Al Casentino si rivede Bozzola: dove era finito?

27.08.2024
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Torna alla ribalta Mirko Bozzola, vincitore del Giro del Casentino. Non è che l’ex vincitore del GP Liberazione si fosse perso, anzi. E’ alla sua prima stagione alla Q36.5, ha gareggiato spesso all’estero, ha anche assaggiato il clima delle classiche belghe di primavera, ma il suo rendimento non è stato pari alle attese, soprattutto alle sue.

In Toscana però, cogliendo la sua seconda vittoria stagionale a due settimane dalla prima, è come se si fosse sbloccato: «Era una corsa vallonata, abbastanza dura con un paio di salite di cui una di 5 chilometri da ripetere più volte. Nell’ultima salita siamo andati via io, Olivo e Bagatin, solo che mancavano 65 chilometri al traguardo… Abbiamo lavorato di comune accordo impedendo il rientro degli avversari, eravamo concordi nel giocarci la vittoria in volata fra noi e lì ho avuto partita vinta. Per me vincere una corsa che nell’albo d’oro ha Bartali, Coppi e Nencini è un titolo di merito».

La prima stagione alla Q36.5 è stata sfortunata. falcidiata di stop fisici
La prima stagione alla Q36.5 è stata sfortunata. falcidiata di stop fisici
Perché nel corso dell’anno non hai ottenuto risultati all’altezza di quelli dell’ultimo mese?

La forma è arrivata solamente adesso. Ho avuto tanti problemi, perso molti giorni di allenamento che non mi hanno fatto rendere come volevo. Avevo iniziato a trovare la forma giusta quando a giugno eravamo al Tour de Kurpie in Polonia, avevo fatto un paio di Top 10 ed eravamo andati abbastanza bene nella cronosquadre, la gamba stava girando ma nella quarta tappa sono caduto e dopo sono rimasto fermo due settimane perché avevo preso brutte botte sulla parte sinistra del corpo. Così ho dovuto ricominciare tutto daccapo.

Facile immaginare che non era questo l’approccio che volevi avere con il team…

Assolutamente, anzi devo dire che ho trovato tanta comprensione e fiducia. Mi trovo benissimo con i compagni e lo staff, si vede che è un team di altissima qualità, il top che ci può essere in Italia. C’è addirittura una casa a nostra disposizione per gli allenamenti di gruppo e i ritrovi pregara. Si è formato un bel gruppo, anche con gente forte come Oioli oppure il colombiano Martinez che ha un anno meno di me ma va davvero forte. I risultati al team non mancano, ma io voglio fare la mia parte.

Spesso i risultati non dicono tutto: rispetto allo scorso anno noti miglioramenti?

Direi proprio di sì, perché è profondamente cambiata la mia attività. Facciamo un calendario internazionale, di livello molto più alto dove ci confrontiamo con gli altri Devo team, quelli delle formazioni WorldTour. Vedo che il livello generale è molto più elevato e bisogna adeguarsi. Questo significa che anche l’allenamento è cambiato: ora faccio più ore e vedo che la mia resistenza è aumentata, nelle ultime fasi delle corse ho ancora molte energie. Al Giro del Casentino sono rimasto sorpreso io stesso di come riuscissi a spingere nelle ultime battute.

E ora?

Ora voglio continuare a sfruttare la condizione acquisita e prendermi quel che a inizio stagione non mi è riuscito. Magari a cominciare dal Giro del Friuli dove ci sono tappe adatte a me. E’ una corsa dove ci sarà tanta gente forte, una vittoria in essa può cambiare il giudizio su una stagione. Sto sfruttando questi giorni proprio per rifinire la preparazione, ho anche evitato ogni impegno agonistico proprio perché al Friuli voglio dare tutto e poi prendere lo spunto per il finale di stagione.

Il ventenne novarese punta tutto sul Giro del Friuli per rilanciarsi verso il 2025
Il ventenne novarese punta tutto sul Giro del Friuli per rilanciarsi verso il 2025
A una convocazione in azzurro ci pensi sempre?

E come si fa a non farlo? Ho già assaggiato l’azzurro da junior, è un onore, se non sarà quest’anno ci punterò con forza nel 2025. Magari una convocazione può sempre arrivare, potrei ad esempio dare una mano ad Oioli all’europeo. Io comunque penso già al prossimo anno che sarà quello decisivo per le mie ambizioni, per trovare la strada verso il professionismo e sicuramente una convocazione in azzurro sarebbe un bel viatico.

Pozzovivo

E Pozzovivo come sta? Entusiasta e pronto per il gran finale

27.08.2024
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Parlare con Domenico Pozzovivo è sempre coinvolgente. Il lucano non è mai banale e, a quasi 42 anni, ha l’entusiasmo di un novellino, ma con la sapienza degna di un’enciclopedia. Lo avevamo lasciato sul rettilineo dei Fori Imperiali, quando il gruppo, Roma e il Giro d’Italia gli resero omaggio. Ma come è andata da allora? 

Il corridore della VF Group-Bardiani sta preparando il finale di stagione, e di carriera. Lo attendono sei gare in due blocchi: Gp di Larciano, Giro di Toscana e Memorial Pantani a settembre. Giro dell’Emilia, Tre Valli Varesine e Giro di Lombardia ad ottobre.

A Roma il Giro d’Italia rende omaggio a Pozzovivo (classe 1982)
A Roma il Giro d’Italia rende omaggio a Pozzovivo (classe 1982)
Domenico, ci eravamo lasciati al Giro, anche se poi avevi tirato lungo fino allo Slovenia. Come sono andate le cose da allora?

Più che tirare lungo è stato uno “stop&go”. Dopo il Giro infatti ho avuto la polmonite, uno strascico del Covid che avevo preso in gara. Sono stato una settimana fermo e a prendere gli antibiotici. E infatti poi in Slovenia sono andato inaspettatamente bene. In ogni caso dopo l’italiano mi sono fermato. Volevo recuperare bene, anche perché poi prima di tornare alle corse ci sarebbe stato abbastanza tempo.

Chiaro…

Il Giro dell’Appennino a luglio è stata più che altro una parentesi celebrativa. Successivamente sono andato all’Arctic Race, che è stata una bella sorpresa. Al rientro ho recuperato un po’ e quindi sono salito dieci giorni in ritiro sullo Stelvio. Devo dire di aver trovato un bel caldo anche lì e parecchio traffico sotto Ferragosto, ma sapevo come evitare le strade più caotiche.

Come stai? Come sono i valori?

I valori sono buoni, ma non sono quelli che avevo prima del Giro. Ma ho ancora due settimane per metterli su e vederli sul computerino! Io purtroppo ho questi strascichi post Covid molto lunghi, ma i 2-3 mesi canonici ormai sono passati.

In Slovenia ottime prestazioni per il lucano che ha chiuso quarto nella generale
In Slovenia ottime prestazioni per il lucano che ha chiuso quarto nella generale
E come ce li metti nelle gambe? Anzi, nel computerino!

