Caruso torna a scuola, prepara la Vuelta e pensa a Mader

11.07.2023
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Smaltite le ultime fatiche del Giro d’Italia, Damiano Caruso si è fermato per un po’ ed ha recuperato in vista dei prossimi impegni. Il corridore siciliano ora si trova con i propri compagni di squadra a Livigno, in altura si allena e prepara la seconda parte di stagione. Intanto i ragazzi del Team Bahrain Victorious seguono le fatiche dei compagni impegnati al Tour de France

«Oggi (domenica, ndr) Mohoric ci ha provato – dice Caruso – ha fatto una bella tappa, alla fine ha vinto uno scalatore vero: Woods. Michelino (Landa, ndr) ha preso un’altra batosta, forse gli conviene azzerare tutto e provare a vincere una tappa. Quest’anno sto vivendo un Tour da appassionato, non l’ho studiato molto, mi metto davanti allo schermo e dico: “Vediamo cosa c’è oggi”. Però una tappa me la ricordo, quella del Col de la Loze, con arrivo a Courchevel. Lì Mikel lo vedo bene».

Landa domenica sul traguardo di Puy de Dome ha pagato 3 minuti a Pogacar e Vingegaard ora il distacco in classifica è di 9’09”
Landa domenica sul traguardo di Puy de Dome ha pagato 3 minuti a Pogacar e Vingegaard ora il distacco in classifica è di 9’09”

Ritorno a scuola

Damiano Caruso, però, prima di attraversare lo Stivale in direzione Livigno, si è reso protagonista di un bel gesto nella sua Ragusa. Il siciliano è tornato tra i banchi di scuola, per affiancare un ragazzo al suo esame di terza media. Il motivo? Il protagonista di questa tesina era Caruso stesso. 

«In quella scuola, l’Istituto Comprensivo Vann’Antò di Ragusa – racconta Caruso – mi ero diplomato anche io, ormai 20 anni fa. Un mesetto fa mi ha contattato un professore chiedendomi se avessi voluto presenziare all’esame di questo ragazzo che aveva scelto me come protagonista del suo esame. Il professore stesso è un appassionato di ciclismo e, nel momento in cui questo ragazzo ha voluto fare una tesina sullo sport, è venuto fuori il mio nome. Sono uno dei pochi corridori che è rimasto a vivere nella città dove è nato e questo mi ha reso lo sportivo di riferimento. Quando mi è stata comunicata la scelta del ragazzo, presenziare al suo esame mi è sembrato bello». 

Caruso durante la discussione della tesina insieme al ragazzo ed al professore che li ha messi in contatto
Caruso durante la discussione della tesina insieme al ragazzo ed al professore che li ha messi in contatto
Com’è stato vedersi raccontato in un contesto così?

Parecchio emozionante, devo ammetterlo. Il ragazzo ha raccontato la mia carriera collegandola alle materie di studio. Per esempio con geografia ha unito le mie sei partecipazioni al Tour de France. Personalmente è stato un momento particolare, quando un ragazzo sceglie te come riferimento positivo è bello. Non tanto per me, ma per il fatto di scegliere uno sportivo, uno stile di vita sano, fatto di sacrifici e passione. 

Ti ha fatto qualche domanda?

Era molto curioso sul mio stile di vita, mi ha chiesto come gestisco l’alimentazione e in che modo mi alleno. Ha voluto sapere quanti chilometri faccio in un anno, siamo passati anche alle domande in inglese. Alla fine la mia carriera è stata un filo rosso all’interno del suo esame, non ho potuto far altro che ringraziarlo per avermi scelto. Gli ho anche fatto una promessa. 

Il quarto posto al Giro d’Italia ha lasciato il sorriso e tanta soddisfazione nel siciliano
Il quarto posto al Giro d’Italia ha lasciato il sorriso e tanta soddisfazione nel siciliano
Quale?

A fine stagione cercherò di contattarlo nuovamente e magari faremo una pedalata insieme. Ci siamo salutati così, con i complimenti da parte mia ed un sincero ringraziamento.

Quindi il ragazzo va in bici?

No, la cosa bella è proprio questa. Ha scelto me nonostante lui non vada in bici. Per me è stato un motivo di riflessione e di “vanto” perché il ragazzo ha scelto una figura sana e professionale. Nella mia carriera ho sempre pensato che lavoro, sacrificio e dedizione valgono per la vita di tutti i giorni. Non è una scelta facile che porta al risultato, ma tutto arriva dopo un lungo lavoro. 

A proposito di lavoro, tu ora stai preparando la seconda parte di stagione, come procede?

Dopo il Giro mi sono fermato per un mese, non ne sono uscito troppo stanco, infatti dopo una settimana senza bici sono tornato a pedalare. La cosa importante era mantenere un filo di condizione per arrivare a questo ritiro in buona forma. Il 21 torniamo a casa e poi partirò per il Tour de Pologne, la Vuelta a Burgos ed infine la Vuelta Espana. 

Fare due grandi corse a tappe era in programma fin da inizio stagione?

Ne avevamo parlato con la squadra fin dall’inverno. Come corridore riesco ad esprimermi al meglio nelle corse a tappe. Ad aprile e maggio ho fatto terzo al Romandia e poi quarto al Giro, quindi abbiamo avuto la conferma di ciò. Ora lavoriamo per avere un secondo picco di forma e andremo alla Vuelta, ma lo dico subito: non curerò la classifica. Punterò a qualche tappa, alla mia età è difficile curare la classifica in due grandi Giri. 

Alla presentazione del Tour de France si è ricordato ancora Gino Mader, una ferita ancora aperta nei cuori dei suoi compagni di squadra
Alla presentazione del Tour de France si è ricordato ancora Gino Mader, una ferita ancora aperta nei cuori dei suoi compagni di squadra
Sarai in supporto a qualcuno?

Difficile dirlo prima che finisca il Tour, magari Landa virerà sulla Vuelta, ma non possiamo ancora dirlo. Oppure i leader saranno Tiberi e Buitrago. Fa male dirlo: anche Mader avrebbe potuto curare la classifica…

Com’è stato ripartire dopo quella tragedia?

La botta morale è stata profonda, noi corridori siamo abituati a salutarci e rivederci dopo settimane o mesi. Il cervello fa fatica a realizzare che Gino non lo vedrò mai più. Anche ora che siamo in ritiro la mia mente dice: «Non c’è perché sta correndo da qualche parte». Poi però quando sei fermo realizzi e rischi di impazzire. Anche semplicemente leggere la dedica sulla maglia mi fa venire un magone incredibile. E’ triste, ma il fatto che non ci sia più è da accettare.

