Amadori, strategie azzurre verso il mondiale di Glasgow

11.04.2023
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In Scozia, a visionare il percorso dei mondiali, non c’era solamente Bennati, ma anche il cittì degli under 23 Marino Amadori (in apertura con De Pretto, stamattina al Palio del Recioto). Quella di agosto sarà un’edizione particolare del campionato del mondo, con tante incognite davanti a sé. Amadori lo troviamo alla partenza del Giro del Belvedere, all’interno della meravigliosa villa che ospita la sede di partenza. 

«Il  percorso – dice il cittì nascosto dietro le lenti scure dei suoi occhiali – assomiglia un po’ a quello del mondiale del 2019, in Yorkshire. C’è un primo pezzo in linea e poi un circuito, che gli under 23 dovranno ripetere per sette volte».

Circuit des Ardennes 2023, Alberto Bruttomesso, nazionale, CTF, Cycling Team Friuli (foto Alexis Dancerelle)
Circuit des Ardennes 2023, Alberto Bruttomesso, nazionale, CTF, Cycling Team Friuli (foto Alexis Dancerelle)

Difficile da interpretare

Il cittì Daniele Bennati ci aveva presentato il percorso pochi giorni fa, e Amadori non si discosta molto dalla sua lettura tecnica. 

«I primi 70 chilometri sono ondulati ma senza difficoltà altimetriche – racconta – è ondulato, con strade strette, che poi diventano larghe: complicato si può dire. Poi i restanti 100 chilometri della prova sono all’interno del circuito, molto particolare con 42 curve. Anche lì cambia molto nella sua fisionomia, ci sono dei brevi strappi che si prendono anche da fermo. Il più impegnativo a circa 3 chilometri dall’arrivo può risultare decisivo, è uno sforzo breve, alla fine potremmo dire che è un percorso esplosivo. Se dovesse anche piovere le difficoltà aumentano e non poco. Le soluzioni sono tante, potrebbe arrivare uno da solo come un gruppetto di una ventina di corridori oppure ci potrebbe essere un arrivo in volata».

De Pretto, dopo un buon inizio di stagione, correrà la Liegi U23 guidato da Amadori
De Pretto, dopo un buon inizio di stagione, correrà la Liegi U23 guidato da Amadori

Gente forte

Così ha descritto Amadori i corridori che potranno farsi vedere in questo mondiale. Non c’è tempo di respirare e serve avere la situazione sotto controllo, sempre. 

«E’ un percorso non da limatori – continua il cittì – non da gente che sta sulle ruote, perché non avrebbero nessuna possibilità di arrivare. Servono corridori forti, con grande resistenza, gente che non abbia paura di prendere aria in faccia fin dal chilometro zero. Bisogna stare sempre attenti, perché fughe numerose possono mettere in grande difficoltà il gruppo. Sempre al mondiale dello Yorkshire, andò via una fuga, noi avevamo dentro Covi insieme ad un’altra decina di corridori. Gli USA, con McNulty, non riuscirono a mettere un uomo davanti e si incaricarono dell’inseguimento. Se viene un’azione simile ad agosto diventa molto più pericolosa, perché non ci sono tratti in cui si può recuperare tanto tempo».

Amadori all’arrivo del Giro del Belvedere, tra ieri e oggi deve visionare alcuni ragazzi in vista dei prossimi impegni
Amadori all’arrivo del Giro del Belvedere, tra ieri e oggi deve visionare alcuni ragazzi in vista dei prossimi impegni

I numeri contano

La nazionale di Amadori ha già iniziato a correre, anche all’estero, si è chiuso nel giorno di Pasqua il Circuit des Ardennes, con un terzo posto di Bruttomesso proprio nella tappa conclusiva. I ragazzi, guidati da Scirea si sono messi alla prova in nuovi percorsi e la preparazione al mondiale parte anche da qui. 

«Avere cinque o sei corridori in squadra conta tantissimo – riprende Amadori – se riusciremo ad entrare nelle prime cinque nazioni partiremo con sei corridori, altrimenti con cinque. Quell’uomo in più farà tanta differenza, perché diventa una pedina importante che ci si può giocare in ogni momento. Si potrebbe utilizzarlo all’inizio per fare il ritmo o per inserire un uomo in più nella fuga iniziale. Una cosa è certa, gli appuntamenti di Coppa delle Nazioni saranno fondamentali per prendere punti e salire di posizione del ranking.

«Avremo due appuntamenti importanti, il primo in Polonia ed il secondo in Repubblica Ceca. Anche nelle gare che abbiamo fatto (Gent e Ardenne, ndr) ed i successivi (Liegi e Bretagna, ndr) proveremo un po’ di corridori per vedere come ci poniamo a livello internazionale».

Buratti dopo un bell’inizio di stagione è stato promosso anticipatamente alla Bahrain Victorious (foto Instagram CTF)
Buratti è stato promosso anticipatamente alla Bahrain Victorious (foto Instagram CTF)

La carta Buratti

Il corridore italiano sul quale si fa riferimento, per lo meno ad inizio stagione, è Nicolò Buratti, che poche settimane fa ha conquistato un bel secondo posto alla Gent-Wevelgem U23. Un nome che avevamo già speso per il mondiale australiano e che ha una gran voglia di riscattarsi. Abbiamo scoperto ieri, al termine del Giro del Belvedere, che il corridore del CTF è stato promosso anticipatamente nel WorldTour alla Bahrain Victorious, riuscirà comunque a partecipare al mondiale U23?

«Il progetto con Buratti – ammette il cittì – è quello di puntare al mondiale, ho parlato con lui, è un suo obiettivo. C’è da valutare anche il programma, perché con il ciclismo di oggi bisogna già partire da lontano nel preparare certi eventi. Abbiamo già provato gli anni scorsi a fare determinati esperimenti e non hanno fruttato, quindi non li faremo più. Il prossimo mese si decide se Buratti potrà essere davvero dei nostri ed eventualmente partiremo con un percorso di avvicinamento mirato. Grazie alla Federazione siamo riusciti a programmare un ritiro al Sestriere, nel mese di luglio. Prima del mondiale faremo anche una corsa a tappe in Francia, proprio per ultimare il lavoro fatto ed arrivare al top».

La vicenda di Cordon-Ragot, finalmente nel team giusto

11.04.2023
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Ci sono storie che forse devono andare così, verso la giusta direzione percorrendo prima sentieri tortuosi. Quella di Audrey Cordon-Ragot si può definire una favola a lieto fine con l’appendice di una missione per tante persone. Per una ragazza che lo scorso settembre ha visto da vicino il baratro a causa di un serio problema di salute, le peripezie professionali e paradossali vissute nell’ultimo periodo non sono nulla al confronto.

