Le Olimpiadi da dentro (e da fuori). Torniamo a Parigi con Cecchini

25.08.2024
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Le Olimpiadi di Parigi sono finite da un paio di settimane. Sembra un’eternità, ma certi ricordi e certe emozioni sono ancora forti. Specie per chi come Elena Cecchini le ha vissute da dentro. Ed è proprio l’azzurra, che ha disputato la prova su strada, a guidarci nella Parigi olimpica nascosta. Quella dei pass per muoversi, delle logistiche particolari, delle cerimonie.

In due settimane spesso abbiamo sentito atleti e giornalisti raccontare anche di come non sempre fosse facile spostarsi, mangiare alla mensa del villaggio o al contrario ci dicevano dell’atmosfera magica che in quei giorni a cinque cerchi si respirava nella Ville Lumiere.

Uno scatto con le ragazze impegnate su strada e il cittì Sangalli
Uno scatto con le ragazze impegnate su strada e il cittì Sangalli
Elena torniamo a Parigi. La sede azzurra ciclistica era a Versailles, fuori dal centro della città…

Esatto, avevamo l’hotel sulla strada del percorso, del tratto in linea per la precisione e questo era molto comodo per poterci allenare rispetto al Villaggio Olimpico che invece era in centro. Scelte come questa, di prendere un altro hotel sono del Coni. Il Villaggio per esempio era ideale per i ragazzi dell’atletica che in 5′ a piedi erano allo stadio. Il Coni per i giorni delle gare su strada aveva affittato per noi un appartamento in centro proprio vicino alla partenza. Era un appartamento per persone non vedenti ed era molto comodo in quanto a logistica pre gara. Lì avevamo il cuoco italiano, gli spazi con le nostre bici, i rulli. I ragazzi e le ragazze della crono si sono potuti distendere prima delle gare, oltre che dormirci tutti noi dalla sera prima. Una logistica molto comoda, anche perché non avevamo i bus, ma c’erano degli stand per i team. Mentre il villaggio olimpico distava almeno 45′ dalla sede di partenza. 

E quindi al Villaggio Olimpico non ci sei stata?

Un giorno. Sono andata a farci una passeggiata, a curiosare. Elia (Viviani, il marito, ndr) invece ci è stato. Era andato a fare una sessione in palestra, che era a disposizione degli atleti, dopo la cerimonia d’apertura. Mi ha detto che in mensa c’erano code lunghissime e che per questo aveva mangiato in uno dei bar del villaggio. Lì la scelta alimentare era comunque buona e ne aveva approfittato. Un po’ mi dispiace non aver vissuto di più il villaggio olimpico. Mi ricordo di quello di Rio, dove c’era una palazzina per Nazione. Anche quella fu una bella esperienza. Al villaggio ci siamo ritrovati con tutti gli azzurri prima di andare alla cerimonia di chiusura.

Una foto, molto parigina, di Elena Cecchini in corsa
Una foto, molto parigina, di Elena Cecchini in corsa
Dopo la tua gara sei rimasta però a Parigi…

Il 4 agosto ho corso e poi la mattina dopo ero già al velodromo per vedere Elia e Vittoria Guazzini, che è una mia grande amica. Avevo preso a suo tempo, privatamente, un Bed&Breakfast in zona. Avendo già gareggiato potevo accedere al villaggio olimpico ma non ci potevo dormire. 

E i biglietti per il velodromo?

Li ho acquistati come una persona normale a suo tempo. Aprivano degli “slot temporanei”, una o due volte al mese: dovevi starci dietro, c’era già una lista d’attesa. Poi in realtà ho visto che si potevano acquistare anche sul momento.

Chiaro…

All’inizio li avevo presi solo per l’omnium di Elia e per i ragazzi del quartetto. Mentre mi sono persa la madison d’oro di Vittoria e Chiara (Consonni, ndr). E’ che dopo tre giorni di velodromo ero distrutta. Faceva un caldo tremendo, la musica, lo speaker, il caos… ogni sera avevo il mal di testa. Solo che poi non essendo andata e avendo loro vinto, per scaramanzia ho detto ad Elia: “Non so se venire alla tua madison, resto in appartamento”. Ma Elia, che scaramantico non è, mi ha detto di andare. E’ stata quasi più faticosa la settimana da spettatrice che quella da atleta. Ma così mi sono goduta le Olimpiadi dai due punti di vista.

Abbiamo visto in effetti anche dai tuoi social che l’hai vissuta appieno, specie alla cerimonia di chiusura…

Quel giorno siamo stati fuori dalle 16 a mezzanotte. Alle 18 c’era il ritrovo al villaggio, faceva un caldo con quelle tute… ma dovevamo attenerci al codice che ci aveva inviato il Coni. Però è stata un’esperienza bellissima stare in quello stadio. Ti dava veramente il senso di cosa siano le Olimpiadi. Un’emozione fortissima.

Casa Italia: com’era?

Ci sono stata, anche se è più per gli atleti medagliati che non per gli altri. Se ci andavi nessuno ti cacciava, ma non potevi decidere di andare liberamente. Quando Chiara Consonni e Vittoria Guazzini hanno vinto l’oro, dal velodromo sono andate a Casa Italia direttamente con tutto lo staff con i mezzi del Coni. Invece abbiamo ricevuto lì Elia e Simone con la loro medaglia d’argento della madison. Quando gli atleti medagliati arrivavano a Casa Italia gli veniva fatto un video emozionale, poi passavano alle interviste e quindi si mangiava. Anche noi abbiamo mangiato con loro e a seguire c’è stata una festa. Casa Italia era bellissima. Aveva un design particolare, dettagli curatissimi. Il Coni ha recuperato questa villa e l’ha risistemata a nuovo. Ora sarà restituita alla cittadinanza. 

E poi Elena c’eravate voi, i protagonisti, gli atleti. Chi hai incontrato?

Alla Cerimonia di chiusura ho visto bene Noah Lyles, lo sprinter americano che ha vinto i 100 metri. Era ben disposto, simpatico e alla mano, come tutti quelli della squadra statunitense. Avevano queste divise bellissime, colorate. Loro erano dei guasconi, con occhiali improbabili, dei veri casinisti… davvero belli da vedere. E poi le Farfalle della ginnastica ritmica. Ho rivisto Pauline Ferrand-Prevot, una mia amica…

E tra campioni, tra atleti, ci si riconosce?

Non tutti, ma sì direi. Io ed Elia abbiamo incontrato Gregorio Paltrinieri e Rosella Fiamingo (anche loro coppia nella vita, ndr). Elia e Gregorio già si conoscevano. Avevano vinto l’oro a Rio nello stesso giorno: interviste, Casa Italia anche lì ed erano rientrati dal Brasile con lo stesso volo. Da quel momento sono rimasti in contatto. Senza contare che ci si era incontrati anche a Livigno: anche Gregorio nuotava in quota. Mentre La Fiamingo sapeva che io ero la moglie di Elia e cosa facevo: anche lei è stata molto alla mano. E poi sì, ci siamo incontrati e visti con i ragazzi dell’atletica. Nadia Battocletti per esempio o Filippo Tortu. Ecco, Tortu è super tranquillo e super appassionato di ciclismo. Conosce tutti. Anche in questi incontri c’è il bello delle Olimpiadi.

La costanza e la voglia di Ulissi, un esempio per i giovani

25.08.2024
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Spalla a spalla con Jonas Vingegaard. La lunga carriera di Diego Ulissi si fregia anche di questo particolare, in un Giro di Polonia vissuto da assoluto protagonista, lottando alla pari con il danese uscito rinvigorito dal Tour de France. Chi conosce il toscano sa che è solo un ulteriore capitolo di una carriera tanto lunga quanto luminosa, ancora lungi dallo scrivere le ultime parole.

Ulissi, uomo vincente in ogni anno della sua lunga storia, è davvero un esempio, ancor di più nel ciclismo italiano di oggi che fatica enormemente a ritagliarsi i suoi spazi. Ma Diego non è uomo da vantarsi, anche il suo Giro di Polonia è una delle tante avventure vissute.