Sostanzialmente facendo brillantezza. Già per il solo fatto di essere stato lassù e aver fatto salite lunghe è normale che non siano altissimi. Scendendo di quota le cose dovrebbero migliorare. In più si riduce il minutaggio dei lavori e si insiste un po’ sull’intensità. Cercherò di arrivare alla performance massima “a pezzi”, magari stando qualche minuto al di sopra dei valori di riferimento sui 20′. Comunque la parola d’ordine è brillantezza.

Prima hai parlato dell’Arctic Race, come sorpresa. E’ stata un’esperienza nuova…

In realtà volevo fare anche Hainan, in Cina (dove stamattina Jakub Mareczko ha vinto la prima tappa, ndr). Anche quello non l’avevo mai fatto. Solo che poi non c’era la tappa in salita che credevamo, il percorso non era per nulla adatto a me e non sono andato. Lo spirito della scoperta non l’ho perso! Dall’Arctic Race non mi aspettavo nulla di preciso dalla gara, anche questa non troppo idonea alle mie caratteristiche, ma è stata una bella sorpresa: scenari diversi, un buon clima, anche troppo caldo per quelle latitudini. Poi è stata vissuta bene proprio la trasferta. Le tappe partivano abbastanza tardi, quindi la mattina ci vedevamo le varie qualificazioni delle Olimpiadi, facevamo la nostra corsa e la sera di nuovo le Olimpiadi in tv con le finali dell’atletica. L’unica cosa negativa è stata che la valigia mi è arrivata il penultimo giorno. Mi sono dovuto arrangiare a lavare i panni ogni volta!

Il “Pozzo” all’Arctic Race tira il gruppo pedalando lungo il fiordo. Si può essere debuttanti anche a 41 anni suonati
Il “Pozzo” all’Arctic Race tira il gruppo pedalando lungo il fiordo. Si può essere debuttanti anche a 41 anni suonati
Quindi viva la vecchia regola degli scarpini nello zaino da portare nella cabina dell’aereo…

Esatto. Lo stretto necessario ce lo avevo. Poi è anche vero che il ciclismo attuale ci vizia. Mi mancava la “copertina di Linus”, tipo quegli integratori personali, quella maglia… ma avevo tutto. E’ che con il caldo che davano le previsioni, avevo deciso di portare i miei sali minerali e non li avevo. Un giorno sono andato a fare un giro e in un supermarket locale ho trovato un “super food”. In pratica era una sorta di pesce azzurro secco. Ho guardato i nutrienti e ho visto che era valido. L’ho preso, ma quando l’ho aperto i miei compagni non sono rimasti contenti!

Possiamo immaginare…

Il gusto non era neanche malaccio, ma l’odore non era il massimo. Sapeva di pesce un po’ malandato. Ma a livello nutrizionale lo consiglio: 60 grammi di proteine ogni 100 di prodotto.

E della Norvegia cosa ti è parso?

Selvaggia. Si aveva l’impressione di essere in montagna pur stando al livello del mare. C’era anche un stazione sciistica… a 300 metri di quota. Magari facevi 100 chilometri e il fiordo ti seguiva, oppure te lo ritrovavi al di là di una collina. E poi lo spettacolo delle maree, come entravano ed uscivano dal fiordo. Davvero comprendi la forza della natura.

Dall’entusiasmo con cui racconti, non sembri uno che sta per smettere. Perché smetti questa volta, giusto?

Sì, sì basta! L’entusiasmo e gli stimoli non mancano. Il motivo per cui smetto è l’età chiaramente e il rischio che comporta il ciclismo. Continuare sarebbe un po’ come cercarsela… A me non capita mai di non avere voglia di andare in bici o di trascinarmi perché devo. Voglia di allenarmi e correre ci sono sempre.

Giro di Lombardia 2011: Zaugg scatta e dietro c’è proprio Pozzovivo
Giro di Lombardia 2011: Zaugg scatta e dietro c’è proprio Pozzovivo
E ora si profilano queste sei gare. Ce ne sono alcune che senti in modo diverso?

Indubbiamente l’Emilia e il Lombardia. All’Emilia nel 2022 feci il podio lottando spalla a spalla con Pogacar. E il Lombardia è la classica che più mi piace e da cui sono affascinato. Ci tengo particolarmente a fare bene lì.

Hai un aneddoto particolare di questa corsa?

Quando vinse Zaugg. Ci andai vicino, quell’anno si arrivava a Lecco. Caddi in una discesa. Ricordo che finii sopra a Diego Rosa. Passai tutto il lungolago a spingere per ricucire il gap, spendendo molto. Rientrai a piedi dello strappo finale. Lo presi per ultimo, ma di slancio tirai dritto. E andai forte. Ma Zaugg partì in contropiede. Dietro mi giocai il podio con il drappello inseguitore (Pozzo fu sesto, ndr). Penso sempre che se non fossi caduto, magari avrei fatto io la differenza. Quel giorno mi sentivo il più forte in gara.

Domenico, stai pensando ad un’uscita colorata? A qualcosa di particolare?

A dire il vero, no. Magari ci penserò quando saremo più vicini all’evento.

Cattaneo è tornato, ma che fatica arrivare fin qui…

27.08.2024
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Il primo riposo è alle spalle e per fortuna nell’area di Vigo le temperature sono scese di parecchio. La massima è stata per tutto il giorno di 26 gradi, circa 14 meno rispetto ai giorni scorsi in Andalucia. La Vuelta riparte senza Tiberi, eliminato da un colpo di calore, e con la classifica che vede ancora in testa O’Connor, poi Roglic, Carapaz, Mas e al quinto posto Mikel Landa, già quinto all’ultimo Tour. La Soudal-Quick Step punta forte sul basco e per dargli qualche chance in più gli ha costruito attorno una bella squadra. Fra gli uomini prescelti, c’è anche Mattia Cattaneo. Lui avrebbe dovuto fare parte della guardia scelta di Remco per il Tour, ma qualcosa (che ora vi racconteremo) glielo ha impedito. Per adesso è in hotel che riposa in vista della decima tappa, che inizia con una bella salita di prima categoria. Giusto per non farsi mancare nulla.

«Fino a ieri – dice – c’era un caldo potentissimo, da far venire i pompieri a spruzzare acqua sul gruppo. Nove giorni tutti così. Detto questo, siamo qui per Mikel, ma non so dire cosa mi aspetto. E’ veramente imprevedibile. Ogni giorno può andare via la fuga che prende i minuti. Andò così anche l’anno scorso quando Kuss beccò la fuga, prese una palata di minuti e poi fu bravo a tenerli. Secondo me dipende anche dai percorsi che aiutano questo tipo di azioni e rientri in classifica. Ormai ci sono talmente tanti corridori che vanno forte, che non si può controllarli tutti. In più non c’è un vero e proprio super favorito con la squadra costretta a controllare, per cui chiunque attacchi, può prendere del tempo».

