La Tirreno di Ballerini: solo fatica o anche lavoro buono?

13.03.2023
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Alla Tirreno si fatica di brutto. E se magari le prime due tappe in linea sulle strade toscane hanno concesso il tempo per tirare il fiato, la tripletta dalla quarta alla sesta e poi la stessa tappa conclusiva di San Benedetto del Tronto con i suoi 1.700 metri di dislivello hanno segnato le gambe dei corridori. Le tappe e il freddo in cui si è corso nel giorno di Sassotetto. E così la corsa, che solitamente veniva utilizzata da alcuni corridori per fare la gamba in vista della Sanremo, ha forse cambiato profilo e funzione.

Nel WorldTour dal Covid in poi non ci sono più gare di preparazione e tantomeno da prendere sotto gamba. Resta da vedere poi in che modo metabolizzare certe fatiche, come spiegava sabato Davide Ballerini sul traguardo di Osimo. Piegato sul manubrio, cercando l’ispirazione per togliersi dal rettilineo di arrivo e tornare al pullman.

«Tutte queste fatiche – diceva – sono a buon fine? Vedremo. Sono stati tre giorni difficili, anche se è stata dura dall’inizio. Percorsi sempre impegnativi, tappe da cinque ore e passa. Ho cercando di tenere più duro possibile ogni giorno. Poi quando le gambe non me lo permettevano, ho cercato di fare gruppetto. I dati in corsa si guardano relativamente, si cerca sempre di dare il massimo per la squadra. Se poi sarà stato utile, ve lo dirò il mese prossimo…».

Nel giorno di Sassotetto, quinta tappa, Ballerini è stato in fuga
Nel giorno di Sassotetto, quinta tappa, Ballerini è stato in fuga

Prima la Sanremo

Ballerini ha la preferenza scritta nel nome, ma prima della Roubaix che gli mangia i sogni, è atteso sabato prossimo alla sfida di Sanremo, in cui si vede di supporto per Alaphilippe più che primo attore.

«Non sto male – spiegava – anche se oggi (sabato, ndr) ho pagato la fuga di venerdì verso Sassotetto. Però da metà gara sono stato molto meglio e speriamo sia il segno della condizione che sta crescendo. Se così sarà, è quello che volevo perché quest’anno punterò tutto sulle classiche. La settimana di avvicinamento sarà nel segno del recupero. Voglio riposare e recuperare le forze il più possibile fino a Sanremo. Non parliamo della Milano-Torino né di sopralluoghi sul finale della Sanremo. Sono stato a farci un giro il mese scorso. Ho visto bene le discese e so quanto sia importante recuperare bene. Non è una gara facile. Dopo 300 chilometri serve energia. Ovviamente vedremo come sta Alaphilippe. Il mio spazio semmai me lo devo un po’ procurare. Lo avrò solo se riesco a scollinare, ma non sarà facile».

Dopo la tappa di Foligno, Ballerini assieme ad Alaphilippe
Dopo la tappa di Foligno, Ballerini assieme ad Alaphilippe

Corsa d’attacco

Nello stesso giorno di Osimo, la trenata di Van Aert sul Muro di Costa del Borgo ha fatto vedere che anche la condizione del grande belga è in crescita, per cui si va delineando una Sanremo nel segno degli attaccanti, più che bloccata a logiche da velocisti. L’eco delle vittorie di Pogacar dalla Parigi-Nizza rafforza questa sensazione.  Ma Ballerini oppone le mani, come a rifiutare l’invito e chiarisce il suo punto di vista.

«Nella mia testa c’è la Roubaix – ha ribadito prima di sparire fra i corridori alla volta dei pullman – sempre la Roubaix, senza nulla togliere alla Sanremo. Bisogna anche essere realistici, si vedrà sabato se riuscirò a scollinare davanti. Di sicuro in quel caso non mi tiro indietro, però vediamo come sta la squadra, come sta “Loulou”. Sappiamo che lui può fare la differenza come gli è già successo. Quindi vediamo: abbiamo più di una carta da giocarci». 

Tafi a Ballerini: la Roubaix si vince così…

13.01.2023
6 min
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«E’ arrivata l’ora di puntare veramente in alto. Sembra difficile da dire, ma il mio sogno è uno e resterà sempre quello: la Roubaix. Cercherò di provarci fino in fondo, anche se bisogna che i satelliti si allineino nel punto giusto e al momento giusto. Però finché non ci credi, di sicuro non si avvererà mai nulla».

Con questo destino scritto nel nome, Davide Ballerini ha iniziato la settima stagione fra i professionisti. E come accade ogni volta che ci soffermiamo sullo strano incrocio, il ricordo di Franco torna a galla. Questa volta abbiamo bussato alla porta di Tafi, amico e anche rivale.

Ottobre 2022, Davide Ballerini ha appena vinto la Coppa Bernocchi e festeggia con Alaphilippe
Ottobre 2022, Davide Ballerini ha appena vinto la Coppa Bernocchi e festeggia con Alaphilippe

Il San Baronto nel mezzo

I due vivevano sulle pendici opposte del San Baronto: Casalguidi per Franco, Lamporecchio per Andrea. Quel monte è un confine naturale, con i campanilismi ciclistici contrapposti capaci di scatenare vere e proprie contese. Gli ultimi alfieri sono stati forse Visconti e Nibali, ma questa è un’altra storia.

Ballerini e Tafi furono compagni di squadra alla Mapei, in tante campagne del Nord e anche nelle due Roubaix vinte dal Ballero. Nel 1995, Tafi chiuse in 14ª posizione. Nel 1998 fu secondo, mentre terzo si piazzò Peeters, anche lui della Mapei e oggi direttore sportivo di Ballerini (foto di apertura).

Quando poi Ballerini lasciò la Mapei, fu la volta di Tafi che nel 1999 vinse la Roubaix. Mentre nel 2002, l’anno dopo il ritiro di Franco, vinse il Fiandre.

I due hanno trascorso la carriera insieme. Qui al Grand Prix Breitling del 1998, cronocoppie in Germania
I due hanno trascorso la carriera insieme. Qui al Grand Prix Breitling del 1998, cronocoppie in Germania
Tafi dà consigli a Ballerini su come vincere la Roubaix… Non ti sembra un po’ strano?

Abbastanza (ridacchia, ndr). Però fa tornare un po’ indietro negli anni, quando era Franco che dava consigli a me. E’ un modo strano per ricordare un grandissimo amico, con cui davvero ho condiviso periodi indimenticabili, in cui ci osservavamo l’un l’altro per capire come stessimo lavorando.

Perché la Roubaix, come forse solo la Sanremo, si attacca così tanto al cuore di certi corridori?