«Sapevo che bisognava partire bene – racconta – nelle prime tappe si faceva il 90 per cento della classifica. Nei primi due arrivi sono rimasto sempre fra i primi, nel terzo ho chiuso secondo dietro Nys ed ero alle spalle di Vingegaard che aveva già costruito la sua leadership a cronometro, a quel punto era pura gestione. Il secondo posto finale era il massimo risultato possibile, il danese ha sempre fatto buona guardia».

Il podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e Ulissi
Il podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e Ulissi
Colpisce però il fatto che ti sia anche avvinato a lui, chiudendo a 13”…

Il Polonia è una corsa a tappe un po’ atipica, con tante frazioni impegnative ma senza salite lunghe. Lui ha fatto la differenza nella seconda frazione, a cronometro, poi ha sempre gestito. Io ho lavorato sugli abbuoni e sfruttato un tracciato che in generale mi si addiceva, ma è chiaro che con una salita più lunga e dura, il vantaggio di Jonas sarebbe stato maggiore.

Quel che colpisce è la tua costanza di rendimento. In 53 giorni di gara sei finito fra i primi 10 ben 31 volte comprese tre vittorie. Numeri da big, da quella ristretta fascia di corridori appena al di sotto dei “magnifici sei”…

La costanza è sempre stata una mia caratteristica, è grazie a essa che riesco sempre a finire l’anno nelle posizioni alte del ranking. Dopo il Giro d’Ungheria mi sono preso un mese di stop perché non stavo bene, non respiravo bene, ma quella sosta mi ha consentito di tirare il fiato e riprogrammare tutta la mia stagione.

Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)
Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)
Come ti gestisci durante il riposo?

Ormai ho anni e anni di esperienza alle mie spalle. Ad esempio sono refrattario ai periodi di allenamento in altura, a me non hanno mai dato grande giovamento, la faccio solo all’inizio con tutto il team. Preferisco lavorare alla maniera solita, seguendo le tabelle a casa mia. Praticamente mi alleno correndo, come si faceva una volta. I risultati mi pare che dicano che faccio bene…

Tu però anche a 35 anni sei lì che combatti, lotti con i primissimi, anche con i big. Perché gli italiani più giovani non ci riescono?

Difficile a dirsi, se lo sapessi potremmo dire che la crisi che stiamo attraversando sarebbe risolta… I risultati non arrivano a caso, ci vogliono doti. Io dico che di giovani validi ne abbiamo e ne continuiamo a sfornare, ma serve tempo, ognuno ha il suo per maturare ed emergere. Non tutti si chiamano Pogacar o Evenepoel. Io qualche anno di esperienza sulle spalle ce l’ho e vedo che oggi è più difficile emergere perché il livello è altissimo e le squadre sono costruite in maniera diversa, con tutti corridori che hanno nelle corde il colpo.

Per il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanza
Per il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanza
Questo cosa significa?

Prendi la mia squadra, la Uae. Dovunque andiamo, quando non c’è Tadej, ci sono almeno 4-5 capitani, poi in corsa si decide per chi si corre in base a tanti fattori: percorso, condizione del giorno, evoluzione della corsa… Un giovane italiano che approda in un team WT deve andare veramente forte per scalare le gerarchie e guadagnarsi fiducia. Bisogna fare le cose per gradi, io dico che se lavoreranno bene verrà anche il momento buono e dovranno essere pronti a sfruttarlo.

E’ pur vero però che, pur non considerando i super, ci sono tanti corridori giovani da ogni nazione che sono sempre lì a lottare per la vittoria, i nostri spesso si vedono nelle prime fasi delle corse, nelle fughe, ma poi?

Attenzione, quando parliamo di giovani, io dico sempre che noi valutiamo un ciclismo preso sull’immediatezza, ma quanti di questi corridori riusciranno a tirare avanti, ad avere carriere lunghe, ad arrivare alla mia età? Solo il tempo ci dirà se c’è un prezzo da pagare in termini di durata delle carriere. E’ vero, oggi guardiamo le corse e sembra che i talenti siano solo fuori dai nostri confini ma non è così, ci sono anche da noi ed emergeranno. Il ciclismo è fatto di fasi storiche, tra qualche anno magari saremo noi a gioire.

La grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimo
La grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimo
E’ un discorso anche caratteriale?

Sicuramente, forse preponderante. Tanti di quei giovani stranieri di cui prima li vedi correre senza paura, con una grande voglia di emergere. E’ quella che in primis un corridore deve avere, pensando che il contratto da professionista è un punto di partenza e non di arrivo. Poi è chiaro che dipende tutto dalle gambe…

Torniamo a te. E ora?

Dopo Plouay seguirò tutto il calendario italiano, fino al Lombardia, intanto valuterò che cosa fare, se rimanere alla Uae o no. Io voglio continuare per almeno un paio d’anni, vediamo dove e come.

Balsamo riparte dalla primavera e dalla voglia di divertirsi

25.08.2024
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«Una cosa buona che ho portato via da Parigi – dice Elisa Balsamo – la cosa per me più bella è stato il pubblico sul percorso della gara su strada. La gente sulla salita di Montmartre è stata una cosa veramente impressionante. Potrò dire per sempre che io c’ero. Secondo me ci saranno poche gare spettacolari come quella».

Il capitolo delle Olimpiadi di Parigi lo chiudiamo volutamente così. Nulla di tutto quello che potremmo raccontare cambierebbe il succo di un’esperienza falsata dalla cattiva sorte, che nelle dichiarazioni successive è diventata la sola causa di risultati al di sotto delle attese. Quello che interessa, parlando con Elisa alla vigilia della corsa di Plouay (la piemontese ha chiuso al quarto posto) è la nuova pagina su cui proprio dalla corsa francese si inizierà a scrivere la seconda parte di stagione.

Le fatiche del Tour dopo le Olimpiadi hanno creato la base da cui ripartire
Le fatiche del Tour dopo le Olimpiadi hanno creato la base da cui ripartire
Si può dire che da oggi comincia una seconda parte di stagione che sarà folgorante e bellissima?

Speriamo! Sto bene (sorride, ndr), devo dire che il Tour de France è stato decisamente duro, però mi sono sentita meglio ogni giorno. Speriamo che questo finale di stagione sia positivo.

E’ un Tour che ci voleva per rimetterti completamente in carreggiata dopo il ritiro dal Giro?

Ho fatto delle belle volate nei primi giorni, sono contenta. Ma diciamo, come avete ben capito, che era un Tour per cercare di rimettersi in sesto. Nel senso che arrivando da un periodo un po’ travagliato, l’obiettivo era più che altro quello di riuscire a creare una buona condizione e aiutare le compagne. Quindi direi che è andata bene.

Adesso si guarda giorno per giorno o si fissano grandi obiettivi?

Credo che l’europeo possa essere una bella occasione per me. Ma non voglio pensare a un solo obiettivo, parteciperò ancora a delle grandi gare interessanti. L’obiettivo è quello di raccogliere il più possibile e divertirsi. Ci sono ancora delle belle occasioni.

La vittoria nel Trofeo Binda su un’atleta in forma come Kopecky e Puck Pieterse ha ribadito che Balsamo non è solo una velocista
La vittoria nel Trofeo Binda su un’atleta in forma come Kopecky e Puck Pieterse ha ribadito che Balsamo non è solo una velocista
Divertirsi è un bel verbo: c’è stato spazio per il divertimento in questi primi mesi?

Sono molto contenta della mia primavera. Mi sono divertita e sono arrivati degli ottimi risultati. Sicuramente gli ultimi due mesi e mezzo dalla caduta non sono stati facili, però ormai si guarda avanti. Penso di essere uscita dal tunnel, quindi questa è la cosa più importante. Devo dire che gli ultimi due anni non sono stati particolarmente fortunati, soprattutto a causa delle cadute. Farsi male non è mai bello…

Fatte le debite proporzioni, sei forte in pista e hai una grande punta di velocità: si potrebbe pensare a te come a un Jonathan Milan. Forse tu tieni meglio in salita, come dimostra la vittoria al Trofeo Binda. Quale pensi che potrebbe essere un tuo sviluppo?

