Martin, brindisi a un piano ben riuscito

26.05.2021
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Daniel Martin non è bello da vedere, ma in questi sorrisi mentre racconta la vittoria si riconosce il segno della fatica condotta in porto. Siamo davanti a un corridore che ha comunque vinto la Liegi e il Lombardia, oltre a tappe in giro per tutto il mondo, per questo non ci stupiamo della sua reazione quando gli chiedono se abbia il rammarico di non aver mai vinto un grande Giro.

«Non ho rimpianti nella mia carriera – dice infastidito – sono orgoglioso di aver sempre fatto del mio meglio».

Aver visto la salita gli ha permesso di gestirsi bene quando era da solo
Aver visto la salita gli ha permesso di gestirsi bene quando era da solo

Da non crederci

Difficile capire se perché glielo abbiano detto alla radio o perché a forza di veder passare macchine e moto abbia pensato che di lì a poco gli sarebbero piombati sul collo, Martin conferma che la sensazione di aver vinto l’ha avuta soltanto quando si è ritrovato dall’altra parte dell’arrivo.

«Finché non l’ho passato – sorride con la finestrella fra gli incisivi – non sono stato certo di niente. Avete visto che ho persino scosso la testa? Avevo deciso fin dal mattino che sarei andato in fuga, perché in quest’ultima settimana ho cominciato ad avere delle buone sensazioni. La mia tattica era chiara: prendere più vantaggio possibile e poi resistere con il mio passo agli attacchi che avrebbero fatto dietro. Per la prima volta quest’anno ero venuto con la chiara idea di vincere una tappa e sono contento di esserci riuscito».

Martin era venuto al Giro per vincere una tappa: missione compiuta
Martin era venuto al Giro per vincere una tappa: missione compiuta

Internet non basta

Internet funziona, ma provare le salite funziona di più. Così non è un caso che Martin e Yates prima di lui abbiano raccontato che sia stato decisivo venire a vedere questa salita. Le app spiegano curve e pendenze, ma non c’è niente come la fatica per farti capire la tattica migliore.

«Fare la ricognizione – spiega – è stato molto importante. Sapevo esattamente dove avrei trovato i tratti più duri e sapevo che ai meno 2,5 dall’arrivo un po’ mollava e si poteva fare la velocità che mi ha permesso di respingerli. Non sono mai andato full gas fino a quel momento, prima ho solo tenuto il mio ritmo.

«Ero venuto con Claudio Cozzi dopo il Tour of the Alps e si è creato subito un feeling speciale con questa salita, difficile spiegare perché. Amo le pendenze molto elevate, si prestano a una condotta di gara aggressiva, che è quella che mi viene meglio. Ed è bellissimo aver vinto su un traguardo che avevo provato, perché dà l’idea del lavoro ben fatto. Questo è il motivo per cui sono venuto qui. Sapevo che quella di oggi era una delle mie ultime opportunità e con il tempo supplementare perso a Cortina era possibile che mi lasciassero andare in fuga».

Montagne russe

E’ il premio a una squadra che non si è arresa alle sfortune e ha saputo portare a casa un bottino comunque considerevole.

«Per noi come squadra – dice – questo Giro è stato una montagna russa. Il primo giorno abbiamo perso Neilands. Poi abbiamo fatto delle tappe davvero buone, abbiamo conquistato qualche podio e proprio sul più bello abbiamo perso De Marchi. E poi ci si è messo anche Dowsett che si è ammalato. Ma il nostro spirito è sempre stato fantastico. Abbiamo avuto un’ottima atmosfera di squadra. Lo ha dimostrato questa mattina il fatto che siamo riusciti a progettare la fuga e a portare a casa la tappa».

Full gas soltanto negli ultimi 2,5 chilometri, per respingere gli inseguitori
Full gas soltanto negli ultimi 2,5 chilometri, per respingere gli inseguitori

La prima volta

Un altro sorriso ed è tempo di andare. Con i suoi 35 anni, l’irlandese della Israel Start-Up Nation è il 23° corridore più anziano a vincere una tappa al Giro. Supponiamo che gliene importi poco, ma l’ultimo pensiero è un bel tributo al Giro.

«Ogni grande Giro è diverso – dice parlando del fatto di aver vinto tappe in ciascuno dei tre – ma il Giro d’Italia è davvero una bella corsa. Ci ero venuto soltanto due volte prima e in una mi ero ritirato. Questa è la prima volta che sono venuto con l’ambizione di vincere una tappa. E devo dire che questa resterà come una delle mie vittorie più belle».