Dopo aver dato le dimissioni dalla Zaaf Cycling Team per i mancati pagamenti degli stipendi da inizio 2023, tre giorni fa la 33enne campionessa francese ha corso la Parigi-Roubaix Femmes con la Human Powered Health (in apertura). La sua nuova formazione che, come vedremo, più precisa di così per lei non potrebbe essere. E guardando bene, Cordon-Ragot di fatto si è ritrovata a vestire (virtualmente e non) le maglie di quattro squadre in pochissimo tempo. Occorre però fare un breve riepilogo delle puntate precedenti.

Cordon-Ragot si è fatta trovare pronta dalla sua nuova squadra per il pavè della Roubaix
Cordon-Ragot si è fatta trovare pronta dalla sua nuova squadra per il pavè della Roubaix

Primo cambio e ictus

Dal 2014 per nove stagioni Cordon-Ragot è stata compagna di squadra di Longo Borghini. Una delle più fidate, se non la migliore gregaria per l’italiana. Dopo le ultime quattro annate alla Trek-Segafredo, a fine 2022 Audrey decide di valutare nuove proposte.

«La mia nuova squadra sarà annunciata a breve – disse verso fine della scorsa estate – ma non è una sorpresa che io voglia tornare alle mie radici, al luogo in cui il mio ciclismo è iniziato, ovvero la Bretagna. Voglio tornare in una squadra dove posso avere un alto livello e concentrarmi sulle mie prestazioni al 200 per cento».

Vincent Ragot ed Audrey Cordon si sono sposati nel 2014 (foto DV/Zoe Soullard)
Vincent Ragot ed Audrey Cordon si sono sposati nel 2014 (foto DV/Zoe Soullard)

Il passaggio è alla B&B Hotels-Ktm, dove suo marito Vincent Ragot, ex corridore fino al 2012, fa il meccanico da qualche anno. Jerome Pineau, team manager della formazione, ad inizio settembre anticipa l’arrivo di Audrey, mentre dichiara di avere investitori importanti come Amazon e la città di Parigi e confermando l’ingaggio di Mark Cavendish per il team maschile. Purtroppo da quel momento in poi, Cordon-Ragot sarà risucchiata in un vortice di eventi sfortunati. Il 17 settembre, cinque giorni prima di compiere 33 anni, rivela con un toccante post sui suoi canali social di avere avuto un ictus quasi una settimana prima.

«Ecco perché ho dovuto rinunciare al mondiale in Australia – scrive la bretone di Pontivy – la vita è sempre piena di sorprese. E in questi giorni più che mai ho imparato che è molto più importante di qualsiasi altra cosa. Mi sottoporrò a un periodo di riposo e ad un’operazione per risolvere il problema cardiaco che ha causato il mio incidente. Ho una carriera da finire».

Cordon-Ragot con la Zaaf ha ottenuto tre podi. Qui quello alla Hageland dietro Wiebes e Bastianelli
Cordon-Ragot con la Zaaf ha ottenuto tre podi. Qui quello alla Hageland dietro Wiebes e Bastianelli

Nuovi problemi e altro team

A metà novembre lo stesso Pineau avverte che la situazione della sua B&B Hotels-Ktm (maschile e femminile) è più complicata del previsto. Quello del team francese è un grosso guaio che coinvolge atleti e staff. Ad inzio dicembre il team manager libera tutti. In quel periodo dell’anno è difficile, forse impossibile, salire su un altro treno in corsa.

Tempo una dozzina di giorni e Cordon-Ragot trova sistemazione alla Zaaf Cycling Team, squadra spagnola che nel frattempo ha ottenuto la licenza continental per il 2023. Sembra un affare per entrambe le parti. Audrey su dodici giorni di gara conquista sei top ten, di cui tre podi. Il più importante è quello ottenuto in Belgio alla Het Hageland dietro Wiebes e Bastianelli. La bretone è già leader di una formazione giovane e moderatamente ambiziosa. Ha recuperato bene dal suo problema di salute, sta dando il 200 per cento, come aveva dichiarato mesi prima, e le manca solo la vittoria per completare l’opera di questo inizio di stagione.

Cordon-Ragot il 22 settembre ha festeggiato il compleanno dopo aver avuto un ictus undici giorni prima (foto facebook)
Cordon-Ragot il 22 settembre ha festeggiato il compleanno dopo aver avuto un ictus undici giorni prima (foto facebook)

Stipendi a zero

L’ennesima difficoltà è dietro l’angolo ed arriva ad apparente ciel sereno. Al Normandia si materializzano nuovi problemi. Cordon-Ragot rompe il silenzio e rescinde il contratto con la Zaaf. Svela situazioni critiche interne al team spagnolo che un’atleta del suo rango non può accettare.

«Non voglio incolpare nessuno dei miei ex colleghi – racconta con fermezza la otto volte campionessa di Francia – ma dal punto di vista finanziario non era più possibile andare avanti per me. Non ci pagano gli stipendi da tre mesi, così come le spese di viaggio per le gare non sono state rimborsate. Ma c’è anche dell’altro. C’era mancanza di personale. Il meccanico era totalmente inesperto ed io non mi sentivo più sicura. La mia vita è uscita da una situazione di pericolo a causa di un ictus, non voglio metterla nuovamente in pericolo facendo il mio sport».

Cordon-Ragot prima della Roubaix ha abbracciato le sue ex compagne della Zaaf Cycling che non vivono un bel momento
Cordon-Ragot prima della Roubaix ha abbracciato le sue ex compagne della Zaaf Cycling che non vivono un bel momento

«Mi sono chiesta se fosse giusto renderlo pubblico – prosegue – e ne ho parlato a lungo con mio marito Vincent. Alla fine ho pensato che, per rispetto della maglia tricolore che indosso e per la mia salute mentale, non potevo più stare in silenzio. Peccato, perché la Zaaf aveva un buon progetto ma i vertici societari si sono un po’ persi per strada. Sono dispiaciuta per questa situazione, perché mi rendo conto che nel ciclismo femminile, specie nei team continental, c’è ancora un ambiente precario.

«Certo – ha aggiunto – mi fa strano vedere che Zaaf partecipi ancora alle gare grazie agli inviti che aveva ricevuto grazie a me, anche se non vorrei mai che non corressero le mie ex compagne. E mi fa strano che l’UCI ancora non sia intervenuta benché mi dicano che stia tenendo la situazione sotto controllo».

Cordon-Ragot ha vinto sei titoli francesi a crono e due in linea (foto facebook/Getty Sport)
Cordon-Ragot ha vinto sei titoli francesi a crono e due in linea (foto facebook/Getty Sport)

La squadra giusta

Il 6 aprile Cordon-Ragot è tornata nel WorldTour ed è una nuova atleta della Human Powered Health. Ha continuato ad allenarsi molto seriamente. Pur di tenersi in forma, ha corso addirittura una gara tra gli open della federazione francese con il Velo Club Pays de Loudeac, formazione giovanile e master, curiosamente sponsorizzata da Vital Concept e Ktm, due ex marchi della vecchia B&B Hotels.

