Vanthourenhout re di Namur. Stanotte nella Cittadella si balla

06.11.2022
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Dovendo fare i conti con le assenze dei 3 moschettieri Wout Van Aert (Belgio), Mathieu Van der Poel (Olanda) e Thomas Pidcock (Inghilterra), tutti si aspettavano il solito mano a mano tra Iserbyt (brutta la sua gara chiusa ritirandosi) e Van Der Haar. Invece un po’ sorpresa, ma per la verità non così tanto, Michael Vanthourenhout è diventato il nuovo campione europeo di ciclocross nella categoria elite uomini.

17.300 spettatori paganti

Bisogna credere che Namur porti proprio bene al ventottenne belga della Pauwels Sauzen-Bingoal. Tra la cittadella e Vanthourenhout è quasi una storia d’amore. Già nel dicembre del 2021 il neo campione d’Europa aveva vinto la 12ª manche di Coppa del mondo. 

Raggiunto il record di affluenza con 17.300 spettatori paganti, la Cittadella è diventata una vera e propria bolgia e questo ha dato le ali a Vanthourenhout, come confermerà nel post gara.

Di per sé incredibilmente tecnico e difficile, il percorso dell’europeo è diventato epico per la pioggia caduta per tutta la corsa.

La gara degli elite si è corsa sotto la pioggia, davanti a 17.300 spettatori paganti
La gara degli elite si è corsa sotto la pioggia, davanti a 17.300 spettatori paganti

Una corsa durissima

Equilibrata in testa nei primi cinque giri, le cadute hanno in parte definito la dinamica della gara. Infatti fino al quinto dei nove giri è stata lotta ai ferri corti con l’olandese Lars Van der Haar (secondo a 40 secondi), campione uscente e vincitore una settimana fa sul Koppenberg. Terzo sul traguardo, a 2’17” Laurens Sweeck, per il belga quello di oggi  è il terzo bronzo europeo in carriera.

«E’ stata una corsa dura – ha detto il vincitore – credetemi davvero dura. Con Lars abbiamo combattuto sul filo di lana per oltre metà gara. Con la pioggia tutto è diventato più difficile, ma anche più aperto. Caduto lui, caduto io, ma alla fine sono riuscito prima a riprenderlo e poi a staccarlo. Forse sono stato un pizzico migliore nei tratti tecnici. Abbiamo gareggiato in un clima pazzesco, un tifo del genere ti gasa, ti esalta».

Van der Haar era il più in forma dopo il Koppenbergcross, ma alla fine ha dovuto arrendersi
Van der Haar era il più in forma dopo il Koppenbergcross, ma alla fine ha dovuto arrendersi

Poi alla domanda su che effetto gli faccia aver conquistato quella maglia, il corridore fiammingo ha risposto: «Questa maglia rappresenta tantissimo per me, perché è la prima maglia distintiva che indosso da quando corro nella categoria elite».

La rimonta di Bertolini

Buona e coraggiosa la prova dell’unico azzurro Gioele Bertolini, dodicesimo a 3’33”.

«La pioggia – spiega l’azzurro – ha reso il percorso scivoloso. C’erano due o tre tratti dove stare molto attenti per rimanere in sella. Speravo di recuperare qualche posizione in più in partenza, ma si sono creati dei buchi, e non sono riuscito a guadagnare posizioni. Così ho deciso di impostare un ritmo regolare, ho cercato di saltare gruppettino per gruppettino».

In effetti ad un certo punto il corridore lombardo era riuscito a tornare sul gruppo che lottava per l’ottava posizione.

«Poi però si è creato qualche buco – spiega – e per poca roba non sono riuscito a centrare la top ten. Peccato, ci tenevo davvero, ma sono comunque contento della mia corsa perché conscio di avere dato il massimo».

Bertolini ha fatto una bella rimonta e alla fine si è piazzato 12° a 3’33”
Bertolini ha fatto una bella rimonta e alla fine si è piazzato 12° a 3’33”
Toglici una curiosità, ma viste tutte le cadute davanti tu sei riuscito a rimanere in piedi?

Sì dai, a parte una bella sbandata ad inizio gara e qualche rischio qua e là è andata bene. Diciamo che alla fine (ridendo, ndr) sono riuscito a portare a casa la pelle.

Prossimi obiettivi?

La settimana prossima correrò in Svizzera e poi arrivano le prossime tre gare di Coppa del mondo.

Così anche per Gioele bisognerà anzitutto recuperare e dosare bene le forze. Mentre lassù nella Cittadella, finita la corsa è iniziata la musica. E si balla malgrado la pioggia.

Il viaggio in Argentina di Basilico e le sue… sorelle

06.11.2022
9 min
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Basilico. Tonetti. Giuliani. Cipressi. L’appuntamento è fissato per il tardo pomeriggio. Tutte e quattro si presentano in collegamento con polo o tuta della nazionale. Tutte e quattro, nell’ultima gara che hanno fatto assieme in Argentina, hanno saputo farsi riconoscere in gruppo sia per i risultati ottenuti sia per la loquacità.

Le quattro azzurre, così come ci compaiono in video in senso orario, hanno animato la Vuelta a Formosa e tenuto viva la nostra chiacchierata. Correre a latitudini in cui sta per iniziare la cosiddetta bella stagione meteorologica, dopo che ne hai appena disputata una agonistica intensa, è decisamente un’esperienza di vita. Con loro abbiamo voluto scoprire meglio che tipo di trasferta è stata quella in Sud America. Dalle stravaganze in corsa alla spesa nei supermarket locali. E qualcosa di interessante ne è uscito, prendetevi qualche minuto in più del solito.

A rompere il ghiaccio ci pensa “prezzemolo” Basilico (BePink) con il primo giro di sensazioni, mentre le sue compagne ascoltano divertite: «Non ho avuto molta scelta. Mi hanno detto che dovevo correre e non ho detto di no (è stata in nazionale nel 2021 con la pista, ndr). Poi mi avevano spiegato che il percorso era adatto a me, quindi ero tranquilla ed è stato un piacere».

TONETTI (Top Girls Fassa Bortolo): «Io invece ho chiuso terza nella generale grazie alla prova a cronometro che mi ha avvantaggiata. Ed ho vinto la maglia bianca di miglior giovane. Era la prima volta che venivo convocata in nazionale. Benché la mia ultima gara fosse lontana e arrivassi da una settimana di influenza, non ho esitato ad accettare».

GIULIANI (GB Junior Team): «Anche per me era la prima convocazione. Il percorso era poco adatto, ma ho lavorato volentieri per le mie compagne. Siamo state come quattro sorelle, perché al di là della tattica ci siamo trovate bene fra noi.

CIPRESSI (Valcar Travel&Service): «Per me è stato un ritorno alla maglia azzurra. Abbiamo portato a casa bellissimi risultati lavorando di squadra. Ci siamo divertite. E’ stata un’esperienza diversa dal solito, anche per il luogo in cui ci trovavamo, e per le gare diverse da gestire. Alla fine abbiamo concluso il tutto con una gara di tuffi in piscina».