A luglio con la Green Project: si corre e si programma

11.07.2023
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Continuiamo il nostro viaggio con chi a luglio non è al Tour de France. Dopo aver ascoltato la Corratec-Selle Italia è la volta di bussare a casa Green Project-Bardiani. Il direttore sportivo Alessandro Donati è di ritorno dal Sibiu Tour, una delle corse maggiori al di fuori della Grande Boucle: è lui che ci spiega i progetti estivi della sua squadra.

Fiorelli, qui con Cav all’arrivo del Giro a Roma, è stato tra coloro che hanno corso di più: sin qui 57 giorni di corsa
Fiorelli, qui con Cav all’arrivo del Giro a Roma, è stato tra coloro che hanno corso di più: sin qui 57 giorni di corsa

Fiorelli stakanovista

«In questo periodo di luglio siamo praticamente divisi in gruppi – spiega Donati – per cui ci sono quelli che hanno fatto il Giro d’Italia e hanno corso un po’ di più. Questi ragazzi hanno tirato dritto dopo la corsa rosa fino al campionato italiano e ora riposano. Eccezione fatta per Filippo Fiorelli che è arrivato sino al Sibiu. Ora però sia lui che gli altri si riposeranno e poi inizieranno a preparare la seconda parte di stagione».

Fiorelli osserverà un periodo di stacco e poi salirà in altura fino a metà agosto. I suoi compagni del Giro, o comunque di quel gruppo, invece sono un po’ più avanti rispetto al siciliano, avendo staccato un po’ prima. E’ dunque probabile che li rivedremo in gara una settimana, dieci prima prima.

«Con Fiorelli ci saranno alcuni dei nostri giovani tra cui Pellizzari».

«Per il resto siamo impegnati comunque in altre gare, smistando gli altri corridori. Alcuni per esempio stanno gareggiando in Cina, al Quinghai Lake, ed è questa una corsa particolare. E’ dura, ma soprattutto è in altura (si toccano i 4.000 metri di quota, ndr) e si cerca di sfruttarla al massimo dal punto di vista della preparazione».

«E poi c’è il gruppo dei giovani. Loro avranno il Tour d’Alsazia in Francia e lo Sazka Tour in Repubblica Ceca. In queste due gare mischieremo un po’ gli atleti facendo un mix di esperti e del gruppo giovani».

Alessandro Donati (classe 1979) è sull’ammiraglia dal 2016 e dal 2020 nel gruppo dei Reverberi
Alessandro Donati (classe 1979) è sull’ammiraglia dal 2016 e dal 2020 nel gruppo dei Reverberi

Nuova programmazione

Luglio pertanto è un passaggio importante della stagione. Si corre, si recupera, si costruisce e si sperimenta anche come i mix di cui ci ha detto Donati. Tutto sommato è il giro di boa e si iniziano inevitabilmente a tracciare i primi bilanci. Ma soprattutto si guarda avanti. Specie per le squadre italiane da fine agosto in poi il calendario nostrano è ricco di gare.

«La programmazione – va avanti Donati – avviene secondo i calendari e s’imposta ad inizio stagione, ma non copre tutta l’annata… anche perché inevitabilmente ci sono degli imprevisti: cadute, malattie e qualcosa cambiamo. Inoltre una squadra come la nostra in alcuni casi prima di programmare deve attendere gli esiti degli inviti da parte di questa o quella corsa. In base a questi inviti si fanno poi formazioni e programmi. Di base facciamo programmi a due, tre mesi per ciascun atleta».

E qui riemerge l’annoso tema delle difficoltà delle professional del poter programmare a lungo termine, un po’ per il numero ridotto di corridori e un po’ per la questione appunto degli inviti. Anzi, che in casa Green Project il Giro d’Italia è una quasi certezza e questo in qualche modo determina una grossa traccia per tecnici, coach e atleti.

E infatti lo stesso Donati aggiunge: «Nella nostra programmazione intanto pensiamo ad arrivare al Giro d’Italia, poi da lì tiriamo una prima grossa riga. Senza contare che da noi il Giro va meritato, per cui valutiamo i nostri atleti mese per mese».

Non solo gare, i ragazzi sono pronti a salire in montagna. Qui Marcellusi (foto Stefano Spalletta)
Non solo gare, i ragazzi sono pronti a salire in montagna. Qui Marcellusi (foto Stefano Spalletta)

Quasi da zero

Dicevamo dunque che luglio è un mese di ripartenza, una sorta “d’inverno nel pieno dell’estate”, ma Donati non è del tutto d’accordo con questa massima.

«Luglio è un mese in cui bisogna recuperare, ma non ripartire da zero come nel periodo invernale. I corridori non devono arrivarci finiti come si dice in gergo. Bisogna staccare al momento giusto per poi tornare ad essere competitivi già alla prima gara, nell’arco di sei settimane».

«Dico sei settimane perché ci sono le due di scarico e le quattro di carico. In questo periodo dell’anno ci vuole meno tempo per tornare al 100 per cento».

Infine una curiosità. Ma con i grandi team WorldTour che sono concentrati sul Tour è più facile per le professional vincere o cogliere un buon risultato? Magari le formazioni che le WT portano ad un Sibiu, ad un Giro d’Austria sono meno agguerrite, non tanto negli atleti, ma nel contorno… mettiamola così.

«Purtroppo no: non sono distratti dal Tour! Oggi – conclude Donati – ogni gara è come una finale di Champions League. Tutte le squadre vogliono fare punti, vogliono vincere. Le WorldTour hanno 30 corridori e in molti casi anche le continental, mischiano i loro atleti, pertanto hanno forze fresche, stimoli e vengono sempre per vincere, mai per partecipare. Così diventa difficile ottenere risultati. E questo costringe di fatto anche noi ad essere sempre al 100 per cento».

Pogacar a Vingegaard: «Adesso la vediamo»

11.07.2023
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Vingegaard ha detto che non è preoccupato di aver perso quei pochi secondi e che le tappe alpine che arrivano sono più adatte a lui. «Bene – dice Pogacar con un sorrisetto sottile – vedremo sulle Alpi a chi si adattano meglio quelle salite. Piacciono anche a me, ho fatto le ricognizioni, alcune montagne le ho già fatte in corsa. Ogni anno miglioro anche nelle lunghe esposizioni al caldo. Dobbiamo aspettare e vedere cosa succederà nell’ultima settimana».

Giorno di riposo, il primo. Il Tour sembra iniziato da un mese, tante sono state finora le emozioni smosse da quei due e dai poveretti che cercano di stargli dietro. Quei pochi metri guadagnati sul Puy de Dome hanno lasciato nella mente dello sloveno il senso di potercela fare. Vingegaard e la sua squadra sembrano una barriera inscalfibile, ma da un paio di giorni Pogacar ha intravisto una breccia e tanto basta per infilarsi dentro, cercando di spaccare il muro.

