Con Purito, gigante senza tempo, tra passato e futuro

08.07.2023
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VITORIA GASTEIZ – Camminando nel villaggio del Tour de France capita d’incontrare Joaquim “Purito” Rodriguez. Il grandissimo spagnolo è allo stand di Santini, che fornisce le maglie ufficiali della Grande Boucle. Purito è il testimonial spagnolo del brand italiano.

Tanti i tifosi che si fermano per una foto o passano per un saluto, uno è Alberto Contador! I due si battono il pugno, rispettando il protocollo sanitario imposto dal Tour.

Due battute per rompere il ghiaccio. «Sai che in Italia hai tanti tifosi?», gli facciamo. «Sì, tanti… poi dopo quel Giro ancora di più – replica lui – ma devo dire che ne avevo parecchi in tanti posti».

Giro 2012 Purito Rodriguez fu 2° per soli 16″ da Hesjedal. Per la crono finale lui e Mariano stravolsero la posizione nella notte pur di scovare qualche watt in più
Giro 2012 Rodriguez fu 2° per soli 16″ da Hesjedal. Per la crono finale lui e Mariano stravolsero la posizione nella notte pur di scovare qualche watt in più
Purito, iniziamo con un amico in comune con bici.PRO, il biomeccanico Alessandro Mariano… Quanti aneddoti. Lo facevi impazzire?

Sì, “Sandro” è il mio papà italiano. L’ho conosciuto nel 2004 ai tempi della Saunier-Duval ed è vero: era l’unico che mi poteva mettere in bicicletta bene come dicevo io. E’ la persona che più mi conosceva a fondo nel modo di pedalare.

Uno spagnolo nel Tour che è partito dalla Spagna, le prime frazioni, soprattutto quella inaugurale, sarebbe stata la tua tappa…

Purtroppo sono vecchio (ride, ndr), tutto questo doveva succedere qualche anno fa e sarebbe stata una bella tappa per me. Però dico che l’hanno fatta ad un alto ritmo. La tappa era dura, ma non durissima e presto si è fatto un gruppetto di 40 corridori. Il ciclismo di oggi è abbastanza più veloce del nostro.

Purito sarebbe stato competitivo in questo ciclismo?

Io credo di no. E ne sono quasi certo. Dico questo perché io correvo in un altro modo. Un modo più esplosivo. Mi piaceva una corsa un po’ più lenta e poi dare una grande botta, puntare su una grande differenza di ritmo. Invece come ho detto prima, oggi vanno a tutta sin da subito. E io ricordo bene che la velocità alta e costante mi ammazzava. I leader non stanno troppo a guardarsi. Se devono partire a 60 chilometri dall’arrivo partono e basta. A me piaceva tenere le energie per la sparata alla fine.

Purito era un fenomenale scattista. Era fortissimo sulle salite ripide. Eccolo vincere la Freccia Vallone 2012
Purito era un fenomenale scattista. Era fortissimo sulle salite ripide. Eccolo vincere la Freccia Vallone 2012
Ti piace il percorso di questo Tour così mosso? E in generale ti piacciono i nuovi tracciati, appunto parecchio ondulati?

Molto. Basta pensare a queste prime tappe: sia a quelle nei Paesi Baschi che sui Pirenei. L’ultima settimana magari è la meno impegnativa, ma nel complesso è un percorso duro e bello per gli scalatori… e per gli attaccanti.

Secondo te sarà ancora un discorso a due? O si potrà inserire qualcun altro?

Io credo che loro due – Vingegaard e Pogacar – siano un passo avanti a tutti. Deve succedere qualcosa di particolare perché il Tour non lo vinca uno di loro e che l’altro faccia secondo.

Mikel Landa ha detto che lui e gli spagnoli di oggi hanno dovuto raccogliere un’eredità importante: la vostra, quella di Purito, di Contador, di Valverde. Secondo te è un peso per loro?

Non è un peso, ma certo è vero che per la Spagna quell’epoca, la nostra epoca, è stata spettacolare. Eravamo parecchi: Alejandro (Valverde), Oscar (Freire), Samuel (Sanchez), io, Alberto (Contador)… Uno ti vinceva il Tour, l’altro il Giro, quell’altro il Lombardia, l’altro ancora l’Olimpiade…

Mamma mia!

Eh – sospira con orgoglio – diciamo che alle corse in cui andavamo normalmente c’era uno spagnolo che vinceva. Ma questo non vuol dire che adesso non ci sia un buon ciclismo in Spagna. Posto che poi per me i paragoni sono sempre un po’ brutti. E’ come quando si compara il nostro ciclismo a questo. Il nostro era bello, questo è bello altrettanto. Anzi, da fuori, mi piace più questo che il nostro. Poi tecnicamente mi si adattava meglio l’altro, ma entrambi sono stati belli. E lo stesso è buono il livello del ciclismo spagnolo. Magari ci sono meno corridori super forti che ai nostri tempi.

Alberto Contador, Joaquim Rodriguez e Alejandro Valverde: quanta classe in una foto. Forse il più alto momento di sempre del ciclismo spagnolo
Alberto Contador, Joaquim Rodriguez e Alejandro Valverde: quanta classe in una foto. Forse il più alto momento di sempre del ciclismo spagnolo
La generazione spagnola che arriva sembra ancora più forte. Avete Juan Ayuso, Carlos Rodriguez…

E ci sono altri nomi ancora dietro tra le giovanili. Penso per esempio ad Arrieta o al figlio di Beloki, Markel, che ha vinto il campionato nazionale juniores a crono ed è stato secondo in quello in linea. Ci sono corridori che stanno crescendo parecchio. Io credo che sia in arrivo un’altra generazione fortissima. E’ questione di pochissimi anni.

E allora dicci: qual è il segreto della Spagna?

Il ciclismo stesso, perché fa parte della nostra cultura. Abbiamo una tradizione ciclistica “tremenda”. Ho smesso quasi da dieci anni, ma quando vado in giro per strada mi conoscono tutti. Nei Paesi Baschi poi… In Spagna, il ciclismo si vive. La gente si appassiona col nostro sport. E se nella tua famiglia si respira una bell’atmosfera ciclistica, i bimbi vanno in bici. E credo che questa sia la cosa più importante.

Il ciclismo vive di duelli, da quelli storici in bianco e nero, a quelli attuali passando per i tuoi. Sempre restando in Spagna ce n’è uno che promette scintille: Ayuso-Carlos Rodriguez. Se ne parla in Spagna?

Ancora non se ne parla, ma se ne parlerà: seguro. Per ora ci sono ancora grandi corridori come Marc Soler, Mikel Landa stesso, Pello Bilbao che stanno tirando il ciclismo spagnolo. Poi credo anche già alla fine di quest’anno Juan Ayuso sarà il ciclista spagnolo più forte.

Carlos Rodriguez (a sinistra) e Juan Ayuso: i gioielli della Spagna per i prossimi anni (foto Real Federacion Espanola Ciclismo)
Carlos Rodriguez (a sinistra) e Juan Ayuso: i gioielli della Spagna per i prossimi anni (foto Real Federacion Espanola Ciclismo)
Cosa te lo fa dire?