Un paesaggio tipico del Parco Nazionale Rio Pilcomayo a Laguna Bianca, sede di arrivo della prima tappa
Un paesaggio tipico del Parco Nazionale Rio Pilcomayo a Laguna Bianca, sede di arrivo della prima tappa
Voi avete tutte quasi la stessa età e vi conoscete bene o male dalle categorie giovanili. Ma è vero che avete dovuto sopportare Valentina?

BASILICO: «Ma come, sono io che ho sopportato loro!».

GIULIANI: «No, è stato un enorme piacere stare con Valentina perché è una ragazza solare e di compagnia».

TONETTI: «Dici così solo perché non ce l’avevi in camera».

BASILICO: «Non fatemi parlare… anzi no! Ogni volta che mi giravo, Cristina aveva in mano un cruciverba. A me non piacciono e non me ne viene uno. Si girava per chiedermi aiuto ma non potevo scrivere, non me lo lasciava fare. Non mi lasciava fare nulla (dice ridendo insieme alle altre, ndr)».

GIULIANI: «Non è vero, abbiamo risolto i rebus e gli indovinelli».

TONETTI: «Guarda, ho fatto più fatica a rubare la penna a Valentina che correre le quattro tappe. Però non mi lamento, mi ha dato una mano».

CIPRESSI: «Anche noi abbiamo preso questa abitudine. Anch’io ormai mi posso ritenere esperta. Ed essendo stata in camera con Giulia, mi sono fatta una cultura abruzzese».

Ma sapevate che Elisa Longo Borghini è una grande appassionata di enigmistica?

TONETTI: «Davvero? Le facciamo concorrenza.»

CIPRESSI: «Dai, lanciamo una sfida»

Un parco di Formosa, capoluogo della omonima provincia e città di 240.000 abitanti
Un parco di Formosa, capoluogo della omonima provincia e città di 240.000 abitanti
Con il cibo laggiù com’è andata? Vi eravate portate qualcosa da casa?

BASILICO: «L’asado quanto era buono e tenero. Non si poteva desiderare altro.»

TONETTI: «Io ho un forte spirito di adattamento. Quando è cibo a me va bene tutto. A me sono piaciute tanto le empanadas

CIPRESSI: «Invece io non sono come Cristina, resto più sul classico in generale. Con la carne andavo sul sicuro.»

GIULIANI: «Non c’erano gli arrosticini, ma andava bene lo stesso (mentre le sue compagne ridono, ndr). A me ha colpito che a colazione il 90 per cento erano tutte cose di pasta sfoglia. Dai cornetti ai rotolini. Io ci mettevo sia la marmellata che il prosciutto cotto. Per fortuna c’era un supermarket di fronte al nostro hotel, perché a colazione c’erano solo creme o marmellate di due gusti».

CIPRESSI: «Il nostro massaggiatore ci preparava paninetti, salati e dolci, con quello che trovava al supermercato».

BASILICO: «Pensavo e speravo avessero la Nutella, ma nulla. Loro hanno una crema al caramello, che sembrava una caramella mou e una di marshmallow, mentre le marmellate in effetti erano solo di arancia e fragole».

Formosa è bagnata dal fiume Paraguay che segna il confine naturale con l’omonimo stato
Formosa è bagnata dal fiume Paraguay che segna il confine naturale con l’omonimo stato
Chi è stata quella con lo spirito più da viaggiatrice?

BASILICO: «Sicuramente non io. Fossi stata da sola mi sarei persa almeno cinque volte già in aeroporto. La Cipressi era di certo quella più attrezzata col suo “secchiello” magico. Di solito guardo più o meno dove si va. Cerco di informarmi ma stavolta non ero troppo preparata»

CIPRESSI: «E’ una borsetta in cui ho un po’ di tutto, quasi per ogni evenienza. Tipo i cerotti che sono serviti un po’ di volte. Quest’anno avendo girato molto con la Valcar ero pronta a tutto. Infatti venivano tutte da me in caso di bisogno. Per me è stato il viaggio più lungo che abbia mai fatto».

GIULIANI: «Meno male che avevamo la Tonetti che è come Dora l’esploratrice. Sa tutto (Cristina sorride mentre accenna ad una replica pungente a Basilico, ndr). Anche per me è stato il volo più lungo. Quello che mi ha sballato maggiormente è stato il fuso orario quando siamo rientrate in Italia. I primi cinque giorni a casa andavo a dormire alle 3 del mattino. Non avevo sonno. Fortuna che eravamo in off season e potevo avere orari sballati».

Due guardie a cavallo incontrate sulle strade della gara
Due guardie a cavallo incontrate sulle strade della gara
Che cosa potete dirci del gruppo in corsa?

BASILICO: «Abbiamo insegnato alle nostre avversarie «l’hop hop», che in gruppo si dice per farsi sentire quando stai risalendo posizioni. E’ un avvertimento sonoro alle altre ragazze per non farti chiudere o per lasciarti passare. Le nostre rivali, a forza di sentirlo, ci hanno chiesto cosa significasse. Una volta capito, hanno iniziato a dirlo anche loro in corsa. Anzi, quando ci vedevano arrivare ci salutavano con «hop hop». E’ stata divertente questa cosa. Le ragazze colombiane ci hanno fatto notare che, nonostante le altre non siano pacifiche o silenziose, noi facevamo un gran casino in corsa. Per il resto mi hanno colpito le persone molto amichevoli e cortesi».

TONETTI: «In Europa ci sono diverse gerarchie in corsa, specie quando c’è un treno che tira una volata. Laggiù invece non era così. Noi ci abbiamo provato, ma non sempre le cose giravano come dovevano, anche perché hanno un modo di guidare la bici diverso dal nostro. In ogni caso, noi per non aver mai corso assieme, abbiamo fatto grandi risultati.»

GIULIANI: «Ho visto molte cose estreme, come bici e abbigliamento. Confermo quello che diceva Cristina, che non sanno guidare. In una tappa stavamo procedendo in fila indiana ad andatura normale. Ero in terza ruota, ma quella davanti a me è riuscita a cadere, non so come. E sono finita a terra pure io, dovendo cambiare pure una scarpa che si era rotta (inizia a ridere, ndr)»

CIPRESSI: «Giulia, quando ti ho vista rientrata in gruppo sembravi arlecchino! Ti facevi riconoscere. Avevi una scarpa bianca, una verde, la divisa azzurra e il casco arancione fluo. Non potevamo non ridere».

Cosa si può dire invece dei percorsi?

GIULIANI: «Le tappe erano tutte simili. Strade larghe e dritte, pochissime curve. Addirittura nella prima tappa abbiamo fatto 133 chilometri solo di lunghissimi rettilinei con un asfalto perfetto poi gli ultimi 2 erano pieni di curve, angoli, buche e ghiaia. Incredibile. In partenza e arrivo c’erano tantissime persone. Sembrava il loro mondiale. E abbiamo visto tantissimi poliziotti. Col pick-up, a cavallo, con le moto da cross o col quad».

CIPRESSI: «C’era tanto pubblico in corrispondenza dei traguardi volanti. Mentre lungo quei drittoni non c’era gente, anche perché attraversavamo zone poco abitate. In pratica le strade delle tappe le facevamo sempre due volte. All’andata in bici, al ritorno in pullman. I paesaggi si somigliavano tutti. Case basse, alcune vecchie e non troppo attaccate fra loro».