Devo dire che volendo immaginare un’Elisa a lungo termine, a me piacerebbe cercare di diventare sempre più completa. Da questo punto di vista, quello che ho fatto in primavera è stato un passo avanti rispetto all’anno scorso. Ovviamente non voglio perdere lo spunto veloce, perché alla fine credo che sia il mio punto di forza. Però vorrei cercare di migliorare un pochino sulle salite, sugli strappi. E’ quello il mio obiettivo.

Di solito si dice che dopo le Olimpiadi quelli che hanno fatto pista tornano tra le mani delle proprie squadre e si dedicano solo alla strada. Sarà così anche per te?

In realtà per adesso non mi sono fatta grandi idee. Quindi prima di dichiarare cose ai giornali, vorrei parlare con tutti. Sentire quello che pensa Villa, confrontarmi con lui e poi prenderò la mia decisione. La pista fa parte del mio bagaglio e mi ha dato molto. In questi ultimi anni mi sono tolta davvero delle belle soddisfazioni. E penso che con l’equilibrio giusto, la pista possa dare qualcosa anche per la strada. Però non è facile. Soprattutto nel ciclismo del giorno d’oggi in cui se non arrivi alle gare al 110 per cento, fai solo una grande fatica e nient’altro.

Divertirsi significa anche essere in pace dopo un secondo posto: Balsamo-Consonni alla Gand, entrambe battute da Wiebes
Divertirsi significa anche essere in pace dopo un secondo posto: Balsamo-Consonni alla Gand, entrambe battute da Wiebes
Come si vive in casa la partenza di Davide per le Paralimpiadi?

Credo che se lo sia veramente meritato. E’ stato vicino ad andare a Tokyo, quindi penso che per lui sia veramente il coronamento di un sogno. Per di più lo sta facendo aiutando un’altra persona e forse è una cosa ancora più nobile (Davide Plebani, compagno di Elisa, correrà le Olimpiadi sul tandem con Lorenzo Bernard, ndr). Ho sempre saputo che Davide è una persona molto buona, nato per aiutare le altre persone, quindi questo secondo me gli permette davvero di coronare un sogno. Nei primi tempi dopo la caduta, mi è stato vicino e senza di lui non sarei sicuramente riuscita a venirne fuori. Adesso diciamo che sto cercando di ricambiare, dandogli il massimo supporto per questo grande obiettivo.

Dopo non essere andato a Tokyo era amareggiato…

E anche quello l’ha portato a decidere di smettere di correre in bici, prima che gli venisse fatta questa proposta del paraciclismo. Sono state dette delle cose non tanto belle e a quel punto ha scoperto di essere un po’ stufo dell’ambiente. Penso che questa sia la rivincita più grande che si potesse prendere. Sono già molto felice per lui e secondo me hanno possibilità di portare a casa un buon risultato e alla fine il valore di una medaglia è sempre il valore di una medaglia.

Plebani, qui con Balsamo, è tornato in bici dopo la delusione di Tokyo per puntare alle Paralimpiadi e prendersi una rivincita
Plebani, qui con Balsamo, è tornato in bici dopo la delusione di Tokyo per puntare alle Paralimpiadiadi
Tornando a te, hai ritrovato le sensazioni dei bei tempi?

Sì, insomma, sento di essere in ripresa. Sicuramente il mio corpo ultimamente è stato sottoposto a tanti stress che, sovrapposti uno all’altro, hanno reso le cose abbastanza complicate. Però devo dire che adesso mi sento in salute e questa penso sia la cosa più importante. Prima sentivo davvero molto instabile da quel punto di vista. Nel momento in cui invece una persona si sente in salute, può cercare di lavorare sulla prestazione, fare allenamenti più specifici e tutto quello che serve. Adesso sono in questa fase, con l’incognita di come reagirò nell’immediato alle fatiche del Tour. Perché il Tour è stato impegnativo, oltre che per le distanze, anche per i dislivelli. Ma è quello di cui avevo bisogno. Speriamo davvero da adesso di iniziare a scrivere una storia un po’ diversa.

Tiberi e Vergallito, lampi d’Italia nella Vuelta che decolla

24.08.2024
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Non sarà come quando al Giro del 2010 la fuga dell’Aquila costrinse la Liquigas ai lavori forzati per riprendere e staccare Arroyo, se non altro perché il margine di allora sfiorava i 13 minuti. In ogni caso la fuga con cui tre giorni fa Ben O’Connor ha conquistato la maglia rossa della Vuelta vincendo a Yunquera ha messo i principali favoriti della Vuelta nella condizione forzata di inseguire. Non a caso, dopo la vittoria di Roglic sul traguardo di oggi a Cazorla, i giornali spagnoli hanno titolato sull’inizio della rimonta.

«E’ stata una tappa difficile – ha detto Primoz, che la maglia l’aveva presa a Pico Villuercas – ho rinunciato ad attaccare da lontano, ma alla fine c’era l’opportunità di puntare alla vittoria di tappa e l’ho fatto. La salita finale mi andava bene e avevo buone gambe. Sono felice di essermi ripreso parte del mio tempo, ma sto vivendo la Vuelta un giorno alla volta. Domani potrei perdere nuovamente terreno. Sento ancora l’infortunio alla schiena dovuto al Tour».

Almeida ha scalato la salita finale accanto a Stefan Kung, segno che qualcosa davvero non andasse
Almeida ha scalato la salita finale accanto a Stefan Kung, segno che qualcosa davvero non andasse

La scelta della UAE

Nel giorno in cui Roglic e Mas hanno iniziato a risalire la china, con Tiberi giusto alle spalle, chi ha perso terreno in modo significativo e inatteso è stato Joao Almeida, che da più parti era stato indicato a ragione come il favorito della Vuelta. Il portoghese ha tagliato il traguardo a 4’53” dal vincitore, fiaccato a quanto si dice dalla positività al Covid.

Chissà se è vero quanto ha detto il tecnico della nazionale spagnola sul fatto che Ayuso in realtà stia benissimo e sarebbe stato lasciato a casa per il comportamento del Tour. Sia quel che sia, anche oggi nella scalata a Cazorla si è capito che la UAE Emirates senza Pogacar (o la promessa della sua imminente presenza) non è lo squadrone che abbiamo ammirato al Giro, allo Svizzera e al Tour de France. Con Yates mai realmente della partita e l’Almeida claudicante di oggi, se il risultato finale sarà che Ayuso rimarrà nel team, allora il team avrà ottenuto una qualche forma di risultato. In caso contrario, finirà come per il marito che per punire la moglie ha scelto di infierire sulla propria virtù.

L’errore di O’Connor

Il finale di tappa era perfetto per lo sloveno: l’unico a non averlo capito è stato il leader Ben O’Connor. Forte di un margine a dir poco importante, l’australiano ha creduto di avere un livello paragonabile a quello di Roglic. E anziché amministrare con sapienza il proprio margine, si è messo in testa di rispondere a Primoz, che al terzo affondo se lo è tolto di ruota e lo ha lasciato sprofondare nel fiato corto.

«La fase di apertura della tappa era già molto dura – ha cercato di spiegare O’Connor – sono sempre stato davanti, ma ovviamente sono un po’ deluso per come è finita. Non mi aspettavo di perdere così tanto, ma penso che le salite di domani intorno a Sierra Nevada saranno meno moleste per me. Spero di avere una giornata migliore e di tenere la maglia».

A suo agio anche sulle pendenze arcigne di Cazorla, il passivo di Tiberi è di 17″
Tiberi si è trovato a suo agio anche sulle pendenze arcighe di Cazorla: il suo passivo è di 17″

Tiberi sornione

Antonio sta lì e per ora segue. Lo senti parlare e riconosci una sicurezza superiore a quella del Giro dove tutto era scoperta. Sarà perché ha già corso per due volte la Vuelta negli anni alla Trek-Segafredo o perché dopo la maglia bianca del Giro, l’asticella s’è alzata per davvero. Oggi sul traguardo, Tiberi è stato il primo dopo Roglic, Mas e Landa, pagando appena 17 secondi, figli più delle caratteristiche di ripidezza della salita che di un’effettiva difficoltà.