Abbiamo visto al Giro di Svizzera come si è comportato, come ha corso e non solo per il risultato. E mi è piaciuto come ha reagito dopo il problema al ginocchio, questa sua resurrezione. E’ tornato in corsa al Romandia, dopo tanti mesi senza gare, e ha vinto. Vuol dire che è un ragazzo che ne ha. E’ stato capace di fare terzo alla Vuelta così giovane. Sicuramente Ayuso farà parte dei grandissimi… non solo spagnoli.

Chi ti piace di più fra i due?

Ayuso: più dinamico. Carlos Rodriguez è fortissimo, ma è più regolare, meno vistoso, ideale per i grandi Giri. Mentre Ayuso, come gli dico io, è un “assassino”! Quando vede l’arrivo… non perdona.

Quindi Ayuso è Purito e Carlos Rodriguez è Indurain!

Ah, ah, ah… Purito non sta a quel livello! 

Philipsen strozza l’urlo di Cavendish e fa infuriare Girmay

07.07.2023
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«Tu stavi per alzare le braccia – dice Zanini con un sorriso amaro – se vinceva Cavendish, io alzavo la macchina…».

La volata di Bordeaux si è conclusa da poco con la terza vittoria di Jasper Philipsen, ma anche questa volta, come nel primo sprint a Bayonne, alle sue spalle non si sono levati applausi ma pugni al cielo. Sono furibondi quelli della Intermarché-Circus e anche l’Astana non è parsa troppo conciliante. Al punto che Bourlart del team belga e lo stesso kazako sono andati a parlare con la Giuria dello spostamento plateale del vincitore da sinistra a destra, che ha ostacolato i rivali: Girmay su tutti. I due si erano stretti la mano dopo che Biniam aveva soffiato al collega i punti del traguardo volante, ma ora la rivalità rischia di farsi incandescente.

La Giuria ha fermato le ammiraglie, la rincorsa di Cavendish e Van der Poel è stata lunga e dispendiosa
La Giuria ha fermato le ammiraglie, la rincorsa di Cavendish e Van der Poel è stata lunga e dispendiosa

«Tanto non lo squalificano – riprende Zanini – ormai non si può più fare reclamo come una volta. Loro decidono e così resta. Comunque ci riproviamo. “Cav” sta bene, meglio che al Giro. E arrivato qua più magro e al Tour le motivazioni non mancano di certo. Magari il giorno non sarà domani, visto che l’arrivo un po’ tira, ma le occasioni ci sono.

«Peccato anche che per rientrare da un cambio bici abbiamo impiegato un sacco di strada. Ci sono più moto che corridori. I giudici vogliono tenere la colonna stretta, ma quando è il momento di tenere le macchine vicine, non ti fanno passare. E lì si creano i buchi. E’ già la seconda volta…».

La Giuria ha rivisto il filmato e ha giudicato regolare la vittoria di Philipsen. Cavendish in ogni caso non ne era stato ostacolato, ma in caso di squalifica, avrebbe avuto la vittoria che gli manca.

Anche oggi un grande lavoro di squadra per la Alpecin-Deceuninck per la volata di Philipsen
Anche oggi un grande lavoro di squadra per la Alpecin-Deceuninck per la volata di Philipsen

Nessun regalo

Philipsen fa il tris con il solito imperiale lavoro di Mathieu Van der Poel, che è partito fortissimo per portarlo fuori dal gruppo e c’è da capire se spenderebbe di meno e otterrebbe ugualmente il risultato voluto se partisse più lungo e in modo più graduale.

«Ancora una volta – dice Philipsen – possiamo essere orgogliosi di una grande prestazione di squadra. Senza di loro e il modo in cui lavoriamo e ci troviamo, non sarebbe possibile vincere. Sono sempre stato coperto e ho risparmiato perfettamente le forze per lo sprint. Chiunque mi avesse detto una settimana fa che avrei vinto le prime tre volate, lo avrei preso per pazzo, sono davvero molto felice e orgoglioso.

«Cav è stato di nuovo fortissimo – prosegue – mi piacerebbe anche vederlo vincere. Penso che tutti glielo augurino. Sicuramente continuerà a provarci, ma io non gli regalerò niente. Non vedo l’ora che arrivi lo sprint di Parigi, ne sto facendo il mio obiettivo, oltre alla maglia verde».

Philipsen inizia a spostarsi, Cavendish lo guarda: la volata entra nel vivo
Philipsen inizia a spostarsi, Cavendish lo guarda: la volata entra nel vivo

Le scelte di Van Aert

Chi invece nella volata non si è buttato e ha preferito sfilarsi e arrivare oltre i tre minuti è Wout Van Aert, visto in coda al gruppo per tutto il giorno e poi sfilato nel momento in cui i team hanno accelerato per preparare la volata.

«Ovviamente ero un po’ stanco dopo una giornata come quella di ieri – ha detto – è stata super dura per tutta la squadra. Naturalmente speravamo che Jonas (Vingegaard, ndr) potesse mettere la ciliegina sulla torta con una vittoria di tappa, invece ci siamo imbattuti in un Pogacar fortissimo. Dobbiamo accettarlo ed essere felici di avere ancora vantaggio in classifica. La battaglia è tutt’altro che finita. Non ho sprintato perché penso che la corsa di domani mi vada meglio. E’ il momento di fare delle scelte».

Il risveglio di Pogacar ricompatta la Jumbo-Visma

07.07.2023
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Tappa facile oggi verso Bordeaux al limite del surplace e Van Aert sorridendo alla partenza ha ammesso che finalmente potrà riposarsi. Quel che ha fatto ieri il belga ha prosciugato la scorta degli aggettivi. Neppure il fatto che alla fine Pogacar da solo abbia messo in croce la corazzata Jumbo-Visma riesce a ridimensionare l’enormità del suo lavoro. La sola spia della grandezza del gesto sta nel barcollare nel momento in cui ha smesso di pedalare, avendo raschiato veramente il fondo.

Jumbo-Visma compatta: ultime tirate fino a 5 chilometri dall’arrivo, la tappa di Van Aert ieri è stata monumentale
Jumbo-Visma compatta: ultime tirate fino a 5 chilometri dall’arrivo, la tappa di Van Aert ieri è stata monumentale

Da zero a 140

Van Aert se ne è andato al chilometro zero ed è rimasto davanti fino a 5 chilometri dall’arrivo di una tappa che ne misurava 144,9. Vicino a lui c’era Nathan Van Hooydonck, che ha subito intuito la portata di quell’accelerazione.

«Avevamo progettato di avere qualcuno in fuga – racconta – e sapevo che Wout sarebbe partito nella scia delle prime auto. Nel primo chilometro lo abbiamo visto accelerare e se non riesci a prendergli la ruota, non lo vedi più. La fuga è stata istantanea. Qualcuno dice che Wout non sarebbe forte come lo scorso anno, ma non è vero. E’ partito perché già da due giorni aveva vinto il premio della combattività. Wout è un ragazzo di classe e un corridore super bravo, dobbiamo fregarci le mani per il fatto di avere un corridore del genere».

