Gregario vero, ragazzo gentile: “Cece” Benedetti saluta

20.08.2024
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Quando parli con Cesare Benedetti non puoi non fare a meno di notare il suo sguardo dolce e la sua espressione gentile, quasi timida. Trentino di nascita, polacco d’adozione, l’altro ieri a Cracovia “Cece” ha chiuso la sua onorata carriera. 

Un gregario di quelli veri, un professionista esemplare. Silenzioso, ma generoso. Quindici stagioni da professionista. Una la squadra e una la vittoria. Eppure Cesare è sempre stato inserito in gare e formazioni di alto livello. E questo succede quando si è corridori, quando si ha sostanza.

Qualche giorno di riposo e presto Benedetti sarà un direttore sportivo… manco a dirlo della sua Red Bull-Bora.

Massima professionalità fino alla fine. Ultima tappa del Polonia, ultimi chilometri in carriera e Benedetti è in seconda ruota a tirare (foto Sprint Cycling)
Massima professionalità fino alla fine. Ultima tappa del Polonia, ultimi chilometri in carriera e Benedetti è in seconda ruota a tirare (foto Sprint Cycling)
Insomma, Cece: è andata…

È finita! Prima o poi doveva succedere e sono contento che sia finita così: con un piano esatto di quel che stavo facendo e soprattutto del futuro. Prima del Tour de Pologne ho avuto una lunga e bella telefonata con Gaspa (Enrico Gasparotto, ndr) che mi ha evidenziato due fortune: scegliere l’ultima corsa della carriera ed avere già un piano per il prosieguo. Posso davvero ritenermi fortunato da questo punto di vista, perché dopo tanti anni di una certa vita smettere e non avere un progetto non deve essere facile.

Raccontaci le emozioni dell’ultima corsa. Dal bus, al traguardo…

C’e stato un momento in cui cercavo d’immaginarmi come potesse essere questo finale. L’ultima tappa alla fine è stata abbastanza veloce e si è anche lavorato un po’. Poi quando ho visto il cartello dei 10 chilometri all’arrivo ho pensato che sarebbero stati gli ultimi. E ancora di più quando ho visto quello dei meno cinque. Ma è stato così un po’ per tutto il finale del Polonia: l’ultima cena con i compagni, l’ultimo massaggio, l’ultima riunione… L’unica cosa bella è che per fortuna non dovrò più mangiare gel e barrette, che ormai mi vengono fuori occhi! Scherzi a parte, è stata un’emozione forte. Ho avuto vicino la mia famiglia, mio fratello, i miei genitori, il tifo. Insomma, non mi sono commosso ma… sono stato felice.

I ringraziamenti in italiano (sul cartellone) e in polacco (sulla strada): il giusto omaggio per Cece
I ringraziamenti in italiano (sul cartellone) e in polacco (sulla strada): il giusto omaggio per Cece
In gruppo come è andata?

Un po’ tutta la settimana, e nell’ultima tappa in particolare, chi mi incontrava mi dava una pacca sulla spalla, mi faceva i complimenti. Questa cosa mi ha ricordato quando ho vinto la tappa al Giro. Il giorno dopo in tanti erano contenti della mia vittoria e vennero a complimentarsi.

Come nasce questa decisione?

Qualche pensiero me lo ero messo in testa già l’anno scorso. Mi ero dato il limite dei 38 anni. Magari avrei fatto un’altra stagione ma vista l’offerta del team ho scelto di dire basta un po’ prima. Anche perché bisogna rendersi conto, e l’ho fatto, che il livello del WorldTour ormai è altissimo e anche per le ambizioni della squadra e per il mio livello fisico, e a 37 anni il recupero si fa sempre più lento, era giusto così. Non ho nessun rimpianto. Certo, un po’ di tristezza c’è.

Immaginiamo sia normale…

Di fatto termina una storia di 25 anni, da quando ho iniziato a gareggiare. Per ora tutto mi sembra normale. A fine corsa abbiamo preso una birra con la squadra e tutto lo staff, come spesso facciamo dopo le gare. Magari tra qualche giorno inizierò a sentire qualcosa, a cogliere qualche differenza.

Dopo aver fatto lo stagista alla Liquigas, nel 2010 Benedetti approda alla neonata NetApp, gruppo che si è evoluto fino a diventare Red Bull-Bora
Dopo aver fatto lo stagista alla Liquigas, nel 2010 Benedetti approda alla neonata NetApp, gruppo che si è evoluto fino a diventare Red Bull-Bora
E il prossimo anno sarai un direttore sportivo…

Esatto. La Red Bull-Bora farà il team under 23 e io sarò il diesse. Da qui, è nata la proposta del team di finire ad agosto così da poter affiancare i vari direttori nelle ultime corse dell’anno per fare tirocinio. Ora resto un po’ in Polonia, poi verrò in Italia per il Toscana, il Pantani, il Matteotti… Insomma comincio in casa, per di più in Toscana. Quelle strade le conosco bene in quanto feci lo juniores nel GS Aquila, a Ponte a Ema, Firenze. La squadra di Gino Bartali.

Sei sempre stato in questo gruppo, da quando si chiamava NettApp sino al oggi. Tu e il manager Ralph Denk…

Io e lui siamo i reduci di quel gruppo del 2010 e infatti è stato proprio Ralph a farmi la proposta di smettere e fare il diesse. Me lo ha detto prima della Strade Bianche. Con l’entrata di Red Bull ci sono grossi cambiamenti nel team. Non solo economici ma anche tecnici. Penso ai test, agli studi sull’aerodinamica, alla squadra under 23…

Cosa lascia il ciclismo a Cesare Benedetti?

Tante avventure di vita e di sport. I grandi Giri e le corse in Europa: quello è stato il ciclismo, le esperienze sportive. Le trasferte in Cina, Argentina e nel resto del mondo, sono state esperienze di vita. In certe occasioni vedi anche la povertà e quando torni poi non ti lamenti più di tante piccole cose. Del Qinghai Lake (nel centro della Cina, ai confini col Tibet, ndr) potrei scrivere un libro. Un mondo talmente diverso… Ricordo che avevamo una massaggiatrice tedesca abbastanza robusta e un meccanico con la barba lunga alto due metri. La gente del posto veniva a vedere i biondi di altri mondi e non tanto la corsa. Vedevi in loro questa curiosità, questo stupore dello straniero. Oppure mi vengono in mente i bambini correre attorno al nostro bus in Argentina, erano i più felici del mondo. Senza contare che in bici vedi dei posti che un normale turista non vedrebbe mai.

La volta scorsa ci hai detto che il capitano che più ti ha colpito è stato Sagan…

Sicuramente Peter Sagan per il talento che aveva, un talento naturale. Certo, dietro c’era anche del lavoro, ma quando stava bene certi suoi numeri pazzeschi sembravano facili. Mi viene in mente il 2017: quell’anno tra la caduta al Fiandre e l’esclusione al Tour non raccolse molto, ma era fortissimo fisicamente. E poi ho i tanti ricordi dell’inizio di carriera quando arrivato in gruppo mi ritrovavo vicino ai corridori che vedevo in tv da bambino. Sono riuscito anche a fare cinque giorni di corsa con Lance Armstrong! Mi vengono in mente Petacchi, McEwen… Gilbert e Valverde sono stati gli ultimi due che mi facevano ancora emozionare in gruppo. I campioni di oggi sono fortissimi, ma non avendoli vissuti da bambino, dal basso verso alto, non mi danno quelle emozioni.

Il tuo momento? La tappa al Giro immaginiamo…

In realtà a livello emozionale l’anno scorso essere riuscito a passare in testa, in fuga, al mio paese, Ronzo-Chienis è stato qualcosa d’incredibile. Avevo la pelle d’oca. Avrei potuto chiuderla lì! Eravamo alla terza settimana, del Giro. Nella seconda ero stato male, ma avevo tenuto duro per arrivare lì. Per di più avevo anche lottato per entrare in fuga e Ronzo-Chienis è in salita. Insomma ero così emozionato anche perché avevo voluto, e centrato, l’obiettivo. Ma un’emozione forte è stata anche la vittoria del Giro d’Italia di Jai Hindley: per un gregario un successo così è la ciliegina sulla torta.

Sei incredibile, Cece! Cos’è un gregario? E soprattutto ci sono ancora quelli come te?

Qualcuno c’è ancora. Mi viene in mente Patrick Gamper. Lui per esempio mi ha dato una delle soddisfazioni più grosse. Dopo che Jai vinse il Giro e gli feci i complimenti per il suo lavoro, lui mi disse: “Cece ho imparato tanto da te”. Cos’è un gregario: chiaramente da giovane anche io puntavo al risultato. Ma già all’epoca quando tra gli under 23 ero compagno di Daniel Oss e correvo in suo supporto, mi sentivo più forte, rispetto a quando dovevo correre per me. Forse era anche un fattore psicologico, avevo meno pressione. Ma poi ho sempre ammirato questo ruolo. Mi ricordo i treni di Cipollini: quei vagoni, quegli atleti sono sempre stati una fonte d’ispirazione per me.