Pogacar ha 24 anni ed è professionista dal 2018. Ha vinto due Tour
Pogacar ha 24 anni ed è professionista dal 2018. Ha vinto due Tour
E’ cambiata la tua motivazione?

Sento qualcosa di speciale, ma non so se sia legato a Jonas. Mi sento meglio ogni giorno. Oggi (ieri, ndr) è stato un buon giorno di riposo e sono pronto per tornare a correre. Sono davvero contento finora di questo Tour, posso solo migliorare.

Si dice che non avendo corso prima, potresti soffrire nella terza settimana. Sei preoccupato?

No, per niente. Anzi, penso che l’ultima settimana dovrebbe essere anche migliore della prima. Ho una buona base, in primavera stavo davvero bene, quindi la resistenza c’è. Mi sarebbe piaciuto fare qualche corsa prima del Tour, ma sono due cose diverse. Confido di stare bene nella terza settimana. Intendiamoci, potrebbe anche succedere che peggiorerò, ma non credo.

Sei sorpreso per le tue prestazioni visto che vieni da una lunga inattività?

No, non sono sorpreso. Mi sono stupito semmai quando ho perso terreno sul Marie Blanque. Sapevo che stavo bene, invece qualcosa non è andata. Mi conosco, andrò sempre meglio.

Sul Marie Banque, il cedimento inatteso di Pogacar, arrivato a Laruns 1’04” dopo Vingegaard
Sul Marie Banque, il cedimento inatteso di Pogacar, arrivato a Laruns 1’04” dopo Vingegaard
Come definiresti la tua rivalità con Vingegaard?

Bella. Già l’anno scorso, è stato uno dei migliori Tour di sempre e penso che quest’anno sia successo molto già nella prima settimana. E’ un buon momento. Sganciamo bombe quotidianamente l’uno sull’altro. Abbiamo vinto una tappa ciascuno, mi sto proprio divertendo.

Sembra che tu corra con molta più avvedutezza degli anni scorsi. Perché questo cambiamento?

Finora ho fatto tre Tour de France e ogni edizione ti dà esperienza in più. E’ bello vincere una corsa con 50 chilometri di fuga solitaria, ma siamo al Tour de France e bisogna essere consapevoli. Ci sono tre settimane e ogni giorno puoi pagare il prezzo per lo sforzo fatto il giorno prima. Devi correre davvero con la testa, non puoi semplicemente impazzire e pensare di ottenere tutto in un solo giorno.

Stai invecchiando? Nel 2021 hai vinto con una fuga di 48 chilometri a Le Grand Bornand…

Sì, probabilmente sto diventando vecchio. Infatti (sorride, ndr), è il mio ultimo anno con la maglia bianca.

Le discese sono veloci e insidiose, giusto rischiare tanto? Lui è Adam Yates, gregario extra lusso
Le discese sono veloci e insidiose, giusto rischiare tanto? Lui è Adam Yates, gregario extra lusso
Adam Yates sarà a tua disposizione o farà la sua corsa?

Averlo accanto può essere un vantaggio. E’ in super in forma e penso che stia migliorando sempre di più. Quindi penso che nelle prossime tappe possiamo correre d’intesa. Adam è un grande compagno di squadra e averlo così vicino in classifica generale mi toglie pressione di dosso.

Sei entrato in questo Tour dicendo che non hai niente da perdere, la pensi ancora così?

E’ più divertente correre senza niente da perdere rispetto a dover difendere una maglia gialla. Ora che siamo nel cuore del Tour, non sembra così diverso. Ti concentri solo sulle corse, ma di sicuro ho avuto meno pressione arrivando al Tour. E’ stata una sensazione un po’ diversa rispetto a quando avevo il titolo da difendere.

In casa Jumbo Visma hanno detto che sul Puy de Dome hai fatto i tuoi migliori 35 minuti. Sei d’accordo?

Non lo so. Non conoscono tutti i miei allenamenti o tutti i miei dati di gara, quindi non sanno tutto su di me. Quindi non possono presumere certi numeri con esattezza. Però posso dire che è stata un’ottima prestazione, forse davvero la migliore.

La Jumbo-Visma sembra una barriera inscalfibile, ma Pogacar pensa di aver aperto una crepa
La Jumbo-Visma sembra una barriera inscalfibile, ma Pogacar pensa di aver aperto una crepa
Come sta Urska?

Sta molto meglio, oggi è andata di nuovo in bici. Non è in condizioni perfette, avrà bisogno ancora di qualche giorno per riprendersi. Quando perdi il manubrio ad altissima velocità è uno degli incidenti peggiori. A volte penso alle discese, come domenica, quando andavamo a 90 all’ora in gruppo sull’ultima grande discesa prima del Puy de Dome. Meglio non pensare a ciò che può succedere e che tutto possa andare in malora. E’ il nostro lavoro. Abbiamo cercato di essere rispettosi in gruppo e affrontarla con più calma, ma a volte è tutto così caotico. E allora ti chiedi se ne vale la pena.

E’ tutto così caotico, al punto da chiedersi se ci sia ancora tempo per fare i propri bisogni…

Normalmente nel ciclismo tradizionale succede che quando la maglia gialla si ferma, tutti si fermano con la maglia gialla e poi rientrano (sorride, ndr). Poi ci sono quelli che la fanno dalla bici. Personalmente, provo a fermarmi al massimo due volte per tappa, sempre quando c’è un momento in cui sai che puoi rientrare abbastanza velocemente. Oppure quando c’è più gente che si ferma, mai da solo. E se hai bisogno di fare qualcosa di grosso, sei fottuto. E’ difficile rientrare.

Cosa ti aspetti dalla Jumbo Visma?

Proveranno di tutto per preparare un grande attacco. Proveranno a farmi crollare di nuovo, ma staremo a vedere. Preferisco andare avanti giorno per giorno, sono motivato e pronto a tutto. Anche per le loro tattiche, cercherò di essere pronto qualsiasi cosa facciano.

Gran morale sul Puy de Dome e anche grande caldo: forse il solo punto debole di Pogacar
Gran morale sul Puy de Dome e anche grande caldo: forse il solo punto debole di Pogacar
E’ vero che per il prossimo anno stai ragionando di fare il Giro, lasciando che Almeida venga in Francia, dato che il Tour finisce solo tre giorni prima delle Olimpiadi?

Lo vedremo. Almeida è un ottimo corridore e quest’anno l’ha dimostrato al Giro. E’ pronto per andare al Tour e magari l’anno prossimo sarà possibile. Penso che lo voglia da molto tempo. Potremmo farlo insieme, come quest’anno sono con Adam Yates. Con Almeida ho fatto poche gare, ma abbiamo buoni rapporti. Sarà l’argomento di cui discutere fra otto mesi o giù di lì. Adesso no, per favore. Domani (oggi, ndr) ricomincia il Tour de France.

