Terzo in Danimarca, Foldager torna a far parlare di sé

23.08.2024
5 min
Salva

La conclusione del Giro di Danimarca vinto da Arnaud De Lie ha riproposto una vecchia conoscenza del ciclismo italiano (anche se parlare di “vecchia” a proposito di un corridore di 23 anni suona un po’ contraddittorio…). Parliamo di Anders Foldager, il corridore danese approdato quest’anno al team Jayco AlUla dopo aver fatto la sua gavetta dalle nostre parti, precisamente dalla Biesse Carrera.

Foldager ha conquistato il terzo gradino del podio nella classifica finale, in una gara di alto livello con molti team del WorldTour. In quest’occasione il corridore di Skive non vestiva però la maglia del team australiano, bensì quella della nazionale il che dà maggior risalto alla sua prova.

Il podio finale con De Lie vincitore con 1″ su Cort e 27″ su Foldager (foto Moller)
Il podio finale con De Lie vincitore con 1″ su Cort e 27″ su Foldager (foto Moller)

Per Foldager è il giusto premio per una prima stagione nel grande ciclismo vissuta con qualche difficoltà ma sempre da protagonista: «Finora l’anno è stato positivo – racconta Anders mentre si sta dirigendo in Francia per la Bretagne Classic di domenica – con qualche problema all’inizio della stagione e un sacco di malattie che mi hanno rallentato. Ma da maggio è stato positivo».

Rispetto allo scorso anno le difficoltà sono aumentate, il calendario è di livello più alto?

Sì, certo. Faccio solo gare professionistiche del WorldTour o immediatamente sotto, quindi forse la gara più grande dell’anno scorso è la più piccola per me quest’anno. Quindi è sempre difficile, ma allo stesso tempo è sempre più intrigante e mi accorgo che vado sempre meglio.

La stagione del danese è stata segnata da un difficile inizio, ma ora i risultati arrivano
La stagione del danese è stata segnata da un difficile inizio, ma ora i risultati arrivano
Raccontaci il tuo Giro di Danimarca, come sei riuscito a conquistare il podio?

Prima di tutto abbiamo avuto la cronometro a squadre dove siamo arrivati al quarto posto. E’ stato un buon inizio se volevamo puntare alla classifica. La tappa successiva era già decisiva per l’esito finale e me la sono cavata più che bene, finendo ancora quarto a non molta distanza da Magnus Cort e Arnaud De Lie che avevano già fatto la differenza. Da lì sono stati solo sprint piuttosto numerosi in cui ho dovuto restare con la squadra, difendendo il podio.

Voi correvate con la nazionale contro squadre WorldTour che vivono insieme tutto l’anno. E’ stato uno svantaggio per te?

Forse un po’. Soprattutto perché abbiamo perso due corridori, Mathias Nordsgaard e l’ex iridato U23 a cronometro Johan Price-Pejtersen già alla seconda tappa. Quindi ero l’unico corridore del WT nella squadra, ma ho avuto un buon aiuto dagli altri ragazzi. È difficile quando non si corre insieme tutti i giorni, avevamo sicuramente minor amalgama rispetto alle altre formazioni perché non ci conoscevamo molto bene, per questo il risultato finale ha maggior valore e lo condivido con tutti i miei compagni.

Foldager ha corso con la nazionale, pagando dazio in termini di amalgama con i compagni (foto Moller)
Foldager ha corso con la nazionale, pagando dazio in termini di amalgama con i compagni (foto Moller)
Eri già stato quarto al Giro di Slovacchia: stai diventando un corridore più portato per le corse a tappe?

Non lo so, forse. Penso che le brevi corse a tappe senza le grandi montagne e senza circuito cittadino, vadano bene per me, ma resto comunque migliore come cacciatore di tappe e nelle corse di un giorno. Le mie caratteristiche non cambiano.

Che cosa ti è rimasto della tua esperienza in Italia?

Ora posso dire con certezza che il grande calendario Under 23 in Italia mi ha dato un sacco di esperienze e opportunità per emergere nei finali e poi ovviamente la squadra mi ha aiutato a crescere. Apprezzo moltissimo il mio tempo trascorso in Italia, che mi ha davvero costruito il corridore che sono oggi. Non solo tecnicamente, ma anche mentalmente, per essere un professionista.

Magnus Cort vincitore della seconda tappa su De Lie. Tappa che si rivelerà decisiva, ma il belga la spunterà (foto Moller)
Magnus Cort vincitore della seconda tappa su De Lie. Tappa che si rivelerà decisiva, ma il belga la spunterà (foto Moller)
Quanto conta nell’evoluzione del ciclismo danese avere un campione di riferimento come Vingegaard?

E’ fondamentale avere delle grandi star per i giovani ciclisti. Da ammirare come un idolo. L’idea è che se ce l’ha fatta lui, allora vuol dire che possiamo farcela anche noi. Grazie alle imprese di Tomas, il ciclismo nel mio Paese è cresciuto enormemente l’anno scorso e si vedeva dalla quantità di gente presente proprio al Tour di casa, per le strade danesi. Ora il ciclismo è davvero molto popolare, fra i più diffusi.

Ora quali sono i tuoi obiettivi da qui alla fine della stagione?

Dopo Plouay continuerò con le gare di un giorno, forse Amburgo, forse alcune gare in Italia, ma il programma non è ancora ben definito. Il mio obiettivo è di rimanere in forma e di aiutare i ragazzi quando devo farlo e se devo, cercando comunque di avere la mia possibilità, a volte. Magari per cercare un’altra vittoria quest’anno.

Per il danese già ottimi segnali al Giro di Slovacchia con vittoria di tappa e 4° posto finale
Per il danese già ottimi segnali al Giro di Slovacchia con vittoria di tappa e 4° posto finale
Tu hai già il contratto per il prossimo anno: speri di essere selezionato per un grande giro?

Per l’anno prossimo, spero proprio di sì. Penso che sarebbe bello fare un Grand Tour, ma non ho ancora pensato alla prossima stagione e lo faremo, sicuramente faremo un piano con la squadra e con il mio allenatore. Per scegliere quello che si adatta meglio alle mie possibilità, fra Italia, Francia o Spagna non ho preferenze. Anche se personalmente potrebbe essere davvero bello correre il Giro…

Tonetti: «Il mio viaggio in Francia tra emozioni, fatica e… pois»

23.08.2024
7 min
Salva

«Alle mie compagne ho detto subito che ero la Pimpa fatta e finita, ma in Spagna non esiste quel cartone animato. Mi hanno guardato felici e stranite». Se conosciamo un poco Cristina Tonetti ci avremmo scommesso forte su questa battuta quando alla fine della prima tappa del Tour Femmes ha indossato la maglia a pois.

Un’azione di alto coraggio per un basso “gpm” posizionato in… vetta al tunnel sulla Mosa. Ma se corri in Olanda quelle strade (in questo caso un sottopasso di venticinque metri sotto il livello del mare, anzi del fiume) diventano le salite di giornata e se sei in gara al Tour de France stai certo che nessuno ti regala nulla. Così Tonetti a Rotterdam ha azzardato il colpo portandolo a termine per la gioia della sua Laboral Kutxa. La nostra chiacchierata con la 22enne brianzola parte da qui, anche per fare un confronto su Vuelta, Giro Women e Tour Femmes, i tre grandi giri WorldTour che ha disputato.

A metà della prima frazione, Tonetti conquista il “gpm” sul Maasdeltatunnel dopo una fuga di 20 chilometri (foto tv Tour Femmes)
A metà della prima frazione, Tonetti conquista il “gpm” sul Maasdeltatunnel dopo una fuga di 20 chilometri (foto tv Tour Femmes)
Cristina ti stai godendo un po’ di riposo?

Dopo il rientro dalla Francia sto facendo qualche giorno senza bici. Ne avevo bisogno, sia fisicamente che mentalmente, e so che mi farà molto bene. Riprenderò a correre l’8 settembre a Fourmies quindi ho tutto il tempo per prepararmi a dovere. D’altronde quest’anno ho corso tanto. In realtà mi è mancata solo la parte delle classiche perché per il resto ho fatto sette corse a tappe. Vuelta, Giro e Tour come Kuss l’anno scorso, ma con risultati decisamente più bassi (dice ridendo, ndr).

Che differenza hai notato tra le tre corse?