Tour de Pologne finito: per Cece scatta la festa e l’abbraccio dei compagni
Tour de Pologne finito: per Cece scatta la festa e l’abbraccio dei compagni
Una vita nel ciclismo, 15 stagioni da pro’: quanto è cambiato questo sport?

Tanto. Oggi ci sono mezzi a disposizione per allenarsi, dal misuratore di potenza agli aspetti dell’alimentazione, che mettono a disposizione tantissime informazioni. Informazioni aperte a tutti. Questo fa sì che si brucino i tempi, che poi è quel che succede nel mondo reale, nella società. Oggi gli allievi hanno il procuratore, il preparatore. Una volta il direttore sportivo faceva tutto. Se guardo indietro un errore che non rifarei, per esempio, è stare i primi anni da pro’ senza preparatore.

Cioè?

Dal 2010 al 2012, nella mia testa dicevo: “Ora sono un professionista, quindi so allenarmi da solo”. Magari neanche sbagliavo tutto, ma andavo avanti con il cardio e non con il potenziometro… che avevo. Oggi è impossibile. Il ciclismo è uno sport più specifico, aperto a più nazioni e il livello si alza. C’è una selezione pazzesca. Per ora ho avuto solo qualche contatto col mondo manageriale, ma ho già visto che c’è un’analisi dei dati impressionante. Ai miei tempi si guardavano i risultati e la costanza del ragazzo. Oggi si fanno test su test, analisi, numeri… Probabilmente io oggi neanche sarei passato pro’ se mi avessero fatto un test. Non ho i numeri… rispetto a quel che riesco a mettere in corsa. Alla fine ho fatto qualche podio da pro’. Ma ad un certo punto devi essere realista e capire cosa fare. Vuoi fare “esimo” o trovare la tua dimensione e fare il corridore per più anni?

Simone Velasco ha salutato Cesare “Cece” Benedetti sui social dicendogli che è stato un esempio di professionalità per molti giovani. Possiamo solo aggiungere che i ragazzi del nascituro devo team Red Bull-Bora con ogni probabilità avranno un grande maestro. 

Colbrelli, il sogno di Parigi e l’azzurro che purtroppo non brilla

19.08.2024
6 min
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Amadio l’ha appena accennato, Bennati l’ha detto chiaramente, ma forse non tutti l’hanno sentito o voluto capire. Dietro il malcontento per le prestazioni di Bettiol e Mozzato a Parigi c’è una semplice constatazione: abbiamo corso in tre perché il nostro ranking non è all’altezza delle Nazioni più forti. I punti si fanno nei Grandi Giri e anche nelle classiche monumento e noi, persi Nibali e Aru, non abbiamo più trovato sostituti all’altezza. Ci sarebbe stato anche Colbrelli, che però si è fermato per i noti problemi di salute. Sin da Tokyo, Sonny aveva fatto un bel cerchio rosso sul giorno di Parigi. Per cui oggi è con lui che facciamo il punto della situazione azzurra (in apertura è proprio con Bennati, in una foto Limago | Creative Agency).

«Io non ho mai fatto le Olimpiadi – dice il bresciano da casa – ma posso dirvi che con Cassani avevamo parlato proprio di Parigi. Non mi aveva portato a Tokyo nel 2021, nonostante andassi fortissimo in salita. Però ricordo che ne parlammo, vi dico la verità. Fui io a dirgli che avrei preferito non andare, perché il percorso mi sembrava troppo duro. Lasciate stare che Van Aert fece terzo, ma lui quell’anno volava. Io magari sarei stato con Bettiol, che poi ebbe i crampi. Magari venivano anche a me o saremmo arrivati in quel gruppetto e sarei arrivato fra l’ottavo e il decimo posto. Per questo dissi a Cassani che sarei rimasto a casa e sposammo l’idea di andare a Parigi. Che ne sapevo di quello che mi sarebbe successo? Andai anche a fare le visite al Coni perché ero nelle liste olimpiche. Ci tenevo molto, le Olimpiadi mancano alla mia carriera, perché per uno sportivo sono indimenticabili. Ma nel 2021 ci concentrammo sul mondiale…».

Il 2021 è l’anno in cui Colbrelli batte Van der Poel alla Roubaix ed Evenepoel agli europei
Il 2021 è l’anno in cui Colbrelli batte Van der Poel alla Roubaix ed Evenepoel agli europei
A Parigi siamo andati in tre, perché il nostro ranking non era all’altezza.

Purtroppo è così. Le Olimpiadi sono già difficili a pieno organico, che sono 4 corridori. Ma se corri in 3 e uno è Viviani che si è trovato lì per la pista, su un percorso che non era per lui, allora si fa dura. Che poi Elia ha fatto la sua parte. Ma se siamo andati in tre non è solo per quest’anno, ma anche per i precedenti. Mancano un po’ più di continuità e magari corridori da corse a tappe, perché i punti pesanti si prendono nei Giri. Senza più Nibali e Aru, dobbiamo aspettare Pellizzari e Piganzoli e ovviamente il nostro Tiberi, che al momento credo sia la punta italiana. Invece nelle classiche siamo anche in tanti, però quando inizia la vera corsa, non ci siamo. Ganna ha fatto secondo alla Sanremo ed è stato un grandissimo numero. Penso che corridori per le corse del Nord li abbiamo, perché quest’anno Bettiol è stato preso nel finale del Fiandre e poteva andare sul podio. E invece quel giorno è venuto fuori Mozzato, che ha fatto secondo.

La sensazione è che manchino l’incisività, la forza e il coraggio di provare qualcosa fuori dagli schemi.

Che sia una corsa prestigiosa, che sia anche una corsa più piccola, vincere è sempre difficile e in questo nuovo ciclismo ancora di più. Si va a mille, è tutto esasperato. Non devi tralasciare niente. Posso capire la vita che fanno i corridori e la pressione che hanno, perché l’ultimo anno l’ho fatto come Dio comanda e ho avuto i miei risultati. Però non è facile, perché se non sei alle gare, sei in qualche ritiro in altura. Se vuoi fare la differenza servono rinunce, sacrifici e un impegno fuori dal comune. O sei Van Der Poel, Van Aert, Pogacar e Remco, che però li conti su due mani, oppure non è per niente facile. Per un ragazzo che approda in questa nuova avventura è molto difficile, che sia nel WorldTour o una professional. Poi ci sono team e team. E alcuni non sono attrezzati o sul pezzo, come ero io col Bahrain.

Dopo la fuga di Bettiol, il Fiandre 2024 ha segnalato il secondo posto di Mozzato
Dopo la fuga di Bettiol, il Fiandre 2024 ha segnalato il secondo posto di Mozzato
La squadra giusta rende le cose più facili?

Se sei arrivato fino lì e sei professionista, devi essere anche professionista nella vita. E’ un attimo restare senza squadra, è un attimo non fare il risultato o essere messo da parte da un team perché non ti sei allineato a questa disciplina. Diventare professionista vuol dire anche esserlo sul lavoro, sull’alimentazione e la preparazione. Su tutto quanto. Sapete quante volte mi svegliavo la mattina e avevo la classica nausea? Magari pensavo che avrei preferito fare tre ore anziché sei, ma non è così che funziona.

L’Italia porta sempre avanti il tema della gradualità, all’estero si bruciano le tappe: chi ha ragione?

Quando andiamo nelle corse minori, facciamo fatica. Ci sono squadre under 23 che non sposano il progetto continental e si lamentano, quella mentalità di lavorare per il risultato va cambiata. Sto vedendo dei giovani che sono già professionisti e hanno la mentalità da grandi. L’asticella si è alzata molto. In Italia vedo ragazzini di 12-13 anni con la bici da professionisti. Quello che vorrei far capire è che il professionismo si fa da professionista, non da giovane. Fino a una certa età deve essere un gioco, altrimenti a un certo punto è normale che arrivi al bivio e mandi tutto a quel paese.

Protagonista lo scorso anno da junior, Widar ha vinto il Val d’Aosta e il Giro d’Italia U23 (foto Roberto Fruzzetti)
Protagonista lo scorso anno da junior, Widar ha vinto il Val d’Aosta e il Giro d’Italia U23 (foto Roberto Fruzzetti)
Ormai la soglia del professionismo si è abbassata agli juniores.

Mi sto guardando attorno per fare una squadra di giovani e sto vedendo i costi di una squadra di juniores. Alcuni ragazzi prendono anche i soldi, juniores che guadagnano 1.000-1.500 euro al mese. Vuol dire che con 100.000 euro gli juniores quasi non li fai più e questa è una mentalità da cambiare. Come bisogna cambiare il fatto di non andare all’estero.