Cipressi in fuga nella seconda tappa verso Piranè, a Nord-Ovest di Formosa
Cipressi in fuga nella seconda tappa verso Piranè, a Nord-Ovest di Formosa
Invece l’organizzazione era di buon livello?

CIPRESSI: «Di base avevamo tutto, come nelle gare in Europa. Diciamo che nella crono sembrava tutto un po’ improvvisato. La rampa di partenza non era una di quelle classiche. I ritmi di gara erano strani. Si andava a momenti. Quasi tutte le squadre erano piuttosto disorganizzate, tranne la Colombia e la Eneicat RBH Global, che poi è la formazione spagnola della cilena Villalon che ha vinto la generale. E dobbiamo dire che ci siamo trovate molto bene con Rossella (Callovi, che ha guidato la selezione al posto del cittì Sangalli, ndr)»

TONETTI: «Era difficile avere riferimento in un contesto nuovo. La prima tappa la Munoz ha vinto grazie alla sua esplosività e perché non la conoscevamo. Poi nelle altre due in linea abbiamo vinto noi, anticipandola con una volata lunga. Personalmente quello che avevo ho dato, difficile dire se avrei potuto vincere la generale. La ragazza che ha vinto l’avevo già trovata in Europa e so che non va male. Così come la seconda, la paraguaiana Espinola, corre nel team development della Canyon Sram. Quindi alla fine ci hanno battuto le due che era più probabile che ci battessero»

In conclusione, lo rifareste?

BASILICO: «Esperienza positiva. Erano avversarie agguerrite. Destreggiarsi in sprint diversi dal solito è stato importante. La rifarei volentieri, anche in altre parti.»

GIULIANI: «E’ stato un onore vestire la maglia azzurra. Sono contenta perché abbiamo corso bene nonostante fossimo in quattro. E perché mi sono trovata bene con le ragazze e con lo staff.»

TONETTI: «E’ stata un’esperienza umana importante. E’ vero che viaggiare apre la mente. In questa trasferta siamo entrate in contatto con gente nuova di culture lontane, con usanze diverse dalle nostre. Ci siamo gustate l’atmosfera, anche grazie al fatto che non avevamo lo stress del risultato. Probabilmente avremo fatto qualche errore, però siamo andate giù per imparare, anche per gestire i primi fusi orari in ottica futura.»

CIPRESSI: «Sono d’accordo con Cristina. Non dobbiamo vedere questo viaggio solo sotto il punto di vista agonistico perché i risultati si sono visti. Con gli errori abbiamo saputo correggerci da sole. E’ stato importante saperci comportare al di fuori dell’Italia. Abbiamo fatto un bellissimo gruppo. Tant’è che ci siamo ritrovate qualche giorno fa in Abruzzo a casa di Giulia.»

Il tempo a disposizione è finito, anche se la sensazione è che le cose che avrebbero voluto dirci le quattro ragazze sarebbero state ancora tante. Sicuramente se le saranno dette nella loro reunion abruzzese.

Juniores, azzurri a terra e sfortuna nera per Scappini

06.11.2022
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Questa mattina, la gara maschile juniores ha lanciato l’ultima giornata degli europei di ciclocross di Namur. Vittoria meritatamente del numero uno al ranking UCI, il francese Léo Bisiaux. Il danese Wies Daniel Nielsen ha chiuso a 6 secondi e l’olandese Guus Van Den Eijnden è salito sul terzo gradino del podio. Ventitreesimo e primo italiano, Tommaso Cafueri.

Grandi attese

Alla partenza, tante, per non dire tantissime erano le aspettative di Daniele Pontoni. Il tecnico friulano ha ripetuto più volte quanto credesse in questi ragazzi, ma purtroppo anche oggi, complice una buona dose di sfortuna, per un motivo o l’altro, l’hanno ancora deluso.

Scappini prima del via aveva ammesso di sentirsi benissimo ed era infatti scattato in testa alla gara juniores
Scappini prima del via aveva ammesso di sentirsi benissimo ed era infatti scattato in testa alla gara juniores

«Purtroppo sì – dice Pontoni – un po’ di sfortuna c’è stata. Quando Scappini era in testa ha avuto un guasto meccanico, poi ha fatto anche un errore tecnico, dando troppa compressione in discesa e gli è saltata la catena. Ha perso parecchio tempo ed è andato fuori corsa».

Valutazione sbagliata?

Sviluppando il discorso con il commissario tecnico, si è però capito che la sfortuna conta solo per quel che conta. L’amarezza è veramente tanta e ne scaturisce un’analisi lucida con tanto di bacchettate e anche un’autocritica.

«Gli juniores sono andati molto al di sotto delle aspettative – spiega Pontoni – perché abbiamo iniziato da inizio anno a fare un percorso, ma qui c’è da rivedere qualcosa. Evidentemente anch’io ho sbagliato qualche valutazione, sopravvalutandoli. Siamo arrivati all’europeo ed era giusto dare fiducia a questi ragazzi, ma non hanno dato quello che mi aspettavo, i numeri parlano da soli».

Con Scappini fermato dalla sfortuna, il migliore degli juniores azzurri è stato Tommaso Cafueri, 23° a 2’18” (foto FCI)
Con Scappini fermato dalla sfortuna, il migliore degli juniores azzurri è stato Tommaso Cafueri, 23° a 2’18” (foto FCI)
Ma ci sarà una nota positiva?

Certo, bravi i due ragazzi del primo anno (Stefano Viezzi e Tommaso Bosio, ndr), perché sono partiti in fondo al gruppo ed hanno fatto una bella corsa. Mi sono soffermato a guardare la parte tecnica e devo dire che nella contropendenza Viezzi con il danese Nielsen (secondo, ndr) sono stati i due che l’hanno interpretata meglio. Dunque ho voluto anche prendere questo spunto.

E adesso ?

Qui siamo arrivati e tracciamo una linea. Adesso avanti con la seconda parte di stagione con altre persone da chiamare in causa per il futuro. Già da mercoledì, per la prima volta con l’aiuto di Diego Bragato faremo dei test per tutte le categorie, anche le minori (allievi del primo e secondo anno, ndr).

La iella di Scappini

Il discorso è limpido: siamo all’europeo, ma già si guarda avanti. Tornando alla corsa, è giusto ricordare l’ottima partenza del campione italiano Samuele Scappini (40° all’arrivo), che durante il riscaldamento ci confidava di non avere mai avuto una gamba ed una condizione così buone. Il percorso sembrava fatto per lui, ma mentre era in testa, neanche aveva finito il primo giro ed è arrivato il primo guaio meccanico.

Dopo l’arrivo, Scappini delusissimo per la sfortuna e la doppia foratura (foto FCI)
Dopo l’arrivo, Scappini delusissimo per la sfortuna e la doppia foratura (foto FCI)

La delusione ed il rammarico trasudavano da ogni poro della sua pelle, in poche parole era nero di rabbia e c’è l’aveva con la sfortuna.

«Non posso darmi pace – dice – ero partito fortissimo, stavo facendo un buco, poi oltre al problema meccanico ho pure bucato due volte. La sento come un’occasione persa. Volevo e potevo giocarmi il podio».

