Trentin sposa lo stile Tudor e parla chiaro sui giovani

25.12.2023
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L’ALBIR (Spagna) – Quando nei giorni scorsi ci siamo trovati a parlare di Trentin con Diego Ulissi, l’osservazione del toscano sul trentino è stata di grande apprezzamento. «Dato che Matteo ha dimostrato di essere ancora vincente – ha detto – è comprensibile che abbia cercato spazio in un’altra squadra come la Tudor Pro Cycling, dove nel suo ruolo avrà più occasioni». Quando lo abbiamo riferito al diretto interessato, che peraltro è appena rientrato proprio dall’hotel della UAE Emirates, il sorriso è stato istantaneo: «Grazie Diego!», ha detto. «Grazie Diego!».

Con il principe Alberto di Monaco, in occasione di Beking, l’evento organizzato da sua moglie Claudia (foto Instagram)
Con il principe Alberto di Monaco, in occasione di Beking, l’evento organizzato da sua moglie Claudia (foto Instagram)

Un calcio alla iella

E’ comprensibile che nel momento in cui lasci uno squadrone come il UAE Team Emirates un po’ di inquietudine venga fuori. Si tratta di lasciare una comfort zone ben pagata, per rimettersi in gioco in prima persona e al servizio di un gruppo giovane che sta crescendo (a pensarci, queste dinamiche non ci sono poi del tutto sconosciute!). Per cui avere conferme di un certo tipo avvalora la scelta.

«Penso che negli ultimi anni – dice Trentin, in apertura durante l’intervista con Stefano Rizzato della RAI – diciamo dal 2021, per svariati motivi non ho raccolto per quello che avrei potuto e che i numeri suggerivano. Un po’ ho avuto sfiga, altre volte me la sono cercata. Quindi è vero che mi serviva una svolta, una nuova avventura e sono qua. Questa squadra non vuole crescere dall’oggi al domani, per diventare i numeri uno al mondo serve tempo. E quando ci arrivi, serve la struttura giusta per restarci a lungo. Non me ne sono andato dalla UAE perché stavo male. Però nello sport capita che a volte vedi la squadra con un obiettivo diverso dal tuo, oppure trovi qualcuno che non asseconda più le tue visioni, le tue idee. A quel punto è giusto cercare delle nuove avventure, se le cose si combinano bene».

Solo una caduta ha impedito a Trentin di giocarsi il mondiale di Glasgow, cui era arrivato con grande condizione
Solo una caduta ha impedito a Trentin di giocarsi il mondiale di Glasgow, cui era arrivato con grande condizione

A immagine di Cancellara

La posizione di Trentin sulla nuova squadra è simile a quella di altri che ne hanno accettato l’offerta, come ci ha recentemente detto Dainese. C’è stato un primo contatto, poi un anno di tempo per vedere come si muovevano corridori e staff. E adesso che ci sono dentro, c’è la conferma che la scelta sia stata giusta.

«Con Ricardo Scheidecker – spiega Trentin – mi sento e mi sentivo anche prima, perché siamo rimasti sempre in contatto dopo il periodo in Quick Step. Ora ho l’impressione che quello che si intuiva da fuori corrisponda a realtà. Si vede soprattutto che Cancellara e Raphael Meyer, l’amministratore della squadra, hanno scelto della gente che viene dal WorldTour, che ci ha lavorato per anni ed è disposta a dare il 110 per cento per far crescere questa squadra nella giusta direzione. Si vede l’impronta del campione, il fatto che il proprietario sia stato un corridore. E soprattutto un corridore che ha assorbito e imparato nelle varie situazioni dove è stato. Perché Fabian è passato alla Mapei, quindi alla Fassa Bortolo, per poi andare a correre con Riis e in Trek. Ogni volta che cambi squadra, impari qualcosa. E se sei in grado di tenere il buono che hai visto e farlo tuo, puoi davvero fare la differenza».

Trentin in fuga al Fiandre 2023 per tenere Pogacar al coperto: cambierà qualcosa l’anno prossimo?
Trentin in fuga al Fiandre 2023 per tenere Pogacar al coperto: cambierà qualcosa l’anno prossimo?

La questione degli inviti

Così adesso non resta che allenarsi e gettare le basi per la stagione, sperando che gli inviti promessi siano confermati. 

«Mi sto allenando più o meno come gli anni scorsi – dice Trentin – ho fatto una gran gran base e poi da gennaio si andrà a costruirci sopra tutto quello che serve. Il programma in linea di massima c’è, ma essendo una squadra professional, sei dipendente dagli inviti. Alcuni stanno ancora arrivando e nel frattempo la dirigenza, giustamente, non ti dà l’illusione di poter fare una corsa se non sono sicuri. Di base credo che le gare di Flanders Classics ci siano, mentre i francesi fanno ancora resistenza. Ma tanto ormai il livello è così alto, che non è facile vincere da nessuna parte e anche le corse 1.Pro sono bellissime. Ovvio che sia meglio vincere quella WorldTour, perché sono più importanti, ma se non fai l’Australia, l’inizio del calendario è uguale per tutti . Quindi io dovrei cominciare a Marsiglia e poi… E poi mi sa che non posso ancora dirlo!».

Trentin è pro’ dal 2012. E’ stato per 6 anni alla Quick Step, 2 alla Mitchelton, uno alla CCC, 3 alla UAE
Trentin è pro’ dal 2012. E’ stato per 6 anni alla Quick Step, 2 alla Mitchelton, uno alla CCC, 3 alla UAE

Il ciclismo va veloce

Fra una risata e l’altra, ti accorgi che gli anni sono passati. E se da un lato, per goliardia e convinzione, si sofferma a dire che sulla sua bici preferirebbe i tubolari e i freni tradizionali, una riflessione sull’età sempre più bassa dei corridori nel WorldTour scatta quasi spontanea.

«Mi ritrovo qua con Tosatto come direttore sportivo – dice Trentin – dopo averci corso contro. Lavoriamo insieme solamente da qualche giorno, però vedo che tutti quanti alla Ineos sono stati molto bene con lui e sono scontenti che sia andato via. Quando il feedback è questo, sicuramente hai lasciato un bel segno. Probabilmente, essendo sceso da poco dalla bici, è consapevole di quello che viene fatto in gruppo. Poi, ovvio, le cose si evolvono e magari si perde la sensibilità che potevi avere nei primi due anni e devi supplire con l’esperienza.

«E’ un ciclismo che corre veloce, a volte secondo me anche troppo. Nella mia ex squadra c’è il pienone di ragazzini. Ho sentito che a qualcuno del Devo Team hanno fatto il contratto per sette anni, forse si sta correndo un po’ troppo in questa direzione. Cosa ne sai di quel che può accadere fra così tanto tempo? Io credo che questi ragazzi fra non molti anni avranno bisogno di supporto psicologico, perché tante pressioni non le reggi se non sei un po’ adulto e magari rischi di cadere in brutte abitudini per farti forza. Si continua a sovraccaricarli di attese. Avete visto le gambe di chi vince le corse da allievo? Li allenano come professionisti, ma come pretendi che reggano certe pressioni e che abbiano ancora dei margini?».

Olimpiadi, Milan, Het Nieuwsblad. I pensieri di Pasqualon

24.12.2023
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ALTEA (Spagna) – Andrea Pasqualon scherza sull’eta che avanza. «Quattordici stagioni da pro’: ormai tutti mi dicono che sono vecchio! Forse anche per questo mi piace il sole della Spagna». Il bordo piscina dell’Hotel Cap Negret, dove è in ritiro la Bahrain-Victorious, è un invito al relax, alla siesta.