«Audrey ha un talento immenso – ha dichiarato la general manager belga Ro De Jonckere – ed è un onore averla fatta debuttare alla Parigi-Roubaix. Siamo lieti di averla a bordo. Il suo percorso di salute è incredibilmente stimolante. E’ un altro esempio di Human Powered Health e non vediamo l’ora di aiutarla a condividere la sua storia».

Cordon-Ragot attraverso la sua nuova squadra vuole sensibilizzare la prevenzione sull’ictus femminile (foto facebook)
Cordon-Ragot attraverso la sua nuova squadra vuole sensibilizzare la prevenzione sull’ictus femminile (foto facebook)

«Una delle mie qualità – ha affermato Cordon-Ragot dopo l’ingaggio – è quella di sapermi adattare in fretta ad ogni ambiente. Sono emozionata e motivata a fare bene con il mio attuale team. Ho preso sul personale ciò che mi è accaduto a settembre. Ho scoperto che l’ictus è una delle principali cause di morte per le donne sotto i 40 anni e non se ne parla. Credo che forse se avessi saputo prima del rischio di ictus, avrei potuto cercare dei segnali. E’ una cosa che mi tocca profondamente, quindi far parte di questa formazione mi aiuterà a parlare di questa malattia».

Lotto-Dstny, ritorno a Roubaix: le Ridley per il pavé

11.04.2023
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Nella settimana santa del ciclismo e della campagna del pavé, abbiamo incontrato Noel Vermeersh, uno dei responsabili dello staff dei meccanici del Team Lotto-DSTNY. Noel è il padre del giovane Florian (non esiste nessun grado di parentela con Gianni Vermeersh, che corre invece alla Alpecin), atleta nel roster della squadra belga, che a Roubaix è stato il primo della sua squadra: 12° a 4’11”.

Gli abbiamo chiesto quali sono le scelte fatte dai corridori per il pavé e alcune curiosità sulle bici Ridley in dotazione alla squadra.

Noel Vermeersh, meccanico della Lotto-Dstny
Noel Vermeersh, meccanico della Lotto-Dstny

Noah Fast anche sul pavé

«La tendenze – ha spiegato Vermeersch – è quella di avere una bici per fare tutto. Sembra passato il periodo dove si cambiavano i mezzi e si usavano le biciclette specifiche per il pavé. Al di là delle forniture dei materiali, i corridori di oggi preferiscono avere lo stesso modello di bicicletta e farlo settare in base alla gara».

Con queste parole Florian Vermeersh ci ha aperto le porte del camion officina del Team Lotto-DSTNY. La bici che usa “sempre” il team belga è una Ridley Noah Fast, montata con ruote DT Swiss ACR1100 Dicut e tubeless Vittoria Corsa Graphene con la sezione differenziata tra anteriore e posteriore (28/30 millimetri). Il manubrio è quello integrato e full carbon Ridley, ma è marchiato Deda per una sponsorizzazione e collaborazione tecnica che è sempre molto attiva. Le selle sono Selle Italia e Florian Vermeersh, ad oggi, è l’unico atleta ad usare la nuova SLR 3D.

La nuova SLR 3D di Selle Italia
La nuova SLR 3D di Selle Italia

La trasmissione è Shimano Dura Ace 12s, ma con la catena Gold di KMC. Ma a Vermeersh senior abbiamo chiesto delle curiosità anche in ottica Paris-Roubaix.

Solo Ridley Noah Fast, oppure ci sono delle bici diverse?

Tutti i corridori hanno in dotazione la Noah Fast. Abbiamo solo un corridore che è orientato sulla Helium, per le competizioni con molto dislivello e per i grandi Giri.

Per la Roubaix avevate previsto di usare dei tubeless diversi?

No, per noi il riferimento rimane il Vittoria Corsa TLR Graphene, sono cambiate le sezioni. Di norma con le ruote DT Swiss usiamo 28 per l’anteriore e 30 per il posteriore, alla Roubaix abbiamo usato larghezza da 32, davanti e dietro.

Rispetto all’anno passato le sezioni dei tubeless sono diverse?

Si, lo scorso anno la combinazione più usata era 25 davanti e 28 dietro. I test condotti anche in galleria del vento hanno dimostrato che gli pneumatici più grandi sono migliori e la bicicletta è più veloce.

I corridori cosa scelgono?

Oltre alle scelte soggettive, se un corridore vede che è più performante, è lui il primo a chiedere quella soluzione.

Per quanto riguarda le pressioni?

Con la configurazione dei tubeless differenziati siamo tra le 4,4 e 4,6 atmosfere, ma dipende molto dal peso dal corridore e dalle condizioni meteo. Se piove abbassiamo di qualche punto, non molto per la verità. Sul pavé della Roubaix con le 32, ci siamo orientati intorno alle 4 atmosfere o poco al di sotto. Nel nostro caso è fondamentale considerare l’elevata elasticità di questo tubeless, per noi un grande vantaggio.

Per il pavé avete aumentato la quantità di liquido all’interno dei tubeless?

No, usiamo sempre la stessa quantità: 70 millilitri di liquido anti-foratura.

Cosa comporta una gara bagnata sul pavé per voi meccanici?

Se la giornata prevede pioggia, che sia il Giro delle Fiandre oppure la Roubaix, dopo la corsa c’è una giornata intera e molto intensa di smontaggio totale delle biciclette. I movimenti centrali vengono completamente sostituiti e ogni parte rotante viene smontata. La catena viene cambiata.

Quanti chilometri di vita ha una catena?

Le nostre KMC che sono molto leggere, vengono sostituite dopo 3.000-3.500 chilometri, oppure dopo 5 giorni consecutivi di gara. Questo nella norma, poi ci sono le condizioni oltre il limite, come ad esempio il pavé ed il brutto tempo.

Per le gare delle pietre avete usato un guida catena?

Qualche corridore lo chiede, ma sempre meno. Con le trasmissioni a 12 rapporti di ultima generazione, che hanno il deragliatore diverso e l’aumento del diametro delle corone, il pericolo che la catena cada all’interno si è ridotto molto. Inoltre, se dovesse capitare, il corridore sarebbe costretto a fermarsi per tirare su la catena. Talvolta è sufficiente portare il deragliatore verso la corona grande e la catena risale facilmente.

E invece per quanto concerne la scelta dei rapporti?

Tutti i corridori usano la combinazione 54-40, mentre i pignoni posteriori con la scala 11-30 sono quelli più utilizzati. Possiamo considerarlo un setting standard, anche per il pavé. Montiamo dei pignoni 11-34 quasi esclusivamente per i grandi Giri.

Tutti i pedali sono al massimo della tensione. E’ sempre così, oppure in occasione del pavè sono stati allentati?