La Roubaix è la corsa di un giorno più bella e più impegnativa al mondo. Con tutto quello che si può dire sui sassi e il fatto che è fuori dal tempo, è la più bella. Anche Bettiol quest’anno vuole puntarci. Ha corso su quelle strade al Tour ed è tornato innamorato. Non è per tutti, servono attitudine, motivazione e voglia. Però poi è la corsa che ti può dare il timbro di campione. Se vinci la Roubaix o il Fiandre entri a far parte di un circolo piuttosto esclusivo.

Aprile 1999, da solo con la maglia tricolore: arriva la vittoria con una vera impresa
Aprile 1999, da solo con la maglia tricolore: arriva la vittoria con una vera impresa
Ballerini ha 28 anni, quanta esperienza serve per poterla vincere?

Fino allo scorso anno, avrei risposto in un modo. Poi però è arrivato Sonny Colbrelli che l’ha vinta al primo tentativo. Il ciclismo è cambiato moltissimo, sembra che gli anni passati dai miei tempi siano pochi, ma sono venti ed è cambiato il mondo. Noi parlavamo di esperienze da fare, oggi arrivano e sono subito pronti. Poi magari non dureranno allo stesso modo, ma io ho vinto il primo Monumento a 30 anni, il Lombardia. Evenepoel ha vinto la Liegi a 22, poi anche la Vuelta e il mondiale. Magari a 30 anni avrà già detto tutto, chi lo sa?! Per questo credo che anche Ballerini ormai sia pronto per puntare in alto.

Come te e Franco, avrà una bella concorrenza interna, che non è banale…

Non è affatto banale. La Mapei di allora che poi diventò Quick Step ha avuto dall’inizio la forte impronta per le classiche e grandi campioni per vincerle. Però a volte la concorrenza è meglio averla in casa che fuori, perché sai quale tattica faranno quei tuoi compagni così forti, che poi in corsa potrebbero diventare avversari.

La Roubaix del 1995, la prima di Ballerini. La seconda arriverà nel 1998 (foto di apertura)
La Roubaix del 1995, la prima di Ballerini. La seconda arriverà nel 1998 (foto di apertura)
Come si fa a essere corretti e anticipare gli altri?

La prima cosa che dovrà fare Ballerini sarà farsi trovare pronto. E poi serve programmazione, la Roubaix non si improvvisa in 15 giorni. Devi prepararla e analizzarla con tutta la squadra.

Ci ha raccontato che l’anno scorso ha bucato due volte nella Foresta: la fortuna è così predominante?

La fortuna incide con una percentuale molto alta, ma alcune volte dipende dalle situazioni. Dal meteo, perché se c’è acqua non vedi bene le buche. Si fora perché magari prendi la traiettoria sbagliata e impatti male con le pietre, ma a volte sei costretto a farlo. Quando sei in gruppo, come nell’Arenberg, non hai troppa libertà di cambiare direzione. Certo due forature nella Foresta magari dicono anche altro.

Ballerini, doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Ad esempio?

La prima può succedere per quello che ci siamo detti. La seconda potrebbe dipendere da errori dati dal nervosismo e dall’ansia di recuperare. Se buchi due volte lì dentro, sei spacciato.

Un italiano in un team belga ha gli stessi spazi?

E’ chiaro che a parità di valore, la squadra potrebbe preferire il corridore belga. Però Lefevere è un grande professionista e sa quello che deve fare: chi ha la condizione migliore ha un occhio di riguardo e la protezione di quel gruppo così forte.

Si parlava di amore per la Roubaix e proprio tu nel 2018 hai provato a correrla di nuovo 13 anni dopo il ritiro. Perché?

Nel profondo c’era il richiamo della Roubaix. Insieme era anche il modo di fare capire quanto sia cambiato il ciclismo, a partire dalle bici. Proprio le forature rispetto a una volta sono un’altra cosa. Adesso per un po’ puoi continuare, prima ti fermavi sul ciglio e aspettavi l’ammiraglia. Se era fra le prime, forse ti salvavi, altrimenti addio. Sarebbe stato bello far vedere che la fine della carriera non è la fine del ciclismo, ma si può continuare a praticarlo stando bene fino ai 50 anni e anche oltre. E lo avrei dimostrato nella corsa che ho più amato.

Si va avanti ancora a lungo, ne faremo un altro articolo: promesso. Si parla intanto del Borghetto Andrea Tafi che si è ripreso dopo le chiusure per la pandemia. Delle tre ore in bici fatte ieri all’ora di pranzo, quando c’è più caldo. Di Bettiol, cui darà altrettanti consigli e anche qualcosa di più, essendo il compagno di sua figlia Greta. E di sicurezza stradale. I campioni di prima avevano il gusto di approfondire e raramente i loro addetti stampa usavano la clessidra.

Vogliamo risentire presto l’urlo di Ballerini

09.01.2023
6 min
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Alla fine dell’anno scade il contratto e a settembre Ballerini compirà 29 anni. Il tempo passa, le vittorie sono arrivate, ma i sogni restano più in alto. Il suo è legato indirettamente e involontariamente al cognome che porta, quasi un’eredità ineluttabile.

«E’ arrivata l’ora di puntare in alto – dice Davide con una punta di nostalgia – sono quasi vecchio. Durante la presentazione guardavo le date di nascita degli altri ragazzi e ti rendi conto che gli anni volano. Allora bisogna puntare veramente in alto. Sembra difficile da dire, ma il mio sogno è uno e resterà sempre quello. Cercherò di provarci fino in fondo, anche se bisogna che i satelliti si allineino nel punto giusto e al momento giusto. Però finché non ci credi, di sicuro non si avvererà mai nulla».

Davide Ballerini è nato il 21 settembre 1994 a Cantù. E’ alto 1,83 per 77 chili
Davide Ballerini è nato il 21 settembre 1994 a Cantù. E’ alto 1,83 per 77 chili

La legge di Lefevere

La Soudal-Quick Step in lui ha fiducia, ma lo sapete com’è fatto Lefevere. Arriva sempre il momento in cui tira la riga e si mette a far di conto. E la sensazione, parlandone con Ballerini è che il primo a sentirsi poco soddisfatto sia proprio lui. Tanto più che andare a giocarsi le classiche del Nord in una squadra come la Soudal-Quick Step significa sottoporsi più o meno indirettamente a certi trials.

«Andare su con questa squadra – conferma – è importante. Partiamo in 8 e, di questi, almeno 6-7 si possono giocare la vittoria. Non è facile. Vista dall’esterno, capisco tanta gente che dice: “Eh, ma lì non puoi giocarti le tue carte quando vuoi”. Non è vero, bisogna saper sfruttare l’attimo. Bisogna essere in forma e ovviamente quando sei in forma la squadra lo vede e fa la gara per te».

Omloop Het Nieuwsblad 2021: Alaphilippe e Stybar lavorano per Ballerini. Arriva così la vittoria in volata
Omloop Het Nieuwsblad 2021: Alaphilippe e Stybar lavorano per Ballerini. Arriva così la vittoria in volata
E’ legge uguale per tutti?