In effetti il tepore è gradevole. Parlare di ciclismo con i campioni è un piacere. E probabilmente lo è anche per loro. Allenamenti non troppo tirati, gare lontane, clima easy… gli ingredienti per raccontare e farsi raccontare ci sono tutti.

Pasqualon (classe 1988) scherza con Mohoric durante il ritiro ad Altea
Pasqualon (classe 1988) scherza con Mohoric durante il ritiro ad Altea
Ma quindi sei vecchio?

Gli anni passano però, e dico la verità, mi sento più tranquillo ora che in passato. Forse perché sono talmente abituato a questa vita che la pressione non la sento più e questa credo sia una grande cosa. Partire senza pressioni appunto, senza assilli o senza dover dimostrare nulla ritengo sia un bel vantaggio, qualcosa che possa fare la differenza.

Anche se sei arrivato solo lo scorso anno, sei un riferimento per la squadra. Prendiamo, per esempio, il traguardo volante del Polonia, che ha consentito a Mohoric di portarsi a casa la corsa. Sappiamo che hai gestito te quel treno e tutta la situazione…

Eh, me lo ricordo anche io! Ho saltato un mondiale per quella volata, pensate un po’. Forse Bennati è ancora un po’ arrabbiato con me per la decisione di restare al Polonia. Però alla fine quando si fa parte di un team e si decide che la priorità deve essere quella, è giusto aver fatto una scelta del genere. E di conseguenza io ho accettato quella di Bennati di mettermi riserva. Certo, ho un po’ di rammarico, perché il mondiale mi sarebbe piaciuto correrlo, ma è andata così. Benna voleva che arrivassi al mondiale fresco come una rosa per dare il massimo e, giustamente, anche lui avrà pensato che facendo tutto il Polonia fossi spremuto. Giusto così dunque: sia da una parte che dall’altra.

Traguardo volante del Polonia: Pasqualon tira lo sprint a Mohoric che, battendo Almeida, si assicura la generale
Traguardo volante del Polonia: Pasqualon tira lo sprint a Mohoric che, battendo Almeida, si assicura la generale
Hai toccato il tasto della nazionale. Il percorso olimpico è buono per te, ci pensi?

E parecchio. Vi dico la verità: l’ho guardato più volte, anche se solo su Veloviewer per ora. Ho osservato questi strappi sparsi qua e là. E’ un percorso bello, per corridori da classiche. Ma per esserci bisogna dimostrare di andar forte. Io penso che un corridore come me, se riesce a fare una primavera fatta bene con Fiandre, Roubaix, Sanremo può sognare di partecipare alle prossime Olimpiadi. E’ una corsa per corridori come Ganna. Pippo dovrà essere il punto di riferimento. Bisognerà costruire una squadra, che poi squadra non è perché ci saranno solo tre uomini, ma dovranno essere tre ragazzi uniti e tutti molto forti.

Tre leader?

No, tre corridori uniti al massimo per una persona sola. E’ inutile portare tre leader, bisogna avere un leader e due uomini che sanno veramente sacrificarsi al massimo per portare a casa il massimo risultato possibile.

Avevi un ruolo particolare, quello di guidare Milan nella volate. Ora Jonathan se ne è andato. Avrai più spazio?

E chi lo sa! Mi è dispiaciuto che Jonny sia andato via, perché avevo lavorato molto con lui e sono sicuro che insieme avremo ancora costruito qualcosa di importante. Ma questa è stata la sua scelta e non ci possiamo fare nulla. Vedremo se avrò più spazio, probabilmente sì. Però il mio compito è proprio quello di prendere per mano i giovani e portarli ad uno scalino superiore. In questo periodo, per esempio, sono molto vicino a Dusan Rajovic, giovane talentuoso. Credo che messo a punto qualcosa di testa, sia molto forte. Ha un bel futuro. Per far crescere i giovani ci servono anche gli esperti, come possiamo essere io o Damiano (Caruso, ndr). E si è visto al Giro: un buon giovane affiancato da un esperto può fare grandi cose.

Pasqualon e Milan, era nata una buona intesa tecnica. I due erano spesso anche compagni di stanza
Pasqualon e Milan, era nata una buona intesa tecnica. I due erano spesso anche compagni di stanza
I quattro secondi posti di Milan al Giro, potevano essere due vittorie e due poi, insomma…

Esatto, poi magari per ottenere ancora di più bisognava impostare un’altra squadra. Una squadra su di lui, ma noi volevamo anche far classifica con Caruso, quindi era difficile portare anche qualche altra persona per il treno. Capisco le scelte di Vladimir (Miholjević, ndr). E infatti abbiamo portato a casa la maglia ciclamino, una vittoria, un quarto posto nella generale, con Damiano che è stato il primo degli umani) e anche la classifica a squadre.

Torniamo a parlare di te. Pasqualon è ancora un velocista, ammesso che tu ti sia mai sentito un velocista?

Bella domanda. Mi sto ancora scoprendo. Negli ultimi anni mi sono sentito più che altro uomo da classiche. Sulle lunghe distanze riesco a dare il meglio di me. Sono un uomo da corse dure, in cui si arriva col gruppetto ristretto. Un velocista puro non mi sento di dirlo. Stiamo parlando di gente che ormai sviluppa 2.000 watt, tanti ne servono per vincere le volate di gruppo. E io i 2.000 watt nelle gambe non li ho. Peso 70 chili, ma questo mi consente di sopravvivere in salita. Di restare attaccato quando ne restano 50 o forse anche 40.

E lo sprinter da 2.000 watt lì non ci resta…

Appunto. Io però nel finale di una Sanremo ci sono, come abbiamo visto quest’anno del resto. Sono stato il primo a prendere il Poggio. Dovevo essere lì: al punto giusto nel momento giusto. E, credetemi, non è facile. Altri 150 corridori vogliono essere lì in quel momento. Però con le giuste tempistiche, con la giusta esperienza ce l’ho fatta. Ma ci sono voluti anni per arrivare a questo. Ora però sono contento. Mi sono ricavato anche io un ruolo in questo ciclismo di altissimo livello.

L’arrivo, che “tira”, dell’ultima Het Nieuwsblad. Si nota Pasqualon al centro con la maglia della Bahrain
L’arrivo, che “tira”, dell’ultima Het Nieuwsblad. Si nota Pasqualon al centro con la maglia della Bahrain
Andrea, hai fatto e rifatto praticamente tutte le gare che offre il calendario mondiale. Ebbene, qual è la corsa o la tappa perfetta per te? E perché?

La corsa che più mi si addice è la Omloop Het Nieuwsblad – replica secco Pasqualon – perché siamo a inizio anno. E’ l’apertura del calendario belga e a me il Belgio è sempre piaciuto.

Ci hai anche corso parecchio, ai tempi della Intermarché…

Quelle corse lassù negli ultimi anni le ho sempre fatte. La Het Nieuwsblad in particolare mi piace perché c’è un po’ di tutto: il pavé, gli strappi, strade e stradine, e soprattutto perché c’è questo arrivo che tira, in cui non si sa mai chi vince. E’ la prima dell’anno, nessuno conosce i valori in campo. C’è grande incertezza sul risultato. Serve una volata di grande potenza, ma al tempo stesso di resistenza. E poi, ragazzi, c’è il Muur… una salita simbolo.

Descrizione perfetta, che sia che sia di buon auspicio per il 2024…

Speriamo!

L’addio di Stybar, un dio del cross. Oppure è un arrivederci?