La cattiva sorte si è anche accanita con Tommaso Cafueri (23° alla fine): «Il percorso mi piaceva un sacco, pensavo di fare bene, ero sesto poi tra un salto di catena, un caduta ed una foratura non ho potuto fare di più».

Impennando come Sagan

Nel primo pomeriggio hanno gareggiato le ragazze U23. Totale dominio dell’olandese Puck Pieterse. L’iridata si è anche concessa il lusso di passare il traguardo alla Peter Sagan, in impennata sulla sola ruota posteriore. Dodicesima e prima azzurra, Asia Zontone.

«Gara molto dura – ha detto – tutta in rimonta perché poco dopo la partenza mi sono toccata con un’altra ragazza».

Pubblico e gambe

Durante la corsa delle ragazze, il sole ha salutato la capitale della Vallonia per lasciare il posto al vento e alle prime gocce di pioggia. Dopo l’arrivo, la povera Carlotta Borello era gelida.

«Sì infatti il freddo c’è – confermava la Zontone – ma in gara non lo senti. E poi questo tifo da stadio ti dà una marcia in più, pensa che ti spinge quasi in salita».

Vogliamo crederci cara Asia, ma confidiamo di più nelle tue ottime doti di scalatrice.  Adesso mancano solo gli elite uomini: sarà ancora derby Belgio-Olanda? L’Italia punta su Gioele Bertolini, unico nostro rappresentante, ma con un percorso adatto alle sue caratteristiche si spera di chiudere con una top 10.

L’inverno della pista, Villa prepara già gli europei

06.11.2022
4 min
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Quella di Marco Villa è un’attesa carica di pensieri, di calcoli e ragionamenti su come affrontare una stagione, quella 2023 su pista, che si preannuncia molto difficile nella sua gestione. Il posizionamento degli europei a metà febbraio, nel pieno dell’inverno e quando la stagione su strada (per quanto già iniziata fra Sudamerica e Australia) è ancora in via di costruzione, rende tutto più difficile. Siamo nell’anno preolimpico, bisogna guardare al ranking e costruire la qualificazione per Parigi 2024. E per quanto stiamo parlando di finalisti e vincitrici dei mondiali, i quartetti non possono permettersi passi falsi.

Villa con le ragazze del quartetto: Fidanza, Alzini, Barbieri, Guazzini, Consonni e Balsamo
Villa con alcune ragazze del quartetto: Fidanza, Alzini e Barbieri

Vacanze in corso

Quasi tutti i protagonisti della pista italiana sono ancora in vacanza, anche chi è tornato ancora non ha ripreso in mano la bici. La pausa disintossicante, sia fisicamente che soprattutto mentalmente, è necessaria, ma presto bisognerà rimettere mano a tutto. Villa è già con il telefono pronto per il primo giro di sondaggi.

«Fino almeno all’11 novembre sono tutti a riposo – spiega – intanto sto programmando il primo ritiro stagionale. Saremo insieme dai 10 ai 12 giorni, probabilmente in Sicilia, a Noto per un appuntamento che si è anche rivelato fortunato per le nostre sorti. Un altro ritiro lo faremo dal 5 al 18 dicembre, con tutta probabilità a Valencia in Spagna ma attendiamo ancora la conferma e lì lavoreremo sia su strada che su pista».

La Champions League prenderà il via a Mallorca il 12 novembre: 5 le tappe
La Champions League prenderà il via a Mallorca il 12 novembre: 5 le tappe
Un inizio già abbastanza intenso…

E non è tutto. Per dicembre abbiamo previsto anche un paio di appuntamenti agonistici, in due eventi, il secondo dei quali ad Anadia in Portogallo, poi spero che intorno a Natale potremo tornare ad allenarci a Montichiari.

A proposito di gare, quello invernale è anche periodo abbastanza intenso per la pista, tra Champions League e 6 Giorni. Tu sei favorevole che i ragazzi si esprimano in queste manifestazioni?

Favorevolissimo! L’anticipo degli europei impone di accelerare per quanto possibile i tempi. Ho intenzione ad esempio di portare la nazionale maschile a San Juan, per gareggiare su strada e accumulare chilometri per anticipare il raggiungimento della forma. Per le donne c’è ancora da valutare il calendario e gli impegni delle ragazze all’interno delle loro squadre. Quella continentale sarà la prima gara dell’anno, i tempi sono molto stretti, quindi più gare fanno, meglio è.

Chi sarà impegnato nelle attività invernali su pista?

Nella Champions League saranno in gara al maschile Scartezzini e Donegà, fra le donne Barbieri e Zanardi, oltre alla Vece nelle prove veloci. Per le 6 Giorni so solo che Viviani ha dato il suo benestare per prendere parte alla classica di Rotterdam.

Per Viviani dopo il bis iridato nell’eliminazione arriva l’invito per la 6 Giorni di Rotterdam
Per Viviani dopo il bis iridato nell’eliminazione arriva l’invito per la 6 Giorni di Rotterdam
Parlando con Milan, ci accennava alla sua disponibilità verso le 6 Giorni, che sarebbero utili per allargare le sue esperienze al di là dell’inseguimento, ma sa benissimo che, oltre alle esigenze della squadra, anche una 6 Giorni non s’improvvisa…

Jonathan è un patrimonio che va preservato. Ha già il quartetto, so che il team si attende molto da lui e conta di utilizzarlo molto su strada. Io non voglio caricare lui d’impegni né tanto meno entrare in rotta di collisione con la Bahrain Victorious. Con i vari team voglio sempre mantenere un sano rapporto di equilibrio, mi inserisco dove posso, non devo essere visto come un ostacolo ma come un aiuto nella gestione dei corridori. I risultati si sono visti…

Le gare di dicembre potrebbero essere utili per far gareggiare ragazzi e ragazze nella madison, spesso hai sottolineato come le esperienze in gara latitino per i nostri.

Sono occasioni da prendere al volo, anche per un altro aspetto. Devo tenere sempre sotto controllo il ranking, perché ogni atleta che sia d’interesse per la rassegna mondiale abbia i 250 punti che l’Uci richiede. Non voglio inseguire l’accesso nelle ultime settimane, anche per il discorso fatto prima di non creare problemi ai team, quindi se in questo periodo si potranno incamerare punti, ben venga.

Per Villa, Milan è un patrimonio da tutelare: per ora la pista è limitata all’inseguimento
Per Villa, Milan è un patrimonio da tutelare: per ora la pista è limitata all’inseguimento
Situazione più facile da gestire con i maschi o le ragazze?

In questo momento c’è più chiarezza in campo maschile, i calendari sono delineati e giorno dopo giorno anche i team vanno chiarendo che cosa vogliono dai corridori almeno nella prima parte della stagione. I ritiri prestagionali sono fondamentali anche per me, per capire. Per le ragazze la situazione è più nebulosa, so che molte andranno in Australia, ma c’è molto da capire. Per questo non vedo l’ora di iniziare il giro di contatti, con telefono e agenda in mano…

Canins, due Tour e un Giro: «Bene la tecnica, meglio la fantasia»

06.11.2022
6 min
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Uno sguardo al ciclismo femminile con Maria Canins, due Tour vinti (foto di apertura), un Giro e un mondiale cronosquadre. E per farlo partiamo proprio da una frase che la campionessa ci disse qualche tempo fa. In un’intervista alla vigilia delle Olimpiadi, Gabriele Gentili le chiese se seguisse ancora il ciclismo femminile.