Prima tappa del Romandia, 24 aprile: Cattaneo prende il via, ma si ritirerà: inizia il lungo stop
Prima tappa del Romandia, 24 aprile: Cattaneo prende il via, ma si ritirerà: inizia il lungo stop

Non parlavamo con lui dai primi giorni di primavera, quando il progetto di scortare Evenepoel al Tour de France ne aveva fatto uno dei riferimenti della squadra. Nel cerchio della fiducia del piccolo belga, anche per via dei trascorsi negli ultimi tempi, il bergamasco rappresentava uno degli elementi di maggior rilievo. Invece di colpo Cattaneo è sparito, dai radar e dalle corse. Ritirato il 24 aprile nella prima tappa del Romandia e di nuovo in gruppo soltanto il 25 luglio nella prima tappa del Czech Tour. Tre mesi di blackout, con la visita a sorpresa ai compagni nel giorni di riposo di Livigno al Giro.

Perché non sei andato al Tour?

Mi hanno trovato un problema alla tiroide e sono stato fermo quasi 40 giorni da fine aprile a metà giugno. Quindi penso che la risposta sia chiara. Era impossibile rimettersi in forma, ma io non sono uno capace di raccontare tante cose. Per cui alla fine è stato un periodo difficile. Mi hanno trovato questo problema e anche la cura, che consiste semplicemente nel prendere una pastiglia.

Tutto risolto?

Il problema è che una persona normale impiega sei mesi a trovare il dosaggio giusto. Per cui sono partiti da quello che secondo loro era corretto, però mi dava un sacco di effetti collaterali. In bici diventavo balordo. Facevo fatica a dormire. Non stavo bene in generale, per cui non sarei stato in grado di allenarmi. Quindi alla fine hanno preferito aspettare che i valori tornassero a posto, senza sapere quanto tempo sarebbe servito. Se una settimana oppure un anno, perché dipende da come reagisce il corpo, in quanto tempo si adatta e ritrova l’equilibrio. Alla fine ci ho messo un mese abbondante.

Salite, caldo e ventagli: Cattaneo conferma che in questa Vuelta durissima non è mancato proprio nulla
Salite, caldo e ventagli: Cattaneo conferma che in questa Vuelta durissima non è mancato proprio nulla
Ti hanno trovato l’anomalia alla tiroide perché sei stato male?

In realtà no, anzi stavo meglio prima rispetto a quando ho iniziato a curarmi. Sono andato a fare i controlli del sangue periodici imposti dall’UCI ed è venuto fuori un valore anomalo della tiroide. Stavo facendo la Parigi-Nizza, per farvi capire quando tutto è partito. Mi hanno chiesto se mi sentissi stanco e io ho risposto che lo ero come chiunque stesse facendo una corsa così tirata. Per cui abbiamo deciso che dopo la Sanremo sarei andato a fare degli esami specifici.

E come è andata?

Quando mi sono arrivati i risultati, non c’era un solo valore a posto, per cui mi hanno detto di stare fermo per una settimana, dieci giorni. Quando sono andato a rifare gli esami, quel valore che era appena anomalo era diventato sette volte peggiore. Nel frattempo ho provato a vedere se riuscivo a tenere un po’ di condizione, ma alla fine ho dovuto fermarmi per forza. Altrimenti non ne sarei più venuto fuori.

La squadra ti ha seguito in questo percorso?

Sono stato seguito da un endocrinologo in Italia, anche per una questione di comodità. Però sempre in contatto con Corsetti, che è il mio medico di riferimento per la Federazione, e con i dottori della squadra.

Cattaneo al lavoro per Landa: i due assieme sarebbero stati grandi spalle per Remco al Tour
Cattaneo al lavoro per Landa: i due assieme sarebbero stati grandi spalle per Remco al Tour
E adesso è tutto come prima?

Adesso sto bene, onestamente. All’inizio ero preoccupato, ho pensato che non ho più vent’anni e alla peggio avrei smesso. Non sapevo, dopo una roba così, se sarei riuscito a tornare. Invece sono contento, perché sono quello di prima. Certo ho dovuto vedermi il Tour di Remco in televisione, ma quasi non mi è dispiaciuto, dal tanto forte che andavano (ride, ndr).

L’importante è che stai bene, perché eri un po’ sparito anche dai radar e anche la squadra non ha fatto trapelare nulla…

Non volevano che lo dicessi finché non fossimo stati certi dei tempi di ripresa, ma a me di certe cose interessa poco. Meglio dire le cose come stanno, anche se sapete come vengono gestite queste comunicazioni. Adesso finalmente sono com’ero prima. Prendo questa pastiglia ogni mattina e fine della storia. Però all’inizio è stata davvero dura. Mi sentivo un’altra persona, ma mi hanno detto che erano sintomi connessi con la tiroide. Mi venivano attacchi d’ansia e roba così, da non capire cosa fosse. Invece, da quando ho iniziato a stare bene, i valori sono tornati tutti a posto. Sono tornati tutti in equilibrio e ora mi sento esattamente come prima.

Come è stato ricominciare?

Mi sono rimesso sotto come al solito, nel senso che sono un professionista, con la testa del professionista. Però un conto è allenarsi, un conto andare alle corse. Ho ripreso a Czech Tour ed era la prima corsa dopo quattro mesi abbondanti che non correvo. Quindi per me era già tanto essere lì, a prescindere che fosse una corsetta. Era un primo step e quando ho visto che andavo bene, mi ha dato una bella spinta.

Le foto… spiritose prima del via della Vuelta, ma per Cattaneo esserci è stata già una vittoria
Le foto… spiritose prima del via della Vuelta, ma per Cattaneo esserci è stata già una vittoria
Sei rientrato con degli obiettivi?

Gli obiettivi che mi ero posto per quest’anno sono tutti già passati (sorride amaramente, ndr). Però già essere qua alla Vuelta ed essere competitivo e aiutare Landa mi sembra una cosa grossa. Già essere tornato quello di prima per me si potrebbe considerare un primo obiettivo raggiunto.

Inizia la seconda settimana della Vuelta.

E ci sarà da centellinare le forze. Anche domani (oggi, ndr) potrebbe benissimo andare via qualcuno con 6-8 minuti di ritardo, ne prende 4 e te lo ritrovi in classifica. Si ha un bel dire che la terza settimana sarà durissima, come se la prima sia stata tenera e la seconda non sia ugualmente dura impestata…

Tour Femmes, analisi e considerazioni con Longo Borghini

26.08.2024
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Non capita praticamente mai che in una grande corsa non sia presente Elisa Longo Borghini. La campionessa della Lidl-Trek è stata costretta a saltare il Tour de France Femmes a causa di una caduta in allenamento. Morale: ha visto e vissuto la Grande Boucle da casa, proprio come un’appassionata qualunque.

Ma questa situazione le ha posto la corsa e le sue abituali colleghe sotto un altro punto di vista. Un punto di vista che cercheremo di capire insieme.

Dopo le Olimpiadi, Elisa è così rientrata in corsa a Plouay, di fatto facendo solo tre allenamenti dopo Parigi. Ma questa sosta potrebbe avere un risvolto positivo in quanto ad energie recuperate in vista del finale di stagione.

La regina del Giro Women, Elisa Longo Borghini, stavolta è stata opinionista d’eccezione
La regina del Giro Women, Elisa Longo Borghini, stavolta è stata opinionista d’eccezione
Elisa, prima di entrare nel giudizio della corsa, come è stato vedere il Tour da casa?

