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Un altro anno tra gli U23, la scelta coraggiosa di Petrucci

27.01.2022
6 min
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Gianluca Valoti ce lo aveva detto: «Mattia Petrucci era pronto per passare già lo scorso anno». Il veronese, classe 2000, si appresta ad affrontare il suo quarto ed ultimo anno da under 23.

Per certi aspetti oggi è considerato un “vecchietto”, ma lui lo sa bene. Questo ragazzo ha davvero le idee chiare. Le sue parole ci sono parse sempre molto ponderate. Sempre Valoti ha parlato di un corridore di sostanza. E dopo i cicloni Ayuso e Baroncini può davvero prendere in mano la Colpack-Ballan.

Petrucci, a destra, sul podio del Val d’Aosta 2021 dietro a Thompson e Garofoli (foto Giro della Valle d’Aosta)
Petrucci, a destra, sul podio del Val d’Aosta 2021 dietro a Thompson e Garofoli (foto Giro della Valle d’Aosta)
Quindi, Mattia, avevi l’opportunità di passare già lo scorso anno?

Passare, diciamo che c’era stata qualche chiacchierata effettivamente. Stavamo valutando dopo il Val d’Aosta con alcune professional italiane e non. Poi c’è stato un po’ di tentennamento. Alla fine ho preso io la decisione di fare un altro anno tra gli under 23, consapevole di tutti i rischi che questo comporta: un infortunio, la condizione che non va, un malanno… Ma sto crescendo bene, mi manca “poco” per essere il corridore che vorrei. E alla fine in accordo con il team e con i miei manager, i Carera, e consapevole che farò un calendario di primissimo ordine, ho deciso di restare un altro anno.

E che corridore vorresti essere?

Mi rifaccio sempre a quel che mi disse, Mauro Bissoli, il mio preparatore che avevo già da juniores. Lui mi ha sempre detto che per il tipo di corridore che sono nelle gare a cui punto, devo essere un cecchino. Devo essere al top per quegli appuntamenti che si cerchiano in rosso. Un po’ come ha fatto l’anno scorso Baroncini: quando ha puntato il dito difficilmente ha sbagliato.

Sei andato molto bene al Val d’Aosta (terzo): ti possiamo ritenere uno scalatore?

Ora come ora no, non mi ritengo uno scalatore. Okay, posso esserlo nella categoria under 23. Un corridore che pesa 58 chili ci sta che vada forte in salita, però non credo che io possa esserlo anche tra i pro’. Lì è tutto diverso. Ho uno spunto abbastanza veloce, gli arrivi con 5-10 corridori li devo vincere. Se l’arrivo è su uno strappo dopo una corsa dura: va bene. Se l’arrivo è in fondo ad una discesa dopo una lunga salita: ancora meglio.

Dove devi migliorare?

Devo sempre migliorare in salita, ma anche in pianura e non solo per il ritmo. Penso al vento, alle dinamiche di gruppo… Devo spendere il meno possibile. Devo essere sicuro che se arriviamo in cinque vinco. E quest’anno più di qualche volta mi è mancato davvero poco per vincere, non so un 5%. Quel qualcosina che non ho avuto in volata a San Vendemiano o al Piccolo Lombardia. Se in pianura ne avessi avuta di più, magari sarei arrivato con quel 5% di energia in più nel finale e non avrei perso la volata. E magari sarebbe anche cambiato qualcosa per il passaggio al professionismo. Il ciclismo è uno sport “del cavolo”: se fai secondo o primo cambia tutto.

In effetti…

Le squadre vanno a vedere i risultati, vogliono gente che vince. Sì, essere costanti è importante, ma loro vogliono la costanza nelle vittorie. Da quel che ho potuto constatare meglio vincere 3-4 gare, che salire 20 volte sul podio. Inoltre nella mia condizione di quarto anno se non sono capace di vincere tra gli under vuol dire che di là ti fanno del male.

Raccontaci un po’ di te… 

Ho iniziato nella categoria G6, quindi a 10-11 anni. All’inizio mi sono solo divertito. Anche se poi divertito… Nei primi quattro anni non ho fatto neanche un piazzamento! Però proprio qualche tempo fa ho contato tutti gli sport che ho provato a fare e sono stati più di 15. Oltre ai più noti come il calcio, ho provato anche il softball o l’arrampicata. Ma il ciclismo c’è sempre stato. E guarda caso è stato l’unico sport in cui all’inizio non sono andato bene. Però ci ho creduto, sono migliorato sempre un po’ e da allievo ho vinto un campionato italiano.

Boscaro (a sinistra) aiuta Petrucci a indossare la radiolina: in Colpack Mattia è rinato
Petrucci aiutato ad indossare la radiolina: in Colpack Mattia è rinato
Mattia, sei stato anche all’Equipe Continentale Groupama-FDJ: che esperienza è stata?

Ho fatto il primo anno nella General Store, volevo farlo al meglio pensando anche alla scuola. Feci con loro fino al Piva. Poi accade che un corridore della Groupama passò, venni chiamato per fare dei test in Francia e mi presero. Ci fu qualche controversia con il team di provenienza, ma tutto sommato per un anno e mezzo ho fatto una bella esperienza: corse importanti, ho vissuto da solo… Però dopo i miei problemi con il Covid qualcosa si è rotto. La Colpack-Ballan si è fatta avanti e per questo non smetterò mai di ringraziarli, a partire dal presidente Beppe Colleoni. Quando dico che qui non ci manca niente so veramente cosa significa dopo questa esperienza.

Una dimostrazione di fiducia da parte della Colpack…

Nel 2021 ho fatto la prima parte di stagione con le “mani legate”. Venivo dai problemi dell’inverno precedente appunto, mi sono dovuto mettere, giustamente, a disposizione del team e fino a maggio ho davvero fatto poco. Faticavo a finire le corse, ma la squadra mi ha sempre lasciato tranquillo. A maggio poi ho vinto una corsa e man mano, soprattutto dopo l’italiano, le cose sono andate meglio.

Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?

Il Giro U23 è un grandissimo obiettivo. Sono inserito in lista, non so con che ruolo, lo vedremo strada facendo. Non so se sarò leader ma avrò i miei spazi. E poi ci sono le prime gare internazionali di primavera che sono il mio pane.

Petrucci, veronese, ha seguito le orme della passione per il ciclismo di papà Maurizio
Petrucci, veronese, ha seguito le orme della passione per il ciclismo di papà Maurizio
Quindi ti senti più portato per le corse di un giorno?

Per ora sì. Dopo qualche tappa faccio un po’ fatica. Mentre le gare di un giorno più sono lunghe e dure e più mi piacciono.

