Il mondo di Pellizzari e un’estate caldissima alle porte

06.07.2023
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Martedì nel primo pomeriggio, Giulio Pellizzari ha lasciato casa di sua nonna Clara a Casalgomberto in provincia di Vicenza per raggiungere la squadra a Bologna. Di lì è volato in Romania, in cui fra circa un’ora partirà il Sibiu Cycling Tour. Partire con il buon gusto della vittoria cambia le percezioni e la volata a due su Cretti che gli è valsa l’Astico-Brenta (foto Green Project-Bardiani in apertura) ha reso il viaggio più leggero.

La valigia pronta

Come per tanti corridori che vengono dal Centro Sud, la sua vita si divide fra vari appoggi, ma la base è a Camerino, in provincia di Macerata, con il centro storico ancora chiuso dopo il terremoto di sette anni fa e la ricostruzione che va a rilento.

«Stanno ricostruendo in altre zone – ammette Giulio con una punta di amarezza – al punto che casa mia una volta era a un chilometro dal centro, adesso invece è in periferia senza averla spostata, solo perché la città sta nascendo altrove. Me lo ricordo il terremoto, il 24 agosto 2016. Ho ancora la pelle d’oca, perché sicuramente non è stato un bel momento. Eravamo tutti insieme a casa, perché c’erano già state altre scosse. Avevo paura ad andare in camera da solo e quindi stavamo tutti in cucina. Anche se la scossa che ha dato il colpo di grazia alla città fu quella del 30 ottobre. Mi piace partecipare a tutte le manifestazioni che si fanno nelle Marche. Voglio essere presente, perché sono tanto legato alla mia terra…».

Le famiglie di Giulio

Casa sua è una villetta subito fuori dal centro e ha retto l’urto, il resto intorno si è sbriciolato. Giulio aveva 13 anni e già sognava di fare il corridore. Il padre Achille è poliziotto e dal Veneto si è spostato nelle Marche per raggiungere sua moglie Francesca. Un tempo correva anche lui e per questo la famiglia ha messo i ragazzi nelle condizioni di avere il meglio. Giulio infatti ha un fratello che si chiama Gabriele: correva anche lui, poi di colpo ha poggiato la bici al muro e non ha voluto più saperne.

Oggi attorno a Giulio Pellizzari, passato professionista lo scorso anno direttamente dagli juniores, c’è una gabbia dorata di affetto e supporto tecnico. Ci sono la sua famiglia, il primo mentore Massimiliano Gentili e il preparatore Leonardo Piepoli.

E poi da poco al suo fianco è saltata fuori una seconda famiglia che vive di pane e ciclismo: quella di Stefano Casagranda e Caterina Giurato, di Borgo Valsugana. Lui ex professionista e organizzatore della Coppa d’Oro, lei direttore sportivo e portatrice sana di entusiasmo. Il legame è la figlia Andrea, che corre alla BePink e da fine novembre è la sua ragazza. Quando gli chiediamo se si senta accerchiato, si mette a ridere con la leggerezza del bravo ragazzo.

Il 2° posto al Recioto ha dato a Pellizzari la consapevolezza di essere al livello dei devo team (photors.it)
Il 2° posto al Recioto gli ha dato la consapevolezza di essere al livello dei devo team (photors.it)
Hai vinto l’Astico-Brenta con uno sprint a due, ma soprattutto… hai vinto!

Sugli sprint un po’ ci ho lavorato, però diciamo che me la sentivo buona perché stavo bene. Stavolta mi ero messo in testa di vincere, volevo vincere. Non volevo assolutamente tornare a casa da perdente, un altro secondo posto non mi sarebbe andato bene.

Ti sei ammalato e hai lasciato il Giro d’Italia, cui puntavi fortissimo. Ti è rimasto addosso il segno di quella delusione?

Sicuramente è stata una bella batosta, ci tenevo tanto. L’avevo preparato bene e prima del via andavo forte. Purtroppo è andata così, è stata dura ritornare in forma, sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. Oltre alla febbre ho avuto dissenteria e quella ti svuota. La prima settimana, questa è la seconda, uscivo in bici, ma ero finito fisicamente e mentalmente. Avete presente come è fatta Camerino? Per arrivare a casa mia c’è salita e dovevano venirmi a prendere altrimenti non tornavo, su una strada che normalmente faccio a 30 all’ora…

Il Giro era l’obiettivo, adesso?

Era la gara più importante per quel periodo, adesso ce ne saranno altre. Ora c’è il Sibiu Tour, con delle belle salite. Poi andrò a Sestriere con la nazionale, dal 17 luglio al 6 agosto, e Amadori ha detto che conta su di me per il Tour de l’Avenir.

Quale sarà l’obiettivo di questo viaggio a Sestriere?

Visto che l’obiettivo è l’Avenir, andiamo con Marino e tutti gli altri che dovrebbero partecipare. Ci porta su per tre settimane al fresco, ci alleniamo bene, facciamo la vita giusta. Come nazionale, vogliamo sicuramente fare bene. Vedremo con Marino quali saranno i compiti, io però voglio farmi trovare al massimo a prescindere se dovrò aiutare un altro o fare classifica.

Come sta andando questo secondo anno da professionista?

All’inizio c’erano un po’ di dubbi che adesso se ne sono andati. A gennaio mi sembrava di essere ripartito bene, ma finché non cominci a correre, non lo sai. Al ritiro di dicembre e gennaio stavo bene, quindi ero molto fiducioso. E fino ad ora, a parte il Giro che è andato male, nelle gare sono sempre stato lì. Sto andando forte e per ora sono molto contento.

Sentivi che la vittoria era in arrivo?

Quando ho iniziato a fare le gare con le Devo Team della Jumbo e della Wanty, ho capito che ero in grado di stare al loro livello, quindi sapevo che prima o poi sarebbe arrivata.

Orlen Nations Grand Prix, Piganzoli e Pellizzari festeggiano Busatto che ha vinto la 3ª tappa (foto PT photos)
Orlen Nations Grand Prix, Piganzoli e Pellizzari festeggiano Busatto che ha vinto la 3ª tappa (foto PT photos)
Che cosa è cambiato fra lo scorso anno e questo?

La scuola. Essere diventato geometra e non dover più andare a scuola tutti i giorni mi ha permesso di allenarmi di mattina. Questo è stato fondamentale. Sul fronte della preparazione, è il secondo anno che lavoro con Leonardo Piepoli e fondamentalmente il lavoro è rimasto lo stesso. Sono solo maturato fisicamente, per cui reggo meglio il lavoro e recupero prima.

Piepoli è allenatore, ma anche un sottile psicologo…

Con lui parlo praticamente tutti i giorni. Ci sentiamo, ci confrontiamo spesso e mi aiuta con la sua esperienza. Segue dei grandi corridori, quindi conosce bene il mondo del ciclismo. Ci confrontiamo anche sulle gare. Come fare? Come non fare? Non parliamo solo di preparazione.

Invece come va con i… suoceri trentini?

Stefano mi racconta aneddoti e mi prende un po’ in giro (sorride, ndr), perché è il suo modo di essere. Lui ha vinto una tappa al Giro del Trentino, io ho fatto terzo… Non la smetteva più! Ma anche io sono uno che ride e scherza, quindi non mi faccio problemi.