24.12.2023
6 min
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A 38 anni Zdenek Stybar ha deciso di chiudere la sua carriera, lunga ben 18 anni. Il che può anche starci. Ma quando sei un campione che ha scritto pagine storiche su strada e ancor di più nel ciclocross non puoi andartene così, con un semplice annuncio. Stybar lo farà a inizio febbraio, prendendo parte all’ennesimo campionato mondiale, nella “sua” Tabor. Lo farà a dispetto dei dolori (è stato operato alle arterie femorali di entrambe le gambe) e di un fisico che giocoforza non risponde più come prima, ma sarà una festa e conoscendolo si sa già che ha in mente degli obiettivi precisi, anche agonistici.

Per ora la sua vita, nel cuore delle feste natalizie, è fatta di obblighi familiari e allenamenti (a Gavere, a Santo Stefano, farà l’esordio stagionale in Coppa del mondo) e fare due chiacchiere sulla sua carriera rappresenta anche un modo per uscire dalla routine, «ma dopo aver espletato i miei compiti di papà…».

Il ceko ha esordito il 9 dicembre a Essen, chiudendo 18° a 7’03” da Van Aert (foto Facebook)
Il ceko ha esordito il 9 dicembre a Essen, chiudendo 18° a 7’03” da Van Aert (foto Facebook)
Che cosa ti ha spinto a cercare la partecipazione ai mondiali di Tabor?

In realtà è molto semplice. A Tabor è iniziata sostanzialmente la mia carriera. E’ lì che ho ottenuto una delle vittorie più grandi della mia storia, il mio primo mondiale nel 2010. Quindi sarebbe bello chiudere la carriera nello stesso posto. Ho effettivamente finito la mia carriera su strada a Hong Kong ed è stato bello, perché c’erano molti amici, quindi ho potuto ancora chiacchierare con molti ragazzi ed è stato bello dire addio alla maggior parte dei miei colleghi. Ma ovviamente mi piacerebbe disputare la vera ultima gara della carriera in un posto che per me è molto simbolico, che significa qualcosa per me. Davanti ai tifosi del Belgio e della Repubblica Ceka. E voglio ancora presentarmi nella migliore forma possibile. Ci sto davvero lavorando duro.

Tu sei stato un monumento nel ciclocross, dedicandoti poi su strada. Ti sei mai pentito della scelta?

No, per niente. Penso che sia stata davvero un’ottima scelta perché ho conosciuto tantissime persone. Ho vissuto qualcosa d’importante, come vincere con la Quick Step sia alla Vuelta che al Tour. Tutte le vittorie hanno per me un sapore speciale, quindi non me ne pento mai. Penso che fosse anche il momento giusto per passare alla strada, avevo vinto tanto nel ciclocross, tutto quel che contava davvero, non vedevo come avrei potuto ancora migliorare. Quindi penso che andare sulla strada e fare progressi, sia dal punto di vista della condizione, sia dal punto di vista fisico, sia stata la scelta giusta al momento giusto.

A Tabor nel 2010 la sua prima vittoria iridata da elite. Si ripeterà nel 2011 e 2014
A Tabor nel 2010 la sua prima vittoria iridata da elite. Si ripeterà nel 2011 e 2014
Dieci-quindici anni fa una doppia attività come quella di Van Aert e Van der Poel era possibile?

Sì, era possibile, ma nessuno ci credeva veramente. E inoltre nessuno voleva davvero correre il rischio perché la squadra mi ha ingaggiato per esibirmi su strada e non nel ciclocross. Anche se pensavo sempre che fosse una buona preparazione per la strada anche avere qualche uscita agonistica in inverno, anche a livello d’immagine. Il ciclocross penso che sia davvero propedeutico alla preparazione per la strada, soprattutto per le corse. Ma allora era ancora un’altra cultura, vecchia scuola che imponeva il raduno a Calpe a dicembre e a gennaio e di nuovo a fine gennaio.

Era un sistema funzionante?

Sicuramente, ma penso che tu possa davvero riempire l’inverno con qualche gara di ciclocross o su pista, non perdi l’intensità e non perdi l’esplosività e movimenti la tua preparazione, anche mentale. Sei più concentrato perché hai ancora il numero di gara addosso e vuoi ancora esibirti. Quindi, voglio dire, ci sono molti vantaggi nel correre anche durante l’inverno. Quel che è certo è che Van Aert e VDP hanno sicuramente rivoluzionato quel modo di pensare.

Uno dei maggiori successi di Stybar, la Strade Bianche del 2015 (foto Cor Vos)
Uno dei maggiori successi di Stybar, la Strade Bianche del 2015 (foto Cor Vos)
Quando hai vinto i mondiali, come nazioni leader c’era più concorrenza rispetto a oggi, dove Olanda e Belgio dominano?

No, era fondamentalmente lo stesso, io mi confrontavo con Nys, Wellens, Pauwels leader dello squadrone belga. C’erano ovviamente quei pochi ragazzi ceki, come Simunek, poi qua e là qualche svizzero, ma soprattutto sempre belgi, soprattutto per le grandi gare.

Secondo te la situazione cambierà, ci saranno altre nazioni che emergeranno anche fra gli Elite contro Olanda e Belgio?

Sì, potrebbe. Vedo ad esempio molta effervescenza fra gli inglesi. Presto i ragazzi più giovani si renderanno effettivamente conto che non è una cattiva preparazione verso la strada o la mountain bike. Proprio perché Wout e Mathieu sono un grande esempio per i giovani e stanno dimostrando che è possibile esibirsi in inverno e in estate sempre al massimo grado.

Roubaix 2017, Stybar insieme all’iridato Sagan. Alla fine sarà secondo, battuto in volata da Van Avermaet
Roubaix 2017, Stybar insieme all’iridato Sagan. Alla fine sarà secondo, battuto in volata da Van Avermaet
In che situazione lasci il ciclismo del tuo Paese?

Penso che in generale ci sia molto talento, ma sfortunatamente ci manca ancora una vera via d’accesso al ciclismo professionistico. Quando i corridori lasciano la categoria juniores devono trovare spazio all’estero. Così molti smettono quando hanno meno di 23 anni, perché non vedono alcun futuro. Non vedono la possibilità di dove andare, a quale team unirsi. Serve un riferimento reale, che vada al di là della trafila attraverso i team Devo.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera su strada?

Non direi davvero i miei risultati personali anche se ho portato a casa 21 vittorie, perché ho sempre apprezzato il lavoro di squadra, i grandi successi che abbiamo ottenuto insieme, alla Roubaix come alla Sanremo, con il team, come costruirli, lavorarci tutti insieme. Era il Wolfpack e penso che probabilmente resterà per sempre il ricordo più bello.

Con Asgreen e Senechal al Fiandre 2021 vinto dal danese. Ma per Stybar era una vittoria di tutti
Con Asgreen e Senechal al Fiandre 2021 vinto dal danese. Ma per Stybar era una vittoria di tutti
Dopo Tabor ti vedremo ancora, magari nel gravel?