Oggi Yates li ha presi tutti a schiaffi, Bernal compreso…

26.05.2021
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Yates attraversa la linea e non si ferma. Il massaggiatore continua a corrergli accanto, ma l’inglese continua a pedalare piano verso quel che resta di una salita che parrebbe infinita. Non potendo corrergli accanto come una volta, immaginiamo il battito del suo cuore che rallenta, il respiro che si normalizza. Fa esercizi per il collo e ancora pedala. Piano, come in una slow motion. E’ evidente che voglia essere lasciato da solo, per questo e per il fiatone, anche l’uomo del Team Bike Exchange smette di correre e lo raggiunge quando si ferma. Si scambiano uno sguardo. Simon inarca la schiena all’indietro, come quando togli lo zaino pesante. Poi scuote il capo, fa mezzo sorriso e torna indietro dove il resto dei massaggiatori aspetta i compagni. Molla la bici. E finalmente, dopo un giorno di schiaffi presi e dati, si siede per terra.

A 3,3 chilometri dall’arrivo si è reso conto che Bernal soffriva ed ha attaccato
A 3,3 chilometri dall’arrivo si è reso conto che Bernal soffriva ed ha attaccato

Un bel giorno

Ha attaccato a 3,3 chilometri dall’arrivo, dove la strada è nel bosco e la pendenza bastarda come un pugno sotto lo sterno. Se andate a riguardarvi la foto pubblicata su bici.PRO all’indomani del Tour of the Alps, vedrete che è stata scattata proprio in quel settore di salita. Bernal ha risposto alla prima botta e anche alla seconda, ma mentre Yates davanti pedalava composto, si è visto subito che la maglia rosa aveva la bocca aperta come sullo Zoncolan. Ma questa volta mancava più strada. Il momento in cui Bernal si stacca e lo vede andare via è quello su cui i più grandi giornalisti costruirebbero la storia del giorno. Ma Yates in quel momento non pensa alla storia, soltanto a spingere e dare schiaffi. Ha preso troppi schiaffi in questo Giro, che era venuto a vincere, per sbilanciarsi anche soltanto con la fantasia. E poi voi credete che su una salita così dura, forse la più dura del Giro, ci sia stato tempo per la fantasia?

Dopo l’arrivo Simon ha continuato a pedalare ed è tornato dopo 5 minuti buoni
Dopo l’arrivo Simon ha continuato a pedalare ed è tornato dopo 5 minuti buoni

Meglio col sole

«Ci siamo persi la fuga – dice – e volevo provare a vincere la tappa oggi. Quando davanti sono partiti c’erano solo 60 chilometri prima del San Valentino, la prima salita, perciò inseguire non è stato un lavoro enorme. I ragazzi hanno fatto un ottimo lavoro e io ho cercato di fare la mia parte. E’ stato un giorno davvero folle. Ma avevo buone gambe e il sole splendeva e ho avuto per tutto il giorno buone sensazioni di poter fare questa cosa».

La più dura

Ha il casco in testa con gli occhiali infilati e capovolti. Sul naso c’è ancora il cerotto per respirare meglio e attorno al collo un asciugamano di spugna azzurro gli impedirà di prendere freddo in discesa, perché i pullman sono stati parcheggiati in basso e i corridori per tornarci hanno dovuto ripercorrere la salita al contrario. E chissà che facendolo, non si siano resi conto di essersi lasciati alle spalle l’arrivo più impegnativo del Giro.

«Eravamo stati a fare la ricognizione – dice – per questo la squadra ha tirato sin dal San Valentino. Sapevamo che sarebbe stata una salita molto dura, per me la più dura della corsa. Sapevo che c’era margine per provare, così ho tentato di fare la differenza e ho guadagnato un buon tempo. Dire se potrò fare meglio, avendo più di un minuto da Caruso, che resta secondo… Se avrò gambe proverò ancora, ma adesso non mi sembra di avere molto altro da dire».

Si è seduto per terra e finalmente ha iniziato a mandare giù qualcosa
Si è seduto per terra e finalmente ha iniziato a mandare giù qualcosa

Gira la bici, corridori continuano ad arrivare alla spicciolata. Lui si avvia verso la discesa, dopo un giorno per lui migliore dello Zoncolan, in cui l’attacco gli era stato ricacciato in gola. Per la prima volta in questo Giro, ha visto Bernal in difficoltà, come per la prima volta a Prato Nevoso, Froome iniziò a minare la sua sicurezza nel 2018. Il Giro ha davanti ancora due tappe di montagna e una crono. Difficile, dopo quanto visto a Sega di Ala, dire che il tempo degli schiaffi sia finito.