La Canins rispose così: «Un po’ sì… Forse andrò contro corrente, ma ho sempre pensato che il grande errore del ciclismo femminile sia stato quello di andare troppo dietro a quanto fanno i pro’, quando invece bisognerebbe scegliere una propria via, più semplice, più divertente. Il paragone con l’altro sesso sarà sempre perdente, è come paragonare la gara dei 100 metri maschile in atletica a quella femminile, sarà sempre la prima ad attira.

«Non capisco come facciano a correre con quegli auricolari sempre nelle orecchie, io non li avrei sopportati. A me piaceva correre e inventare, un giorno andava bene e l’altro magari no, ma così era più divertente».

Sei sempre del parere che cercare di paragonare il ciclismo femminile a quello maschile sia sbagliato dopo un anno così intenso per il ciclismo in rosa?

Per me ve bene tutto, il paragone ci sta, ma non deve essere troppo. Va a finire che con troppe gare ci si stanchi e si stanchino le atlete, perché rispetto agli uomini hanno lo stesso calendario, ma sono di meno. Quella a cui abbiamo assistito è stata una stagione davvero ricca di gare.

Troppe gare finiscono per annoiare dunque?

Se non ti fermi mai, arriva il momento in cui poi ti stanchi, che smetti di divertirti, perché almeno per me parte tutto da lì: dal divertimento. E magari va a finire che molli. Devi avere il tempo per te stessa. Ricordiamoci che parliamo di ragazze giovani.

Con la Vuelta che aumenterà man mano le sue tappe, presto avremmo tre grandi Giri anche tra le donne. Hai seguito la presentazione del prossimo Tour Femmes?

Non troppo, ma so che non c’è tanta salita. Almeno così mi hanno detto. Che c’è solo una tappa di montagna.

Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Che ci sia un solo tappone è vero, tra l’altro si scalano Aspin e Tourmalet, ma per noi è un tracciato molto duro. La salita non manca e si fa fatica a trovare una frazione per velociste pure…

In effetti in Francia di piatto piatto c’è ben poco. La pianura francese è sempre un po’ vallonata. Però mi fa piacere che ci siano queste tappe di alta montagna così prestigiose. In generale mi piace questo ciclismo moderno, è tornato più d’attacco come in passato

Però rispetto al passato è stato fatto un bel balzo in avanti…

Sicuro, in confronto a noi non c’è paragone. La Cappellotto mi tiene informata e mi dice che da qualche anno girano anche bei “soldini” per le ragazze, è tutto un altro mondo. Noi eravamo le appassionate che correvano. Oggi oltre a buoni stipendi vedo i bus, i massaggiatori, staff importanti… Bello.

E a Maria Canins sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo?

No – risponde secca l’altoatesina – e il primo motivo per cui dico no è che non sarei stata in grado di accettare chi mi guidava dalla macchina: «Vai, aspetta, attacca». Per me il ciclismo era come giocare a carte. E ne ho perse di corse… A volte sbagliavo, ma seguivo le mie gambe. Anche io avevo il mio direttore sportivo che mi diceva di aspettare, e io magari non lo ascoltavo, ma non c’erano gli stessi vincoli di oggi. E poi non mi piacciono le radioline.

Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto: incidono troppo sul suo modo di concepire il ciclismo
Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto
Concetto che avevi espresso anche la volta scorsa…

Avete visto che bello il mondiale? Con la Van Vleuten che, mezza morta, è riuscita a restare attaccata alle altre e rientrando da dietro le ha passate tutte senza che queste potessero più fare niente. Secondo voi sarebbe successo se avessero avuto le radioline e avessero detto a quelle davanti dei distacchi o ciò che succedeva dietro? O l’austriaca che ha vinto le Olimpiadi. Oggi le atlete senza radioline sono come api che vagabondano in cerca del fiore giusto.

Pensiero chiaro, ci sembra di aver capito: un ciclismo professionistico e d’avanguardia, ma senza radio?

Via le cuffie dalle orecchie e sarebbe un ciclismo di nuovo più semplice, altrimenti diventa un po’ come fare sport ai videogiochi. Se tu vuoi vincere invece devi stare attenta, devi osare. Io per esempio correvo davanti per due motivi: uno, perché in gruppo ero imbranata. E due, perché stando lì controllavo sempre chi scattava, chi c’era, chi non c’era, chi stava bene. 

Massaggiatori, preparatori, diesse… ti sarebbe piaciuto avere queste figure professionali al tuo fianco?

Io venivo dallo sci di fondo e lì i massaggi a quell’epoca non si sapeva neanche cosa fossero. Quando arrivai nel ciclismo mi chiesero: «Maria vuoi un massaggio?». E io risposi: «Un massaggio? E perché?». Ricordo che ad un Giro del Veneto vedevo che li faceva una ragazzina di 19 anni e io a 30 anni non li avevo mai fatti. E idem con i nutrizionisti. A me è sempre piaciuto mangiare di tutto, ma con moderazione… Come faccio ancora oggi del resto.

Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
E sul fronte della preparazione?

Facevo da sola. Io venivo da altri sport, come detto. Prima ancora del fondo c’era la corsa. La corsa è la base. Sostanzialmente ripresi le teorie della corsa e le applicai al ciclismo: allunghi, ripetute, distanze… Facevo da me. Ricordo che per le pulsazioni si appoggiavano le dita all’altezza della gola. Poi venne il cardiofrequenzimetro e fu un bel passo in avanti.

Quindi hai usato certi strumentazioni?

Sì, sì. Attenzione, io non sono contro l’evoluzione. Anzi, specie quella tecnica, mi piace. Se le ragazze per andare forte sentono di aver bisogno del preparatore, del nutrizionista o altro è giusto che vi ricorrano.

Evoluzione tecnica…

Mi è sempre piaciuta e mi affascina ancora. Sono per le innovazioni. Sono stata la prima ad usare i pedali a sgancio rapido e ad avere il computerino sul manubrio. In questo modo potevo regolarmi su quanto mancasse al traguardo volante, all’arrivo… La stessa cosa per l’abbigliamento. Oggi i capi sono super tecnici. Ed è giusto che non vadano in giro ancora con il pulmino e i completini aperti ad asciugare sui sedili per il giorno dopo. No, no… mi piace questa evoluzione e questa organizzazione.

Torna il Puy de Dome, per la storia e una promessa

06.11.2022
5 min
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Christian Prudhomme sa coniugare mirabilmente le esigenze tecniche, quelle economiche e la sua anima da giornalista. Così quando alla presentazione di Parigi il direttore del Tour ha raccontato cosa ci sia dietro al ritorno sul Puy de Dome, pochi hanno avuto il fiato per aggiungere qualcosa.

Pare infatti che quando nel 2004 entrò nell’Aso, per provare la tastiera del computer a lui assegnato, scrisse semplicemente: «Objectif Puy de Dôme». Non si trattava di parole messe lì a caso. Quell’obiettivo veniva da un voto fatto a sua sorella scomparsa prematuramente, le finestre della cui casa a Clermont Ferrand si affacciavano sul giovane vulcano dell’Auvergne (in apertura nella foto di Clermont Auvergne Tourisme).