«Oggi è stata un’altra tappa dura dall’inizio – spiega il corridore della Bahrain Victorious – con un ritmo davvero elevato, almeno fino a quando non è partita la fuga. Poi si è continuato ad andare forte per tutto il giorno. L’ultima salita l’abbiamo presa forte dall’inizio ed era molto ripida. Ho cercato di fare del mio meglio per tenere il ritmo e alla fine ho dato davvero tutto. Ho seguito i migliori e sono arrivato quarto. E’ molto bello per me su questo tipo di salita, perché non è adatta a me. Ma se oggi sono riuscito a guadagnare qualcosa, allora vuol dire che sto bene e cercherò di continuare così».

Vergallito è rimasto in fuga per 95 chilometri, cedendo solo a pochi passi dal traguardo
Vergallito è rimasto in fuga per 95 chilometri, cedendo solo a pochi passi dal traguardo

E intanto Vergallito…

A proposito di italiani, registrata la tenace difesa di Tiberi, non si può dimenticare la lunga fuga di Luca Vergallito, rimasto allo scoperto per quasi 100 chilometri con Tejada, Lazkano, Schmid, Oomen, Izagirre e Le Berre. E poi, mano a mano che i chilometri passavano, il milanese della Alpecin-Deceuninck si è ritrovato testa a testa con Tejada e Lazkano. E se lo spagnolo alla fine ha ceduto le armi, solo Tejada ha fatto meglio di lui, piazzandosi al settimo posto a 24 secondi da Roglic. Per Vergallito è venuto il dodicesimo posto a 36 secondi dal vincitore. Secondo miglior italiano di giornata nel primo Grande Giro della carriera.

«Durante la fuga ci sono stati momenti in cui speravamo di farcela e altri dove invece vedevo al fine segnata. Ai meno 20 però ho capito che arrivare sarebbe stato quasi impossibile. Anche la prossima potrebbe essere una tappa adatta, ma oggi ho speso tanto e non credo potrò essere al cento per cento. Qui c’è un livello altissimo, sono nell’elite del ciclismo, ci metto tutto me».

La Vuelta è ancora lunga, ma il motore della corsa sta decisamente prendendo giri. Domani l’arrivo di Granada metterà ancora di più alla prova gli uomini di classifica e a quel punto capiremo se O’Connor potrà durare ancora a lungo o se il suo regno ha i giorni contati.

Il Tour di Vollering e SD Worx alla “moviola” con Guarischi

24.08.2024
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Il Tour Femmes è finito quasi una settimana fa ed è tempo di brevi “ferie” per chi lo ha corso prima di riprendere col proprio calendario, ma è ancora fresco l’epico duello Niewiadoma-Vollering risolto per 4 secondi in vetta all’Alpe d’Huez. Un finale romanzesco addirittura ripreso dalla stampa estera non di settore. Un margine – il più basso della storia nelle più importanti gare a tappe maschili e femminili – da analizzare stavolta dalla parte della sconfitta dopo quella di ieri della vincitrice.

Quando il divario tra i primi due della generale è così risicato, scattano l’interesse e la curiosità. In molti si sono scatenati nel chiedersi se Vollering, e di conseguenza la sua SD Worx-Protime, abbia fatto tutto il possibile o meno per aggiudicarsi nuovamente il Tour. E se prima ancora, nelle due volate non vinte da Wiebes, si fosse inceppato un ingranaggio perfetto. La discussione è aperta e sicuramente fa bene a tutto il movimento perché significa che il ciclismo femminile è cresciuto ed appassiona sempre di più. Ne abbiamo parlato quindi con Barbara Guarischi, andando dietro le quinte della corazzata olandese per capire come sono andate le cose, senza tralasciare il primo cartellino giallo del ciclismo che i rigidi giudici UCI le hanno comminato. Ora prendetevi qualche minuto e scoprite le sue parole.

Dopo il Tour, Guarischi prepara il finale di stagione. Potrebbe vestire la maglia azzurra all’europeo
Dopo il Tour, Guarischi prepara il finale di stagione. Potrebbe vestire la maglia azzurra all’europeo
Barbara partiamo dalle impressioni avute dal tuo primo Tour.

Non avendolo mai fatto in precedenza non ho termini di paragoni, ma posso dirvi che abbiamo fatto ritmi folli. Me lo confermavano compagne e colleghe che lo avevano già corso, considerando anche dislivelli importanti in alcune tappe. L’ultima io non l’ho fatta, ma fino ai piedi del Glandon avevano oltre i 43 di media, dopo una settimana a quelle velocità. Sono rimasta scioccata.

E’ stato invece uno shock non aver vinto i due sprint con Wiebes?

Non posso nascondere che resti con l’amaro in bocca. Con Lorena ci eravamo preparate molto bene, anche mentalmente per affrontare il caos e lo stress, non solo le avversarie. Nella prima tappa fino ai 150 metri eravamo state brave. Peccato che a Lorena le siano entrate con la ruota anteriore nel cambio e non sia riuscita più a pedalare. Le si è tranciato di netto, ma è stata fortunata che sia successo mentre era ancora seduta, altrimenti se fosse stata in piedi si sarebbe potuta fare molto male.

Cartellino giallo storico. Kool batte Wiebes alla seconda tappa. Dopo il traguardo scatta l’ammonizione a Guarischi per comportamento scorretto
Cartellino giallo storico. Kool batte Wiebes alla seconda tappa. Dopo il traguardo scatta l’ammonizione a Guarischi per comportamento scorretto
Il giorno dopo è stata una questione di fotofinish.

Esatto, ma sappiamo che le volate sono così. Forse Lorena è partita un filo appena prima del solito, questione di attimi. E’ partita ai 220 metri anziché ai tradizionali 200 e alla fine potrebbero esserle mancati per vincere. Però è stata battuta da Kool che è una velocista molto forte, in forma e che conosce bene (sono coetanee ed ex compagne alla DSM nel 2022, ndr). Charlotte non ha rubato nulla e noi comunque avevamo lavorato bene in entrambe le occasioni.

Tra l’altro proprio al termine della seconda tappa, sei diventata la prima ammonita da parte dell’UCI. Cosa è successo?

Dopo il traguardo ci hanno comunicato l’ammonizione senza la motivazione. Volevamo conoscerla per evitare di commettere lo stesso errore una prossima volta. Dopo il leadout a Wiebes ho alzato una mano dal manubrio per parlare alla radio (nel comunicato si riassume “rallentando bruscamente la velocità e creando una condotta della bici pericolosa per tutte le altre atlete”, ndr). Abbiamo accettato la decisione, ma siamo rimasti sorpresi. Le volate sono così negli uomini e nelle donne. Tutte noi sappiamo quello che facciamo a 60 all’ora, per altro da tanti anni. Soprattutto ci teniamo ad arrivare sane e salve. E’ un’azione che faccio spesso, come tante che fanno il mio lavoro. Di solito mi sposto dalla parte opposta in cui viene lanciata la volata, ma in quella circostanza ho proceduto dritta perché stavano uscendo da tutte le parti. Anzi, molte colleghe mi hanno detto che se mi fossi spostata sarebbe peggio e saremmo cadute. Starò più attenta, però temo che probabilmente mi prenderò altri cartellini gialli perché le volate le facciamo sempre così (sorride, ndr).

Abbuono fatale? Vollering a Liegi perde al fotofinish da Pieterse (terza Niewiadoma) prendendo solo 6 secondi anziché 10
Abbuono fatale? Vollering a Liegi perde al fotofinish da Pieterse (terza Niewiadoma) prendendo solo 6 secondi anziché 10
Sono poi arrivate le tappe dure. In generale vi è mancata un po’ di fortuna fino a metà Tour?