Battaglin Dorelan 2021

Battaglin: «Il caldo si tollera, con il freddo si soffre…»

26.05.2021
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Lo aveva promesso, aspettava solamente l’occasione giusta per andare in fuga e quando Enrico Battaglin ha un obiettivo in mente fa di tutto per portarlo a termine. Il corridore della Bardiani CSF Faizané è uno dei più esperti della carovana anche se ha 32 anni, è quindi nel pieno della maturità. Eppure di chilometri ne sono passati sotto la sua bici…

Battaglin sa bene come interpretare un grande Giro e quindi anche tenere a bada un fattore spesso poco considerato, ma che può avere un grande peso, a volte addirittura decisivo: il clima. Come ci si gestisce se la giornata sarà calda o fredda? E’ chiaro che si parte dalle previsioni meteorologiche: «Rispetto a quando ho iniziato sono molto più precise, sai di ora in ora e di luogo in luogo come sarà il clima e quindi ci si adegua di conseguenza».

Come ci si regola nella scelta del materiale da portarsi dietro?

La squadra predispone sempre alcuni punti d’incontro con massaggiatori e addetti, dove puoi ritirare il necessario soprattutto se fa freddo. Io però sono abituato ad avere con me mantellina e guanti in anticipo perché se comincia a piovere tutti si riversano in fondo al gruppo per ritirare il necessario dalle ammiraglie e si crea molta confusione, pericolosa confusione…

Peggio il caldo o il freddo?

Sicuramente quest’ultimo, il caldo non aiuta la prestazione, ma quando ci sono acqua e freddo è durissima. A maggio una giornata di clima gelido può capitare, anzi puoi trovare gli estremi opposti nel corso della stessa edizione. A settembre-ottobre si è visto che c’è più uniformità. Poi è chiaro che per le Alpi il discorso è a parte, lì sai che troverai sempre temperature basse.

Gavia 2014 Dorelan
Il passaggio fra due muri di neve nel 2014, la tappa con arrivo a Val Martello. Vinse Quintana
Gavia 2014 Dorelan
Il passaggio fra due muri di neve nel 2014, la tappa con arrivo a Val Martello. Vinse Quintana
Qual è stata la giornata peggiore vissuta al Giro?

Quella del 2014, la scalata di Stelvio e Gavia – ricorda Battaglin – già alla partenza avevamo la pioggia, via via che andammo avanti trovammo la neve sui passi, fu davvero tremendo. Lì la mantellina non basta, servono manicotti e antivento, anche un paio uno sopra l’altro per cercare di proteggersi il più possibile. In quelle condizioni si è davvero tutti sulla stressa barca, a condividere il destino.

Il clima può essere un fattore nella strategia di squadra?

Sì, magari non per sorprendere qualcuno perché come detto le previsioni sono accurate e in possesso di tutti, ma si sa che c’è chi tollera meglio un certo clima e chi un altro.

Tu che cosa preferisci e che cosa ti aspetti ancora dal Giro?

Io mi adatto a qualsiasi tempo e credo di averlo dimostrato. Il Giro è ancora lungo e potrebbero saltar fuori altre possibilità per andare in fuga. Certo mai come quest’anno hanno tutti voglia di provarci, all’inizio è sempre una battaglia per entrare in quella giusta e io non mi tiro certo indietro.

Formolo sul Giau con il 53. A Sega di Ala cosa farà?

26.05.2021
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Oggi Formolo gioca in casa e vuole vincere: «Monterà il 54?». La battuta cade nell’imbarazzo, con Baldato e Marzano che non sanno più cosa dire. Si arriva sulla durissima Sega di Ala, ma vi siete accorti di quali rapporti spingesse il veronese domenica sul Giau? Quando ha deciso di attaccare, Davide ha messo la catena sul padellone e tutti noi, davanti agli schermi dell’arrivo e forse anche a casa, abbiamo pensato che avesse il montato il 50. Per questo, quando la corsa è finita e siamo arrivati nei pressi del pullman del Uae Team Emirates, siamo andati a guardare, ma decisamente quello era un 53. Sul Giau…

«Che cosa vi posso dire – sbottava Baldato con le mani nei capelli – manca che per la tappa di Sega di Ala gli smontiamo il deragliatore…».

La vittoria di Formolo al Delfinato 2020 con un’azione di forza
La vittoria di Formolo al Delfinato 2020 con un’azione di forza

Cadenza, cadenza…

Il tema è interessante, perché Formolo ha sempre spinto rapporti troppo lunghi sin da quando era dilettante e l’abitudine non è certo venuta meno. Solo che un conto è correre col rapporto avendo nel mirino le classiche, altra cosa voler fare classifica al Giro.