Giulio Pellizzari e Andrea Casagranda, che è del 2004 e corre alla BePink, sulle strade della Valsugana
Giulio e Andrea Casagranda, che è del 2004 e corre alla BePink, sulle strade della Valsugana
Caterina dice che sua figlia sta iniziando a parlare in marchigiano…

Strano, perché sono più io da lei che lei da me, quindi dovrebbe essere il contrario. Andrea mi aiuta, mi sta vicino. Sapeva quanto tenessi al Giro ed è stata importante perché mi ha tenuto su di testa. Appena mi sono ripreso, sono andato subito da lei. A volte ci alleniamo insieme e adesso che lei sta facendo il Giro d’Italia, ci sentiamo tutti i giorni. Ci tengo a sapere come va, le sensazioni. E quando faccio io le gare importanti, lei mi chiede sempre. Ora però mi metto da parte, al centro c’è lei.

Bello allenarsi in Trentino, ma che effetto fa pedalare sui Monti Sibillini, dalle tue parti?

Sicuramente fa male passare in mezzo ai paesi rasi al suolo. Per certi versi, non essendoci traffico dato che non ci vive più nessuno, è più sicuro. Ma quando vado verso Visso, Ussita e Frontignano non è bello vedere in che condizioni sono ancora i nostri posti. I paesaggi però sono spettacolari, infatti vado spesso da quelle parti.

Lafay: il pupillo di Damiani che fa gioire la Cofidis

06.07.2023
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Il successo di Victor Lafay a San Sebastian ha riportato la Cofidis a vincere sulle strade del Tour de France a distanza di 15 anni. Il corridore di Lione, 27 anni compiuti a gennaio, si è portato a casa la seconda firma in una grande corsa a tappe. Abbiamo così bussato alla porta di Roberto Damiani, diesse della Cofidis e di Lafay per farci raccontare il momento di questo corridore e non solo. 

Vitor Lafay, 27 anni della Cofidis, vince così a San Sebastian
Vitor Lafay, 27 anni della Cofidis, vince così a San Sebastian

Altalenante

Dopo la vittoria al Giro 2021, nella tappa di Guardia Sanframondi, la carriera di Lafay ha avuto degli alti e dei bassi. 

«Quella tappa del Giro – racconta Damiani – è stata una sorpresa per il mondo esterno, ma non per noi. Le qualità di Lafay sono sempre state chiare ai nostri occhi, tuttavia lui ha sempre avuto dei picchi di prestazione alti alternati a momenti in blackout. Nella parte finale del 2021 ha avuto un periodo difficile, con delle prestazioni di livello basso».

Giro d’Italia 2021, Guardia Sanframondi: Lafay è andato, Carboni si volta e vede arrivare Gavazzi
Giro d’Italia 2021, Guardia Sanframondi: Lafay è andato, Carboni si volta e vede arrivare Gavazzi
Caratterialmente che persona è?

Victor è un ragazzo che ha bisogno di un supporto morale, ha dei vecchi valori di amicizia e fiducia che per lui sono benzina. Con lui è meglio vivere dei momenti umani, come una partita a carte o a scacchi, piuttosto che fare una ripetuta in più. Da questo punto di vista abbiamo un carattere molto affine

Per questo ti trovi così bene?

Ho un rapporto ottimo, è l’unico con cui ho scambiato un messaggio prima che partisse per il Tour de France. Gli ho detto: «Ricordati che sei un valore aggiunto per questa squadra». Mi ha ringraziato per la fiducia. Tra noi della Cofidis c’è un bel rapporto in squadra, anche tra i tecnici. Ci scambiamo spesso qualche opinione tra chi è in corsa e chi, come me, è a casa. 

E tu da casa come hai visto la vittoria di Lafay?

Benone! Vedevo che il gruppo di testa continuava a perdere elementi, mentre Lafay pedalava benissimo. In quel momento ho proprio pensato: «Adesso gliela dà secca». Ci siamo sempre detti che basta un colpo solo per vincere, ma ben assestato. Anche quando ha vinto al Giro è stato uguale glielo ripetevo spesso alla radio: «Un colpo solo che deve uccidere la corsa».

Durante la terza tappa Lafay è andato in fuga per prendere punti al traguardo volante e mantenere la maglia verde
Durante la terza tappa Lafay è andato in fuga per prendere punti al traguardo volante e mantenere la maglia verde
La differenza tra la vittoria al Giro è questa al Tour è che a San Sebastian è rimasto con i migliori, resistendo alla selezione.

In quel drappello c’era la creme del Tour, serviva un’ottima tenuta mentale e fisica. Lui ha fatto una gran cosa, poi dietro hanno sbagliato, vista anche la reazione di Van Aert. Ma nulla toglie il merito a Lafay per quello che ha fatto. Una cosa che mi ha dato fastidio è che la gente si è dimenticata quello che ha fatto nella tappa precedente, a Bilbao. E’ stato lui a rilanciare mentre i grandi nomi si rialzavano. 

Mentre nella terza tappa è scattato per difendere la maglia verde…

Un bel gesto a mio modo di vedere, per rispettare la corsa e per tenere un primato importante. 

La vittoria di San Sebastian che clima ha lasciato in squadra?

Vi basti sapere che da quando sono in Cofidis, ovvero dal 2019, l’obiettivo numero uno della stagione è sempre stato vincere una tappa al Tour de France. Quel chilometro finale lo abbiamo vissuto “a tutta” insieme a Lafay. Quella che è arrivata dopo è una giustissima euforia, ma con la volontà di continuare. Questo entusiasmo deve essere la giusta benzina per dare il meglio. 

Nella prima tappa l’unico a resistere alle accelerazioni di Pogacar e Vingegaard è stato Lafay (a destra)
Nella prima tappa l’unico a resistere alle accelerazioni di Pogacar e Vingegaard è stato Lafay (a destra)
Una vittoria che per Lafay può essere un passo importante…

E’ un successo che può aiutarlo a diventare più costante, sappiamo quanto un successo al Tour possa essere importante. Figuriamoci per un atleta francese di una squadra francese. Ma non voglio che ci si monti la testa, non mi dimentico la sofferenza che ci ha portato la sua assenza dal Giro. Ci hanno accusato di non rispettare la corsa, ma questo non è vero. Purtroppo Lafay doveva essere uno dei nostri uomini di punta e si è ammalato poco prima di partire. Un corridore del suo calibro alla corsa rosa ci è mancato molto. Una vittoria al Tour non può far dimenticare quello che c’è stato prima e quel che verrà poi. Vorrei dire un’ultima cosa…

Prego.

Di un corridore, ed un ragazzo come Lafay, bisogna parlarne più spesso, non solo quando vince.

Thomas alla Vuelta, Tosatto e le storie del Tour

06.07.2023
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Tosatto è al mare: una settimana di stacco con la famiglia in Romagna e poi sarà già tempo di ricominciare. Il pomeriggio è dedicato al Tour: bastano una connessione internet e gli auricolari. Così ieri il direttore sportivo della Ineos Grenadiers ha seguito la prima tappa pirenaica, con un occhio ai suoi ragazzi della Ineos Grenadiers. E anche se lo abbiamo chiamato per parlare del gruppo del Giro che ad agosto andrà alla Vuelta con capitan Thomas, è stato impossibile non farsi risucchiare da due chiacchiere sulla sfida francese.

«Cosa dire… La UAE si è sgretolata – riflette Tosatto – e Vingegaard gli ha rifilato più di un minuto. Cosa sia mancato a Pogacar è difficile da dire. Oggi (ieri, ndr) non è stato all’altezza in salita, sul cambio di ritmo. Gli manca la costanza della fatica? Il non aver fatto il Delfinato o lo Slovenia potrebbe averlo penalizzato. L’ultima corsa a tappe che ha fatto è stata la Parigi-Nizza, che c’è stata a marzo. Il Tour è ancora aperto, però moralmente hanno preso una bella botta dopo aver dettato legge sabato e domenica».

