Viaggio curioso (e tecnico) nel laboratorio Dinamo

08.11.2022
4 min
Salva
Siamo entrati nel laboratorio in cui nascono i preparati Dinamo per la nutrizione. Abbiamo visto nascere i gel. Ci siamo fatti spiegare tutto

Attenzione e rispetto della materia prima sono un “must” nella produzione di integratori di qualità come quelli di Dinamo. Abbiamo visitato la sede di Busto Arsizio, che comprende il laboratorio nel quale vengono prodotti barrette, gel e tanti altri prodotti a catalogo. 

Abbiamo già raccontato la filosofia Dinamo descrivendo i vari prodotti per lo sport con i loro ingredienti ayurvedici dall’alto valore nutritivo. Visitare il laboratorio è stata una dimostrazione della dedizione, dell’accuratezza e del rispetto che stanno alla base della produzione di ogni integratore all’interno dell’azienda.

Rossella Ratto, Tiziana Ardo e Fabio Di Giacomo: la visita al laboratorio Dinamo è nel pieno
Tiziana Ardo e Fabio Di Giacomo: la visita al laboratorio Dinamo è nel pieno

La materia prima e la pesatura

La materia prima è accuratamente selezionata, preferendo quando possibile le eccellenze italiane, come la granella di pistacchio, l’uvetta e le albicocche. Essa viene poi conservata a temperatura controllata per preservarla al meglio fino al momento della lavorazione. Tiziana Ardo, amministratore, e Fabio Di Giacomo, responsabile della produzione, ce la mostrano con estrema trasparenza. All’apertura del contenitore, un’ondata di profumi travolgente ne palesa l’alta qualità.

Per garantire la standardizzazione delle ricette ed ottenere sempre il medesimo risultato organolettico, Dinamo ha sviluppato un software ad hoc. Con la lettura del QR code sull’etichetta degli ingredienti, esso facilita l’operatore nella preparazione della linea. Una bilancia ad alta precisione permette invece di bilanciare al milligrammo gli oli essenziali che con l’uso di pipette vengono aggiunti al preparato. 

Qui dentro si preparano le barrette, che escono sul nastro e vengono poi tagliate a mano
Qui dentro si preparano le barrette, che escono sul nastro e vengono poi tagliate a mano

Dinamo, tra uomo e macchina

Il laboratorio Dinamo è il risultato di una collaborazione tra uomo e macchina. Guardiamo ad esempio la produzione delle barrette. Per garantire il mantenimento delle proprietà benefiche delle vitamine e l’integrità degli ingredienti, Dinamo ha scelto di evitare un’eccessiva macinazione. Per questo sono state apportate modifiche a un comune tritacarne che amalgama la materia prima a bassa velocità, senza surriscaldarla. Estrusa sotto forma di una lunga barra, viene tagliata manualmente e pesata dall’operatore. Le barrette sono così pronte al confezionamento, senza necessità di cottura. Questa porterebbe all’inattivazione di molte vitamine essenziali per il benessere e la performance, come quelle del gruppo B e la vitamina C.

Gioiello Roboqbo

Il fiore all’occhiello del laboratorio è però il Roboqbo, fondamentale per quasi tutte le preparazioni. E’ una sorta di grosso… Bimby, che registra le ricette e permette di lavorare in sicurezza, a temperature precise, in tempi brevi e soprattutto sottovuoto. Queste sono le caratteristiche più rilevanti che valorizzano la lavorazione. Sono infatti fondamentali per preservare nel processo produttivo non solo le vitamine, che altrimenti si potrebbero inattivare per ossidazione e i minerali, ma anche i polifenoli che donano ai prodotti Dinamo le proprietà benevole per l’organismo.

Una volta che il gel è pronto, viene imbustato a mano da un operatore: la macchina chiude poi la confezione
Una volta che il gel è pronto, viene imbustato a mano da un operatore: la macchina chiude poi la confezione

Dopo il confezionamento

Il rigore preteso in produzione prosegue anche dopo il confezionamento. Per garantire la qualità igienica, nutrizionale ed organolettica sul prodotto finito, prima di avviarne la distribuzione per la vendita, Dinamo fa analizzare un campione per ogni lotto e, verificato il rispetto dei requisiti sulla sicurezza alimentare, offre così al consumatore prodotti totalmente privi di conservanti, agglomeranti, stabilizzanti e altre sostanze chimiche comunemente usate nella grande industria. 

Con Nordhagen la Jumbo-Visma traccia una nuova linea

08.11.2022
5 min
Salva

La crescita esponenziale del ciclismo norvegese non è casuale, va dietro un generale “boom” dello sport nazionale, non più ancorato solo alle discipline invernali. L’impronta data dai vertici sportivi e non solo è chiara: i ragazzi devono fare sport soprattutto per divertirsi, senza guardare ai risultati. A quelli si baderà solo in prossimità della maggiore età. Così sono venuti su i vari Casper Ruud (tennis), Jakob Ingebritsen e Karsten Warholm (atletica), Erling Haaland (calcio). Ma Jorgen Nordhagen rischia di rompere questi schemi.

Nordhagen a cronometro: campione nazionale e argento europeo, le capacità ci sono…
Nordhagen a cronometro: campione nazionale e argento europeo, le capacità ci sono…

Campione in bici e sugli sci

Nordhagen ha 17 anni, viene da Tranby, piccolo centro a mezz’ora di macchina da Oslo. Ha appena finito il suo primo anno da junior. Quest’anno, in 28 giorni di gare Uci, è stato per 22 volte nei primi 10. Nelle corse a tappe è stato quasi sempre il miglior primo anno. Ha vinto il titolo nazionale a cronometro, l’argento agli europei di Anadia, nono ai mondiali, ma c’è un’altra gara che ha segnato la sua stagione e forse segnerà la sua carriera: il GP Ruebliland in Svizzera.

Su quelle strade Nordhagen ha vinto l’ultima frazione e in classifica si è inchinato solo al tedesco Herzog, di lì a poco campione del mondo. A vedere quella corsa c’era anche Robbert De Groot, direttore della Academy della Jumbo-Visma. I suoi occhi erano rapiti dall’esuberanza di quel ragazzino, dall’espressione di potenza così naturale, tanto che non ha perso tempo e ha subito contattato i vertici del team: quel talento non doveva sfuggire.

La presentazione alla Jumbo Visma, con De Groot alla sua sinistra. Quella maglia la vestirà dal 2024
La presentazione alla Jumbo Visma, con De Groot alla sua sinistra. Quella maglia la vestirà dal 2024

Un diamante da rifinire

Per Nordhagen è stata quindi fatta una scelta clamorosa: un contratto già formato fino al 2027, prevedendo un anno ancora al Lillehammer CK, la sua squadra junior, poi l’approdo al team Devo della Jumbo e dopo le necessarie esperienze l’entrata in prima squadra. Tutto scritto, tutto pianificato. Una scommessa sul futuro.