«Ci abbiamo lavorato tutto l’inverno – dice Marzano, primo diesse del team al Giro – ma sono passati troppi anni da quando è professionista per pensare di cambiarlo. Certo vederlo con il 53 sul Giau è stato abbastanza allucinante, soprattutto vedendo come andavano agili gli altri, Almeida e Nibali ad esempio. E’ dall’inverno che ne parliamo. L’anno passato è stato particolare, ma se si vuole provare a fare classifica, il segreto è salvare la gamba. Alla fine però possiamo dirgli quel che vogliamo, ma quando arriva il momento della selezione, a pedalare ci sono loro. Io alla radio non facevo che dirgli “cadenza, cadenza”, ma in certi momenti subentrano le abitudini…».

Le gambe dure

Il tema è anche che quando in montagna fa freddo e magari piove, il rapportone ti inchioda le gambe. Baldato è incredulo.

«Non si riesce a farlo andare agile – dice il vicentino, appena arrivato nel team – è più forte di lui. Mi ricordo quando l’anno scorso ha vinto al Delfinato, ha fatto un’azione di forza, ma non c’era il tempaccio di ieri. Detto questo, il Giro è la prima corsa che faccio con lui. E’ professionista al 100 per cento, ma continua a portarsi dietro questa pecca. Butta via delle belle occasioni. Io non amavo la pioggia, perché mi si induriva la gamba e per questo andavo anche più agile. Lui non vuole farlo e dice che quando attacca, deve usare il rapporto».

Alla lunga però il rapportone sul Giau lo ha sfinito
Alla lunga però il 53 sul Giau lo ha sfinito

Lo stesso dialetto

Come lo convinci uno così? Potresti montargli di nascosto il 50 sperando vanamente che non se ne accorga. Pescando nella memoria, torna a galla il lavoro fatto da Bugno nell’inverno 1993-1994, che gli permise di vincere il Fiandre, ma se il corridore non vuole, c’è poco da rincorrerlo.

«Con Davide ho sempre fatto battute – ricorda Baldato – ricordo che quando Cannondale chiuse, cercai di portarlo dalla Bmc. Abbiamo sempre parlato in dialetto, che per noi veneti è importante. Di Formolo ho sempre apprezzato la naturalezza, la spontaneità e la genuinità. Sta bene. Sega di Ala è una salita che conosce bene, metro per metro. Volete sapere che cosa gli abbiamo detto scherzando per convincerlo a starci attento? Che gli smonteremo il deragliatore…».

Roche, le bici veloci e i corridori che non frenano

25.05.2021
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Nicholas Roche ha la testa che gira più veloce delle parole. E così quando, nel giorno di riposo del Giro d’Italia, in un discorso a proposito della sua bici si finisce a parlare di quanto siano migliorati i mezzi meccanici e quali conseguenze ciò abbia sulla sicurezza in corsa, davanti a noi si apre il mondo affascinante e un po’ folle di ciò che c’è in realtà nella testa dei corridori.

«Ci hanno venduto i freni a disco parlando della sicurezza – ride l’irlandese – omettendo di dire che grazie ai dischi, ai telai sempre più aerodinamici e alle ruote velocissime, ci si spinge ancora più vicini al limite. Le discese sono pazzesche. In pianura si vola. Negli ultimi due o tre anni, c’è stato un salto di qualità pazzesco».

La cadute non sempre dipendono dagli ostacoli, ma dai corridori che non frenano
La cadute non sempre dipendono dagli ostacoli, ma dai corridori che non frenano
Anche in salita?

Anche in salita. Bernal è Bernal, ma i nuovi materiali hanno alzato le velocità anche sulle montagne e sugli strappi e ovviamente in pianura. Le bici perdonano meno errori e questo secondo me è la causa di tante cadute. Okay, le regole dell’Uci sono a volte pazzesche, ma non è sempre colpa degli altri. Gli organizzatori cercano tutte le situazioni che possano produrre spettacolo. Il ponte con il vento, messo proprio per fare i ventagli. Il tratto di strada flagellato dal vento, per lo stesso motivo. Gli organizzatori fanno la loro parte, il resto lo fanno i corridori.

Che cosa significa?

Che non freniamo. Che il livello è così alto, che anche per prendere una salita di 15 chilometri fai la volata. Devi stare in posizione, usare la squadra, non c’è posto per la prudenza. Vi racconto un aneddoto.