Tu hai rinunciato a Tokyo, Bennati dice che se un corridore convocato non si sente all’altezza, dovrebbe chiamarsi fuori…

Bisogna sempre guardare il punto di vista del corridore che, se sta bene, vuole onorare la maglia azzurra. Certo, la giornata storta ci può stare, non esiste la bacchetta magica. Ma se nelle settimane prima vedi che non vai come deve andare, a quel punto bisogna essere onesti e dire di no. Chiamarsi fuori perché la figuraccia in corsa sarebbe la tua personale, ma anche per l’Italia. Scegliere gli uomini per le Olimpiadi è difficile perché devi programmarla mesi prima, però il corridore deve essere onesto. E anche in corsa devi dire se stai bene o se stai male…

Tolto Viviani, che ha preso l’argento nella madison, la sensazione è che gli azzurri di Parigi non fossero al meglio
Tolto Viviani, che ha preso l’argento nella madison, la sensazione è che gli azzurri di Parigi non fossero al meglio
Ha fatto bene Pogacar a non andare a Parigi?

Forse dopo una stagione così intensa, capisco che abbia avuto voglia di staccare la spina e pensare alle ultime gare di stagione. Ha vinto prima del Giro. Poi avrà fatto qualche giorno di scarico e si è allenato in altura diretto verso il Tour. Sapete, non è semplice anche se sei Pogacar. La testa conta molto, è quello che conta di più.

Finiti i brindisi, Villa già pensa al futuro

19.08.2024
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Il positivo andamento delle Olimpiadi di Parigi 2024 si deve anche ai tecnici che lo hanno reso possibile. In questi giorni tutti osannano – giustamente – il guru Velasco che ha ripreso le macerie della nazionale femminile di volley portandola in un anno all’oro a cinque cerchi, ma c’è anche chi all’oro olimpico ha quasi fatto il callo. Marco Villa continua a portare gente sempre diversa al massimo risultato, questa volta il colpaccio è riuscito con Chiara Consonni e Vittoria Guazzini nella madison, la specialità che sembrava la più difficile da gestire e che invece il mago della pista ha trasformato in una miniera di medaglie.

Villa però non è tipo da dormire sugli allori. Appena tornato a casa dalla lunga trasferta parigina, si è subito messo al lavoro pensando ai mondiali juniores e di fatto cominciando già a pensare a Los Angeles 2028. D’altro canto il tragitto che porterà ai Giochi è un po’ diverso da quello appena effettuato.

Guazzini e Consonni. Il loro è il terzo oro di Villa in tre edizioni dei Giochi
Guazzini e Consonni. Il loro è il terzo oro di Villa in tre edizioni dei Giochi

«Avere un anno in più rispetto al post Tokyo è importante per programmare bene. Dal 2021 eravamo usciti con un gruppo formato, con la voglia di proseguire l’avventura e tirare avanti. I fatti ci hanno dato ragione, quel bronzo del quartetto ha un valore enorme, proprio sapendo che a Ganna e Milan avrebbe fatto comodo avere più tempo per la strada. Filippo poi aveva anche l’obiettivo della cronometro, che si sposava meglio con le nostre esigenze».

Ora però cambieranno molte cose…

So che i ragazzi vogliono ragionarci con calma e fanno bene. Avremo tempo per parlarne, io comunque devo guardare avanti e pensare anche a nuovi nomi. Le ragazze hanno un gruppo giovane, che può tranquillamente puntare a Los Angeles e che anzi avrà 4 anni di esperienza in più. Noi abbiamo tanti giovani che nelle categorie inferiori hanno vinto ripetutamente, ora dobbiamo essere bravi a coinvolgerli sempre di più e farli crescere. Lo abbiamo già fatto nei mesi precedenti, proseguiremo su questa strada.

Fiorin, Favero, Giaimi, Sierra. Su questi e altri giovani Villa conta per rimpinguare il gruppo in vista di LA 2028
Fiorin, Favero, Giaimi, Sierra. Su questi e altri giovani Villa conta per rimpinguare il gruppo in vista di LA 2028
Da più parti si è detto che serve un’attività più specifica, con meno commistioni fra strada e pista…

Ho sentito anch’io e non mi trovo d’accordo, come anche su giudizi troppo diretti verso chi dovrebbe lasciare il gruppo per via dell’età. Guardate che cosa ha fatto un eterno ragazzo come Viviani. Io sapevo che era in grado di farlo, anzi l’esito infausto dell’omnium mi aveva lasciato interdetto, c’era qualcosa che non mi tornava. Nella madison si è visto il vero Elia che resta un maestro della pista, che non si abbatte mai. Quello suo e di Simone è un argento tendente all’oro. Ma su questo tema c’è altro da dire…

Prego…

Guardate l’Australia. Ha vinto riesumando Welsford che ha 28 anni e che proprio grazie all’esperienza su strada è tornato nel quartetto con una marcia in più, diventandone il motore. La differenza non è certo stata fatta attraverso la scelta di pistard puri, ma attraverso il tempo dedicato. In pista ho parlato con i selezionatori delle altre nazioni che mi chiedevano come abbiamo fatto a ottenere quei risultati con così poco tempo a disposizione.

Welsford ha trascinato l’Australia all’oro concentrandosi da giugno solo sulla pista
Welsford ha trascinato l’Australia all’oro concentrandosi da giugno solo sulla pista
Gli altri hanno dedicato più sessioni?

Altroché. L’Australia ha svolto una preparazione specifica di 10 settimane ad Anadia, in Portogallo. Le americane che hanno sorpreso tutti sono state per due mesi e mezzo a lavorare sul quartetto: la Faulkner aveva corso l’ultima gara su strada al Giro di Svizzera a metà giugno, poi ha lavorato solo su pista e quel lavoro le è servito anche per vincere l’oro su strada. Noi abbiamo potuto lavorare insieme una decina di giorni. Questo per dire che la multidisciplina resta la via maestra, quel che conta è riuscire a mettere insieme i pezzi con più tempo a disposizione. Noi abbiamo lavorato con il poco tempo che avevamo.

Come accennavi, ora però si riparte e bisogna integrare nomi nuovi.

Infatti. Moro c’è già, altri ragazzi lo seguiranno ma d’altronde molti hanno già corso in Coppa del Mondo e proseguiranno quella via. I giovani dovranno affrontare i massimi impegni per imparare tantissimo, anzi in tal senso già i mondiali di ottobre saranno molto importanti, non tanto come rivincita quanto proprio come prima palestra per chi ambisce a entrare nel gruppo, nelle varie specialità. Senza rinunciare agli altri, che anzi potranno essere i compagni giusti per accompagnarli.

Villa con Viviani, il suo argento ha grandissimo valore, per il tecnico è un esempio da seguire
Villa con Viviani, il suo argento ha grandissimo valore, per il tecnico è un esempio da seguire
Dopo Parigi però hai fatto presente quanto servirebbe all’Italia una squadra che raccogliesse i migliori specialisti della pista…

Era un po’ una provocazione. Pensate a come sarebbe più semplice il lavoro con un team nel quale confluiscono i vari Ganna, Milan, Consonni, ecc. facendo una programmazione mirata per tutti. Un po’ quello che ha fatto il Team Sky prima di Londra 2012. Anche gli inglesi hanno lavorato un po’ come gli australiani, a Manchester, tanto che Hayter si è assentato solo per i campionati nazionali su strada che peraltro ha vinto, dimostrando anche lui come la pista sia utile per la strada e viceversa. Certamente analizzeremo quel che è successo a Parigi per provare ad apportare i giusti correttivi, ma mi pare che il bilancio finale dei Giochi sia molto positivo, quindi non ci sono rivoluzioni da fare.

EDITORIALE / Non tutte le UAE riescono (subito) col buco

19.08.2024
6 min
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C’era una volta la Valcar-Travel&Service, squadra continental italiana, voluta, creata e plasmata dalla competenza e la passione di Valentino Villa e Davide “Capo” Arzeni. Oggi le sue atlete migliori sono sparpagliate fra la Lidl-Trek, la Uae Team Adq, la FDJ-Suez e la Cofidis. Se ne parlava giusto qualche giorno fa con Roberto Amadio, individuando in essa l’esempio migliore di una squadra italiana, capace di valorizzare alcune fra le migliori atlete, lavorando in stretta collaborazione con la FCI.

Dino Salvoldi non faceva sconti, ma con Arzeni aveva trovato un punto di incontro. E uno dopo l’altro erano arrivati i due mondiali su strada di Elisa Balsamo, la Gand-Wevelgem, la Ronde Van Drenthe, il Trofeo Binda e la Valenciana. Oltre ai risultati in pista di quel gruppo di ragazzine terribili che ancora oggi rappresentano la struttura portante della nazionale di Marco Villa. Come ebbe modo di dirci Arzeni, la squadra bergamasca si era guadagnata il rispetto degli squadroni a suon di risultati.