Che sia stato per accumulo di fatica o per un calo di zucchero, Vingegaard al traguardo era davvero sfinito
Che sia stato per accumulo di fatica o per un calo di zucchero, Vingegaard al traguardo era davvero sfinito

Piano sfumato

Difficile dire se le tensioni dei giorni scorsi siano state tutte dimenticate o se si sia trovata una soluzione diplomatica. Sta di fatto che dopo il gran lavoro di ieri, anche Vingegaard ha faticato a restare del tutto indifferente: la sensazione è che il crescere del “nemico” Pogacar abbia compattato il fronte della Jumbo-Visma.

«Wout è stato ancora una volta super forte – ha detto la maglia gialla – ma non lo è stato solo lui. L’intera squadra è stata fantastica. Tutti hanno corso alla grande, ma Wout è stato davvero eccezionale».

Difficile dire meno a un campione che lo ha scortato fino a meno di 5 chilometri dal traguardo, nel giorno in cui lo stesso Vingegaard è stato meno fantastico del giorno precedente.

«L’intenzione – ha spiegato – era quella di staccare Pogacar sul Tourmalet e poi approfittare dell’aiuto di Wout dopo lo scollinamento per guadagnare ancora, ma non ha funzionato. Tadej è riuscito a passare bene il Tourmalet e sulla salita finale verso Cauterets è stato il più forte. Meritava di vincere».

L’analisi serale dei dati ha evidenziato che proprio sul Tourmalet, Vingegaard ha battuto il record di scalata, salendo in 45’11, quasi due minuti meglio del record fissato da David Gaudu nel 2021. Lui è andato forte, Pogacar non è stato da meno.

Dopo aver scortato Roglic alla vittoria del Giro, Sepp Kuss si è preso la Jumbo-Visma sulle spalle
Dopo aver scortato Roglic alla vittoria del Giro, Sepp Kuss si è preso la Jumbo-Visma sulle spalle

Ancora super Kuss

La restituzione dei complimenti a 24 ore da quelli ricevuti da Pogacar potrebbe suonare anche come un atto formale, ma è un fatto che dopo l’arrivo quei due si siano abbracciati, in un gesto di riconoscimento reciproco che non è sfuggito neppure ai compagni.

«Volevamo provare a scoprire Pogacar – ha detto un immenso Sepp Kuss – ma forse Jonas aveva ancora nelle gambe la dura tappa di mercoledì, quando ha dovuto pedalare molto a lungo a un ritmo altissimo».

«Sono felice di essere di nuovo in giallo – ha chiuso Vingegaard – sarebbe stato meglio avere un vantaggio di due minuti, ma anche 25 secondi non è male. Non sono stato affatto sorpreso che Tadej abbia risposto. Questo Tour è stato già molto duro e siamo ancora nella prima settimana. Penso che possa rimanere emozionante fino a Parigi».

Donne, chilometri e categorie confuse: bell’intrigo

07.07.2023
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Parte tutto da una frase di Paolo Sangalli, cittì delle donne. «Tra i professionisti esiste la soglia dei 200 chilometri, fra le donne c’è da considerare il limite dei 150». Per questo il campionato italiano si è corso su quella distanza: affinché andando al mondiale, le ragazze siano avvezze a una distanza più importante di quelle che affrontano di solito.

Il mondiale vinto lo scorso anno da Annemiek Van Vleuten misurava 164,3 chilometri. Per contro il campionato europeo di Monaco, vinto da Lorena Wiebes, si fermava a 128,3.

Longo Borghini e le sue eredi Barale, Ciabocco e Realini. Fra la tricolore e le altre c’è differenza per solidità, esperienza, capacità di prestazione
Longo Borghini e le sue eredi Barale, Ciabocco e Realini. Fra la tricolore e le altre c’è differenza per solidità, esperienza, capacità di prestazione

Natura e lavoro

E’ davvero così? Lo abbiamo chiesto a Paolo Slongo, che attualmente è proprio al Giro Donne, allena da anni Elisa Longo Borghini e in carriera ha lavorato con fior di professionisti.

«Si dice che negli uomini – inizia Paolo – i 200 chilometri siano un gradino e poi dopo i 250 ce n’è un’altro. Ci sono atleti che magari sono performanti sotto i 200, chi intorno ai 200 e poi c’è un’ulteriore selezione sopra i 250. Dipende dalla capacità aerobica, dalla resistenza e l’efficienza del loro corpo. Spendono meno di altri e quindi alla fine sono più performanti. Sono qualità legate alla genetica, però sono allenabili. Se uno ha la predisposizione di fibre rosse e il peso adeguato, può migliorare. Non è indispensabile essere magri, un corridore che fa il Fiandre può essere anche 70-75 chili e ugualmente può essere performante su percorsi duri. Guardiamo Van Aert…».

Fem Van Empel ha 20 anni, Marianne Vos ne ha 36: esigenze diverse e differenti fisiologie da allenare
Fem Van Empel ha 20 anni, Marianne Vos ne ha 36: esigenze diverse e differenti fisiologie da allenare
Le nuove conoscenze in campo alimentare aiutano?

Tante volte alimentandosi bene, si decade di meno oltre certe soglie di chilometraggio. Però secondo me, vale di più l’allenamento. Se di base non c’è un’elevata efficienza su cui hai lavorato, puoi alimentarti bene, ma non ti sposta il limite in modo significativo. Adesso va di moda qualcosa che esiste da vent’anni. Si legge di Pogacar e del suo allenatore che parlano di allenamenti in Z2. E’ il famoso medio basso, il lavoro a frequenze che spingono il corpo a diventare sempre più efficiente, quindi a usare sempre più i grassi come carburante.

E ora veniamo alle donne, che corrono su distanze basse rispetto all’evoluzione delle prestazioni. Come mai, secondo te?

Il ciclismo femminile è cambiato in modo repentino. Con l’arrivo del Tour c’è stato uno sviluppo che però non ha riguardato la lunghezza delle gare. Chiaramente non c’è da fare paragoni con gli uomini che fanno la Sanremo di 290 chilometri, però donne ben allenate possono fare chilometraggi più alti di quelli che fanno attualmente.

Secondo Sangalli esiste il limite dei 150 chilometri, ma forse è anche poco non credi?

Credo che se per le classiche e i mondiali le ragazze facessero gare di 180 chilometri, si vedrebbe ancora di più la differenza tra atlete di maggior fondo. Penso a un’atleta come Longo Borghini, che per certi versi è com’era Nibali. Forse anche per merito dell’allenamento, Elisa va meglio se la gara è più lunga e impegnativa. Nel senso che lei rimane nel suo standard alto, mentre altre calano alla distanza. Probabilmente non si allena come la Van Vleuten che fa 6-7 ore (in apertura a Livigno, foto Instagram), ma sta regolarmente sulle 5 ore, 5 ore e mezza, per cui un allungamento delle corse le farebbe bene.