Eppure al Val d’Aosta hai fatto terzo e stavi bene nel finale…

Ma il Val d’Aosta 2021 era solo di tre tappe. L’anno prima avevo faticato parecchio. Ho detto che per ora credo di essere per le gare di un giorno perché di gare a tappe dopo che stavo bene non ce ne sono state nella passata stagione. Poi magari salterà fuori che sarò più portato per le corse a tappe, ma per ora mi baso su quello che sono adesso: non ho dati per mostrare il contrario.

Hai le idee chiare! La tua scelta di restare un altro anno tra gli under 23 è coraggiosa. Come hai detto te è rischiosa, ma magari potrai arrivare al professionismo dalla porta principale del WorldTour…

Quello è l’obiettivo. Sono consapevole che arrivare in una WorldTour da quarto anno è difficile. Per riuscirci devo vincere. Se avessi fatto i risultati di questa stagione da primo o secondo anno sarei già passato, tutti cercano l’astro nascente. Però è anche vero che da juniores ho vinto parecchio e nelle prime stagioni da under ho avuto dei problemi fisici: magari questo conterà. Certo, già lo scorso ho iniziato la stagione, quasi da “vecchio” accantonato, ma io ero sicuro di me stesso. Sapevo di poter contare su una super squadra e so che quest’anno il team potrà aiutarmi. In Colpack-Ballan sanno della mia situazione, della mia età, che corridore sono e che faccio la vita da atleta al 100%.

Belleri, futuro alla Biesse-Arvedi (che torna continental)

26.08.2021
5 min
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Michael Belleri, bresciano della Biesse Arvedi, si sta mettendo in mostra in questa sua ultima stagione da under 23. Il colpo di pedale è ottimo e la condizione è ormai affermata, così Michael, passista-scalatore, si sta mettendo in mostra. Non sa ancora quale sarà il suo futuro ma la fiducia non gli manca, fiducia nei suoi compagni e nel team cremonese, ormai la sua seconda casa. Scambiamo due parole con lui, spaziando tra gli ottimi risultati ottenuti e le lacrime versate sul percorso di Capodarco, quando a causa di una caduta non è riuscito a dare il suo contributo alla squadra.

A Castelfidardo Belleri conquista il Gp Santa Rita, la sua prima vittoria
A Castelfidardo Belleri conquista il Gp Santa Rita, la sua prima vittoria
La vittoria al GP di Santa Rita te l’aspettavi?

La rincorrevo da un po’, era da tanto che andavo forte ma per troppa foga o mancato tempismo la vittoria non arrivava. Quella di Santa Rita è stata il coronamento di mesi di lavoro duro e di grandi sacrifici, sullo strappo finale ho agito di rabbia e istinto, quelli che mi sono mancati negli appuntamenti precedenti.

Questo spiega l’emozione che non sei riuscito a contenere a Capodarco.

A Capodarco volevo riconfermarmi, non con un altro primo posto ma con una bella prestazione per i miei compagni. Una caduta ha compromesso tutti i miei obiettivi e quelli della squadra, quelle lacrime erano per loro, volevo essere utile e ripagare gli sforzi della gara precedente. 

Ma come sei caduto? Eravate appena partiti…

Da appena 10 chilometri, mentre stavo risalendo il gruppo, sono caduto. Un incidente strano, perché si stava andando molto forte visti i continui scatti per portare via la fuga. Io ero sul lato sinistro della carreggiata, c’erano molte macchine parcheggiate. Nel momento della frenata sono stato scaraventato su questo veicolo fermo. Mi sono fatto molto male, davvero tanto (un trauma facciale, dolore alle costole e alla spalla destra, ndr). Sono risalito in bici ma dall’ammiraglia mi hanno fermato subito. 

Una reazione spontanea che però mi fa pensare a quanto sia forte il legame nella Biesse Arvedi.

Sì, siamo una famiglia, sembra una frase scontata ma è davvero così, la squadra è composta da 16 ragazzi ma divisi tra pista e strada. Io passo molto tempo e faccio molte gare (viste le caratteristiche fisiche ndr) con Bonelli, Ciuccarelli e Carboni. Con loro e Javier Serrano ho corso il Giro d’Italia U23, facendo prima un ritiro di due settimane al Sestriere e successivamente a Livigno per preparare questa seconda parte di stagione.

Ecco, visto che ne hai parlato, il Giro d’Italia U23 com’è andato?

Bene, l’obiettivo era prendere la maglia verde (quella del Gpm, ndr) poi Ayuso è stato troppo forte ed è arrivato un secondo posto. A dire il vero sono stato anche un po’ sfortunato, la penultima tappa, quella di Nevegal, la nona, ero a due punti da lui ed ero pronto a giocarmela ma anche lì son caduto e non ho raccolto punti. Mi sono visto sfumare l’obiettivo davanti agli occhi.

Al Giro d’Italia U23 ha indossato la maglia verde, poi vinta da Ayuso (foto Instagram)
Al Giro d’Italia U23 ha indossato la maglia verde, poi vinta da Ayuso (foto Instagram)
Ti sei comunque messo in mostra però, anche in vista della prossima stagione

Ho indossato la verde per qualche giorno e sono stato spesso in fuga, su nove tappe in linea sono andato tre volte in avanscoperta. Sicuramente mi sono fatto notare, ma non ho timori per la prossima stagione, mi vedo ancora qui.

Perché?

La Biesse Arvedi si scinderà e la Biesse tornerà una Continental come nel 2020. Per questo dico che mi vedo qui, sto bene e so che un posto per me ci sarà sempre con questi colori.

Avevi già assaporato il professionismo correndo qualche gara lo scorso anno?

A causa del Covid ho corso meno del previsto con i pro’, tuttavia ho corso il Trofeo Laigueglia e il Giro dell’Appenino, diciamo che ho già fatto un antipasto al tavolo dei grandi. 

E che sensazioni hai avuto?

Belle, positive, sono andato forte, anche se i pro’ vanno al doppio (scherza Michael, anche se sembra consapevole delle proprie qualità, ndr).

A proposito del Covid, vedo che hai corso meno rispetto al solito, causa pandemia o scelta?

Diciamo scelta obbligata. Ad inizio stagione c’erano poche gare, si parla di 3 gare al mese a marzo e aprile, di conseguenza è aumentato il periodo di preparazione. Ora invece ci sono molte gare, 9-10 al mese ed il lavoro fatto inizialmente viene ripagato da una condizione sempre di livello medio-alta. Considerando che ho fatto anche Giro Under 23 e dell’Emilia, corse a tappe di 10 e 4 giorni, avrò messo insieme una trentina di giorni di gare.