La Omloop Het Nieuwsblad del 2021 l’ho vinta perché la squadra ha fatto la gara per me. Sapevano che ero in condizione, io sapevo di star bene ed ero convinto di vincerla. A 20 chilometri dalla fine ci siamo messi d’accordo tutti quanti. Io stavo bene e si è deciso di fare la gara per Ballero: per questo siamo arrivati in volata ed è andata bene. Non sempre quando sei consapevole di poter vincere una gara la vinci. Però le possibilità te le danno anche qua. Questo è poco ma sicuro. E poi c’è un’altra cosa molto importante…

Qual è?

Noi cerchiamo di arrivare al top della condizione in blocco. Quindi siamo tutti e otto competitivi. Da Tim Declercq che tira dal primo chilometro e anche gli altri che fanno i lavori che non si vedono durante la gara. Quindi sta all’onestà del corridore mettersi a disposizione se sa di non essere al 100 per cento. Come ho fatto io all’Amstel l’anno scorso. Sapevo che era la mia prima gara dopo i problemi con l’influenza e mi sono messo a disposizione. Ho fatto il mio lavoro e questo è molto importante.

Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Siete davvero un gruppo di amici?

Tutti quelli che corrono insieme a me li considero miei amici. Correndo insieme ai belgi, leghi molto di più. Abbiamo un feeling diverso e più tempo stiamo insieme, più il Wolfpack prende forma. Anche tutti questi ritiri servono a cementare la squadra. Dopo l’inizio di stagione, andrò ancora con la squadra per preparare le classiche. Ci saranno quei 5-6 che sanno di fare quasi tutte le classiche, quindi potevo andare in ritiro anche dove volevo io, ma ho preferito restare con loro. E’ molto importante fare gruppo.

Hai parlato del rientro all’Amstel dopo l’influenza: che cosa ti è successo nel 2022?

Sono stato spesso male. Ho iniziato al Saudi Tour e ho preso il Covid. Vabbè, può capitare. Sono andato in ritiro e ho fatto 20 giorni di clausura sul Teide. Sono tornato, ho fatto la Tirreno e subito dopo mi sono ammalato per la prima volta. Ho deciso di saltare la Sanremo e ho fatto Harelbeke. Sembrava che stessi bene, invece dopo due giorni sono ricaduto e ancora adesso non so perché. Magari non avevo recuperato bene, ho accelerato i tempi per le classiche e da lì sono rimasto fuori fino all’Amstel. Ci sono andato per mettere un po’ di ritmo nelle gambe. Ho lavorato per gli altri, la gamba c’era. La Roubaix infatti è iniziata bene, benissimo direi.

Dopo aver partecipato ai mondiali strada di Wollongong, eccolo a Cittadella in quelli gravel
Dopo aver partecipato ai mondiali strada di Wollongong, eccolo a Cittadella in quelli gravel
Racconta…

Sono riuscito a entrare nella fuga buona, ero nel momento giusto al posto giusto. Invece ho bucato nel punto peggiore, a metà della Foresta. Ho bucato due ruote, ho dovuto cambiarle, poi è stato tutto un rotolamento verso il basso. Diciamo così…

Dopo un’annata così storta, l’inverno è più carico di attese?

Di sicuro sono consapevole che i mezzi per far bene li ho. Devo solo credere un po’ più in me stesso. D’inverno si mette una grandissima base per quanto riguarda la stagione. Bisogna lavorare bene e non strafare. Io vado spesso in condizione velocemente. Quindi, dato che i miei obiettivi sono le classiche e non l’inizio stagione, dovrò cercare di andar forte più avanti. Anche perché se ci si arriva con una condizione che non è al 100 per cento, non è facile migliorare e tantomeno recuperare. Ogni tre giorni c’è una gara, bisogna gestire bene il calendario… 

Che vuol dire essere 100 per cento alle classiche?

Vuol dire se non sei almeno al 100 per cento, se ci arrivi che sei al 90, prendi il via nella prima gara, diciamo Harelbeke, e già non recuperi bene. Essere al 100 per cento vuol dire anche recuperare perfettamente quello che spendi durante ogni gara. E non è facile farlo durante queste classiche, perché il dispendio di energie è veramente impressionante. Soprattutto ultimamente, le gare di un giorno stanno diventando una cosa folle. Andiamo sempre più forte. La fuga va via, ma magari dopo un’ora e mezza. Il livello del gruppo si è alzato.

La Bernocchi è stata la penultima corsa del 2022 e anche la 2ª vittoria di stagione
La Bernocchi è stata la penultima corsa del 2022 e anche la 2ª vittoria di stagione
Da cosa si capisce?

Mi è capitato di vedere il Lombardia in televisione e sul Ghisallo sono rimasti 40 corridori. Sentivo certi telecronisti dire che non stavano andando forte, quando invece non c’erano differenze perché andavano tutti forte. Il livello medio si è alzato moltissimo e per questo bisogna fare tutto al 110 per cento. Se alle classiche arrivi con la condizione ottimale, riesci a mantenere e recuperare. Se invece non sei al top, dipende da quello che ti manca. Se manca un po’ di ritmo, fai una classica e lo trovi.

Dopo le classiche farai il Giro?

Tirerò una riga dopo la Roubaix e decideremo con la squadra. Sono nella rosa dei 10 e il Giro è sempre fantastico. Mi metterò a disposizione della squadra, soprattutto con uno come Remco, che ha dimostrato di saper fare delle belle cose. E’ cresciuto molto mentalmente e crescerà ancora. Sì, ce la metterò tutta per partecipare al Giro.

Quanto è dura per i giovani italiani? Discorsi con Bramati

14.10.2022
5 min
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Nell’ultimo editoriale avevamo fatto una riflessione secondo la quale molti giovani stando spesso al servizio dei capitani non hanno attitudine con i finali di corsa. Non hanno quello spunto tattico che gli consente di vincere o semplicemente di non sbagliare. Per fare un esempio, Pogacar al Fiandre commette un pasticcio in volata, al Lombardia si ritrova in una situazione simile, ma grazie anche a quell’esperienza non si fa cogliere in castagna.

Ma in generale, i giovani che militano nel WorldTour sono spesso adombrati dai campioni e poiché non ci sono squadre totalmente italiane tutto ciò riguarda di più i “nostri” ragazzi. 

Davide Bramati (classe 1968) ha corso fino al 2006 ed è subito salito in ammiraglia
Davide Bramati (classe 1968) ha corso fino al 2006 ed è subito salito in ammiraglia

Parla Bramati

Ne abbiamo parlato con Davide Bramati, direttore sportivo di stampo moderno, che è alla guida di uno dei team più titolati, la Quick Step-Alpha Vinyl. Nella sua squadra per esempio ci sono due dei talenti italiani più forti, vale a dire Davide Ballerini e ancora di più , vista la sua età, Andrea Bagioli. 

