioni. Per di più quest’anno verranno al Giro d’Italia con l’intento di vincerlo, quindi dovranno centellinare bene gli uomini. Alla peggio, nelle altre stagioni, sarebbero venuti in Italia con una squadra un po’ così e avrebbero fatto all in sul Tour. Stavolta non possono farlo. Di certo, mi immagino, ci sarà Kuss. Lui diventa davvero fondamentale».

Chiaramente il confronto con Red Bull–Bora e, ancora di più, con UAE Emirates, è svantaggioso per la Visma: loro hanno quantità e qualità. Pensateci: Lipowitz, Roglic, Evenepoel, Pellizzari, Hindley, Vlasov per i “tori rossi”. Pogacar, Almeida, Del Toro, Adam Yates, Torres, Sivakov, Vine… per gli emiratini.

«Come dicevo, infatti, è un bel problema. Vingegaard stesso ha detto che s’immaginava di essere al Giro con Simon vicino. Tra l’altro Jonas ha sì vinto la Vuelta l’anno scorso contro Almeida, ma non l’ha vinta facilmente. Se l’è dovuta sudare e, se vado ad analizzare i dati, Almeida è in crescita costante, mentre la curva di crescita di Vingegaard negli ultimi due anni non è altrettanto brillante. A lui la squadra serve. Non è Pogacar, che vincerebbe il Giro anche da solo… per dire».

Simon Yates, Piganzoli
Il ritiro anticipato di Yates può incidere sui programmi e sul progresso di Piganzoli, giovane neoacquisto della Visma (foto Instagram)
Simon Yates, Piganzoli
Il ritiro anticipato di Yates può incidere sui programmi e sul progresso di Piganzoli, giovane neoacquisto della Visma (foto Instagram)

Quali tattiche?

La Visma–Lease a Bike resta comunque un team enorme e di grande competenza e di certo sapranno come fare. Ma per la salita è chiaro che bisogna fare di nuovo quadrato attorno a Sepp Kuss (giusto ieri anche lui è stato ufficializzato per la corsa rosa) la garanzia e magari modificare i piani e le preparazioni di alcuni uomini come Kelderman o Kruijswijk.

La domanda che abbiamo rivolto a Moser è diretta: che tattiche ti aspetti? Cambierà qualcosa?
«Per me sì – ha replicato Moreno – dato l’indebolimento della squadra, già mi vedo una strategia difensiva, simile a quella vista alla Vuelta. Correranno al risparmio. Punteranno tutto sulla crono e magari su una tappa di montagna: due spot in cui concentreranno le energie. Una tattica meno aggressiva ma pragmatica. Certo, già sento le critiche: “Non attaccano”, “Aspettano sempre”. Ma sono quasi certo che andrà così».

E poi Moser rilancia con un tema molto intrigante. «E se l’uomo per la salita fosse Davide Piganzoli ? Magari lo hanno preso apposta, o comunque se lo ritrovano. Consideriamo che sono un grande team, che sa lavorare, che sa far migliorare gli atleti e che si basa molto sui numeri. Un Piganzoli proiettato per fare un certo lavoro ci potrebbe stare. Magari deve arrivare a metà salita, non deve correre con lo stress della classifica e per certi aspetti è più tranquillo, spenderebbe di meno.

«Le selezioni in Visma sono basate su test e pianificazioni a lungo termine, piuttosto che sulle sole prestazioni della corsa. In quei casi l’atleta si sente in dovere di dimostrare qualcosa e alla fine finisce per esaurirsi, anche solo per guadagnarsi un posto. In Visma invece questo non succede: se sanno che quell’atleta deve lavorare in un certo modo, loro battezzano quell’idea e vanno avanti».

Mathieu Van der Poel, Renewi Tour 2025

Van der Poel: potenza, misura e piccoli sprechi. Il punto di Moser

17.10.2025
5 min
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Mathieu Van der Poel è il grande assente di questo finale di stagione. Prima il Mondiale MTB, poi la polmonite e infine i percorsi troppo duri di mondiale ed europeo lo hanno portato a fermarsi anzitempo. Ed è mancato moltissimo, forse ancora di più, anche al Mondiale Gravel. VdP avrebbe corso in casa e da campione uscente.

Tempo fa, durante una diretta di Eurosport, Moreno Moser lo aveva chiamato in causa per analizzare il suo modo di correre. Abbiamo ripreso questo concetto proprio con lui, per approfondire gli aspetti tecnici e tattici che rendono unico l’asso della Alpecin-Deceuninck.

Moreno Moser, ex pro' oggi commentatore tecnico per Eurosport
Moreno Moser, ex pro’ e oggi commentatore tecnico per Eurosport (foto Instagram)
Moreno Moser, ex pro' oggi commentatore tecnico per Eurosport
Moreno Moser, ex pro’ e oggi commentatore tecnico per Eurosport (foto Instagram)
Moreno, facciamo un’analisi del modo di correre di Van der Poel: errori e punti di forza.

In realtà non penso che Van der Poel faccia degli errori. Anzi, credo sia uno dei corridori che ottimizza al meglio le proprie caratteristiche e il proprio motore.

Spiegati meglio…

Nel senso che mi sembra evidente come il suo motore sia un po’ più “delicato” rispetto a quello di Pogacar, ad esempio, che va forte tutti i giorni e recupera ogni volta che deve essere in forma. Van der Poel mi dà l’impressione di avere un motore più fragile: se esagera, poi salta per aria. Nelle corse a tappe fa una giornata buona ma non due di fila. E in salita fa davvero tanta fatica. Quei watt in più li paga cari, si vede proprio.

Questione strutturale o solo di peso?

Di caratteristiche. Lui vorrebbe anche, ma spesso spreca e poi salta per aria. Se vai a vedere, anche nelle giornate in cui va in fuga, alla fine cala sempre se ci sono salite lunghe o se ha spinto già da un po’. Difficilmente riesce a fare un grande finale dopo una giornata intensa. Mathieu è il classico esempio di corridore glicolitico: non ha la stessa capacità aerobica di Pogacar o degli scalatori, ma ha tantissima intensità e tante fibre bianche. Quando cala la disponibilità di zuccheri “pregiati”, la sua efficienza scende di colpo.

Nelle corse a tappe, soprattutto i Grandi Giri, VdP non riesce a recuperare del tutto. Per lui giorni in coda al gruppo sono vitali
Nelle corse a tappe, soprattutto i Grandi Giri, VdP non riesce a recuperare del tutto. Per lui giorni in coda al gruppo sono vitali
Hai parlato di salite: quali sono quelle limite per Van der Poel?

Quelle fino a 10 minuti. Oltre non lo vedi più. Ma se gli avversari sono Pogacar o Vingegaard, anche meno. Parliamo ovviamente di salite vere.