Sono sempre al massimo della tensione e tutti i corridori ormai chiedono il pedale più rigido possibile nella fase di tenuta. Non solo, sempre meno atleti usano le tacchette gialle. Noi abbiamo i pedali Shimano e le gialle offrono una maggiore libertà laterale del piede. Ormai tutti vogliono le rosse, completamente fisse, oppure le blu, con un gioco laterale molto contenuto.

Il diametro dei dischi dei freni?

Preferiamo rimanere sui 160 anteriori e 140 posteriori. E’ una soluzione ottimale anche nell’ottica di un intervento dell’assistenza tecnica neutrale. Diciamo pure che le forature sono sempre meno, rispetto ad un passato con i tubolari e a chi preferisce usare le camere d’aria.

Quanto pesa la Ridley Noah Fast che usano i vostri atleti?

E’ una bicicletta che è di poco superiore ai 7 chilogrammi, poi ovviamente dipende dalla taglia.

I “calabroni” pungono il Belvedere: beffato De Pretto

10.04.2023
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Il sorriso di Johannes Staune-Mittet si allarga sul suo viso fino a diventare contagioso, i suoi compagni che arrivano al traguardo dopo di lui si fermano e lo abbracciano. Il norvegese del team Development della Jumbo-Visma ha vinto in solitaria l’84° Giro del Belvedere davanti a De Pretto ed al compagno Van Belle. In una giornata di Pasquetta calda, ma con un vento leggero che rende la temperatura sopportabile. I prati, tra questi vigneti ancora spogli, sono punteggiati dal giallo e dal bianco dei fiori ed il pubblico si è assiepato caloroso lungo le strade. 

In blocco per vincere

I “calabroni” pungono, il finale di corsa è sempre stato in mano loro, prima hanno anticipato con Loe Van Belle, quando i chilometri al traguardo erano ancora tanti. Una volta che la corsa si è riunita hanno giocato sulla superiorità numerica non facendosi mai scivolare la corsa di mano.

«Era quello che volevamo fare – dice Staune-Mittet mentre viene tirato da una parte all’altra per foto e interviste – la corsa ci piace farla dura, difficile ed ovviamente ci siamo dati tanto da fare sulle salite. Loe (Van Belle, ndr) ha anticipato andando in fuga quando mancava ancora molto all’arrivo. Nel finale lo abbiamo ripreso e ci siamo ritrovati in tre su cinque nel gruppetto di testa. Non potevamo fare errori – dice con un sorriso che non si è mai spento – io ho provato ad anticipare nel tratto finale di pianura e sono arrivato da solo».

L’urlo di squadra dei “calabroni”, venuti qui per vincere, e così è stato
L’urlo di squadra dei “calabroni”, venuti qui per vincere, e così è stato

De Pretto beffato

Alle spalle di Staune-Mittet si è piazzato Davide De Pretto, che regala un altro podio di spessore alla Zalf Euromobil Desirée Fior. Il corridore classe 2002 si è trovato stretto nella morsa vorace dei Jumbo-Visma e non ha potuto far altro che subire il loro ritmo. 

«Sono uno squadrone – racconta prima del podio, con un velo di rammarico, De Pretto – loro erano in tre davanti e non potevo fare più di tanto. Ho provato nell’ultima ascesa a Montaner a fare il forcing per tornare sotto alla fuga che era un minuto davanti a noi. Ci siamo riportati sotto, ma nei cinque c’erano tre della Jumbo. Ho pensato subito che fosse difficile, soprattutto quando poi ho provato ad allungare in prima persona e mi sono trovato insieme a Staune-Mittet e Van Belle.

«In discesa ho provato a girarmi per controllare la situazione ea alle mie spalle vedevo un altro gruppetto di tre. In pianura i Jumbo si sono messi a lavorare per evitare che da dietro rientrassero. Mi hanno attaccato con astuzia, mettendomi sempre in mezzo, ho provato a seguire tre attacchi ma poi non ne avevo più».

Un altro podio

Una gara che ha vissuto di tanti momenti differenti, la prima parte si è corsa con grande velocità. I corridori non si sono risparmiati nulla e la media nelle prime due ore era superiore ai 44 all’ora. Di pianura, in questa corsa ce n’è ben poca, e ciò non ha fatto altro che aumentare la fatica che i corridori hanno dovuto affrontare.

«Quest’anno – conclude De Pretto – il rinnovamento del percorso si è fatto sentire, la salita che è stata aggiunta ha portato ancora più fatica nelle gambe. Ogni anno il livello si alza e noi dobbiamo lavorare per non farci trovare impreparati». 

Per Davide De Pretto si tratta dell’ennesimo piazzamento importante in questa stagione, manca ancora il bersaglio grosso però. Il terreno sul quale confrontarsi c’è, forte anche della convocazione con la nazionale under 23 per la Liegi-Bastogne-Liegi di domenica prossima.

«Sono soddisfatto – spiega tuttavia con voce poco convinta – fino ad ora ho fatto solo podi, manca la vittoria che spero arrivi presto. Era da acciuffarla oggi ma sapevamo che sarebbe stata una gara difficile. Adesso vado a fare qualche massaggio, mi riposo per bene e domani al Recioto ci riproverò. Poi, settimana prossima, di sabato, con la nazionale di Amadori correrò la Liegi. Mentre domenica dovrei essere al via del San Vendemiano, saranno sette giorni davvero importanti».

La storia di Lucca vista con gli occhi del fratello Simone

10.04.2023
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Sul podio del 72° GP Fiera della Possenta c’era un Lucca, ma questa volta non si trattava di Riccardo, bensì del fratello Simone. Classe 2000, corre per la Solme Olmo. Anche lui è entrato in quella categoria che tanto fa paura, gli elite, dalla quale si pensa di uscire difficilmente. La storia di suo fratello Riccardo però è a lieto fine, ed ha insegnato tanto ad entrambi

«Da quest’anno sono elite – racconta Simone Lucca – e devo ammettere che pensavo non cambiasse nulla rispetto agli anni precedenti. Invece, mi sento più esperto e anche con i miei compagni ho un rapporto diverso, riesco ad insegnare loro qualcosa, a dare una mano».

Simone Lucca conduce il terzetto che ha guidato per larga parte il GP Fiera della Possenta (photors.it)
Simone Lucca davanti a Matteo Zurlo i due si sono giocati il GP Fiera della Possenta fino all’ultimo (photors.it)
Quanta motivazione ti ha dato la storia di tuo fratello?

Tanta, davvero. Uno dei motivi che mi hanno spinto a provarci è stato quello che ha vissuto lui, vedere che alla fine si riesce a passare anche da elite.

Avete tre anni di differenza, che rapporto avete?

Quando ero junior era più difficile a causa della differenza di età, parlavamo meno. Dal mio primo anno under 23, complice il fatto di aver corso insieme in Work Service, è migliorato tanto. Abbiamo condiviso molti più momenti insieme e il legame si è rafforzato davvero tanto. 