Potrebbe essere. Dipende che lavoro avrò, quali opportunità ci saranno. Ma se mi fermo, voglio solo prendermi del tempo per la famiglia. Voglio passare più tempo con loro e non voglio più concentrarmi sulla performance. Certo, probabilmente farò ancora sport cinque volte a settimana, ma non dalle 4 alle 7 ore al giorno. Mi divertirò di più. Andare a correre, fare 2 ore in bici, ma a tutta velocità, oppure andare nel bosco con la mountain bike o per un’escursione. Farò un po’ di tutto, mi piacerebbe fare ancora qualche gara, ma probabilmente sarà più per divertimento. A meno che non diventi un ambasciatore di qualunque azienda, cosa possibile visti i contatti in corso. Staremo a vedere cosa porterà il nuovo anno…

Ballerini all’Astana: il figliol prodigo verso Roubaix e Tour

24.12.2023
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ALTEA (Spagna) – Ridacchiando con Zanini e indicando Ballerini, la battuta è scappata spontanea: «Il figliol prodigo è tornato a casa». Ben altro era infatti lo spirito quando Davide lasciò l’Astana per approdare nella squadra che aveva sempre sognato. Alla Soudal-Quick Step c’è rimasto per quattro anni. Ha vinto e fatto vincere. Quando però il contratto è arrivato a scadenza, il corridore di Cantù ha preferito imboccare la strada di casa.

«Sono sempre stato in contatto con Zanini – sorride – anche negli anni che ero in Quick Step. Dietro c’è una grande amicizia, anche se siamo divisi dal basket: lui con Varese e io con Cantù, ma adesso nessuno dei due ha da fare lo spiritoso. Sono contento di essere ritornato e di poter lavorare ancora con lui».

Zanini e Ballerini sono amici di vecchia data: ora lavorano nuovamente insieme all’Astana
Zanini e Ballerini sono amici di vecchia data: ora lavorano nuovamente insieme all’Astana

Quattro anni di più

Tra i fattori che hanno reso il ritorno più gradevole, c’è anche il fatto che all’Astana sia arrivato Vasilis Anastopoulos, con cui Ballerini ha lavorato negli anni in Belgio.

«Rispetto al 2019 sono quattro anni più vecchio – ridacchia – più maturo, suona meglio. Ho tanta esperienza e questa penso sia una delle cose più importanti. Con Vasilis lavoro da quattro anni, mi sono sempre trovato bene. Più lavori insieme a una persona, più riesci a capire quello che ti chiede. Hai più feeling e anch’io piano piano mi sto capendo. Sto crescendo per quanto riguarda il fisico e la consapevolezza. E mentre prima non riuscivo a capire quando ero stanco o quando stavo andando in condizione, adesso ci riesco molto di più. So quando devo tirare il freno e quando posso spingere di più. Queste cose sono molto importanti, mi dispiace di non averle raccolte già da prima».

Vasilis Anastopoulos è approdato all’Astana dopo aver preparato i ragazzi della Quick Step
Vasilis Anastopoulos è approdato all’Astana dopo aver preparato i ragazzi della Quick Step

Treni in costruzione

Nel drappello di corridori che hanno condiviso chilometri e storie alla corte di Lefevere, c’è anche Morkov. Il suo arrivo ha fatto la felicità di Cavendish, ma ha raccolto anche il gradimento di Ballerini.

«Sono contento che anche Michael sia venuto qua con noi – spiega – è un’altra persona che mi ha dato tanto in Quick Step. Con lui ho imparato tutto quello che c’è da sapere sugli sprint. Ero un giovane, mi buttavo nelle volate, ma insieme abbiamo cominciato a provare i treni e le varie tattiche. Stiamo lavorando già molto bene e riusciremo a fare qualcosa di bello. Faccio parte anche io del gruppo Cavendish per il Tour e non vedo l’ora che si cominci a correre. Ogni tanto facciamo anche qualche garetta tra di noi: sono cose molto importanti che secondo me formano un grande gruppo. Ma quando andremo in ritiro in Colombia e cominceremo a provare i primi treni, allora ci renderemo conto di come abbiamo lavorato».

Ballerini Omloop 2021
La più bella vittoria di Ballerini in Belgio è la Omloop Het Nieuwsblad del 2021
Ballerini Omloop 2021
La più bella vittoria di Ballerini in Belgio è la Omloop Het Nieuwsblad del 2021

Wolfpack alla kazaka

Quando si è lavorato a lungo per gli altri, il rischio è di non vedere altri orizzonti. Per questo nel sentirlo parlare così di Cavendish, ci assale la curiosità di capire se fra gli obiettivi di Ballero ci sia anche… Ballero! Perciò la domanda, subdola il giusto, arriva secca: potendo scegliere tra vincere una Roubaix e la famosa tappa del Tour per Cavendish, Ballerini che cosa sceglie?

«Personalmente la Roubaix – dice senza pensarci un istante – perché dalla prima volta che ho visto una ruota muoversi sulla strada, ho pensato a quella gara. E’ una gara del cavolo, più ci sto dentro e più mi rendendo conto che vincerla non è facile e non è solo una questione di condizione fisica. Ci ho puntato moltissimo negli ultimi quattro anni, ma la volta che ci sono andato più vicino è stato proprio il 2019 con l’Astana (foto di apertura, ndr). Deve girare tutto nel verso giusto e io ci metterò del mio perché vada bene. Cercherò di farmi trovare pronto.

«Ho scoperto dei nuovi ragazzi qui in Astana che possono darmi una mano. La cosa principale è il gruppo e ho notato che mentre nel 2019 c’erano tanti gruppetti diversi, ora stiamo cercando di amalgamarci tutti. Sta nascendo il Wolfpack alla kazaka. “Cav” è bravo a fare gruppo, soprattutto quando l’atmosfera diventa pesante. Se ci sono pressioni, magari lui è il primo che sclera, ma sappiamo che ogni sfogo finisce in quel momento. Poi ci sediamo tutti insieme e ne parliamo: solo così si riesce a migliorare, secondo me».

Al Tour del 2021, Ballerini ha lavorato nel treno, ma con Morkov ha anche scortato Cavendish nelle tappe più dure
Al Tour del 2021, Ballerini ha lavorato nel treno, ma ha anche scortato Cavendish nelle tappe più dure

Il Tour dei miracoli

Il ricordo di quel Tour prodigioso del 2021 farà fatica ad andarsene dagli occhi di chi l’ha condiviso accanto a Cavendish, basta ascoltare Ballero per capirlo.

«Non si dimentica – spiega – perché Mark ha avuto una squadra che credeva in lui e piano piano lo sosteneva e lo portava avanti nei momenti critici. Stavamo compatti. Quando si staccava, i velocisti facevano a gara per non stare con noi. Dicevano che saremmo andati fuori tempo massimo, invece siamo sempre arrivati al traguardo. Un paio di volte a pelo, però siamo sempre arrivati. Questo è possibile quando vedi i tuoi compagni di squadra che danno tutto per te. Secondo me ti dà quella cosa in più che ti fa scattare qualcosa nella testa, che ti dà la forza in più per vincere».

Il 5 dicembre, Ballerini è volato in Francia per testare i nuovi materiali sul pavé (foto Instagram)
Il 5 dicembre, Ballerini è volato in Francia per testare i nuovi materiali sul pavé (foto Instagram)

Sopralluogo a Roubaix

Nel frattempo, approfittando del fango e del cattivo tempo, Ballerini e pochi altri sono volati sulle strade della Roubaix per fare un po’ di prove sui materiali. L’arrivo delle ruote Vision lo ha richiesto, al pari del voler saggiare la bici dopo quattro anni sulle Specialized, che sulle pietre fanno egregiamente il proprio mestiere.

«Devo dire che andare è stata un’ottima cosa – dice – anche se il meteo era disastroso. Però la condizione migliore per provare materiali è il tempo brutto, quindi ci è andata bene. Era stato brutto i giorni prima, invece quel giorno non ha neanche piovuto. C’era un po’ di vento, ma abbiamo provato le ruote Vision per la Roubaix e le varie pressioni e vari pneumatici. Devo dire che il feeling c’è ancora, quando vado sul pavé cambia tutto. Diciamo che in gara non ti accorgi dei particolari, li noti di più in allenamento. Devi prenderci la mano, perché quando piove è come essere sulle uova.