La prima riguarda il livello medio e il ritmo in corsa. Vuelta, Giro e Tour questo è l’ordine crescente. In Spagna e in Italia se hai una giornata storta ti salvi, in Francia no, perché ci arriva il meglio del ciclismo femminile mondiale e nessuna vuole fare brutte figure. Al Tour si va molto forte, troppo (sorride, ndr). Sul piano organizzativo invece devo dire che non ho notato grandi diversità. Il Giro Women con l’avvento di Rcs è cresciuto tantissimo ed è totalmente un’altra gara rispetto a prima. Le differenze però più importanti sono altre due, se vogliamo anche legate fra loro.

Spiegaci pure.

Sono il pubblico e il riscontro mediatico. Al Giro c’è molta gente sia in partenza che in arrivo, ma non lungo il percorso. Al Tour invece le strade sono piene, poi figuratevi partendo dall’Olanda quante persone c’erano. Sono rimasta impressionata dalla tappa che partiva da Valkenburg. Dopo circa quindici chilometri affrontavamo il Cauberg. C’era così tanta gente che facevi fatica a sentire il tuo respiro. E naturalmente il richiamo internazionale è incredibile. Siamo riconosciute da tutti. La cassa di risonanza del Tour è tutta amplificata. Ed anche lo stress purtroppo.

Il tuo Tour però è iniziato bene, diremmo con lo stress positivo della maglia a pois. Te lo aspettavi?

Innanzitutto devo dire che già solo essere alla partenza è stato bellissimo. Ho capito che sono vere tutte le cose che si dicono sulla sua atmosfera, proprio per i motivi a cui mi riferivo prima. Andare a caccia della maglia a pois era stata una mossa studiata, anche se non eravamo l’unica squadra ad averci pensato. Era un interesse di tante ragazze. Infatti vincere il “gpm” della prima tappa ti garantiva di salire sul podio anche per le successive due che erano piatta e a cronometro. Però tra il dire e il fare lo sapete anche voi che non è così facile. Anzi…

Com’è nata quella tua fuga?

Prima che partissi io, ci aveva provato una mia compagna con a ruota Gaia Masetti, ma non il gruppo non gli ha lasciato spazio. Forse era troppo presto. Così dopo ci ho provato io da sola e probabilmente ho fatto male i conti perché mancavano più di venti chilometri. Significava un bello sforzo. Tuttavia sono riuscita a guadagnare subito un minuto e ho iniziato a gestirmi. Che poi non ti gestisci perché devi andare a tutta. Dall’ammiraglia mi incitavano costantemente dicendomi di resistere che il mio vero traguardo era il “gpm” e che poi avrei potuto rialzarmi. So che dietro l’inseguimento del gruppo ha subito un rallentamento a causa di una caduta. Non so se è stato quello o io che non ho mollato, ma alla fine ho vinto quel traguardo di metà tappa. E a quel punto ho fatto i restanti 60 chilometri col gruppo principale.

Immaginiamo che da quel momento in poi siano iniziate le emozioni.

Assolutamente sì. I miei diesse mi hanno fatto subito i complimenti, ma finché sei ancora in gruppo non te ne rendi conto perché c’è una corsa da finire e prestare attenzione. Ho veramente realizzato che avevo preso la maglia a pois quando sono salita sul podio del Tour. Quando ho visto tutto quel pubblico ero come pietrificata. Fortuna che dietro le quinte ho un po’ stemperato la tensione con qualche battuta e selfie assieme a Ahtosalo, la maglia bianca. Il mattino successivo alla partenza ancora imbarazzo.

Quest’anno Tonetti ha disputato Vuelta, Giro e Tour. Ora punta alla convocazione per l’europeo U23
Quest’anno Tonetti ha disputato Vuelta, Giro e Tour. Ora punta alla convocazione per l’europeo U23
Ovvero?

Prima di partire chiamano tutte le maglie davanti come tradizione ed io ero nuovamente pietrificata. Avevo di fianco a me Marianne Vos, che per me rappresenta il mito assoluto. Quindici anni fa quando ho iniziato a correre lei era già la più grande. Stare accanto a lei in partenza al Tour, nel rituale delle maglie, mi ha fatto tremare le gambe. Ma anche qualche giorno dopo con Vollering avevo una sorta di reverenza nei suoi confronti. Sono atlete fantastiche. Non ho avuto il coraggio di parlare con loro prima del via, non volevo disturbarle. Solo con Kool, che è più vicina a me come età, ho scambiato un po’ di parole. Sono stati comunque momenti bellissimi.

Poi è iniziato un altro Tour?

Direi proprio di sì. Dalla quarta tappa sapevo che sarebbe diventato tutto più duro. Partivamo da Valkenburg con le salite dell’Amstel e arrivavamo a Liegi dopo aver superato le varie côte. E lì, quando vuoi difendere la maglia a pois, scattano corridori come Puck Pieterse o Persico o Niewiadoma, sai che puoi fare veramente poco. In ogni caso ho fatto quello che potevo e non posso rimproverarmi nulla. Poi le tappe successive con tanto dislivello paradossalmente sono andate meglio. Cioè, il mio lavoro per le compagne scalatrici si esauriva ai piedi delle salite, ma almeno potevo impostare il mio ritmo e stare più rilassata mentalmente. Certo, c’è sempre da arrivare al traguardo entro il tempo massimo, però nel gruppetto ci concedevamo qualche battuta, aiutandoci.

La maglia a pois di Tonetti è stata una soddisfazione condivisa con le compagne di squadra (foto Markel Bazanbide)
La maglia a pois di Tonetti è stata una soddisfazione condivisa con le compagne di squadra (foto Markel Bazanbide)
Cos’ha dato il primo Tour Femmes a Cristina Tonetti?

Mi ha fatto capire diverse cose. Ti rendi conto di cosa sia veramente il ciclismo e di quanta professionalità ci sia dietro certe atlete. Ti rendi conto di quanta strada ci sia ancora da fare. Stare davanti in certe tappe è molto difficile. E a proposito di strada, personalmente credo di essere su quella giusta. Come squadra abbiamo fatto un salto di qualità ed anch’io voglio alzare ulteriormente il livello. Per quest’anno ho davanti a me ancora molte corse. La stagione potrebbe finire con le gare cinesi, ma prima vorrei provare a guadagnarmi una chiamata per l’europeo U23.

Volto, pedalata, posizione… I segreti del Belli commentatore

23.08.2024
5 min
Salva

Commentare una gara di ciclismo da un punto di vista tecnico non è cosa scontata. L’esperienza diretta è alla base. Wladimir Belli, ex corridore tra gli anni ’90 e 2000 è oggi ai microfoni di Eurosport. Spesso lo sentiamo dare giudizi particolari su questo o quel corridore o anticipare le azioni e tattiche.

Come fa? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

Ex corridore dal 1992 al 2007, oggi Wladimir Belli è un commentatore di Eurosport
Ex corridore dal 1992 al 2007, oggi Wladimir Belli è un commentatore di Eurosport
Wladimir, dicevamo delle tue qualità di commentatore tecnico. Spesso attribuisci aggettivi particolari, che in effetti caratterizzano quell’atleta: coma ci riesci?

Mi viene un po’ da sorridere. Per fare quel che faccio oggi, ho alle spalle “qualche” chilometro fatto in carriera. Se fossero tutti in grado di commentare in un certo modo o di capire subito cosa succede o cogliere un particolare… magari non sarei lì. E’ proprio grazie a quei chilometri che riesco a capire se un corridore è a tutta oppure è lì, bello rilassato. 

E cosa guardi?

Cento cose. Faccio degli esempi, così forse è più facile. Il gruppo è in salita e accelera di un chilometro orario, se ti alzi sui pedali per tornare sotto significa che sei già parecchio impegnato. Tra l’altro spendi di più, fai fatica a livello muscolare e al primo vero affondo ti stacchi. Oppure il busto: chi non è così sciolto, anche nei movimenti, chi è attaccato al manubrio… Non può più nascondersi al lungo. Sono aspetti che chi non ha corso in bici, anche se ci fa caso, magari non li nota fino in fondo.

O’Connor ieri in azione alla Vuelta. Belli lo dava favorito già a parecchi chilometri dall’arrivo
O’Connor ieri in azione alla Vuelta. Belli lo dava favorito già a parecchi chilometri dall’arrivo
E’ chiaro.

Per esempio mi viene in mente al recente Tour quando la Visma-Lease a Bike stava tirando per Vingegaard. Quando si è spostato Jorgenson e il danese è scattato, Pogacar non si è neanche alzato sui pedali. E lo dicevo da un po’ che stava bene. Poi cosa ha fatto Tadej? Lo ha fatto sfogare e appena è calato un po’ è partito lui e lo ha lasciato lì.