Devo ammettere che non è stato facile. Ho passato cinque giorni tra il letto e il divano e mi sentivo anche sciocca perché mi sono autoeliminata in allenamento, quasi mi vergognavo per questo. Mi dicevo: “Mamma mia dovrei essere lì e invece sono sul letto da sola”. Di contro posso dire che io sono una vera appassionata, una fan del ciclismo. Mi collegavo già due minuti prima della diretta e chiudevo solo dopo che era finita del tutto la trasmissione. Però spero proprio di non dover più vedere le corse dalla tv.

Da fuori come percepisci la corsa? Conoscendo atlete e più o meno i movimenti del gruppo, riesci a vedere qualcosa in anteprima?

Un po’ sì, posso intuire, ma come chiunque: sai chi sono le leader e vedi come la loro squadra corre. Una cosa però che è diversa è che spesso dalla tv ci si fa un’idea che poi non è quella vera. Non corrisponde a quello che voleva il team. Per esempio, quando sono arrivata a Plouay e ho parlato con le ragazze del Tour mi sono accorta che ci sono state alcune dinamiche diverse da quello che avevo capito io dalla tv. In qualche caso invece sì: riesco ad anticipare qualcosina: “Ora attacca questa atleta”, ma perché so come si muovono.

Passiamo alla corsa. Ci sono due momenti chiave, almeno per noi. Il primo è la caduta di Vollering e l’attacco di Niewiadoma e della sua Canyon-Sram. Cosa ne pensi?

Io sono sicura che “Kasia”, per come la conosco, non volesse prendere la maglia gialla in quel modo. Ma credo che in generale bisognerebbe ridefinire il concetto di forte.

Cioè?

Forte non è solo chi è più potente fisicamente, ma chi legge la corsa, chi sa guidare bene, chi sa stare in gruppo e nel posto giusto al momento giusto. Chiaramente in tutto ciò serve anche un pizzico di fortuna e quindi no: non sono rimasta stupita dall’azione della Canyon-Sram. Loro hanno approfittato di una situazione del genere. Ci sta che in certi momenti tiri dritto e non ti fermi quando una rivale cade.

Gliela faranno scontare in gruppo in qualche modo?

Non penso, anche perché dopo l’arrivo le due ragazze si sono chiarite. Di certo d’ora in poi vedremo una Demi Vollering ancora più combattiva.

E poi c’è l’altro momento chiave: la tappa finale sull’Alpe d’Huez (ma anche con Glandon prima). Ci si aspettava una Vollering devastante e invece… Ti immaginavi una Vollering più forte o una Niewiadoma meno in palla?

Mi aspettavo gambe stanche un po’ per tutte… che di fatto ho visto. Mi aspettavo una Katarzyna Niewiadoma molto determinata: la maglia di leader ti dà energie ulteriori e cerchi di salvarla in ogni modo. Ho grande rispetto per lei, siamo amiche per certi versi, e vederla lottare in quel modo sull’Alpe mi ha emozionato. Demi anche ha lottato, ma è stata sfavorita nella valle prima dell’Alpe. Lì ha tirato solo lei e di conseguenza sull’Alpe non era al cento per cento.

Sull’Alpe azione di gambe e testa per Vollering che vince ma non basta
Sull’Alpe azione di gambe e testa per Vollering che vince ma non basta
E questo è il vero punto chiave di questa ultima tappa: visti i distacchi e i valori in campo, perché non attendere l’Alpe per attaccare  Niewiadoma? Per noi Vollering il Tour lo ha perso nella valle e non sull’Alpe…

Vero, sono d’accordo. Brand, Realini, Kerbaol… dietro (dove c’era anche  Niewiadoma, ndr) avevano un’obiettivo comune: cercare di rientrare per vincere la tappa. E questo ha giocato a sfavore di Vollering che da sola non ha più guadagnato. Se avesse aspettato l’Alpe probabilmente avrebbe il Tour Femmes. Ma con i se e con i ma… non si va da nessuna parte.

Perché secondo te Vollering non ha atteso? In fin dei conti non doveva recuperare tantissimo…

Forse Demi non si sentiva sicura. Ha visto una Niewiadoma comunque molto solida: magari ha pensato che sull’Alpe non sarebbe riuscita a fare la differenza e così ha tentato il colpaccio. Se fosse così, ha fatto bene come ha fatto. Ma dalla tv è facile giudicare.

Però magari chi era in ammiraglia, poteva gestirla in altro modo…

Questo andrebbe chiesto a loro.

E invece passiamo alle tue colleghe: chi ti ha colpito in positivo?

Charlotte Kool: ha vinto due tappe davanti a Wiebes. Alla prima le hanno detto che era stata fortunata perché Lorena aveva avuto un problema col cambio. Ma il giorno dopo, in un confronto alla pari, l’ha battuta di nuovo e bene. Davvero un ottimo spunto per lei.

Grandiosa tenuta della polacca, che le consente di vincere la Grande Boucle per 4″
Grandiosa tenuta della polacca, che le consente di vincere la Grande Boucle per 4″
Vero…

Poi mi è piaciuta molto la mia compagna Lucinda Brand. Ha corso in modo egregio e ha mostrato una gamba che forse non aveva da quando vinse una tappa al Giro nel 2017. Nell’ultima frazione ha lavorato sodo, è andata in fuga e alla fine è arrivata decima. E poi, chiaramente, mi è piaciuta Niewiadoma: per come ha gestito la gara, per come ha difeso la maglia e per come ha reagito alla pressione.

E invece da chi ti aspettavi qualcosa in più?

Diciamo che mi è dispiaciuto per Juliette Labous. So che ci teneva tantissimo a questo Tour Femmes e probabilmente aveva ambizioni maggiori. Credo le sia mancata un po’ di freschezza.

Elisa, ora che il vostro livello prestativo cresce, credi sia possibile fare Giro Women e Tour Femmes ad alti livelli? Al netto che quest’anno c’erano di mezzo le Olimpiadi a complicare le cose?

Secondo me sì: è una sfida possibile. Le gare sono di otto giorni ciascuna. Sono entrambe dure e corse a ritmi infernali e ne esci sfinita. Ma senza Olimpiadi c’è il giusto recupero, quindi per me è possibile. Fisicamente è possibile. Mentalmente è un’altra cosa. Quanta pressione senti? Quanta ne riesci a sopportare, a gestire e a smaltire? 

Si affaccia un altro Collinelli. Anche Luca cerca spazio

26.08.2024
5 min
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Scorrendo gli ordini di arrivo del Turul Romaniei, nell’ultima tappa compare il nome di Luca Collinelli. Anzi il cognome, uno di quelli che ha fatto la storia del ciclismo italiano su pista e considerando che eravamo nell’immediato post Parigi 2024, con le grandi emozioni regalate dal ciclismo su pista, il suo piazzamento, un più che discreto 7° posto ha fatto un po’ di scalpore.

Per il ventenne dell’Um Tools Caffè Mokambo due Top 10 nella corsa rumena
Per il ventenne dell’Um Tools Caffè Mokambo due Top 10 nella corsa rumena

Una trasferta complicata

Luca Collinelli è un ventenne che corre per l’UM Tools Caffè Mokambo, finora non aveva ottenuto risultati di particolare rilievo se non qualche Top 10 nel calendario Under 23, ma pochi si sono accorti che nel frattempo ha fatto utili esperienze correndo con i professionisti, al Giro d’Abruzzo per esempio. Le esperienze formative si fanno però non solo correndo e lo si capisce iniziando l’intervista da come la trasferta in Romania è nata.