«Io – spiega Bramati – credo che le opportunità alla fine ci siano per tutti. Poi bisogna analizzare stagione per stagione. Parlando di Ballerini e Bagioli quest’anno non sono mai stati al 100%, hanno avuto parecchia sfortuna tra cadute, Covid e quest’ultima influenza che li ha debilitati non poco. Per esempio Ballerini aveva vinto ad inizio stagione, poi aveva ritrovato il successo in estate e quando iniziava a stare bene è caduto a Burgos non arrivando al meglio al mondiale. Ha iniziato a stare bene quando la stagione era finita.

«Facendo un discorso generale, nelle squadre più grosse ci sono grandi campioni e chiaramente c’è più possibilità che i giovani debbano mettersi a disposizione. Un giovane che passa deve sapere che può fare il gregario, ma deve mantenere quello spirito, quella voglia di vincere che aveva da dilettante. Poi ripeto, alla fine le possibilità vengono date a tutti».

Bramati insiste molto sul fatto che negli ultimi anni il Covid abbia condizionato moltissimo la situazione. Racconta che loro, che sono una squadra votata alle classiche, specie quelle del Nord, spesso hanno avuto difficoltà a mettere insieme sei corridori anche per il pavé. Una situazione simile non avvantaggia nessuno, men che meno i giovani.

Giro 2021: Ganna tira per Bernal… Molti reclamarono: la maglia rosa avrebbe meritato più rispetto
Giro 2021: Ganna tira per Bernal… Molti reclamarono: la maglia rosa avrebbe meritato più rispetto

Come Ganna

In apertura abbia parlato del fatto che i ragazzi italiani possano pagare più dazio rispetto ad altri. Facciamo un discorso generale, non relativo solo alla Quick Step-Alpha Vinyl. Oltre a Bagioli e Ballerini, pensiamo a Oldani, Conca (in apertura mentre tira per la Lotto Soudal), Aleotti, Tiberi, Covi… Ecco, Alessandro nonostante abbia già ottenuto buoni risultati, quando ci sono Pogacar o Almeida, deve mettersi a disposizione.

Rota e Pasqualon si sono salvati un po’ meglio perché corrono in un team in cui il loro peso specifico è maggiore.

Ma in generale tutti questi corridori (e altri) quanta fatica hanno fatto per trovare il loro turno? Di certo in un team del tutto italiano avrebbero qualche difficoltà in meno. Quantomeno sarebbero più tutelati. Ricordiamoci quando Ganna in maglia rosa e campione mondiale a crono dovette mettersi a disposizione di Bernal.

E’ anche vero che il ciclismo è cambiato e spesso anche i super campioni lavorano per i compagni, però da lì a fermare una maglia rosa italiana al Giro… ce ne vuole.

E quanti giovani che magari non hanno il “mega motore” di Ganna, o non sono cronoman che possono mostrare il loro valore individualmente, rischiano di restare nascosti? Passa una stagione, ne passano due ed ecco che un potenziale campione rischia di non fiorire del tutto.

Andrea Bagioli, al lavoro per Alaphilippe. Andrea è tra i giovani più promettenti del nostro ciclismo
Andrea Bagioli, al lavoro per iAlaphilippe. Andrea è tra i giovani più promettenti del nostro ciclismo

Se fatica Bettini…

Lo stesso Paolo Bettini, per esempio, forte di due mondiali e correndo alla Quick Step, non potè mai del tutto puntare al Giro delle Fiandre in quanto chiuso dell’enfant du pays, Tom Boonen. C’era sì, ma non con tutta la fiducia del team. Bramati all’epoca era un corridore di quella corazzata.

«Però – racconta Bramati – se è vero che c’era gente come Boonen, è anche vero che Bettini viste anche le sue caratteristiche puntava forte sulle Ardenne. E arrivare al top dalle classiche del pavé alle Ardenne è lunga. E comunque l’anno che vinse la Sanremo ci ha provato.

«E poi c’è un’altra cosa da dire. Se vuoi provare a vincere un Fiandre, prima devi fare altre corse sul pavé. E fare quelle corse significa per forza di cose rinunciare ad altre gare. Magari se punti alle Ardenne vai al Paesi Baschi: strappi, salite, ritmo, maltempo…».

A inizio stagione Covi ha avuto spazio. Al Giro fino quando c’è stato Almeida ha aiutato. Poi ha sfruttato al massimo le sue possibilità
A inizio stagione Covi ha avuto spazio. Al Giro fino quando c’è stato Almeida ha aiutato. Poi ha sfruttato al massimo le sue possibilità

Ragazzi pronti

Prima Bramati ha detto una cosa importante: mantenere lo spirito vincente che si ha da U23.

«Bisogna mantenerlo – ripete – perché come ho detto la tua occasione arriva. Noi qualche anno fa vincemmo con ben 19 corridori. Lo spirito non lo devi perdere perché può capitare che ti ritrovi davanti in un finale di corsa, perché puoi ritrovarti in una situazione favorevole».

Vero, ci si può ritrovare davanti, ma se hai poca esperienza perché hai sempre aiutato cosa ti inventi? È normale che non si abbia la freddezza necessaria, che ci sia il batticuore.

«Un campione è campione perché sa quando e come muoversi – dice Bramati – è anche una questione di carattere. Poi certo l’esperienza serve in certi casi, ma se su dieci finali di corsa ne perdi la metà, l’altra la devi azzeccare. E se non lo fai c’è qualcosa che non funziona. E ugualmente non è detto che non sia un campione. Se si ritrovano in un finale Van Aert, Alaphilippe e Van der Poel, chi vince? E chi perde non è un campione?

«E’ difficile dire se sia più facile o difficile affermarsi oggi per un ragazzo. Il ciclismo è diverso, il calendario è diverso, il gruppo è diverso. Prima oltre agli europei c’erano un colombiano e un australiano. Adesso ce ne sono dieci di colombiani. E oltre a loro tanti altri. Adesso il giovane che passa, passa perché è pronto. Può e vuole vincere subito… E anche in questo caso non è detto che se non vince subito non possa essere un campione».

Nel mondo di Ballerini, occhi buoni e grande potenza

05.10.2022
6 min
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Gli occhi buoni che al momento del bisogno diventano cattivi, Davide Ballerini ha colto qualche giorno fa, alla Coppa Bernocchi, il suo successo stagionale più importante. Il “Ballero” è stato autore di una volata di potenza. Una delle sue, capace di regolare gruppi ristretti, che poi tanto ristretto non era, e di tirare fuori tutto quello che aveva dentro.

Domani il corridore della  Quick Step-Alpha Vinyl sarà al via del Gran Piemonte e poi se ne andrà nell’altro lembo del Nord Italia per il mondiale gravel. Ha chiesto lui di farlo. Davide è un amante dell’offroad e visto che si trattava dell’ultima gara di stagione perché non provare?

Davide Ballerini (classe 1994) vince la Coppa Bernocchi 2022
Davide Ballerini (classe 1994) vince la Coppa Bernocchi 2022
Davide, partiamo dalla Bernocchi: cosa ci dici?