Dopo il Giro, Matteo Tosatto ha guidalto la Ineos alla Route d’Occitanie e poi ai campionati italiani
Dopo il Giro, Matteo Tosatto ha guidalto la Ineos alla Route d’Occitanie e poi ai campionati italiani
E i tuoi?

Dietro si è visto forte il mio Rodriguez, che può puntare alla top 5, non so se al podio. Pidcock è arrivato più staccato. E poi c’è Bernal. Quest’anno con Egan non ho fatto una sola corsa e ho non ci ho mai parlato. Ha fatto dei grandi progressi e sicuramente l’hanno portato vedendo che stava bene. Si sapeva che faceva fatica a lottare coi migliori, oggi ha perso tre minuti dal primo, può solo migliorare. Questo è un passaggio che gli può tornare utile come fase del recupero per il prossimo anno o per la Vuelta, se farà la Vuelta.

E Hindley?

Sono contento che abbia vinto lui. Tanti l’hanno sottovalutato anche dopo che ha vinto il Giro. Sembrava che lo avesse vinto uno così, ma lui due anni prima aveva fatto secondo. Ha vinto alla prima partecipazione al Tour, tappa e maglia. Adesso vedremo, non ha speso tanto secondo me, a parte gli ultimi 20 chilometri. Magari se prende fiducia, riesce ad andare sul podio.

Dopo il secondo posto de Giro, Thomas ha dichiarato di voler puntare alla Vuelta
Dopo il secondo posto de Giro, Thomas ha dichiarato di voler puntare alla Vuelta
Veniamo a noi: bella questa cosa che Thomas vuole alla Vuelta il gruppo del Giro, no?

Il programma del gruppo Vuelta si è fatto dopo il Giro.  C’erano e ci sono ancora dei punti di domanda. Ad esempio se Egan se faceva il Tour e chi coinvolgere fra quelli che non hanno fatto né Giro né Tour. Oppure Arensmans, che era previsto non facesse il Tour dopo il Giro e c’era da capire se fargli fare la Vuelta o le classiche in Canada. Poi c’è De Plus che vuole fare due grandi Giri, quindi anche la Vuelta.

Il fatto di portare il gruppo del Giro, se non altro come base, è una garanzia perché è un gruppo che funziona bene?

Quando lavori con un gruppo da lontano, nel senso che inizi a fare programmi e corse in comune da inizio anno, viene tutto più facile anche in gara.

Il Tour per Bernal è un passaggio sulla strada del ritorno. Sulle prime salite vere Egan paga pegno
Il Tour per Bernal è un passaggio sulla strada del ritorno. Sulle prime salite vere Egan paga pegno
Era in programma che Thomas andasse alla Vuelta?

C’era un punto di domanda. Si è sempre detto di puntare tutto sul Giro e poi avremmo valutato il finale di stagione. Una possibilità di fare Giro e Vuelta c’è sempre stata, nella lista lunga il suo nome c’era già. E alla fine ha deciso di voler andare in Spagna. Anche perché, secondo me, essendo un corridore di una certa età, non si vede a fare corse di una settimana, gli viene comodo fare un grande Giro. Poi non è che corra molto di qui alla Vuelta…

In che senso?

Adesso ha recuperato bene, ma prima della Vuelta farà una sola corsa. Alla fine il suo è un programma abbastanza leggero.

A Laruns, Rodriguez è arrivato nel gruppetto di Pogacar. Per Tosatto può entrare nei prini 5
A Laruns, Rodriguez è arrivato nel gruppetto di Pogacar. Per Tosatto può entrare nei prini 5
La sensazione è che gli sia venuta voglia di Vuelta dopo aver visto al Giro di essere capace di grandi prestazioni…

Sì, quello sicuramente. Ha finito il Giro stanco, ma in crescendo. Va bene, nella cronoscalata ha pagato, ma se stai bene, impieghi meno a recuperare. 

I compagni si sono fatti coinvolgere dal suo entusiasmo?

Quelli che hanno fatto il Giro avevano la voglia di fare la Vuelta con lo stesso gruppo. Ci sarà qualche inserimento, magari chi non ha fatto grandi Giri o qualche giovane. Però certo, correre insieme aiuta tanto.

Ci saranno anche Puccio e Ganna?

A Pippo in teoria la Vuelta farebbe un gran bene. Chi ha il motore come il suo, almeno una grande corsa a tappe all’anno deve farlo e del Giro ha fatto solo sette giorni. Sicuramente adesso il suo grande obiettivo è il mondiale, ma nella quadra della Vuelta ci starebbe bene, anche perché il primo giorno c’è una cronometro a squadre, che per lui sarebbe uno stimolo interessante. Quanto a Puccio invece si vedrà. Se lo chiami, è sempre pronto. E’ nella lista, ma ancora non saprei. 

Fare la Vuelta gioverebbe a Ganna, che ha fatto solo 7 tappe del Giro
Fare la Vuelta gioverebbe a Ganna, che ha fatto solo 7 tappe del Giro
Pensi che Thomas si adatterà bene al modo di correre nervoso della Vuelta?

Ha fatto una sola Vuelta, nel 2015, quando vinse Aru, e arrivò parecchio indietro. Quello di quest’anno è stato il terzo Giro che finiva, negli anni prima è quasi sempre caduto. In Spagna sarà un’avventura, un’esperienza nuova. Ha lo stimolo di prepararsi come ha preparato il Giro, per cui secondo me potrebbe andare bene, perché c’è meno stress del Tour e non è come il Giro.

Secondo te non ha mai rimpianto il fatto di aver scelto il Giro al posto del Tour?

All’ultimo Tour ha fatto terzo e in precedenza era stato primo e secondo. Forse ha voluto fare il Giro perché aveva un conto in sospeso e quest’anno con le tre cronometro, ha pensato di poterlo vincere. Lo abbiamo deciso a novembre, difficile poi cambiare idea. Così adesso andrà alla Vuelta, vedremo coi giorni con quali obiettivi. 

Hindley e la Bora, un altro piano ben riuscito

05.07.2023
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Ciccone ha un diavolo per capello. Poco oltre, l’altro abruzzese (adottivo) di giornata non sta nella pelle, per la tappa e la maglia. Jai Hindley ha dato uno scossone al Tour e dietro di lui un altro colpo durissimo l’ha mollato Vingegaard a Pogacar. Rispetto ai vecchi Tour delle prime sette tappe piatte come la noia, questa quinta tappa si è portata decisamente avanti.

Mai niente per caso

In casa Bora-Hansgrohe si fa festa, sia pure con garbo, perché la storia promette di essere ancora lunga. In attesa che Hindley si racconti o trovi quantomeno le parole per farlo, dall’ammiraglia della squadra tedesca scende Enrico Gasparotto. Vero che al Tour c’è venuto per stare sulla seconda e per giunta da debuttante, ma quando c’è di mezzo “il Giallo”, qualcosa succede sempre. Anche che vada via una fuga di 35 piena di uomini forti…

«Nella vita – sorride – non succede mai niente per caso. Bisogna sfruttare l’opportunità, farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. A un certo punto dopo 10 chilometri Pogacar ha fatto chiudere su una fuga di corridori che non erano pericolosi ai fini della classifica. Ci siamo stupiti noi in macchina e anche i ragazzi in corsa, abbiamo pensato di non capire più nulla di ciclismo. E a quel punto infatti è nata una fuga di 35 corridori. Jai e Buchmann erano già davanti, perché a Jai piacere correre in testa, mentre la Jumbo-Visma ha lasciato il lavoro in mano alla UAE Emirates.