Prudhomme, qui con Vingegaard all’ultimo Tour, ha con il Puy de Dome un legame particolare
Prudhomme, qui con Vingegaard all’ultimo Tour, ha con il Puy de Dome un legame particolare

Un anno prima

Probabilmente l’intenzione iniziale del Tour era tornare sulla celebre salita nel 2024, per celebrare i 60 anni del duello fra Anquetil e Poulidor che si consumò nel 1964. Tuttavia il divieto al transito è caduto quest’anno e nel dubbio che possa essere ripristinato, si è pensato di battere il ferro ancora caldo.

Il Tour non è salito lassù così spesso. Nel 1952 vinse Fausto Coppi. Nel 1964 ci fu il famoso duello fra i due giganti francesi, con vittoria di Jimenez e Anquetil che tenne la maglia gialla, impedendo allo storico rivale di conquistarla per 14″, nonostante i 42″ guadagnati da Poulidor. Tre anni dopo, nel 1967 arrivò il successo di Gimondi. Nel 1975 vittoria di Van Impe con Merckx colpito dal pugno di un tifoso, che venne poi rintracciato, arrestato e liberato con la condizionale. Nel 1986 fu la volta di Eric Maechler con Lemond in maglia gialla. Infine nel 1988 l’ultima volta si registrò il successo di Johnny Weltz.

«A volte possiamo essere criticati per aver parlato troppo del passato – ha spiegato Prudhomme – ma il Tour è troppo grande per non parlare delle sue fondamenta, che ne hanno fatto la forza e la sua leggenda. Quanto a me, è stato Poulidor che mi ha fatto innamorare del Tour, non posso restare indifferente davanti al Puy de Dome».

Il Tour de France 1964 consegnò il Puy de Dome alla storia per il duello fra Anquetil e Poulidor (foto L’Equipe)
Il Tour de France 1964 consegnò il Puy de Dome alla storia per il duello fra Anquetil e Poulidor (foto L’Equipe)

Strada chiusa

Dal 2012, quando fu messa in funzione la cremagliera panoramica, la strada è stata chiusa al traffico, ciclisti e pedoni compresi. Alla presentazione del Tour, David Gaudu ha detto di non averci mai messo piede, così pure Aurelien Paret-Peintre quando gli hanno chiesto se si potranno fare dei sopraluoghi. Mentre Bardet, che vive nella zona, ne ha parlato come di una ferita aperta.

«E’ la salita del mio cuore – ha detto pochi giorni fa a Parigi – ma dall’introduzione della cremagliera la strada è completamente chiusa. E’ diventata una stretta strada di servizio che non consente il passaggio di bici e auto. Il divieto è incondizionato. L’accesso è aperto solo una mattina all’anno, dalle 7 alle 9, e lo scorso settembre si è svolta una corsa a cronometro (il Trophée des Grimpeurs, ndr) e io ci sono stato con mio padre. Ci siamo svegliati alle 6 ed è stato ancora eccezionale. Ma questa grande affluenza è la prova di quanto sia frustrante per i corridori della zona. Questa salita è davvero un mito per noi».

Una salita vera

Il Puy de Dome infatti è una salita vera. Più di 13 chilometri di scalata da Clermont Ferrand, gli ultimi quattro dei quali in media quasi il 12 per cento.

«Fino ad ora – ha spiegato Prudhomme – c’era un rifiuto formale al Tour di scalare il Puy de Dome e lo abbiamo sempre rispettato. Questo rifiuto era dettato dalla volontà di tutelare il luogo, dato che la catena dei Puys fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco dal 2018. E noi ovviamente non vogliamo danneggiare la Francia». 

L’ultimo blocco politico è saltato però l’anno scorso, riaprendo definitivamente le porte agli organizzatori che però si sono impegnati a osservare una serie di prescrizioni.

«Non ci saranno spettatori negli ultimi 4 chilometri – ha spiegato Prudhomme – da dopo il casello in poi. Quindi, anche se la strada è stretta, sarà molto più larga rispetto all’Alpe d’Huez e gli 80 centimetri che il pubblico lascia ai corridori per farli passare».

Il Puy de Dome è lungo 13 chilometri: gli ultimi 4 hanno pendenza intorno al 12%
Il Puy de Dome è lungo 13 chilometri: gli ultimi 4 hanno pendenza intorno al 12%

Senza pubblico

La strada è stretta e una sbarra vieta l’accesso a qualsiasi bicicletta, ma intanto il 3 settembre si è svolta una prima gara ciclistica al Puy de Dome: una cronometro amatoriale nell’ambito del Trophee des Grimpeurs, che scala le più grandi salite dell’Alvernia. Tuttavia a causa dello spazio limitato in cima, Prudhomme ha immediatamente escluso una cronometro, ma si è reso conto della necessità che il gruppo arrivi frazionato a quegli ultimi e strettissimi 4 chilometri finali, per cui la scalata finale sarà preceduta sicuramente da altri momenti di selezione. Allo stesso modo in cui il Tour si è impegnato a gestire i tifosi: compito ben più gravoso.

«Ovviamente non vedremo mai più 400.000 spettatori sulle rampe del Puy de Dome – ha spiegato – e sarà interessante vedere quei 4 chilometri terribili senza pubblico. Forse dovremo circondare con la Gendarmerie i 10 chilometri della circonferenza della montagna. Quando sono salito lassù per celebrare il ritorno del Tour, ci siamo detti che sarà per forza spettacolare assistere ad un arrivo in salita lassù senza la folla che tanto ha contribuito alla fama del Puy de Dome. Ma tutte le grandi storie hanno un prezzo. Questo è quello che dovremo pagare per tornare lassù».

Toneatti, addio podio. Per Pontoni è stato troppo buono

05.11.2022
5 min
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Ci verrebbe da dire “buona la prima”… Anzi (quasi) ottima. Stiamo parlando della prima giornata del weekend dei Campionati europei di ciclocross di Namur.  La mattina è iniziata con Pontoni al settimo cielo per il sorprendente argento di Valentina Corvi, che ha chiuso a soli 3 secondi dall’olandese Lauren Molengraaf, e il buon 11° posto dell’esordiente Arianna BIanchi nella categoria donne junior.

Toneatti, medaglia di legno

Poi nel primo pomeriggio, gasati dalle giovani compagne del gruppo azzurro, i nostri ragazzi U23 hanno replicato con grinta. Ottimo seppur amaro per aver perso il podio per soli 4 secondi, il quarto posto di Davide Toneatti (nella foto di apertura) che ha chiuso dietro al trio belga composto da Emiel Verstrynge (oro), Thibau Nys (argento) e Witse Meeussen (bronzo).

Toneatti ha ricontrollato la pressione delle gomme prima del via. Era troppo alta?
Toneatti ha ricontrollato la pressione delle gomme prima del via. Era troppo alta?