«Nel 2019 pedalavamo con l’Argon 18, mentre questa volta abbiamo provato la Filante e rispetto a Specialized non le manca nulla. Devo dire che mi sono sorpreso, non pensavo fosse così valida. Cambiando le ruote, le componenti delle ruote, i copertoni e i tubeless, non è facile metterli insieme, però devo dire che è una grande bici. Ho gonfiato i tubeless a 5,5-5,6. Mi ci trovo bene, ma penso di essere un corridore vecchio stampo, perché preferisco ancora il tubolare. Però si cerca sempre di evolvere sempre di più. All’inizio ero scettico anche sui freni a disco, ma quando li ho provati ho detto: non torno più indietro».

Colombia, due di noi alla conquista dell’Alto de Letras

24.12.2023
5 min
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ALTO DE LETRAS (Colombia) – Un mostro. Da qualsiasi punto la si voglia guardare, la strada che in 81 chilometri da quota 460 metri di Mariquita nel dipartimento del Tolima in Colombia porta ai 3.677 metri della cima Alto de Letras, sulle alture colombiane verso la provincia di Caldas, è un mostro. 

Un mostro di fatica. «El ciclismo es sufrimiento-alimento», sussurra tra le labbra mentre pedala don Hector Gustavo Buitrago, papà di Santiago, ciclista pro’ del team Bahrain-Victorious. Ansima ma gode con l’anima salendo verso la vetta, perché la fatica è alimento per l’anima.

Bellezza da vivere

Un mostro di bellezza, perché il paesaggio che scorgi quaggiù sotto i precipizi lussureggianti di verde è di una meravigliosa e selvatica bellezza. Sensazioni ancestrali amplificate dai rumori dei contadini che falciano, battono la zappa sulla terra, richiamano con fischi le greggi al pascolo. Tutto è speciale, con la sensazione di essere immerso in un mondo antico: un piccolo mondo antico come quello dell’opera di Antonio Fogazzaro, fatto di cose essenziali, semplici, naturali e vere.

Come l’immagine dei 12 ragazzini in sella alla propria bici rimediata – mtb, da passeggio, da strada – ma soprattutto di notte alle 22,30 che ti vengono incontro appena esci dall’aeroporto di Bogotà, in periferia, per una scorribanda di maschi e femmine che magari altrove, pensiamo a casa nostra, sarebbe stata virtuale. Ognuno a casa propria, davanti al cellulare, in poltrona, senza sudore, senza vigore, senza calorie, senza vita.

“Regolare…“

Alto de Letras, un mostro da 3.337 kcal bruciate, in 4 ore e 50 minuti di scalata a 16,8 km/h con una pendenza media del 4 per cento. Ogni tanto, mentre sali, a interrompere il ritmo ci pensano delle piccole discese spezza gambe a totalizzare 1.200metri di dislivello negativo che non aiuta, ma al contrario spezza il ritmo. Tre ore e tre minuti è il record di scalata, il KOM di Didier Chaparro che nel 2018 è salito a 26 di media in gara. Quattro ore 4 minuti il tempo di Santiago Buitrago in allenamento che su Strava intitola la sua attività come “Regolare” (alla faccia…). In realtà era partito insieme all’autore dell’articolo, fianco a fianco, anzi a ruota per i primi 20 chilometri a 270 watt medi, prima di esplodere dentro l’abitato di Fresno il primo paesino incontrato a quota 1.500 metri.

Poi altri 20 chilometri di fatica con Maurizio Fondriest, altro campione mai domo a 58 anni fino ai 2.100 metri di Padua (insomma la nostra Padova, che in Italia non è esattamente in salita). Infine ultimi 40 chilometri da solo, passando per Delgaditas a quota 2.600 metri, ultimo paesino fatto di 12 case e tre botteghe che vendono bevande e caramelle in alta quota ai meno 20 dalla vetta.

Per corpo e anima

Un mostro infine di mancanza di ossigeno, una saturazione da ricovero ospedaliero (81 contro 99 di Spo2), mentre in realtà non sei in corsia, ma su una strada ben asfaltata. Infinita, mentre guardi all’insù e sei solo sui pedali che spingi ma non vai, come un motore con il filtro bloccato ove passa la benzina ma non brucia. Due borracce con dentro carboidrati, quasi un litro di Coca Cola, tre barrette, tre gel, un pacchetto di vermicelli gommosi allo zucchero: acqua santa per arrivare in cima ancora abbastanza cosciente da essere felice.

Ed in cima il ristoro con Acqua Panela (acqua calda addolcita da succo di canna da zucchero) e “pane” di mais chiamato “Arepa”. Tutto molto semplice, tutto molto nutriente, per il corpo e per l’anima. Come essenziale e umana è la scorta degli “Sherpa Gregari de Letras”, un’agenzia di guide in moto che il ciclista Juan Camilo Sierra si è inventato per dare un servizio di conforto con abbigliamento pesante, acqua e cibo ai ciclisti che decidono di affrontare la sfida, ma vogliono un minimo di assistenza e più che altro sicurezza di non morire dal freddo in cima. Sì perché a Mariquita in partenza alle dieci del mattino l’aria è umida e calda, fino ai 38 gradi al sole, per poi farsi sempre più sottile e fredda in vetta, coperta da nubi e con 12 gradi.

La promessa

Aria fredda così rigida che l’abbraccio forte e complice con Santiago (il “colpevole” della sfida per la scalata) e Maurizio Fondriest risulta essere caldo e accogliente. E c’è già una nuova sfida pronta che passerà per le strade del Tour de France stavolta: se succede qualcosa di importante si tornerà tutti e tre insieme a festeggiare sull’Alto de Letras. Perché il ciclismo è sfida e condivisione, ma soprattutto come sentenzia don Gustavo: «Es sufrimiento – alimento».

Ad Anversa Van der Poel apre la sabbia e Van Aert ci sprofonda

23.12.2023
5 min
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Una settimana dopo, il responso non cambia: Mathieu Van Der Poel ha una superiorità tale su tutti gli avversari nel ciclocross che toglie anche la suspence. E allora bisogna affidarsi ai colpi del destino, come avvenuto ad Anversa, nella prova di Coppa del mondo, la sua prima quest’anno.

Pronti, via e l’olandese perde il colpo di pedale. Resta in piedi, ma gli altri passano via veloci e lui si ritrova intruppato nel gruppo. Perde tempo anche Pidcock per una caduta, così con Van Aert poco avanti i tre tenori si ritrovano quasi alla pari, nel mezzo del gruppo degli specialisti. Esito diverso dal solito? Non sarà così…

La clamorosa spaccata dell’iridato per scendere di bici sulla sabbia, testimonianza della sua agilità
La clamorosa spaccata dell’iridato per scendere di bici sulla sabbia, testimonianza della sua agilità

Un trionfo nonostante tutto

A seguire la gara anche questa volta, come una settimana prima per l’assolo dell’iridato a Herentals, Luca Bramati, che rispetto a sette giorni fa ha colto altri aspetti sulla superiorità del campione dell’Alpecin Deceuninck.

«Non ho dubitato minimamente che VDP avrebbe vinto – dice – anche dopo la partenza difficoltosa. Anzi, guardandolo in faccia ho colto come una leggera soddisfazione, come a dire “almeno oggi mi diverto un po’ di più”. Sono sicuro che non ha mai temuto per la vittoria».