Pochi italiani in gara: 27 in tre corse. Cosa succede?

10.07.2023
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In questa estate di grande ciclismo c’è stato un dato che, purtroppo, ci ha colpito. Fra Tour de France, Sibiu Tour e Giro d’Austria, le tre maggiori gare di questa prima parte di luglio, sommando squadre WorldTour e professional avevamo 27 italiani in gara. Il solo Belgio ne aveva 28 al via della Grande Boucle. Un dato che da solo fa riflettere.

Roberto Amadio è il team manager delle nazionali della Federciclismo e a lui ci siamo rivolti per fare una “foto” di questa situazione. Ma lo abbiamo voluto ascoltare anche in virtù del suo passato da general manager di un grande team, l’ultimo grande team italiano, la Liquigas.

Roberto Amadio in visita agli juniores alla Roubaix di quest’anno
Roberto Amadio in visita agli juniores alla Roubaix di quest’anno
Roberto, partiamo da quel dato iniziale: 27 italiani in gara in tre corse. Un po’ pochino?

Eh – sospira – non è un tema di facile considerazione e di certo non fa piacere. Diciamo che le programmazioni, soprattutto dei team WorldTour, vengono fatte in base al Giro d’Italia e, ancora di più, in base al Tour, quindi giugno per chi ha fatto il Giro è un mese di riposo e luglio uno in cui si riprende. E molti di questi corridori sono italiani. 

Che stanno preparando la seconda parte di stagione…

Stanno preparando la seconda parte di stagione, ma è anche vero che contestualmente non abbiamo la qualità di performance come tra gli anni ’90 e il 2010 o poco più. Si è ridotto il numero di corridori di un certo livello. Li abbiamo, sia chiaro, penso a Rota o a Trentin e a come si sono comportati al mondiale in Australia l’anno scorso. Rota se fosse stato più abituato a stare davanti in certi finale magari sarebbe andata diversamente. Idem Bettiol. Ma sono pochi.

Senza fare nomi, ci sono stati atleti importanti visti al Giro e che adesso sono a riposo, ma ce ne sono altri che al Giro non c’erano e non sono neanche al Tour. Perché?

Perché sono di qualità, ma non tanta che sia adatta alle prestazioni del Tour: questo è il punto. Sono le settime, ottave, none… scelte di queste squadre e nella selezione subentrano poi altri fattori.

I team maggiori ormai contano tante nazionalità al via. Al Tour, la UAE per esempio ha 8 corridori di 8 Paesi differenti e molte altre ne hanno 7 su 8
I team maggiori ormai contano tante nazionalità al via. Al Tour, la UAE per esempio ha 8 corridori di 8 Paesi differenti e molte altre ne hanno 7 su 8
Purito qualche giorno fa ci parlava degli spagnoli degli anni 2000, di “infornate”… Quindi volendo riassumere questa carenza di italiani è un po’ un mix fra assenza di squadra e ondata di corridori? 

E’ anche così, ma come detto la squadra conta. Se io italiano fossi stato il team manager di un team, il Fabbro della situazione (nome preso a caso, sia chiaro, ndr) lo avrei fatto correre. Ma se si ritrovano in una squadra belga o australiana, sono fra i tanti.

E allora cosa si può fare?

Continuare a lavorare, sfruttare ogni occasione e tenere duro. Sì, è bello assistere a queste volate del Tour, ma senza un velocista italiano tanta adrenalina viene meno. Prima invece era diverso con i tanti uomini veloci che avevamo.

Si dice sempre che questa situazione sia figlia della mancanza di una squadra italiana, ed è vero. Ma non è che sta diventando anche una scusa sulla quale adagiarsi?

I nostri sono condizionati anche dalle scelte delle squadre e quando una Lidl-Trek, tanto per dirne una, fa una formazione, dentro deve esserci un olandese, un americano, un tedesco… sono multinazionali.

Giro 2021: Ganna in rosa tira per Bernal. Fu un caso emblematico. Vero che il ciclismo è cambiato, ma forse un team italiano lo avrebbe tutelato di più
Giro 2021: Ganna in rosa tira per Bernal. Fu un caso emblematico. Vero che il ciclismo è cambiato, ma forse un team italiano lo avrebbe tutelato di più
I fattori di cui ci dicevi prima…

Esatto, ma di base devi andare forte… quello è sempre il primo motivo chiaramente per correre ad alti livelli. Ecco, restando in tema Lidl-Trek e agli sprinter del Tour, magari il prossimo anno potremmo vedere Jonathan Milan.

Ma c’è Pedersen! E ritorniamo al discorso delle competizione interna, del rischio che bravi atleti si ritrovino a tirare. Ne abbiamo molti di casi.

E’ così. Io speravo molto in Cassani. Speravo che Davide riuscisse a fare la squadra grazie alle sue capacità e alle sue conoscenze, ma non è facile. Stiamo soffrendo, soprattutto in Italia… Oggi se non c’è un interesse diretto della politica, del governo, sarà sempre più difficile fare delle squadre forti, visti i budget che servono. Ci sono 7-8 team che hanno il supporto governativo, le differenze si notano. Servono 30-35 milioni di euro all’anno, cifre enormi difficili da reperire privatamente.

Questo riguarda anche altri sport, persino il calcio. In questi giorni si parla di calciomercato e l’Arabia Saudita che vuole i mondiali 2030 e vuole aumentare il livello del suo campionato compra i giocatori e la stessa Federazione, col supporto del governo, li smista ai vari club. 

Ci stanno lavorando da anni, stanno facendo degli studi e il ciclismo fa parte degli sport a cui sono interessati. E quando loro entrano in gioco, ci entrano pesantemente…

Gualdi lascia il nido: pronta per lui una maglia in Belgio

10.07.2023
5 min
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Il titolo italiano juniores di Simone Gualdi, vinto a Pieve del Grappa, ha chiuso il periodo dedicato al tricolore (in apertura con un commosso Beppe Maffeis, presidente onorario e fondatore della Scuola Ciclismo Cene). Si tratta del secondo tricolore vinto da un ragazzo con la valigia in mano, Gualdi infatti è promesso sposo della Circus-ReUz, team development della Intermarché-Circus-Wanty. L’anno scorso era toccato a Belletta, poi passato al team development della Jumbo-Visma. Il corridore bergamasco ha trascorso i suoi ultimi quattro anni alla Scuola Ciclismo Cene, a due passi da casa. Cresciuto sotto l’occhio vigile di Marco Valoti e dello staff. 