Una strepitosa Fem Van Empel ha concluso la giornata di gare aggiudicandosi un oro strameritato. L’olandese, nonostante una foratura che l’ha costretta a rientrare nei box per cambiare bici, ha chiuso con 20 secondi sulla connazionale di origini domenicane Ceylin del Carmen Alvarado. Terza l’ungherese Blanka Vas. Quinta la nostra Sara Casasola. 

Una partenza difficile

Per doveri di cronologia – preghiamo le donne di scusarci – torniamo alla gara uomini U23. Durante il riscaldamento, Davide Toneatti ci confidava che si sentiva molto bene, che il circuito lo affascinava e con un pizzico di modestia diceva che un posto tra i primi cinque sarebbe un bel risultato, ma dopo aver ottenuto il quarto posto la soddisfazione ha lasciato il posto all’amarezza del podio sfiorato.

«Dopo una partenza difficile – ha detto a fine corsa Toneatti – nel finale eravamo lì a giocarci il terzo posto in tre, ero anche riuscito a staccarmi poi nel finale ho fatto un errore ed ho perso le chance di medaglia».

Va detto che Davide aveva giocato la carta della sicurezza pompando le gomme un po’ di più. 

Pontoni. passato dalla felicità per l’argento di Valentina corvi alla rabbia per il 4° posto di Toneatti (foto FCI)
Pontoni. passato dalla felicità per l’argento di Valentina corvi alla rabbia per il 4° posto di Toneatti (foto FCI)

Pontoni furioso

Ma Daniele Pontoni che cosa ne pensava? «Mi dispiace e anzi te lo dico adesso con molta calma perché un’ora fa ero proprio incavolato… per il quarto posto di Davide. La considero una medaglia persa. Era un’occasione importante – dice il cittì che conosce benissimo Toneatti avendolo avuto nella sua DP66 – mettere la nostra maglia sul podio a Namur in casa dei belgi in un campionato europeo sarebbe stato bellissimo.

«C’erano tutti i presupposti per arrivarci, però bisogna essere più cattivi. In certi momenti bisogna essere spietati e non molli, e lui sull’ultima salita è stato molle. Ma bisogna accettare il risultato anche se brucia».

Protagonista di giornata, oltre ai segmenti in pavè, è stato il fango. Spesso si faticava a stare in piedi. Qui Sanne Cant
Protagonista di giornata, oltre ai segmenti in pavè, è stato il fango. Spesso si faticava a stare in piedi. Qui Sanne Cant

Quanto fango

In tutte le gare bisognava davvero “menare” per stare davanti. Tutti elogiano un percorso epico, un tifo da stadio che spinge ad oltrepassare i propri limiti, ma il ripetersi delle difficoltà tecniche ha letteralmente massacrato gli organismi. Impossibile risparmiarsi e malgrado le gomme tassellate da fango, in certi punti era difficile stare in piedi e in bici, come confermava una Sara Casasola soddisfattissima.

«Sono molto contenta – ha detto la friulana – sinceramente non me l’aspettavo. Il percorso benché bellissimo era veramente impegnativo, duro ma molto da guidare. In certi punti dovevi oscillare da destra a sinistra pur di avere grip. Avrei sperato in una top dieci dunque arrivare così è un bel risultato. Davanti andavano veramente forte, le ho viste un attimo a metà gara, poi ho dovuto gestirmi perché negli ultimi giri sono andata un po’ in crisi». 

In conclusione possiamo parlare di un primo giorno molto positivo per la nazionale azzurra. Tutti hanno onorato la maglia, tutti hanno dato il massimo.

Per Sara Casasola un quinto posto a Namur che fa ben sperare in ottica futura
Per Sara Casasola un quinto posto a Namur che fa ben sperare in ottica futura

E domani? 

Nel punto conclusivo del cittì Daniele Pontoni c’è un pizzico di rammarico per il quarto posto di Toneatti ma soprattutto tanta soddisfazione.

«Sono felice innanzitutto per il mio staff – ha detto il tecnico friulano – perché so quanto si impegnano e quanto ci mettono anima e cuore per il lavoro che fanno per far rendere al meglio i nostri ragazzi. Ringrazio come sempre il team manager Roberto Amadio e il presidente Cordiano Dagnoni che mi hanno dato la possibilità di guidare questi magnifici ragazzi anche qui a Namur».

Pontoni crede ciecamente nelle possibilità dei ragazzi junior anche se sono quelli che lo hanno più deluso nelle prime due gare di coppa. Poi ci saranno le U23 donne, dove purtroppo le azzurre hanno un po’ un ruolo da comprimarie. Infine Gioele Bertolini con un percorso adatto alle sue caratteristiche punta ad una top dieci, parola di cittì.

Le riflessioni di Puccio: come cambia il ruolo del gregario

05.11.2022
5 min
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Gregario. Una parola insita nella storia ultracentenaria del ciclismo. Un ruolo che è diventato un concetto, applicabile nella vita di tutti i giorni. Qualche giorno fa Fabio Felline aveva espresso una riflessione dietro la quale si nascondono mille pensieri: «Il mestiere di gregario è difficile da giudicare».

Matteo Trentin ci aveva messo del suo, sottolineando un aspetto importante che fa parte del ciclismo attuale: «Chi corre come leader fa una media di 60 giorni di gara all’anno, un gregario va dagli 80 ai 100». E’ una differenza profonda.

Il gregario di oggi non è più quello del secolo scorso, sono cambiate tantissime cose come è normale che sia, considerando che è il ciclismo, anzi è la società stessa che è profondamente mutata. Chi il mestiere del gregario lo conosce bene è Salvatore Puccio, che anzi è diventato un riferimento assoluto del ruolo, dopo tanti anni di militanza alla Ineos Grenadiers. Eppure la sua prima affermazione lascia un po’ interdetti: «E’ un ruolo che va a scomparire…».

Per Puccio il lavoro del gregario è soprattutto nelle fasi iniziali e centrali della corsa
Per Puccio il lavoro del gregario è soprattutto nelle fasi iniziali e centrali della corsa
Sembra difficile crederlo…

Diciamo che il ruolo del gregario emerge maggiormente nei grandi Giri, quando si lavora giorno dopo giorno. Nelle gare d’un giorno si viaggia subito ad alte velocità, così emergono figure diverse. D’altronde gregario è una parola che rappresenta una concezione generica, ogni corridore ormai interpreta un ruolo ben preciso in squadra. Molto poi dipende dall’impostazione della stessa.

Spiegati meglio…

In un team come il nostro, il lavoro del gregario resta fondamentale nel coprire il capitano, pilotarlo nelle varie posizioni del gruppo in base a quel che succede in corsa. L’obiettivo è fargli spendere il meno possibile mantenendolo nel vivo della corsa e questo costa un gran dispendio di energie. Ma quando ci sarà da “menar le mani”, il leader avrà il serbatoio pieno e interverranno in supporto altre figure, i luogotenenti ad esempio.

Puccio con Carapaz all’ultimo Giro. Il leader ha sempre bisogno di una presenza al fianco
Puccio con Carapaz all’ultimo Giro. Il leader ha sempre bisogno di una presenza al fianco
Secondo te il gregario è ancora una figura che i team cercano?