Nel 2021, vinto il mondiale di Leuven, Elisa Balsamo conquista The Women’s Tour, prima di passare alla Lidl-Trek
Nel 2021, vinto il mondiale di Leuven, Elisa Balsamo conquista The Women’s Tour, prima di passare alla Lidl-Trek

La bomba del WorldTour

Il WorldTour ha travolto il mondo di queste squadre come una bomba d’acqua. E quando alla fine il quadro si è ricomposto, si è scoperto che per le continental andare avanti sarebbe diventato ogni anno più difficile. I più scaltri si sono fatti assorbire da realtà più ricche. Sono andati incontro alla loro necessità di strutturarsi con un team femminile e ne sono diventati parte integrante.

La Valcar ha sperato fino all’ultimo di trovare un grosso sponsor che le consentisse il salto nella categoria superiore. Tuttavia alla fine patron Villa ha dovuto arrendersi. Campionesse come Cavalli, poi Balsamo, Guazzini , Alzini e Sanguineti hanno firmato in squadre WorldTour, mentre altre hanno continuato con Arzeni fino al 2022.

Quinta al Tour Femmes 2022, Silvia Persico arriva terza alla Planche des Belles Filles
Quinta al Tour Femmes 2022, Silvia Persico arriva terza alla Planche des Belles Filles

Sparisce la Alé-BTC

Nel frattempo il panorama italiano ha subito un altro colpo, con l’acquisizione della licenza WorldTour della Alé-BTC Ljubljana da parte del neonato UAE Team Adq. Dopo il secondo Tour di Pogacar, parve impellente per il gruppo degli Emirati avere una squadra femminile, che assecondasse le politiche di emancipazione. Così fu Gianetti a suggerire il nome di Rubens Bertogliati come team manager. Mentre a capo della struttura si trovò sin dall’inizio Melissa Moncada, manager colombiana che aveva preso parte anche all’acquisizione di Colnago.

Forte della guida di Lacquaniti e Devoti, il primo anno andò bene. Non si fece che proseguire l’attività e il metodo della squadra veneta, con quattro vittorie di Marta Bastianelli e quattro di “Mavi” Garcia. Volendo ancora crescere, l’anno dopo fu proprio Bertogliati a propiziare l’assorbimento del gruppo guidato ancora da Arzeni. Così alla UAE passarono atlete come Consonni, Persico, Gasparrini, Baril e Carbonari. Lacquaniti non fu confermato, mentre accanto ad Arzeni arrivò l’espertissimo Marcello Albasini.

Il claim delle manager è la voglia di eguagliare le imprese del team maschile, senza riflettere sul fatto che certi picchi non arrivano semplicemente mettendo insieme atleti, soldi e mezzi. Lo spiegamento di mezzi del team alle corse è piuttosto impressionante, ma non sempre i risultati sono all’altezza di tanta abbondanza. E quando alla fine del 2023 Bertogliati rassegnò le dimissioni si capì che qualcosa non andasse per come il ciclismo classico avrebbe suggerito. E suona ancora strano che la compagine maschile del team emiratino non sia coinvolta e non voglia esserlo nella gestione del femminile.

Arzeni, qui con Karlijn Swinkels, è stato al UAE Team Adq per una stagione e mezza
Arzeni, qui con Karlijn Swinkels, è stato al UAE Team Adq per una stagione e mezza

Se ne va anche Arzeni

Il 2024 è iniziato con l’inserimento di nuovi preparatori e la necessità che Arzeni non allenasse più le “sue” ragazze. Il criterio può essere condivisibile: ciascuno deve fare la sua parte, senza intrecci di competenze. Forse per avvalorare la decisione, al ritiro di dicembre i direttori sportivi sono stati lasciati a casa. Le ragazze hanno così trascorso quelle due settimane con i soli preparatori. Un tempo non si diceva che il ritiro invernale serva per creare il gruppo?

Al posto di Bertogliati è arrivata Cherie Pridham e di recente nel ruolo di Head of Business and Communication è stata ingaggiata Yana Seel. La manager era già nota nel ciclismo per aver allontanato Vinokourov dalla “sua” Astana. Tornato come era prevedibile il kazako alla guida del team, per lei si chiusero le porte. Destino simile alla Lotto-Dstny. Chiamata del team manager John Lelangue, dopo due anni e le dimissioni di quest’ultimo, anche Yana Seel ha cambiato direzione.

Sta di fatto che i risultati del 2024 sono stati finora ben al di sotto delle potenzialità del team. Le vittorie sono 10, fra cui 2 di Gasparrini, 3 di Consonni e una di Silvia Persico. Ragazze attese a importanti consacrazioni (fa eccezione l’oro olimpico di Consonni, che poco c’entra con la gestione UAE), hanno perso il filo. E quando anche Arzeni ha dato le dimissioni alla vigilia del Giro, si è capito che ci fosse in atto qualcosa di atipico. Probabilmente è ingiusto puntare il dito sulle atlete che non rendono come dovrebbero, se la gestione della squadra cambia di continuo direzione e linee guida.

La migliore del UAE Team Adq al Tour Femmes è stata Erica Magnaldi, 12ª a 9’16” da Niewiadoma
La migliore del UAE Team Adq al Tour Femmes è stata Erica Magnaldi, 12ª a 9’16” da Niewiadoma

C’era una volta la Valcar

C’era una volta la Valcar-Travel&Service, come ci sono state prima la Lampre e la Liquigas. Squadre in cui la matrice italiana ha avuto per anni a cuore lo sviluppo dei talenti. Quello che è venuto dopo, giusto o sbagliato, ha fatto passare in secondo piano le esigenze del movimento ciclistico italiano. I migliori atleti sono stati consegnati a manager di altre nazionalità che hanno a cuore altri obiettivi. Ecco perché serve un team WorldTour italiano che sappia tenere insieme i migliori uomini e le migliori donne. Con i rispettivi devo team e i bravissimi tecnici che da anni hanno trovato fortuna all’estero.

Se bastassero i soldi, la UAE Team Adq avrebbe già vinto il Giro e il Tour. Invece ne è uscita con le ossa rotte e – ormai ne siamo quasi certi – non per scarsa volontà o qualità delle atlete. Nel giro di sei mesi si sono dimessi due dei riferimenti che avrebbero potuto farne la fortuna. Non crediamo che questo sia soltanto l’indice della voglia di cambiare. Si cambia se qualcosa non funziona o se si ha in mano una soluzione che funzioni meglio. Altrimenti si distrugge e dispiace che ci vadano di mezzo atlete italiane che meriterebbero di più negli anni migliori della carriera. Speriamo che il nuovo management trovi presto la strada, che probabilmente passa per step molto più semplici di quanto si creda.

Avenir Femmes, il cittì Sangalli al via con una nazionale d’attacco

19.08.2024
6 min
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«Sarà un Avenir importante per… l’avvenire delle atlete». E’ con un sottile gioco di parole che il cittì Paolo Sangalli prova a riassumere la spedizione della nazionale U23 al Tour de l’Avenir Femmes.

Prima di sistemare le ultime cose per la partenza per la Francia di domani, il tecnico azzurro è ancora gasato dal finale incerto del Tour Femmes, che fa il paio con quello del Giro Women, e si concede un piccolo excursus. «Che spettacolo! Niewidoma contro Vollering e prima ancora Longo Borghini contro Kopecky sempre sul filo dei secondi fino alla fine. Il ciclismo femminile è diventato davvero grande». Come non essere d’accordo con lui.

Tornando a monte, l’appuntamento della seconda edizione della piccola Grande Boucle femminile è fissato fra due giorni (dal 21 al 24 agosto: in apertura, una foto della passata edizione). Cronoprologo e tre tappe in linea per un totale di 321,2 chilometri infarciti di salita. Il gran finale, proprio come la gara maschile, sarà in vetta al Colle delle Finestre. E chissà se il totem delle Alpi Cozie stuzzicherà la fantasia delle più audaci come ci ha insegnato la storia o se sarà solo il teatro di una sfida ad eliminazione? Le azzurre dovranno difendere, e possibilmente migliorare, il terzo posto ottenuto da Realini l’anno scorso con una formazione quasi tutta nuova. Le scelte di Sangalli sono un mix tra l’obbligato e lo sperimentale, ma all’Avenir non mancherà uno spirito intrepido. Abbiamo cercato di capire che gara vedremo e quali saranno le rivali principali.

Paolo ricordiamo le convocate intanto.