I fratelli Lucca vanno spesso a camminare in montagna durante la pausa invernale
I fratelli Lucca vanno spesso a camminare in montagna durante la pausa invernale
Com’è avere il fratello maggiore in squadra?

Mi ha aiutato tanto, in corsa mi dava sempre dei consigli sul come e quando muovermi. Al primo anno sei un po’ spaesato, direi che mi ha aiutato a ritrovarmi (dice con una risata, ndr). Mi diceva quando si sarebbe formata la fuga oppure se insistere o aspettare una situazione migliore. 

Dopo aver corso insieme com’è cambiato il vostro rapporto?

Ci siamo legati molto, abbiamo iniziato ad allenarci insieme e quando siamo in bici parliamo tanto, ci confidiamo. A casa parliamo di altro, non possiamo parlare di bici tutto il giorno (dice ancora ridendo, ndr). 

Dopo lui è passato in General Store.

Sì, nel 2020, l’anno del Covid. Non è stato semplice, ma allo stesso tempo, aveva molta voglia di ripartire, perché voleva dimostrare il proprio valore. L’anno più difficile è stato sicuramente il 2021, ripartire ancora da una continental lo ha buttato giù. Alla fine quell’anno ha vinto sette corse tra cui il San Daniele

Il primo anno da under 23 Simone Lucca lo ha corso in Work Service, insieme a Riccardo (photors.it)
Il primo anno da under 23 Simone Lucca lo ha corso in Work Service, insieme a Riccardo (photors.it)
Che cosa vi dicevate?

Durante le nostre pedalate mi chiedeva se avesse davvero senso continuare. Io gli rispondevo che se fosse riuscito a trovare una continental di buon livello sarebbe passato. “Tutto torna” è il nostro motto, ce lo diciamo spesso. 

Alla fine è arrivata la Work Service

La squadra giusta, con Ilario (Contessa, ndr) ci aveva già lavorato la prima volta che era stato in Work. E’ stata una figura importante per lui, per dargli la giusta sicurezza.

Il momento più emozionante è stata la vittoria all’Adriatica Ionica Race?

Assolutamente! Io ero fuori in allenamento ed appena sono tornato a casa mi sono messo sul telefono per seguire la diretta. Mancavano tre chilometri, quando ha superato la linea del traguardo è stata una botta incredibile, da pelle d’oca. Quel giorno hanno pianto tutti, Contessa, Riccardo e ci è mancato poco che lo facessi anche io. 

La vittoria a Sirolo di Riccardo ha commosso tutti, anche il fratello piccolo Simone
La vittoria a Sirolo di Riccardo ha commosso tutti, anche il fratello piccolo Simone
Quando ha firmato con la Green Project che hai pensato?

Quando è uscita la notizia io correvo e lui era lì a vedermi. E’ cambiato tutto nella sua testa, io per primo l’ho visto, era sereno. Tutti i risultati che sono arrivati poi sono figli di una leggerezza che non aveva da tempo. Prima, molte volte, capitava di vederlo teso, ma è normale quando devi dimostrare tanto e le occasioni sono poche. E’ una cosa che capisco, io stesso ora vivo molte gare come se fosse l’ultima volta che le corro, per gli elite è così. 

Cosa ti ha insegnato la carriera di tuo fratello?

Tanto, per prima cosa che passare elite non è una condanna, le squadre se sei forte ti osservano. Un’altra cosa è il lavoro, non bisogna mai arrendersi e stare concentrati. E l’ultima, forse la più importante: il nostro motto “tutto torna” è vero. 

La prima pedalata con accanto Riccardo in maglia Green Project com’è stata?

Bella – esclama – ce la siamo goduta poco però, il primo pensiero di Riccardo è stato: «Bene, ce l’ho fatta, ma ora inizia una nuova sfida». Devi sempre porti nuovi obiettivi, lui ora ha cambiato corse e il livello si è alzato, si trova in gare WorldTour. 

Quest’inverno per loro una pausa di fine stagione diversa, qualche lavoro di edilizia a casa
Quest’inverno per loro una pausa di fine stagione diversa, qualche lavoro di edilizia a casa
Siete così simili tu e lui?

A livello di determinazione sì. Per il carattere meno, lui è metodico, sistematico. Io, invece, sono più alla mano ed estroverso, anche se Riccardo lo diventa, deve prima conoscerti, poi si apre. 

Non è stato un esempio solo per te però.

No, direi per tutti. Quest’anno vedo molti ragazzi della mia età che hanno continuato nonostante passassero elite. E’ una bella storia la sua, che insegna tanto, soprattutto ad essere determinati e crederci sempre.

EDITORIALE / A certi livelli, la sfortuna non esiste

10.04.2023
5 min
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La sfortuna esiste, ma di solito colpisce sempre quelli che non vincono. Certo si potrebbe anche dire che vince il meno sfortunato, ma ragionando ai massimi livelli di uno sport ormai così tecnologicamente evoluto come il ciclismo, la sfortuna come motivo per la sconfitta non regge. Sarà cinico, ma è un’opinione che merita approfondimento.

Degenkolb cade, Van der Poel si attarda, Van Aert attacca e forse sbaglia
Degenkolb cade, Van der Poel si attarda, Van Aert attacca e forse sbaglia

L’errore di Van Aert

Lo ha spiegato anche Philippe Gilbert, vincitore della Parigi-Roubaix del 2019, a L’Equipe, dopo aver seguito la classica del pavé sulla moto di Eurosport.

«Van Aert – ha detto il belga – sembrava gestire molto bene la sua gara salvandosi come durante il GP E3 che aveva vinto davanti a Van der Poel, tre settimane fa, fino a quando non è andato all’attacco e ha subito forato. Questo, secondo me, fa parte della gestione del materiale e non di qualche sfortuna. Ricordo le mie esperienze in queste gare e anche durante una tappa del Tour de France sul pavè. Sono andato all’attacco, ma troppo eccitato o spinto da una motivazione pazzesca, ho commesso un errore di traiettoria e ho preso una pietra che sporgeva e ho forato l’anteriore. Ho perso molta forza per inseguire e sono arrivato solo quarto.

«L’errore di Wout Van Aert è stato sicuramente dovuto al voler prendere un rischio troppo alto e alla eccessiva voglia di vincere. Un desiderio soprattutto mal controllato. Mathieu Van der Poel non ha commesso questo errore perché ha saputo evitare tutte le insidie del percorso oltre a quelle tese dai suoi avversari».

Van der Poel e la Alpecin-Elegant hanno saputo leggere meglio le insidie del percorso?
Van der Poel e la Alpecin-Elegant hanno saputo leggere meglio le insidie del percorso?

Scelte sbagliate?