La presenza di Hindleyt nella fuga è stata frutto della sua concentrazione, l’attacco era per vincere

«Detto questo – prosegue Gasparotto – ho trovato strano anche io che abbiano lasciato andare Hindley, che ha vinto un Giro e in un altro ha fatto secondo, boh! Ci siamo chiesti, in ammiraglia con Rolf Aldag, se fermando Jai la fuga sarebbe andata, però c’era anche Ciccone che era in classifica e voleva vincere la tappa. Noi eravamo in tre, come pure la Lidl e alla fine, sacrificando Konrad e con il lavoro della Ag2R, la fuga è andata. Poi, quando Hindley è partito, aveva in testa la tappa e la maglia. Sta bene, ha fatto la ricognizione, conosce le strade e questo aiuta come sempre…».

Ciccone mastica amaro

Secondo all’arrivo, Ciccone mastica amaro. Le telecamere hanno captato il suo disappunto: di quelle parole che si dicono dopo il traguardo, prima che qualcuno ti faccia il riassunto e tu capisca come stanno le cose.

« C’è stato un errore di comunicazione – dice a denti stretti – perché nella tabella dell’organizzazione ho letto 25 secondi, invece quello era il distacco da Felix Gall. Pensando che il distacco da Hindley fosse così basso, ho creduto di poter collaborare con Vingegaard, invece la squadra sapeva che Hindley era più lontano e non aveva senso inseguire. Jonas chiedeva collaborazione perché sapeva che tirando potevamo giocarci la tappa, ma il nostro leader era nel gruppo con Pogacar. Non potevo aiutarlo».

Ciccone chiude al secondo posto e ora è terzo in classifica: non ha capito il divieto di aiutare Vingegaard
Ciccone chiude al secondo posto e ora è terzo in classifica: non ha capito il divieto di aiutare Vingegaard

«Onestamente – riprende Giulio – mi aspettavo di stare un po’ meglio sull’ultima salita, invece ho pagato tutti gli sforzi fatti prima. Però abbiamo fatto una bella tappa e pensiamo a recuperare, perché domani ce n’è un’altra, ancora più dura. Si sapeva che oggi sarebbe stata una giornata strana, perché con una partenza così veloce poteva succedere di tutto. Non mi aspettavo una fuga così numerosa e soprattutto così di qualità. Alla fine è stata una giornata corsa a tutto gas e le sensazioni non sono state male. Le gambe ci sono, la testa è bella dura, quindi ogni giorno proverò a fare qualcosa».

Pogacar si nasconde

La delusione ha facce diverse. Perciò, quando Pogacar passa il traguardo e va a fermarsi vicino agli uomini del UAE Team Emirates, il suo proverbiale sorriso cede il posto a perplessità. I tanti ragionamenti sul fatto di avere in Adam Yates un capitano alternativo poggiavano su una consapevolezza fondata? Oppure l’incapacità dello sloveno di rispondere potrebbe far pensare davvero a una giornata storta? Altrimenti come si spiegherebbe il tanto tirare dei giorni scorsi?

L’inatteso crollo di Pogacar colpisce la UAE Emirates. Yates scivola in 5ª posizione, Tadej subito dietro
L’inatteso crollo di Pogacar colpisce la UAE Emirates. Yates scivola in 5ª posizione, Tadej subito dietro

«Delusione è la parola giusta – dice Pogacar – ma sono più triste nel sentire che la mia ragazza è caduta al Giro e forse ha una commozione cerebrale. Intendiamoci, è triste anche aver perso un minuto contro Jonas. Quindi bisgnerà andare avanti giorno per giorno. Penso si sia accorto che non stessi andando troppo bene in salita e così ha cercato di attaccare. Non ho potuto seguirlo perché oggi era più forte. Io invece ero al limite, sicuramente negli ultimi due chilometri di salita. Spero in gambe migliori per domani e penso che si raddrizzerà. C’è ancora molta strada e mi sento bene e questa è la cosa più importante della giornata».

Il morso di Vingegaard

Vingegaard e il suo sguardo lampeggiante si sono spenti una volta sceso dalla bici. La grinta e quei denti a punta che scopre nel momento di massimo sforzo, cedono ora il posto al ragazzo che ragiona e poi parla.

«Il piano per questa tappa – dice il danese – era avere un paio di compagni nella fuga, ma poi sono diventati tre: Laporte, Van Aert, Benoot. Non era tanto per piazzarne uno all’arrivo, quanto per riuscire a salvarci: pensavamo che non fosse la tappa ideale per me. Invece quando abbiamo iniziato l’ultima salita ho sentito di avere buone gambe così ho detto a Kuss di passare davanti. Lui l’ha fatto e ho deciso di attaccare. Prima del via ne avevamo parlato e non pensavamo che fosse uno scenario possibile, piuttosto era più facile prevedere che uno dei ragazzi in fuga vincesse la tappa e per noi sarebbe stato davvero lo scenario dei sogni.

«Invece è successo tutto l’opposto. Io ho attaccato e Tadej non ha risposto. Mi sono meravigliato. Ho voluto metterlo alla prova, perché sentivo buone gambe e sono molto contento di quello che ho ottenuto. Un minuto guadagnato è un buon margine, ma so che lui non si arrende mai. Sarà una battaglia tutti i giorni fino a Parigi. E bisognerà tenere d’occhio Jai Hindley».

L’ultima vittoria di Hindley? La classifica del Giro 2022 e prima la tappa del Blockhaus
L’ultima vittoria di Hindley? La classifica del Giro 2022 e prima la tappa del Blockhaus

Il presente e il futuro

Intanto Hindley scende dal palco vestito di giallo, poco più di un anno dopo aver conquistato la maglia rosa. Il Tour è iniziato da appena cinque giorni: pensare sin da adesso di difendersi sarebbe da incoscienti.

«Oggi prima di partire – sorride ancora Gasparotto – ho fatto una battuta. Ho detto: “Viviamo il presente con un occhio futuro”. Nei grandi Giri è bene vivere giorno dopo giorno, può succedere qualsiasi cosa. Il nostro Tour non sarà negativo, quindi siamo già contenti di questo. Poi se staremo bene, è fuori dubbio che battaglieremo sino alla fine. Jai sta bene. Abbiamo scelto di puntare sul Tour e lui ha fatto i compiti a casa. Ma il viaggio è appena cominciato».

Van Vleuten prende e va. Paladin: «Al Tour sarà diverso»

05.07.2023
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CANELLI – E’ bastato poco ad Annemiek Van Vleuten per salutare la compagnia e viaggiare spedita verso il traguardo della sesta tappa del Giro Donne. Una frazione che al mattino, nel paddock dei bus, prevedevano in egual misura adatta all’arrivo per velociste o di una fuga. Invece no, la maglia rosa prende e va via quando mancano 15 chilometri alla fine. E per lei è la quindicesima vittoria al Giro Donne.

Sul Gpm di Calosso, penultimo di giornata, l’olandese della Movistar non è nemmeno scattata. Ha imposto subito un ritmo insostenibile per le altre, che hanno iniziato a ragionare per il secondo posto. La piazza d’onore è andata a Wiebes (davanti a Lippert) che conferma una grande crescita sulle tappe mosse e con arrivi su strappi secchi di un chilometro come quello di Canelli. La campionessa europea della SD Worx, che domani non ripartirà per preparare il Tour Femmes, sarà l’avversaria da battere al mondiale di Glasgow ed il cittì Sangalli continua a prendere appunti. Nella generale a più di 3 minuti da Van Vleuten, scala di una posizione Ewers per effetto della drammatica caduta occorsa a Niedermaier (forte trauma facciale e ritiro) mentre terza ora c’è Labous del Team DSM-Firmenich.