Ho chiamato Ciabocco, Giada Borghesi, Valtulini, Segato, Cipressi e La Bella. Diciamo che come ogni anno ho dovuto aspettare un po’ per confermare le convocazioni. Ultimamente è diventata una costante tra le tre nazionali. Per un motivo o l’altro, principalmente fisico, ho sempre qualche ragazza in dubbio. Ad esempio, la mia intenzione sarebbe stata quella di chiamare Venturelli, ma agli europei di categoria in pista a Cottbus si è rotta il radio e ho fatto altre scelte. Mi lamento solo della sfortuna, non delle alternative a disposizione.

In un certo senso pensi di aver dovuto fare delle scelte forzate?

No, però mi vengono da fare delle considerazioni in generale. Considerando tutta la salita che c’è, più dell’anno scorso, è ovvio che mi dispiaccia non poter portare Realini che non è più U23. Mi spiace anche non aver chiamato Barale perché ha corso il Tour Femmes, ma è stato meglio così, anche se mi sarebbe piaciuta vederla da vicino in prospettiva mondiale. Quelle che porto all’Avenir sono tutte ragazze che hanno fatto un certo tipo percorso da juniores. Andremo avanti nel senso della continuità.

Che tipo di formazione sarà?

Faremo una gara all’attacco. Borghesi è una ragazza che non ha paura in questo tipo di azioni. Valtulini e Segato sono due scalatrici interessanti che hanno fatto un bel Giro Women. Dopo un buon Thuringen, Cipressi ha fatto altura a Tignes con le sue compagne che sono andate al Tour Femmes e quindi arriverà preparata. Viene dall’altura anche La Bella.

Non è ancora una junior?

Con le autorizzazioni delle varie federazioni, le juniores possono correre tra le U23, come se fosse uno stage. Infine c’è Ciabocco che aveva corso l’Avenir 2023. Ha un anno di esperienza in più nel WorldTour dove lavora tanto e bene per le compagne. Col cronoprologo del primo giorno capiremo chi curerà la generale, anche se sulla carta dovrebbero essere Ciabocco e Valtulini.

Chi saranno le rivali principali?

Ce ne saranno tante. Ho segnato alcuni nomi sul taccuino, ma credo sia più giusto ragionare più per Nazioni che per nomi. La prima che mi viene in mente è la Francia con Bego e Rayer, ma attenzione alla Germania (Riedmann e Czapla le capitane, ndr), alla Spagna (con Eraso, ndr), al Canada con le gemelle Holmgren, alla Gran Bretagna (Backstedt e Nelson, ndr) e naturalmente all’Olanda (guidata da Vinke, Reijnhout e Oudeman, ndr). Poi occhi puntati anche su quelle nazionali che conosciamo meno e che possono stravolgere i piani. Noi possiamo mantenere il podio che abbiamo conquistato con Realini l’anno scorso, però bisognerà vedere come andrà la corsa.

Podio 2023. Van Anrooij ha corso il Tour Femmes e non difenderà il titolo. Shackley si è dovuta ritirare per problemi al cuore e Realini non è più U23 (foto twitter)
Podio 2023. Van Anrooij ha corso il Tour Femmes e non difenderà il titolo. Shackley si è dovuta ritirare per problemi al cuore e Realini non è più U23 (foto twitter)
Cosa si aspetta Paolo Sangalli da questo Avenir Femmes?

Uno degli obiettivi sarà quello di crescere con questa squadra di giovani. Ad esempio Cipressi la voglio testare in vista dell’europeo, mentre La Bella per il mondiale. Portarla è forse un azzardo e non credo che altre nazionali porteranno una juniores. ma è anche un buon modo per farla crescere ulteriormente. Lo scontro all’Avenir con le pari età serve per capire cosa è successo nel percorso dalle juniores ad oggi. Capiremo a che punto siamo col nostro movimento.

Gravel sulle Dolomiti prima della Vuelta. Che storia il Dema…

19.08.2024
6 min
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Il gravel prima della Vuelta: è quel che ha fatto Alessandro De Marchi. Il Rosso di Buja riesce sempre a stupire in qualche modo. Mai banale nelle dichiarazioni e nei fatti e anche stavolta ci ha colpito. Fino a pochi giorni prima di partire per la Spagna era nel cuore delle Dolomiti in compagnia del cugino ad allenarsi in quota… e offroad.

Giornate fantastiche, dure e divertenti tra Marmolada, Gruppo del Sella, Lagazuoi… ma anche tanto allenamento vero. Oltre 1.500 chilometri e 70 ore di sella nei giorni dolomitici di Alessandro e suo cugino Mattia De Marchi.

Alessandro, cosa avete combinato con tuo cugino?

E’ stata una bella esperienza. In realtà tutto è nato da un’idea di Mattia che doveva fare certi lavori e io ne ho approfittato per la mia preparazione, visto che anche io avevo bisogno di fare ore di sella e di stare in quota. La sua proposta è capitata a fagiolo. Posso dire che siamo davvero andati alla scoperta.

Come è andata dal punto di vista della preparazione?

Io avevo già deciso di fare altura lassù, di base al Pordoi: mi trovo bene ed è un posto ideale anche per ritrovare la concentrazione. In più il periodo era perfetto in vista di un’eventuale Vuelta. Quando sono partito infatti non avevo ancora la certezza che sarei andato in Spagna. Sapevo però che avrei dovuto e potuto lavorare bene e in pace, cosa fondamentale, perché a casa tra famiglia e il resto non è poi così facile. E così abbiamo deciso di passare 15 giorni lassù.

Con Mattia…

Esatto. Lui è uno che comunque, lo sappiamo, pedala forte. Era già stato con me a Gran Canaria e insieme abbiamo fatto molti lavori. A lui serviva qualcuno per la strada e a me per il gravel (di cui Mattia De Marchi è un esperto, ndr)

Come avete lavorato?

Dopo i primi giorni di adattamento dovevamo fare dei blocchi di carico di tre giorni ciascuno, intervallati da uno di scarico. In accordo anche con i preparatori abbiamo deciso che uno di questi blocchi sarebbe stato in gravel. Bisognava fare infatti endurance pura, ore di sella. E in queste uscite ho aggiunto anche un lavoro di nutrizione, delle sessioni low carb.

Come mai? E come le hai inserite nell’allenamento?

Primo perché le due cose (gravel e low carb) si combinavano bene, secondo perché dovevo perdere qualcosina in termini di peso. Parliamo di uscite di 6-7 ore. Così ho sbilanciato la nutrizione sulla parte proteica e dei grassi, riducendo quella dei carboidrati. Era qualcosa che già avevo fatto in passato e di cui avevo buoni feedback.

Come sono andate queste uscite? Abbiamo visto anche alcuni passaggi davvero tecnici…

Vero, sassi, pietre, ghiaia, sterrati più semplice… ma in ogni caso in salita il terreno più mosso ti costringe ad avere una pedalata “piena ma dosata”. Devi spingere, ma non strappare altrimenti la ruota posteriore slitta, perde trazione e sei costretto a fermarti. E’ stato quasi un lavoro di forza a bassa cadenza e a bassa intensità. Anche questa perfetta per fare volume.

Avete toccato punti sublimi.

Davvero… Dal Pordoi siamo andati verso Porta Vescovo e poi siamo scesi. Oppure all’Alpe di Siusi, passando dalla Val Duron (sopra la Val di Fassa e alle spalle del Sassolungo, ndr) e poi abbiamo risalito la Val Gardena, facendo la salita di Dantercepies, in pratica il Passo Gardena in sterrato.

In pratica avete percorso molte delle strade della Hero, un’importante gara di mtb. Qual è stato il momento più duro?

La parte dura? La sfida quotidiana, vale a dire non mettere il piede a terra. E ho sempre perso! Sia sul Gardena che un giorno lungo una salita verso Cortina è stato difficile non crollare a terra.

Quali pedali avevi?

Quelli da strada. Anche mio cugino… Ma ormai è così. Avete visto come vanno nel gravel ormai? Per quanto si spinge servono pedali che ti danno sicurezza, stabilità, spinta.

Le scarpe le avrete distrutte…

Un po’ sì. Ne avevo un paio sacrificabili al gravel.

Avevate gomme particolarmente tassellate?

No, semmai giocavamo più sulle pressioni. Il vero trucco è lì: capire la pressione giusta. Io partivo sempre con una pressione un po’ troppo alta, cosa tipica degli stradisti. Poi quando capivo che la bici non era guidabile, mi fermavo e sgonfiavo un po’.

Paesaggi unici che hanno fatto bene alle gambe e anche alla mente
Paesaggi unici che hanno fatto bene alle gambe e anche alla mente
Prima, Alessandro, hai parlato di un certo modo di pedalare in salita. E’ stato anche un lavoro neuromuscolare?