Gaia Realini, 22 anni, sta battagliando al Giro con Van Vleuten che ne ha 40. Dei fuori giri su cui ragionare
Gaia Realini, 22 anni, sta battagliando al Giro con Van Vleuten che ne ha 40. Dei fuori giri su cui ragionare
Non sarà che le distanze restano basse perché nello stesso gruppo si ritrovano atlete solide come Van Vleuten e Longo Borghini e ragazzine di primo anno?

Sicuramente questo è un punto importante. Le categorie non sono ancora ben distinte come negli uomini e quindi nel professionismo ti trovi anche delle juniores appena passate, ragazzine di 18 anni. Quindi devi trovare un compromesso tra i due mondi, tenendo conto che anche fra le grandi ci sono differenze abissali. Quando accelerano quelle buone, al primo scatto restano in 20-30 e al secondo le conti sulle dita di una mano. Per cui, in effetti, allungando le corse, per quelle ragazzine e le ragazze che corrono nei team continental la situazione diventerebbe insostenibile.

Come allenatore avresti qualche dubbio ad allenare una diciottenne per farla stare al pari delle grandi oppure sei per la gradualità?

La progressività ci vuole sempre, si deve crescere per step. Sarebbe sbagliato affrettare i tempi o saltare dei passaggi, perché rischieresti di bruciarle o di non costruirle nel modo giusto. Nei professionisti è rarissimo vedere un neopro’ nel grande Giro, qui è la regola, ma solo perché manca la categoria di mezzo e magari non ci sono i numeri per farla. Se nel gruppo ci sono differenze di livello troppo marcate, poi magari finisce che te li ritrovi attaccati alle macchine…

Paolo Slongo ha seguito la preparazione al Giro d’Italia Donne della Lidl-Trek
Paolo Slongo ha seguito la preparazione al Giro d’Italia Donne della Lidl-Trek
Van Vleuten che domina così è conseguenza del tanto lavoro o di una sua natura superiore?

Secondo me di entrambe le cose. Le atlete di alto livello sostengono volumi di lavoro importanti e se questo poggia su una predisposizione così evidente, è chiaro che le differenze si vedono. E piuttosto aprirei la porta sulla mentalità del lavoro, che vedo in giro fra le ragazze e anche fra i corridori giovani. Hanno quasi paura di faticare, perché pensano di finirsi, senza rendersi conto che i loro colleghi e colleghe che vanno forte affrontano carichi di lavoro ben più sostanziosi. 

Due terzi e due misure: rileggiamo gli italiani di Belletta

07.07.2023
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La scia tricolore non si è ancora esaurita, i campionati italiani corsi quasi due settimane fa sono ancora un ricordo vivo. Tra gli under 23 c’è un corridore che, al suo primo anno, si è già messo in mostra, a cronometro come nella prova in linea. E’ Dario Igor Belletta, atleta della Jumbo-Visma Development: terzo a Sarche nella prova contro il tempo e terzo anche a Mordano su strada, dietro a Busatto e Cretti

Il primo impegno per Belletta è stata la cronometro di Sarche, vinta da un grande Bryan Olivo che ha rifilato a tutti più di un minuto di distacco

«Quest’anno – dice – come quelli precedenti, ho fatto solo dei prologhi, la cronometro di Sarche era la prima con 35 minuti di sforzo. Definiamola la prima cronometro vera della mia carriera. Pensavo meglio, vedo il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, non ho ancora deciso se è andata bene o potevo fare meglio. Il percorso era lo stesso dei professionisti, davvero duro. Il livello era alto, i corridori favoriti uscivano tutti dal Giro Next Gen, a parte Olivo che però preparava questa gara da un anno. Tant’è che nella prova in linea ha pagato pegno. Dico che il Giro U23 ha alzato il livello perché tra il secondo e l’ottavo c’erano solo 40 secondi. Ci tenevo a fare bene, in queste prove esce il valore del corridore, come dicono in Olanda sei solo contro il tempo e il vento».

Per Belletta la rassegna tricolore U23 si è aperta con un terzo posto nella cronometro di Sarche (foto Instagram)
Per Belletta la rassegna tricolore U23 si è aperta con un terzo posto nella cronometro di Sarche (foto Instagram)

Trasferta “solitaria”

A proposito di Olanda, la Jumbo-Visma aveva un altro corridore a Sarche, Edoardo Affini. Lui e Belletta sono stati un po’ insieme, condividendo pareri e facendosi compagnia in questa trasferta solitaria. 

«E’ strano fare i campionati italiani senza squadra – continua – non avevamo mezzi di supporto e quindi mi sono dovuto arrangiare. Per fortuna c’erano i miei diesse della GB Junior Team-Pool Cantù 1999 che mi conoscevano e mi hanno dato tutto: rulli, ammiraglia e mezzi vari. A Sarche della Jumbo c’eravamo io e Affini, lo avevo già conosciuto nel ritiro pre stagione (foto Instagram di apertura). E’ stato molto bello parlare con lui, mi ha dato molti consigli sulla gestione dello sforzo e abbiamo analizzato i miei dati dopo la gara». 

La sorpresa di Mordano

Il vero colpo di qualità Belletta lo ha tirato fuori dal cilindro sulle strade di Mordano, chiudendo al terzo posto la prova in linea. Per quella gara lo ha raggiunto il suo compagno Mattio ed i due si sono giocati le loro carte anche in inferiorità numerica. 

«Stavo bene – racconta Belletta – la prima fuga importante è partita che mancavano 100 chilometri all’arrivo. Mi sono trovato subito a rincorrere perché gli uomini forti erano tutti davanti, Mattio è stato bravo a farsi trovare pronto e seguirli fin da subito. Busatto poi è partito ancora a 30 chilometri dall’arrivo e io non sono stato pronto a seguirlo, le gambe c’erano. Il terzo posto finale penso giovi di più rispetto a quello della cronometro, non ho rimpianti, alla fine in una corsa in linea pensi sempre di poter fare meglio.

«Di una cosa sono contento – dice ancora – e parlo della prestazione. Se avessi detto al me stesso di febbraio che avrei fatto terzo al campionato italiano, non ci avrei creduto. Invece mi sono reso conto di crescere mese dopo mese e questo è un bel modo per finire la prima parte di stagione. Correre in due non è stato semplice, ma se la corsa esce tirata come siamo abituati noi al Nord, la squadra conta fino ad un certo punto. Alla fine restano i migliori e gli equilibri si ristabiliscono. Anche Busatto aveva un solo compagno di squadra e questa cosa non gli ha impedito di vincere. Come lui anche Germani l’anno scorso, quest’ultimo era addirittura da solo».