Tu dici che se tira o spreca tutto il giorno poi non fa grandi finali. Tuttavia abbiamo visto Fiandre o Roubaix vinte con una forza impressionante proprio nel finale. E quelle sono corse lunghe…

In una giornata secca sì, non ha problemi. Quando è in forma può fare quello che vuole. Io mi riferivo alle corse a tappe: lì è diverso. Nella giornata secca, invece, riesce a sfruttare al meglio il carico di carboidrati con cui parte. In quelle a tappe ha un deficit nel recupero.

Visto che parliamo di un corridore “massiccio”, quanto conta per lui oggi poter ingerire anche 120-130 grammi di carboidrati l’ora, rispetto magari a Pogacar?

Per lui è tanta roba. Conta moltissimo, ci guadagna più di uno scalatore come Tadej (che poi solo scalatore non è). Con i carboidrati i suoi muscoli riescono a esprimere un lavoro di alta qualità, perché la benzina che immette è di alta qualità. E con tutte quelle fibre bianche che ha lui… Attenzione però: parliamo di differenze minime, ma sono quelle che determinano un tipo di corridore o un altro.

Mathieu Van der Poel, Giro Italia 2022
Questa foto ci ricorda due cose: i tanti (troppi?) attacchi di VdP al Giro 2022. E la grande fatica che fa su salite lunghe
Mathieu Van der Poel, Giro Italia 2022
Questa foto ci ricorda due cose: i tanti (troppi?) attacchi di VdP al Giro 2022. E la grande fatica che fa su salite lunghe
Con l’occhio dell’ex corridore, Moreno, come giudichi i suoi attacchi? A volte qualche errore lo ha commesso, pensiamo al Giro 2022. Era sempre in fuga ma alla fine ha vinto una tappa sola. Tra l’altro la prima…

E’ vero quello che dite: potrebbe centellinare di più le energie certe volte, ma questo è il suo modo di correre. E’ chiaro che, spendendo tanto tutti i giorni, nei finali paga sempre. Specie se c’è una salitella, come spesso accade al Giro d’Italia. Però nel complesso quando attacca è un killer, anche in salita. Parlo di quelle brevi, come ho detto prima.

Chiaro…

Per esempio Wout Van Aert è più pesante di lui, ma in salita è più forte. Ciononostante Van der Poel ha qualcosa in più. Van Aert è più “ibrido”, ma quando deve vincere Mathieu ha sempre quel quid in più. Alla fine della stagione non ha sbagliato niente: ha vinto la Milano-Sanremo e la Roubaix, ha conquistato tappe e maglia gialla al Tour de France.

Moser esalta la facilità di guida su strada di Van der Poel. La stessa cosa ce la disse Marco Aurelio Fontana
Moser esalta la facilità di guida su strada di Van der Poel. La stessa cosa ce la disse Marco Aurelio Fontana
Stagione perfetta, ma con pochi giorni di corsa (41). Che ne pensi?

Forse sapeva che il mondiale era troppo duro e si è concentrato sulla mountain bike. Dopo ha fatto il Renewi Tour e poi ha avuto la polmonite che lo ha fermato. Condivido la frecciatina che ha lanciato di recente: «Mi fermo perché ho avuto una polmonite e devo recuperare, ma non so dove avrei potuto trovare motivazioni». In effetti, nella seconda parte di stagione, che corse c’erano per uno come lui? Io e “Greg” (Luca Gregorio di Eurosport, ndr) lo diciamo da tempo: com’è possibile che mondiale ed europeo siano così duri da escludere a priori corridori come Van der Poel, Pedersen e Van Aert?

Sin qui abbiamo cercato eventuali limiti di Van der Poel. C’è invece qualcosa che ti piace particolarmente di lui?

Mi piace che, quando sta bene, non ha paura e non prova timore reverenziale nei confronti di Pogacar. Va allo scontro muso a muso. Pensiamoci: l’unico che lo ha battuto su strada quest’anno è stato proprio Van der Poel. Mi piace che sappia essere così incisivo e deciso.

E dal punto di vista tecnico?

La cosa che mi impressiona di più è la facilità di guida. Chi è andato in bici lo capisce e lo nota subito. Neanche Pogacar ha quella scioltezza. Sa muoversi in gruppo, sa posizionarsi, sa imboccare le salite davanti. In questo Van der Poel è davvero unico.

Il ritorno di Pogacar in Canada: sorrisi e fame. L’analisi di Moser

18.09.2025
6 min
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Lo smartphone sul tavolo del ristorante, la pizza in arrivo, la compagna di fronte (immaginiamo la sua espressione) e il GP Cyclistique de Montréal da seguire… anche se non doveva commentarlo. Ebbene sì, Moreno Moser è riuscito in tutto ciò! Ma noi siamo contenti: primo perché questa è passione pura, secondo perché Moser è riuscito a vedere la corsa di Tadej Pogacar.

Con il suo occhio tecnico parliamo appunto del rientro del campione del mondo. Un rientro tanto atteso dopo il Tour de France. L’asso del UAE Team Emirates non gareggiava da 47 giorni.
Come è andata dunque la due giorni canadese di Pogacar? Che cosa ci hanno detto Quebec e Montreal?

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno, che ti è parso questo ritorno di Tadej nelle due corse canadesi?

Mi è parso alieno, come sempre. L’ho visto fare lo stesso percorso dell’anno scorso. Nel senso che anche l’anno scorso a Québec ha fatto un po’ fatica, ha attaccato sì, ma non era superiore. Quest’anno è uguale: che sia per una questione di fuso orario, che magari alla prima corsa arrivi un po’ scombussolato, che di gambe forse non rodate.

Lui ha ai detto di essere era stato male durante la settimana…

Esatto, la settimana è stato male. E questa è la dimostrazione, anche all’80 per cento Tadej è un fenomeno. A Québec è andato così così, e comunque ci ha provato, però ha fatto la gamba. E 48 ore dopo a Montréal già volava. Quindi secondo me è lo stesso identico percorso dell’anno scorso.

Avevamo lasciato un Pogacar un po’ meno sorridente del solito, come ti è parso?

Probabilmente aveva proprio bisogno di scaricare, di ricaricare le batterie, di cambiare aria. Lo stress portato da un sacco di fattori al Tour de France l’aveva un po’ spento. Secondo me ha inciso anche lo stress dei fischi. Fischi che non si sarebbe mai aspettato, per il fatto di andare troppo forte, i dubbi sulle sue performance… quella cosa lì gli ha fatto male. Però ha ricaricato le batterie ed è tornato anche a divertirsi. A Montréal mi è sembrato un corridore che aveva voglia di divertirsi, non solo di vincere. Per vincere avrebbe potuto aspettare l’ultimo giro e andare via. Invece aveva voglia di disintegrare tutti, anzi secondo me voleva proprio smorzare le voci disintegrando la corsa, anche per come l’hanno impostata come squadra.

Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Cosa ne pensi del gesto nei confronti del compagno di squadra McNulty?

Bellissimo. Giustissimo che l’abbia aspettato e che l’abbia lasciato vincere. Personalmente non sono per il pensiero per cui non si possano lasciare vincere le corse ai compagni in queste situazioni. Soprattutto uno come Tadej può permetterselo. Ha vinto e stravinto ogni cosa, quasi fino al punto di stufare, quindi può benissimo permettersi di far vincere una corsa a un compagno. Tra l’altro Montreal è una corsa che aveva già vinto due volte. Dal momento che vuole fare la collezione del palmarès, i doppioni non gli servono! Quindi quel gesto non mi ha stupito affatto. Mi avrebbe stupito il contrario. Stavo guardando la corsa con la mia ragazza, Valeria, e le ho detto: “Se non lo lascia vincere, butto via il telefono!”.

Quindi Pogacar è il tuo favorito per il mondiale?

Senza alcun dubbio…

Visto anche il percorso, visto il suo stato di forma o entrambe le cose?

Visto tutto! Il percorso è duro e quindi è difficile metterlo in mezzo. Su un percorso facile ci si può inventarsi qualcosa, vedi appunto Québec. O una Sanremo. Ma su un percorso duro contano le gambe e non puoi inventarti niente. Dove conta la scia, dove contano i tatticismi, può provare a fare qualcosa, ci possono essere più variabili ed incognite. Ma in un mondiale così sarà difficile.

A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
I due giovani compagni, Del Toro e Ayuso, che si ritroverà contro secondo te proveranno a sfruttare il suo lavoro? Sono i più pericolosi?

Questa sarà forse la parte più interessante del mondiale. Di sicuro Juan Ayuso non gli darà una mano. Neanche Del Toro lo farà, però magari se si ritrovasse davanti e lui dietro potrebbe anche essere tra quelli che non tirano. Poi non sottovaluterei mai Remco Evenepoel.

A proposito di Remco, forse c’è più interesse per la cronometro?

Più interesse no, ma effettivamente è una sfida interessante, più combattuta. Certo che se la crono è troppo dura la specializzazione di Remco va un po’ a farsi benedire.

Però abbiamo visto che Trinca Colonel, per esempio, userà una monocorona da 60 denti, quindi sarà anche scorrevole…

Meglio così allora. Aspettiamoci una bella sfida.

C’è qualcosa che ti ha colpito del rientro di Pogacar?

Una cosa che mi ha colpito in Canada non è stato tanto di Tadej, quanto la sua squadra. Non ho mai visto una superiorità del genere. Io Montréal l’ho fatta due o tre volte, arrivando anche secondo, e posso dire che è difficile fare la differenza su quel percorso. Almeno ai miei tempi.

Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Spiegati meglio…

A Montréal era impensabile partire prima dell’ultimo giro. E all’ultimo giro si arrivava con tre quarti del gruppo compatto. Quando feci secondo, dopo l’ultima salita rimanemmo in venticinque. Io andai via con una “mezza fagianata” negli ultimi 3-4 chilometri su quegli stradoni. Questo per dire che non è una corsa così dura e in gruppo si sta benone. Si risparmia tanto. Vedere una squadra che si mette davanti e con soli due uomini, Wellens e Sivakov, toglie di ruota l’80 per cento del gruppo, per me è stata una roba folle.

Chiaro…

Ma poi sono famelici. Mi sembrava davvero che volessero prendersi una rivincita di due giorni prima, quando comunque avevano fatto secondo proprio con Sivakov. E a me questa fame fa impazzire, mi piace da morire vederli così cattivi. Ovvio che le gambe buone ti fanno venire voglia di partire super determinato, anche a livello di mentalità sono inquadrati: sanno quello che vogliono. L’altro “Greg” (Luca Gregorio, ndr) mi chiedeva se, considerando che la Visma-Lease a Bike ha vinto due Grandi Giri e la UAE uno, la stagione migliore l’avesse fatta la Visma. Io gli ho risposto di no. La costanza che ha avuto la UAE in quest’anno, oltre al Tour de France che da solo vale di più di tutto, è spaventosa. A volte vincono anche su più fronti nello stesso giorno.

Ciccone-Pedersen: Moser, due sconfitte tanto diverse?

26.08.2025
5 min
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Se il commentatore è acuto, spaccare il capello in due può risultare un gioco molto stimolante. Per cui quando raggiungiamo Moreno Moser e gli proponiamo di confrontare i due secondi posti di Ciccone e Pedersen nella seconda e nella terza tappa della Vuelta, il gioco riesce subito alla grande. Il trentino sta affiancando Gregorio e Magrini nelle dirette integrali della corsa su Eurosport, mentre dalla prossima settimana il posto di Magrini sarà preso da Wladimir Belli.

Ciccone è stato battuto da Vingegaard a Limone Piemonte, quando credeva di avere ormai vinto. Pedersen è stato infilzato da Gaudu ieri a Ceres, quando anche lui credeva di averla portata a casa. Ci sono dei punti in comune, secondo Moser?

«Secondo me entrambi non hanno sbagliato nulla – riflette Moser – semplicemente ogni tanto ti battono. Ciccone sicuramente è partito un po’ lungo, ma non lunghissimo. Se non fosse partito lui, sarebbe andato Vingegaard. Jonas, semplicemente, l’ha battuto. Abbiamo visto più volte anche al Tour che in questi arrivi Vingegaard è diventato pericolosissimo. Dopo Tadej, c’è lui. E ovviamente, mancando l’imperatore… Quella di Ciccone mi sembra una sconfitta onorevole».

Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri
Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri
Facciamo un appunto nato guardando la televisione, che quindi può lasciare il tempo che trova. Ciccone sembra troppo duro (lo ha detto anche lui) e forse perde una pedalata voltandosi a guardare indietro.

Si è girato, sì. Ci sta che in quel momento abbia perso qualcosa. Probabilmente non pensava che ci fosse ancora qualcuno con la forza per poterlo passare. A mio avviso, se avesse saputo che Vingegaard era già così vicino, non si sarebbe girato. Pensava di averli a ruota, non di averne uno già al fianco, che stava venendo su.

Si può dire che gli abbia quasi tirato la volata?