Nella sua dissertazione, Bramati si affida ai numeri: «Nel primo giro Van Der Poel ha perso 25” e sapeva che gli sarebbe bastato anche mezzo giro per riprenderli, così è andato avanti con calma. D’altronde aveva sempre davanti la testa della corsa: la vedeva, era nel suo mirino. Così ha sfruttato i punti a lui più favorevoli e quello di Anversa è un percorso che gli attaglia come un vestito su misura».

Per Van Der Poel è la terza vittoria stagionale su tre uscite, in totale ne ha programmate 14
Per Van Der Poel è la terza vittoria stagionale su tre uscite, in totale ne ha programmate 14

La differenza sul bagnasciuga

Effettivamente Van Der Poel guadagnava tantissimo su tutti gli altri nei tratti su sabbia, dimostrando di essere capace di interpretarli come nessun altro.

«Questo perché abbina alla potenza stratosferica – spiega – anche una grande agilità. Si era visto anche la settimana prima che riesce a utilizzare rapporti improponibili per gli altri, ma ha già migliorato anche la tecnica. Sulla scalinata saliva come un gatto: a Van Aert ha ripreso tantissimo proprio in quei tratti e sulla sabbia ha fatto la differenza».

Quella di Anversa, dove Van Der Poel ha colto la sua settima vittoria nell’albo d’oro, la 152ª nella sua carriera nel ciclocross, era la prima sfida delle quattro che vedranno impegnati tutti e tre i “tenori” della disciplina. Si pensava che rispetto anche a 24 ore prima (quando a Mol nella tappa dell’Exact Cross c’era stato il primo testa a testa con Van Aert, finito a oltre un minuto) ci fosse più competizione e la corsa si era messa per favorirla, ma l’olandese ha fatto capire che non ce n’è per nessuno.

Il fotogramma di Eurosport dove si vede la caduta di Pidcock nel 1° giro, che poteva avere conseguenze gravi
Il fotogramma di Eurosport dove si vede la caduta di Pidcock nel 1° giro, che poteva avere conseguenze gravi

Van Aert ancora in ritardo

«A me ha deluso un po’ Van Aert – afferma Bramati – e il secondo posto non m’inganna. L’ho visto macchinoso a piedi e pesante nella condotta della bici. Per carità, nulla di preoccupante, anzi credo che sia diretta conseguenza dei carichi di lavoro che sta svolgendo per la stagione su strada. So che questa settimana è andato anche a visionare dei tratti di pavé in vista della Roubaix. Si capisce che affronta queste gare con uno spirito diverso dal solito».

Van Aert comunque con molto mestiere ha saputo mettere la museruola agli avversari. Anche a un encomiabile Eli Iserbyt rimastogli attaccato fino al giro finale e alla fine contento del terzo posto che rafforza il suo primato in Coppa. Non altrettanto si può dire di Pidcock, la cui prova di Anversa passa alla storia per la brutta caduta iniziale, dove ha davvero rischiato di sbattere la fronte contro la transenna, facendo scorrere un brivido sulla schiena di tutti gli appassionati. Un risicato ingresso fra i primi 10: dopo la vittoria di domenica scorsa a Namur nella tappa precedente c’era davvero da attendersi di più dal britannico.

Per Van Aert un secondo posto come il giorno prima a Mol, mostrando ancora una forma approssimativa
Per Van Aert un secondo posto come il giorno prima a Mol, mostrando ancora una forma approssimativa

Un paragone con il passato

Difficile a questo punto pensare che Van Der Poel possa trovare concorrenza, tanto che già si ipotizza una stagione senza sconfitte per lui, unico dei tre che andrà avanti fino al mondiale.

«Io una superiorità simile non l’ho mai vista – sentenzia Bramati – se non forse ai tempi di Roland Liboton. Ricordo che quando correva alla Guerciotti aveva delle gambe mostruose, è forse il paragone più vicino a quello che VDP sta mostrando in giro per i prati europei».

La prossima sfida fra i tre sarà subito dopo Natale, il giorno di Santo Stefano a Gavere, su un percorso molto diverso, con tanta salita e meno passaggi tecnici. C’è chi pensa che questo possa cambiare un po’ le carte in tavola, ma Bramati non è di questo avviso.

«C’è una differenza di potenza enorme – dice – almeno un minuto fra lui e tutti gli altri. Non credo comunque che Van Aert sia preoccupato per questo, è chiaro che il belga è più indietro di preparazione proprio pensando alla stagione su strada».

Viezzi in azione ad Anversa: il friulano ha chiuso 2° mantenendo la maglia di leader di Coppa del Mondo (foto Fci)
Viezzi in azione ad Anversa: il friulano ha chiuso 2° mantenendo la maglia di leader di Coppa del Mondo (foto Fci)

Un altro tassello per Viezzi

A margine della corsa elite, la prova di Anversa ha regalato ancora soddisfazioni anche all’Italia per merito di Stefano Viezzi, secondo nella prova juniores alle spalle del francese Aubin Sparfel che però in classifica si avvicina alla sua leadership e la sfida fra i due diventa di volta in volta più appassionante. Quell’incertezza che a livello assoluto non esiste più, stante la superiorità di Van Der Poel e della sua connazionale iridata Fem Van Empel, all’undicesima vittoria in 11 gare.

Ceratizit, il WorldTour come coronamento di un percorso

23.12.2023
4 min
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La Ceratizit-WNT è sempre stata considerata una formazione continental “sui generis”. Ce lo hanno ripetuto a più riprese tutte le italiane che corrono o hanno corso con i loro colori. Finalmente, verrebbe da dire, dieci giorni fa il team tedesco ha fatto quell’upgrade che voleva, ricevendo dall’UCI la licenza WorldTour.

A fine 2023 la Ceratizit ha chiuso al decimo posto nel ranking internazionale, prima dei team continental, dopo i podi di categoria nei due anni precedenti e completando una incredibile escalation che solo nel 2018 la vedeva al 34° posto assoluto. Dalle parole di Arianna Fidanza abbiamo voluto capire cosa cambia con l’acquisizione di questo status.

Nel 2023 la Ceratizit ha fatto un calendario quasi da WT, chiudendo al decimo posto del ranking internazionale, prima dei team continental
Nel 2023 la Ceratizit ha fatto un calendario quasi da WT, chiudendo al 10° posto del ranking internazionale

I ringraziamenti di Baldinger

«Vorrei ringraziare tutta la squadra e lo staff – ha dichiarato a caldo Dirk Baldinger, capo dei diesse della Ceratizit-WNT – per il loro duro lavoro, così come ringrazio tutti gli sponsor che hanno creduto nel nostro progetto negli ultimi dieci anni. Eravamo tutti motivati per raggiungere questo obiettivo e siamo felici di averlo centrato grazie ad undici vittorie con sei atlete diverse».

La notizia in ritiro

Dall’8 al 20 dicembre il neo-team WorldTour ha svolto il ritiro a Calpe. Non solo allenamenti e prove di materiali, ma anche attenzione sugli aspetti societari. Arianna Fidanza sa che la sua è una squadra-azienda, per effetto dello sponsor principale.

«Quando è stata fatta la richiesta – racconta la bergamasca che compirà 29 anni il prossimo 6 gennaio – eravamo abbastanza sicuri di passare nel WorldTour, però finché non arriva la conferma mai dire mai. Poi il 12 dicembre quando siamo rientrati dall’allenamento, i nostri dirigenti ci hanno comunicato che avevamo ottenuto la licenza. Nonostante ce lo aspettassimo, ci sono stati davvero tanta soddisfazione, orgoglio e gioia. E’ stato più che comprensibile, per la società è stato il coronamento di un percorso iniziato anni fa. Alla sera siamo andati tutti assieme in un locale a fare un piccolo festeggiamento perché comunque il giorno dopo ci aspettava un’altra seduta di allenamenti».