Belleri è un classe 1999. Il prossimo anno resterà alla Biesse (foto Tosoni)
Belleri è un classe 1999. Il prossimo anno resterà alla Biesse (foto Tosoni)
Cosa preferisci? Corse a tappe o gare di un giorno, visto che vai forte in entrambe…

Io sono un passista-scalatore, quindi mi piace correre ovunque, mi viene difficile cercare di far classifica viste anche le mie caratteristiche di attaccante puro. Ecco il motivo per cui punto alle varie classifiche “secondarie”, questo tipo di tattica mi permette di gestirmi e di non essere sempre a tutta anche nelle gare a tappe. Ci sono giorni dove l’obiettivo è conservare la gamba ed in gruppo mi si vede appena, mentre altri sono sempre all’attacco, ma mi piace correre così, non mi risparmio mai quando serve.

Vivi in una terra piena di ciclisti, molti corridori si allenano dalle tue parti (lago di Iseo), ti alleni con loro o preferisci la solitudine?

Mi alleno spesso con gruppetti più o meno numerosi, ci sono tanti dilettanti e professionisti con cui condividere la fatica. In gruppo mi diverto e passa di più il tempo, ma penso che ogni tanto bisogna anche staccarsi e allenarsi da soli, così si impara ad ascoltare il proprio fisico e la propria mente.

Pavarini: «Nel futuro di ExtraGiro non solo le gare»

30.07.2021
5 min
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Dici ExtraGiro e subito pensi al Campionato mondiale di Imola 2020. Oppure alla prima gara, Warm Up, che ha siglato il ritorno alle competizioni dopo il lockdown. O ancora al Giro U23… Ma non ci sono più solo le corse nei progetti di Marco Pavarini, bensì emerge anche una forte sensibilità nei confronti del territorio e un nuovo modo d’interpretare la bici (e le sue potenzialità) su cui la sua società, Clinic4, sta riversando grandi energie.

ExtraGiro è ormai un grande gruppo organizzativo, che trova in Marco Pavarini, appunto, e Marco Selleri i loro leader. Eppure questo team così dinamico, così forte, viaggia verso una decisa evoluzione.

Marco Pavarini, direttore generale di ExtraGiro
Marco Pavarini, direttore generale di ExtraGiro

Un lavoro mostruoso

Con Pavarini si parte da quanto fatto in questi ultimi anni. Recenti numeri hanno mostrato una mole pazzesca di lavoro solo nell’ultimo semestre: 19 giornate di gara, 29 villaggi di tappa, oltre 500 collaboratori, 3.000 pasti e 12.000 litri di acqua distribuiti “on the road” e oltre 220.000 chilometri percorsi dai mezzi della carovana.

«Quest’ultimo anno – racconta Pavarini – è stato un vero tour de force. Ma ci eravamo posti degli obiettivi, come far tornare a correre i ragazzi, e li abbiamo raggiunti. Farlo è stato come cavalcare un vero fiume in piena! In 11 mesi abbiamo organizzato 40 giorni di gara. Se pensate che ogni giorno di competizione richiede un arco lavoro di circa un mese…

«E’ nell’indole umana tendere a dimenticare le cose brutte e forse non ci ricordiamo bene come eravamo messi un anno fa: incertezze, Dpcm, chi doveva esserci e poi non c’era… Ciò nonostante abbiamo organizzato, tra le altre cose, due Giri U23, un mondiale, un campionato italiano. Adesso abbiamo bisogno di rifiatare un po’».

Pavarini parla della grande difficoltà che c’è ad organizzare in Italia. Delle complicate relazioni con le amministrazioni locali, dei tanti dubbi, della necessità di garantire la sicurezza totale, di quanto sia complicato ottenere la chiusura delle strade.

«Una gara dovrebbe essere una festa, sempre. Noi abbiamo dimostrato, credo, che si possono fare le cose fatte bene anche in emergenza».

Ganna alla partenza della crono tricolore dello scorso giugno
Ganna alla partenza della crono tricolore dello scorso giugno

«Nulla è scontato»

«Sul lato agonistico – riprende Pavarini – dobbiamo capire come il sistema vuol leggere le gare e vedere come la Federazione vuole impostare il lavoro. Noi, per quanto riguarda il Giro U23, abbiamo ancora un accordo di un anno. E’ un lavoro che ci piace ma dobbiamo capire dove e come muoverci. Dopo cinque anni, molti volontari non ci sono più. Sono ruoli che andrebbero “professionalizzati”. Tante figure o ce le hai o le devi formare e non è facile. Per 170 atleti che corrono al Giro U23 ci sono 400 persone che vi lavorano dietro. Noi vogliamo organizzare, ci piace farlo, ma vogliamo farlo nel modo giusto… e col nostro stile. Diciamo che per il futuro nulla è scontato».

I gruppi organizzativi in Italia non sono molti. Il maggiore è Rcs, una corazzata in confronto ad ExtraGiro o alle gare che fanno capo al Gs Emilia per intenderci. In ExtraGiro la formazione del personale è centrale. L’idea è di dare un lavoro certo a chi fa parte dell’organizzazione e di determinati progetti.  Non deve esserci il volontario di turno per capirci che non ha certezze sul proprio futuro o il pensionato. E quando si ha del personale qualificato, i risultati si vedono. E in tal senso, lo possiamo confermare anche in prima persona, il Giro U23 è stata la cartina tornasole: una macchina organizzativa pressoché perfetta, ma anche dinamica (curatissimo “l’ufficio”, in sella lato della parola, mediatico).

Obiettivo: migliorare l’uso quotidiano della bici (foto Bike Italy)
Obiettivo: migliorare l’uso quotidiano della bici (foto Bike Italy)

Verso il futuro

E allora come si potrà evolvere Extragiro?

«Stiamo guardando molto a progetti in cui la bici sia al centro di tutto. Con la mia agenzia per esempio, abbiamo fatto uno studio dal quale è emerso che il 60-70% dei lavoratori ha un tragitto casa-lavoro sui 5 chilometri, al massimo 8. Una distanza che addirittura scende a 3 chilometri in Veneto. Ecco, noi vorremmo cercare di cambiare tutto ciò. Vorremmo che almeno il 50% di queste persone anziché prendere la macchina prendessero la bici».

Certo non è facile, si tratta di un progetto molto ampio.

«Noi ci rivolgiamo – spiega Pavarini – a due soggetti principali: le aziende e le amministrazioni. E’ una sfida molto importante ma che abbiamo già iniziato e per la quale servono persone ad hoc, come degli ingegneri. Per esempio abbiamo formato dei mobility manager. Abbiamo fatto due corsi di formazione, abbiamo affiancato i comuni per quel che riguarda in toto le piste ciclabili: mappatura, segnaletica, come poterle migliorare… E lo stesso abbiamo fatto con le aziende per conoscere le abitudini dei personali: come si muovono i dipendenti per andare a lavoro? E’ un progetto anche culturale. Per esempio con Zucchetti abbiamo sviluppato un software in cui vengono monitorati i chilometri fatti in sella, il risparmio di Co2 emessa, le prenotazioni di una bici… Come si fa con le flotte delle auto a noleggio».