Sicuramente gli ha tirato la volata, però c’è sempre qualcuno che parte prima e non vuol dire che per questo la perda. Gli sono mancate un po’ di gambe. Anche lui ha parlato del rapporto, però ha anche detto che non vuole cercare scuse. Secondo me è assolutamente onorevole come secondo posto. Ovvio che quando ci arrivi così vicino, con la possibilità di fare tappa e maglia, brucia di più. Però erano i due favoriti e se la sono giocata. Ovviamente a Cicco manca una vittoria, però in questo momento Giulio non mi delude in nessun modo.

Dici che Vingegaard è diventato pericoloso su questi arrivi: ci ha lavorato per duellare con Pogacar?

Secondo me sì, è diventato più esplosivo e si era già visto al Delfinato. L’ha detto lui stesso di aver messo più massa rispetto all’anno scorso e in fin dei conti la massa serve esattamente a questo.

A ben vedere, al Tour del 2024 aveva già battuto Pogacar in un testa a testa a Le Lioran…

Effettivamente aveva già fatto quel numero. Forse l’abbiamo semplicemente sempre sottovalutato anche da questo punto di vista. Avendo di fronte uno come Tadej, che ti fucila sempre con facilità, dai per scontato che Vingegaard non sia adatto per questi arrivi. Se ci fosse stato Pogacar, avrebbe vinto con 20-30 metri. E probabilmente avrebbe vinto anche ieri a Ceres.

Ultima curva della tappa di Ceres: Gaudu entra in accelerazione, Pedersen sembra appesantito
Ultima curva della tappa di Ceres: Gaudu entra in accelerazione, Pedersen sembra appesantito
Ieri però non abbiamo visto il super Pedersen del Giro, altrimenti non avrebbe vinto Gaudu…

Infatti anche secondo me non è il solito Pedersen. L’ho detto anche facendo la prediction prima della cronaca: non mi sembra Pedersen al suo massimo splendore. Nella prima volata s’era perso. Ieri nello sprint intermedio ha perso la ruota del suo compagno. Non so cos’abbia, perché in realtà arrivava dal Danimarca in grandissima condizione.

Di sicuro non si aspettava che a batterlo fosse Gaudu.

L’ha detto anche Vingegaard che il francese ha fatto un’entrata un po’ assassina in quell’ultima curva, però è il ciclismo e va bene. E’ entrato a quel modo perché veniva su molto forte prima della curva, mentre tutti gli altri erano un po’ piantati. S’è buttato in curva, ma nessuno ha frenato, perché si arrivava forti. Quindi Gaudu sta bene, l’aveva dimostrato già il giorno prima. Ma il Pedersen in forma, secondo me, sarebbe entrato in curva molto più forte e poi non lo avrebbe passato nessuno. Avrebbe iniziato la volata già prima della curva, invece era un po’ seduto.

Tu dici che era un arrivo adatto a lui, che pesa 13 chili più di Gaudu? Forse avrebbero dovuto tirare per lui fino alla curva?

Forse se Cicco avesse avuto le gambe per portarlo più avanti, a quel punto avrebbe vinto Mads, ma erano tutti a tutta. Forse era un arrivo al limite per lui e per le sue caratteristiche. Se vai a vedere, oltre a lui sono tutti scalatori.

Pedersen ha vinto la tappa di Vicenza al Giro, ma era un muro stile classiche…

Quel Pedersen ieri avrebbe dominato, avevo quasi dimenticato quel numero. Fece una roba stratosferica, però è anche vero che batté Van Aert. Era un finale da classiche, più che una vera salita, anche se terzo arrivò poi Del Toro. Per questo motivo non me la sento di affiancare i due secondi posti, per tornare alla domanda di partenza. Alla fine sono due cose diverse. Ciccone si è fatto battere da un super campione ed è stata una mezza beffa, che però ti tocca accettare.

La Lidl-Trek sta correndo compatta: Pedersen per Ciccone e viceversa, ma la vittoria ancora sfugge
La Lidl-Trek sta correndo compatta: Pedersen per Ciccone e viceversa, ma la vittoria ancora sfugge
Dici che Pedersen non l’ha vissuta come una beffa?

Si è fatto battere da un nome a sorpresa, perché probabilmente non è al cento per cento. Però è vero che ci è rimasto malissimo. Anche perché quando ci arrivi così vicino, ci rimani sempre male. Peggio ancora quando ti batte uno che non ti aspetti. Secondo me sono due secondi posti che sembrano simili, due mezze beffe, che però sono nati in modi diversi. Quando fai secondo per 10 centimetri, in fin dei conti rientra quasi nell’ambito della casualità.

Oppure, parlando di arrivi in salita, significa che c’è un livellamento incredibile verso l’alto e 10 centimetri diventano un vuoto incolmabile?

Anche quello, sì. Ma quel metro che ti manca non è fra le cose che puoi calcolare quando parti. E comunque, sempre una grande Lidl-Trek. Al Giro gli è andato tutto bene. Qui magari fanno le stesse cose, ma invece di fare primi, sono secondi. Quei 10 centimetri non bastano per dire che uno è andato più forte, diventa quasi un errore di misura. Anche se in entrambi i casi un po’ di gambe sono mancate.

Davvero è stato un Tour brutto? Dibattito aperto con Moser

31.07.2025
7 min
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Moreno Moser non è mai banale quando commenta e analizza il ciclismo. Né al microfono di Eurosport, né sulle proprie pagine social. Al termine del Tour de France, in modo quasi provocatorio, ma con la naturalezza che lo contraddistingue e che lui stesso ci tiene a sottolineare, Moser aveva lanciato una sorta di sondaggio dicendo che questa ultima Grande Boucle era stata brutta.

Il dibattito si è acceso subito. Anche perché, di fatto, era già in essere. Diciamoci la verità. E’ stato come vedere un film con due tempi decisamente diversi tra loro. Imprevedibile e scoppiettante nel primo, molto razionale e prevedibile nel secondo. Sulle Alpi l’attesa dello scontro fra Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar è rimasta sospesa. Come un urlo strozzato in gola. E neanche Tadej ha fatto una delle sue imprese da leccarsi i baffi. Di fatto, il Tour de France è finito a Peyragudes, tappa numero 13.

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Quindi, Moreno, ci è piaciuto questo Tour: sì o no?

In diretta su Eurosport, io e “Greg” (Luca Gregorio, ndr) l’abbiamo detto per tutta la prima settimana: «Godiamoci queste tappe, perché vedrete che alla fine saranno le più belle». E infatti poi è successo quello che ci si aspettava: che comunque questo dominio annullasse la suspence. La classifica di questo Tour de France potevano anche non farla. La paragono un po’ a una serie TV: episodi bellissimi, ma senza una vera trama. Tipo: The Big Bang Theory!

Come facciamo a capire se siamo soddisfatti?