Prego…

Anni fa andammo da uno psicologo dello sport in Danimarca. Ci portò Riis e siccome non avevamo dietro le bici, durante il giorno facevamo palestra. Un giorno il tipo venne e ci chiese di immaginare che cosa avremmo fatto se avessimo trovato davanti un tunnel buio. Io gli risposi che avrei accelerato, lui mi rispose che la normalità sarebbe stato frenare. Deve aver pensato che fossi pazzo, ma è un fatto che ad ogni curva pericolosa, tunnel o strettoia, il corridore accelera. In gruppo c’è tanto stress che produce cadute inutili. Se la radio annuncia che dopo il Gpm c’è una discesa pericolosa, ci sono almeno 8 squadre che fanno la volata per prenderla davanti. La colpa è dei corridori che non frenano.

Quando il gruppo vede una galleria buia, secondo Roche, di solito accelera
Quando il gruppo vede una galleria buia, secondo Roche, di solito accelera
Quando dovrebbero frenare?

Avete presente le rotonde in Italia, che hanno quella specie di rientranza del marciapiede, fatta per costringere le auto a fare una semicurva e rallentare? Se sei sulla destra e ti allarghi per fare segno del pericolo, in quel poco spazio di sicuro si infila qualcuno. Se la discesa è veloce e lasci spazio davanti per sicurezza, ne trovi almeno due che si infilano e si buttano dentro.

Sempre stato così?

Diciamo che la mentalità del corridore è sempre stata questa, ma ultimamente è peggiorata. E’ l’evoluzione della gara e di chi impara dagli errori e diventa a sua volta più cattivo, stressato preciso. Se perdi una corsa perché mentre eri a centro gruppo qualcuno ti è andato via da davanti, stai sicuro che la volta dopo vorrai stare davanti anche tu. E cosa succede se 180 corridori vogliono stare davanti? Si cade. Rischiare fa parte del mestiere, basta solo essere consapevoli che tante volte ce la cerchiamo con manovre da matti.

Caro De Marchi, come stai? «Forse stasera torno a casa!»

25.05.2021
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Forse stasera De Marchi lascerà l’ospedale e tornerà a casa. Va bene che il Giro va avanti, ma non si lascia indietro chi è caduto. E così qualche giorno fa, parlando con Roberto Bressan (grande capo del CT Friuli), venne fuori che si fosse messo di mezzo proprio lui per riportare in ambulanza il Rosso di Buia da Firenze a Udine. Come si passa dalla gioia della maglia rosa all’incubo dell’ospedale? E dove la trovi la voglia di ripartire da un infortunio, se ti sei appena ripreso da quello precedente?

E così nel giorno di riposo del Giro, dopo le tappe friulane in cui Alessandro avrebbe portato via amore e applausi in quantità impensabile, abbiamo deciso di rompergli un po’ le scatole. Essere tornato a Udine ha già riportato mezzo sorriso, la prospettiva di uscire è come essere nell’ultimo chilometro, con tante curve tolgono la vista del traguardo.

Caduta avvenuta nella tappa di Bagno di Romagna e corsa a Careggi
Caduta avvenuta nella tappa di Bagno di Romagna e corsa a Careggi
Come stai?

Bene, ma non benissimo. Il viaggio in ambulanza è stato impegnativo, ma adesso sono a Udine. Ho fatto altri esami. Il polmone ha preso una bella botta, che però si assorbe da sola. La frattura della clavicola è composta e per fortuna non serve operarla. Ci sono tre costole rotte che fanno male e due vertebre incrinate per le quali c’è solo da aspettare. Hanno parlato di sei settimane di stop, spero di scendere a quattro. E spero che magari nel frattempo possa fare rulli o palestra. Insomma, non vorrei proprio fermarmi.

Ti ricordi qualcosa della caduta?

Diciamo che negli ultimi due giorni ho cominciato ad avere ricordi più chiari. Hanno sbagliato due davanti. C’era una “esse”, loro sono entrati troppo larghi e di fatto mi hanno impedito di fare la curva. Mi sono reso conto che stavo arrivando alla curva troppo veloce e che sarei caduto. Il primo ricordo di cui sono sicuro è sull’ambulanza nei minuti successivi.

Ti resta in bocca il buono della maglia rosa?

Il buon sapore c’è ancora, ma più che altro adesso c’è il nervoso di dover ripartire. I tre giorni in Friuli dopo la maglia rosa sarebbero stati ossigeno. Se posso dirlo, sono proprio incazzato. Quando caddi in Francia, ero esausto, ora sono arrabbiato.