Ieri qualcosa legato ai materiali è accaduto ed è stato abbastanza evidente. Pur utilizzando gli stessi pneumatici della Alpecin-Elegant, i corridori della Jumbo-Visma hanno avuto delle forature di troppo, come è successo anche ai leader della Soudal-Quick Step. Capita di sbagliare le scelte, mentre indovinarle non è certo attribuibile alla fortuna.

L’attacco di ieri di Van Aert è stato chirurgico nella scelta di tempo e ha ricordato l’allungo del belga quando nel 2020 Alaphilippe cadde contro la moto e Van der Poel perse qualche metro. Anche ieri il belga ha pensato di approfittare della caduta di Degenkolb e del conseguente affanno dell’avversario, ma ha bucato proprio in quei secondi di massima enfasi, probabilmente sbagliando qualcosa come fatto notare da Gilbert.

E3 Saxo Classic: dopo essersi già staccato sul Poggio, Van Aert cede anche sul Qwaremont e così sarà al Fiandre
E3 Saxo Classic: dopo essersi già staccato sul Poggio, Van Aert cede anche sul Qwaremont e così sarà al Fiandre

Calendario da rivedere

A ciò si aggiunga anche una considerazione che non è dimostrabile con i numeri, dato che la quantità dell’impegno è praticamente identica. La stagione invernale di questi giganti è qualcosa fuori dal comune. Van der Poel ha disputato 15 gare di cross, Van Aert ne ha fatte 14. Eppure Wout ha corso sempre per vincere, dando un’idea di superiorità atletica che in certi giorni ha schiacciato l’olandese, costretto ad accontentarsi delle posizioni di rincalzo. Come spiegazione, Van der Poel ha sempre dato quella del mal di schiena e della conseguente necessità di riprendere con maggiore gradualità. Sta di fatto però che nello scontro diretto del mondiale, cui entrambi puntavano, Mathieu è venuto fuori con più freschezza e ha vinto.

Altre differenze si sono viste a partire dalla Sanremo, quando è stato evidente che Van Aert avesse qualcosa in meno in salita. Si è staccato sul Poggio e si è staccato anche nella E3 Saxo Classic: ha vinto in volata, ma dopo aver inseguito sul Qwaremont e sul Paterberg. E mentre Van der Poel si è preso la lunga pausa (8 giorni) tra la gara di Harelbeke e il Fiandre, Van Aert non ha recuperato: ha infatti corso e regalato la Gand-Wevelgem a Laporte. Avendo capito tutti che non avesse la gamba giusta in salita, non sarebbe convenuto anche a lui staccare e dedicare quel tempo a se stesso?

Van der Poel non ha mai perso lucidità: il pericolo schivato ne è la conferma. Ma se fosse caduto non sarebbe stato per per sfortuna
Van der Poel non ha mai perso lucidità, ma se fosse caduto non sarebbe stato per per sfortuna

Non lo ha fatto ed è arrivato al Fiandre con l’identico handicap in salita, che lo ha escluso dal podio. E soprattutto lo ha fatto arrivare alla Roubaix con le forze contate e una pressione psicologica pazzesca. Sarà anche vero, come ci ha raccontato Affini, che questo per lui non sia un problema, ma non è detto che sia vero. E forse la foga nell’attacco di ieri conferma che non lo è.

La profezia di Bartoli

Il 27 settembre del 2020 pubblicammo un’intervista a Michele Bartoli, che stava per lanciare la sua Academy di ciclocross. E parlando di Van der Poel e Van Aert, disse parole a dir poco profetiche.

«Aver fatto ciclocross – disse il toscano – mi è servito per vincere il Fiandre. Ho spesso detto che quello scatto sul Grammont, con le mani sotto e il peso centrato, lo devo al cross. Certe cose sul pavé le impari da piccolo. Lo stradista ne ha solo vantaggi, purché non esageri. E sto parlando di Van der Poel, che deve scegliere. Tre specialità sono troppe. La mountain bike è di troppo. Invece Van Aert fa il cross nel modo giusto e si vede dai risultati. Il corpo umano non è inesauribile, le forze sono contate».

Che sia una coincidenza oppure sia stato il frutto di un’analisi da parte dei suoi tecnici, a partire dallo scorso anno e sempre con il pretesto della schiena, Van der Poel ha ridotto il carico di lavoro e le presenze nel cross, portando a casa due Fiandre, la Sanremo e la Roubaix. Forse chi gestisce il calendario di Van Aert potrebbe farci sopra una riflessione.

Chi sono le nuove juniores? Partiamo da Virginia Iaccarino

10.04.2023
5 min
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Prima uscita all’estero per le ragazze junior italiane e subito un risultato importante. Il 4° posto di Virginia Iaccarino firmato qualche giorno fa alla Gand-Wevelgem ha un sapore speciale perché è la testimonianza che, dopo i risultati a sensazione ottenuti fino alla fine del 2022 dalla generazione di Ciabocco, Venturelli, Pellegrini il movimento femminile è vivo e ha già validi ricambi sui quali Sangalli sta lavorando.

Entriamo allora nel mondo di Iaccarino, trevigiana in procinto di compiere 17 anni (lo farà il 25 maggio), approdata quest’anno alla corte di Giovanni Fidanza al Team Isolmant. Fino alla passata stagione era all’Uc Conscio Pedale del Sile e a onor di cronaca va detto che il suo addio non è stato indolore nel team veneto: dai dirigenti della società sono stati dissimulati a fatica i malumori per il suo addio, parlando anche di una mancata compensazione a favore della società (che l’attuale regolamento comunque non prevede).

La volata di Virginia Iaccarino per il 3° posto, battuta dalla belga Vanderaerden. A vincere è invece la britannica Sharp
La volata di Virginia Iaccarino per il 3° posto, battuta dalla belga Vanderaerden. A vincere è invece la britannica Sharp

Virginia da parte sua non deve rimproverarsi nulla, le sue parole spiegano con naturalezza e logica la scelta: «Fino allo scorso anno ho militato nel team, nei due anni da allieva il tecnico era Roberto Botter che mi ha seguito come fossi una figlia, con attenzione estrema insegnandomi tantissimo. Io tra l’altro ero arrivata “in corsa”, a metà stagione del primo anno e sono stata benissimo, voglio citare anche Romina Gatto, anche lei fondamentale nel ruolo di tecnica. Il fatto che non mi avrebbero potuto più seguire mi pesava, inoltre è arrivata l’offerta del team lombardo con un prestigio enorme, non potevo dire di no».

La scelta seppur recente ti ha soddisfatto?

Assolutamente sì, è stata quella giusta. Pur essendo al primo anno junior ho la possibilità di allenarmi e di competere con ragazze elite, più grandi ed esperte e questo mi dà la possibilità di crescere. Mi sono molto vicine, sia in allenamento che in gara e mi accorgo che anche grazie a loro sto migliorando, non solo in bici, ma anche come persona.

Iaccarino ha corso sempre davanti come consigliato dal cittì Sangalli
Iaccarino ha corso sempre davanti come consigliato dal cittì Sangalli
Che cosa ti è rimasto della trasferta di Gand con la nazionale?