L’inaugurazione della Ciclovia Food Valley in occasione della 4ª tappa del Giro U23
L’inaugurazione della Ciclovia Food Valley in occasione della 4ª tappa del Giro U23

Mobilità sostenibile e gare

A questo punto siamo noi che facciamo mente locale e ripensiamo in particolare al giorno della crono di Sorbolo Mezzani-Guastalla al Giro U23. Quel giorno, prima del via, venne inaugurata la ciclabile Food Valley Bike. Vi fu anche un banchetto con prodotti locali. E la gara transitò sulla stessa pista poche ore dopo. Durante il Giro U23 si è partiti presso aziende legate al territorio e altre alla bici, si è toccato punti turistici meno noti… ecco che tutto improvvisamente diventa più chiaro. La bici, anche quella agonistica, può veicolare il territorio e una certa cultura anche nella mobilità. Un qualcosa che fino a quel momento si era percepito inconsciamente, ma che adesso trova una sua “concretezza”.

«Beh mi fa piacere lo abbiate notato – conclude Pavarini – quello fu un buon “prodotto”, un giorno importante: usare il ciclismo agonistico per promuovere una ciclabile. Ma tutto ciò non basta. Gli devi dare continuità, per questo è importante avere personale formato, amministrazioni e aziende consapevoli. Insomma non vorremmo che passata la settimana europea della mobilità sostenibile in cui tutti fanno i bravi, poi si torna in macchina come niente fosse».

Vandenabeele, due podi al Giro U23: il WorldTour lo aspetta

18.06.2021
4 min
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Volto disteso, sguardo da adolescente che vuole conquistare il mondo e una grande maturità nel parlare. E’ questo il rapido quadro che descrive Henri Vandenabeele, il ragazzino belga che per il secondo anno di fila è sul podio del Giro U23. Dopo il secondo posto dell’anno scorso, ecco il terzo di quest’anno.

Sulla sua strada ha incontrato due veri fuoriclasse: Tom Pidcock e Juan Ayuso. Sono davvero pochi i ragazzi che vantano due podi nel “Giro baby”. Tra queste “perle rare” figura anche un certo Marco Pantani, il quale ha il record: terzo, secondo e primo tra il 1990 e il 1992.

Vandenabeele nella crono di Guastalla ha chiuso al 31° posto. Deve lavorare molto su questa specialità (da Instagram)
Vandenabeele nella crono di Guastalla ha chiuso al 31° posto. Deve lavorare molto su questa specialità (da Instagram)

Crono difficile

«Sono contento di come sia finito e di come sia andato il mio Giro – ci ha detto Vandenabeele – Io penso che la tappa di Campo Moro sia stata la più importante per me. E’ lì che si è deciso il podio. Quando Johannessen (Tobias, ndr) ha attaccato ho capito che lui ed io eravamo ad un certo livello e Ayuso ad un altro».

Quando arrivò, quel giorno, Henri era affaticato ma al tempo stesso disteso in volto come chi sa di aver dato tutto, ma non poteva proprio fare di più. Come a dire: “ragazzi, io il mio l’ho fatto”. E infatti dopo aver vinto la volata per il terzo posto fu il primo a complimentarsi con i compagni di scalata, a partire dall’inglese Gloag.

«Non credo di aver avuto mai una vera brutta giornata in questo Giro – riprende il belga – semmai la tappa più dura è stata la cronometro. Ho avuto qualche difficoltà contro il tempo perché non sono abituato a correrle, specie così lunghe. E’ stata la mia prima cronometro nella categoria U23 quest’anno. La squadra però mi è sempre rimasta vicino e questo ha agevolato molto la mia corsa. Anche l’ultimo arrivo in salita è stato molto duro, ma i miei compagni hanno fatto un ottimo lavoro per tutto il giorno e hanno cercato di lanciarmi al meglio nel finale. Li ringrazio per come hanno corso questo Giro U23».

Henri (a destra) con Gloag pochi istanti dopo l’arrivo di Campo Moro: il belga si complimentò subito con l’inglese
Henri (a destra) con Gloag pochi istanti dopo l’arrivo di Campo Moro: il belga si complimentò con l’inglese

Verso il WorldTour

E di questo grande lavoro ne sa qualcosa Gianmarco Garofoli, che ha tirato moltissimo e si è sempre messo al servizio del Development Team Dsm. Che Henri fosse il capitano lo si sapeva. La Dsm ha puntato su di lui sfilandolo alla Lotto Soudal durante l’inverno. E lo ha fatto anche correre già tra i grandi con la prima squadra. Un qualcosa che è già successo alla Coppi e Bartali, ma anche alla Freccia del Brabante, al Tour of the Alps…

«E’ stupendo correre con i pro’ – riprende Vandenabeele – Sono state belle esperienze. Mi sono messo al servizio della squadra, come ho fatto al Tour of the Alps dove ho lavorato per Bardet e Hindley cercando di osservarli bene. Ma ho anche avuto un po’ di spazio per me, come nell’ultima tappa in cui sono arrivato undicesimo. Anche alla Coppi e Bartali ho avuto un po’ di spazio nell’ultima tappa. Ma quando spingono forte ti rendi conto che sono ad un altro livello.

«Qual è il mio terreno preferito? Sono uno scalatore, senza dubbio, magari non puro ma il mio terreno è la salita e ho visto che quelle lunghe mi piacciono. Adesso correrò i campionati nazionali (nel week-end, ndr) e poi farò un piccolo periodo di riposo perché poi tornerò in Italia per il Val d’Aosta e poi andrò in Francia per il Tour de l’Avenir. E dal prossimo anno passerò con il team WorldTour».

Vandenabeele in testa a tirare per la Dsm al Tour of the Alps
Vandenabeele in testa a tirare per la Dsm al Tour of the Alps

Testa bassa e pedalare

Vandenabeele è un cavallo di razza. Il fiammingo appartiene alla categoria dei “bimbi fenomeni”, magari non è un “super bimbo” alla Ayuso, ma fa parte degli osservati speciali. Il suo percorso di crescita è più graduale, senza grandi exploit, ma ha mostrato una buona costanza di rendimento. E anche il passaggio alla Dsm ha segnato un bel cambiamento. Nel nuovo team è seguito in modo diverso rispetto alla Lotto, con una presenza più marcata della squadra anche nel quotidiano.

Henri segue un corso a distanza di management dello sport, ma la strada maestra è quella del ciclismo. E Vandenabeele è consapevole che ne deve fare tanta, di strada appunto, specie a crono. La posizione vista verso Guastalla non è male ma si deve migliorare, soprattutto per chi come lui punta a fare classifica.