Cosa osservi anche nei momenti meno intensi?

Analizziamo la tappa di ieri alla Vuelta. Era da un po’ che dicevo di fare attenzione ad O’Connor, tanto è vero che mi hanno anche chiesto come mai insistessi molto su di lui. Ma si vedeva da come pedalava, da come girava il rapporto, dall’espressione della sua faccia. E poi bisogna anche informarsi. Vai a vedere il suo palmares. Mi dicevano che sarebbe arrivato, perché ai big non interessava. Che lo avrebbero ripreso quando volevano. Io dico che O’Connor arriva nei primi cinque di questa Vuelta. Ne parliamo dopo i Lagos de Covadonga. Oggi sono andati fortissimo. Non lasciamoci ingannare dal fatto che sono arrivati in 37 davanti. Sono arrivati in tanti perché il tracciato lo consentiva. Ma se ci fosse stato un chilometro al 15 per cento sarebbero arrivati: uno, uno, uno..

Chi ti piace come stile?

Enirc Mas, mi piace come pedala e mi piace la sua posizione. Tenendo conto del livello di questa Vuelta non sarei stupito se salisse sul podio, almeno in condizioni normali, senza cadute o inconvenienti particolari. Anche Riccitiello non è male. Non lo conosco bene, ma sta andando forte.

E a crono? Cosa noti e come fai a capire chi sta andando forte?

Ecco questa è la tipologia di tappa più difficile da commentare. Spesso vedi gente messa bene, che sembra stia spingendo un grande rapporto e poi il cronometro dice il contrario. Altri che sono più disuniti invece vanno forte. Ammetto che qui sono più in difficoltà. Ma in pianura e in salita, senza presunzione, ci azzecco!

Forse perché non eri un cronoman, ma uno scalatore! Andiamo avanti…

E poi ci sono anche quelli bravi a bluffare. Quelli che giocano d’astuzia e di esperienza: fanno espressioni, si muovono molto in bici… 

E li scovi?

“Ni”: sì e no. Non è facile proprio perché sono bravi…

Prima, Wladimir, abbiamo un po’ accennato allo stile. Rispetto ai tuoi tempi si pedala in modo molto diverso, cosa ne pensi di queste “pedalate moderne”?

Contano i rapporti, i materiali, gli studi, la tecnologia. Penso a due corridori grandi, Van Aert e Merckx sul Ventoux. Se guardiamo le foto sono due posizioni totalmente differenti, ma il motivo, che faccio fatica a digerire, è che un tempo il corridore doveva essere completo. In pianura poteva fare anche 100 e passa pedalate, ma in salita ne faceva 50-60. Oggi anche se c’è una salita al 20 per cento non fanno meno di 80 pedalate. E questo cambia la struttura degli atleti, oggi più elastici, andate a vedere invece i quadricipiti di Coppi. Facevano paura.

Il posizionamento delle tacchette: particolare curioso da cui Belli trae informazioni
Il posizionamento delle tacchette: particolare curioso da cui Belli trae informazioni
E invece chi non ti piace del tutto?

Beh, forse i gemelli Yates (molto avanzati, ndr) e anche Pogacar non è che sia così bello ed elegante. Però va! Anche Sagan non era messo bene però andava forte. Sono dettagli.

Dettagli: quali sono quelli che ti piace osservare?

La spinta della scarpa sul pedale, che poi è il posizionamento delle tacchette. Da lì già si può capire qualcosa di quel corridore, della sua muscolatura. Non è semplice, però se per esempio pedala in punta e quindi in fase di spinta gli “sparisce” il polpaccio magari sai già che non è da volata. Mentre  se spinge più con la pianta, e lì il polpaccio “esce”, magari è più potente e potenzialmente non è un corridore che va agile.  

Hai elencato molte chicche tecniche per decifrare i corridori. Hai anche una sorta di sesto senso a prescindere dal passato ciclistico?

Alla fine il valore aggiunto è aver corso e aver fatto “un milione” di chilometri. Sono quelli che ti fanno cogliere i dettagli.

Una settimana di fuoco: con Paladin dietro le quinte del Tour

23.08.2024
7 min
Salva

In partenza per Plouay, Soraya Paladin scherza sul fatto che alla prima uscita dopo il Tour de France Femmes al suo corpo sono servite due ore per provare nuovamente sensazioni da corridore. Quella che si è conclusa domenica scorsa sull’Alpe d’Huez è stata una settimana faticosa per tutte, per le ragazze della Canyon Sram Racing ha portato però la maglia gialla. La difesa di Kasia Niewiadoma dall’attacco frontale di Demi Vollering è ancora negli occhi, ma il duro lavoro che c’è stato per arrivare a quel momento magari non tutti lo hanno colto. A farlo ci aiuterà Soraya, atleta classe 1993 che della squadra è riferimento per gambe e carisma.

Niewiadoma era già stata terza al Tour de France Femmes dello scorso anno, in una carriera di qualche bella vittoria e tantissimi piazzamenti. Eppure nella stagione che l’ha vista vincere alla Freccia Vallone, la polacca si è presentata davanti alle compagne con lo sguardo alto e la sicurezza di essere pronta per la maglia gialla. E questo è bastato perché loro si siano messe totalmente a sua disposizione. Paladin racconta, le domande e le risposte si rincorrono ricordando il lungo viaggio.

Niewiadoma era partita per vincere il Tour e ci è riuscita
Niewiadoma era partita per vincere il Tour e ci è riuscita
Eravate davvero partite con l’idea che potesse vincere?

Con l’idea di provare a vincerlo, perché credevamo in Kasia. Ha dimostrato di andare a forte. Ha detto che lo aveva preparato bene, quindi perché no? Sapevamo che dall’altra parte c’era un’avversaria forte, però era giusto darle l’importanza che meritava. E’ arrivata con la consapevolezza di avere tra le mani una grande occasione, quindi anche noi come squadra ci siamo messi al suo fianco e siamo partite per provare a vincerlo.

Hai parlato di settimana molto dura: quanto è stato impegnativo?

Ogni anno il Tour, si sa, è una gara impegnativa perché il livello è altissimo. Quest’anno poi siamo partiti dall’Olanda, quindi gare piatte e tanto nervosismo in gruppo. Non voglio dire che fossero tappe pericolose, ma si sentiva la tensione. Le strade dell’Olanda non ti lasciano un attimo di respiro, devi sempre essere attento alla curva, alla strada pericolosa che si trova… Quindi siamo sempre andati forte, sempre tappe a tutta. Non c’è mai stato un giorno in cui si è arrivati all’arrivo dicendo che tutto sommato ce la fossimo cavata con poco. In più, dover proteggere Kasia tenendola davanti è stato uno stress mentale in più. Per cui siamo arrivate alla fine un po’ più stanche del solito. In più le ultime tappe erano quelle più pericolose per la generale, per cui sei sempre in tensione.

Quanto si è consumato in Olanda, anche se non c’erano grandi salite, per stare davanti?

Sapevamo che erano le tappe sulla carta più facili, dove però si poteva perdere tutto. Kasia inoltre è una cui piace correre davanti, quindi ha chiesto espressamente di avere le compagne attorno per passare indenni queste tappe, con meno rischi e meno stress possibili. Quando è così, c’è tanta tensione. E al netto della fatica fisica, ci sono le dinamiche di gara in cui può succedere di tutto. Tutti vogliono stare davanti, ma non c’è spazio. E quindi succede che pur nei limiti della correttezza, qualche gomito viene alzato.

Paladin sapeva dall’inizio che al Tour avrebbe lavorato per Niewiadoma
Paladin sapeva dall’inizio che al Tour avrebbe lavorato per Niewiadoma
Di questo Tour sin alla presentazione si disse che si sarebbe deciso sull’ultima salita. C’è mai stata l’idea di dargli una svolta prima del finale?

L’unico giorno in cui c’è stata l’idea di provare, ma dipendeva da come sarebbe andata la gara, è stato quello sul percorso della Liegi. Ad aprile su quelle strade Kasia aveva dimostrato di saper andare forte e di fatto è riuscita a guadagnare qualche secondo su alcune avversarie. Però fare qualcosa nelle altre era troppo difficile. Nel ciclismo di adesso, nel nostro ciclismo, anche per le donne è difficile fare differenza in una tappa non troppo dura, perché le squadre sono ben organizzate per aiutare il proprio leader. In più nessuna aveva mai fatto così tanti chilometri con così tanto dislivello negli ultimi giorni di un Tour così impegnativo, quindi si vedeva che erano tutte un po’ preoccupate dalle ultime due tappe.