Simone Gualdi, al centro, con Andrea Bessega a sinistra ed Enea Sambinello a completare il podio
Simone Gualdi, al centro, con Andrea Bessega a sinistra ed Enea Sambinello a completare il podio

Tutti in trasferta

Gualdi a Pieve del Grappa ha messo a segno un piccolo grande capolavoro, con un’azione che ha fatto vedere le qualità del ragazzo. Un corridore cresciuto enormemente nei quattro anni a Cene, grazie anche al bastone ed alla carota utilizzata da Valoti. 

«Erano in quattro i nostri ragazzi al campionato italiano – racconta Valoti – Simone ha corso con la rappresentativa della Lombardia. Ho accompagnato i miei ragazzi venerdì all’hotel ed abbiamo provato il percorso tutti insieme. Sono ritornato sabato per salutarlo e l’ho visto poco prima della partenza domenica, gli ho dato qualche piccolo consiglio e poi è partito.

Una trasferta in massa per i ragazzi di Cene, la vittoria era nell’aria
Una trasferta in massa per i ragazzi di Cene, la vittoria era nell’aria
Cosa gli hai detto?

Di non fare il matto come al suo solito – ride – la gara era lunga, ben 137 chilometri, in più faceva davvero caldo. Alla gara di domenica sono venuti su anche i ragazzi che non hanno corso e ci siamo piazzati lungo il percorso per dare supporto. Avevamo il presentimento che potesse andare bene.

Così è stato, vista la vittoria e la festa conseguente.

Gualdi per noi è stato il primo in tante cose – racconta con orgoglio – è stato il primo campione italiano ed il primo a partecipare ad un mondiale, quello di Wollongong dello scorso anno. Sono piccole cose che sommate fanno un piacere immenso, soprattutto a chi dà tanto per questa squadra. A Pieve del Grappa c’erano anche presidente e vice presidente Maffeis e tutto lo staff. Non è scontato avere così tante persone al seguito e che ci diano una mano. 

Gualdi è cresciuto da voi per quattro anni, che maturazione hai visto?

Gli ultimi due anni ha fatto un cambio di mentalità importante, da ragazzino vinceva spesso e faceva un po’ come voleva, d’altronde aveva una marcia in più. Da allievo ha avuto le prime titubanze e io gli sono stato molto dietro. Gli ho sempre detto che non lo facevo per me, ma per lui. 

E Simone ha capito l’antifona?

Sì, tant’è che poi ha fatto quello che avete visto tutti in questi due anni da juniores. Lui stesso me lo ha detto più volte: «Grazie per avermi fatto capire tante cose».

Da sinistra Eddy Maffeis vice presidente, Simone Gualdi e Marco Valoti
Come carattere com’è?
Da sinistra Eddy Maffeis vice presidente, Simone Gualdi e Marco Valoti

Un bravissimo ragazzo. A causa del lavoro non ho molto tempo per curare l’attività, ma lui mi chiama tutti i giorni e ci confrontiamo spesso. Dopo l’italiano è partito per Barcellona con degli amici, era il suo regalo per i 18 anni. Di ritorno mi ha chiamato per chiedermi qualcosa sugli allenamenti ed è passato a salutarmi in ufficio. Lui è fatto così, ha una grande umanità. 

In queste categorie il diesse è spesso tecnico e genitore. 

Vero, ma ne vale la pena se poi le soddisfazioni sono queste. Non serve essere un supereroe per fare bene, bisogna avere la mentalità giusta. Si deve parlare con i ragazzi e farli crescere senza stress, spiegando loro il perché di tutte le scelte. In queste categorie sai che non tutti faranno i ciclisti, quello che vogliamo fare noi è dare la giusta mentalità per crescere. 

Gualdi però il prossimo anno farà un salto importante, passando alla Circus-ReUz, andrà in un ambiente tanto diverso dal vostro. 

In Italia aveva tante offerte ma lui ha deciso così. Però parlando con i vari corridori e meccanici abbiamo capito che non è troppo diverso. Avrebbe il modo di ambientarsi e capire tante cose. Anche alla Circus-ReUz fanno crescere i ragazzi con calma. Poi devo ammettere che ora come ora ha la mentalità giusta per affrontare un cambio del genere. 

Chiudiamo con una domanda da “genitore”: il momento più bello con Simone?

Mentirei se non dicessi il titolo italiano, ma anche il mondiale delle scorso anno è stata una grande emozione. Insieme alla squadra abbiamo organizzato una serata all’oratorio di Nembro per vedere la gara. Abbiamo cenato lì ed abbiamo guardato la corsa sul maxi schermo. La cosa più bella? La videochiamata di Simone un’ora prima della gara, si è ricordato di noi. L’ho detto che ha una grande umanità.

Asciugaci le lacrime, quello dove ti ha fatto girare le scatole?

In questi due anni da junior non ce ne sono stati. Ne ricordo uno da allievo, ma non ve lo dico. Simone lo sa di cosa sto parlando e quando leggerà l’intervista gli verrà in mente. 

EDITORIALE / Questioni di cuore, da non prendere alla leggera

10.07.2023
4 min
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Il primo di cui ho memoria si chiamava Joachim Halupczock, polacco, classe 1968. Vinse il mondiale dilettanti del 1989 a Chambery, dopo aver preso l’argento nella 100 Chilometri vinta dalla Germania Est, che l’anno prima aveva già battuto la sua Polonia alle Olimpiadi di Seoul. Halupczock passò professionista con la Diana Colnago, ma alla fine del primo anno saltò fuori un problema di cuore: un’aritmia cardiaca a causa della quale dovette fermarsi per tutta la stagione successiva.

Lo conobbi nel 1992, quando rientrò alle corse con la MG-GB nata dalla fusione fra la Del Tongo e il gruppo belga di Patrick Lefevere, fra Ballerini e Chioccioli, Museeuw e il connazionale Zenon Jaskula. Corse per un solo anno, ma quel cuore troppo grosso continuò a dargli problemi e lo convinsero a smettere, questa volta definitivamente. Morì per un infarto nel 1994 durante una partita di calcetto.

A Niwki, la sua città natale in Polonia, sorge il monumento a Joachim Halupczock (foto CC BY-SA 3.0)
A Niwki, la sua città natale in Polonia, sorge il monumento a Joachim Halupczock (foto CC BY-SA 3.0)

Haussler, Polanc e Vanmarcke

Il cuore è una cosa seria: la vera differenza. In base alla sua capacità si distinguono i campioni dagli altri. Le leggendarie frequenze bradicardiche di Bartali e Coppi, come pure di Indurain erano la base di quel loro essere tanto resistenti e forti. Del cuore ti devi fidare. Non lo vedi come le gambe, semmai lo senti che pulsa nel collo e nel petto. In certi momenti pompa così forte da superare i 200 battiti: che cosa succede se di colpo senti di non poterti più fidare?