Prima di congedarci lo “provochiamo” e gli chiediamo se sia il nuovo Remco Evenepoel. Lui sorride e taglia corto: «Io il nuovo Remco? Non scherziamo, al Giro di “Remco” ce n’era uno e quello era Auyso!». 

Amadori sul Giro U23: «Bene per le tappe, meno per la classifica»

17.06.2021
5 min
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Partenza da San Vito al Tagliamento, mancava solo l’ultima frazione che andava appunto da questa località in Friuli a Castelfranco Veneto. Sotto un sole finalmente estivo (anche il Giro U23 come quello dei grandi ha preso la sua bella dose di pioggia) era tempo di tracciare un bilancio con il cittì degli U23, Marino Amadori.

Un bilancio, lo anticipiamo, positivo. Soprattutto se si pensa a come doveva andare. Lo stesso Amadori (giustamente) non aveva lanciato urli di battaglia o sperato in grandi successi.

Gianmarco Garofoli tra i più attivi in assoluto del Giro U23: ha tirato moltissimo per la sua Dsm
Gianmarco Garofoli tra i più attivi in assoluto del Giro U23: ha tirato moltissimo per la sua Dsm

Marino, da come dovevamo partire a com’è andata c’è stata è bella differenza…

Beh, sul discorso delle tappe direi che è andata benissimo. E non solo per le vittorie, ma per il loro complesso: ho visto tanti e tanti atleti, e le squadre stesse, che hanno corso questo Giro in modo aggressivo. Non hanno subito la corsa, si sono proposti con fughe e controfughe. 

Quattro vittorie per gli italiani, se pensiamo che solo Ayuso se ne è portate via tre…

Esatto, abbiamo vinto quattro bellissime tappe. E lo ammetto è stato un po’ inaspettato. Per quel che riguarda la classifica invece forse è mancato qualcuno che avevo pronosticato. Però c’è anche stata qualche novità. Abbiamo visto un Alessandro Verre molto bravo, un Davide Piganzoli spesso davanti e lui è un primo anno. Lorenzo Milesi, anche lui giovanissimo, sta venendo fuori molto bene. E poi c’è stato un ottimo Gianmarco Garofoli che praticamente ha tirato per tutto il Giro. Ho visto tanti primo anno andare bene e darsi da fare e questo mi fa molto piacere. Ah Riccardo Ciuccarelli, quasi dimenticavo: lui ha vinto una grande tappa. Nella classifica generale abbiamo un sesto, un nono, un decimo… insomma parecchi ragazzi messi bene. Siamo sulla strada giusta.

Andrea Pietrobon con Renzo Boscolo. Il corridore del Ctf non ha reso quanto ci si aspettava
Andrea Pietrobon con Renzo Boscolo. Il corridore del Ctf non ha reso quanto ci si aspettava
Si parlava di nomi che un po’ sono mancati, ci vengono in mente tre ragazzi su tutti: Frigo, Pietrobon e Zambanini…

Vedo che siete attenti! Ognuno di loro ha una scusa. Che poi scusa… una valida motivazione direi. Pietrobon e Zambanini non sono usciti bene dall’altura: era troppo freddo a Livigno. Il livello atletico mostrato non è il loro. Frigo (con Amadori nella foto di apertura, ndr) invece si porta dietro gli strascichi di una caduta al Giro di Rodi e adesso ha paura. Scollina davanti con i primi cinque e in fondo ha un minuto un minuto e mezzo di ritardo, come è successo giù dal Valles. Purtroppo ha questa difficoltà e mi auguro che la risolva presto e non diventi un problema serio. E gli altri due, come detto, purtroppo hanno fatto un avvicinamento che non ha dato i suoi frutti, anzi li ha penalizzati. Però la stagione non finisce qui: dopo il Giro d’Italia ci sono tante belle corse. 

Tasto crono: ti aspettavi la vittoria di Filippo Baroncini?

Mah, sicuramente è un atleta in crescita. Lui fa parte di questi giovani che non sai dove possono arrivare. Filippo per primo non lo sa. E forse è anche giusto che sia così. Ogni anno deve mettere su un tassello e lui lo ha fatto. E’ anche veloce e in salita non va piano. Di conseguenza diventa un ragazzo molto importante anche in prospettiva della nazionale.

Prima hai nominato Garofoli, che giudizio dai sulla tattica di corsa della Dsm?

Eh – allarga le braccia Amadori – non mi pronuncio! Posso dire che hanno corso come se avessero loro la maglia rosa. Tiri forte per cercare di mettere in difficoltà Ayuso? Se ti va bene arrivi secondo o terzo. Forse non hanno visto come andava…

La Aran Cucine – Vejus è tra le piccole squadre che hanno tenuto botta contro team più attrezzati
La Aran Cucine – Vejus è tra le piccole squadre che hanno tenuto botta contro team più attrezzati

Colpack, Dsm, Uno-X… hanno dominato. Sembra di vedere Ineos, Deceuninck e Uae nel WorldTour in cui agli altri restano solo le briciole. Insomma un bel gap dalle altre, anche grandi come General Store, Palazzago…

Un po’ si sapeva. Il Giro d’Italia è una grande corsa. D’altra parte è così quando presenti 17 squadre straniere di questo livello. Ed è giusto che lo sia. Il Giro d’Italia deve essere una vetrina importante per i nostri migliori under 23. Si dà ai nostri ragazzi una grande occasione di confronto. Ci sono squadre molto attrezzate a livello mondiale che fanno regolarmente gare 1.1, 2,1 2.2… quando vengono a fare queste manifestazioni sono “cattive” e hanno dei corridori talentuosi. E purtroppo i nostri team dilettantistici, ma anche continental, hanno qualche difficoltà ad essere competitivi. Tuttavia questa è la strada se vogliamo crescere.

Però un ragazzo che fa parte di team più piccoli e deve confrontarsi con questi squadroni cosa deve pensare? Dice a sé stesso che non ce la farà mai o deve avere come obiettivo quello di approdare in uno quegli stessi team?

Innanzitutto devono riuscire a finire Giro d’Italia U23, come hanno fatto del resto, e per questo faccio i complimenti a tutti loro: davvero bravissimi. Da qui devono imparare a vedere i loro coetanei a che livello sono. Devono avere uno stimolo in più per fare le cose al meglio a casa, per fare certi allenamenti anche più intensi è più “cattivi”. Il livello internazionale è questo. Però abbiamo visto che si possono fare bene le cose anche essendo “piccoli”. La squadra dell’Emilia-Romagna per esempio ha vinto una tappa con Cantoni, ha preso la maglia rosa. Un team che seppur dilettantistico è ben organizzato. Quando hanno potuto non hanno subito la corsa. E per me è tanta roba.