«E’ un viaggio che è solo all’inizio – ha spiegato il dirigente olandese – ma è pieno di aspettative. Jorgen è come un diamante grezzo e noi ci siamo presi il tempo per intagliarlo nella maniera migliore e farlo risplendere, questa sarà la nostra sfida. E’ un ragazzo molto motivato, che cerca di progredire. Ora potrà concentrarsi con calma su allenamento, corse e sviluppo e con lui tracciamo una strada. Vogliamo consentire ai giovani ciclisti di crescere meglio. Lui sarà il primo di una serie di corridori da sviluppare in equilibrio tra allenamenti e gare, attraverso la nostra filiera».

Per Jorgen una bella stagione anche nel fondo, con un titolo nazionale junior (foto Instagram)
Per Jorgen una bella stagione anche nel fondo, con un titolo nazionale junior (foto Instagram)

Due carriere in parallelo

Ma chi è Jorgen Nordhagen? Intanto va specificato che i suoi risultati ciclistici vanno di pari passo con quelli dello sci di fondo. Sono due discipline parallele che il giovane norvegese ha portato avanti insieme con ottimi risultati, perché sugli sci nell’ultima stagione Nordhagen ha vinto un titolo nazionale junior e due importanti gare del circuito interno e solo la giovane età gli ha impedito di approdare alla nazionale per i mondiali di categoria. Si sarebbe portati a pensare che ora di sci non si parla più: «No, voglio alternare le due discipline il più a lungo possibile – ha messo in chiaro Nordhagen – quello invernale è un esercizio che mi aiuta ad allenare e sviluppare tutto il corpo».

La storia di Jorgen è abbastanza semplice: già a 8 anni ha iniziato a pedalare, affiliandosi nell’Asker Cykleklubb che già lo aveva nelle sue fila nella sezione sciistica (perché con gli sci ai piedi ci è praticamente nato, come quasi ogni norvegese). Jorgen dice che proprio grazie alla doppia attività sta sviluppando le sue caratteristiche di passista-scalatore, seguendo un po’ la nuova moda del ciclismo norvegese. Se prima, con Kristoff e Boasson Hagen, nascevano corridori veloci per le classiche, ora con Foss, Johannessen, Staune Mittet la Norvegia sta sfornando talenti fortissimi sul passo e adatti alle corse a tappe, come il Knudsen dei tempi belli.

L’argento europeo è la perla di un 2022 ricco di soddisfazioni (foto Freddy Guerin/DirectVelo)
L’argento europeo è la perla di un 2022 ricco di soddisfazioni (foto Freddy Guerin/DirectVelo)

Accolto in famiglia

Quando Robbert De Groot gli ha prospettato il suo futuro, Nordhagen non ci ha pensato due volte a dire sì. L’occasione è di quelle ghiotte, in un team strutturato in modo esemplare.

«Qui posso crescere come uomo – ha detto – avere la strada già tracciata è un aiuto enorme. So che quel sogno di diventare professionista si avvererà tra pochi anni, io devo solo lavorare con calma e concentrarmi sui miei obiettivi. Ho incontrato i miei connazionali, Foss, Hagenes, Staune Mittet e tutti mi hanno detto mirabilie del team».

E forse l’iridato Foss è già pronto a prenderlo sotto la sua ala. Quando Nordhagen ha pubblicato su Instagram la foto e la notizia del contratto firmato, l’iridato della cronometro ha commentato con tre emoji che dicono molto: un cuore nero, uno giallo e un pugno chiuso. Jorgen fa già parte della famiglia…

Pinarello, la Tre Valli come premio per il suo 2022

08.11.2022
5 min
Salva

Ha già la mente proiettata sul 2023 quando potrà dedicarsi alla bici fin dai primi mesi. Quest’anno Alessandro Pinarello ha dovuto districarsi tra la maturità, il Covid e gli impegni con la Bardiani-Csf-Faizanè. Contestualizzando il tutto, è riuscito a farlo piuttosto bene.

«Sono rientrato da pochi giorni dalle vacanze – ci spiega al telefono il 19enne trevigiano – che ho fatto a Marsa Alam con alcuni compagni di allenamento della mia zona. Ci eravamo già messi d’accordo questa estate di andare via tutti assieme. Adesso inizierò la preparazione invernale, visto che a metà dicembre dovremmo fare il primo raduno in Toscana».

Pinarello con Zana alla Tre Valli. Per il 19enne correrla è stata un premio della squadra
Pinarello con Zana alla Tre Valli. Per il 19enne correrla è stata un premio della squadra
Alessandro, partiamo dal finale di stagione che ci sembra sia stato positivo.

Sì, è stato così in effetti. In pratica sono rientrato ad agosto. Ho fatto Poggiana, Capodarco, una gara in Olanda, il Flanders Tomorrow Tour (gara a tappe per U23, ndr), poi tra i pro’ Giro di Slovacchia e Tre Valli Varesine. In mezzo ho corso il Piccolo Lombardia chiudendo al settimo posto. E con un po’ di rammarico.

Perché?

E’ stata una gara combattuta e strana. Il gruppo si è rotto dopo pochi chilometri. Mi sentivo bene. Così ho attaccato sul Ghisallo facendo selezione, ma proprio in cima ho rotto la bici. In pratica ho tirato fuori la fuga decisiva in cui non c’ero dentro. Con Busatto della General Store e Villa della Biesse-Carrera abbiamo provato a rientrare. Ce l’avevamo quasi fatta, ma sugli ultimi strappi abbiamo pagato lo sforzo. Piuttosto mi spiace che con me non sia rimasto Martin (Marcellusi, ndr) perché sono convinto che avremmo potuto fare qualcosa di più. Peccato, ero un po’ deluso, ma sono stato anche sfortunato. E se ci penso, davanti c’erano due quasi pro’ come Fedorov e Segaert, che ha la mia età e va come una moto.

Pinarello ha esordito tra i pro’ al Giro di Slovacchia disputando buone prove
Pinarello ha esordito tra i pro’ al Giro di Slovacchia disputando buone prove
La maturità è stata spartiacque per la tua attività. Come hai gestito scuola e bici?