Belletta ha già messo alle spalle belle esperienze, tra cui la Paris-Roubaix Espoirs, chiusa al decimo posto (foto Instagram)
Belletta ha già messo alle spalle belle esperienze, tra cui la Paris-Roubaix Espoirs, chiusa al decimo posto (foto Instagram)

Secondo atto

Belletta con le prove tricolore ha concluso la sua prima parte di stagione, i risultati possono essere considerati positivi. Al suo primo anno da under 23 ha collezionato esperienze importanti ed è già entrato nell’orbita di Amadori.

«Ho fatto un piccolo periodo di stacco – conclude – sono andato in vacanza alcuni giorni in Sardegna. Un periodo senza bici per ricaricare le batterie fisiche e mentali. Ho parlato anche con Marino Amadori, ora andrò a fare un ritiro con la squadra in altura e poi ci sarà una corsa a tappe in Francia con la nazionale. Vedremo se meriterò la convocazione. Ho preferito allenarmi con la squadra perché ho un programma pronto e ho lavorato molto bene in questi primi mesi. Lo stesso Marino era d’accordo, ora spero di meritarmi la convocazione a qualche evento importante».

Bravo Johannessen, terzo dietro a “quei due” e re del Tourmalet

07.07.2023
4 min
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La tappa di ieri è stata calamitata dal duello fra Vingegaard e Pogacar, ma ha portato con sé un altro risultato importante, quello di Tobias Johannessen. Il norvegese della Uno-X Pro Cycling è arrivato terzo a Cauterets-Cambasque.

Qualcuno si è stupito, noi fino ad un certo punto. Conosciamo da un po’ questo biondo vichingo. Classe 1999, lo avevamo visto lottare al Giro U23 con Ayuso e poi al Tour de l’Avenir (che vinse) con Carlos Rodriguez nella calda estate del 2021.

In Norvegia, il ciclismo è uno sport importante: non è lo sci di fondo o il biathlon, ma sta crescendo tantissimo. Merito di campioni come Thor Hushovd, prima, e Alexander Kristoff, poi. Lo stesso ex iridato che è il leader della Uno-X ha espresso grandi parole per Tobias. E la stessa squadra lavora moltissimo col settore giovanile. Tobias ne è un esempio.

Il norvegese ha scollinato in testa sul Tourmalet. In Norvegia questa “conquista” ha avuto grande risalto
Il norvegese ha scollinato in testa sul Tourmalet. In Norvegia questa “conquista” ha avuto grande risalto

Un norvegese sul Tourmalet

In Norvegia ha fatto uno scalpore inaspettato non tanto il suo terzo posto, quanto il fatto che Johannessen sia passato in testa sul Tourmalet. “E’ la prima volta nella storia per un Norvegese”: più o meno sono stati questi i titoli della stampa scandinava. Di fatto, visti i loro fisici possenti, non hanno mai avuto tutti scalatori di questo livello.

“Un momento da pelle d’oca”, avrebbero detto i commentatori della Tv di stato di Oslo. E di pelle d’oca ci ha parlato lo stesso Tobias.

«Essere qui al Tour – ci ha detto Johannessen – è una forte emozione. E’ incredibile vedere tutta questa gente. Pazzesco. E’ la prima volta che provo qualcosa del genere. Essere qui è un sogno che avevo da bambino».

Tobias Johannessen è al suo primo Tour (che è anche il suo primo grande Giro)
Tobias Johannessen è al suo primo Tour (che è anche il suo primo grande Giro)

Obiettivi in divenire

Da uno come Tobias ci si poteva attendere che curasse la classifica generale, ma non è del tutto così. Già a Bilbao ci aveva confidato che prima avrebbe visto come sarebbero andate le frazioni iniziali e poi avrebbe valutato, ma che tutto sommato le tappe non gli sarebbero dispiaciute affatto.

«Io cercherò di tenere finché posso – ci aveva detto – ma credo che le tappe siano la carta migliore per noi della Uno-X».

Nella prima frazione di montagna non è andato benissimo: ha incassato oltre 15′. «Ho seppellito le mie gambe per seguire Van Aert», aveva detto in relazione alla frazione di Laruns. Ciò nonostante, ieri era di nuovo pronto a dare battaglia.

Johannessen (qui sul Tourmalet) ha tenuto le ruote dei big fino ai -4 km. Poi salendo di passo ha conquistato la terza piazza a Cauterets-Cambasque (foto Instagram)
Tobias (qui sul Tourmalet) ha tenuto le ruote dei big fino ai -4 km. Poi salendo di passo ha conquistato la terza piazza a Cauterets-Cambasque (foto Instagram)

Il nuovo che avanza

Ieri lui è arrivato terzo e Carlos Rodriguez settimo, tra i migliori del gruppetto della maglia gialla: una rivalità che si rinnova.

«Carlos è un rivale, lui può lottare per il podio. Ma se vuoi essere forte qui al Tour devi ragionare da squadra e non da singolo. Dico però che è bello vedere che molti dei ragazzi di quel Tour de l’Avenir siano presenti in questo Tour de France».

Per ora Tobias vuol fare il meglio possibile: questo è l’obiettivo, al netto di questa o quella tappa o di un determinato posto nella generale. Tutto è un po’ in divenire. Una cosa è certa: la grinta non gli manca. Nella prima frazione ha toccato i 210 battiti sul Pike.

«Con la squadra siamo stati in altura un paio di volte in questa stagione, spero che le gambe volino».

E le gambe tutto sommato hanno volato. Lo stesso Johannessen ieri ha detto che erano buone, ma che “quei due” erano troppo più forti.

«Chi vince il Tour? Penso uno di quei due, ma non so chi. Credo che sarà un Tour de France davvero fantastico da guardare in televisione. Pogacar e Vingegaard si attaccheranno a vicenda e lo faranno fino in fondo. Sicuro».

Tra Pogacar e Vingegaard è uno pari. Non svegliateci!

06.07.2023
6 min
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Dateci un pizzico. Ma è tutto vero? Una tappa sensazionale quella di oggi, che lo diventa ancora di più se sommata a quella di ieri. L’attacco e la rivincita. In una parola: duello. Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard ci hanno regalato uno spettacolo sensazionale.

Qualcuno già aveva parlato di Tour de France “chiuso”, o quantomeno ben indirizzato, vista la superiorità quasi violenta di ieri da parte del danese della Jumbo-Visma. E invece oggi è già tutto diverso.

Il duello dei duelli annunciato sin dall’arrivo di Parigi dell’estate scorsa non sta tradendo le attese. Ogni volta che i due hanno potuto si sono sfidati faccia a faccia.

Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga
Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga

Reazione da campione

Il valore aggiunto di questa giornata è stata la reazione di Pogacar. Una reazione da campione, da uomo tosto, non solo da atleta potente. 

Questo ragazzo non era mai stato battuto. Aveva vinto facile e già doversi scontrare per vincere era una cosa nuova. In più ieri le aveva prese di nuovo. E anche bene. Lo sloveno non solo è riuscito a tenere botta verso Cauterets-Cambasque, ma ha fatto molto di più. Una reazione alla Pantani.