Inizio escalation. L’allora WNT Rotor (con Magnaldi e Vieceli) vince la classifica a squadre del Giro Donne 2019 (foto facebook)
Inizio escalation. L’allora WNT Rotor (con Magnaldi e Vieceli) vince la classifica a squadre del Giro Donne 2019 (foto facebook)

Pochi cambiamenti

Il suo contributo Arianna Fidanza l’ha dato eccome alla sua Ceratizit. A fine gennaio al debutto ad Almeria le aveva regalato la prima delle undici vittorie stagionali, aiutando poi le compagne in più occasioni, compresa la sorella Martina nel successo di Mouscron. Ma l’anno prossimo cosa potrebbe esserci di nuovo?

«Fondamentalmente per noi cambia poco – prosegue – perché già quest’anno abbiamo fatto praticamente un calendario WorldTour. La Ceratizit nel 2022 aveva chiuso al terzo posto del ranking continental, ma la Plantura-Pura era diventata WorldTour (poi con la denominazione Fenix-Deceuninck, ndr) e la Valcar si era trasformata nel devo team della UAE Team ADQ. Quindi in virtù dei punti ottenuti e a queste nuove licenze, la squadra ha potuto usufruire degli inviti praticamente obbligatori nelle corse più importanti, come classiche e giri a tappe.

Arianna Fidanza apre il 2023 vincendo ad Almeria. Era il primo degli undici successi conquistati dalla Ceratizit
Arianna Fidanza apre il 2023 vincendo ad Almeria. Era il primo degli undici successi conquistati dalla Ceratizit

«A livello organizzativo – spiega Arianna, che torna nel WT dopo il biennio nella Jayco – la nostra squadra era già estremamente preparata. Lo status sulla maglia indicava “continental”, ma eravamo un team WorldTour in tutto e per tutto. Non ci è mai mancato nulla. Quella sarà l’unica vera differenza,. Per il resto abbiamo sempre affrontato le corse con una mentalità da squadra di categoria superiore, pur consapevoli dei nostri mezzi e della concorrenza. Il 2024 è veramente dietro l’angolo. Non andremo in Australia per il DownUnder e faremo un nuovo ritiro a Calpe a gennaio per iniziare la stagione in Europa. Tra i vari obiettivi credo proprio che ci sarà quella di continuare a crescere e consolidarsi nelle prime dieci posizioni del ranking».

Lidl-Trek, il futuro è già iniziato. Parla Guercilena

23.12.2023
4 min
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Luca Guercilena e la Lidl-Trek sono nel pieno di una grande accelerazione. Le risorse pompate da Lidl hanno permesso al team un’importante campagna acquisti: l’ultimo colpo di mercato è la firma del giovane Philipsen, che raggiungerà il team a partire dal 2025. Il senso di abbondanza si ha soprattutto nell’osservare la distribuzione degli uomini nei vari appuntamenti. Ciccone al Giro per fare classifica, ad esempio, dovrà convivere col treno di Milan e con le ambizioni di Bagioli: un bel vedere pensando al ciclismo italiano, una situazione da gestire per i diesse.

Ma l’occhio del “capo” ci serve per spaziare su temi più ampi, che riguardano da un lato la sua squadra, dall’altro gli equilibri del ciclismo mondiale, che a giudicare dalle ultime e contorte vicende contrattuali, non se la sta passando proprio bene.

Ciccone sarà l’uomo di classifica della Lidl-Trek al Giro d’Italia: chi lavorerà per lui?
Ciccone sarà l’uomo di classifica della Lidl-Trek al Giro d’Italia: chi lavorerà per lui?
La Lidl-Trek ha ingaggiato un bel numero corridori di grande qualità, alcuni già pronti, altri con grandi prospettive: quali sono stati i criteri di scelta? 

L’esigenza di implementare la competitività nel WorldTour ci ha fatto valutare atleti che avessero già fatto risultati di qualità a quel livello. Come sempre però teniamo un occhio sul futuro, quindi cercando di ingaggiare giovani forti o con un talento sopra la norma. Starà a loro, col nostro supporto, trasformare il talento in performance di alto livello.

L’arrivo di Philipsen dal 2025 fa pensare a un progetto a lunga scadenza. Si è valutato di inserirlo nel devo team? In futuro questa potrebbe essere una via da seguire?

L’idea è di inserirlo step by step. Abbiamo l’intenzione di vederlo all’opera magari già nel 2024 nel nostro devo team, probabilmente dandogli la possibilità di correre alcune gare di livello superiore. Poi penseremo al passo definitivo. Albert è un grande potenziale, ma ancora molto giovane. Vogliamo dargli il giusto tempo di crescere e raccogliere i risultati a momento debito, considerato anche l’impegno in più discipline.

Quali sono state secondo te gli argomenti che hanno convinto Philipsen e in che modo seguirete il suo sviluppo durante la stagione?

Penso che il nostro modo di operare e il lavoro svolto dallo scout e manager del devo team, Markel Irizar, sia stato fondamentale.  Creare un rapporto prima di proporre un contratto credo sia la chiave giusta.  Aggiungerei che la serietà e l’affidabilità del nostro team sul fare crescere i giovani, senza affrettare i tempi, sia un altro parametro fondamentale. Non ultimo il nuovo progetto Lidl-Trek ha dato entusiasmo all’ambiente e gli atleti lo percepiscono.

Da quando ha smesso nel 2019, Irizar è diventato un talent scout. Ora è responsabile del devo team Lidl
Da quando ha smesso nel 2019, Irizar è diventato un talent scout. Ora è responsabile del devo team Lidl
La Tudor ha ingaggiato Tosatto, la Jayco ha preso Piva, com’è la situazione dei direttori sportivi nella Lidl-Trek? 

Abbiamo il nostro nucleo storico con Andersen, Baffi e De Jongh. A loro abbiamo aggiunto Sebastian Andersen, già tecnico in Riwal, che ha grande esperienza con i giovani e si occuperà del “devo” insieme a Markel Irizar. Inoltre ho fortemente voluto Schar con cui ho condiviso gli anni da CT della Svizzera, perché credo abbia le capacità per essere un grande diesse. Esattamente come facemmo con Irizar, Popovych e Rast nel recente passato. Ci sarà un graduale passaggio di consegne. Nel ciclismo moderno, con atleti sempre più giovani, bisogna avere mille attenzioni in più e il gap generazionale può essere un elemento su cui lavorare.

Per tanti team il Tour è l’obiettivo principale, la Vuelta è l’esame di riparazione. Può avere senso costruire un team per il Giro e per un leader giovane, oppure la Francia attira di più?

La realtà ad oggi è così, anche se da italiano ho sempre cercato di bilanciare il team su Giro e Tour, quasi allo stesso modo. Molto dipende dal tipo di leader che si ha. Se avesse più chance al Giro, meglio concentrarsi lì e vincere, che focalizzarsi solo sul TDF sapendo di non essere competitivi.

L’UCI valuta un rimpasto del calendario, con spostamenti di classiche: cosa pensi dell’attuale calendario? 

Ogni cambio va valutato con attenzione. Se il concetto è cambiare data per creare eventi più appetibili o aiutare i team dal punto di vista logistico a fare dei blocchi di gare vicine tra loro (avendo un occhio per un tema di grande attualità come la sostenibilità dei trasporti), sono sicuramente favorevole. 