Soraya davanti

Le colline dei vigneti che circondano Canelli sono validi banchi di prova per capire la propria condizione. Dalla pianura astigiana la strada si inerpica in modo tortuoso e ripido. Ci si può provare in salita o in discesa. La linea d’arrivo posta accanto al ristorante “Civico 15” non mente. Per arrivarci devi avere la gamba giusta. E la signora Giusy vede sfilare il meglio del ciclismo femminile davanti al suo locale. Fra queste c’è Soraya Paladin, quarta e autrice di una bella prestazione.

«E’ stata una tappa per noi abbastanza sfortunata – racconta Paladin dopo aver recuperato dallo sforzo – siamo partite con Antonia (Niedermaier, ndr) che era seconda in classifica e maglia bianca, ma purtroppo è caduta. Non sono bene cosa sia successo, lo abbiamo sentito alla radio e ci hanno detto che non sarebbe più rientrata. So solo che è in ospedale. Ci dispiace molto perché stava andando veramente forte. La nostra idea era quindi quella di difendere la generale. Se lo meritava Antonia».

Paladin sta dimostrando di crescere. Il bel quarto posto a Canelli lo certifica
Paladin sta dimostrando di crescere. Il bel quarto posto a Canelli lo certifica

«Dopo la caduta – prosegue la vicentina della Canyon Sram – sono cambiati un po’ i piani e mi hanno lasciato carta bianca. In salita c’era il Team DSM che faceva un bel ritmo per Labous che infatti ha attaccato sul primo Gpm (Castino, ndr). Lì siamo rimaste in poche ma nulla di fatto. Poi ha attaccato Van Vleuten sulla salita di Calosso. Ho provato a tenerla, ma andava veramente troppo forte per me. Sono rimasta nel gruppetto dietro e speravo che non ci riprendessero perché sapevo di potermela giocare con Lippert in un arrivo come quello di oggi. Invece è rientrata Wiebes. Chloe (Dygert, ndr) mi ha guidata fino ai piedi della salita in una buona posizione. Lo sprint è partito abbastanza presto e lo abbiamo fatto a tutta fino alla fine. Dispiace per il quarto posto perché rende la giornata ancora più amara».

Il Giro non è finito

Van Vleuten anche a Canelli ha messo un altro mattoncino per la conquista del suo quarto Giro Donne, ma ci sono ancora tre tappe che non bisogna sottovalutare. Paladin analizza la corsa rosa per sé e per la sua squadra in funzione dei prossimi appuntamenti. All’orizzonte ci sono Tour e mondiale in cui la trevigiana di Cimadolmo vuole continuare ad essere protagonista.

«Ovvio che Van Vleuten – spiega Soraya – non voglia prendere rischi. Al Giro c’è sempre un imprevisto, sia per cadute che per problemi meccanici ed altro. Può sempre succedere di tutto. Fino all’ultimo giorno e finché non si taglia la linea del traguardo di Olbia non si può dire che sia chiuso. Ovviamente sta dimostrando di andare forte, però ci sono ancora tante altre squadre che hanno i numeri e ci proveranno di sicuro. Noi volevamo farlo oggi, ma abbiamo avuto sfortuna.

Van Vleuten festeggia. Il suo quarto Giro Donne è sempre più vicino
Van Vleuten festeggia. Il suo quarto Giro Donne è sempre più vicino

«Punteremo alle tappe – prosegue Paladin – ci sono ancora un po’ di occasioni buone per noi della Canyon-Sram. L’arrivo alla Madonna della Guardia di Alassio è forse un po’ troppo duro per me, ma le due frazioni in Sardegna mi si addicono. Quella di domani dicono che sia quella più dura o comunque più temuta però la gara la fanno i corridori. Anche oggi a Canelli sembrava una tappa per arrivare in volata o per passiste veloci. Invece quando si mettono a fare forte qualsiasi salita, tutte soffrono».

Tour e mondiale

«Farò il Tour Femmes – conclude Paladin con grande lucidità – in supporto a Niewiadoma che curerà la generale. Qui sto prendendo dei riferimenti su Van Vleuten da riportare sul Tour anche se sarà completamente diverso. Abbiamo fatto le ricognizioni. Le tappe sono lunghe e dure. Farà caldo. Intanto pensiamo a finire il Giro Donne poi penseremo alla Francia.

«Mi sono preparata bene a Livigno. La mia condizione è in crescendo. Qui al Giro Donne mi sto sentendo bene ogni giorno che passa. Il cittì Sangalli mi lascia tranquilla, facendomi pensare alle tappe. E’ giusto che io adesso resti concentrata sul Giro poi per i mondiali se ne parlerà più avanti. Ci sono tante italiane che stanno andando forte. Penso proprio che chi se lo merita sarà convocata».

Se Pirrone ritrova “quella pedalata”, ci farà divertire

05.07.2023
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CHIANCIANO TERME – Il primo lampo è arrivato al campionato italiano di Comano Terme, quando Elena Pirrone ha animato la prima fuga del mattino e poi ha avuto le gambe per stare con le ragazze che si sono giocate la corsa. Il decimo posto e il modo in cui è venuto, oltre al quinto nella crono, hanno fatto dire a Sangalli che la ragazza di Bolzano è stata una delle riscoperte della gara tricolore. A queste sue parole, se ne sono però aggiunte altre non meno eloquenti.

«La storia italiana – ha detto il cittì azzurro – è piena di ragazze che hanno vinto il mondiale junior e poi si sono perse, proviamo a invertire la tendenza».

Era il 2017 quando Pirrone, classe 1999 che nel frattempo è passata alla Israel-Premier Tech-Roland, vinse il campionato europeo della crono e poi concesse la replica vincendo il titolo iridato a Bergen, subito doppiato con la vittoria nella prova in linea. Ma a quel punto qualcosa ha smesso di funzionare. Lei sorride perché è un tipo solare e perché è di buon umore.

Era tanto tempo che non andavi così forte, l’hai notato anche tu?

E’ vero, piano piano mi sto ritrovando, sono contenta. Le cose sembrano andare un po’ meglio ed era anche ora. Spero di continuare con questo passo, vediamo cosa mi riserverà la seconda parte di stagione. Non farò il Tour, quindi dopo il Giro avrò un periodo di riposo. Ma intanto spero di sfruttare la condizione fino all’ultimo.

Proveresti a spiegare nello spazio di un tweet che cosa non sia andato fino ad ora?

Continui stop. Ho avuto un sacco di infortuni, chiamiamoli così, uno dietro l’altro. Appena mi riprendevo da uno, c’era subito qualcos’altro che mi ributtava giù. Non ho mai avuto continuità e ho sempre fatto fatica. Però quando avevo un periodo costante, riuscivo a dare segnali buoni (ad esempio il terzo posto nella crono degli europei di Alkmaar e poi di Trento, ndr), anche se poi dovevo fermarmi di nuovo e ripartire. E’ stato un continuo rincorrere ed è stato duro. Fermarsi a metà stagione è faticoso. E’ difficile ritrovare ogni volta il livello di prima, sei sempre un passo indietro. Però adesso ho trovato la mia dimensione, il modo giusto per fare le cose e reagire. Quindi sono contenta.

Come l’hai gestita psicologicamente?