Dico che ci voleva. Tanto più che non me l’aspettavo per niente.

Quando hai capito che potevi vincere?

Dopo il traguardo! Per tutta la corsa non mi sono sentito molto bene. Mi sono sbloccato davvero solo negli ultimi 15 chilometri. 

Eri tu il capitano?

Un po’ tutti potevamo giocarci le nostre carte, ma quando Julian (Alaphilippe, ndr) era andato via con quel gruppetto ho pensato che quell’azione andasse all’arrivo. Poi qualche squadra si è messa a tirare. Se fossimo arrivati allo sprint la volata l’avrei fatta io. Quindi tutto ha girato nel verso giusto per quel che mi riguarda.

Che stagione è stata, Davide?

Una stagione del cavolo! Ho iniziato con buone premesse, ma subito dopo il Saudi Tour ho preso il Covid. Sono andato alla Tirreno e mi sono ammalato e di fatto è stato un decadere continuo fino a fine classiche. Mi sono ripreso un po’ al Giro, ma è stato sempre un rincorrere la condizione. Così dopo l’italiano mi sono fermato, sono andato in altura e sono ripartito da zero. Ho ripreso anche bene. Ho vinto al Wallonie. Ma di nuovo a Burgos altro problema. Sono caduto. Ho preso tante botte e ripartire non è stato facile. Lì ho perso una settimana cruciale per la preparazione per il mondiale. A Wollongong ci sono arrivato in condizione, ma non come volevo io. Però alla fine i sacrifici vengono sempre ripagati.

Ballerini e l’abbraccio con Alaphilippe dopo il successo. Davide è un uomo squadra
Ballerini e l’abbraccio con Alaphilippe dopo il successo. Davide è un uomo squadra
Ecco partiamo da questa frase. Cos’è per te il ciclismo?

Alla base di sicuro ci sono i sacrifici. E sono più fuori dalla bici che in sella. In bici più o meno tutti facciamo le stesse cose. Non dico che non hai una vita sociale, ma non puoi uscire tutte le sere, fare tardi. Se il giorno dopo devi fare 4-5 ore poi lo senti. E le cose vanno fatte bene, anche perché gli anni passano velocemente e non hai poi tutto questo tempo a disposizione. E poi dico anche che il ciclismo è crederci sempre. Guardate giusto alla Bernocchi. Non avevo buone sensazioni. Se nei primi chilometri di gara mi aveste chiesto che possibilità avrei avuto di arrivare a fare volata, avrei risposto il 2%. Ma poi più andavamo avanti e più sentivo che la gamba arrivava.

Come te lo spieghi?

Non è facile da spiegare. Immagino che un po’ c’entrasse anche il lungo viaggio dall’Australia, il jet-lag… tutto un insieme di fattori. Non credo si trattasse di una questione di preparazione, perché specie in questo punto della stagione gli allenamenti sono quelli che sono. Un po’ è anche una caratteristica mia quella di essere ingolfato nei primi chilometri. E va bene così. Pensate se fosse stato il contrario, che andavo a calare nel finale!

Cosa ti piace di questo ciclismo?

Rispetto a qualche anno fa è qualcosa di più particolare, di più alto livello. Alla Bernocchi abbiamo fatto gli ultimi quattro giri veramente forte eppure siamo arrivati in 60 in volata. Il bello è che migliorano i materiali, i caschi, il vestiario e si va sempre più forte. Si va più forte e fare la differenza è più difficile e per questo dico che la differenza la fai a casa: recupero, alimentazione…

Dopo essere passato dal Canturino, Davide ha fatto il 2° anno juniores nell’US Biassono. Eccolo al Mendrisiotto 2012. Era già forte con la pioggia
Dopo essere passato dal Canturino, Davide ha fatto il 2° anno juniores nell’US Biassono. Eccolo al Mendrisiotto 2012. Era già forte con la pioggia
Ti aspettavi qualcosa di diverso quando hai deciso di fare il ciclista?

Non pensavo fosse così difficile quando ero nelle categorie giovanili. Quando sei uno juniores o un under 23 non riesci a goderti appieno quel momento, quel mondo. Oggi poi ancora di più. La categoria under 23 sta quasi scomparendo. Vedete che vanno a cercare gli juniores? C’è ancora più pressione. Ti diverti meno e ti accorgi solo più tardi che forse in quegli anni potevi lasciare qualcosa di più al caso. Quando passi invece non puoi sgarrare di mezza virgola.

Domanda classica: che ricordi della tua prima bici da corsa?

Prima di iniziare a correre, da allievo di secondo anno, feci una prova con la Capiaghese. Mi diedero una bici, una Kuota, credo andai a provarla intorno al lago (Ballerini è comasco, ndr).

Quando hai capito che il ciclismo era il tuo sport?

In realtà non l’ho mai capito. Non c’è stato un momento. Avevo il sogno di diventare pro’ e cercavo di fare le cose bene per andare avanti. Vedere che avevo delle potenzialità mi ha dato una spinta ulteriore. Ma non è stato facile. L’altro giorno per esempio in conferenza stampa ho ringraziato Gianni Savio.

Vista la sua passione per la mtb e la predisposizione per le gare del Nord, Ballerini sarà uno degli azzurri di Pontoni per il mondiale gravel
Vista la sua passione per la mtb e la predisposizione per le gare del Nord, Ballerini sarà uno degli azzurri di Pontoni per il mondiale gravel
Perché?

Perché io sono passato da quarto anno under 23. Savio è stata forse l’unica persona che ha creduto in me, che ha visto che valevo qualcosa. Mi ha fatto passare, mi ha fatto crescere, mi ha fatto vincere. Se non ci fosse stato lui molto probabilmente non sarei stato lì in quel momento. E in Italia, senza squadre, questa situazione si verifica più spesso ed è più difficile, tanto più per i ragazzi che come me non vincono dieci corse l’anno.

Chi ti sta intorno, pro’, biker e amici, ci dice che Davide Ballerini è un buono: è così? Ed è un pregio o un difetto?

Non credo sia un difetto, potrebbe essere un pregio. Io cerco di essere sempre disponibile con tutti. Mi piace stare in compagnia, fare gruppo. Cerco sempre dei compagni di allenamento, da solo non è facile.

C’è una caratteristica che ti piacerebbe avere?

Andare forte in salita! Quando vedo la strada che sale faccio fatica. Però il mio fisico è questo. Una volta mi piacerebbe stare davanti con gli scalatori, quelli forti per davvero, per vedere cosa si prova. Ma immagino facciano fatica anche loro. E magari anche a loro se chiedi cosa vorrebbero avere ti risponderebbero di essere forti in volata. Non si può avere tutto. Bisogna sfruttare ciò che si ha e ciò che si è.