Quanto si è sentito il fatto che il Tour abbia allungato mediamente tutte le tappe?

Si è sentito parecchio, perché poi c’erano anche dei trasferimenti abbastanza lunghi ed è stato difficile riposare. Eravamo sempre tirati.

Avevate fatto qualche recon sui vari percorsi?

Io ero andata a vedere la tappa della Liegi e quelle olandesi nei giorni fra l’Amstel e la Freccia Vallone. Invece Kasia, con Bradbury e Chabbey, aveva fatto la ricognizione delle ultime tre, quattro tappe. Per questo quando siamo arrivati alla partenza delle ultime, almeno loro sapevano cosa le aspettava. Io per fortuna ho fatto l’Alpe d’Huez solo una volta e mi è bastata. In realtà è una salita bellissima e molto pedalabile. Secondo me il Glandon, che abbiamo fatto prima, è molto più duro. Gli ultimi chilometri sono stati un inferno.

L’arrivo all’Alpe d’Huez: salita gestita con freddezza e grandi gambe
L’arrivo all’Alpe d’Huez: salita gestita con freddezza e grandi gambe
Sapevate che Vollering avrebbe attaccato…

Ne avevamo parlato in riunione e l’avevo immaginato. Un minuto e 15 da recuperare per Demi era tanto, ma anche poco. Ho detto a tutte che se voleva provare, visto che lei non aveva niente da perdere e conoscendo come ha sempre corso, secondo me non avrebbe aspettato l’Alpe d’Huez. Poi quando ho visto che avevano mandato delle compagne in fuga, a maggior ragione ho detto a Kasia che avrebbe provato ad attaccarla sulla prima salita. Sperava che quelle in fuga scollinassero davanti per ritrovarsele nella valle. Perciò la nostra tattica sarebbe stata rimanere con Kasia anche se fossero andate via fughe pericolose. E poi nella valle prima del Glandon avremmo cercato di chiudere più possibile il gap.

Ti aspettavi che Kasia riuscisse a fare una difesa del genere?

Lo speravo e penso che anche lei lo sperasse. Però sapevamo che dall’altra parte c’era una grande campionessa, che ha dimostrato di fare imprese grandiose. Quindi ci speri, ma sai anche che potrebbe non avverarsi. E’ stata brava, lucida mentalmente per tutta la gara. Non si è fatta prendere dalle emozioni e dal fatto che a un certo punto stava per perdere la maglia. Ha fatto quello che doveva fare e c’è riuscita.

Si è un po’ mormorato sul vostro tirare dritto del giorno di Ferragosto quando Vollering in maglia gialla è caduta a 6 chilometri dall’arrivo di Amneville, cosa si può dire? Vi siete accorti che era caduta?

Come ho detto prima, eravamo più che altro focalizzate sullo stare davanti nei momenti pericolosi. Sapevamo che quello era un finale complicato e insieme adatto per Kasia, quasi una classica. Per cui siamo partite per farle un leadout, sperando che riuscisse a fare il podio per prendere gli abbuoni (Niewiadoma è poi arrivata seconda dietro Vas, prendendo 6” di abbuono, ndr). Sapevamo che c’era questa strada grande in discesa e poi delle curve, che abbiamo preso davanti.

Non avete sentito nulla?

Ho sentito della confusione dietro, però in quei momenti fai fatica a girarti e capire cosa stia succedendo. In più davanti c’erano ancora due atlete della SD Worx che giravano a tutta e non mi sono neanche posta il problema che Demi fosse caduta, sennò immagino che si sarebbero rialzate. Quindi abbiamo continuato a fare il nostro treno e solo dopo abbiamo saputo che Demi era caduta e aveva perso secondi. Tanto che Kasia quando è arrivata non sapeva neanche di aver preso la maglia.

Come sono state le serate dopo le tappe?

Ci sono stati alti e bassi, perché abbiamo perduto Elise Chabbey nei primi giorni, che era un’atleta importante per noi sulle salite. Quello è stato un momento negativo. Poi Kasia è caduta, ma per fortuna non si è fatta niente. Anche Chloe (Dygert, ndr) è caduta e pensavamo si fosse fatta peggio di quello che poi è stato. Ci sono sempre quei momenti di tensione che devi saper gestire, però per il resto l’umore era alto. Sapevamo che avremmo dato tutto per arrivare in cima all’ultima tappa senza rimpianti.

E come è stata la sera in cima all’Alpe d’Huez?

Non avevamo programmi, la squadra non aveva voluto programmare niente per scaramanzia. Poi una volta che abbiamo vinto, prima abbiamo festeggiato in bus mentre aspettavamo Kasia, poi lo staff ha organizzato un’apericena in un hotel della zona e abbiamo brindato tutti insieme. E’ stato bello. Poi siccome avevamo l’hotel a Grenoble, dato che alcune ragazze avrebbero avuto il volo il mattino dopo, nel cuore della notte si è fatto anche quell’ultimo trasferimento.

La festa sul pullman e poi in strada quando Niewiadoma è tornata dal protocollo (foto Instagram)
La festa sul pullman e poi in strada quando Niewiadoma è tornata dal protocollo (foto Instagram)
Aiutare Kasia ha significato che tu sei partita sapendo di non avere possibilità personali?

Ce lo avevano detto dall’inizio. Non sarebbe stato impossibile trovare spazio, ma tutto dipendeva da come andava la gara. Però non mi è pesato. Kasia è una ragazza molto onesta e so che se lei dice che ha preparato bene un obiettivo, è davvero lì per vincerlo. Non mi sono neanche preoccupata del fatto che non avessi possibilità di fare del risultato e ne è valsa la pena.

Hai anche dimostrato di essere arrivata nei giorni delle Olimpiadi con la giusta condizione…

Diciamo che è andata così, dai. Non ho ancora sentito Sangalli a proposito di programmi futuri, però mi ha fatto i complimenti per il Tour. Adesso pensiamo a Plouay. Una corsa così una settimana dopo il Tour è un’incognita. Il fisico deve sbloccarsi, quindi può reagire molto bene come pure il contrario. Il percorso mi piace molto, magari riesco a farmi un bel regalo…

La Ag2R licenzia Lavenu: fine (triste) di una lunga storia

22.08.2024
5 min
Salva

Lo ha ben raccontato L’Equipe: Vincent Lavenu non è più il team manager della Decathlon-Ag2R La Mondiale. E anche se era intuibile che il cambiamento sarebbe arrivato, nessuno si aspettava che nei confronti del suo fondatore si arrivasse a un licenziamento come quello che si è consumato. Il tempo che si chiudesse il Tour de France a Nizza, ricostruisce il quotidiano francese, e al fondatore della squadra è arrivata una mail in cui si annunciava l’apertura del processo di licenziamento. Contestualmente, gli sarebbe stato chiesto di restituire telefono aziendale, computer e auto.

Avevamo parlato con lui proprio in Francia, ragionando sulle prestazioni opache dei suoi ragazzi al confronto con quelle sfavillanti del Giro e ci aveva fatto capire che di colpo il clima in squadra non fosse più così sereno. Nulla lasciava però pensare all’epilogo poi andato in scena.

Rinaldo Nocentini e la sua maglia gialla del 2009 danno lustro inatteso alla squadra
Rinaldo Nocentini e la sua maglia gialla del 2009 danno lustro inatteso alla squadra

La Chazal-Vanille

Lavenu quella squadra l’ha fondata nel 1992 con un produttore di salumi francese. E’ la Chazal-Vanille del gigante Kirsipuu, che con gli anni diventa la Casinò e poi dal 2000 al 2023 ha come primo nome Ag2R, abbinato dal 2021 al 2022 a Citroen. Ogni volta Lavenu è lì a raccontarla, costruirla, tenerla insieme. Ogni volta con la sua serietà di uomo all’antica, che sulla soglia dei 68 anni già pensava che fosse arrivato il momento della pensione, ma si era certamente augurato di poter gestire l’uscita di scena. Magari dando a sua figlia Magali, inizialmente addetta stampa del team, il ruolo di responsabilità di cui parlava già da un po’. Magari lanciando un team femminile. I progetti non mancavano.