«Avevamo appena corso il GP Sportivi di Poggiana – racconta – quando ci siamo messi in moto per raggiungere la Romania. Non avendo trovato biglietti aerei disponibili, abbiamo dovuto affrontare la trasferta con lo staff e i mezzi: un’ammiraglia, un camper e un van con le bici. Certamente non l’ideale e infatti al martedì, quando la corsa è iniziata, la fatica si è sentita. Era una tappa semplice, eppure avevo le gambe impastate e sono finito dietro.

Il team italiano al Turul Romaniei, sotto la guida di Massimo Codol
Il team italiano al Turul Romaniei, sotto la guida di Massimo Codol

Uno sprinter dedito alla salita

«Col passare dei giorni le cose però sono andate sempre meglio. Nella terza ho provato a tenere il ritmo dei migliori chiudendo 11°, il giorno dopo c’è stata grande battaglia perché il leader della corsa, il kazako Rimkhi dell’Astana era caduto ritirandosi così si è sviluppata grande battaglia, con un gruppo di una trentina di corridori davanti ma sono riuscito a riagganciarmi finendo 10°, infine nell’ultima tappa mi sentivo ormai a mio agio e ho fatto lo sprint cogliendo il miglior piazzamento».

Può sembrare poco, ma per Collinelli è un segnale che aspettava da tempo: «Sto lavorando molto su me stesso, forse ho perso un po’ di potenza in volata ma sono migliorato in salita. Ormai gli sprinter puri non ci sono più, bisogna riuscire a tenere sul passo e quando la strada si rizza sotto le ruote se si vuole avere qualche speranza. Io vedo che ci sono, sono sempre lì a un passo dal giocarmi il bersaglio grosso, mi serve solamente un po’ di fortuna».

Andrea Collinelli oro ad Atlanta ’96 con la particolare bici con manubrio a canna di fucile (foto Getty Images)
Andrea Collinelli oro ad Atlanta ’96 con la particolare bici con manubrio a canna di fucile (foto Getty Images)

Le glorie olimpiche di papà

E’ chiaro che quando si sente il nome Collinelli si pensa a papà Andrea, ai suoi fasti di fine secolo scorso culminati con il titolo olimpico di Atlanta ’96 quando l’inseguimento individuale era ancora nel programma a cinque cerchi. Che rapporto ha Luca con i velodromi? «Fino a quando sono stato junior ho sempre abbinato le due discipline, gareggiando anche a europei e mondiali. Fondamentalmente mi piace tantissimo, è più adrenalinica dell’attività su strada, ti giochi tutto in pochi minuti. Negli ultimi tempi però ho preferito concentrarmi più sulla strada anche per non mettere in difficoltà il cittì Villa, che ha giustamente bisogno di una presenza più costante per testare i suoi ragazzi. Io sono sempre stato disponibile e Villa lo sa, per ora mi concentro sulla strada, poi vedremo».

Il giovane Luca con papà Andrea. Inizialmente ha seguito le sue gesta su pista
Il giovane Luca con papà Andrea. Inizialmente ha seguito le sue gesta su pista

Il peso del cognome

Parlando con Luca, il discorso non può non cadere sul padre e su un’eredità difficile, come capita a tanti coetanei e ciclisti prima di lui che hanno convissuto con l’essere figli d’arte. Luca non si tira indietro: «E’ un cognome che schiaccia un po’, non posso negarlo. Ho visto che molti però soffrono di più, io sono molto tranquillo al riguardo anche perché forte di uno splendido rapporto con mio padre, che è anche mio allenatore e che per molti versi sento amico. Non posso però negare che la mia scelta di privilegiare la strada è anche differenziarmi un po’, sfuggire a quei paragoni che vengono sempre fatti. Anche mia sorella Sofia un po’ risente di questa situazione, anche se nell’ambiente femminile il suo nome ha una risonanza diversa. Io comunque voglio affermarmi per quel che sono, che valgo, non perché “figlio di Andrea”. Una cosa che mi capita spesso? Molti tifosi chiedono ancora le cartoline con autografo, le sue, non le mie…».

Luca e Sofia, due figli d’arte in cerca di gloria fra i professionisti
Per Luca non è stata finora una stagione da incorniciare. In Romania il cambio di tendenza?

Si punta tutto su Friuli e Puglia

Che differenze ci sono fra i due? «Lui da corridore era il passista classico, io sono chiaramente più veloce, anche per struttura fisica e fibre muscolari, me la cavo bene soprattutto nelle volate ristrette».

Luca cerca ora di fare tesoro di quanto è riuscito a fare in Romania per proseguire su quell’onda: «Ne avrei bisogno perché finora la stagione non è stata positiva, non posso negare un voto insufficiente. Mi è mancata la continuità, anche a causa di problemi fisici e questa mi è pesata più della mancanza di risultati. Per questo non ho mollato gli allenamenti neanche nel periodo più caldo, chiedo molto al finale di stagione. In particolare mi sono focalizzato sul calendario italiano e sul Giro del Friuli e Giro di Puglia dove penso che ci siano tappe a me congeniali. Poi c’è una gara per me speciale e cerchiata di rosso, non dico qual è per scaramanzia…».

EDITORIALE / Sinner, le regole saltate e i santi in paradiso

26.08.2024
4 min
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E’ colpa di Sinner oppure no? Aver licenziato preparatore e fisioterapista ha un senso oppure no? E’ giusto che l’altoatesino (foto FITP in apertura) continui a giocare con la spada di Damocle di una squalifica sulla testa? E perché per coprire la sua situazione ed evitare di finire nello stesso meccanismo che ha… ammazzato sportivamente fior di ciclisti, si sia scelto di non applicare le regole?

Lo ha spiegato bene Angelo Francini, decenni di vita federale sulle spalle, in un post su Facebook. E’ spiegato tutto con una chiarezza così lampante, che basterebbe per convocare la Federtennis e anche il CONI per chiedergliene ragione.

Fabio Pigozzi è il presidente di NADO Italia (foto La Repubblica)
Fabio Pigozzi è il presidente di NADO Italia (foto La Repubblica)

Le regole violate

Nel 2007 – spiega Francini – lo Stato italiano ha istituito il NADO ITALIA, in ambito Coni. Un organo competente a giudicare in via esclusiva tutti casi di doping dei tesserati dello sport italiano. Dal 2016 Nado Italia è diventato un organismo indipendente”. Essendo legge dello Stato, tutti gli Statuti federali impongono la sua indicazione come unico organismo antidoping. Pertanto anche la FITP, la Federtennis, lo ha inserito all’articolo 50 del proprio Statuto, senza alcun riferimento alla ITIA.