Qualche giorno fa avevamo scritto del campione che fiuta la preda. Che qualcosa cambia quando capisce di stare bene. E oggi la chiave – chissà se di tutto il Tour – è nel Tourmalet. Jumbo che distrugge ogni velleità. Spacca il gruppo come poche volte si è visto nella storia del ciclismo e Tadej che resta lì. Il corridore della UAE Emirates è concentrato, agile, stabile… alla ruota di Vingegaard.

Il danese spinge, ma lui capisce che lo tiene bene. Nella testa del campione che deve riprendersi in quel momento scatta qualcosa. Sicuro. Matematico.

Ma quali valigie

Ed è quel che è successo. Dopo ieri qualche pensiero poco positivo c’era nella testa di Pogacar. «Chi non sarebbe stato turbato? – ha detto Pogacar stesso – Quello che Jonas ha fatto ieri è stato incredibile.

«Oggi, quando ha iniziato ad accelerare nel Tourmalet, ho pensato tra me e me che sarebbe stato come ieri. Avremmo potuto fare le valigie e tornare a casa».

Oggi la gamba era diversa e, come detto Tadej, ha fiutato qualcosa… «Per fortuna oggi avevo una buona gamba. Sono riuscito a seguirlo nel Tourmalet e quando ho sentito che era il momento giusto, ho attaccato nel finale – breve pausa e poi aggiunge – E’ stato un grande sollievo».

Quest’ultima è una frase da non sottovalutare da parte di Pogacar. E’ la prima volta che gliela sentiamo dire. Ma tutto ciò non fa che avvalorare l’impresa della rivincita. Della reazione.

A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″
A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″

Quella musica sul bus

Reazione che parte da ieri in qualche modo. Anche se in casa UAE non c’erano poi questi musi lunghi. E ancora una volta il merito era soprattutto del diretto interessato, ma anche dell’ambiente che lo circonda.

«Ieri abbiamo parlato tranquillamente quando è arrivato al bus – racconta Joxean Fernandez Matxinsi è messo nel macchinario per il down cooling e con lucidità abbiamo analizzato a tappa. Ma serenamente. Tadej ha detto che aveva trovato un avversario più forte, ma anche che mancavano tanti giorni e che si sentiva un po’ meglio. Era ottimista come sempre.

«Pensate che quando siamo ripartiti da Laruns avevamo la musica a tutto volume nel bus!».

In UAE si aspettavano un andamento della corsa di oggi come quello che si è visto. E loro sarebbero stati pronti a difendersi compatti.

«Dovevamo stare attenti sul Tourmalet. E Tadej ci è riuscito… Poi è successo quello che avete visto. In ammiraglia Andrej (Hauptman, ndr) che gli parlava gli diceva della strada: quanto mancava, le curve, le pendenze e dopo che è partito oltre ai distacchi reali – ci tiene a sottolineare il tecnico spagnolo – anche qualche altro incitamento… Per esempio gli ha detto che Urska (Zigart, la sua fidanzata, ndr) stava meglio, che c’erano i genitori all’arrivo, che stava facendo un’impresa dell’altro mondo. Tutte cose per non fargli sentire il mal di gambe».

Dopo l’incidente alla Liegi, Pogacar è più fresco e il Tour dura tre settimane. «Questo è vero. E’ un aspetto che abbiamo valutato, però ci sono anche gli avversari, a partire da Vingegaard. Non è una gara di Tadej… contro di Tadej».

«Come lo vedo io? Ieri aveva la rabbia di chi vuole riscattarsi e oggi quella di chi vuol vincere. Che poi non si tratta di rabbia. Tutti noi siamo compatti, uniti. In squadra c’è un bell’ambiente. Oggi quando è tornato al bus ci siamo abbracciati tutti. E tutti abbiamo iniziato a saltare».

Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia
Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia

Conti senza l’oste

E poi c’è il lato della Jumbo-Visma. Fortissima. Anche loro belli da vedere. Arrivano con i passisti fino a 5-6 chilometri dal Tourmalet. Usano gli scalatori in modo diverso: non stile “gregari diesel”, ma come degli attaccanti da salita. Le azioni di Kelderman (soprattutto) e Kuss sono state brevi e intense. 

In cima poi c’è l’altro protagonista di giornata che li attende, Wout Van Aert. Superbo. Ha tirato da solo per oltre metà tappa. E come Tarzan sulle liane, Vingegaard è passato da un gregario all’altro. Tattica perfetta e anche giusta, se vogliamo.

«Sarebbe stato perfetto – ha detto Vingegaard – staccare Tadej sul Tourmalet e trovare Van Aert nel fondovalle. Ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti. Lotteremo fino a Parigi».

In fin dei conti i gialloneri hanno ragionato sui numeri di ieri. Con Jonas che era il più forte. Ed è stata più che legittima la loro tattica. Ma oltre la tattica ci sono gli avversari. E quando uno di questi è Pogacar non si può mai stare tranquilli.

In tutto ciò un’altra bella notizia è che ancora non è finita. Il sogno continua. Non svegliateci… ma teniamo gli occhi aperti!

Giro Donne, Van Vleuten cannibale e Realini da podio

06.07.2023
6 min
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ALASSIO – C’è solo un sostantivo che ci viene in mente per Annemiek Van Vleuten: cannibale. Nella settima tappa del Giro Donne la maglia rosa non lascia nulla a nessuna ed in cima al santuario della Madonna della Guardia di Alassio trionfa nuovamente in solitaria ottenendo il terzo successo parziale nella corsa. Dietro di lei ad una manciata di secondi arrivano Labous e Realini che ora la seguono nell’ordine anche nella generale (rispettivamente a 3’56” e 4’25”).

Alla presentazione della corsa, la frazione savonese era stata indicata come la più insidiosa nonché ultima occasione per giocarsi l’all-in per la classifica. Tutto o niente come era successo nel 2016 quando, in una tappa praticamente identica vinta da Evelyn Stevens, Megan Guarnier riuscì a spodestare Mara Abbott ed ipotecare quella edizione della corsa rosa. E le aspettative non sono state tradite anche se stavolta è capitato a metà o quanto meno per le posizioni alle spalle di Van Vleuten. Ewers, seconda al mattino, è andata in crisi sulle ultime due ascese ed è scivolata di due posti. Uguale per Mavi Garcia, mentre Magnaldi, zitta zitta, entra nella top five con pieno merito.

Gaia sul podio

Realini quando taglia il traguardo è letteralmente sfinita. Scende dalla bici sorretta dalla massaggiatrice della Lidl-Trek che la fa sedere per terra per farle riprendere fiato. Le versa addosso una bottiglietta d’acqua fredda che evapora sul suo motore ancora caldo. Gaia non ha fatto un fuori giri, ma sul santuario di Alassio la sua cilindrata è andata ad alti regimi. Pochi minuti e sotto il podio Realini è un’altra persona. Sorridente e speranzosa perché attende la conferma di essere terza nella generale. Non appena lo apprende diventa anche più chiacchierona di quello che lei è di solito con le interviste.