Invece lo hanno convocato. Dall’altra parte del tavolo ha trovato il nuovo direttore generale, Dominique Seryes, e il segretario generale Philippe Chevallier che aveva assunto a sua volta come vice. Nessuno ha raccontato esattamente come sia andato l’incontro, ma pare che al termine Lavenu abbia avuto un malore e per questo sia stata chiamata un’ambulanza dei Vigili del Fuoco. Da quel momento Lavenu ha affidato la gestione della vicenda a un avvocato.

Il caso Bonnamour

L’Equipe ha cercato di ricostruire con i contatti interni alla squadra e pare che la causa scatenante del licenziamento sarebbe stato il caso doping di Bonnamour. Il corridore francese, 29 anni, è stato sospeso dall’UCI dopo il Tour Down Under a causa di anomalie nel suo passaporto biologico e licenziato dalla squadra il 26 marzo. A Lavenu sarebbe stato imputato il ritardo con cui ha informato i suoi nuovi capi della situazione in corso. Sta di fatto che, con rapidità sorprendente rispetto alle abitudini, scattato il licenziamento, il suo nome è scomparso dall’organigramma del team, dove figurava ormai come direttore sportivo e non più come manager.

Il passaggio era avvenuto infatti nel luglio scorso con la nomina di Dominique Serieys da parte della direzione dell’AG2R La Mondiale, anche se (alla larga da sguardi indiscreti) i problemi erano iniziati tre anni prima.

Dal 2013 al 2017 è anche la squadra di Domenico Pozzovivo
Dal 2013 al 2017 è anche la squadra di Domenico Pozzovivo

Nasce la Ag2R-Citroen

Per consentire alla sua squadra di crescere e reggere il confronto internazionale, nel 2020 Lavenu ha costruito una nuova sede. E’ il progetto Ag2R-Citroen, raccontato come una meraviglia francese e come salto di qualità significativo, con l’arrivo di corridori come Greg Van Avermaet. Invece è l’inizio dei problemi.

Per metterlo in strada, Lavenu si indebita personalmente e proprio in quel momento iniziano i problemi. Per motivi non annunciati, Citroen attiva improvvisamente la clausola di recesso dopo tre dei cinque anni per cui ha firmato. Mentre Ag2R nomina un nuovo direttore generale, poco propenso ad assecondare gli slanci del manager francese.

Nel 2021 arriva Van Avermaet, oro olimpico a Rio 2016
Nel 2021 arriva Van Avermaet, oro olimpico a Rio 2016

Le carte sul tavolo

E’ la fine una partnership importante e antica, per i tempi del ciclismo. Un investimento, certo, ma anche un hobby per i grandi sponsor, che di colpo si trasforma in mero business. Per questo Ag2R La Mondiale mette le carte sul tavolo e offre due scelte. Rilevare la società, oppure andarsene. Il prezzo d’acquisto proposto, ricostruisce L’Equipe, sarebbe di 8.000 euro: una cifra che stupisce anche i due corridori presenti all’incontro. Il cambio di strategia è argomentato con la necessità di passare a società sportive meno romantiche, ma in grado di reggere il confronto con l’iper professionalizzazione dello sport.

Lavenu è nell’angolo. Ha cento dipendenti da tutelare e capisce che l’uscita di Ag2R La Mondiale sarebbe per questo drammatico. Per cui il contratto viene firmato. Lavenu resta nella posizione di direttore generale, ma contestualmente deve firmare una modifica al contratto a causa della quale perde ogni potere di firma.

La squadra da quest’anno ha cambiato nome con l’arrivo di Decathlon: qui Paret Peintre vince a Cusano Mutri al Giro
La squadra da quest’anno ha cambiato nome con l’arrivo di Decathlon: qui Paret Peintre vince a Cusano Mutri al Giro

Fine della storia

E’ una rottura netta col passato di squadre costruite e mandate avanti da un solo uomo, il presente che spazza via la tradizione. Certo con motivazioni sostenibili, però con modi che lasciano a desiderare. Alcuni membri dello staff hanno preferito lasciare la squadra lo scorso anno, un paio di dipendenti hanno intentato causa alla società, fra cui un direttore sportivo in squadra dal 1994.

Della gestione precedente resta la struttura del servizio corse, per la quale la società paga ora l’affitto a Lavenu. Tuttavia secondo L’Equipe la strategia prossima prevede che la compagnia assicuratrice voglia risistemare i quadri della squadra per poi venderla definitivamente a Decathlon, con lo spostamento a quel punto della sede operativa nel Nord della Francia. Si chiude una pagina del ciclismo francese, se ne apre un’altra. Sarà la storia a dire quale dei due capitoli sarà stato infine più affascinante e meritevole di racconto.

Madouas non ha rimpianti, quell’argento è storia…

22.08.2024
5 min
Salva

Se la vittoria di Evenepoel a Parigi 2024 poteva anche essere messa in preventivo, considerando le caratteristiche del tracciato, la straordinaria prestazione di Valentin Madouas è stata una vera sorpresa decisamente lieta per i padroni di casa. Uno di quegli argenti dolci a differenza di tanti altri, in un’Olimpiade fortunata come numero di medaglie, ma meno ricca di oro di quanto ci si potesse attendere. Tanto è vero che il quinto posto nel medagliere ha lasciato ai francesi l’amaro in bocca.

Il francese a ruota di Evenepoel. In salita il belga farà la differenza, ma l’argento non sfuggirà
Il francese a ruota di Evenepoel. In salita il belga farà la differenza, ma l’argento non sfuggirà

Madouas non può davvero rimproverarsi nulla, ha tenuto l’attacco del più accreditato rivale e poi, quando sulla salita finale di Montmartre l’ha visto andar via, nulla ha potuto, ma è stato capace di tenere lontani gli avversari. Ora però il portacolori della Groupama guarda già oltre.

«Sono davvero molto contento della mia prestazione – dice – ma è vero che ci sono gare importanti in arrivo e non posso negarlo. Anche se ovviamente ho cercato di assorbire il più possibile tutte le energie della gente, il loro entusiasmo destato da questo argento».

Madouas al Tour du Limousin ha potuto tastare con mano l’affetto dei tifosi
Madouas al Tour du Limousin ha potuto tastare con mano l’affetto dei tifosi
Come giudichi nel complesso tutta l’Olimpiade vissuta in casa?

Qualcosa di magico, siamo usciti da due settimane di festa, con un’ottima organizzazione. Quando i Giochi sono finiti era palpabile nell’aria un sentimento misto di malinconia e di stordimento, quando torni a casa ti sembra strano. Riprendi la solita vita e ti sembra quasi inconsueto ciò che prima era normale. Ogni cosa d’altronde ha una fine. E’ anche per questo che sono andato subito al Tour du Limousin. Si trattava di mettere un punto e ripartire, andare avanti, ricominciare sì da quella performance che è stata bellissima, ma non dimenticando che c’è tanto altro.

Come hai festeggiato?

Abbiamo trascorso una settimana incredibile, lì e anche qualche altro giorno dopo. E’ tutto questo ambiente che rende il tempo il migliore che ho potuto trascorrere in bicicletta. Abbiamo festeggiato fino all’una di notte con gli altri ragazzi che quel giorno avevano vinto medaglie, c’era un entusiasmo enorme. Poi abbiamo continuato con i miei amici che erano presenti al Club France (il corrispettivo di Casa Italia, ndr). Siamo usciti a bere qualcosa insieme. Ma quell’entusiasmo è andato avanti il giorno dopo e quello dopo ancora. Per questo dopo la fine dei Giochi avevo bisogno di normalità.

La grande festa dei francesi, con Madouas (di spalle), Laporte e Alaphilippe
La grande festa dei francesi, con Madouas (di spalle), Laporte e Alaphilippe
In televisione si è vista la paura di Evenepoel non sapendo il suo vantaggio quando ha forato: voi come avete vissuto l’inseguimento, avevate notizie sul distacco dal belga e il vantaggio sugli inseguitori?

No, non sapevo nulla. Del fatto che ha avuto problemi meccanici sono venuto a conoscenza dopo l’arrivo. Non avrebbe fatto molta differenza per me se lo avessi saputo perché ero concentrato sulla mia gara. Era già abbastanza davanti a me, non sarebbe cambiato nulla e penso che avrei ottenuto lo stesso risultato. Il fatto di non avere le radio e quindi non sapere cosa succede davanti e dietro è una sorta di vantaggio e allo stesso tempo uno svantaggio. E’ solo un modo di correre diverso, ma poi quel che conta davvero è il rendimento che hai, le tue gambe. I valori vengono comunque fuori.

Che cosa significa per il ciclismo francese avere ben due medagliati nella prova olimpica?