Sicuramente, ma ripeto: il termine ormai è un po’ troppo generico. I team dei velocisti cercano ad esempio “vagoni” per il treno dello sprinter e corridori che tengano il gruppo compatto, quelli che hanno uomini di classifica corridori che possano proteggerlo nelle varie situazioni. Chi ha uomini forti in montagna vuole gente o che possa dargli manforte quando la strada si rizza sotto le ruote o che possa gestire la corsa in pianura. In un modo o nell’altro, comunque le squadre hanno bisogno dei vari “tasselli” e nel ciclomercato si vede che sono anzi le figure principali a muoversi.

Il gregario gode di maggior libertà durante l’anno nella ricerca di soddisfazioni personali, rispetto a quanto avveniva ai tempi del tuo approdo fra i professionisti?

Mi è difficile rispondere. Io ho sempre corso in squadre con grandi capitani e di libertà ce n’è sempre stata assai poca. Si lavora tutti i giorni al loro servizio, si gode delle loro vittorie, in un certo senso di luce riflessa. Io ho capito ben presto che non avevo le qualità per emergere come protagonista assoluto, ma potevo fare una bella carriera al servizio degli altri e mi sono adattato.

Distribuire le borracce non è più molto usuale per i gregari, grazie alle feed zone moltiplicate
Distribuire le borracce non è più molto usuale per i gregari, grazie alle feed zone moltiplicate
Tocchiamo l’aspetto economico. Il ciclismo attuale è ben diverso da quello del secolo scorso e gli stipendi lo sono altrettanto. Una volta però c’era anche la voce legata ai premi. Come funziona al giorno d’oggi?

Molte squadre mettono tutti i premi conseguiti in un fondo che alla fine di ogni gara, in linea o a tappe, viene diviso fra tutti coloro che hanno partecipato. Alcuni team preferiscono assommare tutto fino a fine stagione, ma la maggior parte agisce nell’altro modo e lo ritengo più giusto. Va poi considerato che una parte, solitamente il 20 per cento, viene detratto e messo a disposizione dello staff, dai meccanici ai massaggiatori e così via. Condividere è importante al di là delle cifre, perché uno vince sempre grazie agli altri.

Un gregario di oggi è più o meno famoso rispetto a prima?

Sicuramente ha più visibilità, ma non tanto grazie ai social come si potrebbe pensare. Io credo che sia dovuto più alle dirette integrali dei canali televisivi: una volta ci si collegava solo per le fasi finali e lì emergevano sempre gli stessi. Ora c’è possibilità di vedere anche il lavoro delle fasi iniziali e centrali che per noi sono le più impegnative.

Immagine segnata dal tempo di un gregario storico: Italo Mazzacurati, spalla di Vittorio Adorni
Immagine segnata dal tempo di un gregario storico: Italo Mazzacurati, spalla di Vittorio Adorni
I giovani attuali che approccio hanno, vogliono tutti passare come leader o sanno adattarsi?

All’inizio tutti vogliono giocarsi le proprie carte, ma bisogna stare attenti: puoi anche ottenere buoni risultati, ma basta una stagione giù di tono e la quotazione scende. Se non sai adattarti, se non capisci presto quale potrebbe essere il tuo ruolo, questo mondo ti consuma e ti butta via. Chi riesce invece a rendersi utile magari non comparirà nella lista dei vincitori, ma avrà una carriera lunga e nel complesso ben remunerata. Certe volte, se l’orgoglio fa un passo indietro c’è tutto da guadagnarci.

Corvi d’argento, partenza azzurra col botto a Namur

05.11.2022
3 min
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Partenza col botto per la nazionale azzurra di Daniele Pontoni, che grazie ad una splendida Valentina Corvi ha subito ottenuto la medaglia d’argento agli Europei di ciclocross di Namur. Sullo stesso percorso aveva conquistato il terzo posto nella Coppa del mondo 2021

La vittoria è andata all’olandese Lauren Molengraaf, che solo nel finale è riuscita a staccare la Corvi di soli 3 secondi, mentre sul terzo gradino del podio è salita la belga Xaydee Van Sinaey. Ottimo l’undicesimo posto della debuttante Arianna Bianchi.

Una partenza subito a razzo per la Corvi (seguita da Van Sinaey), cui sono mancati 5 metri per vincere
Una partenza subito a razzo per la Corvi (seguita da Van Sinaey), cui sono mancati 5 metri per vincere

Subito a tutta

Pronti via e la Corvi è scattata come un razzo, eseguendo alla perfezione le raccomandazioni del cittì Pontoni. «Fare la corsa davanti e massima attenzione nelle contropendenze».

Staccatasi con la britannica Cat Ferguson, Valentina ha preso il comando delle operazioni fino al termine del secondo giro, quando Molengraaf e la Van Sinaey sono rientrate. L’olandese del Team Tormans, leader della Coppa del mondo juniores, si è poi alternata con l’azzurra per dettare il ritmo in testa. E’ stato un mano a mano bellissimo che si è deciso sull’ultima rampa a 250 metri dal traguardo.

«Sono partita subito forte – commentava davanti al pullman una felicissima Valentina Corvi – sapevo che potevo fare bene qui. Senza paura mi sono messa davanti, così in discesa potevo fare le mie traiettorie e in salita riuscivo a spingere bene.

«La gara è stata subito tosta, si è decisa all’ultimo giro dove eravamo in tre. Ho preso davanti l’ultima contropendenza poi però qualcosa ho sbagliato e la Molengraaf mi ha chiuso. Ho dato tutto nel finale ma non sono più riuscita a chiudere il buco. Voglio ringraziare tutto il Team Azzurro per avermi sostenuto e motivato ad arrivare a questo bellissimo traguardo».

L’abbraccio di Valentina Corvi con sua madre dopo l’arrivo: un risultato che ripaga di tanti sacrifici
L’abbraccio di Valentina Corvi con sua madre dopo l’arrivo: un risultato che ripaga di tanti sacrifici

Pontoni commosso

A due passi, Daniele Pontoni aveva lo sguardo lucido di chi sa che una sua atleta ha fatto bene, anzi benissimo.

«Valentina – ha detto – ha interpretato la gara nel modo migliore. Questa è una gara che devi aggredire. Non puoi aspettare sia il percorso sia quello che fanno gli altri. Correre in testa ti consente di fare qualche piccolo errore, poi se qualcuno sbaglia dietro di te hai la strada libera.

«Valentina ha fatto una grande gara, ma non voglio però dimenticare Arianna che al suo primo anno e la sua prima esperienza in azzurro partendo dall’ultima fila ha chiuso appena fuori dalle dieci».

Sul podio, Corvi seconda dietro la vincitrice olandese Molengraaf e la belga Van Sinaey
Sul podio, Corvi seconda dietro la vincitrice olandese Molengraaf e la belga Van Sinaey

Esordio Bianchi

In effetti bravissima la Bianchi ottimo il suo esordio. Giro dopo giro è riuscita a scalare le posizioni.

«Sono contentissima – dice – prima per Valentina e poi per me. Il percorso era bellissimo, molto tecnico ma anche con tratti dove poter spingere. Non sono abituata a correre in posti così belli, è stata gioia pura».

Ora avanti con gli U23 uomini (già splendido il quarto posto di Toneatti) e donne elite per chiudere il sabato con altre sorprese.