Di cosa si tratta? Si tratta della International Tennis Integrity Agency. Un soggetto apparso nel 2021 nel mondo tennistico internazionale, che però non può avere alcuna giurisdizione per i casi di doping ricadenti sui tesserati alla stessa Federtennis. Di quelli si deve occupare Nado Italia attraverso la Procura Nazionale e il Tribunale Nazionale Antidoping. L’unico organismo superiore cui ci si può rivolgere in caso di controversia è il TAS di Losanna. Invece per Sinner ci si è rivolti ad essa.

Per quale motivo non è stata effettuata l’obbligatoria segnalazione (in quanto prevista dalla Statuto della Federtennis) del caso Sinner a NADO ITALIA da parte del CONI e della FITP, che sicuramente erano stati informati dalla Federtennis internazionale? Per quale motivo i vertici di Coni e FITP hanno violato apertamente una norma dello Stato? Sono queste gravi irregolarità a sporcare il caso Sinner. Lui può essere anche in buona fede, come lo erano Agostini e Contador. Solo che mentre i due ciclisti furono lasciati soli, su Sinner è stato gettato un mantello di protezione ormai scoperto.

Stefano Agostini, classe 1989, venne squalificato per due anni nel 2013 per la stessa positività di Sinner
Stefano Agostini, classe 1989, venne squalificato per due anni nel 2013 per la stessa positività di Sinner

La rabbia di Agostini

Chi è Agostini? Stefano Agostini, giusto. Abbiamo rivissuto il dramma del veneto, talento brillante del ciclismo italiano che nel 2013 incappò nella positività al Clostebol, lo stesso prodotto di Sinner. In realtà (soprattutto) il dramma l’ha rivissuto lui, mentre tanti altri se ne sono accorti leggendo un suo post su Facebook e dando il via a una litania di sensazionalismo di facciata. Perché non fecero lo stesso baccano quando Stefano fu licenziato dalla Liquigas, con tanto di contributo fattivo del medico sociale?

In nessun modo la squadra e la Federazione provarono a sostenere che fosse innocente. Ci provò da solo, dicendo che quella pomata gliel’avesse data sua madre per lenire le scottature del sole. Pensarono alle solite scuse, come il massaggio e la feritina, e lo squalificarono per due anni. Se fosse stato colpevole, magari sarebbe anche tornato. Invece preferì lasciar perdere e cambiò vita.

Giro d’Italia 1999, Marco Pantani lascia il Giro senza positività né santi in paradiso
Giro d’Italia 1999, Marco Pantani lascia il Giro senza positività né santi in paradiso

Figli e figliastri

Certo ci rendiamo conto che sia molto più necessario difendere il campione che ha sulle spalle il tennis nazionale. L’eroe di Torino e della Davis. Il numero uno al mondo. La gallina dalle uova d’oro. Il prodotto di una Federazione da record che si è risollevata quasi dall’indigenza. L’ispirazione per i bambini. Il figlio che ogni madre vorrebbe avere.

Ce ne rendiamo conto e lo gridammo forte anche nel 1999 quando un campione di altrettanta potenza, sportiva e mediatica, fu condannato a morte senza che ci fosse stata una positività: né analisi né controanalisi. Inutile quasi che facciamo il nome, non ce ne voglia Stefano Agostini. Si chiamava Marco Pantani e fu gettato in pasto agli squali. Con tutto il rispetto, Sinner non ha nulla più di Marco, se non migliori avvocati e gente ai piani alti disposta a metterci la faccia.

Belgio al bivio: agli europei con Merlier o Philipsen?

26.08.2024
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Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Alfredo Martini, eppure c’è chi in Belgio avrebbe bisogno della sua arte e della sua saggezza. Per fare la squadra da schierare ai prossimi campionati europei e mettere d’accordo Philipsen e Merlier (i due sono insieme a Matthews nell’apertura) sarebbe davvero preziosa la capacità di sintesi di chi ha schierato Moser con Saronni. Oppure Bugno, Fondriest e Argentin. Ma Alfredo non c’è più e per Sven Vantohurenhout la scelta si prospetta come una bella gatta da pelare. Al punto da avergli fatto dichiarare di trovarsi nel momento più difficile della carriera.

L’ultimo capolavoro di Vanthourenhout (il terzo da destra) è stato l’oro olimpico di Evenepoel (photonews.be)
L’ultimo capolavoro di Vanthourenhout (il terzo da destra) è stato l’oro olimpico di Evenepoel (photonews.be)

La provocazione di Lefevere

A rendergli il compito ancor più scomodo ci si è messo Patrick Lefevere, manager di Merlier alla Soudal-Quick Step. Dopo aver lodato le capacità del tecnico, il vecchio belga si è detto certo che agli europei Vantohurenhout porterà il suo corridore. Perché a suo dire lo merita più dell’altro. Perché è vero che Philipsen ha vinto tre tappe al Tour, cui Merlier (che ne ha vinte 3 al Giro) non ha partecipato dovendo lasciare spazio a Evenepoel, ma lo avrebbe fatto solo grazie a Van der Poel.

«Spero che alla base di questa scelta – ha detto – non ci siano giochi politici. So che i corridori stessi non ne sono entusiasti, ma se fossi il tecnico della nazionale, selezionerei sia Merlier che Philipsen, perché entrambi possono fare la propria corsa. In una gara a tappe, una squadra con due velocisti non è mai una buona idea, ma i campionati europei durano un giorno. A volte la scelta migliore è non fare una scelta».

Nel 2002 il capolavoro di Ballerini fu vincere il mondiale con Cipollini mettendo al suo servizio Petacchi
Nel 2002 il capolavoro di Ballerini fu vincere il mondiale con Cipollini mettendo al suo servizio Petacchi

Come a Zolder 2002

In realtà ci sarebbe bisogno anche di Franco Ballerini. Il cittì toscano, che in quei giorni aveva comunque Martini al fianco, si trovò a fare la squadra per i mondiali di Zolder. La zona è la stessa e anche il percorso è simile: 222 chilometri con appena 1.273 metri di dislivello. E quella volta, Ballero per tirare la volata a Cipollini portò Petacchi e Lombardi, con il giovane Bennati come riserva. Ci fu una sorta di patto d’onore fra gli azzurri e tutto funzionò alla perfezione. I belgi saranno in grado di fare lo stesso?

«Ogni giorno rispondo al telefono e sono in contatto con i corridori – dice Vanthourenhout – voglio dare presto la squadra. In realtà guardiamo tutti a quei due nomi, ma la rosa è parecchio più ampia. Abbiamo anche Meeus, Thijssen, Van Aert o De Lie. Ci sono tanti bravi velocisti in questo momento. Ma certo, se parliamo di velocisti puri di altissima qualità, torniamo a Philipsen e Merlier. Se ci sarà da lasciarne a casa uno, sarà molto importante comunicare chiaramente il motivo per cui ho preso la decisione. Ma con Jasper e Tim è una cosa molto difficile. Non ci sono argomenti a favore di uno sull’altro».

La variabile Van Aert

Il discorso porta nella stessa direzione indicata da Lefevere, a patto però che alla fine entrambi convergano su una sola volata e non su due sprint paralleli. La soluzione potrebbe gettare nello scompiglio gli avversari, ma potrebbe anche sgretolare la forza della squadra belga.