La corsa di Ballerini riparte dal Belgio e profuma d’azzurro

25.07.2022
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Ballerini è all’Ethias Tour de Wallonie assieme ad Alaphilippe e un bel gruppo di corridori al lavoro per la seconda parte di stagione. Nomi anche importanti che a vario titolo, per problemi o per programma, sono rimasti fuori dal Tour e adesso hanno motivazioni da vendere. Il contesto è speciale. Ieri si è corso sulle strade della Liegi, ma nell’arco della settimana non mancherà il pavé. L’unico problema, venuto a galla giusto ieri, è un’ondata di caldo che da quelle parti non è affatto usuale. Basti pensare che quando il Tour ha fatto tappa in Belgio, indossando la felpa per andare a cena leggevamo con sgomento dei 40 gradi che bagnavano l’Italia.

«Invece è arrivato anche qui – ammette il Ballero – parliamo di 35-36 gradi. Così la tappa di ieri è venuta durissima, non credevo tanto. Un po’ alcune salite della Liegi e un po’ il caldo, mi dispiace che abbiamo perso la maglia di leader (Alaphilippe, vincitore della 1ª tappa è arrivato a 8’28”, mentre oggi ha dovuto fermarsi per positività al Covid, ndr). E mi dispiace che abbiamo perso Dries Devenyns, che è caduto due volte. La prima volta ha battuto la testa ed è ripartito. Poi è caduto di nuovo e lo hanno portato all’ospedale».

La seconda tappa del Wallonie è appena partita, Alaphilippe (e dietro Ballerini) ancora di ottimo umore…
La seconda tappa del Wallonie è appena partita, Alaphilippe (e dietro Ballerini) ancora di ottimo umore…
E quindi si riparte da qui?

Esatto, dopo aver lavorato bene a Livigno. Non posso dire di essere soddisfatto della prima parte di stagione. Ho puntato ancora sulle classiche, ma fra acciacchi vari e Covid, ho sempre inseguito la condizione senza mai trovarla davvero. Quando è così, fai le cose di fretta e si complica tutto. Sono esperienze che ti porti dietro, ma è anche vero che in certi momenti è stato difficile fare la squadra, quindi magari rientri che non sei al top. E basta un colpo d’aria per ammalarti.

Adesso sei a posto?

Ormai è passato tutto (sbuffa, ndr). Il Giro è andato discretamente, ho avuto le mie chance. Poi a Livigno ho staccato. Eravamo un bel gruppo, tutti quelli che non sono andati al Tour, da “Loulou” (Alaphilippe, ndr) a Evenepoel. E così il Tour ce lo siamo guardati in tivù. Ieri speravo che vincesse Jakobsen, che sa muoversi bene anche senza Morkov. Ma Philipsen aveva già fatto vedere di essere più forte.

Andermatt, un bel muro in pavé, per dare al ritiro di Livigno il sapore di Nord… (foto Instagram)
Andermatt, un bel muro in pavé, per dare al ritiro di Livigno il sapore di Nord… (foto Instagram)
L’anno scorso eri uno degli uomini di punta al mondiale, ma finì con caduta e ritiro. Hai già parlato con Bennati?

Ci siamo sentiti, certo. Con Benna mi sono sempre trovato bene, il primo stage alla Tinkoff lo feci con lui. Abbiamo un grande rapporto, è una brava persona, con lui scherzo spesso. Vedremo come andrà questa volta con la nazionale. Gli europei sono piatti. Il mondiale invece sarà duro come l’anno scorso. Non ho visto le strade, non so se sono larghe. Però viene duro, Alaphilippe non lo tolgo dai favoriti, per cui si vedrà.

Ieri a Parigi, Bennati ha fatto un po’ di nomi…

Bisognerà vedere come staremo a settembre. Bettiol effettivamente sta andando forte, ma al mondiale mancano quasi due mesi. Dovremo essere bravi a essere forti in quei giorni lì.

Tu come ci arriverai?

Niente Vuelta. Dopo il Wallonie, farò Burgos, poi gli europei, quindi una corsa in Belgio, Plouay, poi altre due settimane in altura, lo Slovacchia e a quel punto, se sarò nella rosa, il mondiale.

Bramati dice che gli piacerebbe vederti vincere in questi giorni, c’è una tappa che fa al caso tuo?

L’ultima, che ha anche qualche chilometro di pavé. Ma se dovesse essere un’altra, andrà bene lo stesso. Essendo appena scesi dall’altura, sapevo che le prime sarebbero state dure, ma adesso le cose andranno sicuramente meglio. E… una cosa: anche a me piacerebbe vincere…

Il Tour dal divano con Ballero, nel giorno di Jakobsen

02.07.2022
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Treni e non ventagli. La seconda tappa del Tour de France si conclude con una “normale” volata. Una volata vinta da Fabio Jakobsen. E questo ci dice che ventagli o sprint, la Quick Step-Alpha Vinyl c’è sempre. 

Davide Ballerini, corridore dello squadrone belga, si è goduto il successo dal divano. Attento, se vogliamo anche emozionato, era come se stesse pedalando con i suoi compagni. E con lui analizziamo questa tappa, la Roskilde-Nyborg di 202 chilometri.

Immenso l’abbraccio del pubblico danese al Tour. Sembrava di essere tornati nelle tappe ungheresi del Giro
Immenso l’abbraccio del pubblico danese al Tour. Sembrava di essere tornati nelle tappe ungheresi del Giro

Vento nel Dna

Il pronti via è stile Giro d’Italia, con la fuga buona che prende subito il largo. Le squadre si schierano compatte e mantengono le posizioni per gran parte della corsa.

La Danimarca rivela un amore inaspettato per il Tour. Ma forse sarebbe meglio dire per il ciclismo.

La tensione sale man mano che passano i chilometri. Ineos-Grenadiers e Quick Step-Alpha Vinyl accelerano ogni volta che c’è un “traverso” e il vento può diventare un’insidia. 

«Fa parte della nostra tradizione correre in certe situazioni – spiega il Ballero – non che ci si facciano degli allenamenti specifici, ma il saper correre nel vento è qualcosa che si tramanda di corridore in corridore. E’ da come ti crescono che impari. Impari da chi è più esperto. E poi a forza di farlo in corsa e di trovarsi quasi sempre in superiorità numerica nei ventagli è più facile capire come funziona».

Vento non forte, strada larga e il lungo ponte (18 chilometri) sul Baltico passa indenne
Vento non forte, strada larga e il lungo ponte (18 chilometri) sul Baltico passa indenne

Strada troppo larga

«Avevo parlato con i preparatori lassù stamattina – riprende Ballerini – e mi avevano detto che sì il vento c’era, ma non era forte.

«La strada sul ponte era davvero larga. In questo modo ci si poteva coprire. Tante volte in Belgio si aprono i ventagli, ma la strada è di appena cinque metri!

«E poi quando tutti lo sanno è difficile aprire i ventagli e fare a selezione. Si sapeva sin da quando hanno presentato il Tour che questa tappa poteva essere soggetta al vento. Mancava l’effetto sorpresa».