Assolutamente sì. Il volume totale alla fine non è cambiato di molto, mentre quello che succede nel gravel è la distribuzione dello sforzo che è sproporzionato tra salita e discesa. Su strada si spinge anche un po’ in discesa e di conseguenza un po’ di potenza la sviluppi. Nel gravel, soprattutto se la discesa è tecnica, quasi non pedali. Devi stare attento alla guida, al bilanciamento, al controllo della bici. E’ un impegno mentale, di colpo d’occhio.

Invece il ritorno sulla bici da strada si sentiva?

Sì, parecchio. La guida gravel, come ho detto, è più precisa, sensibile e anche più faticosa specialmente per me che non sono così efficiente. Al contrario Mattia quando saliva sulla bici da strada avvertiva questo beneficio di semplicità e aveva sensazioni più agevoli. Io insomma risentivo un po’ dell’utilizzo di altri muscoli, altri nervi.

Alessandro, tu sei un appassionato di gravel e hai già preso parte ad un mondiale. Questo blocco dolomitico è stato fatto anche in ottica iridata?

Sì, sicuramente sarà servito. Tuttavia non l’ho fatto pensando al mondiale, ma di certo non ci stava male e sono stato contento di aver passato delle ore sulla bici gravel. Poi anche pensando alle gare gravel, il resto dell’allenamento lo fai con il ritmo della strada e in tal senso la Vuelta potrebbe essere un aiuto proprio in vista del mondiale gravel ad inizio ottobre. E del successivo campionato europeo.

Come affronti questa Vuelta?

E’ una Vuelta classica per me. Quest’anno ci sono una miriade di occasioni e dal team ho avuto abbastanza carta bianca, visto che non abbiamo un leader assoluto per la classifica generale. Possiamo interpretarla liberamente e proveremo ad approfittarne. Magari cercherò di essere un po’ più conservativo nella prima settimana, per risistemarmi e magari salvando qualche energia, per poi provare a fare di più dalla seconda settimana in poi. E’ soprattutto questo aspetto della prima settimana che m’interessa, visto che negli ultimi due grandi Giri che ho disputato ho fatto fatica a trovare dei momenti per salvare la gamba e poter crescere.

Niewiadoma-Vollering, il duello sull’Alpe vale la maglia gialla

18.08.2024
6 min
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E’ cominciato tutto sul Col du Glandon a 54 chilometri dall’arrivo, quando Demi Vollering ha sferrato l’attacco da lontano per riaprire il Tour de France Femmes. Il ritardo di 1’15” non le consentiva di aspettare troppo e anche per questo alla sua ruota si è incollata Pauliene Rooijakkers, staccata a sua volta di 1’13”. E’ stata una giornata eterna, a capo di un Tour di quasi mille chilometri. Eppure si decide tutto negli ultimi due chilometri dell’Alpe d’Huez, a capo di due scalate parallele. Davanti quella delle due olandesi, dietro quella di Kasia Niewiadoma in maglia gialla, con Gaia Realini ed Evita Muzic. Le due davanti, all’attacco della maglia gialla. Le due dietro, che involontariamente l’hanno aiutata a contenere il ritardo, all’attacco di un miglior piazzamento finale.

L’Alpe di colpo spoglia

L’Alpe senza i suoi tifosi è un luogo strano. Oppure forse si dovrebbe dire che è strano, in quell’unico giorno quando capita, vedere centinaia di migliaia di persone allegre ed alticce su una strada di montagna. L’Alpe delle donne è silenziosa e severa. Non si vuol dire con questo che non ci sia pubblico, perché gente c’era, soprattutto in cima. Ma la strada è larga e lo sforzo sembra scolpito con maggiore profondità sui volti delle ragazze. La moto riesce a inquadrarle da vicino e di lato, non solo da dietro o dal davanti come quando ci sono le ali di folla che fanno colore e soprattutto paura.

Vollering davanti dà la sensazione di poter capovolgere il discorso. Mangia un gel. Ha il respiro sincronizzato con la pedalata e lo sguardo fisso davanti, ma più probabilmente verso un riferimento dentro di sé. Eppure fra l’ottavo e il settimo chilometro al traguardo, Niewiadoma inverte la tendenza e si mette a salire con le mani sotto, nel gesto da cui solo Pantani e a volte Bartoli riuscivano a trarre velocità vincenti. E lentamente il vantaggio, che per un paio di chilometri ha vestito virtualmente di giallo le attaccanti, torna sotto il livello di guardia. L’anno scorso si decise tutto sul Tourmalet, quando Vollering sfilò la maglia alla compagna Kopecky. La sensazione è che Niewiadoma abbia trovato il modo per tenere lontani i demoni della paura e della sconfitta.

«E’ stata una vera montagna russa di emozioni – dice la polacca – da quando Demi ha attaccato sul Glandon e io ho temuto di essere arrivata al punto di rottura. Sentivo che le gambe non spingevano più, ho pensato che fosse tutto finto. Invece nella discesa sono riuscita a ricostruirmi, a rinfrescarmi e sono stata davvero fortunata ad avere Lucinda Brand nel mio stesso gruppo. Penso che dovrò anche ringraziare molto anche la Lidl-Trek perché hanno fatto un ottimo lavoro anche per me…».

Un colpo alla sfortuna

L’Alpe d’Huez sistemerà tutto, vedrai Demi. La vincitrice uscente del Tour continua a spingere davanti con quel suo andare composto e potente, che sembra non dare scampo alla polacca che là dietro si alza sì sui pedali, ma sembra andare più agile. In realtà Niewiadoma sta usando la testa più dell’olandese. Chiede cambi a Realini e Muzic, mentre Vollering davanti fa da sé. Ha presto capito che la connazionale Rooijakkers ha il suo stesso obiettivo (e due secondi di meno da recuperare in classifica) e non le darà certo una mano. Demi spinge potente e sicura, ma scava nel serbatoio delle sue riserve.

La sfortuna non l’ha risparmiata. Ai meno sei dall’arrivo del giorno di Ferragosto, la caduta l’ha tirata via dalle prime posizioni della classifica. Era rimasta da sola, le ammiraglie non c’erano e non ha potuto prendere la bici da una compagna.

Alle sue spalle, Niewiadoma invece ha sentito chiaramente di avere l’occasione per rifarsi dei tanti secondi posti e della sfortuna che negli anni non le ha risparmiato alcun colpo. Quando poi ai 2 chilometri dall’arrivo ha visto correre al suo fianco il marito Taylor Phinney – quello della BMC e dei tre mondiali su pista e i due della crono – le forze si sono moltiplicate.

«Sull’Alpe d’Huez – racconta – sapevo che dovevo solo dosare bene il mio ritmo, così da poter dare il massimo negli ultimi 5 chilometri e ridurre al minimo il distacco. A essere onesta ho perso di nuovo la fiducia. Negli ultimi 2 chilometri alla radio urlavano così tanto che non ho capito più niente. E’ stato folle. Ho attraversato un momento terribile in quest’ultima salita. Ho odiato tutto, fino ad arrivare al traguardo e scoprire di aver vinto il Tour de France, il che è pazzesco!».

Per quattro secondi

Demi Vollering ha conquistato l’Alpe d’Huez. Ha tagliato il traguardo con un ghigno e le dita alla testa, poi si è lasciata spingere avanti. Si è fatta sfilare la bici di sotto e si è distesa sulla strada per riprendere meglio fiato. Quando Niewiadoma è arrivata, il suo staff sul traguardo contava i secondi con le mani. E quando lei ha tagliato il traguardo, per sicurezza hanno contato ancora e si sono accorti che il Tour era vinto per 4 secondi. E quando lo hanno detto a Kasia, che era per terra attonita e all’oscuro di tutto, le lacrime hanno iniziato a scendere copiose sul suo viso.

Contemporaneamente, lacrime ben più amare hanno iniziato a scuotere il petto di Demi Vollering. Si può impazzire sapendo di aver perso un Tour de France per 4 secondi, come accadde al povero Fignon che perse quello del 1989 per 8. Ma si può anche impazzire per la gioia sapendo di averlo vinto con un margine così esiguo. Così accadde a Greg Lemond nello stesso anno e così accade a Kasia Niewiadoma, che solleva la bici al cielo e ride e non sta più nella pelle.

«E’ così incredibile – dice – perché ci sono così tante persone cui sono grata e riconoscente. A partire da mio marito, la mia famiglia, tutta la squadra. Il mio allenatore, che ha lavorato così tanto per prepararmi a questo. E i miei amici! Questa vittoria è dedicata a tutte le persone che hanno contribuito alla vittoria!».

In questo 2024 la fortuna è decisamente girata. Se ne era accorta lei e noi subito dietro quando ha spianato il Muro d’Huy, ma adesso è arrivata un’inequivocabile conferma. I secondi posti hanno continuato a inseguirla e anche la volatina persa sull’Alpe d’Huez conferma quello che storicamente è un suo punto debole. Ma questa volta non ne farà un dramma. Vestita della sua maglia gialla, troverà certamente il modo per farsene una ragione.