«Stiamo valutando se è possibile averli entrambi», spiega Vantohurenhout, che ha già gestito la convivenza di Evenepoel con Van Aert a Wollongong e Parigi. «Tuttavia il mio punto di vista è sempre stato che una squadra con due velocisti sia molto difficile da guidare. Tim e Jasper conoscono la mia posizione».

I due hanno corso insieme nel 2021 e 2022 e gli capitava spesso di partecipare alle stesse corse, però allora Merlier era il velocista già affermato e Philipsen il giovane che spingeva per uscire. Ora i due sono quantomeno alla pari, salvo che nel frattempo Philipsen ha vinto la Sanremo ed è arrivato secondo alla Roubaix.

L’attuale Van Aert della Vuelta potrebbe essereun autorevole candidato al ruolo di leader agli europei
L’attuale Van Aert della Vuelta potrebbe essereun autorevole candidato al ruolo di leader agli europei

«So che potrebbero farlo – annota Vantohurenhout – ma alla fine sarò sempre io che prendo la decisione: li ascolterò e poi seguirò il mio istinto. Se non dovesse finire bene, starà a me renderne conto. E se poi Van Aert dovesse dire di voler partecipare, le cose saranno ancora più complesse, perché a quel punto non è detto che servano entrambi i velocisti. Non è che perché uno fa sempre e solo le volate, in nazionale non possa fare qualcosa di diverso. Comunque a breve arriverà la squadra. Non penso sia colpa mia, al momento però abbiamo un’abbondanza enorme di corridori con le stesse caratteristiche. E’ un enigma difficile da risolvere, ma questa settimana vorrei sciogliere gli ultimi nodi».

Dalla Francia al mondiale di Zurigo: Barale è pronta

26.08.2024
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Le saranno fischiate le orecchie, come dice un vecchio detto italiano. Il nome di Francesca Barale è stato fatto fatto più volte dal cittì Paolo Sangalli per la U23 da portare al mondiale di Zurigo, ma in realtà sul suo taccuino era già stato segnato dalla scorsa stagione.

Solo dall’anno prossimo in Rwanda ci sarà un campionato del mondo riservato totalmente alla categoria U23 e pertanto in Svizzera (come in passato a Wollongong e Glasgow) il 28 settembre le under correranno in mezzo alle “grandi”, nella più classica gara nella gara. Il tecnico azzurro ha in mente da un po’ di tempo di concedere una possibilità alla 21enne ossolana del Team DSM firmenich-PostNL, considerando il percorso duro e piuttosto adatto alle sue caratteristiche. Barale ha iniziato presto il suo 2024 con un traguardo ben preciso da raggiungere. Nei giorni di riposo post Tour Femmes abbiamo fatto una chiacchierata con lei.

Due sigilli di Kool e la maglia gialla. La DSM festeggia sul bus un inizio di Tour Femmes folgorante (foto Eltoromediadotcom)
Due sigilli di Kool e la maglia gialla. La DSM festeggia sul bus un inizio di Tour Femmes folgorante (foto Eltoromediadotcom)
Com’è andato il tuo Tour?

E’ stato duro come hanno già detto diverse mie colleghe, però per noi della DSM è stata comunque una corsa bellissima. Abbiamo vinto le prime due tappe con Charlotte (la velocista Kool, ndr), di cui la seconda in maglia gialla. Se poi pensiamo anche al Tour maschile, abbiamo bissato il successo di Bardet a Rimini e quindi il morale in squadra è stato alto fin da subito. Il mio compito era sempre quello di stare accanto a Juliette (Labous, ndr) ed aiutarla in salita per la generale.

Ti aspettavi potesse fare qualcosa in più?

Juliette è andata molto bene fino alla penultima tappa, dove tuttavia ha avuto una prima avvisaglia di calo. In realtà è stata bravissima a salvarsi e risalire addirittura al quarto posto, ma il giorno dopo ha pagato la stanchezza tutto in una volta. Ci può anche stare. Ha fatto quarta alla crono olimpica, aveva disputato un bel Giro Women chiudendo quinta e prima ancora quarta alla Vuelta. Ovvio che un’atleta del suo valore pretenda sempre il massimo da se stessa, però è andata forte e comunque al Tour è arrivata nona.

Compagna fidata. Barale ha disputato Giro Women e Tour Femmes al servizio di Labous. Nel 2025 la francese sarà alla FDJ
Compagna fidata. Barale ha disputato Giro Women e Tour Femmes al servizio di Labous. Nel 2025 la francese sarà alla FDJ
Rapido inciso su Labous, che va alla Fdj-Suez…

Naturalmente mi dispiace molto che cambi squadra. Lo sapete e l’ho detto tante volte il rapporto che c’è fra noi due. Mancherà a me e tutte le compagne, però credo che sia giusto nella carriera dei corridori ogni tanto fare nuove esperienze, provare contesti diversi o semplicemente rimettersi in gioco con nuove sfide. Sono certa che andrà forte anche con la sua futura formazione.

Invece prima del Tour la tua annata com’era andata?

Ho cominciato a correre in Australia, dove ho ottenuto un podio e tre piazzamenti davanti su sei giorni di corsa. Addirittura mi sono riscoperta… velocista (sorride sapendo di non esserla, ndr). Poi ho fatto una buona primavera durante il periodo delle classiche, che per me era il primo anno che ne facevo così tante. Al Tour de Suisse invece non sono stata contenta. Non stavo bene e mi sono fermata dopo tre tappe. Mi sono ripresa per il campionato italiano. Ero soddisfatta della mia prestazione, oltre al risultato (settima assoluta, seconda tra le U23, ndr).

Quindi Giro e Tour.

Esatto. Al Giro Women ero in crescendo, ma stavo ancora così così. E considerando che il livello medio si era alzato rispetto al 2023, alla fine non potevo lamentarmi di come lo avessi fatto. Tuttavia ho recuperato e ritrovato una buona condizione per andare in Francia. La forma era molto buona, quella che forse avrei sperato di avere per il Giro, ma anche al Tour la qualità media è molto alta. Insomma non sono riuscita a capire veramente come sto.

In effetti Sangalli dice che è difficile capire la tua condizione perché fai un lavoro importante, ma oscuro. Cosa ne pensi?

Concordo col discorso di Paolo. Lavorando spesso per le altre mi si vede poco in prima linea. Per dire, avrei voluto correre due giorni fa a Plouay, ma la squadra voleva che riposassi. In generale sento di avere una condizione buona, però ora vediamo come andranno le corse perché al mondiale manca ancora un mese e di cose ne possono succedere tante. Fra poco ricomincio col Romandia (dal 6 all’8 settembre, ndr). Sarò sempre al servizio di Juliette, ma la prima e l’ultima tappa sono molto indicate per me. Potrei essere un po’ più libera da certi compiti.

Barale correrà il Romandia e potrebbe avere più libertà d’azione per puntare al risultato
Barale correrà il Romandia e potrebbe avere più libertà d’azione per puntare al risultato
Per Francesca Barale quanto conta poter andare al mondiale di Zurigo?