«Oggi l’obiettivo – racconta Gaia sembrando anche più leggera moralmente – era quello di entrare nella top 3 e lo abbiamo portato a termine, quindi sono felicissima. Nella riunione pre-gara di stamattina avevamo detto che questa era la tappa dove si poteva fare la differenza e mettere più minuti possibili in classifica. Ce l’ho messa tutta fino alla fine ed è stata davvero dura. Tutte noi atlete abbiamo sette tappe nelle gambe che si fanno sentire. Ci riposiamo per un giorno con un po’ di relax psico-fisico ma restando comunque super concentrate sulle ultime due tappe perché in Sardegna dovremo restare con gli occhi bene aperti».

«Nella penultima salita – prosegue la classe 2001 che è anche maglia bianca del Giro Donne – Van Vleuten ha fatto il passo. Labous ed io abbiamo stretto i denti per tenerla scollinando con lei. All’ultimo chilometro noi eravamo a tutta. Nella mia testa pensavo a resistere per allungare il più possibile su Ewers. Van Vleuten ha avuto quelle forze in più per staccarci e darci quei secondi di distacco all’arrivo. Ma va bene così, sono super contenta. Adesso mi godo il giorno di riposo».

Per Elisa

Realini quest’anno ha trovato subito feeling con le sue compagne, specialmente con Longo Borghini. E‘ come se la campionessa italiana avesse preso Gaia sotto la sua ala protettrice per insegnarle a spiccare il volo da sola. Dopo il ritiro forzato di Longo Borghini, c’era curiosità di vedere Realini come si sarebbe comportata in corsa senza la sua capitana. Eccoci accontentati.

«Il giorno in cui è caduta Elisa – spiega Gaia, che in stagione ha già fatto terza alla Vuelta nella generale con una tappa – avevo avvertito subito l’ammiraglia. Come vi ho detto due giorni fa, mi ero molto preoccupata. Alla sera quando è tornata in hotel e ci hanno detto che non sarebbe ripartita, l’ho presa un po’ male. Moralmente per me è stato un brutto colpo. Per me lei è un punto di riferimento in tutto. Tuttavia Elisa mi ha tranquillizzata dicendomi che avrei potuto giocarmi le mie carte al meglio. Anzi lei mi ha incitato a credere che il podio era alla mia portata. Ho creduto fino in fondo alle parole di Elisa e oggi questo podio di tappa e della generale li dedico a lei».

Realini chiude terza a 20″ da Van Vleuten ed ora è terza anche nella generale
Realini chiude terza a 20″ da Van Vleuten ed ora è terza anche nella generale

La cannibale

La voracità agonistica di Van Vleuten divide la platea. Vincere ogni volta che si presenta l’occasione oppure lasciare qualcosa anche alle altre? La risposta esatta non ci sarai mai, forse bisogna contestualizzare sempre ogni circostanza. Di sicuro possiamo dire che dietro al sorriso che ha nelle vittorie e davanti al microfono c’è un carattere deciso come mostra nel post-cerimoniale. Diciamo che l’ordine del protocollo tra antidoping e interviste lo stabilisce lei con buona pace (ed attesa) di chi vuole farle due domande rapide nella mixed zone. Aspettano anche gli inviati del canale dell’UCI e non c’è tanto da fare, soprattutto se nel frattempo ha iniziato a piovere con vigore.

«Abbiamo corso come squadra – dice Van Vleuten sul suo successo – e anche oggi siamo state perfette nel difendere la maglia. E’ stato fatto un grande lavoro. Nel finale di oggi si è creata una situazione favorevole. Labous e Realini stavano lottando per il podio della generale e per me è stato perfetto per attaccare ancora. Non avevo programmato di farlo perché non pensavo di trovarmi così nel finale. Le mie compagne si sono messe a tirare per chiudere e abbiamo pensato a Lippert per fare la corsa. Poi siamo rimaste davanti in un gruppetto, allora a quel punto ho pensato a vincere. Ieri sera quando siamo arrivati abbiamo fatto una ricognizione e avevo visto che per salire c’era una bellissima vista. Mi sono goduta il panorama e oggi sono veramente contenta di avere vinto quassù».

Van Vleuten attacca salendo verso la Madonna della Guardia di Alassio. Niente da fare per Labous e Realini
Van Vleuten attacca salendo verso la Madonna della Guardia di Alassio. Niente da fare per Labous e Realini

«Non penso di essere una cannibale – ci confida Van Vleuten con grande spontaneità – sono solo un’atleta che si allena tanto per tante ore e per tanti chilometri. Posso dirvi che la mia voglia di vincere nasce dalle motivazioni. Ottenere il meglio da me stessa e questo mi rende felice. Inoltre vincere rende felici anche la mia squadra e le mie compagne, che fanno sempre un gran lavoro. Credo che sia un giusto riconoscimento che voglio dare ogni volta a loro. A Ceres ad esempio ho spinto al massimo fino sul traguardo ma non sono riuscita ad andare a riprendere Niedermaier. Capita a volte di dare tutto e non vincere. In ogni caso spesso la miglior tattica è quella di attaccare per mettersi al sicuro da eventuali rischi. Posso aggiungere che vincere in Italia mi piace molto e mi dà sempre una grande emozione. Ma non chiamatemi cannibale».

Il mondo di Pellizzari e un’estate caldissima alle porte

06.07.2023
7 min
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Martedì nel primo pomeriggio, Giulio Pellizzari ha lasciato casa di sua nonna Clara a Casalgomberto in provincia di Vicenza per raggiungere la squadra a Bologna. Di lì è volato in Romania, in cui fra circa un’ora partirà il Sibiu Cycling Tour. Partire con il buon gusto della vittoria cambia le percezioni e la volata a due su Cretti che gli è valsa l’Astico-Brenta (foto Green Project-Bardiani in apertura) ha reso il viaggio più leggero.

La valigia pronta

Come per tanti corridori che vengono dal Centro Sud, la sua vita si divide fra vari appoggi, ma la base è a Camerino, in provincia di Macerata, con il centro storico ancora chiuso dopo il terremoto di sette anni fa e la ricostruzione che va a rilento.

«Stanno ricostruendo in altre zone – ammette Giulio con una punta di amarezza – al punto che casa mia una volta era a un chilometro dal centro, adesso invece è in periferia senza averla spostata, solo perché la città sta nascendo altrove. Me lo ricordo il terremoto, il 24 agosto 2016. Ho ancora la pelle d’oca, perché sicuramente non è stato un bel momento. Eravamo tutti insieme a casa, perché c’erano già state altre scosse. Avevo paura ad andare in camera da solo e quindi stavamo tutti in cucina. Anche se la scossa che ha dato il colpo di grazia alla città fu quella del 30 ottobre. Mi piace partecipare a tutte le manifestazioni che si fanno nelle Marche. Voglio essere presente, perché sono tanto legato alla mia terra…».