Nevegal a Voisard che prima studia… e poi firma autografi

11.06.2021
4 min
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Forse non se lo aspettava neanche lui, Yannis Voisard, di firmare autografi in cima al Nevegal. Una bambina del Velo Club Bassano più coraggiosa dei suoi compagni dalla parte opposta della strada gli chiede la firma sul Garibaldi del Giro U23. I due fanno amicizia e alla fine è lui che chiede il nome a lei!

Lo svizzero si è preso la tappa numero nove, la più difficile. E lo ha fatto con un’azione che è quasi difficile da definire: da finisseur? Da scalatore? Da velocista? Per come ha vinto potrebbero andare bene tutte. Yannis è magrissimo, dopo l’arrivo si butta a terra stremato. Il primo a complimentarsi con lui è Alois Charrin. «Gli ultimi 200 metri non finivano mai», gli dice Voisard mentre sorseggia l’ormai classica lattina di aranciata. Una botta secca a due chilometri dall’arrivo e ciao a tutti.

Colpack e Dsm in testa al gruppo nelle prime fasi (foto Isola Press)
Colpack e Dsm in testa al gruppo nelle prime fasi (foto Isola Press)

Attacco programmato

Ma Voisard non è nuovo al Giro U23, era qui anche lo scorso anno. E anche lo scorso anno fece bene, finendo sesto nella generale. Dopo stasera è settimo. E’ uomo di fondo. Esce alla distanza. Ed è uno di quei classe 1998 che ha beneficiato della “proroga Covid” che consente la partecipazione degli “U24”.

«Oggi è stata durissima – racconta Voisard con un sorriso grosso così – Questa mattina avevamo programmato l’attacco. Abbiamo pensato di fare come ieri, cercando di entrare nella grande fuga ritenendo fosse buono anche per la generale. Era importante provarci. Abbiamo tentato sul primo colle (il Passo Valles, ndr) ma non andava perché dietro la Colpack pedalava forte. A quel punto ho deciso di starmene tranquillo in gruppo per risparmiare le forze per il finale. Ed è andata bene.

«Nel primo passaggio sul Nevegal ho studiato bene la salita. L’ho trovata subito interessante perché andava su a strappi ed era importante trovare il momento giusto per l’attacco».

Yannis Voisard (svizzero) vince la Cavalese-Nevegal, alle sue spalle Ayuso e Tobias Johannessen (foto Isola Press)
Yannis Voisard (svizzero) vince la Cavalese-Nevegal (foto Isola Press)

Leggero ma potente

Voisard è molto disponibile. A chi gli chiede se e con chi passerà professionista lui glissa, ma di certo un atleta così non resterà a secco. Almeno si spera…

«Per ora – dice lo svizzero – voglio fare bene nelle prossime gare: intanto mi aspettano il campionato nazionale la prossima settimana e il Tour de Savoie-Mont Blanc, che è una gran bella corsa per gli scalatori, e poi un po’ di riposo. Tornerò a Lenzerheide per l’altura a metà luglio».

Scalatore sì, ma Yannis è anche potente. E quando glielo facciamo notare lui annuisce con il capo. Su una salita del genere non si vince solo perché si è magri e filiformi come lui. Il Nevegal, almeno dal versante affrontato dalla corsa, non è una salita da scalatori puri, specie in un arrivo tanto tirato. Yannis viene dalla regione del Jura, ovest della Svizzera e lì le grandi montagne non mancano, quindi di salite se ne intende. E si è visto. 

«Mi piacciono le salite così irregolari. Perché sono potente? Negli allenamenti uso spesso la bici da crono, ma faccio anche degli sprint: in questo momento è importante essere il più completi possibile. E c’è da lavorare molto. Specie a crono».

Edoardo Sandri del Cycling Team Friuli è stato il primo italiano all’arrivo della nona tappa, quinto posto per lui
Edoardo Sandri (Cycling Team Friuli) è stato il primo italiano all’arrivo della nona tappa, quinto

Livello stellare

«Ho partecipato anche al Giro d’Italia dello scorso anno – continua Voisard – ma quest’anno credo che il livello sia più alto. Più alto nel suo complesso, non solo Ayuso (che oggi è anche scivolato ed ha forato, ndr), ma ci sono tanti corridori molto forti. Noi l’anno scorso siamo riusciti a correre prima del Giro ed era un vantaggio, avevamo fatto qualche gara in Svizzera. Quest’anno invece tutti sembrano super motivati e super allenati e di conseguenza il livello ne risente. E poi anche il percorso è più complesso: duro e con due tappe in più e questo conta molto, specie per quel che riguarda il recupero. No, non è stato facile quest’anno».

Prima di lasciarlo andare alle premiazioni gli chiediamo se ha un mito, se si ispira a qualche campione. Ci pensa un po’ e poi spara forte: «Mi piaceva Alberto Contador per il suo stile e il suo modo così offensivo di correre». 

Il sorso amaro degli “sconfitti”, nel giorno del tris di Ayuso

09.06.2021
4 min
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A Campo Moro vince ancora Juan Ayuso. Lo spagnolo della Colpack-Ballan fa tripletta ma i suoi avversari non si può dire che non ci abbiano provato. Già dal mattino avevano le idee chiare. Chi doveva fare la tappa era visibilmente più concentrato di chi invece partiva per arrivare nel tempo massimo o non aveva particolari velleità di gara. Healy e il suo compagno Gloag, erano tra coloro che avevano qualcosa da giocarsi e infatti erano sfingi. Qualche ora dopo però faranno parte, di nuovo, degli “sconfitti” di giornata.

Anche se ci vuole coraggio a chiamare sconfitti questi ragazzi che si trovano a lottare con una maglia rosa in tali condizioni e hanno corso una tappa da veri protagonisti.

Ayuso sigla il tris a Campo Moro (foto Isola Press)
Ayuso sigla il tris a Campo Moro (foto Isola Press)

Dsm tenace, Healy distrutto

La Dsm Development in particolare ha sempre tenuto sotto controllo la fuga. Non gli ha mai lasciato troppo spazio, un po’ come abbiamo visto fare alla BikeExchange nel Giro dei grandi quando cercava la vittoria con Simon Yates. I tedeschi volevano portare Henri Vandenabeele (a sinistra nella foto di apertura) davanti ai piedi della lunga salita finale.

«Abbiamo messo due uomini a tirare – spiega Garofoli mentre chiede dell’acqua dopo l’arrivo – per controllare la fuga e ridurre poi il distacco. Abbiamo sempre fatto il ritmo. Io poi ho fatto l’ultimo uomo in salita. Mi sono spostato quando mancavano 7 chilometri alla fine più o meno, per lanciare Henri. Ma contro un Ayuso così è dura. A proposito quanto ha preso Henri?».