Più che altro, per capire se siamo soddisfatti, dobbiamo chiederci cosa vogliamo da un Grande Giro. Perché ci sono state tante bellissime tappe, ma vissute come se fossero delle corse di un giorno. E sono state veramente tante. Fino a Carcassonne sono state entusiasmanti. Anche quella di Parigi è stata bellissima. Però viste come piccole classiche, una dopo l’altra. Mentre la classifica generale, come dire, se non ci fosse stata, non sarebbe cambiato molto.

Abbiamo visto i migliori corridori del mondo, ma la classifica era scritta. Al Giro d’Italia c’era meno qualità, ma più incertezza. E’ questo il punto?

Esatto, il Giro d’Italia a me è piaciuto molto di più, perché in un Grande Giro la prima cosa è la lotta per la generale. Se me lo chiedi, io ti rispondo che in una corsa di tre settimane voglio vedere la battaglia per la classifica. E quindi, per me, il Giro è stato molto più bello del Tour dove questa battaglia non c’è stata.

Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Suoi tuoi social hai scritto e chiesto in un sondaggio se fosse stato un Tour brutto, ebbene: i follower come hanno reagito a questa provocazione?

Premesso che mi ero già esposto dicendo che era uno dei Tour più brutti degli ultimi anni, direi che l’80 per cento era d’accordo con me. Mi sono arrivati così tanti messaggi che non ho ancora finito di leggerli. Qualcuno però era in disaccordo. Ma attenzione: non ho detto che il ciclismo fa schifo. Ho detto che questo Tour non mi è piaciuto. Se dico che l’ultimo film di Nolan è meno bello del penultimo, non vuol dire che sputo sul cinema.

Chiaro…

A me dire che è sempre tutto bello perché si “deve” dire, non frega niente. Io non ascolterei mai chi fa il mio lavoro e ogni volta è obbligato a dire che è tutto meraviglioso. Perché poi, quando una cosa è davvero bella, perde valore. Io al Tour mi sono divertito su molte tappe, in quanto corse di giornata, ma non per altro. E non è nemmeno una critica strutturale al ciclismo: semplicemente in questo momento Pogacar è troppo forte per avere una vera battaglia. Non è colpa sua, né di chi perde. Anche la Visma-Lease a Bike è stata criticata ingiustamente.

E questo te lo stavamo per chiedere: cosa avrebbe potuto fare di diverso la Visma-Lease a Bike?

Ognuno ha la sua opinione. Secondo me, niente sarebbe cambiato se la Visma si fosse comportata in altro modo. Alla fine il loro lavoro lo hanno fatto, hanno provato a stancarlo e ci sono riusciti. Solo che per stancare lui, si sono distrutti pure loro. Io l’ho apprezzato tantissimo. E anche per questo mi sono preso parecchie critiche sui social.

Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Tipo?

Per esempio, nel giorno del Ventoux ho detto: «Secondo me oggi la vincitrice è stata la Visma». Perché l’azione era riuscita. Se Pogacar fosse stato in giornata no, l’avrebbero staccato. Ma così non è stato, anzi: gli ha dato altri 2″. E mi sono arrivati una valanga di insulti. Qualcuno diceva che Pogacar aveva comunque stabilito il record di scalata. Okay, ma era rimasto tutto il tempo a ruota di Vingegaard. Per me quel record è del danese, in un certo senso.

Secondo te, paradossalmente, è mancato un po’ anche Pogacar?

L’ho notato proprio dal giorno del Ventoux. Quel giorno non ha fatto un metro all’aria. Quando ha provato ad attaccare, Jonas lo ha chiuso subito. Se una settimana prima gli dà due minuti e poi non riesce a staccarlo… qualcosa è successo. Quel gap chi l’ha colmato? E’ Vingegaard che è cresciuto o Pogacar che è calato?

Può esserci anche una componente mentale per Pogacar? All’inizio Tadej aveva un avversario come Van Der Poel, poi un obiettivo concreto come staccare Vingegaard. Una volta raggiunti è calato l’entusiasmo. Non lo abbiamo mai visto pedalare male. Sembrava quasi più svogliato che affaticato…

E’ questo il vero dibattito, dibattito che ho notato a dire il vero si fa molto di più sui social e sui media stranieri. Qualcuno ha parlato perfino di burnout. E’ sembrato che Tadej fosse più conservativo del solito, già dall’inizio. Anche con “Greg” e Magrini nelle prime tappe lo notavamo: non era lo stesso Pogacar del Giro o del Tour dell’anno scorso, era meno sprecone. Io ho un’idea: in UAE Emirates forse sapevano di essere arrivati troppo in forma. Forse hanno voluto rallentare per non saltare per aria nell’ultima settimana. Forse Tadej non era proprio al 100 per cento nell’ultima settimana, ed effettivamente anche me è venuto da chiedermi se non lo fosse perché era venuta a mancargli un po’ di competizione, lui che è un “animale da corsa”.

A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
E infatti poi a Parigi è sembrato un altro corridore…

Nelle corse di un giorno riesce a divertirsi di più, si vede che lo stimolano. Sulle grandi salite, da un po’ di tempo a questa parte, non c’è mai stato vero confronto con nessuno. Quando ha perso, è stato perché ha voluto strafare. Ripenso alla tappa di Le Lioran del 2024. A La Plagne fa lavorare la squadra, poi ci prova ma senza convinzione. Era in controllo, forse saliva in Z3! A Parigi ha detto che quando si è trovato nel vivo della corsa gli è tornata voglia di correre in bici… e quanto aveva da perdere. Perché è vero la neutralizzazione, ma la bici al traguardo la doveva portare. C’è servito un Van Aert formato Van Aert vecchio stile per riaccenderlo.

Uscendo dal dualismo Pogacar-Vingegaard, può essere che anche il tipo di salite super pedalabili abbia influito su eventuali attacchi e differenze?

A me il percorso del Tour è piaciuto molto. L’ho trovato studiato bene. Anche il numero delle tappe in volata, sempre più messe di in discussione, non sono state molte. Il problema, e torniamo sempre lì, è il contesto attuale: un corridore va troppo forte rispetto a tutti gli altri. Quindi per me non è una questione del tipo di salite. Perché anche se erano pedalabili, quando “quei due” aprivano il gas, il distacco sugli altri c’era. Poi sì, anche io a volte mi chiedo se sia un problema di percorso o se stiamo semplicemente vivendo un periodo storico anomalo.

Cioè?

Abbiamo un atleta, Pogacar, che è superiore a tutti (quasi sempre, pensiamo alle classiche, ndr). Ma non è sempre stato così. Questo dominio solitario non ha precedenti nella storia recente. Cambiare qualcosa adesso potrebbe rivelarsi inutile più avanti nel post-Pogacar. Voglio dire: tirare conclusioni in un momento in cui non c’è un vero trend stabile è un rischio. Ma attenzione, nulla contro Pogacar: io sono del partito “meglio che ci sia Tadej piuttosto che non ci sia”. Questo Tour è andato così, ma se pensiamo alla stagione nel suo complesso, molto meglio avere dei Pogacar che non averli.