E’ stata una bellissima esperienza a prescindere dal risultato, ho imparato davvero tanto perché erano condizioni di gara diverse da quelle che ho sempre affrontato. E’ stato fondamentale lavorare con Sangalli nei giorni precedenti. Mi ha spiegato come affrontare il vento dalle diverse direzioni, come comportarmi con i ventagli, si vede che ha una competenza enorme.

Tu che ruolo avevi in squadra?

Non ero la punta, nei propositi dovevo provare a entrare nella fuga iniziale, ma appena ci si provava chiudevano subito. A quel punto avrei dovuto lavorare per la volata di Siri o Piffer che era la punta principale, ma nel finale mi sono accorta di essermela persa di ruota in una curva con il pavé. A quel punto ho pensato a tirare avanti e giocarmi le mie carte per portare comunque a casa qualcosa.

Tu sei una velocista?

Diciamo che mi difendo, ma le volate di gruppo non fanno per me. Sono la classica passista veloce, che in salita fatica tantissimo. Non nascondo che in tante corse per me è dura emergere…

La vittoria di Iaccarino alla Pasqualando del 2022, quand’era ancora allieva
La vittoria di Iaccarino alla Pasqualando del 2022, quand’era ancora allieva
Come ti sei ritrovata in questo mondo?

E’ “colpa” di mio fratello, che correva da ragazzino, era un G6. Io andavo a vederlo con i miei genitori e volli provarci anch’io, allora mi iscrissero a qualche prova promozionale di mtb. Poi sono entrata nella squadra del mio paese, ma dopo un po’ ho detto che volevo provare la bici da strada e da allora, quand’ero esordiente primo anno, non ho più smesso. A differenza di mio fratello…

Hai problemi a conciliare il ciclismo con la scuola?

Eh, non è facile. Soprattutto ora che il team non è più della mia zona ma è in Lombardia, per allenarmi devo fare molte ore in treno e le sfrutto per studiare. Devo dire che a scuola mi aiutano molto, posso usufruire delle agevolazioni studente-atleta, ma è anche vero che ho accumulato molte assenze. Studio all’Istituto Scientifico-Chimico di Agordo (BL), non proprio a due passi.

Parlavi prima di mtb: anche tu sei per la multidisciplina?

No, mi concentro sulla strada. Ho fatto ciclocross una stagione, ma impegnarmi con le trasferte anche d’inverno era troppo pesante per lo studio. Mi piaceva il triathlon, ma richiede troppa preparazione curare tre specialità, il ciclismo basta e avanza.

Per il Team Isolmant quest’anno due team, quello elite e quello junior, spesso fusi insieme
Per il Team Isolmant quest’anno due team, quello elite e quello junior, spesso fusi insieme
Che cosa hanno detto a casa del tuo risultato di Gand?

Sono stati felicissimi, anche per loro è stato inaspettato. Prima della gara tutti mi incitavano e dicevano di stare calma, di non pormi pressioni e pensare solo a quel che dovevo fare. Fidanza mi spiegava che è proprio quando non ti responsabilizzi troppo, che il risultato arriva ed è stato così.

Che impressione ti hanno fatto le ragazze che sono arrivate davanti?

Le avevo viste anche al Trofeo Binda. Ferguson si vede che ha qualcosa più delle altre, è un talento puro, ma se devo dire, contro tutte le altre ce la giochiamo. Sono forti, ma non sono dei fenomeni…

Dopo la Sanremo, Ganna può volare anche sulle pietre

10.04.2023
4 min
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Okay Van der Poel e okay Van Aert, ma ieri il numero lo ha fatto anche Filippo Ganna. Il campione della Ineos Grenadiers è arrivato sesto. Di fatto era la prima volta che dava assalto con determinate velleità di successo alla classica delle pietre.

Il piemontese è sempre stato nel vivo della corsa. Sempre sulle ruote dei favoriti. E con loro se l’è giocata a viso aperto e petto in fuori.

La sua giornata era inizia ta con molta calma. Avendo l’hotel a poche centinaia di metri dalla partenza, gli Ineos erano arrivati al bus in bici, con lo zaino in spalla. Il bus era stato saggiamente spostato con anticipo così da assicurarsi il miglior posto. Ganna firmava autografi ed era tranquillo. Prima del via, ma proprio al momento dello “sparo”, ha trovato anche il tempo di salutare la sua compagna.

Dai baci alle pietre

Ma da un’immagine così soft ad una ben più dura è bastato un attimo. Anzi, ci sono 96 chilometri, quelli che separano Compiegne dal primo settore in pavè. E lì Pippo e la sua Ineos si sono fatti trovare pronti. Da Arenberg in poi, la storia la conosciamo. 

Ritroviamo Ganna, stremato, dopo l’arrivo. E’ seduto nel velodromo. Guarda nel vuoto, beve un po’ d’acqua e continua a tossire. Una tosse da sforzo. Da sfinimento.

Eppure questa fatica è servita a qualcosa. Come dopo la Sanremo, il bicchiere va visto assolutamente mezzo pieno.

«Cosa mi porto a casa da questa Parigi-Roubaix? Tante botte e che devo essere sempre attento: ci sono colleghi che ti dicono di avere i crampi e poi… Li devi guardare in faccia. Chi sono potete immaginarlo». Il riferimento potrebbe essere, il condizionale è d’obbligo, rivolto a Pedersen e Kung.

«Non voglio far polemiche, però potevamo giocarci il podio magari. Sarebbe stato più carino».

Dopo aver tirato tanto, Ganna perde la volata con Pedersen e Kung. I tre sono giunti a soli 4″ dal drappello di Van Aert e a 50″ da VdP
Dopo aver tirato tanto, Ganna perde la volata con Pedersen e Kung. I tre sono giunti a soli 4″ dal drappello di Van Aert e a 50″ da VdP

Consapevolezza acquisita

Ganna però alla fine è soddisfatto. In cuor suo ha capito, come a Sanremo, che questa corsa la può vincere. E non è poco. Significa che il palmares può aspirare a tanto e che dopo le prossime Olimpiadi si potrà tornare quassù con tutt’altra verve e tutt’altra convinzione.

E provarci, anche se non ancora al 101%, ma al 100% è fondamentale. Per fare bene in certe corse non è importante solo parteciparvi, ma come vi si partecipa. Bisogna “impararle a vincere”, se così si può dire.

«Comunque è andata bene, dai – aggiunge Ganna – quest’anno sono stato presente più spesso del dovuto in testa al gruppo. Sono stato nel vivo della corsa. C’è stato anche un momento in cui ci ho creduto, ma dal crederci all’arrivare cambia tutto.

«Ora voglio solo riposarmi un po’, perché in questa stagione ho già consumato tanto, e voglio pensare al Giro d’Italia».