Spieghiamo al laziale che il compagno ha fatto terzo a circa un minuto. Lui allarga le braccia e infila la maglia lunga.

Intanto alle sue spalle sfila Thomas Gloag (quarto di giornata), della Trinity Racing, forse il più stremato ai 2.000 e passa metri di questa strada all’ombra del Bernina. Va detto però che l’irlandese è stato anche il primo a complimentarsi con Vandenabeele per la buona scalata condotta insieme, seppur una scalata fatta ad inseguire.

Dsm in testa a fare il ritmo (foto Isola Press)
Dsm in testa a fare il ritmo (foto Isola Press)

Il sorriso di Vandenabeele

E il fiammingo, al via da Cesenatico considerato tra i favoriti, ci ha provato. Ha forzato, ha cercato di resistere all’affondo di Ayuso, ma poi si è dovuto “arrendere”. Dopo l’arrivo era però sorridente.

«Penso che il mio team oggi abbia fatto un lavoro incredibile per me – spiega il belga – E’ stata una tappa molto dura. Ho provato a resistere dopo l’accelerazione del ragazzo colombiano (Jesus Pena Jimenez, ndr) e di Auyso, ma poi loro avevano un passo troppo forte per me.

«Mi vedete sorridere? E cosa dovrei fare? In questo momento è così: Ayuso è più forte. Io posso solo promettere che continuerò a provarci. Veniamo da tappe difficili e altre difficili ne restano. Posso lottare per il podio e questo deve diventare il mio obiettivo».

Alla fine la sua analisi benché fatta a caldissimo è forse la più corretta: per ora è così. Si può solo continuare a dare il massimo.

I gemelli norvegesi, Tobias (in primo piano) e Anders Johannessen
I gemelli norvegesi, Tobias (in primo piano) e Anders Johannessen

Vichingo coraggioso

Mentre i corridori continuano a sfilare sotto l’arrivo di Campo Moro che molto ricorda quello di Ceresole Reale al Giro 2019, tra gallerie, rocce, nevai, dighe e stambecchi… anche il norvegese Tobias Johannessen si concede al massaggiatore. Lui fa parte degli “sconfitti” illustri. Come i suoi colleghi già citati era qui per vincere il Giro U23. Maglia aperta, il vichingo sembra non sentire freddo. Chiede una lattina di aranciata e resta lì, dietro all’arrivo, più di altri. Rispetto a Vandenabeele però lui ride meno, molto meno.

«Fin qui è stato per me un Giro molto duro e oggi c’era da fare una salita lunghissima – racconta Tobias con gli occhi semichiusi – Ho finito un po’ dietro, ma di più proprio non potevo fare».

Tobias è senza dubbio colui che sta cercando di attaccare di più l’asso spagnolo. Anche ieri aveva provato a scappare nella discesa del Selvino approfittando della pioggia e strappando qualche secondo alla maglia rosa a San Pellegrino Terme in volata. Oggi però li ha ripresi e, con gli interessi, pur arrivando quinto.

«E’ molto difficile, se non impossibile battere Auyso adesso – conclude il norvegese – Juan dovrebbe avere delle giornate no. Il podio è certamente il mio obiettivo, ma voglio vincere, almeno una tappa, ci proverò sempre e vediamo cosa succederà».

Cannonata di Baroncini: re della crono, rosa sfiorata

06.06.2021
4 min
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Una vera cannonata è stata la cronometro di Filippo Baroncini. Una cannonata come quella che avrebbe potuto sparare il mitico carro armato che vegliava il passaggio della quarta tappa del Giro U23 in quel di Brescello, il paesino della Bassa famoso nel mondo per la saga di Don Camillo e del sindaco Peppone. Il programma di questa domenica di giugno prevedeva infatti una cronometro individuale di 25,4 chilometri da Sorbolo Mezzani a Guastalla.

E i suoi colpi il corridore della Colpack li ha sparati bene e forte. Che Filippo stesse bene lo si era visto già nella seconda frazione, quella di Imola, nella quale era arrivato quarto aiutando il compagno Ayuso (per lo spagnolo fu tappa e maglia). E anche ieri sulle colline romagnole si è mostrato in condizione, tirando per molti chilometri, Barbotto incluso. E lui non è certo uno scalatore puro. Ma da qui a pensare che potesse vincere la crono ce ne passa…

Strada piatta e spesso stretta verso Guastalla, specie nella prima parte sulla ciclabile
Strada piatta e spesso stretta verso Guastalla, specie nella prima parte sulla ciclabile

Una lunga giornata

Al mattino Filippo, così come i suoi compagni, è andato in ricognizione sul percorso. Lo avevano studiato sui file Gpx, ma solo stamattina c’è stato il primo contatto sul campo. La prima parte era davvero tecnica. Si pedalava nella pista ciclabile Food Valley, inaugurata proprio dalla corsa rosa: 80 chilometri piatti come un biliardo da Parma a Busseto, tra cultura ed enogastronomia. Ma oggi i corridori di Valoti e Bevilacqua non avevano tempo per godere di tali prelibatezze. Le curve andavano affrontate a tutta, limando i millimetri e sfruttando tutti i 3,5 metri di “larghezza” della carreggiata. Insomma c’era da guidare. 

E Baroncini lo ha fatto alla perfezione. Partito con grandissima decisione, si è capito subito che il piglio era quello giusto. Il romagnolo spingeva a testa bassa. In alcuni tratti, in cui la strada scendeva impercettibilmente, riusciva a mulinare bene il 56×11. Così bene che alla fine precedeva di 36 centesimi l’irlandese Ben Haely, campione nazionale contro il tempo. Un’impresa.

Le giovani leve accolgono i girini a Brescello
Le giovani leve accolgono i girini a Brescello

Tanto lavoro

Un’impresa sì, ma non nata dal nulla. Valoti spiega che a Livigno i suoi ragazzi hanno lavorato molto con la bici da crono, ci hanno fatto dei lavori specifici. Sapevano dell’importanza di questa tappa. 

«Ho fatto una crono fantastica, non pensavo ad una prestazione simile – dice Baroncini, neanche 21 anni – Sono partito forte e ho tenuto. Dispiace per la maglia rosa. Eh sì, perché era quello l’obiettivo principale: ha il suo fascino, sei sempre in prima fila… Però quando sono salito sulla rampa mi sono detto: io ci provo. Ho dato tutto. Di crono ne ho fatte poche finora, specie così tirate. Però la condizione c’è. All’intermedio di Brescello ero quarto e da quel che mi hanno detto avevo 25” di ritardo, poi da lì ho spinto al massimo. Sì dai: mi sono ben gestito, sono andato in progressione.