Dal terzo giorno in avanti per me iniziava un Tour di sopravvivenza (sorride ancora, ndr), ma sapevamo che la squadra sarebbe stata tutta a disposizione di Demi. Se vi riferite alla sua caduta nel finale della quinta tappa, allora dico che abbiamo avuto molta sfortuna. Anche perché nello stesso momento ha bucato pure Fisher-Black che comunque fino a quel momento era in classifica e stava lottando per la top 10. Tuttavia quel giorno almeno abbiamo vinto la tappa con Vas.

Quell’episodio è stato considerato da tutti lo spartiacque del Tour di Vollering. Sei d’accordo?

Tutti hanno detto che Demi fosse rimasta da sola e che non fosse bello vedere la maglia gialla abbandonata a se stessa. E’ stata fermata Mischa (Bredewold, ndr) che era poco avanti e ha dovuto mettere piede a terra per aspettare Demi. L’ha aiutata fin dove poteva, ma considerate che l’ultimo chilometro e mezzo era in salita e Vollering lo ha fatto alla morte. Quando lei va alla morte, chi può starle davanti a tirare? Credetemi, la scelta della squadra è stata giusta così, non potevamo fare altro.

Come avete analizzato quella situazione?

Ci poteva anche stare di perdere la maglia gialla, così avremmo avuto meno responsabilità in corsa. Il vero guaio è stato il così tanto tempo perso, ma quello era un punto pericoloso. Era una curva veloce che chiudeva stretta. Forse se ci fosse stato un addetto a segnalarcela, probabilmente l’avremmo affrontata con più attenzione. Lì si andava molto forte e Demi ha picchiato duro. Comunque alla fine sapevamo che per rivincere il Tour, avremmo dovuto recuperare e tentare il tutto per tutto.

Che è quasi riuscito a Vollering. Secondo te si poteva fare di più?

Con i se e con i ma, si possono dire tante cose. Se invece di fare seconda dietro Pieterse, Demi avesse vinto la tappa di Liegi avrebbe avuto 4 secondi in più di abbuono. Se all’ultima tappa Rooijakkers le avesse dato un paio di cambi in più in pianura, avrebbero guadagnato ulteriormente. Ed altro ancora, però capite che non si può ragionare così, esistono anche le avversarie. Lorena e Christine (Wiebes e Majerus, ndr) hanno dato l’anima prima del Glandon. Demi stava facendo l’impresa, tanto che la stessa Niewiadoma, che non ha rubato nulla e se lo è guadagnato il Tour, ha detto che quando l’ha vista partire si era demoralizzata. E lei ha ringraziato il lavoro della Brand prima dell’Alpe d’Huez. E’ vero che si può sempre fare meglio, ma secondo noi la nostra tattica non è stata sbagliata, malgrado una serie infinita di critiche.

Ne avete avute molte? Il tuo sfogo social è anche frutto di questo?

Fin dai primi giorni abbiamo ricevuto di tutto sui nostri profili. Ho visto Lorena rimanerci male e piangere perché in privato le scrivevano cose non carine. Oppure che Demi era rimasta da sola apposta perché tanto a fine stagione andrà via. Non scherziamo. Per me c’è sempre una linea da non oltrepassare e questo è troppo. Però ci siamo ricompattate ulteriormente grazie allo staff che ci ha fatto da parafulmine per tutelare il nostro morale. A riprova che siamo davvero un grande team dove tutti sono utili alla causa.

Vollering a fine stagione lascerà la SD Worx per la FDJ. Per Guarischi sarà insostituibile
Vollering a fine stagione lascerà la SD Worx per la FDJ. Per Guarischi sarà insostituibile
Nel 2025 in pratica Vollering sarà rimpiazzata da Van der Breggen. Cambierà qualcosa per voi?

Bisogna dire che Demi non è rimpiazzabile, lei rimarrà sempre lei per noi ragazze e per questa squadra. Chiunque arriverà, pur forte che sia, non sarà mai Demi. Personalmente sono molto legata ad entrambe. Naturalmente dispiace molto che ci lasci perché è una grande persona prima ancora che una grande leader, mentre Anna è la mia allenatrice. Nello sport però sappiamo che ci sono cicli che possono finire e nuove avventure che possono iniziare. Anna riprende perché le mancava correre. In questi anni ha vissuto l’atmosfera bellissima tra di noi e vedevamo che aveva voglia di tornare a respirarla. In ritiro si è sempre allenata bene con noi. Ovvio che poi bisognerà vedere quanto impiegherà a ritrovare il ritmo. Ma lei, come Demi, ha tanta classe e non avrà problemi.

In Polonia si è rivisto un gran Bagioli in aiuto a Nys

24.08.2024
5 min
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Se si guardano i nudi risultati del recente Giro di Polonia, fa capolino un 6° posto di Andrea Bagioli. Buono, soprattutto in relazione all’andamento di questa sua prima stagione alla Lidl-Trek certamente non in linea con quelle che erano le attese. Ma i numeri spesso non dicono tutto, anzi. Guardando l’evoluzione di alcune tappe, ai più attenti non è sfuggito come il rendimento del valtellinese sia cresciuto e di come se ne sia giovato Thibau Nys, che sul suo lavoro ha costruito le sue vittorie di tappa.

La grinta di Bagioli: chi lo ha visto in Polonia parla di un campione ritrovato
La grinta di Bagioli: chi lo ha visto in Polonia parla di un campione ritrovato

Un segnale importante per Bagioli, che infatti al termine della corsa polacca ha ben altra voce rispetto al resto della stagione: «E’ stata una corsa importante che mi ha dato risposte positive. Stavo meglio, il periodo di lavoro in altura ad Andorra mi ha fatto bene, in corsa ho ritrovato quelle buone sensazioni che per tutta la stagione non avevo sentito».

Nelle vittorie di Nys hai avuto una parte importante…

Sapevamo tutti in squadra che aveva una condizione incredibile ed era quindi giusto lavorare per lui, perché alla fine quel che conta è il team. Sabato, nella tappa verso Bukovina Resort stava per mollare in salita, gli ho detto di mettersi dietro e l’ho riportato nel gruppetto di testa, poi lui ha fatto la sua parte, ma so anche che molti hanno notato il mio lavoro e ne sono contento perché inizio a sentirmi me stesso.

La quarta tappa vinta da Nys. Bagioli nel gruppetto dietro è stato fondamentale per portarlo avanti
La quarta tappa vinta da Nys. Bagioli nel gruppetto dietro è stato fondamentale per portarlo avanti
Le aspettative su di te a inizio stagione erano molte: che cosa non ha funzionato?

Credo sia stato un insieme di fattori. Probabilmente ha influito il cambiamento di squadra, di ambiente, forse anche proprio quelle responsabilità di cui sopra. Serviva un po’ di tempo per abituarsi, soprattutto dopo il Giro d’Italia ho sentito che la ruota stava girando e in Polonia ne ho avuto la conferma.

Nella corsa polacca hai però dovuto ricoprire un ruolo subalterno, non temi che a lungo andare ti vedano sempre più come un luogotenente? Non erano queste le premesse…

Bella domanda. Forse sì e se devo guardarmi dentro, una delle cause del mio andamento è stata anche l’affievolimento di quella “cattiveria” necessaria per primeggiare. Nel 2023 avevo chiuso molto bene, ma ci vuole poco perché quella cattiveria si perda, è qualcosa che devi tenere sempre allenato. Non posso dare responsabilità al team, come detto si lavora tutti per un obiettivo, se vai forte gli spazi te li lasciano. So che continuando così ci saranno corse dove sarò io il capitano.

Nel team il valtellinese ha trovato fiducia, ma ci ha messo tempo per adattarsi
Nel team il valtellinese ha trovato fiducia, ma ci ha messo tempo per adattarsi
A ben guardare e considerando quello che hai fatto lo scorso anno sei uno dei pochi italiani vincenti. Non hai la sensazione che molti tuoi coetanei e più giovani, appena approdati in un grande team si accontentino di ruoli di rincalzo? E’ vero che i “magnifici 6” fanno un po’ quel che vogliono, ma all’estero ci sono anche tanti corridori che emergono e vincono comunque…

E’ un tema complesso, probabilmente la crisi che il nostro ciclismo sta vivendo si basa proprio su questo. Entrando in un team importante, del WorldTour, bisogna guadagnarsi la fiducia e non è facile. Sono in tanti che vogliono essere capitani, tanti che in ogni team hanno la possibilità di vincere. Farsi spazio non è facile, la concorrenza interna è spesso ancor più dura di quella esterna. Questo dipende dal livello estremamente alto del ciclismo odierno. Serve tempo, pazienza, lavorare sodo e non perdere fiducia in se stessi. Un esempio lo abbiamo con Tiberi, si vede come sta andando forte, non si è lasciato andare. Io credo che di giovani italiani vincenti ce ne siano, ma devono scavare per emergere.