La maglia rosa conquistata a Sestola dopo la fuga e l’attacco nel finale
La maglia rosa conquistata a Sestola dopo la fuga e l’attacco nel finale
Sei settimane significano addio a Tokyo, con quattro forse cambia qualcosa…

Il sogno delle Olimpiadi… lo rimettiamo nel cassetto, ma lo lasciamo aperto. So che avrei dovuto conquistarmi il posto in questi giorni. Conosco Davide (Cassani, ndr), so come ragiona. Cercherò di rientrare e di andare forte, poi si vedrà.

Riesci a seguire il Giro in questi giorni?

Ieri ho dato un’occhiata alla tappa, ma quando capitano certe cose reagisco chiudendo il mondo fuori. Voglio tornare a casa, speriamo sia davvero stasera.

Più messaggi per la maglia rosa o per l’infortunio?

La verità è che si sono sovrapposti e sono tantissimi. E’ continuato quello che era iniziato a Sestola. Tanto affetto, che è molto gratificante. Significa che hai lasciato un segno, è come riceverne la conferma. Ci sono momenti in cui un atleta ha proprio bisogno di questo. Tutto quello che avrei voluti a quel punto era finire il Giro e godere del bello ricevuto in quei due giorni in Friuli. Ora non vorrei che la caduta nella mia testa restasse l’ultimo ricordo del Giro.

Che cosa vuoi dire?

Non voglio che si cancelli il bello di quei giorni. Vorrei che nella mia mente l’ultimo ricordo del Giro fosse la maglia rosa.

Prenderla è stato bello, come è stato perderla?

Per come sono fatto, mi è dispiaciuto, ma sono pronto a dire che tenerla uno o due giorni di più non avrebbe fatto una grossa differenza. Ho capito immediatamente che stava sfuggendomi. Ho scollinato, indietro. Ho visto che davanti stavamo facendo i ventagli e io non sapevo che ci fosse vento. Eppure ho trovato gente che ha provato ad aiutarmi a rientrare.

Altri corridori?

Peter Sagan, ad esempio. Ci ha provato anche lui a riportarmi in gruppo ed è stato un gesto bellissimo. Si vedono i corridori che vengono da qualche anno prima, dalla vecchia scuola, che hanno vissuto il bello della Liquigas.

Due giorni in maglia rosa, per fare il pieno di amore
Due giorni in maglia rosa, per fare il pieno di amore
Dobbiamo chiedertelo, proprio perché si parla della stessa tappa: ti sei accorto delle rovine del terremoto che avete attraversato? Perché la televisione non le ha mostrate…

Me ne sono reso conto bene. Anche perché quel giorno ero da solo, facendo la discesa in maglia rosa, ma staccato. Ho visto le case distrutte, le macerie. Mi era venuto in mente anche di parlarne nel podcast di Bidon, ma poi ho parlato di altro.

Come si sta in ospedale ai tempi del covid?

Che cosa ve lo dico a fare?! Non possono venirmi a trovare. Anna (sua moglie, ndr) si è affacciata un paio di volte, ma non è stato semplice. Abbiamo avuto due settimane di emozioni molto forti, prima nel bello e poi nel brutto.

Se non altro, dopo l’incidente in Francia, sai come si fa a ripartire…

Infatti sono quasi a mio agio. Conosco tutti i passaggi. Conto di tornare a casa e essere a posto per la Vuelta. A questo punto voglio correre e correre tanto. Non voglio un’altra stagione a metà.

Pallini Nibali Dorelan

Quando le gambe parlano al massaggiatore…

25.05.2021
2 min
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L’appuntamento con il massaggiatore è un aspetto irrinunciabile nella giornata di un corridore al Giro d’Italia. Ogni giorno ci si ritrova al pomeriggio affidando alle altrui mani esperte il proprio fisico, per rimetterlo a posto dopo le fatiche della tappa del giorno e prepararlo per quella successiva. Ogni giorno la stessa storia, ogni giorno una storia diversa, come spiega il massaggiatore della Trek Segafredo Michele Pallini: «Dipende da com’è andata la tappa, che cosa prevedeva, quanto è stata impegnativa per il singolo soggetto. Non si può mai dire prima che cosa ci troveremo sotto le mani…».

Quanto dura una seduta di massaggi?

Può variare da 45 minuti fino anche a un’ora e mezza, dipende molto dall’affaticamento muscolare e dai problemi che il corridore lamenta soprattutto nelle zone della schiena e del collo, ad esempio con Vincenzo Nibali (nella foto d’apertura, ndr) c’è la necessità di un lavoro specifico sul polso infortunato che richiede tempo e delicatezza.