E’ stata tosta, soprattutto perché parliamo di un periodo lungo: non mesi, ma anni. Però ho la testa dura da ciclista e ho continuato perché sapevo che potevo tornare. Dovevo solo avere tanta pazienza e ho cercato di lasciarmi alle spalle le pressioni che mi mettevo da me. Pretendevo tanto, mentre adesso la vivo diversamente. Ho i miei obiettivi, ma faccio in modo che non mi diano ansia. Non faccio più le cose pensando a cosa diranno gli altri e quindi sono più serena. In squadra mi lasciano crescere con calma e questo mi sta aiutando molto.

Quel mondiale di Bergen ti ha in qualche modo reso la vita più difficile?

Non ha accresciuto la pressione, quello no. E’ stato una consapevolezza del fatto che in futuro avrei potuto fare belle cose. Questo magari mi ha creato un po’ di aspettativa, ma il problema è stato che negli anni successivi “quella pedalata” non l’ho quasi più ritrovata. Quindi scoprirmi adesso a fare la cronometro degli italiani, tra virgolette (sorride, ndr), senza sentire fatica, è un buon segnale. Mi riporta al giorno in cui ho vinto i mondiali e questo è buono per me.

Che cosa ha significato essere davanti al campionato italiano?

Mi ha reso consapevole di quanto stessi andando forte. Neanche io sapevo cosa avrei potuto fare, ma non mi sarei mai aspettata che dopo tanti chilometri in fuga, sarei rimasta con le prime. Vuol dire che avevo una buona condizione e questo mi ha dato più consapevolezza.

Come vogliamo leggere la tua presenza al Giro?

Non mi sento ancora pronta per fare la generale. Non ho ancora il passo delle leader di classifica. Al momento nelle corse a tappe posso puntare a qualche traguardo parziale, cercando di stare nascosta fino al momento giusto. Sono partita con l’obiettivo di fare bene, trovare la gamba e provare a rimanere davanti con gli altri.

Al Giro d’Italia Donne, Pirrone è stata fra le… fortunate a correre la crono prima che venisse annullata
Al Giro d’Italia Donne, Pirrone è stata fra le… fortunate a correre la crono prima che venisse annullata
Il gruppo è fatto da squadroni e gruppi sportivi più piccoli. Pensiamo a tuo padre che fatica ogni anno per raggiungere il budget…

Da quando ho iniziato nel 2018, è cambiato tutto molto velocemente. Ormai anche le squadre continental iniziano a essere molto organizzate, come le WorldTour di cinque anni fa. Si va sempre di più verso il professionismo e quindi ci sta. Fra gli uomini questo cambiamento c’è stato nel corso degli anni, per noi è successo tutto in una stagione e mezza. Quindi le squadre più piccole, che facevano fatica a fare il calendario, adesso sono proprio tirate. C’è bisogno di sponsor, di soldi. Un cambiamento positivo, insomma, che però sta ammazzando le squadre più piccole. Lo vedo con mio padre, dite bene. Vivo ancora nella conca super calda di Bolzano con i miei genitori. Sono argomenti di cui si parla tutti i giorni.

Due mesi per far nascere la Lidl-Trek: parla Guercilena

05.07.2023
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Ad aprile è diventato ufficiale e a quel punto hanno avuto due mesi per trasformare tutto in Lidl-Trek. Guercilena racconta, le tessere vanno a posto. Come succede che si possa cambiare il primo nome il primo luglio, con tutte le conseguenze che questo comporta? Le nuove maglie da disegnare e realizzare. L’abbigliamento da riposo. Le ammiraglie, i furgoni e il pullman da riverniciare. Non sono riusciti a mettere mano solo sulle bici, che hanno colori nuovi al Tour e avranno una grafica dedicata dal prossimo anno. Le ragazze sono passate alle Trek rosse, lasciando l’azzurro alle spalle.

«Grazie all’aiuto di Segafredo – racconta il team manager milanese – abbiamo fatto in modo ottimale sei stagioni e mezza, avendo a disposizione le risorse che ci hanno consentito di raggiungere determinati risultati. Però c’era anche il desiderio di crescere, di metterci in gioco a un livello più alto, con la possibilità di continuare a lavorare con i giovani che abbiamo cresciuto e che finalmente sono arrivati a ottenere dei risultati concreti. Per investire nuovamente su di loro e rinforzare la squadra, serviva un cambio di strategia. E così, in comune accordo con la stessa Segafredo, abbiamo cominciato a valutare eventuali opzioni e fortunatamente siamo arrivati a Lidl».

Il bollo giallo di Lidl e la banda rossa di Trek: nato un nuovo colosso WorldTour
Il bollo giallo di Lidl e la banda rossa di Trek: nato un nuovo colosso WorldTour
Quando è venuto fuori il contatto con Lidl?

Già dall’inverno scorso c’era stato un abboccamento, poi gradualmente le cose sono proseguite e c’è stato il desiderio comune di partire già a luglio per ovvie ragioni. Quindi abbiamo fatto il possibile per riuscirci.

Quanto lavoro è stato necessario per fare tutto nei tempi?

Un lavoro enorme. Già alla fine dell’anno avevamo cambiato anche la marca di vetture, quindi abbiamo passato tutto l’inverno a disegnarle con il marchio Segafredo. Invece a maggio, dopo il Giro, le abbiamo rimandate tutte indietro per mettere i colori di Lidl-Trek. E’ stato un lavoro veramente complicato, avendo solo due mesi e quasi quattro attività in contemporanea. Che poi non si trattava solo della squadra…

La presentazione della nuova maglia è avvenuta in un negozio Lidl di Bilbao prima del Tour (foto Lidl-Trek)
La presentazione della nuova maglia è avvenuta in un negozio Lidl di Bilbao prima del Tour (foto Lidl-Trek)
Cioè?

Come sempre, per quanto ci sia l’interesse comune e per quanto tra grandi aziende abbiano trovato l’accordo, ci sono sempre i tempi tecnici della negoziazione che fanno dilatare tutto. Però eravamo consapevoli delle regole del gioco ed è stato importante da manager evitare di andare nel panico e nella confusione. Siamo stati realisti, abbiamo fissato un punto di arrivo raggiungibile e il resto, almeno per ora, lo abbiamo lasciato stare. Il solo modo per non fare brutta figura.

Lidl era già stato sulle maglie della Quick Step.

L’unica cosa che sappiamo del loro accordo è che era vincolato a Lidl Belgio, mentre noi abbiamo fatto l’accordo con Lidl International. La persona che prima era a capo della filiale belga ora è il Ceo di Lidl International. Si chiama Kenneth McGrath, ha corso e suo padre aveva un negozio di bici. C’è una sorta di fil rouge con il ciclismo, insomma…

Simmons a stelle e strisce: Lidl vorrà espandersi anche negli USA?
Simmons a stelle e strisce: Lidl vorrà espandersi anche negli USA?
Con Segafredo vi siete lasciati bene?

Sì, perché sono convinto che abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Da italiano penso che al dottor Zanetti dobbiamo solo dire grazie, perché alla fine è stato l’unico che ci ha creduto e ha voluto mettere per sei anni e mezzo quattrini veri all’interno del team. Ha messo in atto una campagna di marketing che gli ha portato sicuramente visibilità mondiale in Asia, nel Pacifico, in Italia, Europa e chiaramente in America, per cui il marchio l’abbiamo sicuramente più che onorato.

Perché smettere?

Credo che dopo sei anni e mezzo si chiudano i cicli, come è successo per altri grandi nomi, come Fassa Bortolo. Ci hanno informato che avrebbero voluto valutare anche altre possibilità, però il rapporto è rimasto di grandissima amicizia. Credo che il dottor Zanetti possa spiegare a tanti imprenditori il vantaggio di aver sponsorizzato il ciclismo, perché alla fine, a prescindere dalle scelte di marketing, credo che abbia vissuto il beneficio sia con la squadra maschile sia soprattutto con la femminile, con cui abbiamo vinto parecchio e che ha dato lustro al marchio.