Fino a giugno ho fatto fatica. E’ stato un periodo molto duro perché avevo giornate piene e facevo orari un po’ sballati. Andavo a scuola, durante la ricreazione mangiavo il pranzo che mi ero fatto la sera prima. Poi arrivavo a casa, mi infilavo i vestiti della bici che avevo già preparato al mattino ed uscivo ad allenarmi. Tornato a casa mi mettevo a studiare e preparavo tutto per il giorno seguente. E così via tutti i giorni. Certe sere ero cotto e andavo a dormire tardi perché dovevo finire. Diciamo che a scuola mi sono venuti poco incontro, considerando i miei impegni. Tuttavia sono riuscito a diplomarmi bene, anche se non con la votazione che speravo. Va bene così.

Dopo l’esame invece com’è andata?

Non ho trascorso una estate bellissima. Come dicevo prima, sono rientrato ad agosto perché ho preso il Covid. Al Val d’Aosta stavo già male ma ero ancora negativo ai test. Qualche giorno dopo a casa ero positivo. Lo sapeva solo la squadra. Ho dovuto riprendere quasi daccapo. Avrei dovuto fare l’altura però mi è saltata. Mi sono allenato a casa e poco per volta ho ritrovato una buona condizione.

Come è stato invece correre in mezzo ai professionisti?

In Slovacchia c’erano quattro formazioni WorldTour e, benché non avessero le prime punte, il livello della corsa era piuttosto alto. Di base è andata molto bene, in due tappe specialmente. Nella seconda mi sono staccato solo a 5 chilometri dal traguardo dove si arrivava in salita. Nella terza invece, che era lunga 210 chilometri con quattromila metri di dislivello, ho chiuso col gruppo di testa. Ho imparato a conoscermi meglio. Alla Tre Valli invece è stato un premio che mi ha fatto la squadra. Ero già su per il Piccolo Lombardia e mi hanno detto che l’avrei corsa. Ma va bene così, posso dire di aver corso con Pogacar e con due mostri sacri come Nibali e Valverde prima del loro ritiro.

Alessandro Pinarello nel 2023 manterrà un calendario prevalentemente di gare U23 (foto TM Marketing)
Alessandro Pinarello nel 2023 manterrà un calendario prevalentemente di gare U23 (foto TM Marketing)
Cosa ti hanno detto i tuoi tecnici di questa annata?

Beh, il giorno della Tre Valli, visti i calibri in gara, mi hanno detto che avrei dovuto solo portare la bici all’arrivo (sorride, ndr). Per il resto so che Roberto (Reverberi, il team manager, ndr) ha parlato bene di me in un’intervista e me lo ha anche detto. Però quest’anno è stato più vicino a me Mirko (Rossato, il diesse della formazione U23, ndr) perché ci guidava lui nelle nostre gare. Anche lui ha speso belle parole per me. Naturalmente mi fanno piacere questi riscontri. Sono motivazioni importanti per la prossima stagione.

Tu e il tuo compagno Pellizzari eravate stati al centro di un caso particolare nel passaggio a pro’. Ora che è finita la stagione, consiglieresti la stessa cosa ad uno junior?

Senza entrare nel merito delle questioni burocratiche che non mi competono, direi proprio di sì. Quest’anno io ho fatto un’attività uguale a quella che avrei fatto in una qualsiasi altra formazione U23. Mi hanno concesso il tempo di studiare e di organizzarmi a dovere con la scuola. Mi hanno aspettato quando ho avuto problemi. Ed il programma delle gare è stato fatto in modo graduale. Ora mi sento più responsabilizzato e noto la mia crescita mentale. Ogni giorno devi sapere che hai fatto bene i tuoi lavori. La tua coscienza deve essere sempre a posto. Per me è stato così.

Al Giro di Slovacchia, Pinarello si è piazzato settimo nella classifica dei giovani (foto Okolo Slovenska)
Al Giro di Slovacchia, Pinarello si è piazzato settimo nella classifica dei giovani (foto Okolo Slovenska)
A questo punto, che obiettivi ha Alessandro Pinarello per il 2023?

Di sicuro potrò dedicarmi solo alla bici. Quindi sarò più pronto a chilometraggi più lunghi. Dopo la maturità avevo pensato di iscrivermi all’università di agraria a Udine, ma ho rimandato a fra qualche anno, quando avrò ben capito come potermi gestire al meglio. Ho avuto la conferma che adesso nel ciclismo devi curare ogni dettaglio perché il livello è alto ovunque. Quest’anno ho fatto alcune corse dove volevo strafare. Una euforia che mi ha portato a sbagliare. Per l’anno prossimo il mio intento è fare lo stesso calendario, ma farlo molto meglio. Soprattutto nelle corse attorno a casa come Piva, Belvedere o San Vendemiano vorrei andare molto forte. O anche vincere, perché no…

“Zona 3” o “medio”: la base per costruire una stagione

07.11.2022
5 min
Salva

Le vacanze per i corridori stanno lentamente terminando, il periodo di pausa è finito e tra poco si inizierà a parlare della nuova stagione. La ripresa dell’attività è un argomento importante, visto che fin dalle prima fasi della preparazione bisogna lavorare bene per arrivare pronti nel cuore della stagione (nella foto Instagram di apertura Evenepoel in ritiro con la QuickStep Alpha Vinyl nello scorso inverno). L’anno scorso con Michele Bartoli ne avevamo parlato in generale. Questa volta entriamo nello specifico, approfondendo il tema del “medio” o “zona 3”. 

Ad inizio stagione è meglio lavorare sui dati della frequenza cardiaca, sono più affidabili
Ad inizio stagione è meglio lavorare sui dati della frequenza cardiaca, sono più affidabili
Innanzitutto c’è differenza tra frequenza cardiaca e watt?

Sostanzialmente – spiega Bartoli – tra cardio e potenza non dovrebbe esserci alcuna differenza. All’inizio della stagione però, soprattutto alla ripresa dell’attività, è meglio lavorare sulla frequenza cardiaca e non sui watt. 

Come mai?

Perché nelle prime due o tre settimane si ha un affaticamento precoce del fisico. Se si dovesse guardare ai watt, avremmo un avanzamento nelle altre zone di lavoro, come zona 4 o addirittura zona 5. 

Quindi i dati sulla frequenza cardiaca, ad inizio stagione hanno più valore?

Assolutamente, mantenere la zona di medio (o zona 3, ndr) della frequenza cardiaca ci permette di lavorare con più serenità. Anche perché ora al medio mantieni i 200 watt, più vai avanti nella stagione più questo numero aumenta, mantenendo sempre uguale la zona cardiaca. 

Le prime 3-4 settimane di lavoro sono uguali per tutti: tanto volume e meno qualità
Le prime 3-4 settimane di lavoro sono uguali per tutti: tanto volume e meno qualità
Si tratta di costruire una solida base di lavoro…

Il medio alla fine è quel valore che ti permette di lavorarci sopra. Potremmo definirlo come le fondamenta di una casa: più queste sono solide più la casa sta in piedi. Aumentare il volume di lavoro permette poi di aumentare i parametri man mano. Il lavoro in zona 3 permette di lavorare meglio poi quando aumentano i volumi, ovvero si passa a carichi massimali.  