Quanto massaggiatori agiscono in seno alla squadra?

Dipende, normalmente si prevedono un massaggiatore ogni due corridori, ma per il capitano c’è a volte una persona specifica. Comunque più di un paio di corridori al giorno è difficile farne, anche perché a comandare sono i tempi: calcolando che si arriva alle 17, i massaggi iniziano in albergo almeno due ore dopo e quindi tocca dividere i corridori in due gruppi.

Massaggi dorelan
I massaggi sono una fase fondamentale del dopo tappa, qualche volta anche prima del via
Massaggi dorelan
I massaggi sono una fase fondamentale del dopo tappa, qualche volta anche prima del via
A quel punto come gestite i tempi?

Un primo gruppo andrà ai massaggi mentre gli altri ceneranno, poi si invertiranno le parti. Non si finisce di regola prima delle 22 quando va bene e questo incide per il recupero dei corridori. Per noi è ordinaria amministrazione, le nostre giornate non hanno soste…

Durante i massaggi si parla?

Dipende dal corridore e soprattutto da com’è andata la giornata. A me piace avere un feedback dai corridori, sapere che cosa è successo da loro, ma a dir la verità a me parlano le gambe, massaggiando i muscoli ho la percezione di com’è andata, di come sta il corridore. Se la dolenzia non è eccessiva significa che il ragazzo sta bene ed è in forma, poi molto dipende dal collo e dalla schiena. Vista qual è la situazione si consulta se necessario il medio o l’osteopata per verificare il da farsi.

Al mattino prima della tappa si procede con un massaggio supplementare?

Può capitare, in base alle condizioni del corridore, ma spesso è più necessaria l’azione dell’osteopata e l’applicazione di bende e di quei particolari cerotti del kinesio taping. L’importante è essere sempre disponibili per le più piccole esigenze dell’atleta.

Il Giau spegne la luce di Remco, che non si arrende

24.05.2021
3 min
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Di colpo si è spenta la luce. La lezione è stata ben più pesante di quanto si aspettasse. Non è dato sapere se all’interno della squadra qualcuno lo avesse avvertito che sarebbe successo o fossero davvero tutti convinti che Remco Evenepoel, al primo Giro e dopo 9 mesi senza correre, sarebbe potuto durare più di dieci giorni ad alto livello. Con un po’ di sano realismo era logico aspettarsi che il giovane e fortissimo belga si sarebbe scornato contro la durezza dello Zoncolan, sebbene continuasse a lanciare proclami di cui oggi forse s’è pentito, mentre tutti intorno sembravano non rendersi conto che il ciclismo sia più serio di così.

E se sul Mostro friulano Remco si era dovuto inchinare senza tuttavia prostrarsi, il Giau e il freddo lo hanno portato brutalmente sulla terra, infliggendogli una lezione pesante come 24’05” di ritardo, dalla quale siamo certi che uscirà più forte. Secondo alcuni si ritirerà, ma conoscendo il suo orgoglio non ne siamo convinti per niente. Remco si rimetterà in sesto e magari proverà a vincere la cronometro di Milano.

A Montalcino, con Almeida che lo aspetta, ma lui è blocccato
A Montalcino, con Almeida che lo aspetta, ma lui è blocccato

Prove di bluff

«Perdere così tanto tempo – ha detto dopo la doccia e un bagno di realismo – dimostra che non ho fatto una buona tappa e che sentivo davvero la stanchezza alle gambe. Avevo già detto prima che non avevo aspettative rientrando in gara dopo quel lungo infortunio e con solo due mesi di allenamento, non credo che qualcuno pensasse che sarei potuto essere al massimo della forma per tre settimane».

In realtà il pensiero è stato avallato da dichiarazioni belle nella loro sfrontatezza. Ma se neppure Merckx al primo Giro riuscì ad andare oltre il 9° posto e due tappe vinte, sarebbe stato a dir poco incauto pensare che Remco avrebbe potuto fare meglio, in un ciclismo che nel frattempo ha visto impennarsi il livello medio delle prestazioni.

Sul Giau si è spenta la luce: eccolo da solo, con i migliori ormai lontanissimi
Sul Giau si è spenta la luce: eccolo da solo, con i migliori ormai lontanissimi

Fattore paura

E così fra i nodi venuti al pettine e le fasi su cui lavorare, dopo la paura di Montalcino, ora c’è la tenuta sulle grandi salite. Quel giorno in Toscana, proprio al rientro da un brutto incidente come il suo (ricordate cosa ci aveva detto al riguardo la psicologa Erika Giambarresi?), Remco che non aveva mai provato le strade bianche si è ritrovato a guidare ad alta velocità la bici che sembrava scappargli di sotto. Non è stato un problema di gambe, a giudicare dai watt espressi, ma di sicurezza nella guida che il trauma precedente ha reso anche più problematico.