E’ sicuramente un obiettivo stimolante, tanto che lo avevo fissato già in inverno. In più essendo di Domodossola, quindi vicinissima al confine, lo sento ancora di più. Non sarebbe male giocarmi le mie carte. Nei due mondiali precedenti so che il cittì ha sempre cercato di lasciare un po’ libere l’U23 che portava, proprio per puntare a fare risultato, ma io gli ho già detto che non avrei problemi a sacrificarmi per le nostre capitane qualora la gara si mettesse in un certo modo. Sono uscita in crescendo dal Tour e per il mondiale svizzero sono pronta, ma lo ripeto, adesso ho voglia di correre e di farmi vedere.

Marcato in estasi: «Yates ha fatto una cavalcata alla Tadej»

25.08.2024
6 min
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«Non avevo mai sofferto così tanto», ha detto Adam Yates subito dopo l’arrivo. «Fa così caldo che dall’ultima salita ho avuto i crampi. Non sapevo davvero se avrei potuto continuare così. Ho avuto molta sfortuna negli ultimi grandi Grandi Giri, per cui sono felice di essere riuscito finalmente a vincere di nuovo una tappa. Abbiamo fatto molto bene come squadra, con Marc e Jay (Soler e Vine, ndr) nella fuga. Mi hanno lanciato alla perfezione. Dopodiché sono rimasto solo con Gaudu.

«Quando ho visto che stava attraversando un momento difficile per il caldo – prosegue il britannico – ho capito che avrei dovuto approfittarne. E da quel momento in poi è stata solo sofferenza e sofferenza fino alla fine. Se posso dirlo, non mi interessa la classifica. Oggi era tutta una questione di vittoria di tappa. Ho dato tutto quello che avevo perché non avevo niente da perdere».

Adam Yates è rimasto in fuga per 58 chilometri e alla fine ha vinto con 1’39” su Carapaz e 3’45” su O’Connor
Adam Yates è rimasto in fuga per 58 chilometri e alla fine ha vinto con 1’39” su Carapaz e 3’45” su O’Connor

La giornata perfetta

Difficile dire se Marcato lo abbia ascoltato, dato che il diesse vicentino sulla prima ammiraglia della UAE Emirates in quel momento la stava guidando fino all’area dei pullman. Di certo però la sua idea in questo momento è ben altra. E anche se i ritmi sono convulsi perché c’è da prendere l’aereo che porterà il gruppo al riposo di Vigo, c’è spazio per il ragionamento. Adam Yates ha vinto la tappa di Granada con una fuga di 58 chilometri. Ben altro stile rispetto ai colpi chirurgici in salita con cui ha vinto ad esempio il Giro di Svizzera.

«Hai presente – sorride Marcato – quando fai un piano e va tutto bene? Oggi è andata così. Siamo partiti prima per la tappa, perché magari Adam alla classifica non ci credeva ancora tanto. Noi invece pensiamo che tutto sia ancora possibile, vedendo come corrono. Nulla vieta che arrivi un’altra fuga come quella che ha dato la maglia rossa a O’Connor. Si sta correndo in situazioni meteo impegnative, diverse tappe si sono fatte sopra i 40 gradi. Anche oggi abbiamo fatto un gran lavoro di idratazione lungo il percorso per permettere ai ragazzi di non soffrire troppo. E devo dire che la prestazione è un gran segnale che dà tanta motivazione, perché è stata una grande performance di squadra».

Tiberi è incorso in una pessima giornata, piegato da un colpo di calore che lo ha costretto al ritiro
Tiberi è incorso in una pessima giornata, piegato da un colpo di calore che lo ha costretto al ritiro

Un colpo di calore per Tiberi

Granada ha accolto la nona tappa della Vuelta con il calore di una fornace e purtroppo il primo a farne le spese è stato Antonio Tiberi. L’italiano del Team Bahrain Victorious si è fermato una prima volta alle prese con il mal di testa e poi ha alzato bandiera bianca, vittima di un colpo di calore. La squadra ha messo in atto tutti i metodi per abbassare la sua temperatura, che hanno dato buon esito, ma non hanno scongiurato il ritiro.

Il ragionamento di Marcato non ha grinze. L’impresa di Adam Yates e quella di Carapaz riaprono la classifica e riportano dentro due uomini pericolosi. Si vedrà nei prossimi giorni se davvero il britannico non abbia davvero in animo di risalire posizioni. Intanto va al riposo con un minuto di ritardo dal podio e magari, sfogliando le tappe, capirà che l’occasione non va sciupata. Anche perché nonostante la vittoria di ieri, Roglic non appare ancora quello dei bei tempi, per cui nessun epilogo potrebbe stupirci. E O’Connor sarà un osso duro da mandare a casa. Oggi intanto ha sprintato e ha colto il terzo posto.

«Ho preso l’abbuono nello sprint per il terzo posto – ha detto il leader di questa Vuelta – non è esattamente la mia specialità, ma quei 4 secondi erano lì da prendere. Penso di aver dimostrato che non mi toglieranno questa maglia tanto facilmente. Il giorno di riposo sarà bello, anche perché sono saldamente al comando e con una squadra forte intorno a me. Felix Gall ha fatto un buon lavoro, ma in genere tutti i ragazzi hanno fatto la loro parte. Mi dà fiducia per il proseguimento di questa Vuelta».

Una cavalcata alla Tadej

Marcato va avanti nel ragionamento. Durante la riunione sul pullman ha fatto i complimenti ai ragazzi e dato le indicazioni più importanti per le prossime ore. Domani si riposa, ma prima è stato giusto riconoscergli la bontà del lavoro, all’indomani del ritiro di Almeida che sembrava la figura più vicina a un leader per la generale.

«Joao – racconta Marcato – era uscito benissimo dal Tour e teneva a fare bene. Si sono preparati entrambi alla grande, per cui sono partiti alla pari e poi sarebbe stata la strada a parlare. Ma visto che Adam aveva pagato tantissimo il caldo e sembrava fuori dai giochi, ci eravamo concentrati di più su Almeida. E le cose poi sono andate così. Per questo stamattina abbiamo detto che la cosa migliore sarebbe stata andare in fuga con Adam e due compagni. Lui poi ci ha messo del suo e ha fatto una cavalcata alla Tadej.

«Soler è stato fantastico e anche Vine. Ma quando ha visto che Gaudu soffriva e Carapaz si stava avvicinando – prosegue Marcato – Adam ha semplicemente fatto il suo passo, che però è bastato per andare al traguardo e aumentare il vantaggio. Ora il riposo sarà importante per ricaricare le batterie. Andrà gestito bene. La tappa di martedì ha una salita di prima categoria in partenza e se ci arrivi ingolfato, rischi di restarci. Vedremo come vorranno gestirlo…».

Ancora tutto da scrivere

Nell’angolo della EF Education, Carapaz ha appena dichiarato che vincere la Vuelta potrebbe diventare un obiettivo. In casa Red Bull-Bora invece, Roglic ricorda a tutti di aver avuto ancora fastidi dalla schiena e ci si chiede se lo sloveno stia bluffando o in realtà non fosse davvero pronto per rientrare e abbia dovuto farlo per esigenze di squadra. Come dicevamo ieri, la Vuelta è appena decollata. Vivremo le prossime due settimane senza un italiano in classifica, ma convinti che ne vedremo delle belle.