Questo allenamento ha un impatto anche sui picchi di forma? 

Certamente, più base fai più i picchi di forma durano più a lungo. Inizialmente bisogna lavorare sull’equilibrio, una volta trovato si fanno lavori su zone più alte.

Quando si lavora sul fondo si fanno comunque dei lavori specifici o no?

Sì, io faccio fare lavori di forza e di ritmo, rimanendo sempre nella frequenza cardiaca di medio. 

Per i velocisti i lavori specifici iniziano presto: bisogna farsi trovare subito pronti
Per i velocisti i lavori specifici iniziano presto: bisogna farsi trovare subito pronti
Si guarda anche ad altri parametri, come la soglia del lattato?

Fino a qualche anno fa si pensava che la soglia del lattato fosse di 4 millimoli per tutti i corridori, ma non è così. Se si fa una media si rimane intorno a quel valore, ma qualcuno lo ha più alto e qualcuno meno. Il lattato fornisce dei dati sulle condizioni e miglioramenti nei test ma non fornisce altro. Si aggiusta il carico di lavoro in base ai test che si fanno, ad ogni livello di lattato corrisponde un carico di lavoro, tenendo sempre conto dei periodi. Magari a inizio stagione a 3 millimoli si hanno 200 watt, mentre a metà stagione 300. Questi valori sono di per sé dei riferimenti ma non dei dati su cui lavorare. 

E per quanto riguarda la soglia aerobica?

Qui ci sono già più riferimenti da prendere e soprattutto si iniziano a fare più differenziazioni tra i vari corridori. Un atleta che ha come obiettivo le gare a tappe avrà una mole di lavoro maggiore sul medio. Il punto è che tutti lavorano al medio ma lo fanno in maniera differente: chi deve correre a gennaio in Australia ci lavorerà di meno. 

Quando si iniziano a fare le prime differenziazioni?

Il lavoro considerato di “risveglio” è uguale per tutti: le prime tre o quattro settimane per intenderci. Poi ci si allena ognuno secondo il suo campo. 

Chi ha come obiettivo i grandi Giri farà tanto volume, c’è bisogno di benzina per massimizzare i periodi di forma
Chi ha come obiettivo i grandi Giri farà tanto volume, c’è bisogno di benzina per massimizzare i periodi di forma
Gli allenamenti in zona 3 portano benefici anche ad altri parametri?

Sì, lavorando bene in zona 3 si alzano i livelli generali e si portano in alto i limiti. Si migliora la zona 4, la soglia e anche il VO2 max

Il medio è un valore che in gara si riesce ad allenare?

Se si guarda ai file delle gare si nota che o si va a tutta, quindi zona 5, oppure al lento, quindi zona 2. Ci sono dei passaggi al medio, ma sono così brevi che non si massimizzano. In gara si tende a perdere il lavoro fatto al medio, questo perché si tratta di un lavoro “costruttivo” quindi che si fa in allenamento.

Di questi allenamenti si fanno anche dei richiami durante la stagione?

Di medio, per quanto mi riguarda, più se ne fa meglio è. Si cura all’inizio perché è la prima prova di sforzo importante, non si può saltare subito oltre. Non si sarebbe neanche pronti metabolicamente a sopportare zone di lavoro più alte. Si rischierebbe di andare in condizione prima ma sarebbe una “condizione fantasma” che dopo 20 giorni sparisce.

Gomme invernali, non è solo un fatto di durata

07.11.2022
5 min
Salva

Gomme da usare per allenarsi e pneumatici da usare in inverno. Copertoncini e tubeless da montare sulla “bici muletto”. Al di là della spesa, cosa dobbiamo considerare sotto il profilo tecnico quando scegliamo e montiamo una gomma da usare nel corso della stagione lontano dalle competizioni?

Abbiamo chiesto a Samuele Bressan di Pirelli e ad Andrea Vendrame che corre nel Team Ag2R-Citroen.

Per Vendrame tubolari in gara, ma le gomme invernali sono tubeless
Per Vendrame tubolari in gara, ma le gomme invernali sono tubeless

Gomme invernali, cosa dice Pirelli

«Nel caso si possa o voglia optare per l’acquisto di uno pneumatico specifico – spiega Bressan – l’attenzione va posta sul livello di scolpitura e di protezione alla foratura. Gioca un ruolo di primaria importanza anche la mescola, meglio se morbida o comunque con caratteristiche di alto grip sul bagnato. In inverno si affrontano di solito condizioni con temperature più basse, umido, bagnato e in genere strade più sporche, con più detriti. Per questo una gomma con molti intagli e protezione alle forature garantisce una migliore impronta a terra e protezione allo stesso tempo.

«Al netto della scelta di uno pneumatico specifico – continua Bressanla pressione di gonfiaggio è il parametro su cui porre la maggiore attenzione. Abbassarla di mezzo bar rispetto al normale è una buona abitudine per l’inverno, per ovviare agli inconvenienti appena descritti. Meno pressione vuol dire maggiore velocità nel far scaldare, anche se di poco, la mescola del battistrada. Si migliora l’impronta a terra e si riducono anche le forature. Le gomme morbide si adattano meglio alle asperità, anziché opporsi rigidamente ad esse. Gli intagli, o sipes, hanno il compito di far scaldare la mescola perché permettono al battistrada di muoversi e generare calore: è la loro funzione. Ecco perché le gomme invernali o categorizzate come tali hanno un numero maggiore di sipes. Al contrario di quello che si pensa, in ambito bici, i sipes non hanno il compito di portare l’acqua verso l’esterno dello pneumatico, come invece avviene per gli altri veicoli, quali moto e auto».

Samuele Bressan, product manager di Pirelli Cycling
Samuele Bressan, product manager di Pirelli Cycling

La palla passa dunque ad Andrea Vendrame, che si avvia verso la ripresa della preparazione, dopo aver chiuso la stagione il 4 ottobre alla Tre Valli Varesine.

Tubeless, copertoncino oppure tubolare?

In gara utilizzo i tubolari P Zero con sezione da 26, lontano dalle corse preferisco utilizzare i Cinturato tubeless con una larghezza da 28. Sono cosciente e ho avuto l’opportunità di toccare con mano i vantaggi dei tubeless di ultima generazione e dei copertoncini con le camere d’aria in poliuretano superleggere. Tuttavia per il mio stile di guida, in gara, il tubolare è il compromesso migliore. Lo è per il grip e per la leggerezza del comparto che include anche le ruote. I test che abbiamo effettuato con il team sono interessanti. Un tubolare è più reattivo nelle uscite delle curve e nelle fasi di rilancio perché è maggiormente elastico, ma è meno scorrevole alle velocità elevate e oggi si va sempre più forte. E comunque è da considerare anche la preferenza di ogni singolo atleta.