«E’ stato un duro colpo – ha detto – ma allo stesso tempo è un processo di apprendimento che sono sicuro mi aiuterà in futuro. Sono felice per Almeida, che ha lavorato duramente per me negli ultimi due giorni e merita di essere tra i primi 10. Quindi d’ora in avanti aiuteremo lui nelle restanti tappe per raggiungere questo obiettivo».

Almeida ringrazia. Dice di aver corso per vincere la tappa. E chissà se pensa allo sfogo di qualche giorno fa, quando accusò la squadra di averlo fermato per aspettare Remco che non andava avanti. Il giorno dopo era tutto sanato. E da qui inizia un altro Giro per la Deceuninck-Quick Step.

EDITORIALE / Se il tema è la sicurezza, noi stiamo col Giro

24.05.2021
3 min
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Era nell’aria e sembrava strano che si continuasse a sostenere che la 16ª tappa non sarebbe cambiata. Quando in mattinata si è capito che le condizioni meteo non consentivano lo svolgimento della corsa in sicurezza, gli organizzatori hanno tirato fuori dal cassetto il nuovo percorso cui evidentemente avevano lavorato nella notte. Partenza da Sacile, eliminati Pordoi e Fedaia, scalata del Giau e arrivo a Cortina. Rispetto all’osceno giorno di Morbegno dello scorso anno, un importante passo in avanti.

Questa la muova altimetria della tappa, ridotta a 153 chilometri
Questa la muova altimetria della tappa, ridotta a 153 chilometri

Per la sicurezza

L’associazione dei corridori ha posto il problema per tempo. Già ieri mattina al via da Grado si era notato un intenso andirivieni, anche se la risposta di Rcs Sport era stata la stessa difesa fino a sera: si parte e non si cambia. Gli organizzatori hanno aspettato sino all’ultimo prima di intervenire sul tracciato, ma il tema della sicurezza messo sul tappeto si è rivelato convincente. Se non si fosse agito in modo poco chiaro alle sue spalle, probabilmente Vegni avrebbe mostrato la stessa ragionevolezza lo scorso anno: quel brutto giorno se non altro è servito di lezione. A Morbegno infatti prevalse la voglia di non prendere acqua, in una tappa di pianura neanche troppo fredda. Oggi il tema era la poca sicurezza del correre in alta quota con la pioggia e temperature prossime allo zero, affrontando in queste condizioni tre lunghe discese. Valeva la pena correre il rischio?

Al via da Sacile, in ricordo di Silvia Piccini, uccisa sulla strada a 17 anni
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Il Gavia 88? Una sola salita

«Ci sono tre possibilità – questo il senso delle parole di Cristian Salvato, delegato del Cpa – possiamo correre sul percorso per com’è e sperare che vada bene. Partire e ritrovarsi come alla Sanremo del 2013, ma dove li fermi in mezzo a quelle montagne? Oppure si può scegliere di ridurre i chilometri e avere comunque una tappa vera, perché il Giau resta comunque una grande salita. Io sceglierei la terza, ma la decisione è vostra. I corridori faranno qualsiasi cosa venga decisa».

Alla riunione era presente anche Stefano Allocchio e anche lui ha dovuto ammettere di non aver mai corso una tappa del genere. E che quella del Gavia, spesso indicata ad esempio, prevedeva una sola salita e una sola discesa, non tre come oggi. E finì in un vero macello. Così alla fine il dado è stato tratto.

Pioggia dal primo chilometro: voi li chiamate rammolliti?
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Giro ancora lungo

I social non perdonano. Parecchi tifosi si sono scagliati contro i corridori, che non sarebbero più come quelli di una volta. Qualcuno ha parlato di Giro rovinato, ma forse il Giro sarebbe stato rovinato davvero se, correndo sul tracciato originale, le prevedibili cadute e il rischio di assideramento avessero tolto di mezzo attori importanti alla vigilia dell’ultima settimana che presenta ancora tre tappe di montagna e una crono. Tanto fummo duri l’anno scorso per quanto ci sentiamo di non criticare questa scelta. I corridori sarebbero partiti e sono tutti pronti a testimoniarlo. Gli organizzatori hanno agito nel segno della sicurezza. Saremo anche noi indegni dei cronisti di una volta, ma non riusciamo a vederci la vergogna.