Tantissimo, se si pensa che erano oltre 70 anni che la Francia non portava a casa una medaglia su strada, dall’oro di Beyaert a Londra 1948. E’ stato qualcosa di molto grande per il ciclismo francese, ne sono arrivate addirittura due. E ne sentiremo parlare qualche anno dopo la nostra carriera, sia per me che per Laporte.

Il 28enne di Brest è una colonna della Groupama che gli ha permesso di crescere con calma
Il 28enne di Brest è una colonna della Groupama che gli ha permesso di crescere con calma
Dal 2017 sei alla Groupama: quanto è importante per il ciclismo francese avere team nel WorldTour che hanno anche settori giovanili di alto livello?

Per noi è fondamentale perché attraverso la grande vetrina che è il Tour de France si muove tutto il ciclismo nostrano e avere gruppi come il nostro che agiscono al massimo livello è essenziale per il movimento. E’ vero che gli sponsor francesi vogliono alzare il loro livello e vincere le grandi gare, per le ripercussioni che possono avere, basti pensare a quel che significherebbe un francese vincitore della Grande Boucle. Per questo si investe tanto sulle squadre giovanili.

E’ un vantaggio?

Permette loro di allenarsi e raggiungere un livello molto alto il più rapidamente possibile. Le squadre straniere sicuramente hanno più soldi e più budget di noi, quindi dobbiamo riuscire a trovare qualcosa di diverso per poter attrarre i giovani. Il fatto di avere dei settori giovanili forti come il nostro ci permette di avere un piccolo vantaggio sulle grandi squadre.

Lo scorso anno Madouas aveva vinto il titolo francese. Ormai oltralpe è un riferimento assoluto
Lo scorso anno Madouas aveva vinto il titolo francese. Ormai oltralpe è un riferimento assoluto
Ora che sono passati giorni, per un ciclista professionista l’Olimpiade è qualcosa di speciale o vale quanto un mondiale o una classica monumento?

Difficile dirlo, è però vero che è qualcosa di profondamente diverso. Negli ultimi anni abbiamo visto che i Giochi Olimpici hanno un posto sempre più importante. Prima c’erano grandi campioni che correvano questa corsa quasi con fastidio. Ora i corridori vogliono vincerla. Non è una Monumento, non è un campionato del mondo perché lì hai la possibilità ogni anno. E’ una gara che si svolge ogni 4 anni e che è davvero a sé stante.

Il mondiale di Zurigo può essere adatto a te?

Beh, lo spero. E’ un percorso che mi piace. Può essere un obiettivo. Guarderò al più presto le strade, ma in ogni caso dipenderà molto da come ci arriverò, da quante energie avrò a disposizione perché sono tracciati che non perdonano. Somiglia un po’ al GP di Montreal dove sono stato quarto lo scorso anno e ricordo bene la fatica fatta… Potrebbe essere un grande obiettivo per la fine della stagione? Io dico di sì…

Italia, Francia e Spagna: le grandi salite a confronto

22.08.2024
6 min
Salva

La salite hanno sempre un certo fascino nel mondo del ciclismo. La maggior parte del pubblico, specie quello non abituale, associa la bici e i campioni alle montagne, alle Alpi soprattutto. Chi va in bici sa bene che le salite possono essere diversissime tra loro. Non si tratta solo di pendenze, ma c’è tanto altro a caratterizzarle. Fattori esterni, vedi il vento, la tipologia di gara, che solo un esperto può cogliere.

Giro d’Italia e Tour de France sono alle spalle, mentre la Vuelta si sta correndo proprio in questi giorni. Ognuno dei tre grandi Giri propone scalate e gruppi montuosi diversi. Per conoscerli meglio ne parliamo con chi di salite e grandi corse a tappe se ne intende, Stefano Garzelli.

Pantani e Garzelli sullo Zoncolan. Entrambi sono legatissimi, in modo diverso, anche al Mortirolo
Pantani e Garzelli sullo Zoncolan. Entrambi sono legatissimi, in modo diverso, anche al Mortirolo
Stefano, in onore alla Vuelta che si sta correndo, iniziamo a parlare dei Pirenei…

Tra le grandi catene montuose sono, mediamente, più facili. Più facili rispetto alle salite italiane e a quelle più note delle Alpi. Ma attenzione, comunque non ti regalano niente. Le salite dei Pirenei in generale sono abbastanza costanti, non presentano grosse pendenze e per questo sono abbordabili. Anche se i puertos dei Pirenei francesi, che tecnicamente non sono diversi da quelli spagnoli, con il caldo e il ritmo del Tour de France diventano selettivi.

Passiamo in Italia. 

Ne abbiamo molte, ma le prime che mi vengono in mente sono le Dolomiti, però anche nomi come Gavia, Stelvio, Mortirolo, Zoncolan: tutte queste sono le più difficili, anche tecnicamente. A volte sono strette, chi deve fare classifica cerca di prenderle in testa. Lo Zoncolan per 10 chilometri non scende quasi mai sotto al 15 per cento (e ha punte del 22 per cento da una parte e del 23 dall’altra, ndr). L’Italia ha davvero salite di tutti i tipi e tutte sono bellissime e impegnative. E per questo il Giro è la corsa più dura del mondo.

Visto che ci siamo parliamo degli Appennini, allora. Cosa ci dici di queste scalate?

Una catena montuosa tanto lunga, quanto variegate sono le sue salite. Le prime scalate appenniniche a cui penso sono il San Pellegrino in Alpe, il Terminillo, dove ho anche vinto, l’Abetone. Già queste tre sono molto differenti tra loro. Il San Pellegrino in Alpe è duro, mentre una scalata come Terminillo se fatta ad alto ritmo può fare male e selezione. 

Ad eccezione di alcune scalate, la strade alpine francesi sono ampie e pedalabili. Sono progettate così secondo le vecchie indicazioni di Napoleone, che voleva srade accessibili per gli eserciti. Qui il Lautaret
Ad eccezione di alcune scalate, la strade alpine francesi sono ampie e pedalabili. Sono progettate così secondo le vecchie indicazioni di Napoleone, che voleva srade accessibili per gli eserciti. Qui il Lautaret
La tua scalata appenninica preferita?

Direi il San Pellegrino in Alpe: particolare e anche a livello paesaggistico mi ricorda un po’ una salita alpina.

Andiamo in Francia, sulle Alpi…

Queste sono salite storiche. Le salite del Tour de France. Penso alla Bonette che dall’alto dei suoi 2.802 metri propone un paesaggio fantastico. Rispetto alle scalate alpine italiane, specie quelle dolomitiche, non hanno pendenze proibitive. Anche se alcune sono dure, vedi l’Izoard, il Galibier, l’Alpe d’Huez… Sono dure non tanto per le pendenze, ma perché non danno respiro. Alcune invece sono velocissime: Les Arc, la Rosiere, Isola 2000… sono salite al 6-7 per cento sulle quali oggi si va su con il 54. Merito anche delle nuove cassette posteriori che ti consentono di girare bene un 54×28. Un rapporto così ti fa fare tanta velocità.

Vosgi e Massiccio Centrale. Cosa ci dici?

Per certi aspetti, quelli tecnici almeno, mi ricordano un po’ gli Appennini, soprattutto i Vosgi anche se forse in media sono salite un po’ più corte. Salite che al massimo arrivano a 10 chilometri. Di solito hanno pendenze costanti e sono, sempre facendo un paragone con gli Appennini, molto più verdi sul piano del paesaggio. Non vorrei però dimenticare il Mont Ventoux…

Secondo Garzelli, i Vosgi e il Massiccio Centrale francese sono paragonabili ai nostri Appennini
Secondo Garzelli, i Vosgi e il Massiccio Centrale francese sono paragonabili ai nostri Appennini
Giusto: il Gigante di Provenza, che però non fa parte di nessun gruppo montuoso.

Premetto che non l’ho mai fatto in bici. Né da corridore, quando ho fatto il Tour non era mai stato inserito nel percorso, e neanche da commentatore Rai. Infatti per motivi logistici il compound è sempre montato in basso. Però questa salita andava menzionata. Una particolarità assoluta: lunga, impegnativa ma soprattutto spoglia, nuda. E’ affascinante.

Insomma dovrai farla prima o poi! Chiudiamo con la “tua” Spagna. Ci sono molte altre montagne oltre ai Pirenei…

Tante e non solo nella terra ferma. La Spagna ha le salite anche sulle isole, Gran Canaria (con il Pico de la Nieve, ndr), Tenerife dove c’è il Teide. Questa salita con i suoi quattro versanti è una magia. Ha tutto quello che serve: distanza, varie pendenze, quota… per me è il posto migliore per allenarsi. Lì davvero riesci a trovare la concentrazione giusta. Il Teide va vissuto.