Le Madone rosse tirate a lucido: vedremo già durante l’anno la nuova versione (piuttosto) rivoluzionaria?
Le Madone rosse tirate a lucido: vedremo già durante l’anno la nuova versione (piuttosto) rivoluzionaria?
Saresti favorevole all’introduzione di un salary cap, di un tetto stipendi che non faccia pendere tuttto dalla parte dei più ricchi? 

Sarei più per una “luxury tax” (nel basket NBA è una multa che si paga in caso di sforamento del tetto stipendi, ndr), nonché ad un serrato controllo dei contratti degli atleti. Nessuno può fare contratti più lunghi della sponsorizzazione del team (fino a che il 95% del budget è costituito dagli sponsor). Ovviamente tutto questo andrebbe inserito in un contesto dove il ciclismo professionistico si allinei agli altri sport considerati tali (ATP, NBA,NFL, F1) avendo come premessa di prendere le “parti” buone di quel business.

A Benidorm incontrato un Fiorelli “tutto nuovo”

23.12.2023
5 min
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BENIDORM (Spagna) – Filippo Fiorelli era sul lettino dei massaggi. Ai suoi muscoli pensava Gianluca Mirenda. Spesso sono questi i momenti migliori per parlare e scavare nei pensieri. Va detto che Filippo come altre volte si apre. Non si nasconde. Si mette in discussione.

Ed è quello che sta facendo questo inverno, più di altre volte. Per il siciliano della Green Project-Bardiani-CSF-Faizanè (dal 1° gennaio VF Group-Bardiani-Faizanè) è un inverno ricco di novità. Una preparazione iniziata con piglio al top. Un nuovo coach. Un’alimentazione diversa. Il suo grande motore deve raccogliere quello che gli compete.

Filippo Fiorelli (classe 1994) in allenamento sulle strade spagnole (foto Gabriele Reverberi)
Filippo Fiorelli (classe 1994) in allenamento sulle strade spagnole (foto Gabriele Reverberi)
Filippo, ormai sei il veterano di questa squadra…

Diciamo che sono tra i più vecchi, dopo Tonelli e Gabburo. Non mi sento proprio vecchio, però l’età avanza anno dopo anno.

Che stagione ci possiamo aspettare quest’anno da te?

Da parte mia c’è sempre quell’entusiasmo, come quando sono passato professionista. Cerco di dare il massimo per me e per la squadra. Parto ben concentrato, poi è chiaro che i problemi e le sfortune varie non puoi pianificarle. Però ci si mette il massimo.

Hai cambiato preparatore: è uno stimolo ulteriore? Questo cambio ti può dare di più non solo a livello tecnico, ma anche a livello mentale?

Ho cambiato preparatore, anche perché la squadra ha questa equipe molto valida e me l’hanno consigliato loro stessi. Non ho avuto problemi a cambiare. Ho avuto Paolo Alberati sin da quando son passato professionista e non mi sono trovato per niente male con lui. Mi ha fatto crescere. Vedremo quest’anno come andrà, fino ad ora procede tutto bene.

Ci sono differenze nella preparazione?

Un po’ sì. Vedo che rispetto all’anno scorso di questi tempi sono un po’ più avanti.

Ma fai più lavori, più chilometri… specifichiamo questa differenza.

Parlo di test, di valori registrati. Parto da un gradino in più rispetto all’anno scorso. In ritiro con il team ho incrementato il lavoro iniziato da qualche settimana.

Fiorelli con Gabburo, ormai sono i veterani del team
Fiorelli con Gabburo, ormai sono i veterani del team
Ti vediamo magro, tonico. Tu stesso ne hai parlato apertamente con noi diverse volte delle tue difficoltà nel perdere peso… Anche questo conta, no?

Sì, va meglio. Anche Roberto (Reverberi, ndr) me lo ha detto che sono messo bene. E’ la prima volta che i medici, facendomi la Bia e la plico, mi hanno detto che non devo perdere chili e neanche grammi. E questo facilita non poco la preparazione in generale.

Perché?

Perché un conto è cominciare anche per dimagrire e quindi dover andare in deficit. E un conto è pedalare solo per fare i lavori o le tue uscite. Adesso in bici mangio quello che devo mangiare. Questo fa sì che la gamba sia piena e che i lavori riescano bene. Un’altra cosa che mi piace è che non sto lì a fare caso sempre a cosa devo mangiare e a cosa no.

Questo è un ottimo step mentale…

Assolutamente sì. Può sembrare una cosa banale, ma non lo è. Sono già diversi mesi che collaboro con una nuova nutrizionista, Erica Lombardi. Abbiamo trovato un accordo dopo il Giro d’Italia. Ma è come la preparazione. Un conto è cambiare durante la stagione e un conto è farlo all’inizio. Per questo abbiamo lavorato passo dopo passo. A questo peso gli abbiamo dato una bella limata! E i risultati si vedono.

Insomma non devi più rincorrere una condizione. Come hai detto: un conto è lavorare per la forma e un conto è per perdere peso…

Ed è la differenza rispetto agli anni precedenti. Pensavamo che contasse solo essere magri. Per carità, è vero: il peso conta, però se io devo allenarmi per perdere peso è come il cane che si morde la coda. Se vincesse solo il corridore che è più magro, allora tanto vale che stare a casa a fare la dieta e basta. Non posso sbagliare allenamenti perché devo essere magro. Adesso invece quando mi alleno penso solo all’allenamento e non a dimagrire. E se mi devo allenare bene, devo mangiare. In passato mi sono capitate delle giornate in cui prendevo delle “scimmie atomiche”, perché giustamente dovevo andare in deficit per prendere quei chili di troppo. Però chiaramente non riuscivo a lavorare bene. E neanche li assimilavo certi lavori, mancava la forza e tutto il resto.

Sin dai tempi in cui era un dilettante, Fiorelli è stato sempre molto potente, sia in volata che sugli strappi brevi (photors.it)
Sin dai tempi in cui era un dilettante, Fiorelli è stato sempre molto potente, sia in volata che sugli strappi brevi (photors.it)
Cambiamo argomento. Cambiando coach, hai cambiato anche metodologia?

Mi segue il dottor Andrea Giorgi, interno al team. Sin qui ho notato più resistenza. E su questo aspetto stiamo lavorando. La salita secca, certo non lunga, non mi manca e non mi mancava neanche prima. Lo sforzo di 10′, che poi è quello che serve a me, andava bene. Ma avere più resistenza, mi consente di avere più brillantezza in quelle fasi dopo tanti chilometri. La prima cosa è non arrivare finito sotto la salita. Poi per la parte più specifica, per quei 10-20 in più watt ci lavoreremo più in là.

Hai cerchiato in rosso una gara in particolare? O comunque un periodo di picco?

Se dovessi dire una corsa, direi una tappa al Giro d’Italia: per me, per la squadra e per tutti. Ho un bel periodo di avvicinamento al Giro e si punta su quello. Ma di solito in quella fase ho sempre raccolto buoni risultati, come per esempio al Giro di Sicilia. Quindi se non fosse una tappa del Giro, una al Sicilia andrebbe benissimo lo stesso. Poi è ovvio che una tappa al Giro… è una tappa al Giro.

Prima del Giro pensi di fare un picco, ipotizzandolo ad inizio stagione, o optate per una crescita graduale fino alla corsa rosa?

Per come stiamo andando, sicuramente non partirò piano… sperando di non avere problemi o sfortune varie. Parto per dire la mia. Specialmente ad inizio stagione, non farò corse che non sono adatte alle mie caratteristiche, partirò con il coltello fra i denti.