Langellotti, un monegasco che vive con i campioni in casa…

18.08.2024
6 min
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E’ ormai risaputo che a Montecarlo c’è una clamorosa concentrazione di ciclisti professionisti. Il buon clima e le agevolazioni fiscali convincono ormai da anni a spostarsi nel Principato, dove sulle strade e in bici si parlano tutte le lingue del mondo. Non ci si è mai chiesti però che cosa ne pensino i corridori locali, se quest’agglomerato di talento sta avendo effetti anche sul movimento locale.

La notizia di pochi giorni fa è che la Ineos Grenadiers, nel suo processo di rinnovamento per il 2025, ha ingaggiato anche un corridore monegasco, Victor Langellotti già nel giro delle professional, venendo dalla Burgos BH. Tocca a lui farci un po’ da Cicerone per le strade di Montecarlo per capire come viene vissuta la presenza di tanti campioni.

Per il monegasco nel 2024 la piazza d’onore al Classic Grand Besançon Doubt
Per il monegasco nel 2024 la piazza d’onore al Classic Grand Besançon Doubt
Come sei arrivato a praticare il ciclismo?

Ho cominciato a circa 12 anni. Mio padre andava in bicicletta quando ero piccolo e quindi è stato lui a trasmettermi la passione per il ciclismo.

Nel 2022 hai vinto la prima corsa per un ciclista monegasco: che ricordi di quel giorno?

Era un sogno. Non pensavo che un giorno sarei riuscito a vincere una gara professionistica. E’ stato un grande momento per me e per il mio team Burgos BH perché erano passati 2 anni dall’ultima volta che la squadra era riuscita a vincere una gara. Quindi è stato un momento fantastico e ho potuto condividerlo con tutta la squadra. Inoltre è diventato un momento storico per il mio Paese. Il Principe mi ha chiamato per farmi i complimenti quindi ho davvero un bel ricordo.

La vittoria di Langellotti alla Volta a Portugal nel 2022, precedendo Moreira e McGill
La vittoria di Langellotti alla Volta a Portugal nel 2022, precedendo Moreira e McGill
A Monaco risiedono molti campioni di ciclismo, capita mai d’incontrali anche in allenamento?

Sì, molto regolarmente poiché sono moltissimi i ciclisti professionisti che vivono a Monaco. Penso che attualmente siano una quarantina, relativamente solo al WorldTour. Quindi, ogni giorno in allenamento ci incontriamo. Alcuni pedalano insieme, ne incontriamo moltissimi. Anche stamattina sono andato ad allenarmi e ho potuto incontrare Mohoric e Pogacar.

Con quali corridori fra quelli che risiedono a Monaco hai più legato?

Con il mio connazionale Antoine Berlin, che corre nella squadra continental di Bike Aid. E’ davvero quello a cui sono più vicino e con cui mi alleno più spesso. Di regola però preferisco allenarmi da solo. Infatti mi permette di concentrarmi sugli esercizi che devo fare in allenamento.

Nei suoi allenamenti il monegasco incontra sempre grandi campioni, dirigendosi verso l’Italia
Nei suoi allenamenti il monegasco incontra sempre grandi campioni, dirigendosi verso l’Italia
Come sono le strade per allenarsi nella tua città, che percorsi ci sono?

Monaco è molto piccola, è solo 2 chilometri quadrati. Quindi per allenarci dobbiamo partire da Monaco e andare in Francia e Italia perché il confine italiano non è lontano. Penso che siamo a 14-15 chilometri da Ventimiglia, da lì troviamo terreno molto montuoso, ci sono tantissime salite e colline, l’ideale per allenarsi. Poi c’è tutta la parte sul mare, tutta la costa, quella è per la maggior parte piatta. E poi, appena torniamo, ci addentriamo nell’entroterra. Lì ci sono molte salite e di conseguenza l’allenamento può diventare rapidamente molto duro. Ma è anche un fantastico parco giochi per un allenamento perfetto tutto l’anno. E anche le condizioni meteorologiche sono molto, molto buone. Il tempo è sempre molto molto bello a Monaco… Anche in inverno, le condizioni sono piacevoli per l’allenamento. E’ anche per questo che ci sono tanti professionisti che vivono qui e che sono felici di vivere a Monaco.

Le cronometro non sono il suo forte, ma spera di avere qualche miglioramento
Le cronometro non sono il suo forte, ma spera di avere qualche miglioramento
La presenza di tanti campioni sta cambiando qualcosa in città, i ragazzi monegaschi sono più interessati a fare ciclismo?

Sì, ma non ci sono solo ciclisti. Abbiamo anche la fortuna di avere molti piloti di Formula 1 che vivono a Monaco, giocatori di tennis e anche alcuni calciatori. Ci sono molti atleti che vivono qui e questo permette soprattutto ai giovani di incontrarli. Per chi va in bicicletta, la possibilità di pedalare con loro è un valore enorme. Le scuole e le federazioni sportive di Monaco puntano su questo per incoraggiare i ragazzi a fare sport. A volte capita che certi professionisti vadano a parlare nelle scuole, vadano a parlare in diversi club. Per poter interagire con i giovani e poterli motivare a fare sport, invogliarli e ispirarli. Intanto nella vita quotidiana e poi per alcuni, quelli che lo vogliono e che possono farlo ad alto livello, farne anche la propria professione.

Victor Langellotti ha conquistato le sue 2 vittorie in salita, nel 2022 in Portogallo e nel 2023 in Turchia
Victor Langellotti ha conquistato le sue 2 vittorie in salita, nel 2022 in Portogallo e nel 2023 in Turchia
Che tipo di corridore sei e quali sono le corse dove ti trovi meglio?

Uno scalatore, non per le salite lunghe ma sugli strappi brevi è il mio terreno preferito. Diciamo dai 2 agli 8 chilometri, mi trovo a mio agio quando l’arrivo è in salita. Le mie due vittorie le ho ottenute sempre attaccando in un finale in salita. Ma sto lavorando per migliorare anche sulle salite più lunghe.

Tu hai un cognome italiano: che rapporti hai con il nostro Paese, vieni spesso qui?

Mio padre è italiano. Venne a vivere a Monaco quando aveva 18 anni ed era originario di Napoli. Buona parte della mia famiglia è a Napoli e quindi metà della famiglia è italiana. Io ci vado regolarmente ad allenarmi e a rivedere i parenti, anche se non spesso quanto vorrei. L’italiano lo parlo molto poco, ma lo capisco.

A 29 anni Langellotti ha firmato un biennale con la Ineos Grenadiers, come uomo per le salite
A 29 anni Langellotti ha firmato un biennale con la Ineos Grenadiers, come uomo per le salite
Il prossimo anno passerai alla Ineos: che cosa rappresenta per te entrare in un team del WorldTour?

Beh, per me è davvero un sogno diventato realtà. Quando ero junior e promettente, era il Team Sky, il riferimento per tutti. E così sono sempre cresciuto con il sogno di far parte un giorno della squadra Sky. Ora sono molto, molto felice di potermi unire a loro l’anno prossimo. E’ per la mia carriera un progresso molto grande. C’è un enorme divario di livello tra Burgos BH ed Ineos, vedo quanto lontano posso andare, come esprimere il mio pieno potenziale, magari partecipare un giorno al Tour de France, quello sarebbe il mio obiettivo. Oppure la Vuelta 2026 che inizierà proprio a Monaco.

Una settimana dopo, le pagelle olimpiche del team manager

18.08.2024
8 min
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Sembra passato un secolo, ma le Olimpiadi si sono chiuse appena da una settimana. Ci saranno ancora storie e approfondimenti, questo però è il momento di fare il punto con Roberto Amadio, team manager della nazionale. I Giochi di Tokyo dell’Italia andarono in archivio con l’oro del quartetto e i bronzi di Viviani nell’omnium ed Elisa Longo Borghini nella gara su strada. Tre anni dopo, Parigi ha portato l’oro di Consonni-Guazzini nella madison, l’argento di Ganna nella crono e quello di Consonni-Viviani nella madison e il bronzo del quartetto. Non ai livelli di Atlanta, ma un bel passo avanti: un allargamento delle medaglie, la presenza del settore velocità e qualche passo indietro su cui ragionare.

La prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella crono
La prima medaglia azzurra a Parigi è stata l’argento di Ganna nella crono
Amadio, quanto è stato difficile organizzare e mettere insieme tutto quello che serve per un’Olimpiade?

La differenza rispetto a un mondiale, anche se già Glasgow era stato un bel test, è che hai tutte le specialità concentrate nelle stesse due settimane. Quindi devi conciliare le richieste dei vari settori e dei tecnici. Però con l’aiuto del CONI, che ci è stato molto vicino, è andato tutto bene.

Bene in tutti i settori?