Anche le ammiraglie hanno dovuto cambiare look e colori
Anche le ammiraglie hanno dovuto cambiare look e colori
C’è mai stata la reale possibilità che diventasse una squadra italiana con Segafredo come primo nome?

All’inizio un po’ ne avevamo discusso. Nel 2016, l’unico budget realmente fuori misura era quello di Sky, ma nell’arco di 2-3 anni le squadre con budget elevatissimi sono diventate 3-4-5, per cui il fatto di essere o non essere primo nome dipende anche dai numeri e da quanto un’azienda può davvero investire. Il vero limite è stato quello e come l’abbiamo vissuto noi, ora lo stanno vivendo anche altri. Il ciclismo professionistico WorldTour sta diventando veramente dispendioso, quindi il target di azienda che può investire determinati soldi è ovviamente molto diverso. Questo ovviamente se non parliamo di Stati nazionali…

Il nuovo budget vi permetterà di tenere i giovani e anche di fare mercato?

Per essere realistici sul budget bisognerà aspettare fine anno e i report UCI per il 2024, quando sapremo in quale quarto di ranking andremo a collocarci. L’obiettivo è tenere i ragazzi che abbiamo e investire su qualche altro atleta (pare sicuro ormai l’arrivo di Jonathhan Milan, ndr), consapevoli che le 4-5 star hanno contratti lunghissimi. Questo però non ci fa demordere, perché sappiamo che il ciclismo vive di cicli e se si lavora bene, poi si riesce a ottenere i risultati che si vogliono.

Longo Borghini ha vinto i due tricolori con la maglia Trek-Segafredo e una tappa al Giro con la nuova maglia
Longo Borghini ha vinto i due tricolori con la maglia Trek-Segafredo e una tappa al Giro con la nuova maglia
La presenza del team femminile ha giocato un ruolo importante?

E’ stata uno dei must per definire dove avrebbero investito. L’atleta donna interessa moltissimo, visto che uno degli obiettivi di Lidl sono il cibo fresco e la nutrizione corretta. Sappiamo che l’atleta donna è ancora più attenta rispetto agli uomini e di conseguenza la squadra femminile era assolutamente necessaria, oltre ovviamente agli aspetti giovanili.

Farete un Devo Team?

Ci sarà un Devo Team maschile dal 2024 e valuteremo se averne uno femminile dal 2025, in base alla possibilità di avere un numero di atleti validi. Inizialmente per gli U23 avevo valutato di appoggiarci a una squadra continental italiana che già esiste, ma bisognerà capire se lo sponsor vorrà tenerla in Italia oppure all’estero. Parlavo con un amico e dicevo che se adesso tutte le WorldTour fanno i devo team, i migliori spariranno dalla circolazione. Ma questi sono tutti ragionamenti da approfondire, al momento la testa è soprattutto sul Tour.

Moscon: all-in “sull’operazione Cavendish”

05.07.2023
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VITORIA GASTEIZ – Gianni Moscon è l’ombra di Mark Cavendish. Dove va l’inglese, va il trentino. Anche durante la prima tappa sono passati insieme sul Pike. Cav davanti, cioè nelle retrovie ma davanti a Gianni, a prendersi gli applausi e Moscon ciondolante alla sua ruota. Ma era ciondolante non perché fosse affaticato, anzi…

Dopo il Giro d’Italia ammettiamo che siamo rimasti un po’ stupiti di vedere Gianni al Tour de France. Eppure in casa Astana-Qazaqstan, dal diesse Stefano Zanini al preparatore Maurizio Mazzoleni, e in parte fino a Gianni, stesso ci dicono che la corsa gialla era prevista.

Astana tutta intorno a Cav. Occupano 4 delle ultime 5 posizioni della generale. Quando hanno potuto hanno risparmiato il massimo
Astana tutta intorno a Cav. Occupano 4 delle ultime 5 posizioni della generale. Quando hanno potuto hanno risparmiato il massimo

Zanini, ora tocca a Gianni

Moscon viene da una stagione e mezza a dir poco tribolata. Anche, alla fine, noi è un anno che scriviamo delle sue difficoltà, del fatto che ha pagato a carissimo prezzo il Covid, che è stato sfortunato ad inizio stagione con frattura della clavicola in Australia… però è qui.

«Gianni – dice Zanini – è un corridore importante per la squadra. Quel che conta è che stia bene lui e che riesca a sbloccarsi, magari anche a vincere una tappa. Sarebbe una bella cosa per lui, in primis. E anche per noi chiaramente».

Gianni “ha vinto” un sorta di trials con altri compagni per essere schierato in Francia, segno che la sua presenza non era poi così scontata.

«Il livello – prosegue Zazà – è altissimo ovunque, ma qui al Tour c’è sempre qualcosina in più e bisogna portare i corridori più in condizione – il riferimento è alla selezione fatta in Astana per i posti disponibili – e così dopo io campionato italiano gli abbiamo comunicato che sarebbe venuto al Tour».

Maurizio Mazzoleni, preparatore della squadra kazaka
Maurizio Mazzoleni, preparatore della squadra kazaka

Per Cav prima di tutto

La condizione sembra esserci, il talento non manca e così l’obiettivo. Gianni è uscito bene dal Giro d’Italia. Probabilmente una grossa fetta di Tour se l’è guadagnata a Roma, nell’ultima tappa del Giro, quando ha aiutato parecchio, e bene, Cavendish. E Mark, che la sa lunga, in qualche modo lo ha precettato. 

«Era nei programmi che Moscon facesse Giro e Tour – ha spiegato Mazzoleni – poi non è facile da realizzare questa accoppiata in quanto tra le quattro settimane tra un Giro e l’altro deve andare tutto bene. Gianni ha avuto qualche giorno d’intoppo per uno status influenzale, ma poi lo ha risolto. Ha recuperato una settimana post Giro, ha avuto appunto quell’intoppo e ha ripreso ad allenarsi. Non è andato in altura».

«Come arriva a questo Tour? Dico in buone condizioni. Inizialmente dovrà fare un lavoro di appoggio a Mark, un lavoro che ha fatto benissimo al Giro d’Italia. Poi vediamo strada facendo come andrà. Nei team si procede per obiettivi e quello minimo è di stare accanto a Cavendish, poi vedremo se potrà andare a caccia di una tappa.

«In generale dico che è stato importantissimo il fatto che Gianni abbia finito il Giro dopo l’anno travagliato che ha passato. Quello è stato il primo step, adesso dobbiamo aggiungerne un altro e siamo fiduciosi che possa fare bene nel ruolo che ha».

Per la storia

E poi c’è il diretto interessato. Gianni Moscon ci parla in modo diretto. Ormai è un adulto e un corridore esperto. La forma della gamba sembra essere buona all’occhio esterno e così le sue parole. Parole di chi ha una grande consapevolezza… che non tutto è rosa e fiori, neanche se sei al Tour.

«Era previsto che fossi qui? Diciamo di sì – sbuffa un po’ Gianni, come a dire che forse si aspettava un avvicinamento diverso nell’arco della stagione – Siamo qui con Mark e proveremo a fare qualcosa di storico. 

«Vero in queste prime tappe l’ho scortato e questo è il mio ruolo, almeno per ora. Poi magari, strada facendo, avrò un po’ di spazio per me, ma l’obiettivo principale è quello di stare vicino a Cav. Le ambizioni sono grandi e giustamente ha bisogno di tutto l’aiuto possibile».