Bagioli al Giro, incitato dalla folla. La corsa rosa non gli ha però portato fortuna
Bagioli al Giro, incitato dalla folla. La corsa rosa non gli ha però portato fortuna
Dove rivedremo ora Bagioli e soprattutto quando lo rivedremo a lottare nelle prime posizioni?

Domani sarò a Plouay dove saremo ancora al lavoro per Nys, per sfruttare la sua condizione straripante. Poi andremo in Canada per le due corse del WorldTour che a me sono sempre piaciute molto, a Montreal sono stato terzo due anni fa, è un percorso che si adatta alle mie caratteristiche. Poi seguirò le gare italiane di fine stagione dove vorrei chiudere in bellezza questo primo anno alla Lidl-Trek.

Il lombardo ha lavorato per Nys, ora però verranno corse dove agire in prima persona
Il lombardo ha lavorato per Nys, ora però verranno corse dove agire in prima persona
D’altronde si avvicina il Lombardia e dopo il secondo posto dello scorso anno dietro Pogacar ci si attende molto da te…

Dipende da quale sarà il percorso: se si arriva a Bergamo Alta è il tracciato ideale, se si arriva a Como le cose cambiano, nel finale c’è uno strappo forse troppo duro per le mie caratteristiche. Io comunque ho tutte le intenzioni di replicare quanto fatto e magari fare anche meglio…

Dietro gli arrivi di Alaphilippe e Hirschi, c’è una Tudor che cresce

24.08.2024
5 min
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A metà del secondo anno della sua storia come professional, con undici vittorie nel primo e già nove nel 2024, il Tudor Pro Cycling Team si è messo sul mercato e ha realizzato due colpi magistrali. L’arrivo di Marc Hirschi e quello di Julian Alaphilippe innalzano il tasso tecnico della squadra svizzera e la dotano di due uomini vincenti che saranno capaci di finalizzare il gran lavoro degli altri. Più in generale, guardando i movimenti del team, si ha la sensazione che l’opera di consolidamento prosegua con coerenza e seguendo un piano ben preciso.

In questi giorni, Ricardo Scheidecker si trova con la squadra al Lidl Deutschland Tour, per cui quando lo raggiungiamo ha appena finito il debriefing della tappa di ieri – vinta da Mads Pedersen – e sta per iniziare una riunione con lo staff. Non ci sono giornate tranquille durante le corse, ancor meno nelle squadre che pur vivendo nel presente stanno costruendo il futuro. Con il suo ruolo di Head of Sports, il portoghese è la figura di riferimento per fotografare il momento del team.

Vi siete mossi sul mercato con colpi veloci, precisi e di qualità. C’è la sensazione di un cambio di marcia…

Forse non un cambio di marcia, semplicemente il processo di crescita che prosegue. Il cambio c’è stato fra il primo e il secondo anno quando da 20 corridori passammo a 28 e fu un passaggio importante. Nel 2025 avremo un corridore in più, saremo 29. La squadra ha bisogno di qualità e di esperienza, ma non solo a livello di atleti. Stiamo facendo lo stesso con lo staff. L’anno scorso abbiamo preso il “Toso” (Matteo Tosatto, ndr) e Bart Leysen come rinforzo nell’area tecnica. Sul fronte dei corridori abbiamo esperienza, ma servono anche motori e qualità fisiche importanti, come nel caso di Hirschi, di Alaphilippe, lo stesso Marco Haller e Lienhard. In più abbiamo fatto passare dei corridori della devo team (Aivaras Mikutis e Fabian Weiss, ndr) e questo vuol dire che non trascuriamo lo sviluppo. Quindi credo che sia un mercato equilibrato.

Quanto c’è di tuo, dopo i tanti anni alla Quick Step, nell’arrivo di Alaphilippe?

Julian è un campione e credo che avesse anche altre proposte. E’ stata una scelta della squadra, non una scelta di Ricardo. Poi che io abbia aiutato nel creare il ponte è un altro discorso, perché abbiamo lavorato insieme per sei anni, credo i migliori della sua carriera. Abbiamo condiviso tantissimi momenti ed è rimasto un rapporto di amicizia vera, non solo di lavoro. Ma il bello di questa squadra è che gli acquisti si ragionano insieme con un gruppo di persone e non per la scelta di uno solo.

Ricardo Scheidecker, portoghese, è Head of Sports al Tudor Pro Cycling Team (foto Anouk Flesch)
Ricardo Scheidecker, portoghese, è Head of Sports al Tudor Pro Cycling Team (foto Anouk Flesch)
Hirschi è svizzero, la squadra è Svizzera: può diventarne la bandiera?

Diventerà logicamente uno dei leader della squadra, questo è molto chiaro. Noi crediamo assolutamente che abbia il potenziale per fare più di quello che fa al momento. Il fatto che sia svizzero è un’ottima coincidenza, soprattutto perché in squadra abbiamo colleghi che hanno lavorato con lui in passato e anche loro hanno contribuito a dargli fiducia perché decidesse di venire qui. Ritroverà persone con cui ha lavorato e che lo conoscono bene. E lo abbiamo trovato convinto del fatto che qui in Tudor Pro Cycling troverà l’ambiente giusto per la sua carriera e per esprimersi ai suoi livelli migliori.

Marc ha 26 anni, Julian ne ha 32. Pensi che abbia ancora il livello per essere l’Alaphilippe di prima dell’incidente?

Quest’anno si è rivisto a un bel livello, devo dire. Sono convinto che potrà tornare a uno standard altissimo. Se poi sarà al livello dei vecchi tempi, lo scopriremo l’anno prossimo quando cominceremo a correre. Quest’anno ha già dato dei segnali in questo senso, perché ha vinto un po’ di corse in modo importante, con lo stile di una volta. Credo che la chiave per lui sia trovare felicità e la nostra promessa è che qui la troverà. Conoscendolo, se davvero sarà così, il resto verrà naturale. La sua qualità porta tantissimo alla squadra, ma non basterà avere un nome. Dovremo essere in grado di meritarci quello che eventualmente verrà.

Il mercato è ancora aperto per altri colpi?

No, siamo a posto.

Se dovessi dare una valutazione a metà di questa stagione, cosa diresti della squadra?

Nel complesso, che vuol dire tenere conto anche del tanto lavoro non visibile all’esterno e che ci fa crescere, io dare un 8. Credo che stiamo lavorando bene. Conosciamo le nostre debolezze e ci impegniamo per migliorarle. La squadra ha un anno e mezzo, per cui possiamo essere fieri pur tenendo i piedi per terra, perché ancora non abbiamo fatto nulla di quello che ci proponiamo. Però pian piano stiamo crescendo. E quello che abbiamo progettato per il prossimo anno sarà un altro scalino che potremo salire.

Kajamini freccia a Condove. E oggi l’Avenir si decide sul Finestre

24.08.2024
6 min
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Tra le tante tappe di montagna di questo Tour de l’Avenir quella di Condove, in Piemonte, sembrava quella più tranquilla. E invece ne è uscito il finimondo e soprattutto ne è uscito un italiano: Florian Kajamini. Un italiano che vince in Italia: goduria doppia.

Dopo Ludovico Crescioli, i ragazzi di Marino Amadori portano a casa un altro successo e sono anche primi nella classifica a squadre. Questa vittoria però non è affatto casuale. C’è del lavoro dietro.