Mancava l’effetto sorpresa e poi tutto sommato siamo ad inizio Tour e vedendo che era complicato fare la selezione, dopo una manciata di chilometri le squadre hanno “firmato il trattato di non belligeranza”. L’emblema di questa pace è Benoot che “fischia” e Thomas che gli ride al fianco.

Jakobsen sì, Cav no

E così è volata. E una volata tesa e velocissima. Con qualche caduta, ma tutte nei tre chilometri e quindi senza danni per i leader se non nei lividi.

Jakobsen esce di potenza negli ultimi 50 metri e rintuzza Van Aert. Questione di velocità. Non si tratta di essere usciti prima o dopo. Uno è un velocista puro, l’altro deve tirare anche in salita. La differenza è tutta lì.

«Finalmente – commenta Ballerini – le cose iniziano a girare per il meglio per noi dopo le sfortune d’inizio stagione. Fabio è stato un grande. Ho rivisto più volte la volata dall’alto e Jakobsen si è toccato con Sagan. Sagan non ha frenato e si è toccato con un altro ragazzo ancora. Sono rimasti tutti in piedi per fortuna. Ma queste sono le corse. Questo è il Tour e si sa che nella prima settimana soprattutto ci sono molte cadute».

«Come giudico i movimenti dei miei compagni? Beh, sono stati compatti per tutta la gara. Solo nel finale si sono un po’ persi. Ho riconosciuto, e mi aspettavo, Kasper Asgreen agli 800 metri. Sapevo che sarebbe uscito in quel momento. Quello è il suo movimento, quella menata. Solo che poi alla sua ruota non c’era Morkov (probabilmente perché aveva speso molto nel rientrare con Lampaert, ndr), ma Fabio è riuscito a cavarsela da solo.

«Ci è riuscito con una grande gamba e un grande occhio. Segno che ha un’ottima condizione».

E questa vittoria, se proprio non elimina, smorza le polemica sull’esclusione di Mark Cavendish dalla squadra per la Grande Boucle.

L’unico neo, se così si può dire, è che Van Aert secondo, con gli abbuoni, sfila la maglia proprio ad un “lupo del branco”, a Lampaert.

Il Wolfapack c’è

E a proposito di Wolfpack, oggi i ragazzi di Lefevere hanno messo sul campo tutte le migliori qualità che li distinguono. In due giorni di Tour due vittorie e un grande senso di unità.

Lo hanno fatto nei “quasi” ventagli. Lo hanno fatto in volata e persino dopo la caduta della maglia gialla. E lo ha fatto la maglia gialla stessa, in coda a prendere le borracce. «Domani si lavora per Jakobsen», aveva detto ieri appena sceso dal podio Yves Lampaert. E’ stato di parola.

«Cerchiamo di correre compatti ed uniti – conclude Ballerini – quei movimenti, questo modo modo di correre in parte è merito dei direttori sportivi e in parte di noi corridori. Ognuno di noi sa bene il lavoro che deve fare, si muove di conseguenza e cerca di dare il massimo.

«Ho in mente per esempio l’azione di Cattaneo nel finale. Mattia è stato nel treno per la volata. Significa mettersi a disposizione e che ha una grande condizione».

Veloplus, la nuova casa del ciclista

28.06.2022
4 min
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Nei giorni scorsi abbiamo avuto il privilegio di essere fra i primi a visitare il nuovo showroom di Veloplus, azienda specializzata nella produzione di abbigliamento personalizzato per il ciclismo. A farci da guida è stato Matteo Spreafico, che con il papà Maurizio e le sorelle Alice ed Erika porta avanti con passione e competenza l’azienda di famiglia.

Matteo ricopre diversi ruoli in Veloplus tanto da definirsi un vero e proprio “tuttofare”. Si occupa infatti di ricerca e sviluppo, testa personalmente ogni nuovo prodotto e si dedica alla definizione delle strategie di marketing finalizzate a far crescere il marchio. E’ lui a raccontarci la genesi di questo nuovo progetto che per Veloplus vuole essere una “vetrina elegante” dove poter esporre il meglio della propria produzione.

La serata di presentazione è continuata poi all’interno del nuovo showroom
La serata di presentazione è continuata poi all’interno del nuovo showroom
Cosa vi ha portato a decidere di aprire uno showroom?

Ad essere sinceri, all’inizio non avevamo in previsione di fare uno showroom. E’ stata una decisione presa nel momento stesso in cui ci siamo trasferiti nella sede dove ci troviamo oggi. Siamo qui dall’inizio di quest’anno. Avevamo bisogno di più spazio dal momento che il lavoro continuava a crescere. La sede che abbiamo scelto aveva già un edifico accanto alla struttura principale, oggi occupata da produzione e uffici, che si prestava perfettamente ad essere uno showroom. E’ nata così l’idea di creare un ambiente elegante ed accogliente dove mostrare i nostri prodotti ed incontrare i nostri clienti.

Se non ci sbagliamo, nuova sede e showroom arrivano in un momento molto particolare nella storia di Veloplus?

E’ corretto. Quest’anno Veloplus festeggia i suoi primi 15 anni. Il marchio nasce infatti nel 2007. Nell’ultimo anno ci sono state poi tantissime novità a testimonianza della forte crescita che abbiamo avuto. Per prima cosa abbiamo rinnovato il nostro sito internet, sia da un punto di vista grafico che dei contenuti. Successivamente abbiamo lanciato il nostro e-commerce a supporto della nuova collezione firmata Veloplus che è andata ad affiancarsi al personalizzato e per la quale abbiamo creato un logo ad hoc. Le novità sono state davvero tante e tutte concentrate in un breve periodo.

L’idea del nuovo showroom è di avere un posto elegante ed accogliente dove mostrare le nuove collezioni
L’idea del nuovo showroom è di avere un posto elegante ed accogliente dove mostrare le nuove collezioni
Se dovessimo definire il nuovo showrom che parole potremmo usare?

Mi piace pensarlo come “la casa del ciclista”. La mia idea, la stessa di mio papà e delle mie sorelle, è che diventi un luogo dove ciascuno possa trovare il prodotto perfetto per il proprio modo di interpretare il ciclismo. Chi entra nel nostro showroom può trovare il meglio della nostra produzione, ma anche capi che potremmo definire entry level, adatti a chi si avvicina al mondo del ciclismo ma vuole comunque indossare un prodotto di qualità spendendo il giusto.
Tutto è ordinato. Da una parte si trova l’abbigliamento da uomo, dall’altra quello riservato alle donne. Uno spazio particolare è stato inoltre dedicato ai ciclisti più piccoli. La nostra è davvero un’offerta completa. Da poco abbiamo anche inserito una collezione particolare realizzata con l’artista Bob Marongiu con capi ricchi di colori e di allegria.

Che ruolo avrà lo showroom nel vostro rapporto con i team ciclistici?