Gianni ammette di essere uscito bene dal Giro. Anche lui parla di quei giorni di influenza: ha dovuto prendere qualche antibiotico, però adesso sta bene. Il caldo e la continuità nel correre lo stanno rimettendo in sesto definitivamente. 

«Dopo l’italiano – ha concluso Moscon – ho fatto solo scarico, mi sentivo stanco. Ma qui, ripeto, mi sento bene. Non è facile. Anche dal punto di vista della testa dopo quello che ho passato nelle ultime stagioni, ma non bisogna mai mollare. Certe cose puoi risolvere solo te stesso. Purtroppo mi rendo conto che a volte è difficile essere capiti. E non sempre vieni aiutato».

Succede tutto. Longo cade, Van Vleuten ipoteca il Giro

04.07.2023
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CERES – Il momento chiave nell’economia del Giro Donne avviene quando mancano circa sette chilometri alla fine della quinta tappa, quella considerata regina e che supera le attese della vigilia. Si scende da Sant’Ignazio, l’ultimo Gpm di giornata, verso Pessinetto. Prima di un tornante stretto a destra c’è una curva veloce che va verso sinistra. Sono quelle che possono fare la differenza nel bene o nel male. E’ lì che si costruisce la forte ipoteca della maglia rosa sulla generale.

Van Vleuten e Longo Borghini inseguono Niedermaier. Prima l’olandese e poi l’italiana sbagliano l’entrata in curva e cadono a distanza di pochissimi secondi l’una dall’altra ma con esiti diametralmente opposti. La leader del Giro Donne tira dritto nel prato e riparte subito. La campionessa italiana della Lidl-Trek scoda e vola oltre un cumulo di terra e sassi in mezzo alle piante facendo vivere un grosso spavento a tutti finché non ricompare. Sul traguardo di Ceres si avverte il pathos tipico delle tappe che mantengono alta l’attenzione di chi la segue. Alla fine vince Niedermaier che resiste al violento assalto di Van Vleuten mentre Fisher-Black completa il podio parziale.

La giovane Antonia

La ventenne Niedermaier trova il successo più importante della carriera in Italia dove nel 2021 a Trento da junior aveva colto l’argento europeo a cronometro. Ora è seconda a 2’07” da Van Vleuten, indossa la maglia bianca di miglior giovane e per lei è lecito pensare a difendere il piazzamento da Ewers (terza a 2’18”) e tutte le altre.

«Oggi ho sfruttato l’occasione – racconta la tedesca della Canyon Sram con un grande sorriso – per attaccare considerando che le big si stavano studiando. Ho scollinato con 15” di vantaggio e in discesa ho solo pensato a mantenere quel margine. Sentivo di avere buone gambe, soprattutto negli ultimi cinque chilometri ma onestamente devo dire che l’ultimo chilometro (tutto in salita, ndr) sembrava ne durasse dieci. Solo quando ho passato la linea ho realizzato quello che avevo appena fatto».

«Naturalmente il mio obiettivo è stare nelle posizioni alte della generale, cercando di portare a casa la maglia bianca. Vedremo quello che succederà nei prossimi giorni».

Minuti e cadute

Dietro Niedermaier, le atlete arrivano alla spicciolata ed il tassametro sale. I volti delle ragazze che si infilano nella strettoia dopo il traguardo tra municipio e chiesa sono scavati dalla fatica.

Alcune di loro portano i segni delle cadute. Fisher-Black ha il braccio sinistro e parte del mento abrasi da una caduta di inizio tappa. Longo Borghini invece ha la maglia tutta rovinata, sporca e maschera il dolore delle forti botte. Per lei sarà d’uopo una visita all’ospedale per accertamenti anche se apparentemente sembra voler trasmettere tranquillità a Francesca Della Bianca, medico della squadra che l’accompagna al bus, sotto gli occhi preoccupati di mamma, nipote e cittì Sangalli.

Marta Cavalli si tocca il fianco destro seppur non abbia strappato i pantaloncini. Bocche cucite, difficile strapparle qualche dichiarazione in questi momenti concitati. Ma qualcuno parla per lei.

«Marta è molto delusa per oggi – commenta Stephen Delcourt, il general manager della Fdj-Suez – più per la caduta nell’ultima discesa che altro. Il nostro piano di oggi era quello di fare un buon ritmo sulla prima salita. Dal Gpm è transitata staccata ma è rientrata sulla testa della corsa insieme ad altre atlete. Davanti c’erano Van Vleuten e Longo Borghini e Marta ha saputo tornare su di loro. Però lei adesso non è al meglio della condizione.

«Deve avere pazienza, ha bisogno di accettare che non è un robot. Step by step potrà rientrare a combattere per le classifiche generali».

Cavalli spiega a Delcourt la sua caduta. Giornata difficile per la cremonese della Fdj-Suez
Cavalli spiega a Delcourt la sua caduta. Giornata difficile per la cremonese della Fdj-Suez

«Gli obiettivi di Marta – continua Delcourt – erano e sono sia il Giro Donne che il Tour Femmes ma dopo la caduta dell’anno scorso lei ha sempre più bisogno di continuare a correre. Noi siamo davvero molto tranquilli e pazienti per il suo ritorno ad alto livello. Il suo morale è buono anche se la seconda tappa poteva dare l’impressione contraria. Adesso deve concentrarsi sul conquistare una tappa (ora è tredicesima a 6’15”, ndr). Anzi, come squadra dobbiamo proprio vincere prima che inizi il Tour».

Vista da Gaia

L’interminabile cerimoniale del Giro Donne obbliga tutti a fare i conti con l’orologio e con difficoltà logistiche. Però sotto il podio delle premiazioni c’è spazio per farsi raccontare la tappa da Realini, quinta in classifica a 3’14” e maglia azzurra di miglior italiana.

«La Van Vleuten – ci dice Gaia – ha attaccato subito sul Pian del Lupo (Cima Coppi del Giro Donne, ndr), una salita lunga e dura. Io l’ho seguita e abbiamo fatto la differenza sulle altre. Ci aspettavamo questa azione della maglia rosa. Nella riunione pre-gara ci eravamo detti di fare molta attenzione. Il resto della tappa però era vallonata e siamo state riprese finché ci siamo raggruppate in una decina. Sull’ultima salita Van Vleuten ha attaccato ancora ma stavolta è stata Elisa ad andarle dietro. Alla fine ho chiuso in sesta posizione e va bene così. La seconda tappa aveva fatto già la differenza».

«Questo Giro non era disegnato molto duro però sapevamo che Van Vleuten ad ogni tappa avrebbe tentato qualcosa. Noi ci siamo difese, lo faremo fino all’ultimo giorno e vedremo come andrà a finire».

Realini (qui col cittì Sangalli) ha dimostrato di saper tenere le ruote di Van Vleuten
Realini (qui col cittì Sangalli) ha dimostrato di saper tenere le ruote di Van Vleuten

«La mia discesa è andata bene – conclude Realini, spettatrice diretta dell’incidente a Longo Borghini – l’ho presa con le altre dietro. Avevamo un ritardo di circa 20” e siamo scese un po’ più tranquille. Invece Elisa ha avuto questa caduta. Sono passata di lì poco dopo.

«Un po’ ho preso paura perché non vedevo Elisa e in radio ho subito chiesto cosa fare ad Ina (la diesse Teutenberg, ndr). Mi ha risposto di proseguire senza preoccuparmi che ci avrebbe pensato lei. Adesso vediamo com’è messa e chiaramente spero stia bene».