Eppure casi di corridori costretti a smettere per sopraggiunti problemi cardiaci sono sempre stati cosa rara. Basta chiedere ai medici delle squadre. Di recente è capitato semmai di imbattersi in atleti sottoposti ad ablazione per risolvere aritmie o fibrillazioni, che avrebbero potuto metterli a rischio, le cui origini sono state rintracciate in episodi vecchi di anni.

Invece in questa stagione, tre professionisti di squadre WorldTour hanno appeso la bici al chiodo per sopravvenute complicazioni cardiache: Haussler, Polanc, Vanmarcke (nella foto di apertura), atleti già grandicelli, ma per anni in perfetta efficienza. Sommando le loro vicende a quanto successo nel 2022 a Sonny Colbrelli, la voglia di fare una riflessione più approfondita è rimasta a lungo sulla punta della penna. Ogni caso merita infatti una trattazione a parte: cadere nel qualunquismo è l’ultima cosa che si vuole, ma la tempistica è insolita.

Non tutte le federazioni nazionali hanno mantenuto il protocollo di ripresa dopo il Covid (foto WavebreakMediaMicro)
Non tutte le federazioni nazionali hanno mantenuto il protocollo di ripresa dopo il Covid (foto WavebreakMediaMicro)

Il caso Masciarelli

Qualcuno infatti a questo punto sarà già in piedi puntando il dito sui vaccini contro il Covid. Il tema è noto ed è stato dibattuto a lungo, ma si ferma (ancora) contro l’assenza di una letteratura clinica che possa suffragare o sconfessare la tesi. Di certo però gli anni della pandemia hanno lasciato qualche strascico. E se anche non si tratta del vaccino, varrebbe la pena fare una riflessione sui tempi con cui alcuni atleti sono ripartiti dopo aver avuto il virus.

Se infatti le tecniche di indagine clinica sono sempre le stesse e le visite di idoneità non si discostano da quello che erano nel 2019, al momento soltanto l’Italia costringe i suoi atleti al protocollo Return to Play, sia pure più blando di quanto fosse all’inizio, prima di riprendere l’attività agonistica. All’estero ciò non succede. Vanmarcke si è fermato dopo un’aritmia percepita agli ultimi campionati nazionali e la scoperta di tessuto cicatriziale sul muscolo cardiaco (lo stesso che ad esempio deriva dalla miocardite), che in prospettiva avrebbe potuto creare problemi maggiori. Intendiamoci, anche con una ripresa incauta dopo la mononucleosi si incorre nello stesso rischio, ma il Covid potrebbe averlo accentuato.

Polanc si è ritirato quest’anno per irregolarità cardiache: nel 2022 ha corso al Vuelta aiutando Ayuso
Polanc si è ritirato quest’anno per irregolarità cardiache: nel 2022 ha corso al Vuelta aiutando Ayuso

Una visita approfondita fatta con anticipo avrebbe rilevato prima il problema? Probabilmente sì. Il caso di Masciarelli è lampante. Se non fosse stato per la caduta di maggio e il conseguente ricovero in ospedale, l’abruzzese del Team Colpack-Ballan non avrebbe scoperto la pericardite per la quale è stato subito fermato. Lorenzo è rimasto fermo per due mesi, ha da poco ottenuto l’idoneità ed è pronto a ripartire da Livigno. Un percorso simile l’ha seguito Gianmarco Garofoli, fermato a lungo a tutela della sua salute.

Mancata condivisione

Con il cuore non si scherza. Ciò che potrebbe aiutare a fugare i dubbi e ad individuare una via d’uscita comune e sicura per tutti, anche per gli amatori che magari non hanno mai approfondito il loro stato di salute prima di tornare in sella, sarebbe la condivisione delle esperienze, come ha fatto Vanmarcke. Tutti gli altri che si sono chiusi dietro il legittimo diritto alla privacy impediscono di fatto di capire qualcosa di più. E quella letteratura clinica di cui si lamenta la mancanza farà sempre più fatica a formarsi.

Non c’è solo la Francia. Corratec a luglio fra Cina ed Europa

10.07.2023
4 min
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E poi c’è il luglio di chi non è al Tour de France. La Grande Boucle chiaramente si prende tutti i riflettori, ma dietro c’è tanto ciclismo e in molti casi anche di buona qualità. La Corratec-Selle Italia del diesse Francesco Frassi, per esempio, è impegnata in Cina per il Tour of Qinghai Lake.

Luglio dunque non è un mese da buttare. Le occasioni ci sono e non vanno sprecate. Per molte squadre è anzi un potenziale mese di riscatto. Magari si potrebbe approfittare di qualche distrazione dei top team proprio perché fanno “all-in” sul Tour. Attilio Viviani ieri è stato terzo nella prima frazione.

Attilio Viviani terzo nella prima tappa del Qinghai Lake, un circuito a 2.200 metri di quota. E’ il nono podio per i ragazzi di Frassi dall’inizio dell’anno
Attilio Viviani terzo nella 1ª tappa del Qinghai Lake. E’ il nono podio per i ragazzi di Frassi dall’inizio dell’anno

Un luglio pieno

«Siamo qui in Cina – racconta Frassi – e già esservi tornati dopo il Covid è un buon risultato. Questa è una corsa piuttosto impegnativa: otto tappe tra i 2.000 e i 4.000 metri. Una trasferta impegnativa anche per lo staff. Noi per esempio ci siamo organizzati con delle cucine mobili. Qui la questione cibo è un po’ delicata. Per esempio non si toccano la carne e le proteine in generale. La carne potrebbe essere contaminata dal clenbuterolo».

Frassi spiega come in questo mesi la Corratec-Selle Italia sia impegnata su due fronti almeno, più i ragazzi sparsi in altura qua e là. 

«A luglio corriamo appunto qui in Cina, altri ieri hanno concluso il Sibiu Tour, il 23 facciamo una corsa in Romania, la Cupa Max Ausnit,  dove tra l’altro vicino c’è una grossa sede della Corratec e da lì ci sposteremo allo Sazka Tour in Repubblica Ceca». Un bel da fare. A conti fatti è come se la squadra, diesse incluso, corressero altri due Giri d’Italia, uno a luglio e uno appunto a luglio.

Intanto si correva anche in Romania, qui Jan Stockli
Intanto si correva anche in Romania, qui Jan Stockli

Mese di programmazione

Luglio però è anche il mese della programmazione. Si corre, ma si costruisce. Stanno correndo dodici atleti su venti.

«Vero – va avanti Frassi – questo è anche un mese di programmazione. Ma oggi non è facile. Non è facile per i team WorldTour, figuriamoci per noi, squadre più piccole. Anche loro vedo che, tolti i capitani che sanno già cosa faranno sin da gennaio, fanno degli aggiustamenti dell’ultimo minuto. Per esempio leggevo di Sobrero, cambiato per il Tour a pochi giorni dal via. Per quanto ci riguarda, spesso per le formazioni aspettiamo che le corse a cui dobbiamo partecipare svelino con precisione i percorsi.