Pogacar alla Roubaix. Guida, tattica, posizione… L’analisi di Moser

17.04.2025
5 min
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Tadej Pogacar ha affrontato per la prima volta la Parigi-Roubaix, concludendo al secondo posto dietro Mathieu Van der Poel. Lo sloveno ha (in parte) stupito per la naturalezza con la quale ha affrontato questa sfida tanto particolare. E di questa naturalezza ne parliamo con Moreno Moser, ex professionista e oggi commentatore tecnico per Eurosport.

Insieme al trentino abbiamo analizzato la prestazione del leader della UAE Emirates, evidenziando aspetti gli tecnici. Presa del manubrio, tattica, posizione in gruppo, guida… Quanti dettagli sono emersi attorno l’Inferno del Nord del campione del mondo. E se si deve fare in anticipo un sunto, possiamo dire che la parola “guardingo” (a 360°) gli casca a pennello.

Moreno Moser (classe 1990) ha corso fino al 2019
Moreno Moser (classe 1990) ha corso fino al 2019
Moreno, partiamo dalla tattica: come hai valutato l’approccio di Pogacar alla Roubaix?

Ha corso sempre in controllo, preferendo spendere un po’ di più per stare davanti e avere una visuale pulita. Questo approccio è simile a quello di Van der Poel, che preferisce prendere aria e rischiare meno. Quante volte li abbiamo visti a centro strada o muoversi in prima persona? Ha mostrato atteggiamenti giusti, ma anche quelli di chi è all’inizio in questa corsa. Per esempio, spesso lasciava qualche centimetro in più per vedere dove era la strada e dove fossero le buche, un comportamento che aiuta a evitare rischi.

Quali dettagli tecnici hai notato nella sua guida sul pavé? A nostro avviso per esempio saltava bene anche dalla “banchina” al pavé e viceversa, cosa che di solito fa un habitué della Roubaix…

Spesso sporgeva la testa per cercare di vedere meglio davanti quando era a ruota. Segno di massima attenzione, di controllo come dicevo. L’ho visto andare davanti in prima persona per cercare di prendere la testa della corsa e pedalare sulla schiena dell’asino. Ma questo può farlo perché Tadej ha tanta, tanta gamba.

Lo sloveno si trovava a suo agio nel salire e scendere dalla banchina, come i veterani
Lo sloveno si trovava a suo agio nel salire e scendere dalla banchina, come i veterani
Noi abbiamo notato che in pratica aveva sempre le mani sulle leve. Non paga qualcosa in termini di aerodinamica?

Vero, questa cosa ce l’hanno fatta notare anche in diretta, mentre Van der Poel prendeva il manubrio con le mani sotto. Sembrava anche un filo più basso di sella, ma potrebbe essere un’impressione dovuta alla posizione avanzata: se ha cambiato quei 2 millimetri fai fatica a vederlo. Magari l’ha semplicemente spostata un filo più avanti. Però io non credo sia tanto una questione di aerodinamica. Oggi spesso sono più aero quando hanno le mani sulle leve, perché riescono a piegare meglio i gomiti.

Chiaro…

Quando ancora correvo e si facevano i vari test – e da allora ne sono cambiate di cose – ci spiegavano come fosse importante incassare la testa nelle spalle perché si riduce la sezione frontale. Pensiamo alle protesi da crono: un tempo erano “sulla ruota anteriore”, oggi hanno spessori di 20 centimetri e sono più aerodinamici. La posizione delle mani è anche una questione di abitudine e comfort nella guida. Mentre ho notato che Tadej faceva spesso stretching proprio per distendere la schiena... Le pietre della Roubaix sono state dure anche per lui! Hanno un altro impatto rispetto a quelle del Fiandre.

Quante volte ha cercato la schiena d’asino… nei tratti più sconnessi
Quante volte ha cercato la schiena d’asino… nei tratti più sconnessi
E della proverbiale agilità di Pogacar cosa ci dici? Van der Poel era più agile di lui stavolta?

Credo perché fosse stanco e alla fine si è “attaccato al rapporto“. Nei primi settori di pavè era agile anche Pogacar, ma nel finale sembrava più stanco rispetto al solito. La pedalata era appesantita e non riusciva a mantenere il ritmo abituale. Che poi non andava piano. Eppure sembrava così proprio perché non mulinava come suo solito.

Secondo te può migliorare ancora nella guida sul pavé? Ed eventualmente in cosa?

In generale l’ho visto bene, ma non credo che facendo altre cinque Roubaix possa migliorare tanto, specie rispetto a Van der Poel. Quest’ultimo ha una sensibilità sviluppata fin da bambino nel ciclocross, che lo porta ad avere una guida superiore. Mathieu ha un livello di consapevolezza in bici che lo porta a non spaventarsi. Quando sente la ruota che va, lascia scorrere la bici senza frenare, salvando spesso situazioni critiche. Come magari non fanno gli altri che d’istinto frenano.

Ad Arenberg, ma non solo, Pogacar ha cercato di fare il ritmo per rendere la corsa dura. Lui che è il più forte alla fine paga meno gli sforzi
Ad Arenberg, ma non solo, Pogacar ha cercato di fare il ritmo per rendere la corsa dura. Lui che è il più forte alla fine paga meno gli sforzi
Qual è il bilancio complessivo della sua prestazione? Insomma ce la potrà fare Pogacar a conquistare una Roubaix?

Ha corso bene, mostrando intelligenza tattica e capacità di adattamento. Pur non avendo l’esperienza di Van der Poel sul pavé, ha dimostrato di poter competere ad alti livelli anche in una corsa così impegnativa. Alla fine erano quasi alla pari. Probabilmente avrebbe vinto lo stesso VdP, ma magari non lo avrebbe staccato. Se ci pensiamo poi non ha perso molto. Il problema è che qui si parla di potenza assoluta e Van der Poel ne ha un po’ di più. Tadej non aveva i muri del Fiandre, che anche se sono corti, ogni volta facendoli forte mettevano più stanchezza nelle gambe degli avversari, che non nelle sue.

Esattamente quello che ci diceva Pino Toni qualche giorno fa…

E ha fatto bene a rendere la corsa dura. Alla fine più ci si stanca e più lui è avvantaggiato. Anche se scattano, lui o VdP, poi gli altri devono chiudere. E chiudere fa spendere energie, non gli vai dietro gratis. Essendo i più forti, avendone di più, corrono in questo modo e portano la corsa dalla loro parte. Cosa aggiungere in prospettiva: Tadej dalla sua rispetto a Van der Poel ha l’età...