TLR SL, utilizzati dai corridori della Ag2R-Citroen anche dai pro durante le gare
TLR SL, utilizzati dai corridori della Ag2R-Citroen anche dai pro durante le gare
Quindi non usi sempre le stesse gomme?

A prescindere dalla stagione, in allenamento utilizzo il tubeless da oltre 3 anni. Non ho mai forato, non voglio portarmi sfortuna, ma è così e lo uso con il liquido anti-foratura all’interno. E’ meno scorrevole se paragonato ad uno pneumatico specifico per le gare, ma ha una resa che rimane uguale nel tempo, per tanto tempo. Nelle fasi di allenamento è importante anche per noi avere uno strumento affidabile e che non necessita di tanta manutenzione. Sacrificare qualche grammo e un po’ di scorrevolezza in allenamento non è un problema.

Si parte dalla misura da 26 e si sale
Si parte dalla misura da 26 e si sale
Con le basse temperature e anche con l’asfalto bagnato/umido, abbassi la pressione di esercizio?

Parto dal presupposto che Pirelli ci ha dotato di una tabella, noi ed i meccanici del team, con i diversi range di utilizzo degli pneumatici. Questa scheda è personalizzata per ogni corridore, tiene conto delle caratteristiche personali e delle ruote che si vanno ad utilizzare. Ci sono delle variabili minime legate alle preferenze dei corridori, fattori che si valutano anche all’ultimo momento, prima dalla gara e con il meccanico. Detto questo, io di solito uso delle pressioni comprese tra le 7 e 6,5 atmosfere per i tubolari da 26, in gara ho l’abitudine di usare le ruote Bora di Campagnolo da 50 millimetri. In allenamento con i tubeless non vado oltre le 5,5 atmosfere: 5 davanti e 5,5 dietro, magari abbassando di 0,5 quando fa freddo, oppure con l’asfalto bagnato e umido.

Il Team di Vendrame è coinvolto nella ricerca e sviluppo Pirelli
Il Team di Vendrame è coinvolto nella ricerca e sviluppo Pirelli
Dalla bici normale a quella con i dischi, hai cambiato anche il modo di sfruttare le gomme e tutta la bicicletta?

Tutti hanno cambiato il modo di guidare e di usare la bicicletta e le gomme sono complici di questo cambiamento. Uno stile di guida differente è legato principalmente alle bici con i dischi nella loro totalità, nel senso che la bicicletta con i dischi, rispetto ad una normale è cambiata completamente in tutte le sue parti. Si va sempre più veloce, è palese. E’ importante l’aerodinamica, ma anche la sicurezza trasmessa dal mezzo meccanico. Con le bici normali, all’interno di certi range di velocità, si arrivava a 100 metri da una curva o a ridosso di un tornante e si frenava. Ora i metri sono diventati 50, ma se non avessimo degli pneumatici adeguati e mi riferisco anche all’aumento delle sezioni, i dischi sarebbero inutili. E’ un dato di fatto e in gara le differenze si vedono ancora di più.

EDITORIALE / Buratti, il coraggio delle scelte intelligenti

07.11.2022
4 min
Salva

Nicolò Buratti non passa professionista. Quando la notizia si è sparsa grazie all‘intervista con Franco Pellizotti pubblicata giovedì scorso su bici.PRO, lo stupore ha iniziato a circolare fra messaggi, telefonate e vari social.

Buratti, per chi non lo sapesse, è probabilmente l’under 23 italiano più forte del 2022, con 9 vittorie di peso fra cui Poggiana, Capodarco, il GP Colli Rovescalesi e il Del Rosso. Ed è anche quello che senza una serie di problemi meccanici da mani nei capelli, avrebbe lottato per la maglia iridata di categoria.

La notizia non è da lasciar correre e ci spinge a una riflessione più approfondita, distaccandoci per un momento dall’automatismo vittorie = passaggio, che negli ultimi anni ha condannato alla disoccupazione parecchi atleti che non erano pronti per il salto.

Una foratura e poi la ruota storta e il mondiale di Buratti è sfumato mestamente
Una foratura e poi la ruota storta e il mondiale di Buratti è sfumato mestamente

L’approccio frettoloso

Il primo impatto è stato lo stesso di coloro che hanno puntato il dito: se non passa Buratti, allora chi? Il ragazzo ha 21 anni e corre nel Cycling Team Friuli che da quest’anno è vivaio del Team Bahrain Victorious. Quale messaggio arriva ai corridori che volessero approdare nella squadra di Bressan e Boscolo, se persino i più forti non vengono fatti passare?

Parrebbe che il mancato debutto di Buratti fra i grandi dipenda dal fatto che il team WorldTour avesse già chiuso il budget 2023 ad agosto, poco prima che Buratti mettesse la quarta e iniziasse a volare. Miholjevic avrebbe cercato le risorse per tirarlo dentro, ma alla fine si sarebbe arreso.

Il tema è delicato e soltanto i dirigenti della squadra del Bahrain conoscono la situazione. Se infatti bastassero i conti della serva, si potrebbe pensare che grazie al risparmio di cinque mesi di stipendio di Dylan Teuns (passato alla Israel) ce ne sarebbe stato in abbondanza per il giovane italiano. Ma noi non siamo serve e ci concediamo una riflessione meno frettolosa.

Buratti rimarrà per un altro anno con il CT Friuli, con cui ha vinto il tricolore cronosquadre, con Olivo, Debiasi e Milan
Buratti rimarrà per un altro anno con il CT Friuli, con cui ha vinto il tricolore cronosquadre, con Olivo, Debiasi e Milan

L’approccio ragionato

Buratti ha bisogno di crescere ancora. Dov’era l’anno scorso di questi tempi? Aveva finito il secondo anno da U23 con il secondo posto al Trofeo Chianti Sensi di Lamporecchio (corsa di 134 chilometri) come miglior risultato. L’anno precedente, al debutto nella categoria, aveva portato a casa una vittoria con la maglia del Pedale Scaligero, dopo due anni fra gli juniores con una vittoria e due podi. Bastano le vittorie del 2022 per dire che Buratti sia pronto per il professionismo? Forse sì, ma forse anche no.

Il messaggio che dovrebbe passare, quindi, dovrebbe essere legato a un ragionamento tecnico tutto volto al suo interesse. E all’interesse di tutti i corridori che saltano subito sul treno, costi quel che costi.