«Noi cerchiamo di fare una programmazione da qui a un mese, 40 giorni. Ad agosto faremo un po’ meno, mentre tra settembre e ottobre si prospetta addirittura qualche caso di tripla attività».

Konyshev è a Livigno. Si è allenato con i suoi ex compagni Colleoni e Matthews
Konyshev è a Livigno. Si è allenato con i suoi ex compagni Colleoni e Matthews

Verso settembre

Frassi intanto aspetta, di nuovo, Valerio Conti. Il laziale, durante una notturna a Brescia, si è rotto di nuovo il bacino… ma sull’altro fianco. Incredibile. Una persona aveva attraversato la strada. Valerio l’aveva schivata, ma gli altri non ce l’hanno fatta e lo hanno tirato giù.

«Anche per lui – conclude Frassi – cerchiamo di stilare un programma. Prima però dovrà risalire in sella. Speriamo ci riesca fra una decina di giorni, così da averlo per la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

«Poi ci sono gli altri. Chi non è riuscito a portare via una buona gamba dal Giro a giugno ha recuperato ed è andato in altura, quasi tutti fra Livigno e lo Stelvio, e ora corre. Mentre gli altri che hanno tirato dritto in questa prima parte di luglio sono in altura. I nostri erano quasi tutti alla prima esperienza di un grande Giro ed era prevedibile che lo pagassero un po’». 

Una settimana di curiosità tecniche al Tour de France

10.07.2023
7 min
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Come consuetudine, dopo la prima settimana di Tour de France, che si è chiusa con il suggestivo colpo d’occhio sulla Canyon di Van der Poel dedicata al nonno Poulidor (foto di apertura), andiamo ad analizzare le curiosità tecniche e gli spunti che ci offre il palcoscenico della Grand Boucle.

La nuova BMC già notata al Delfinato e ora in dotazione a O’Connor e Cosnefroy, passando per le scarpe argento di Philipsen e i nuovi componenti della trasmissione Sram. E quella S-Works usata da Hindley in salita? Spunta anche una nuova Ridley e molto altro. Cerchiamo di entrare nel dettaglio.

Nuova BMC, la conferma

Se quella vista al Giro del Delfinato poteva essere una sorta di esca, oppure un antipasto e un modo per fare vedere la bici nuova, il fatto di vederla al Tour de France è una conferma. La sensazione è quella di una bicicletta tanto aerodinamica, quanto versatile e siamo sicuri anche piuttosto leggera, considerando le ultime produzioni BMC.

Spiccano i foderi obliqui del carro, piuttosto bassi e uniti al piantone da uno “zoccolo” di carbonio bello voluminoso, ma anche una forcella che nella parte alta si allarga tantissimo verso l’esterno. Ovviamente, dall’azienda svizzera non ci sono conferme, ma neppure smentite.

Uno Sram diverso

Le Cervélo S5 di Van Aert e Vingegaard le abbiamo notate con la monocorona anteriore, ma gli aspetti che hanno attirato la nostra attenzione sono stati il pacco pignoni, la colorazione del bilanciere posteriore e i manettini del corridore danese (non quelli di Van Aert).

Crediamo che la nuova piattaforma Sram Red AXS prenda dei contorni sempre più precisi. I comandi, come già sottolineato in precedenti pubblicazioni, hanno un’architettura molto simile a quella del nuovo Force, che a sua volta deriva dal Rival. Il cambio posteriore ha una colorazione scura, differente dalla livrea della versione attuale. I pignoni invece mostrano un’evidente lavorazione nella porzione interna del rapporto più agile, scavato e rastremato.

Nelle tappe più dure, in mano ai corridori della Arkea-Samsic si rivede la Specialissima
Nelle tappe più dure, in mano ai corridori della Arkea-Samsic si rivede la Specialissima

La Specialissima non passa di moda

Usata anche da Barguil al Giro d’Italia, durante le frazioni con un dislivello positivo importante, la Specialissima è utilizzata anche nel corso del Tour de France, ad esempio da Delaplace.

Questa bicicletta è la conferma di un progetto molto versatile e sfruttabile in diverse situazioni, con allestimenti diversi tra loro, pur non essendo “avveniristica” come la nuova Oltre RC e con concetti aerodinamici meno estremizzati.

Due scarpe interessanti

Le prime sono quelle tutte argentate di Philipsen, che in realtà corrispondono alle Shimano S-Phyre in dotazione a tutti gli atleti del Team Alpecin-Deceuninck, ma con una livrea dedicata al fortissimo velocista. Queste calzature hanno i rotori Boa in alluminio.

Molto interessanti le Q36.5 indossate da Jacopo Guarnieri (che purtroppo ha dovuto lasciare il Tour de France a causa di una caduta) e non sono le Unique tradizionali. Danno l’impressione di essere una nuova versione con la tomaia in tessuto knit, con la suola scaricata ai lati, mutuata dal modello classico.

I nuovi bollini applicati su telai e componenti
I nuovi bollini applicati su telai e componenti

Un secondo bollino UCI

Oltre all’adesivo applicato ai telai (sul piantone) che sancisce l’omologazione della bicicletta, compare un secondo bollino dell’UCI, posizionato in punti diversi a seconda della bici e del componente.

A tutti gli effetti è un chip, una sorta di anti-frode che troverà diverse collocazioni su biciclette e componenti. E’ logico pensare che in futuro potrebbe essere inserito all’interno dei materiali, a scomparsa.

Quella S-Works tutta nera

Difficile pensare ad una nuova versione della Specialized Tarmac. Le forme di questa bici tutta nera usata da Hindley sono del tutto accostabili a quelle della Tarmac normalmente utilizzata (con l’interno della forcella di colore rosso e con il retrotreno verde) e già vista in dotazione ad Evenepoel, prima al Giro d’Italia e poi al Tour de Suisse.

L’impressione è quella di una bici più leggera, grazie al mancanza della verniciatura, ma nessuno vieta di pensare che è stato utilizzato anche un layup differente del carbonio. Crediamo al tempo stesso che i tempi per una nuova Tarmac siano maturi. E poi la sella “non convenzionale” di Hindley, non è una S-Works, ma potrebbe essere una Fizik, o meglio, una versione 00 ricoperta e unbranded fornita al corridore australiano. Avevamo già notato questo componente nel corso del Giro d’Italia 2022.

E questa Ridley?

La sola scritta sulla tubazione obliqua, nessun logo sullo sterzo, aerodinamica si, ma non estrema come la Noah Fast. Alcuni corridori del Team Lotto-DSTNY, come ad esempio Pascal Eenkoorn e Florian Vermeercsh, stanno utilizzando una bici differente dalla Helium SLX e dalla Noah Fast.