Le famiglie di Giulio

Casa sua è una villetta subito fuori dal centro e ha retto l’urto, il resto intorno si è sbriciolato. Giulio aveva 13 anni e già sognava di fare il corridore. Il padre Achille è poliziotto e dal Veneto si è spostato nelle Marche per raggiungere sua moglie Francesca. Un tempo correva anche lui e per questo la famiglia ha messo i ragazzi nelle condizioni di avere il meglio. Giulio infatti ha un fratello che si chiama Gabriele: correva anche lui, poi di colpo ha poggiato la bici al muro e non ha voluto più saperne.

Oggi attorno a Giulio Pellizzari, passato professionista lo scorso anno direttamente dagli juniores, c’è una gabbia dorata di affetto e supporto tecnico. Ci sono la sua famiglia, il primo mentore Massimiliano Gentili e il preparatore Leonardo Piepoli.

E poi da poco al suo fianco è saltata fuori una seconda famiglia che vive di pane e ciclismo: quella di Stefano Casagranda e Caterina Giurato, di Borgo Valsugana. Lui ex professionista e organizzatore della Coppa d’Oro, lei direttore sportivo e portatrice sana di entusiasmo. Il legame è la figlia Andrea, che corre alla BePink e da fine novembre è la sua ragazza. Quando gli chiediamo se si senta accerchiato, si mette a ridere con la leggerezza del bravo ragazzo.

Il 2° posto al Recioto ha dato a Pellizzari la consapevolezza di essere al livello dei devo team (photors.it)
Il 2° posto al Recioto gli ha dato la consapevolezza di essere al livello dei devo team (photors.it)
Hai vinto l’Astico-Brenta con uno sprint a due, ma soprattutto… hai vinto!

Sugli sprint un po’ ci ho lavorato, però diciamo che me la sentivo buona perché stavo bene. Stavolta mi ero messo in testa di vincere, volevo vincere. Non volevo assolutamente tornare a casa da perdente, un altro secondo posto non mi sarebbe andato bene.

Ti sei ammalato e hai lasciato il Giro d’Italia, cui puntavi fortissimo. Ti è rimasto addosso il segno di quella delusione?

Sicuramente è stata una bella batosta, ci tenevo tanto. L’avevo preparato bene e prima del via andavo forte. Purtroppo è andata così, è stata dura ritornare in forma, sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. Oltre alla febbre ho avuto dissenteria e quella ti svuota. La prima settimana, questa è la seconda, uscivo in bici, ma ero finito fisicamente e mentalmente. Avete presente come è fatta Camerino? Per arrivare a casa mia c’è salita e dovevano venirmi a prendere altrimenti non tornavo, su una strada che normalmente faccio a 30 all’ora…

Il Giro era l’obiettivo, adesso?

Era la gara più importante per quel periodo, adesso ce ne saranno altre. Ora c’è il Sibiu Tour, con delle belle salite. Poi andrò a Sestriere con la nazionale, dal 17 luglio al 6 agosto, e Amadori ha detto che conta su di me per il Tour de l’Avenir.

Quale sarà l’obiettivo di questo viaggio a Sestriere?

Visto che l’obiettivo è l’Avenir, andiamo con Marino e tutti gli altri che dovrebbero partecipare. Ci porta su per tre settimane al fresco, ci alleniamo bene, facciamo la vita giusta. Come nazionale, vogliamo sicuramente fare bene. Vedremo con Marino quali saranno i compiti, io però voglio farmi trovare al massimo a prescindere se dovrò aiutare un altro o fare classifica.

Come sta andando questo secondo anno da professionista?

All’inizio c’erano un po’ di dubbi che adesso se ne sono andati. A gennaio mi sembrava di essere ripartito bene, ma finché non cominci a correre, non lo sai. Al ritiro di dicembre e gennaio stavo bene, quindi ero molto fiducioso. E fino ad ora, a parte il Giro che è andato male, nelle gare sono sempre stato lì. Sto andando forte e per ora sono molto contento.

Sentivi che la vittoria era in arrivo?

Quando ho iniziato a fare le gare con le Devo Team della Jumbo e della Wanty, ho capito che ero in grado di stare al loro livello, quindi sapevo che prima o poi sarebbe arrivata.

Orlen Nations Grand Prix, Piganzoli e Pellizzari festeggiano Busatto che ha vinto la 3ª tappa (foto PT photos)
Orlen Nations Grand Prix, Piganzoli e Pellizzari festeggiano Busatto che ha vinto la 3ª tappa (foto PT photos)
Che cosa è cambiato fra lo scorso anno e questo?

La scuola. Essere diventato geometra e non dover più andare a scuola tutti i giorni mi ha permesso di allenarmi di mattina. Questo è stato fondamentale. Sul fronte della preparazione, è il secondo anno che lavoro con Leonardo Piepoli e fondamentalmente il lavoro è rimasto lo stesso. Sono solo maturato fisicamente, per cui reggo meglio il lavoro e recupero prima.

Piepoli è allenatore, ma anche un sottile psicologo…

Con lui parlo praticamente tutti i giorni. Ci sentiamo, ci confrontiamo spesso e mi aiuta con la sua esperienza. Segue dei grandi corridori, quindi conosce bene il mondo del ciclismo. Ci confrontiamo anche sulle gare. Come fare? Come non fare? Non parliamo solo di preparazione.

Invece come va con i… suoceri trentini?

Stefano mi racconta aneddoti e mi prende un po’ in giro (sorride, ndr), perché è il suo modo di essere. Lui ha vinto una tappa al Giro del Trentino, io ho fatto terzo… Non la smetteva più! Ma anche io sono uno che ride e scherza, quindi non mi faccio problemi.

Giulio Pellizzari e Andrea Casagranda, che è del 2004 e corre alla BePink, sulle strade della Valsugana
Giulio e Andrea Casagranda, che è del 2004 e corre alla BePink, sulle strade della Valsugana
Caterina dice che sua figlia sta iniziando a parlare in marchigiano…

Strano, perché sono più io da lei che lei da me, quindi dovrebbe essere il contrario. Andrea mi aiuta, mi sta vicino. Sapeva quanto tenessi al Giro ed è stata importante perché mi ha tenuto su di testa. Appena mi sono ripreso, sono andato subito da lei. A volte ci alleniamo insieme e adesso che lei sta facendo il Giro d’Italia, ci sentiamo tutti i giorni. Ci tengo a sapere come va, le sensazioni. E quando faccio io le gare importanti, lei mi chiede sempre. Ora però mi metto da parte, al centro c’è lei.

Bello allenarsi in Trentino, ma che effetto fa pedalare sui Monti Sibillini, dalle tue parti?

Sicuramente fa male passare in mezzo ai paesi rasi al suolo. Per certi versi, non essendoci traffico dato che non ci vive più nessuno, è più sicuro. Ma quando vado verso Visso, Ussita e Frontignano non è bello vedere in che condizioni sono ancora i nostri posti. I paesaggi però sono spettacolari, infatti vado spesso da quelle parti.