Buratti potrebbe non essere pronto, come tanti alla sua età: deve confermare agli altri e soprattutto a se stesso che l’oro del 2022 non è stato per caso. Un team WorldTour non è il posto migliore per farlo, andate a leggere cosa ha detto su questo Matteo Trentin.

Avrebbe potuto puntare su una professional, tuttavia rinunciando alle occasioni che una squadra superiore potrà dargli quando sarà pronto. Parrebbe infatti che per lui si stia scrivendo un biennale 2024-2025 proprio con il team Bahrain.

Forte di vittorie come Capodarco, nel 2023 Buratti potrà alzare l’asticella e puntare al mondiale
Forte di vittorie come Capodarco, nel 2023 Buratti potrà alzare l’asticella e puntare al mondiale

Il ferro caldo

Una volta, quando i corridori facevano 4 anni al top fra gli under 23, si tiravano in ballo le motivazioni mancanti, ma probabilmente nel caso di Buratti c’è ancora tanto da scoprire e da costruire. Farà attività qualificata con la nazionale e con il suo team. E soprattutto, a causa di una situazione che non avrebbe sperato di vivere, avrà la possibilità di affrancarsi dalla ricerca spasmodica di nuovi fenomeni imberbi, come Evenepoel, Ayuso e Pogacar, che restano eccezioni.

Per cui ripartiamo dalla domanda d’esordio. Rimanere al CT Friuli potrebbe essere descritto come una scelta intelligente, anziché una disgrazia. E se non passa Buratti, forse non dovrebbero passare tanti altri meno solidi di lui, convinti in prima persona o da altre voci che il ferro vada battuto finché è caldo.

Stiano attenti. Il ferro caldo si plasma molto facilmente. Ma quando si raffredda e la forma non è quella che si sperava, poi raddrizzarlo è difficile. E niente sarà più come prima.

Arianna Fidanza alla Ceratizit: «Voglio trovare più spazio»

07.11.2022
4 min
Salva

Un cambio di casacca che in pochi avrebbero previsto. Arianna Fidanza nel 2023 correrà nel team Ceratizit lasciando il Team BikeExchange – Jayco dopo due anni insieme. Inutile dire che il riferimento al fatto che raggiunga la sorella Martina sia inevitabile. Dalle sue parole però si capisce che non sia stato così determinante. Dietro a questa reunion (sportiva) familiare si percepisce invece una rivalsa personale e l’intento di capire se possa ambire a qualche risultato importante. Dopo due anni di gregariato, forse condizionati dall’infortunio al ginocchio contratto a metà della stagione 2021, Arianna ora si vuole ritagliare il proprio spazio

Sullo sfondo rimangono come obiettivo le cronometro. Con Marco Pinotti quest’anno ha significato la ripresa della disciplina senza però raccogliere risultati importanti. Per la prossima stagione le prove contro il tempo rimangono centrali per ambire anche a qualche maglia, con il supporto dell’ex tecnico nonostante il cambio di squadra. 

Arianna Fidanza al mondiale ha conluso la crono al 23° posto
Arianna Fidanza al mondiale ha conluso la crono al 23° posto
Tornata dalle ferie sei già stata in Germania dalla tua nuova squadra…

Sì, tornata dalle Maldive, ho fatto toccata e fuga solo per prendere delle misure per la bici nuova. 

Stai già pedalando con i nuovi materiali?

La bici me la daranno al primo ritiro che faremo a dicembre. Ho iniziato a pedalare, a fare qualche uscita non troppo lunga. Ho staccato totalmente per due settimane e ammetto che non è troppo facile. Però pian piano si riprende.

Facciamo un passo indietro, che 2022 è stato?

Rispetto al 2021 è stata un’annata positiva. Non mi aspettavo di riprendermi così dall’infortunio che ho avuto al ginocchio. Sono partita subito bene e quest’anno mi sono messa tanto a disposizione della squadra. Le mie performance individuali sono sempre state buone e tirando le somme mi ritengo soddisfatta. 

Bentornate cronometro. Al mondiale ci hai racontato che è stata una tua volontà quella di tornare a lavorarci seriamente. Come sono andate?

E’ stata la mia prima esperienza al mondiale di crono. E’ il primo anno in cui ci ho lavorato concentrandomi di più con gli allenamenti. Ho iniziato uscendo una volta a settimana poi dopo il quinto posto all’italiano ho continuato a lavorarci. Ho fatto l’europeo a crono e non è andata come volevo perché venivo da una caduta in Norvegia. Non al top fisicamente, non sono riuscita ad esprimere le mie potenzialità. Poi per il mondiale non ambivo a nessun risultato sapevo che sarebbe stata dura. Personalmente è stata una buona esperienza e un primo passo. 

Si conclude dopo due anni l’esperienza di Arianna Fidanza alla BikeExchange – Jayco
Si conclude dopo due anni l’esperienza di Arianna Fidanza alla BikeExchange – Jayco
Come mai ti sei avvicinata a questa specialità?

Nelle categorie giovanili sono sempre andata bene a cronometro. Da juniores ho vinto l’italiano poi per un motivo per l’altro nelle categorie superiori non ho mai avuto la possibilità di continuare ad allenarmi o di lavorarci con costanza. E’ una specialità che mi piacerebbe portare avanti in cui posso crescere e può diventare un valore aggiunto anche in ottica crono a squadre. 

Pinotti è stato il tuo preparatore, proseguirai con lui anche anno prossimo?

Sì era il primo anno che ho lavorato con lui e mi sono trovata molto bene. Continueremo insieme anche l’anno prossimo nonostante il cambio di squadra.

Veniamo al 2023. Come mai questo cambio di team? 

E’ stata una scelta difficile perché avrei avuto la possibilità di rinnovare altri due anni nella BikeExchange. E devo dire che mi son sempre trovata molto bene. Quest’anno e l’anno scorso mi sono sempre messa a disposizione totale della squadra. Vorrei riuscire dal prossimo anno a trovare più spazio per me e vedere cosa posso fare. Sono arrivata ad un punto che voglio capire se posso essere solo una donna squadra oppure se posso anche io ambire ai miei risultati. Vedendo il livello che sono riuscita a mantenere quest’anno spero di mantenerlo anche il prossimo per poter dire la mia nelle gare adatte a me.

Le sorelle Fidanza tornano insieme dopo tre anni in team diversi foto Instagram)
Le sorelle Fidanza tornano insieme dopo tre anni in team diversi foto Instagram)
Il ritorno in squadra con tua sorella Martina ha un peso nella decisione?