Cosa notiamo? Una forcella che offre tanto spazio al passaggio della ruota, delle tubazioni non troppo grandi e voluminose, un carro posteriore ribassato. Ridley si appresta al lancio di un nuovo modello?

Esile e sfinata, categoria O2 VAM. Vedremo una nuova Factor pensata per gli scalatori?
Esile e sfinata, categoria O2 VAM. Vedremo una nuova Factor pensata per gli scalatori?

Una Factor mai vista prima

L’abbiamo notata nel corso del tappone pirenaico che, tra le altre vette, ha scalato il Tourmalet ed è stata utilizzata da Simon Clarke. L’idea è quella di una versione rinnovata del modello O2 (infatti il logo compare sul fodero basso del carro), bicicletta che comunque utilizza anche l’acronimo VAM.

La nuova bicicletta è piuttosto sfinata, soprattutto nelle sezioni posteriori e mediana, dove si nota un’orizzontale schiacciato. L’anteriore invece, se pur accostabile alla Ostro, per forme e design, è magro ed asciutto, con una forcella con gli steli sottili. Anche le ruote basse sono una chicca, nell’era dei ruotoni lo sono ancora di più.

Monocorona da 56

Utilizzata per la prima volta nella frazione con arrivo a Bordeaux, è stata vittoriosa a Limoges. Pedersen ha usato una trasmissione con la corona singola anteriore da 56 denti. Il diametro di questo “padellone”, che prende forza anche per il fatto che è “piena” è davvero impressionante. Il corridore danese è solito utilizzare i pignoni con scala 10/30 oppure 10/33.

Woods nel vuoto del Puy de Dome. Colpi di stiletto fra “i due”

09.07.2023
5 min
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Due corse in una sul Puy de Dome, incredibilmente vuoto e silenzioso senza pubblico. Stavolta al Tour de France si è corso in modo simile al Giro d’Italia con due corse in una. E le due corse di oggi se le sono aggiudicate Michael Woods e Tadej Pogacar.

Due sfide dai contenuti tecnici più profondi di quanto non si sia visto da fuori e per questo Domenico Pozzovivo ci aiuta ad analizzarli. Il lucano ha una doppia valenza, è compagno di Woods alla Israel-Premier Tech ed è uno scalatore e visto che si parla di salita…

Per la tappa

La corsa si potrebbe riassumere in un “tanto tuonò che non piovve”, o quanto meno fece una “pioggerellina”. C’era un’attesa enorme attorno a questa tappa e a questa montagna, che mancava da 35 anni. L’Equipe aveva proposto una copertina dal sapore storico, giocando sul duello del 1964 fra Poulidor e Anquetil.

Invece il gruppo degli uomini di classifica lascia andare. La fuga va via al primo tentativo e prende un margine enorme, il cui vantaggio massimo supererà i 16′. 

All’imbocco della salita Matteo Jorgenson scappa e sembra averla fatta franca. Tutti gli occhi sono puntati su Woods, il favorito, che invece non reagisce. 

Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Domenico, ha vinto un tuo compagno. Complimenti!

Missione compiuta! Quando una squadra come la nostra, allestita per le tappe, ne vince una può ritenersi soddisfatta. Adesso i ragazzi correranno in modo più rilassato e magari potranno correre anche rischiando di più e, perché no, vincere ancora. 

Vincere porta a vincere, insomma?

Sì, sei più rilassato, non hai paura di perdere e rischi. E tutto sommato già oggi Woods è come se avesse giocato a poker. Si è un po’ rilassato ad inizio salita e poi è stato costretto a recuperare. Ma è riuscito a sfruttare le sue qualità.

E quali sono le sue qualità?

Quelle di un corridore molto bravo su salite di questo tipo: dure ma non troppo lunghe. Lui è molto esplosivo e venendo dall’atletica, dal mezzofondo, ha una capacità lattacida invidiabile.

Tu già lo conoscevi?

Sì, sono anni che lo conosco, che siamo avversari e poi da quest’anno corriamo insieme. Una persona di qualità, forte…

E anche lui non è proprio un bimbo! Woods conosceva questa frazione? Era venuto in avanscoperta in quella giornata organizzata da ASO?

No, perché non era al Delfinato. Michael era con me al Tour d’Occitanie, dove ha anche vinto. E’ riuscito a sfruttare questa tappa. La fuga è stata favorita dall’andamento tattico. Ci si aspettava un controllo fra Vingegaard e Pogacar, una partita a scacchi che appunto ha favorito la fuga. Se uno dei due doveva recuperare avrebbero chiuso, ci sarebbe stato un altro ritmo e la fuga non sarebbe arrivata.

L’altra corsa…

E poi appunto c’è stata la partita a scacchi fra la Jumbo-Visma e la UAE Emirates. Solo poco prima della salita la squadra di Vingegaard ha preso in mano la corsa. Poi sono subentrati i ragazzi di Pogacar e di nuovo i gialloneri. Fino allo scatto dei due a 1.500 metri dal traguardo.

Domenico, passiamo dunque alla sfida fra i due grandi di questa Grande Boucle… Tanto tuonò che non piovve: anche tu la vedi così?

Come detto prima si sono controllati. Quando poi di mezzo non c’è la vittoria di tappa le polveri inevitabilmente si bagnano un po’, non c’è mai la stessa carica agonistica. Per di più oggi la tappa è filata via tranquilla e ci hanno messo un po’ per passare alla modalità aggressiva.

Si conoscono molto bene. Pogacar ha portato un attacco di “X” secondi e l’altro sapeva che il suo affondo sarebbe durato così. Poi ha tenuto duro, ma l’altro ha insistito un pelo di più. Erano sul filo. Tutto molto tecnico-tattico. Tu come la vedi?

La verità è che io ho visto più preoccupato Pogacar che Vingegaard. Per me Tadej era molto attento al caldo. Se ci avete fatto caso si bagnava spesso su tutto il corpo. Sappiamo che quando fa caldo lui ha spesso una piccola contro-prestazione. Vingegaard dal canto suo contava su questa cosa e forse si aspettava che calasse un filo. Mentre Pogacar si è sentito meglio di quel che credeva e ha attaccato.

E riguardo ai watt?

Credo che entrambi ne abbiano espressi un filo meno che sui Pirenei, e credo dipenda proprio dal caldo.

Pogacar e Vingegaard sono davvero al limite e alla pari. Ormai si parla di metri, neanche di secondi. Sarà una lotta anche di nervi?

Senza ombra di dubbio. Questa è una componente fondamentale nella sfida uno contro uno. E in questo Tadej forse ha qualche chance in più, anche se l’altro ha una grande squadra.