Verso la Strade Bianche: Monte Sante Marie, l’analisi di Moser

04.03.2025
6 min
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Pochi giorni e finalmente sarà Strade Bianche, la classica del nord… più a sud. E a proposito di classiche, ognuna ha il suo passaggio simbolo, spesso anche decisivo: il Poggio per la Sanremo, la Foresta di Arenberg per la Roubaix, il Kwaremont per il Fiandre, il Cauberg per l’Amstel e così via. Alla Strade Bianche questo passaggio è Monte Sante Marie, quest’anno settore numero otto, posto a 71 chilometri dall’arrivo. I suoi dati: 11,5 chilometri (4,5 dei quali in salita), una pendenza massima del 18 per cento e anche una discesa molto, molto tosta.

Di Monte Sante Marie parliamo con l’unico italiano che sin qui è riuscito a vincere la Strade Bianche, Moreno Moser. Il trentino riuscì nell’impresa nel 2013. Oggi Moreno è un acuto commentatore ed opinionista del ciclismo e con lui facciamo un’analisi tecnico-tattica di questo settore.

Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Un tratto in pianura, una serie di strappi, una discesa, un’altra salita e un lungo falsopiano: gli 11,5 km di Monte Sante Marie
Moreno, insomma Monte Sante Marie è il punto decisivo della corsa?

Sì, o meglio: dipende. Dipende da come viene interpretata la corsa. Con certi corridori come Pogacar lo è sicuramente. In alcuni anni, tipo quando l’ho vinta, invece non è stato un settore così fondamentale. Però mi rendo conto che quando correvo io c’era molto più attendismo. Sante Marie era il momento in cui si frazionava un po’ il gruppo, ma non si decideva ancora la corsa. Oggi, a 80 chilometri dall’arrivo, devi essere già praticamente in modalità finale.

Se facessimo un paragone coi muri fiamminghi: è il Kwaremont del Giro delle Fiandre?

Sì, lo è da un punto di vista tecnico, perché effettivamente è il più duro, il più lungo ed è quello dove se uno vuole, può fare selezione. Anche quando correvo io si diceva che da Sante Marie iniziava la corsa. Adesso rischia di essere il punto in cui la corsa finisce… Anche se poi forse dal punto di vista emotivo e per vicinanza all’arrivo il settore delle Tolfe è più coinvolgente. E’ il Cauberg dell’Amstel!

Come si affronta, come si gestisce il settore di Monte Sante Marie? Portaci in bici con te…

Ah – sorride – non si gestisce, se vanno a tutta devi stare dietro a chi va a tutta. Quando inizi Sante Marie hai già i battiti alti per la lotta alle posizioni. Il primo anno che ho fatto la Strade l’ho preso indietro e c’è stata una caduta che mi ha tagliato fuori. Eppure lì ho capito che quella corsa mi piaceva. Il primo tratto è duro, tendenzialmente devi stare seduto, a meno che il terreno non sia in condizioni ottimali, magari un po’ compattato dalla pioggia. Discesa e poi salitone.

Quando si parla di Monte Sante Marie tutti pensano al salitone finale, in realtà c’è una discesa affatto banale. Anzi, l’anno scorso proprio lì scattò l’asso sloveno. Cosa ci dici di questa discesa?

Quel tratto di discesa è davvero tosto. E’ uno dei punti in sterrato dove si raggiungono le velocità più alte. Bisogna lasciarla scorrere. Servono capacità e anche grossi attributi! Negli ultimi anni però i corridori sono molto più abituati a guidare sullo sterrato. Quando correvo io, c’era gente che non sapeva neanche dove fosse quando entrava sullo sterrato. Oggi quelli davanti sanno guidare.

Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Strade Bianche 2024: Pogacar è partito nel falsopiano in discesa prima della planata vera e propria (foto web Strade Bianche)
Adesso sarai criticato!

Sicuro, in tanti mi dicono: «Ah, noi di una volta guidavamo meglio». Io non credo sia così, oggi in tanti sanno guidare. Se pensiamo ai corridori forti degli ultimi anni, a parte Evenepoel che comunque è migliorato, gli altri sono tutti fenomeni anche nel guidare la bici. Pidcock, Pogacar, per non parlare di Van Aert e Van der Poel: gente che sa cosa fare.

E tatticamente come si approccia Sante Marie?

Sul primo strappo soprattutto, dipende molto da quanti corridori ci sono nel gruppo di testa e da come si è svolta la gara sin lì. Il ciclismo ha una marea di variabili e l’andamento della gara influenza tutto. Se si presentano in 20 è un conto, se c’è una fuga che può andare all’arrivo è un altro. Se invece è una fuga scontata e il gruppo è compatto, magari non c’è il vero attacco ma solo la squadra che fa il ritmo. Oppure c’è il Pogacar che fa il vuoto… dopo il forcing della squadra. E va via dopo il primo strappo, nella discesa.

Ci dicevi dell’importanza di far scorrere la bici in discesa. In fondo c’è un ponticello e poi si passa subito a salire. E’ quello che in gergo viene chiamato “sciacquone”. Si deve passare dalla moltiplica grande a quella piccola… Può essere un momento delicato?

Sì, perché subito dopo la discesa c’è un’altra impennata. Devi essere lucido per cambiare rapporto nel momento giusto. Sullo sterrato la catena può saltare e se sei in difficoltà puoi fare errori. Se andiamo a vedere ai corridori lucidi e freschi, difficilmente succedono problemi meccanici. Quando invece sei al limite, schiacci il bottone a caso e la catena può prendere una frustata e andare giù. Di certo lì bisogna cambiare, perché poi le pendenze cambiano nettamente.

Mentre non è così decisivo il falsopiano dopo il salitone, dopo il Borgo di Sante Marie: perché?

Difficile dirlo, ma probabilmente oggi si va più forte nei tratti duri e quindi è più facile fare selezione prima. I corridori stanno molto più seduti perché si è visto che la pedalata è più efficiente. Rispetto a Pantani che faceva chilometri in piedi, oggi si è visto che si spreca meno energia da seduti. Tra l’altro alcuni calcoli hanno dimostrato che perdeva parecchio in aerodinamica.

Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Era il 2013 e a Monte Sante Marie, Moser (al centro) pedala al fianco dell’allora compagno di squadra Sagan
Chiaro…

Difficilmente oggi trovi uno scalatore puro che salta tanto sui pedali alla Simoni. Però non saprei dire esattamente perché si fa meno selezione in quel falsopiano. Negli anni in cui correvo io, dopo Monte Sante Marie eravamo ancora in tanti. Magari c’era un attacco, ma rimanevano gruppetti da 15 corridori. Oggi, e torniamo al discorso di prima, la corsa si è già assestata.