Parlando con lei, mi ha detto che la squadra è un ambiente tranquillo. Sicuramente la sua presenza ha avuto una parte nella decisione. Ma io sono una persona obbiettiva, esigente e determinata di mia natura e l’ambiente che mi ha descritto è quello che mi serve. 

Stai già pensando a come impostare la prossima stagione?

Mi hanno inviato una bozza di calendario nei giorni scorsi e ho parlato un po’ con il mio preparatore e ho deciso di arrivare bene con una buona forma già alle classiche di inizio stagione. Poi avere uno stacco dopo prima di fine aprile e riprendere con delle gare a tappe a maggio. Dopodiché mi piacerebbe partecipare al Giro, che preparerò con un periodo in altura, e dopo si vedrà in base alla mia forma se andare al Tour o meno. Però è ancora una bozza e lo definiremo al primo ritiro di dicembre. 

Le cronometro rimangono un obiettivo?

Sicuramente ne faranno parte. Anche perché non lo appesantiranno visto che ce ne sono veramente poche. Negli appuntamenti più importanti a partire dall’italiano non mancherò di certo. 

WorldTour, Sbaragli cosa cambia per la tua Alpecin?

07.11.2022
5 min
Salva

Kristian Sbaragli si sta godendo gli ultimi giorni di vacanza. In settimana tornerà in sella in vista della stagione che con la sua Alpecin-Deceuninck lo vedrà protagonista nel WorldTour (l’ufficialità in realtà non c’è ancora, anche se la promozione è ormai piuttosto evidente). Ed è proprio questo il nocciolo della nostra conversazione con il corridore toscano.

Se sul fronte dei mezzi e delle “infrastrutture” tutto resta invariato – ce lo disse qualche tempo fa il suo compagno Jakub Mareczko – cambierà qualcosa nei piani del team, nell’organizzazione, nel calendario?

Sbaragli (classe e 1990) quest’anno ha fatto 75 giorni di gara. Era stato nel WorldTour ai tempi della Dimension Data
Sbaragli (classe e 1990) quest’anno ha fatto 75 giorni di gara. Era stato nel WorldTour ai tempi della Dimension Data
Kristian, partiamo da te. Dicevamo ultimi giorni di vacanza…

E’ stata una stagione lunga quest’anno, la prima “normale” dopo due anni di Covid. 

E come la giudichi?

A livello di squadra sicuramente è stata ottima, all’inizio dell’anno soprattutto. E abbiamo fatto anche un buon Tour. Personalmente, sapendo di dover fare il Tour de France, ho impostato l’intera annata per arrivare al meglio in Francia dove ho corso in supporto di Van der Poel, anche se poi si è fermato, e di Philipsen. Sinceramente speravo di fare meglio nel finale di stagione sul piano personale.

In parte già lo eravate grazie alle wild card, ma adesso siete ufficialmente un team WorldTour: cosa cambia?

Oggettivamente molto poco, anche sul calendario che per l’80% sarà lo stesso. Si farà qualche gara in più nel WorldTour, appunto, e bisognerà cercare di arrivare più preparati in queste gare per cercare di vincere e prendere i punti per la classifica a squadre. Adesso hanno riassegnato le licenze, ma da gennaio si ricomincia da zero e bisognerà essere sempre competitivi.

Quindi le differenze riguarderebbero soprattutto il calendario?

Sì, faremo qualche gara minore in meno. Ma è normale, avendo l’obbligo di partecipazione nelle gare WorldTour, con la doppia attività puoi fare una sola gara più piccola. l WorldTour è impegnativo: s’inizia a gennaio con il Down Under in Australia e si finisce a ottobre in Cina, senza contare che con la limitazione a 30 corridori, tra chi è malato e chi non è pronto, le rotazioni finiscono presto. L’obbligo di partecipazione credo sia l’unico svantaggio di stare in questa categoria. Però grandi difficoltà non dovrebbero esserci, una volta sistemati i tre grandi Giri poi si costruisce tutto il resto.

Kristian è stato molto spesso vicino a Philipsen nel corso di questa stagione
Kristian è stato molto spesso vicino a Philipsen nel corso di questa stagione
In quanto a spazi per un corridore come te cambia qualcosa?

Questo però non dipende dal WorldTour o meno, dipende dal ruolo che hai in quella corsa e anche dalla tua condizione. Io da quando sono in Alpecin ho sempre avuto le mie possibilità e lo stesso nei primi anni da pro’, ero più libero… ma ho vinto poco lo stesso, anche se ero spesso piazzato. Alla fine bisogna essere pronti per essere di supporto nei grandi appuntamenti e sfruttare le eventuali occasioni.

La condizione in primis, insomma…

Le possibilità le ho avute. A fine anno nelle gare in Italia avrei avuto spazio per me, purtroppo non ero in condizione per la vittoria, complice anche una caduta al Giro del Veneto. Speravo di trovare un po’ più di spazio, ma non tutto va secondo i piani. Fino al Tour ero a disposizione e quando ho avuto le mie possibilità ero io a non essere al top. Per questo sono poco soddisfatto personalmente. Ma non tutti gli anni sono uguali.

E un vantaggio del WorldTour?

Penso che con il WorldTour se vai forte hai più opportunità perché ci sono più gare. Pensateci: nella stessa settimana ti ritrovi alla Parigi-Nizza e alla Tirreno-Adriatico… E chi ha un buono spunto, una buona gamba ha delle buone occasioni per farsi vedere.

«Tutti al massimo in ogni corsa: un dogma della Alpecin», parola di Sbaragli
«Tutti al massimo in ogni corsa: un dogma della Alpecin», parola di Sbaragli
Avere un obbligo di partecipazione traccia già una buona fetta del calendario. Contestualmente oggi si dice che non si può andare alle corse per allenarsi. Questo aiuta dal punto di vista della programmazione?

La programmazione è un punto fondamentale. Naturalmente qualche cambiamento dell’ultimo minuto, perché un compagno è malato o viceversa, può esserci. A dicembre quando ci vedremo in ritiro stileremo i programmi, magari non per tutta la stagione, ma già sapere cosa andrai a fare nei primi tre mesi non è poco. E’ anche questo che fa la differenza nell’essere vincenti. Così come l’avere un determinato obiettivo per ogni corsa. Una cosa che ho imparato in Alpecin è che tutti, anche chi è di ausilio, devono essere al 100%.

Si concentrano le forze…

Se tutti sono al meglio, anche i gregari portano nella posizione giusta il capitano al momento opportuno. E in caso le cose non vadano secondo i piani, loro stessi hanno l’opportunità di giocarsi le proprie carte. Tutti al massimo per ogni corsa: è un dogma della Alpecin. Ed è ormai un metodo di lavoro consolidato.