Veloplus nasce come azienda in grado di soddisfare al meglio le richieste delle società ciclistiche. Ora possono venire qui da noi e toccare con mano i tessuti con i quali realizzare poi la loro divisa. Anche per questo motivo all’interno dello showroom abbiamo previsto una sala riunioni dove accogliere i team e scegliere insieme a loro tessuti e tagli della divisa che andranno poi ad indossare. Lavorando con i team professionistici (quest’anno Veloplus veste il Team Corratec, ndr) possiamo inoltre dare a tutte le società, soprattutto a quelle più esigenti, la possibilità di indossare la stessa divisa di un professionista.

Presentazione del nuovo showroom di Veloplus: al centro Matteo Spreafico alla sua destra: Davide Ballerini e Riccardo Magrini, chiude la fila Luca Gregorio
Presentazione del nuovo showroom di Veloplus: al centro Matteo Spreafico alla sua destra: Davide Ballerini e Riccardo Magrini, chiude la fila Luca Gregorio

L’inaugurazione ufficiale dello showroom è avvenuta lo scorso 18 giugno alla presenza di oltre 300 persone tra le quali alcuni amici di Veloplus come gli ex professionisti Riccardo Magrini, Wladimir Belli, Stefano Allocchio e i giornalisti Sandro Sabatini e Massimo Nebuloni. Con loro c’era Davide Ballerini attualmente in forza alla Quick Step – Alpha Vinyl, ex compagno di squadra di Matteo Spreafico. La serata è stata brillantemente condotta da Luca Gregorio, una delle voci del ciclismo per Eurosport. Nel salutarci Matteo Spreafico ci ha accennato ad alcuni progetti futuri ancora top secret ma che ci hanno confermato come Veloplus voglia continuare a crescere.

Veloplus

Andare forte ovunque (non) va sempre bene, vero “Ballero”?

31.05.2022
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Davide Ballerini è stato uno dei protagonisti “all round” di questo Giro d’Italia. E’ andato forte dappertutto. Dalla pianura al mare. Dall’Ungheria alle Dolomiti. Fu Mark Cavendish stesso a ringraziarlo pubblicamente sulle sponde del Lago Balaton per la quantità e la qualità del lavoro svolto ai fini del suo successo. E nel giorno del Passo Fedaia, era ancora davanti a spingere. 

A spingere anche se di certo quella della Marmolada non era la “sua” tappa. Sembrava quasi fosse un peccato sprecare quella buona condizione. Un peccato non sfruttare tutta quella gamba. E allora tanto valeva provarci, anche se sapeva che non ce l’avrebbe fatta.

Davide Ballerini (classe 1997) è alla terza stagione nella Quick Step-Alpha Vinyl
Davide Ballerini (classe 1997) è alla terza stagione nella Quick Step-Alpha Vinyl
Davide, come archivi il tuo Giro?

Mi dispiace di non aver vinto una tappa, questo è poco ma sicuro. Purtroppo ho passato la prima settimana e mezza con le gambe che non erano delle migliori. Le ho ritrovate verso la fine. Ma verso la fine le tappe erano veramente dure per me. Quindi – allarga le braccia – questo è quanto.

Nel giorno del Fedaia e anche verso Castelmonte hai fatto un super lavoro, col senno del poi sarebbe potuta andare diversamente spendendo meno?

Sì, potrebbe essere andata diversamente, ma io non starei a ripensarci troppo. Come ho detto, erano troppo dure per me tutte quelle salite, soprattutto l’ultima, il Fedaia, con le sue pendenze accentuate. Lì, il mio peso lo sento. Ho cercato di dare il massimo per Vansevenant, ma purtroppo lui non ha avuto una buona giornata. E’ andata così. L’importante è esserci, averci provato e aver avuto la gamba. E la stessa cosa vale con Mauro (Schmid, ndr), purtroppo questo è il ciclismo.

Quando vedi che riesci a fare delle ottime prestazione su percorsi che non sono i tuoi, cambia qualcosa nella tua testa? Si allarga lo spettro delle gare a te congeniali?

Dipende sempre da cosa prepari: una classica, una corsa in salita… Mi ricordo che l’anno scorso ad inizio stagione, quando pensavo alle classiche, ero sugli 80-81 chili, ma vincevo lo stesso. Sì, si può dire che sono aperto a molti tipi di percorso, ma non su quelli più specifici (tipo una tappa super piatta, o una di salita, ndr).

Nelle tappe finali Davide è andato in fuga in appoggio ai compagni, mostrandosi competitivo anche in salita. Alla sua ruota Vansevenant
Nelle tappe finali Davide è andato in fuga in appoggio ai compagni. Alla sua ruota Vansevenant
Appunto, vai bene ovunque…

Magari vado meglio in tappe un po’ mosse, però il problema è proprio questo: che vado forte un po’ ovunque. Per corridori come me, “mezzo e mezzo”, non è mai facile vincere. Se sei un velocista puro, dici: “okay, faccio la volata”. E nell’80-90% dei casi vinci e poi puoi recuperare. Se sei uno scalatore, se hai i watt giusti nelle gambe, prendi la salita, rispetti i tuoi parametri e sei certo di restare davanti. Uno come me invece deve cogliere l’attimo, deve stare bene al momento giusto e tutto è più complicato. Deve avere la giornata perfetta.

In effetti…

E anche nella fuga, devi avere la fortuna di trovare gli uomini giusti. Insomma non dipende del tutto da te. Non è facile.

Però in questi casi “ride” il team, che sa di avere l’uomo squadra perfetto…

Eh sì, la squadra ha sempre il jolly da giocarsi, ha la seconda carta, quella di riserva…

A Messina, senza Cav stanco per il forte ritmo sulle salite precedenti, Ballerini ha fatto la volata. Eccolo alla destra di Demare
A Messina, senza Cav stanco per il forte ritmo sulle salite precedenti, Ballerini ha fatto la volata. Eccolo alla destra di Demare

Specializzazione: bene o male?

Non sprizzava gioia il “Ballero” a Verona. Ed è comprensibile. Anche i percorsi, quando sono stati mossi forse restavano duri. Per uno come lui, la sola vera carta buona da spendere poteva essere nel giorno di Jesi, quando ha vinto Girmay. O Napoli, ma ci sta che un giorno non si riesca a prendere la fuga. O che, come ha detto lui stesso, nella prima parte di Giro non era brillante.

In ogni caso, parliamo di una tappa o due su 21. Sono i “problemi” del ciclismo moderno. Super specializzato.

Però è un peccato che un atleta come lui non abbia potuto avere più spazio. Davide si è mostrato generoso come pochi. E’ stato gregario anche nella fuga. E’ successo a Genova, a Castelmonte e sulla Marmolada. E negli altri giorni ha lavorato per Cav. Ha ragione lui, serve la giornata perfetta e soprattutto sapere cosa si sta preparando.

«Chi lo sa – conclude il “Ballero” – la ruota gira… L’importante è esserci… sempre».