Partenza a ritmi folli, come del resto è stato in tutte le frazioni di questo Avenir (foto Tour Avenir)
Partenza a ritmi folli, come del resto è stato in tutte le frazioni di questo Avenir (foto Tour Avenir)

Il lavoro paga

«Questo – spiega con tono giustamente euforico Amadori – è quel che succede quando si hanno dei bravi corridori e quando si lavora bene. Ringrazio la Federciclismo per avermi permesso di stare tre settimane in quota al Sestriere e le società per avermi lasciato i ragazzi a disposizione per tanto tempo. Ma quando si programmano bene le cose, si lavora con calma e senza stress ecco quello che succede». Ricordiamo che gli azzurri hanno provato le quattro tappe finali.

«E accade anche perché i ragazzi sono bravi. Questi sono dei buonissimi corridori. Dove arriveranno non lo so, ma questi prima o poi qualcosa di buono la faranno. Bisogna solo avere pazienza».

La discesa dopo un Gpm facile e scoppia la bagarre, davanti anche Mattio (foto Tour Avenir)
La discesa dopo un Gpm facile e scoppia la bagarre, davanti anche Mattio (foto Tour Avenir)

Tranello superato 

Il discorso di Amadori è legato sia all’insieme dei risultati che gli azzurri stanno ottenendo in questo Avenir, sia alla tappa di ieri, alla cronaca se vogliamo. Tutto è successo in fase di avvio, quando il gruppo si è spezzato in un tratto, neanche troppo lungo, in discesa

«Aver provato il percorso – riprende Amadori – vuol dire tanto, ma proprio tanto. Anzi è stato fondamentale direi: sapevamo che quello poteva essere un punto cruciale e così è stato. Già lo scorso anno questa tappa fece un “tritello” e si sapeva che sarebbe potuta essere pericolosa. I ragazzi dovevano stare davanti e lo hanno fatto alla perfezione. Quando il gruppo si è spezzato sono andati via in 24 e noi ne avevamo tre dentro: Scalco, Kajamini e Mattio». 

Torres e Widar erano dietro e hanno perso il treno buono. La maglia gialla (Torres) ha anche provato a rientrare sul Moncenisio. Era arrivato ad un minuto dai battistrada che intanto andavano fortissimo, ma poi tra discesa e fondovalle è naufragato.

«Devo dire che Olanda e Gran Bretagna sono state brave dopo che erano rimasti in otto. Loro ne avevano due per team e hanno tirato molto. Anche io ho detto a Kajamini di girare, magari senza esagerare. Nei finali lui è veloce. Specie quando le gambe sono stanche».

I grandi sconfitti: Torres in giallo e Widar a pois. Entrambi hanno perso le rispettive maglie e da primo e secondo, sono ora 6° e 7° in classifica a 3’55” e 6’49”.
I grandi sconfitti: Torres in giallo e Widar a pois. Entrambi hanno perso le rispettive maglie e da primo e secondo, sono ora 6° e 7° in classifica a 3’55” e 6’49”.

Parla Kajamini

Ecco quindi Kajamini. L’azzurro della MBH Bank-Colpack è super felice. E come potrebbe essere diversamente? E’ incredibile la lucidità con cui riavvolge il nastro e racconta la tappa.

«Visto il livello che c’è qui all’Avenir – spiega Kajamini – in ogni momento può succedere qualcosa. Sembrava una tappa da fuga e lo è stata. La classifica non era ancora delineatissima ed è venuto fuori un vero macello e in questo caos mi sono fatto trovare pronto. Anzi ci siamo fatti trovare pronti, visto che in pratica quell’azione l’abbiamo promossa noi azzurri. All’inizio infatti eravamo noi e i francesi.

«Devo ringraziare di cuore Scalco e Mattio che mi hanno aiutato moltissimo. Mattio ha tirato un sacco prima del Moncenisio. Quando siamo rimasti in otto sapevo che con un buon accordo avremmo potuto guadagnare. Dietro ci dicevamo che Torres aveva scollinato ad 1’, ma sapevo anche che essendo solo avrebbe perso».

Otto ragazzi, con dentro l’inglese Blackmore e l’olandese Graat, uomini da classifica, entrambi con un uomo ciascuno era chiaro che quella sarebbe stata la fuga buona. Tutti avevano interesse a tirare.

«Mamma mia se avevano interesse. Spingevano forte. Anch’io ho dato una mano…  Con Marino avevamo studiato bene il finale nei giorni del Sestriere. Sapevo che bisognava entrare in testa in quell’ultima curva. Ai 150 metri ero davanti. Da lì ho fatto la mia volata. Sapevo di avere un buono spunto. Devo ammettere di aver tirato il giusto. Negli ultimi 3 chilometri mi sono permesso il lusso di stare a ruota, ma nessuno mi ha detto niente visto che comunque prima avevo tirato pur essendo l’unico italiano del gruppetto. In quei momenti ho guardato in faccia gli altri per capire chi stesse bene per la volata. Sapevo che il belga, Verstrynge, che non aveva mai tirato avrebbe fatto lo sprint. E lo stesso l’altro inglese. Questa vittoria è la ciliegina sulla torta di questa bella stagione».

Kajamini (classe 2003) è ora 4° in classifica ed è anche leader della classifica a punti. Il grande Hinault lo ha premiato (foto Gianluca Valoti)
Kajamini (classe 2003) è ora 4° in classifica ed è anche leader della classifica a punti. Il grande Hinault lo ha premiato (foto Gianluca Valoti)

Lasciateci sognare

E ora si guarda avanti. Oggi c’è il gran finale sul Colle delle Finestre, che gli azzurri hanno “spianato” in ritiro. Secondo Amadori ci sono tre, quattro atleti più forti. Però è un fatto che per Kajamini, quarto, il podio è a 25” e la maglia gialla di Blackmore a 1’10”. Se a questo punto dell’Avenir sei in quella posizione di classifica non è un caso.

«Come ho detto la volta scorsa per Crescioli – conclude il cittì – restiamo con i piedi per terra. Mi sarebbe andato bene vincere una tappa e piazzarne uno nei dieci. Siamo nei primi cinque e con due tappe nel sacco. E anche primi nella classifica a squadre. E’ davvero tanta roba».

Chi invece sembra quasi più determinato e che non preclude sogni di gloria è proprio Kajamini. Anche a lui facciamo notare che il podio è a 25”. Sentite qui la sua risposta.

«Sì – dice la nuova maglia verde – ho dato un’occhiata alla classifica e sul Finestre mi spaventava più gente come Torres e Widar. Blackmore va meglio su salite più pedalabili. Bisiaux è uno che parte molto forte, ma poi un po’ cala. Degli olandesi quello in classifica non è quello più forte in salita. Vediamo…

«Intanto pensiamo a finire al meglio questo Avenir. Per ora mi godo questa giornata e questo ricordo che sarà indelebile. Vincere una tappa all’Avenir è già tantissimo, vincerla in Italia… ancora di più. Oggi (ieri, ndr) a Condove abbiamo avuto un tifo e un’accoglienza incredibile. Un vera festa».

Fiamme Azzurre, l’oro di Consonni uno tsunami di entusiasmo

23.08.2024
7 min
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Le Fiamme Azzurre del ciclismo sono tornate da Parigi con un sorriso che ancora non va via. Il tempo di fare festa per il bronzo di Francesco Lamon ed è arrivato come uno tsunami l’oro di Chiara Consonni, l’ultima arruolata. Il responsabile della Sezione Ciclismo si chiama Augusto Onori e dalle sue parole traspare un entusiasmo coinvolgente. Lo troviamo durante il rientro dalle ferie, entrambi guidando e ripercorrendo i giorni olimpici di Parigi (in apertura abbraccia la bergamasca subito dopo la vittoria).

Nel frattempo le corse sono ricominciate e la campionessa olimpica della madison ha ripreso a correre con la maglia del UAE Team Adq, ma questa pagina merita ancora un racconto. Per i gruppi sportivi dei corpi di Polizia infatti, le Olimpiadi sono la vera ragion d’essere. Per il resto della stagione restano un passo indietro, salvo diventare protagonisti nei campionati nazionali. Eppure il loro non è assolutamente un ruolo di secondo piano, tutt’altro. E’ grazie a loro che tanti atleti negli anni sono riusciti a coltivare il loro sogno.