Interessante e intelligente, Kristian. Per quanto riguarda te, c’è una corsa in particolare che ti piacerebbe fare il prossimo anno?

Vedremo come andrà in Spagna nel primo ritiro col discorso dei programmi, ma certo dopo due anni di Tour vorrei tanto tornare al Giro d’Italia. Magari in Italia potrei avere un capello di spazio in più rispetto al Tour, dove i ruoli sono fortemente prestabiliti. Se poi dovessi fare un altro grande Giro andrebbe bene lo stesso. Ma il Giro…

Prima hai detto che farete qualche gara minore in meno, e lì voi avete colto molti punti, però continuate ad essere una squadra da corse di un giorno anche col vincolo dei tre Giri e delle numerose corse a tappe presenti nel WorldTour?

Per le corse di un giorno abbiamo ottimi corridori e su quelle puntiamo, ma non credo che sia un grosso svantaggio. In un grande Giro ci sono 15 squadre che hanno il corridore che punta alla classifica, ma poi realmente chi se la gioca sono 3-4 atleti. Meglio fare bene dove si può. E poi non si sa mai…

Dal fallimento della Delko alla Bahrain. Rajovic dice grazie all’Italia

07.11.2022
4 min
Salva

Con 7 vittorie in stagione, Dusan Rajovic ha visto schiudersi le porte del WorldTour, approdando alla Bahrain Victorious. Per il serbo rappresenta un passo importante, il chiudersi del cerchio che si era aperto un paio di anni fa, quando sembrava lanciato da buoni risultati nel Team Delko. Era tranquillo, Dusan, nel 2021, ma il fallimento della squadra professional francese lo ha improvvisamente gettato nella disperazione. Accettando il Team Corratec, ha fatto un passo indietro e sembrava che il sogno di diventare pro’ rimanesse tale. Invece è stata la scelta giusta.

Una delle 7 vittorie del serbo nel 2022, la volata vincente al Tour of Antalya
Una delle 7 vittorie del serbo nel 2022, la volata vincente al Tour of Antalya

Rajovic però ha imparato che non ci si può mai adagiare sugli allori, né sentirsi appagati e soddisfatti: «La stagione è andata bene – dice – sarebbe strano criticare ben 7 vittorie, ma sono convinto che potevo fare molto meglio. Dopo il problema avuto con il fallimento della Delko, è venuta fuori una stagione valida, grazie anche a un buon calendario in giro per il mondo. Purtroppo è finita presto, ad agosto ho preso la mononucleosi e ho dovuto chiudere la stagione anzitempo».

Che cosa rappresenta per te entrare nella Bahrain, c’è anche un po’ di rivalsa dopo la vicenda Delko?

E’ sempre stato il mio obiettivo entrare nel WorldTour e per com’erano andate le cose nel 2021 temevo davvero che rimanesse tale. Ho trovato un contratto con una delle squadre più forti del panorama mondiale, so che davanti a me ci sono le gare più importanti e questo mi dà molta voglia di rimettermi in gioco. Quello della Delko è stato un incidente di percorso che ha allungato i tempi: sono convinto che stavo ottenendo i risultati per proiettarmi nel “mondo dei grandi”, per fortuna ci sono riuscito altrimenti. Non posso però dire che sia una rivincita, piuttosto un filo che si è riannodato con il passato.

Nel 2021 Rajovic aveva “assaggiato” la Roubaix, chiudendola anzitempo
Nel 2021 Rajovic aveva “assaggiato” la Roubaix, chiudendola anzitempo
Tu hai vinto 7 corse, spesso allo sprint, ma dici di non essere un velocista. Che corridore sei allora?

E’ vero che molti pensano che sia uno sprinter, ma chi mi conosce e ha visto le mie gare sa che mi difendo bene in salita, in particolare su quelle corte e che la mia dimensione ideale è quando entro in una fuga con un gruppo ristretto, allora sì che posso far valere le mie doti veloci. Io penso di essere un corridore da classiche, anche abbastanza impegnative.

In Serbia le tue vittorie ti hanno reso popolare?

Il ciclismo dalle mie parti resta uno sport di nicchia. In Serbia da sempre si guarda agli sport di squadra: basket, calcio, quelli sono i più visti e l’obiettivo dei ragazzi. Poi c’è il tennis: da quando è arrivato Novak Djokovic tutti giocano a tennis e guardano le sue partite che hanno uno share enorme. Il ciclismo è uno sport piccolo anche se in ambito dilettantistico e giovanile e anche nella mtb c’è stato un aumento dei praticanti. Io non sono ancora molto conosciuto, le mie vittorie non hanno avuto grande risalto, spero però che le cose cambino presto…

Un giovanissimo Rajovic sulle strade serbe. Il ciclismo da quelle parti è ancora poco considerato
Un giovanissimo Rajovic sulle strade serbe. Il ciclismo da quelle parti è ancora poco considerato
Che cosa ti rimane dell’esperienza al Team Corratec?

L’ho detto, se sono passato pro’ è grazie al team italiano. Ho trovato un grande gruppo, persone eccezionali. In Italia mi sono fatto tanti amici, ho anche imparato un po’ la lingua insieme allo spagnolo e al francese. Mi è dispiaciuto lasciare quel gruppo, anche perché avrei voluto restare in Italia di più, ma con gli amici, gli altri corridori siamo rimasti in contatto, si è costruito qualcosa di duraturo.

Sappiamo che il tuo sogno è correre il Tour de France, che cosa rappresenta per te?

Il Tour è qualcosa di speciale perché nessun serbo lo ha mai corso. Da noi è visto come qualcosa di alieno, ma resta l’evento principale del ciclismo e io voglio davvero essere il primo del mio Paese a disputarlo e magari anche a lasciare il segno. In generale comunque voglio “assaporare” anche gli altri grandi Giri, spero di averne presto la possibilità.

La vittoria al GP E3 di Harelbeke junior nel 2015, quando Dusan si è innamorato delle corse belghe
La vittoria al GP E3 di Harelbeke junior nel 2015, quando Dusan si è innamorato delle corse belghe
La Bahrain è squadra molto forte nelle classiche. Ce n’è una che ti piace particolarmente e vorresti un giorno vincere?

Io credo che nel loro complesso le classiche belghe siano tutte abbastanza adatte a me. Le ho disputate da junior, ho visto quelle strade, ho anche vinto e soprattutto ho visto il calore della gente intorno. E’ un qualcosa di speciale, non nascondo che il primo pensiero che ho fatto approdando alla Bahrain Victorious è stato proprio quello delle opportunità che mi si aprono davanti per gareggiare da quelle parti. E magari fare anche qualcosa di importante…