Pippo era alla sua 4ª Roubaix da pro’, la prima con l’idea di vincere veramente. Cosa che gli era riuscita da U23
Pippo era alla sua 4ª Roubaix da pro’, la prima con l’idea di vincere veramente. Cosa che gli era riuscita da U23

Cioni: pollice in su

E il discorso del provarci Dario David Cioni lo conosce bene. «Sono contento della prestazione di Filippo – ha detto il coach e diesse di Ganna – in quanto era la prima volta che si trovava in quella posizione in questa corsa. Ed è tutto diverso che farla da dietro. Oggi (ieri, ndr) Filippo ha imparato molto. 

«Certo, sicuramente c’è ancora molto da fare. Come sempre c’è da migliorare e da lavorare su tutto. Ma il lavoro svolto sin qui è stato buono. La strada è questa».

Anche Cassani ha fatto una disamina molto interessante sulla Roubaix di Ganna. E siamo d’accordo con lui quando dice che Pippo fa ancora un po’ fatica non tanto sul pavé, quanto nelle curve e nei rapidi cambi di direzione. E qui torniamo al punto di prima: queste corse vanno fatte e rifatte. E soprattutto vanno fatte davanti dove frenesia, pressione, avversari e velocità sono diverse.

«Fisicamente Ganna c’era – prosegue Cioni – perché comunque è rimasto con i primi fino alla fine, fino a 16 chilometri dal traguardo. A parte Van der Poel che è scappato, poi erano tutti lì e il distacco è nell’ordine dei secondi, non dei minuti. E questo per me è molto importante. In prospettiva il suo sesto posto è un risultato che fa ben sperare. Anche la squadra ha lavorato bene, portandolo davanti fino alla Foresta di Arenberg, dove poi è esplosa la corsa».

La foratura che piega Van Aert e rovina la festa

09.04.2023
4 min
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Stavolta Wout Van Aert è deluso. Se potesse spaccherebbe anche la sedia che si fa passare per le interviste in zona mista. Ma lui, si sa, è sempre molto gentile e disponibile. Però ti stai giocando una  Parigi-Roubaix e la perdi nel momento clou, quello che tutti aspettavano, tu per primo, e vedi il tuo avversario di sempre andare via.

E’ così. E’ la corsa delle pietre. O la ami o la odio. Un attimo sei con le ali sotto le ruote, un attimo dopo sei fermo a bordo strada. Ma oggi qualcosa su cui riflettere non ce l’ha solo Van Aert, bensì un po’ tutta la squadra.

Per Van Aert (classe 1994) un sorriso di circostanza sul podio della Roubaix. Il belga è deluso

Troppe forature

Lo squadrone olandese oggi ha sbagliato qualcosa in termini di pressioni oppure è stato parecchio sfortunato. Il che può anche starci. Anche la Soudal-Quick Step, che quassù è padrona incontrastata, oggi ha avuto le sue belle forature. La Jumbo-Visma monta le stesse coperture della Alpecin-Elegant, le Vittoria, ma hanno forato molto di più. Due volte Van Aert, due volte Laporte, una Van Hooydonck. Almeno quelle note.

Questo, oltre che far riflettere dal punto di vista tecnico, ha influito non poco sull’andamento della corsa. Al netto della caduta di Van Baarle, campione uscente, la Jumbo-Visma ne avrebbe potuti avere davanti tre come la Alpecin. E che atleti…

Proprio Laporte e Van Hooydonck hanno dimostrato di averne. E tanta. Ad un certo punto rimontavano sui super big di testa. E questo avrebbe scompaginato l’andamento della gara. Van der Poel avrebbe dovuto rispondere agli attacchi e utilizzare diversamente i suoi uomini.

L’azione che ha spaccato la corsa sulla Foresta di Arenberg è stata la sua…
L’azione che ha spaccato la corsa sulla Foresta di Arenberg è stata la sua…

Wout di rimessa

E poi c’è Wout. La scorsa settimana vi avevamo parlato di “guerra di nervi”. In effetti oggi il suo atteggiamento in corsa è stato differente. Marcava stretto Van der Poel, quando le cose solitamente sono al contrario. Un paio di fiammate e poi a ruota. Urgeva cambiare tattica Wout e lo ha fatto.

«Che dire – racconta sconsolato Van Aert – io stavo molto bene oggi. Anche se non sono arrivato al  meglio a questo giorno (e indica il ginocchio ferito al Fiandre, ndr), ma il dolore non mi ha infastidito più di tanto. Contro la sfortuna non puoi farci nulla.

«In generale per me è stata una giornata difficile. Ho forato due volte, una poco prima della Foresta di Arenberg. Ad un certo punto sono rimasto senza compagni. Ma ho cercato di rimanere calmo e sono rientrato. Prima della Foresta mi sentivo bene e su quel tratto ho forzato».

Carrefour de l’Arbre, la gomma di Van Aert si affloscia e Van der Poel scappa. Wout non può far altro che vederlo andare via
Carrefour de l’Arbre, la gomma di Van Aert si affloscia e Van der Poel scappa. Wout non può far altro che vederlo andare via

Finito tutto

Poi il racconto della corsa di Wout arriva inevitabilmente al momento del problema meccanico clou. Qualche istante prima che Wout si stacchi, si nota che piega la testa. Guarda in basso, verso la ruota posteriore.

«Ho già avuto diverse forature in carriera, ma a questo punto della gara è amaro, fa male. L’Inferno per me resta maledetto, almeno per ora. La Roubaix finisce solo quando arrivi al velodromo. In quel cambio di ruota ho pensato che avrei perso 20-25 secondi e con un Mathieu in quella forma non puoi rimediare. Sai subito che è finita.

«Anche lì ho cercato di restare calmo. Appena sono entrato nel settore – riferendosi al Carrefour de l’Arbre – ho spinto forte, ma quando mi sono avvicinato alla curva, ho sentito di aver forato. Ho avvertito la squadra. C’era uno dei nostri all’uscita del settore. E’ stato un cambio veloce ma in quel momento della gara è comunque troppo tempo».

Continua la cabala negativa del belga con la Roubaix… Ma sempre grande stile per lui
Continua la cabala negativa del belga con la Roubaix… Ma sempre grande stile per lui

A testa alta

«Alla fine però sono soddisfatto della mia prestazione e delle mie gambe – prosegue l’asso di Herentals – E’ un altro podio che si aggiunge in questa primavera di classiche. Purtroppo una vittoria di quelle grandi non si è concretizzata, ma è così. Se ci riproverò? Certo che ci riproverò. Ora però ho bisogno di recuperare». 

Si chiude qui, dunque, la prima parte di stagione di Van Aert che, ricordiamo, “tira la carretta” da questo inverno con la stagione del ciclocross. Il suo prossimo impegno, salvo cambiamenti, dovrebbe essere il Giro di Svizzera a metà giugno.