Moreno, qual è la tua “foto” di Monte Sante Marie?

La mia foto è anche una foto reale. Risale all’anno in cui ho vinto, e quello scatto mi ritrae praticamente a bocca chiusa mentre salivo al fianco di Sagan e davanti a Cancellara. E dire che avevo preso il settore in quarantesima posizione. Ma con tre pedalate al lato della strada ero davanti con Peter (Sagan, ndr), Van Avermaet e gli altri migliori. Mi è rimasta impressa perché mi sentivo fortissimo.

Tu e solo tu conosci le sensazioni che avevi in quel preciso istante…

E infatti tra me e me iniziavo a pensare: «Però… Sarà, ma io qui non faccio fatica». Ricordo che mi succedeva spesso in quegli anni. Da neopro’ un giorno con ingenua sfrontatezza dissi ad Alan (Marangoni, ndr) che non sentivo mai mal di gambe. Sì, lo sentivo nel finale, ma era il mal di gambe bello, quello che hai quando vai forte e ti giochi la corsa. Quello che ti spinge a dare ancora di più.

Froome e l’ultimo Tour: utopia o premio alla carriera?

07.11.2024
4 min
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Chris Froome non si è mai arreso. L’animo è rimasto indomito, ma il suo corpo ha smesso di essere l’arma letale che dal 2013 al 2018 gli permise di vincere quattro Tour, una Vuelta e un Giro d’Italia. A dirla tutta ci sarebbe anche la seconda Vuelta (la prima in ordine cronologico) ottenuta dopo la squalifica di Cobo che la vinse su strada nel 2011 e ne fu privato nel 2019 dall’antidoping. Come da lunga tradizione, per il nome che porta e per la sua grande popolarità, dopo la presentazione del Tour il britannico è volato in Giappone per il Criterium di Saitama e parlando con l’inviato di Marca, ha fatto il punto della situazione.

Froome ha chiuso il 2024 al Tour of Guangxi, a capo di un anno con appena 35 corse e zero punti UCI
Froome ha chiuso il 2024 al Tour of Guangxi, a capo di un anno con appena 35 corse e zero punti UCI

Nulla come prima

Nel leggere le sue parole, saltano in mente quelle pronunciate due giorni fa da Moreno Moser sul cambio di generazione. «Lo stesso Froome – ha detto Moreno – con i valori che aveva quando vinse il Tour, oggi sarebbe ventesimo». Se a questo si aggiunge che nella caduta del 2019 Froome perse l’integrità fisica, si capisce perché per lui sia drammaticamente difficile risalire la china. E rendersi conto, anche nel momento in cui tutto ha ripreso a funzionare discretamente, che il suo livello migliore non sia più schiacciante come prima non lo aiuta di certo.

«Eppure – ha detto – mi piace fare la vita del professionista. Allenarmi, lavorare sulla bici e lottare per gli obiettivi. E’ qualcosa che mi motiva e mi tiene sveglio. Devo essere onesto e ammettere che non posso più affrontare le stesse sfide che avevo prima dell’incidente del 2019, ma mi diverto comunque molto. Continuo a sognare di tornare al Tour. Non so ancora quale sarà il mio programma per il prossimo anno, lo vedremo nel primo ritiro. Però la mia sfida è provare a correre di nuovo in un Grande Giro. Non lo vedo come una follia».

Per un solo giorno dal rientro si è rivisto un lampo di Froome: terzo sull’Alpe d’Huez al Tour 2022
Per un solo giorno dal rientro si è rivisto un lampo di Froome: terzo sull’Alpe d’Huez al Tour 2022

Mai così forte

Froome compirà 40 anni il prossimo 20 maggio e il 2025 sarà l’ultima stagione di contratto con la Israel che lo prese dopo il 2020 del faticoso rientro, reso ancora più duro dalle folli andature nell’anno del Covid. La squadra è cresciuta. Lo hanno portato al Tour nel 2021, ma senza alcun lampo da parte sua. C’è tornato nel 2022 ed è arrivato terzo sull’Alpe d’Huez, poi si è fermato. E ancora nel 2022 è andato alla Vuelta, concludendola nelle retrovie, in cambio di immense fatiche. E’ immaginabile che in questa fase di caccia ai punti, la Israel-Premier Tech decida di schierarlo nella corsa delle corse con la (quasi) certezza che la attraverserà senza lasciare traccia?

«Mi resta un anno – ha detto – e poi vedremo cosa farò in futuro. E’ troppo presto per parlare di questi argomenti. Una caduta ha cambiato la mia carriera, ma non tutte le cadute sono uguali. La mia fu in allenamento, altri sono caduti in gara. Penso però che qualcosa stia cambiando. Non credo che la colpa sia solo dei ciclisti o degli organizzatori. Ci sono diversi fattori. Adesso c’è molto stress nel gruppo e le corse vanno più veloci che mai. Ognuno cerca il proprio posto e questo causa altri problemi. Bisogna fare qualcosa. Il giorno in cui caddi, avevo appena finito di pensare che non mi fossi mai sentito così forte. Pensavo che il Tour 2019 sarebbe stato mio».

In azione a Saitama: alle spalle di Froome, O’Connor, Campenaerts e Philipsen
In azione a Saitama: alle spalle di Froome, O’Connor e Campenaerts

Tutto più veloce

Di tutto quel mondo non c’è più molto, se non la consapevolezza che i loro studi al Team Sky abbiano aperto la porta a questo nuovo ciclismo che ha preso la loro lezione e l’ha portata fino alle stelle. La Jumbo-Visma dei primi prodigi e la UAE Emirates hanno attinto all’esperienza di allora e hanno approfondito internamente la nutrizione, la preparazione, la meccanica, l’aerodinamica, il recupero. Il Team Sky schiacciò tutti perché prima di tutti scovò vantaggi da ogni aspetto possibile.

«Ci sono Pogacar e Vingegaard – ha detto – che negli ultimi anni sono stati capaci di dominare al Tour e anche in altre corse. Anche Evenepoel è ad alto livello. Se vincono così tanto, al di là di avere alle spalle delle squadre eccezionali, evidentemente per loro il ciclismo è uno sport divertente. Ma le cose cambiano molto in fretta e chi vince oggi domani potrebbe non farlo più. Il ciclismo è cambiato molto, va molto più veloce di 5-10 anni fa. E’ molto più esplosivo ed evoluto in termini di materiali, alimentazione, allenamento… E’ uno sport bellissimo e divertente. Per questo quando avrò smesso, continuerò a godermelo con un occhio alla vita quotidiana. L’incidente mi ha fatto cambiare prospettiva, si può godere lo sport anche dopo un grande dolore. E io voglio continuare ad amare il ciclismo».