E nella Spagna vera e propria?

Altre salite sono poi nella zona a Sud della Spagna, quella di Granada. Lì c’è il grande massiccio della Sierra Nevada. In teoria si può arrivare in bici fino a 2.850 metri, ma gli ultimi 10 chilometri sono sterrati. Anche in quella zona ci sono tante salite. Sono quasi tutte lunghe, perché partono da molto in basso, ma non sono quasi mai pendenti. Le strade sono anche piuttosto larghe e sono regolari.

Il Teide è un vero paradiso per allenarsi. Anche se non ci sono gare è comunque a pieno titolo una salita dei grandi campioni
Il Teide è un vero paradiso per allenarsi. Anche se non ci sono gare è comunque a pieno titolo una salita dei grandi campioni
Ma non sono finite le salite spagnole, giusto?

C’è la Nava Cerrada, vale a dire le montagne nei dintorni di Madrid, in pratica le salite di Alberto Contador. Sono abbastanza lunghe e regolari, molto stile Tour, vanno su al 7-8 per cento. E poi ci sono le scalate delle Asturie e queste sono le più dure di tutta la Spagna. Sono scalate lunghe, ma non lunghissime. Molte sono irregolari e quasi tutte hanno pendenze in doppia cifra. Sono salite paragonabili al nostro Mortirolo.

Qualche nome?

Quelle famose della Vuelta e che tanto le hanno dato: Angliru, Lagos de Covadonga, Pico del Buitre. Sono scalate di 10 massimo 15 chilometri, su strade strette spesso anche scoperte al sole e al vento. E con pendenze micidiali (anche oltre il 25 per cento, ndr).

Nelle Asturie scalate molto dure. Qui i Lagos de Covadonga (foto queverenasturias)
Nelle Asturie scalate molto dure. Qui i Lagos de Covadonga (foto queverenasturias)
Stefano, quali sono le tue salite preferite per ognuna delle tre Nazioni dei grandi Giri?

In Francia il Galibier, perché oltre che affascinante di suo ho anche un bel ricordo. Transitai per primo da solo nel 2003 e vinsi il premio Henri Desgrange. In Spagna direi i Lagos de Covadonga: non ci ho mai corso, ma nei tre anni in cui ho collaborato con l’organizzazione della Vuelta ogni volta che si arrivava lassù restavo a bocca aperta con tutti questi laghi che ti si aprono una volta terminata la salita. Davvero bello. 

Resta l’Italia…

In Italia il Mortirolo – risponde senza indugio Garzelli – perché è una grande salita e perché è quella dedicata a Pantani. E’ lì che Marco staccò Indurain e quelle per me sono immagini e ricordi da giovane. Pensate che qui in Spagna, dove vivo, se a qualche cicloamatore chiedi delle salite italiane ti dice subito: “Mortirolo”. E’ amatissimo.

Da un Bortolami all’altro, ma Julian punta alla pista

22.08.2024
4 min
Salva

Nella delegazione azzurra che da ieri è impegnata a Luoyang nei mondiali juniores su pista, c’è anche un figlio d’arte: Julian Bortolami figlio di Gianluca che era una delle colonne portanti di quella Mapei che dominava nelle classiche e che ora agisce da direttore sportivo alla Pool Cantù dove peraltro corre suo figlio. Julian è uno dei tanti ragazzi che fa la doppia attività abbinando pista e strada e finora i suoi risultati migliori sono venuti dal velodromo.

Si potrebbe pensare che la sua propensione per le prove al chiuso siano qualcosa che va in controtendenza rispetto alla tradizione familiare ma non è così: «Anche papà faceva attività su pista ma pochi lo ricordano, perché l’ha fatta da giovanissimo, quando era ancora lontano dal passare professionista. Ma quell’attività gli è sempre piaciuta e me l’ha raccomandata perché utilissima anche per chi fa strada»

Il podio della corsa a punti europea con Bortolami 2° dietro Fugger (AUT)
Il podio della corsa a punti europea con Bortolami 2° dietro Fugger (AUT)
Quanto ha influito l’esperienza di tuo padre nel farti scegliere quest’attività?

Un po’, vedendo le sue gare. Ero troppo piccolo per potermi ricordare quando correva lui, ma attraverso Youtube e altri social ho visto di che cosa era capace e quello che ha combinato. Lui però non mi ha mai forzato, anzi, ha lasciato che ogni decisione fosse autonoma. Ho iniziato da G4, poi pian piano la passione ha preso il sopravvento e così ho continuato.

E quando hai iniziato su pista?

Da esordiente 1° anno. Sinceramente le prime volte non è che mi piacesse molto, ma poi mi ha preso sempre di più. Devo dire che sull’anello mi diverto molto, anche più che su strada, in particolar modo nella corsa a punti che è la mia preferita e dove ho conquistato l’argento agli ultimi europei.

L’abbraccio di Julian a papà Bortolami, vincitore della Coppa del mondo 1994 e del Fiandre 2001
L’abbraccio di Julian a papà Bortolami, vincitore della Coppa del mondo 1994 e del Fiandre 2001
Su strada invece che tipo di corridore sei, ricordi tuo padre?

Per certi versi sì, anch’io sono impostato come un passista. Non sono molto veloce, ma sulle salite tengo il ritmo abbastanza agevolmente. Cerco spesso le fughe, sia quelle da lontano che provando il colpo di mano negli ultimi chilometri. Da quel che ho visto, era un po’ il modo di correre di papà, ma a ben altri livelli.

Tuo padre ti segue, ti consiglia?

Certe volte capita che il direttore sportivo delle gare dove corro sia lui, ma non fa assolutamente differenza fra me e gli altri. Mi lascia abbastanza libero, l’unica cosa sulla quale batte sempre è usare la testa prima ancora che le gambe, perché le corse si giocano innanzitutto dal punto di vista tattico ed è su quello che bisogna lavorare.

Julian Bortolami ha iniziato a vincere molto presto, qui al Criterium Riva Logistica 2021 (foto Soncini)
Julian Bortolami ha iniziato a vincere molto presto, qui al Criterium Riva Logistica 2021 (foto Soncini)
Come giudichi la tua stagione?

Non ho corso molto, quest’anno ho privilegiato più la pista dovendo preparare le prove titolate. Avevo anche iniziato bene con qualche piazzamento, ma in generale non posso dire di essere molto soddisfatto. Sono arrivati buoni risultati soprattutto dalle prove di cronosquadre, a dimostrazione che sul passo posso dire la mia ed essere di aiuto, ma avrei voluto qualcosa di più, pur essendo solo al primo anno.

Per i mondiali che aspettative hai?

E’ chiaro che dopo quanto è avvenuto nella rassegna continentale punto a ripetermi nella corsa a punti, poi si vedrà quali specialità il cittì Salvoldi vorrà farmi fare. Io comunque sono partito per la Cina con tante speranze, staremo a vedere che cosa ne uscirà fuori ma sono ottimista.

La volata che regalò a Gianluca Bortolami il Fiandre 2001, su Dekker e Zanette
La volata che regalò a Gianluca Bortolami il Fiandre 2001, su Dekker e Zanette
Hai un sogno messo da parte, magari più relativo alla strada?

Vorrei innanzitutto compiere tutto il tragitto e quindi diventare professionista, poi avere la possibilità di vincere una grande classica. Il mio sogno è il Giro delle Fiandre, fare quel che fece mio padre nel 2001. Sarebbe davvero un gran colpaccio…

Il quartetto, il cambio sbagliato, l’oro delle ragazze. Vignati racconta

21.08.2024
7 min
Salva

In procinto di partire per le Paralimpiadi, che commenterà su Rai Sport accanto a Stefano Rizzato, Pierangelo Vignati ci riporta con il suo racconto agli eccitanti giorni in pista di Parigi 2024. Li ha vissuto ugualmente in cabina RAI accanto a Francesco Pancani. Vignati, ex atleta emiliano classe 1970, dopo qualche trascorso da atleta normodotato, ha partecipato e vinto l’oro nell’inseguimento individuale alle Paralimpiadi di Sydney del 2000. Il suo reclutamento in RAI risale agli scorsi mondiali di Glasgow. Pancani aveva bisogno di un supporto per commentare il quartetto, gli mise una cuffia e lo mise alla prova. Test superato in modo brillante, al punto da portarlo a Parigi.