«La prima parte – riprende Baroncini – era un po’ tecnica e c’era anche molto vento laterale. Era difficile guidare, ma in quello sono bravo. Poi passato l’intertempo ho spinto. Vedevo il computerino sempre sui 57 all’ora, mai sotto i 50 e con punte di 63 all’ora. Andavo sulle 95 pedalate e il 56×11 dopo Brescello non l’ho più tolto. Merito delle Sfr fatte a Livigno. Lassù con Fusi non abbiamo sbagliato niente».

Baroncini (21 anni ad agosto) con la sua cagnolina Chloe
Baroncini (21 anni ad agosto) con la sua cagnolina Chloe

Chloe ride

Certo viene da sorridere. La frazione più temuta, anche da Amadori, si è rivelata vincente per un italiano. Man mano che i “bestioni” del nord Europa terminavano alle spalle di Baroncini, l’impresa prendeva quota. E anche lui sulla hot-seat quasi non ci credeva. E accarezzava con sempre maggior vigore la sua cagnolina!

«Si chiama Chloe! I miei genitori mi hanno fatto una sorpresa, mi sono venuti a vedere e me l’hanno portata».

In ottica classifica generale, Baroncini rifila oltre mezzo minuto al compagno di squadra Auyso che perde la maglia rosa. La generale adesso è questa: primo l’inglese Ben Turner, secondo Baroncini a 1”, terzo il pericolosissimo danese Anthon Charmig a 15″ e quarto lo spagnolo Juan Ayuso a 16″. Va detto però che Ayuso è stato vittima di una noia meccanica: ha corso quasi tutta la gara con la sella più bassa. Gli è sceso il cannotto.

Il successo di Bonelli a Cesenatico è nato in pista

05.06.2021
4 min
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Il Giro d’Italia U23 questa mattina è ripartito da Cesenatico. Si affrontava in pratica il percorso corto della Nove Colli. Partenza dalla zona del Porto Canale con i ragazzi che sono sfilati via sotto gli occhi tra gli altri di Tonina, mamma di Marco Pantani. A piombare di nuovo su Cesenatico è stato un drappello di otto corridori. Un ritmo infernale. E’ volata. Sembra il terreno ideale per Luca Colnaghi e invece il guizzo finale, alla Caleb Ewan, è quello di Alessio Bonelli della Biesse-Arvedi.

La partenza della terza tappa del Giro U23 da Cesenatico
La partenza della terza tappa del Giro U23 da Cesenatico

Dalla pista al Giro

Il suo direttore sportivo, Marco Milesi, è euforico. Sotto al palco si vuol godere la premiazione. Sono momenti importanti.

«Se ce lo aspettavamo? “Ni”… ne parlavo giusto poco fa con Davide Cassani: fino alla scorsa settimana questo ragazzo era a girare in pista a Fiorenzuola ed ora eccolo qua a vincere una tappa del Giro U23.

«Ha fatto bene nell’ultimo periodo anche su strada – riprende Milesi – ha colto un undicesimo, poi un dodicesimo, era sempre lì, costante. Era in crescita e lo vedevo. Una delle ultime volte che era in pista ero presente con il cittì Marco Villa. Vedevo che Alessio andava “in caccia” con gente importante, Lamon, Bertazzo, Scartezzini e che non aveva problemi a dargli i cambi. E così di botto faccio a Marco: io lo porto al Giro. E lui: sì, sì portalo!».

La Colpack controlla la corsa: le previsioni di Milesi erano esatte
La Colpack controlla la corsa: le previsioni di Milesi erano esatte

Poco conosciuto

Bonelli ha sfruttato anche il fatto di essere “poco conosciuto” su strada. E forse questo lo ha un po’ agevolato nella volata sull’immenso rettilineo finale di Cesenatico. Eppure non è del tutto nuovo ai piani alti delle classifiche. Lo scorso anno Alessio, infatti, ha vinto la classifica finale della ripresa post Covid ad ExtraGiro.

«Eh sì – riprende Milesi – tutti credevano che avesse vinto Colleoni, invece Bonelli aveva fatto un sacco di punti nelle gare su pista, aveva disputato la prova in Mtb e aveva colto un piazzamento nella volata finale su strada con arrivo nell’autodromo. E infatti oggi Colnaghi è partito lungo e Alessio lo ha “sverniciato” negli ultimi metri anche per questo: sia perché era meno controllato che per le sue doti da pistard. Lui in pista fa un po’ tutto. Era nel quartetto juniores e fa anche l’Omnium».

Marco Milesi studia il Garibaldi prima del via
Marco Milesi studia il Garibaldi prima del via

Tattica perfetta

«Devo dire però – dice Milesi – che i ragazzi hanno giocato bene le loro carte nel finale. Nel drappello degli otto c’era anche Michael Belleri che ha anticipato un pelo e ha costretto gli altri a partire lunghissimi, ad inseguire. Stamattina avevamo pianificato di attaccare perché la tappa si prestava alle fughe. In più contavamo sul fatto che la Colpack corresse in un certo modo, cioè che controllasse (per Ayuso, ndr) e lasciasse andare la fuga. E così è andata, tanto che ad un certo punto la fuga aveva tre minuti. Alessio che non è uno scalatore è stato bravo a tenerli, soprattutto sul Barbotto. Lì si è sfilato un po’. Ha perso 100 metri ma è rientrato in un attimo. Quindi è stato intelligente a gestirsi».

Suggestiva foto dell’arrivo. Bonelli precede Colnaghi e Cervellera
Suggestiva foto dell’arrivo. Bonelli precede Colnaghi e Cervellera

Ritmo e salite

Bonelli è di Botticino, in provincia di Brescia, da quest’anno Milesi lo segue anche nella preparazione. Le sue salite di allenamento sono il Polaveno, Valdestino e per vincere al Giro, tanto più al termine di una frazione così impegnativa, bisogna comunque andare forte anche quando la strada sale, non basta avere lo spunto del pistard.

«E’ cresciuto molto quest’anno. Con il fatto delle Olimpiadi Villa ha lavorato di più con i grandi, giustamente, quindi Bonelli è stato chiamato in causa di meno. Andava in pista solo una volta a settimana e sfruttavamo questa sessione per fare ritmo e infatti è migliorato su strada. Poi ricordiamoci che parliamo di un “ragazzino”, deve ancora compiere 20 anni. Però è molto scaltro: ha occhio, sa tenere le posizioni. Si difende bene un po’ dappertutto e ha un bel motore. Al Liberazione, per intenderci, lui era in fuga all’ultimo Giro. 

«No, no… – conclude Milesi – è da un po’ che pedala bene. Avevo già deciso di portarlo un paio di settimane prima del Giro U23, ma gliel’ho detto solo dopo l’ultima sessione in pista a Fiorenzuola. Alessio preparati che vieni al Giro! Gli si illuminavano gli occhi. E secondo me ancora non ha realizzato cosa ha vinto».