Ho visto miglioramenti. Poco fa parlavo con Ghirotto del quarto posto di Braidot nella mountain bike, che ci sta un po’ stretto a causa della foratura nel momento cruciale dell’attacco di Pidcock. Quella poteva essere una medaglia. Nella BMX Race siamo arrivati in semifinale con il nono posto, che conferma che la scelta di Bertagnoli sia stata giusta, come pure l’avvicinamento e il modo in cui abbiamo lavorato. Nella crono, Ganna è sicuramente uno dei migliori atleti al mondo, però non è mai facile fare il giusto avvicinamento, programmarla e arrivare giusti. Poi la pista ci ha dato tante soddisfazioni e devo dire che abbiamo ottenuto dei risultati importanti. In altre specialità forse si poteva fare qualcosa in più, però considerando tutto, direi che è andata molto bene.

Durante gli ultimi due anni si è visto che tutti i settori hanno collaborato con il team performance di Diego Bragato.

Stavo arrivando proprio lì. E’ un tipo di lavoro che abbiamo esteso a tutti e ha permesso di seguire una certa programmazione, un certo tipo di allenamenti e di preparazione atletica, non solo limitati alla bici. Come si è visto dai risultati, anche le altre nazionali hanno lavorato così. Per arrivare a questi risultati, a certi tempi, non puoi tralasciare assolutamente niente. Devi crescere sui materiali, sulla preparazione, sull’alimentazione e anche sull’aspetto psicologico. Insomma abbiamo curato ogni dettaglio. In più c’è stato scambio di programmi e idee, che secondo me è positivo per la crescita dei vari settori.

Marco Villa ha espresso il desiderio di una squadra italiana in cui i ragazzi italiani possano essere valorizzati nel modo giusto. E’ un auspicio oppure un progetto?

Diciamo che sta diventando una necessità. Strada e pista possono andare a braccetto e lo abbiamo dimostrato. Anzi, il lavoro su pista va a beneficio della strada e viceversa. Purtroppo in Italia, ma anche nelle squadre, si dà priorità alla strada e anche gli atleti a questo punto vedono solo quel tipo di sbocco. Invece secondo me se ci fosse una squadra italiana di un certo livello, non sarebbe utile solo a Villa, ma a tutto il movimento. Dobbiamo ricreare una mentalità vincente nei nostri atleti. Il fatto che i migliori siano sparsi nelle varie squadre WorldTour e purtroppo siano quasi sempre sacrificati a favore di altri capitani fa perdere quell’attitudine. E di riflesso nelle competizioni internazionali, ci troviamo spesso in difficoltà.

Villa, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italiano
Villa, qui con Ganna, alla partenza dell’ultimo quartetto, ha espresso il desiderio di un team italiano
E’ necessario e sta diventando un progetto, oppure è necessario ma rimarrà un auspicio?

E’ necessario e ce lo diciamo da anni, ma i progetti non sono facili, perché comunque ci vogliono molti soldi. Serve anche un percorso per arrivare a una squadra WorldTour. Anche se avessi i soldi subito, la licenza non arriverebbe automaticamente. Forse c’è bisogno anche di un intervento politico e non solo per il ciclismo. Tutti gli sport professionistici in Italia sono in difficoltà a livello di sponsorizzazioni. Quindi sarebbe opportuno avere una squadra di matrice nazionale che dia la possibilità di supportare i nostri ragazzi affinché facciano l’attività che meritano. Vediamo se potrà nascere qualcosa.

Gli australiani hanno polverizzato il record del quartetto, noi siamo peggiorati rispetto a Tokyo.

Villa ha parlato con i tecnici australiani. Per fare 3’40” devi allenarti assieme a lungo e fare un certo percorso. Loro sono stati insieme per dieci settimane, quindi più di due mesi a preparare solo la pista. Il nostro quartetto maschile è riuscito a farlo per una quindicina di giorni e il problema viene fuori anche con le donne. Anzi, forse è stato più complicato che con gli uomini. Anche quel quarto posto ci sta stretto. Al di là dell’incidente che ha avuto la Balsamo, che è stata bravissima a recuperare ed essere presente, quello è un quartetto che poteva puntare tranquillamente al podio.

Si va avanti ancora con il gruppo della Valcar. Tolte Paternoster e Fidanza, le altre ragazze di Parigi venivano tutte dalla stessa squadra che permetteva loro di lavorare in sintonia fra strada e pista.

Ed è l’esempio perfetto di cosa significherebbe avere una squadra italiana costruita in questo modo. Fino a quando erano tutte in una squadra che collaborava con la Federazione, c’era un percorso condiviso. Lavoravano su pista e ugualmente su strada vincevano corse a livello internazionale. Poi con l’esplosione del WorldTour femminile, perché davvero è stata un’esplosione, le cose sono cambiate di colpo. Dobbiamo arrivare ad avere un team, sia uomini sia donne, che possa raggruppare tutte le nostre migliori. Come accade in diverse strutture WorldTour europee.

Perché secondo te, nonostante le bici nuove, i body nuovi e tutto quello che s’è fatto, il nostro quartetto è andato più piano che a Tokyo?

Perché non hanno lavorato come prima di Tokyo, non ne hanno avuto la possibilità. Il 3’43” che hanno fatto è un tempo di tutto rispetto, alla pari dell’Inghilterra. Pensavamo che il 3’42” dell’Australia fosse il loro massimo, invece hanno stampato un 3’40” e, se lo rifacevano, magari miglioravano ancora. Vuol dire che hanno veramente preparato questo quartetto in maniera perfetta. Per fare quei tempi, devi spingere un dente in più e quindi devi lavorare di più in palestra. Noi non l’abbiamo potuto fare, perché abbiamo tre atleti di squadre WorldTour che giustamente devono fare l’attività su strada, perché sono stipendiati dai loro team.

Aver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madison
Aver corso il Giro d’Italia ha dato a Guazzini e Consonni un passo superiore nella madison
Restando sulle ragazze, l’anno scorso dopo Glasgow fu necessario fermarsi e fare il punto, richiamandole a una maggior presenza. Come ti sembra che sia andata?

E’ un gruppo giovane che può benissimo arrivare a Los Angeles, con l’ambizione di essere protagonista. Lo ha dimostrato anche il quartetto americano, con Dygert e Faulkner che hanno fatto la prova su strada e subito dopo sono andate a prendersi l’oro su pista. Però anche loro hanno lavorato più di un mese e mezzo dedicandosi più alla pista che alla strada e qui torniamo al discorso di prima. L’attività su strada è sempre più intensa, il calendario femminile ormai è pari a quello maschile, ma ci sono meno atlete. C’è da parlare con le squadre di appartenenza, con i manager, con le ragazze stesse. Se hanno la volontà di arrivare a Los Angeles, bisognerà programmare un po’ meglio e avere una disponibilità maggiore per fare un quartetto da podio, perché ci sono andate vicinissime. Hanno lavorato tutti assieme veramente per pochissimi giorni. Per contro, aver fatto il Giro d’Italia ha funzionato bene per le prove di fondo come la madison, in cui le azzurre hanno dimostrato di essere superiori a tutte.

Che cosa ha rappresentato per te vedere Viviani vincere quest’ultima medaglia olimpica?

E’ un risultato importante, perché a causa del numero limitato di atleti, abbiamo dovuto fare delle scelte forti. Con un atleta in meno a disposizione, significava che i quattro del quartetto avrebbero dovuto fare tutte le prove di endurance, quindi anche l’omnium e la madison. Avrebbe significato lasciare fuori un corridore come Viviani, che nelle ultime due Olimpiadi aveva già dato un oro e un bronzo nell’omnium. Conoscendo la sua professionalità e grazie anche a Bennati che ha capito la nostra richiesta, l’operazione ci ha dato ragione. Che Elia avesse la gamba si era visto anche nell’omnium e nella madison ha tirato fuori veramente il massimo. Anche Consonni è stato bravissimo, perché ripartire dopo la caduta e tenere quei ritmi non era facile. Consideriamo che l’americana è stata corsa oltre i 60 di media per 50 chilometri!

Viviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di gara
Viviani e Consonni sono stati fortissimi anche dopo la caduta che ha falsato il finale di gara
Peccato per la caduta…

A quelle velocità, Elia ha fatto quattro giri da solo a tutta. Subito dopo, a cinque giri dalla fine, ha fatto un grande recupero, rimettendosi in gioco per la volata finale. Però bisogna anche dire che Leitao e Oliveira sono andati fortissimo, hanno fatto un finale veramente incredibile. Forse nel caos della caduta, abbiamo perso di vista la situazione dei punti. Non si è capito che i portoghesi stessero recuperando in modo importante e perdere a quel punto il filo della corsa è stato fatale. Però i nostri sono stati bravissimi. Elia ha corso in maniera impeccabile, una madison da maestro. Meritava un gran finale come quello.