Che cosa ha visto Vignati nei giorni della pista? Quali sono stati gli episodi più stimolanti da raccontare? Gli abbiamo proposto di riportarci laggiù e lo abbiamo sommerso di domande. Ecco le sue risposte.

Pancani e Vignati, la coppia RAI per la pista olimpica. Alle Paralimpiadi arriverà Stefano Rizzato
Pancani e Vignati, la coppia RAI per la pista olimpica. Alle Paralimpiadi arriverà Stefano Rizzato
Pierangelo, come è stato seguire le Olimpiadi in pista? Faticoso, emozionante..

Entrambe. Faticoso perché ti devi preparare e ti devi ricordare le cose. Devi essere anche fortunato di alloggiare nella parte giusta. C’è chi ogni giorno faceva 45 minuti per andare in velodromo, noi con la Rai eravamo a pochi metri e questo ci ha aiutato molto. Con le Paralimpiadi sarà diverso. Saremo in centro a Parigi, quindi lontani dalla pista e anche dai luoghi in cui si correranno le prove su strada, che non saranno gli stessi. E’ stato emozionante, invece, perché è stata la mia prima Olimpiade. Sono stati un’emozione proprio il contesto e il ruolo che mi hanno cucito addosso. Stare accanto a Pancani rende tutto più semplice, ti mette in condizione di dare il 110% senza che te ne renda conto.

Il commento tecnico di una gara su strada può essere lento per lunghi tratti, invece le gare in pista durano poco: quanta concentrazione serve per accorgersi di tutto?

Fa parte anche quello della fatica della pista. E’ quasi come correrla. Nella mia storia, nonostante la mia disabilità dalla nascita, ho avuto la fortuna di correre in pista sia con i normodotati e poi con i paralimpici. In più sono sempre stato uno molto curioso e attento. So perfettamente che quando vai a vedere una madison non la guardi dall’interno della pista, ma da fuori per avere una visione completa, quindi sugli spalti sei in una posizione privilegiata. Certo, non abbiamo citato la caduta dei tedeschi, l’unica cosa che non abbiamo colto, ma il resto l’abbiamo beccato tutto, soprattutto la conta dei giri. Chi fa la madison deve sapere dove si trova, guardare il suo compagno, guardare il tabellone e guardare come si sta sviluppando la gara. E anche lì quando fai una telecronaca, devi guardare queste cose. Devi avere sotto occhio il tabellone, il punteggio e capire dove è il compagno, per capire quando parte lo sprint finale.

Come te la sei cavata?

Sono stato col profilo molto basso dal punto di vista tecnico, perché mi è stato detto di cercare di far capire più che altro come si sviluppavano le gare. Spiegare a chi non le ha mai viste come funziona e come si decidono. Cos’è l’americana, l’omnium, l’inseguimento a squadre. Come funzionano, le dinamiche, tutta la tattica. E devo dire che chi mi ha ascoltato, non essendo del ciclismo, mi ha detto di aver capito. Non è tanto per il complimento, ma sono contento perché abbiamo raccontato tutto in modo chiaro. Pancani e Rizzato sono bravissimi. Stefano è giovane ed è molto computerizzato, ma è veramente una macchina da guerra. Il suo è il nuovo modo di fare giornalismo in tv, è veramente preparato e meticoloso in tutto e per tutto. Pancani è un archivio storico vivente. Ha il suo librone, prende appunti, segna tutto. Sono due diversi tipi di giornalismo, però entrambi ottengono lo stesso risultato in due modi differenti.

Avevate spesso contatti con il box azzurro?

Per scelta ho lasciato tranquillo Marco Villa. Ho parlato di più con Ivan Quaranta, perché ho corso con lui. Ho cercato di carpire un po’ di informazioni da Diego Bragato, ma da quella parte c’era un silenzio assordante. Villa ha deciso di tenere un velo di segretezza su quello che stavano facendo. Ha fatto una riunione e ha detto che tutte le decisioni sarebbero dovute rimanere riservate.

Vedendoli da lì, si capiva che il quartetto non fosse quello di Tokyo e avesse qualcosina in meno?

Sì. Più che si è capito che gli altri avessero qualcosa di più. Non eravamo gli stessi di Tokyo, però quel bronzo vale quanto l’oro. Ci hanno abituati a vincere e fare il record del mondo, però il bronzo tre anni dopo è una grande conferma. E’ un bronzo che pesa, calcolando anche le dinamiche. Nelle qualifiche non mi sono piaciuti. In semifinale non mi sono piaciuti per nulla, addirittura pensavo che non passassero. C’è stata troppa confusione nel giro e 200 metri di Consonni e secondo me non se lo aspettavano. Invece nella finale del bronzo, anche se Consonni ha fatto la stessa cosa, il quartetto è stato più fluido e si è visto che stava funzionando. Tanto che poi i danesi si sono disgregati. Quando ho visto luce prima del terzo danese, ho capito che era andata. Consonni a quel punto non lo staccavano neanche se gli tiravano una badilata sui denti...

Simone è stato eroico in quel frangente e quando è ripartito dopo la caduta.

E ricordatevi che la madison erano 50 chilometri corsi a più di 60 di media. Alla fine, quando volavano via, era per l’esaurimento delle forze. Sembrava che svenissero, al punto che tutti sapevano che cosa avrebbero fatto i portoghesi e glielo hanno lasciato fare indisturbati. Non ne avevano per provare a tenerli.

Cambio sbagliato, Consonni è caduto, ma riparte con la rabbia in volto. Per Vignati una foto da mostrare ai giovani
Cambio sbagliato, Consonni è caduto, ma riparte con la rabbia in volto. Per Vignati una foto da mostrare ai giovani
L’Italia ha pagato la caduta, ma è stata una caduta che abbiamo provocato noi. Se ne è parlato poco.

All’inizio pensavo che si fosse proprio toccato con Elia. Invece poi nel rallenty, ho visto che la caduta è avvenuta proprio durante il cambio. Simone andava troppo piano in quel momento. E poi con i manubri stretti che hanno ora, a volte cambiano tenendo la mano sotto e non sopra (foto di apertura, ndr). La mano sopra permette di avere un controllo più stabile della bici, con la mano sotto rischi di perderla. Questo è un aspetto che va considerato.

In più la caduta c’è stata in una fase piuttosto concitata…

Mancavano 26-27 giri dalla fine e in postazione ci siamo guardati e abbiamo temuto che avessero perso tutto. C’è stato un momento di panico, non si capiva più nulla. C’erano i neozelandesi all’attacco e per fortuna, non so per quale motivo o per quale santo in paradiso, hanno mollato. Se avessero insistito, saremmo arrivati quarti. In quel momento sono partiti i portoghesi che hanno fatto lo sprint e conquistato il giro. Bravi loro. Noi ce la siamo giocata bene.

Visto che faccia Consonni quando è ripartito?

Abbiamo visto tutti la foto, che è bellissima. Bisognerebbe farla vedere ai giovanissimi per spiegare cosa vuol dire la grinta in bicicletta. A quel punto non sapevamo che botta avesse preso e cosa potesse accadere. L’unico errore probabilmente è stato il cambio per l’ultimo sprint. Hanno cambiato troppo tardi, hanno rischiato perché è naturale che la dovesse fare Elia. Forse se avessero cambiato prima, sarebbe rimasto agganciato ai primi e a quel punto avrebbe potuto cercare di vincere l’ultimo sprint. 

Il 9 agosto 2024, Guazzini e Consonni sono diventate campionesse olimpiche della madison
Il 9 agosto 2024, Guazzini e Consonni sono diventate campionesse olimpiche della madison
Invece Vignati come ha vissuto l’oro di Guazzini e Consonni?

E’ stato esaltante, la gara perfetta: la dimostrazione che avere coraggio premia. Solo due squadre hanno conquistato il giro: l’Italia e l’Australia. Le nostre sono uscite da sole, hanno conquistato il giro e hanno iniziato a fare poi la gara. Però restava un po’ di dubbio. Adesso cosa succederà? Hanno consumato troppo? Hanno chiesto troppo? Si staccheranno? Capita spesso che vai a prendere il giro e poi non riesci più a stare agganciato. Queste ragazze invece hanno dimostrato un grande coraggio, che poi è stato veramente premiato. Ed è bello perché è una medaglia che valorizza tutto il resto. La spedizione del ciclismo, compreso il Ganna nella crono, torna a casa con un oro, due argenti e un bronzo. Assolutamente un grande bilancio.