A Casa Italia, nella sera dell’oro, Chiara Consonni con Irene Marotta (a capo del GS Fiamme Azzurre) e Augusto Onori
A Casa Italia, nella sera dell’oro, Chiara Consonni con Irene Marotta (a capo del GS Fiamme Azzurre) e Augusto Onori
E allora cominciamo proprio da Chiara Consonni: quando l’avete presa pensavate che fosse già in grado di portarvi un oro?

Non voglio dire che sia stata una scoperta, perché comunque è un’atleta di alto profilo, ma certo l’oro che non era scontato. E’ stato una bella scommessa vinta. Ci aspettavamo un risultato importante, ma questo è stato davvero un risultato immenso. Da quando è arrivata, viene monitorata dal nostro staff, per cui l’abbiamo seguita. Forse grazie alla serenità e la tranquillità che diamo ai nostri atleti, è uscito fuori quello che poi abbiamo visto a Parigi. E questo sarà l’inizio di un lungo percorso di successi.

Le Olimpiadi per chi fa il vostro lavoro sono il momento clou, giusto?

Per quanto riguarda il nostro lavoro, si va a pari passo con quello dell’atleta. Lavoriamo e viviamo quattro anni per quattro anni. Diciamo che il percorso verso Parigi è stato lungo, duro, intenso. Abbiamo avuto molti bassi, ma anche molti alti che fanno parte della storia di un atleta di alto profilo. Però abbiamo vissuto gli ultimi mesi con molta serenità. Siamo riusciti con le nostre tre donne (Cecchini, Consonni, Paternoster, ndr) ad avere le carte olimpiche e quindi già quello per noi è stato un grandissimo risultato. In più Lamon si è confermato. Non è facile prendere una seconda medaglia e quel bronzo è stato stupendo al pari dell’oro. E’ stata una medaglia sofferta e combattuta. E sono certo che questi risultati siano arrivati proprio facendo lavorare i ragazzi con la massima serenità e tranquillità

Letizia Paternoster ha colto il quarto posto nell’inseguimento a squadre e ha poi corso l’omnium
Letizia Paternoster ha colto il quarto posto nell’inseguimento a squadre e ha poi corso l’omnium
Anche perché forse Lamon dei quattro era quello per cui le Olimpiadi sono davvero il grande obiettivo, al confronto di Consonni, Ganna e Milan che comunque corrono nel WorldTour.

Perfetto. Come Fiamme Azzurre, abbiamo gli stessi intenti della nazionale, quindi non ci discostiamo assolutamente dai programmi della nazionale. Siamo sempre a disposizione ed è così per tutti i gruppi sportivi riconducibili allo Stato. Per cui Francesco è a disposizione al 100 per cento della Federazione ciclistica italiana.

In che modo gli alti gradi delle Fiamme Azzurre seguono la vostra attività sportiva? Vi mettono pressione?

Abbiamo il piacere di condividere queste esperienze con i nostri vertici. A capo della struttura del gruppo sportivo c’è la dottoressa Irene Marotta, con cui ho avuto il piacere di condividere questi straordinari successi proprio a Parigi. Le pressioni sono quelle date dal lavoro. Abbiamo degli standard da soddisfare e gli atleti devono dare il loro contributo per raggiungerli. Le medaglie che abbiamo preso e anche il quarto posto del quartetto femminile testimoniano che il lavoro funziona, anche grazie alla tranquillità in cui ci viene consentito di svolgerlo.

Gli atleti vestono la maglia dei gruppi di Polizia solo ai tricolori. Qui Consonni e Paternoster all’italiano 2024 dopo il secondo posto di Chiara
Gli atleti vestono la maglia dei gruppi di Polizia solo ai tricolori. Qui Consonni e Paternoster all’italiano 2024 dopo il secondo posto di Chiara
In che modo gli agenti che lavorano effettivamente nei penitenziari vivono i successi dei loro colleghi atleti?

Proprio per rispondere a questa domanda, vorrei citare le parole che ha avuto il Presidente Giovanni Russo, a capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Si è detto felice e orgoglioso per le medaglie e l’impegno delle Fiamme Azzurre. E mi sento di dire che il lavoro quotidiano dei nostri atleti rispecchia lo stesso impegno che i colleghi in uniforme mettono tutti i giorni durante il loro orario di servizio.

Un’Olimpiade come questa diventa anche la molla a fare di più?

E’ il nostro lavoro e i nostri obiettivi sono quelli di mantenere un livello altissimo. L’obiettivo è vincere, abbiamo questo obbligo che non è amatoriale, ma professionale. Devo dire grazie alla Federazione, sia per la parte politica sia per i tecnici Sangalli e Villa, con cui si è creata una bella collaborazione che ha contribuito al raggiungimento di questi importantissimi traguardi. E mi sento di dire che un oro olimpico è fonte di ispirazione, di arricchimento e di pensiero. E’ un risultato che mi fa lavorare sempre con maggior spinta e credo di poter dire che sia così anche per i miei collaboratori, che vorrei ringraziare. Fabio Masotti e Carlo Buttarelli sono stati miei compagni di viaggio e lo saranno per le sfide che ci attendono.

A Parigi il terzetto femminile delle Fiamme Azzurre era completato da Elena Cecchini
A Parigi il terzetto femminile delle Fiamme Azzurre era completato da Elena Cecchini
Masotti che al momento è in Cina con i mondiali juniores su pista…

E tra l’altro stanno riportando titoli iridati e record del mondo. Ecco perché ci tengo a sottolineare il loro ruolo, perché veramente stanno facendo un lavoro egregio.

Per tornare con i piedi nella realtà, quest’anno scade la convenzione tra FCI e gruppi sportivi militari già rinnovata l’ultima volta da Renato Di Rocco, pensi che sarà rinnovata?

Di questa cosa devo ancora parlare. Ovviamente faremo a breve un tavolo tecnico, visto che ai primi di settembre ricominciano a muoversi tutti gli ingranaggi. Siamo rimasti con il presidente Dagnoni e il segretario generale Tolu di incontrarci, magari anche a Montichiari, per capire cosa fare. Come avrete capito, per noi si tratta di un passaggio molto importante per lo sviluppo del settore pista. Ci sono molte difficoltà tecniche e quindi vogliamo capire bene come si possa gestire la situazione.

C’è anche da dirimere la problematica di atleti professionisti che risultano dipendenti dell’Amministrazione pubblica, che potrebbe sembrare strano.

Non è strano. Diciamo che il team principal degli atleti dei gruppi sportivi di Polizia è lo Stato stesso. E’ il suo datore di lavoro principale, quindi per quanto riguarda gli atleti delle Fiamme Azzurre, il datore di lavoro è l’Amministrazione Penitenziaria. Dopodiché la possibilità di fare un secondo tesseramento con una società esterna è contemplata. Non è un grosso problema, perché comunque è attinente all’allenamento dell’atleta. Quindi per noi non è un problema che Chiara Consonni corra con la UAE Adq. Fino ad ora è c’è stato grande affiatamento con questi team e quindi parlo anche della Cecchini o comunque anche dei ragazzi, che però corrono in team minori. Con il nostro staff riusciamo ad avere degli ottimi rapporti, sapendo che il lavoro delle Fiamme Azzurre viene prima di tutto il resto.

Alla vostra amministrazione sta bene così?

Diciamo che fino ad ora non ci sono stati problemi. A livello amministrativo, i nostri atleti e tutti quelli dei gruppi sportivi dello Stato, sono dipendenti statali. Quindi, in quanto tali, non possono fare un secondo lavoro con un contratto, perché non è possibile. La franchigia che c’è stata finora era stata creata per proprio per far lavorare questi atleti in entrambi i settori. Ora dobbiamo ridiscuterla e definirla bene. E poi sapremo ragguagliarvi in tal senso. Ma nel frattempo continuate a guardare verrso Parigi. Alle Paralimpiadi avremo Claudia Cretti e sono sicuro che ci darà un altro motivo per sorridere.